Perfume

Le Perfume in 2.5 dimensioni

Come spesso accade la celebrità mondiale a certi oggetti o fenomeni viene data non tanto dallo scopritore, ma da chi riesce a imporli al mercato e a farli conoscere. Se oggi in tutto il mondo si usano le parole allegro e do re mi per la musica, o chef e mousse per la cucina, o manager e benchmark per l’economia è perché italiani, francesi e inglesi sono riusciti meglio di altri a interpretare e comunicare quei temi. Lo stesso è successo con i giapponesi e l’intrattenimento: termini come otaku e cosplay sono ormai nel dizionario italiano, e altre come senpai o waifu sono all’ordine del giorno sul web e per gli under 30. C’è poi un’espressione già molto comune in Giappone che non lo è ancora in Italia benché sia semplice e perfetta: 2.5 dimensioni, oppure 2.5D. Indica tutto quel mondo a metà fra il 2D (la finzione) e il 3D (la realtà), una terra di mezzo che i giapponesi conoscono molto bene non solo a livello narrativo, ma anche sociale. Ovviamente i giapponesi non hanno inventato il 2.5D, basti pensare a Mary Poppins o Tron, ma loro l’hanno elevato a condizione quotidiana e continua. Un paradigma di questo mondo contemporaneamente reale e immaginario è rappresentato dal gruppo musicale delle Perfume.

Screenshot del videogioco "Sonic the Hedgehog".

Il 2.5D ha uno specifico significato nel mondo dei videogiochi: rappresenta quella grafica in cui si simula il 3D attraverso il 2D, oppure si usa veramente il 3D però solo per sfondi o dettagli perché poi la meccanica di gioco resta piatta in 2D, come accade nella serie Sonic the Hedgehog.

Le Perfume sono un girl group composto da A~chan, Kashiyuka e Nocchi, tre cantanti e ballerine di Hiroshima che si sono auto-costituite come gruppo nel 2000, quando ancora andavano in classe insieme alle superiori e frequentavano un corso di arti performative alla scuola ASH della loro città. Come i giapponesi non hanno scoperto il 2.5D, tantomeno le Perfume ne sono state le prime rappresentanti.

La storia del 2.5D in Giappone inizia almeno nel 1989, quando Masamune Shirow disegna il capolavoro Ghost in the Shell con cui conclude il periodo della storia dell’arte giapponese figlio dello shock della bomba atomica e inaugura quello della commistione fra reale e virtuale. Il fumetto stesso è già il testimone fisico di questa rivoluzione, realizzato per metà a mano e per metà in CG, e i film che ne trarrà Mamoru Oshii amplificheranno ulteriormente questo metodo lavorativo.

Da allora l’intera cultura visiva giapponese si baserà sulla fusione fra reale/irreale, uomo/macchina, animato/inanimato. In quello stesso 1989 esce Tetsuo di Shin’ya Tsukamoto, nel 1990 Sogni di Akira Kurosawa, nel 1995 Neon Genesis Evangelion di Hideaki Anno e nel 1998 serial experiments lain di Yasuyuki Ueda e Yoshitoshi ABe, giusto per citare gli esempi più illustri e lampanti. La poetica giapponese del 2.5D rappresenta un superamento delle opere dal vivo con inserti animati (o viceversa) di produzione statunitense: 2.5D vuol dire che un certo soggetto è contemporaneamente sia reale sia immaginario, senza chiara distinzione fra le due condizioni né superiorità di una sull’altra.

Immagine pubblicitaria di "Shin Godzilla" di Hideaki Anno.

Hideaki Anno ha dato la sua interpretazione filosofica del 2.5D con il film Shin Godzilla, il cui slogan era proprio «Realtà vs Finzione».

Le Perfume si inseriscono quindi in un filone concettuale che al loro debutto nel 2000 era già molto maturo e molto sfruttato. La peculiarità che rende queste tre cantanti dei casi-studio è che loro sono costantemente nella condizione di 2.5D, per statuto. Da quando sono state reclutate dal loro produttore, compositore e paroliere unico Yasutaka Nakata, le Perfume hanno smesso di essere ragazzine carine e hanno iniziato a recitare la parte delle androidi, con la stessa costanza del vecchio mago cinese di The Prestige che non esce mai dal ruolo nemmeno fuori dal palcoscenico.

Copertina di "Kareshi boshuuchuu" e fotogramma di "Vitamin Drop" delle Perfume.

Le Perfume degli esordi presentavano già elementi 2.5D: in alto la copertina del singolo del 2002 Kareshi boshuuchuu (“Ragazzo cercasi”), sotto un fotogramma del videoclip del 2004 Vitamin Drop in cui le cantanti sono sia reali sia disegnate.

A partire da Linear Motor Girl del 2005 a Polyrhythm del 2007 tutti i videoclip delle Perfume sono stati realizzati in chroma key inserendo le tre cantanti in mondi elettronici fatti di schede madri giganti, cavi che generano fiori e città vettoriali. A partire dal 2008 ai video in CG si affiancano quelli girati in scenografie reali che comunque rappresentano ambienti astratti, come le stanze lisergiche di One Room Disco o il banchetto rosa di Spice. In alcuni casi l’irrealtà è denunciata esplicitamente, come nel set televisivo di Secret Secret o in quello cinematografico di Natural ni koishite. Spesso poi si assiste alla moltiplicazione delle Perfume, essendo loro androidi e non umane, come nel grigio Nee o nel bianco Sweet Refrain.

Copertine di "GAME", "⊿", Spending all my time" e "Magic of Love" delle Perfume.

Quattro copertine di album e singoli delle Perfume. Le tre ragazze/androidi sono sempre in ambienti virtualizzati, 2.5D e robotici, come esemplificato nel videoclip di Spring of Life, manifesto della loro condizione non-umana.

La vicenda ha raggiunto la sua naturale evoluzione nel 2013 quando le tre Perfume sono diventate per la prima volta parte di un cartone animato: il loro singolo Mirai no museum è stato usato come sigla di coda per il 32esimo film di Doraemon Nobita no himitsu dougu museum e per gli episodi della serie TV per la prima metà di quell’anno, in cui compaiono le tre cantanti in versione cartone animato con lo stile grafico di Fujiko F. Fujio.

Al contrario della graziosa ED dell’anime, introdotta dalle Perfume stesse, il videoclip della canzone è bruttarello, ma le Perfume vi raggiungono lo stadio definitivo del 2.5D comparendo contemporaneamente sia reali sia disegnate. Nel video Nobita manda al giovane sé stesso del passato non il gattone robot, ma bensì le tre Perfume, parodiando la storia originale. Ad aggiungere un ulteriore raffinato livello interpretativo realtà/finzione ci sono le citazioni ai precedenti videoclip di Spring of Life e Spending all my time i quali presentavano già situazioni di surrealtà.

Immagine promozionale e copertina del singolo "Mirai no museum" delle Perfume.

In alto le Perfume coi costumini da detective per il film di Doraemon Nobita no himitsu dougu museum, e in basso la copertina del singolo Mirai no museum disegnata come fosse un volume del fumetto di Doraemon. Il booklet è in effetti un fumetto, o meglio quello che i giapponesi chiamano film comic, dato che presenta la storia del videoclip impaginata a fumetto usandone i fotogrammi come vignette.

Nel 2015 le Perfume hanno sperimentato la loro seconda incarnazione animata, stavolta in computer graphic e con la prestigiosa firma di Yoshiyuki Sadamoto. Non si è trattato però di una collaborazione con qualcuno dei numerosi progetti multimediali seguiti dal mangaka, bensì di uno spot TV pubblicitario per la casa automobilistica Mercedes Benz. Nell’immaginazione di Sadamoto le tre ragazze si sono trasformate in un ibrido umano-macchina, disegnando per loro costumi di scena che rispettano lo standard imposto: le cantanti hanno sempre capelli e abiti identici (rispettivamente A~chan capelli medi e gonna al ginocchio, Kashiyuka capelli lunghi e minigonna, Nocchi capelli corti e pantaloni), d’altronde essendo androidi e soggetti di finzione, come i personaggi degli anime non cambiano mai d’aspetto.

I costumi ideati da Yoshiyuki Sadamoto sono stati realizzati davvero e indossati dalle Perfume durante l’evento di presentazione della nuova vettura Classe A, un evento in 2.5D dato che le cantanti hanno condiviso il palco con le loro stesse in versione ologramma.

Altri due anni dopo, in questo 2017 le Perfume sono tornate nel mondo ibrido del 2.5D. Stavolta l’occasione si è presentata grazie all’azienda multinazionale YKK: la celebre produttrice di cerniere lampo ha infatti deciso di farsi pubblicità anche fra i più giovani sfruttando il loro stesso linguaggio, cioè quello degli anime. A fine 2014 la YKK ha infatti caricato sul suo sito e su YouTube un cortometraggio animato intitolato FASTENING DAYS in cui due bimbi, Yoji e Kei, salvano il mondo grazie al loro aggeggio spara-zip sul polso. In quest’occasione le Perfume hanno solo fornito la loro vecchia canzone Hurly Burly come sigla finale.

Fotogramma di "FASTENING DAYS".

Yoji & Kei save the day coi loro costumi in incognito, accompagnati dall’orsetto robot Oscar.

Il corto è stato realizzato dallo Studio Colorido, che ha ormai esperienza in questo genere di prodotti dato che aveva già curato le campagne pubblicitarie del gioco per smartphone Puzzle & Dragons e dei ristoranti McDonald’s. Stavolta si è trattato di un lavoro più complesso perché prevedeva l’elaborazione di una narrazione di senso compiuto: lo staff dello studio, guidato dal regista Hiroyasu Ishida, ha prodotto una storia molto semplice in cui la zip è usata come metafora delle relazioni sociali, e Yoji e Kei usano i loro bracciali tecnologici per tenere insieme le persone e le cose. Nella pratica i due bimbi sparano chilometri di zip e saltano dai palazzi come l’Uomo Ragno per restituire palloncini ai bambini e salvare la nonnetta Anna sulla sedia a rotelle.

Nel 2016 la YKK ha finanziato allo Studio Colorido un secondo cortometraggio, e se il primo era assurdo questo secondo lo è ancora di più, dato che stavolta Yoji, Kei e la new entry Kelly devono bloccare una nave da crociera alla deriva con le loro cernierine. È ancora più forte la metafora della zip che unisce persone, etnie e culture diverse, e anche stavolta ED con canzone delle Perfume, Hold Your Hand.

Infine, nel 2017 arriva FASTENING DAYS 3, se possibile ancora più assurdo dei precedenti e stavolta diviso in tre miniepisodi. La novità stavolta è l’arrivo delle Perfume come personaggi e doppiatrici: gli animatori dello Studio Colorido, stavolta guidati dal nuovo regista Tomotaka Shibayama, hanno ridisegnato le Perfume come personaggi ininfluenti sulla trama, le hanno collocate una per ogni miniepisodio, e hanno scelto come sigla finale Sweet Refrain che ha nel testo dei minimi collegamenti con le zip, tipo il verbo “allacciare”.

Le Perfume in "FASTENING DAYS 3".

Da sinistra: Kashiyuka passione pasticciera, Nocchi passione postina, e A~chan passione protezione civile.

Contemporaneamente al mondo dell’animazione, le Perfume entravano anche in quello della computer graphic, e ai massimi livelli. Oltre al produttore/autore, l’intero staff delle Perfume è composto da membri fissi: la coreografa, il regista, il tecnico degli effetti speciali, il grafico eccetera, costoro sono effettivamente “Perfume”, dato che la performance finale è il palese risultato di un forte lavoro di squadra precedente. Ne sono la prova le due esibizioni ai festival di arti multimediali contemporanee Cannes Lions del 2013 e SXSW ad Austin nel 2015. In entrambe le occasioni si è trattato di vere e proprie celebrazioni del 2.5D: nel primo caso è stato messo in scena un gioco di video mapping su abiti meccanizzati (si aprivano e chiudevano da soli) mentre le cantanti interagivano con i loro doppi in CG, mentre la seconda performance giocava su numerosi pannelli traslucidi sul palco (mossi dalle cantanti stesse) per creare giochi di luce psichedelici di enorme complessità che impedivano al pubblico di distinguere esattamente il vero dal falso.

Performance delle Perfume ai festival Cannes Lions 2013 e SXSW 2015.

Due momenti delle due performance tenute dalle Perfume ai festival di arti multimediali Cannes Lions 2013 e SXSW 2015.

E dopo l’animazione a mano e le performance artistiche in CG, a dimostrare l’amore per le Perfume anche nel mondo del fumetto ci ha pensato la rivista contenitrice settimanale Big Comic Spirits, che nel numero del 4 settembre 2017 ha dedicato al trio la copertina e uno speciale interno diviso in quattro parti: un’intervista con servizio fotografico, un approfondimento sulla loro carriera, un breve fumetto, e una galleria di omaggi alle Perfume da parte di alcuni fumettisti.

Fumetto di Kaoru Curryzawa dedicato alle Perfume su "Big Comic Spirits".

Il fumetto di otto pagine è disegnato da Kaoru Curryzawa, scrittore ed editorialista dal tratto molto semplice perfetto per il suo umorismo gattofilo, e raccolta di tre micioni che visitano alcuni luoghi significativi delle Perfume guidati da tal Porsche Okite. Si tratta di un fumetto in 2.5D, dato che è un misto di disegno e fotografie e che Porsche Okite è un personaggio reale, cantante del gruppo musicale demenziale RomanPorsche. nonché grande esegeta di idol e fan delle Perfume fin dagli esordi.

Illustrazione di Kazuhiro Fujita dedicata alle Perfume su "Big Comic Spirits".

Nelle pagine centrali a colori della rivista trovano spazio gli omaggi alle Perfume da autori più o meno famosi. Il primo è famosissimo: Kazuhiro Fujita, che ha pubblicato anche in Italia svariate opere fra cui Ushio e Tora e Karakuri Circus, i cui personaggi manovrano i fili di marionette proprio come fa Kashiyuka nell’immagine.

Illustrazioni di Noboru Takahashi e Ryo Inoue dedicate alle Perfume su "Big Comic Spirits".

Due autori non ancora pubblicati in Italia: in alto Noboru Takahashi, celebre per le sue trucide storie di yakuza, e in basso il vignettista e illustratore Ryo Inoue.

Illustrazioni di Shohei Manabe e Niwa Tanba dedicate alle Perfume su "Big Comic Spirits".

A sinistra un omaggio alle celeberrime gambe di Kashiyuka da parte di Shohei Manabe, il cui L’usuraio è pubblicato in Italia da Planet Manga, e a destra un’illustrazione molto femminile dell’autrice di seinen femminili Niwa Tanba, inedita in Italia.

Illustrazioni di Yoshiyuki Sadamoto e Nemu Yoko dedicate alle Perfume su "Big Comic Spirits".

Infine, a sinistra Yoshiyuki Sadamoto, che nel vestire le Perfume mischia le plugsuit del suo Neon Genesis Evangelion con la carrozzeria di un’automobile, e a destra la raffinata illustratrice Nemu Yoko, nota per il suo gusto grafico astratto e l’uso onirico del colore.

All’animazione, alla CG e ai fumetti ufficiali si aggiunge un enorme, sconfinato mare di amatori: su Pixiv, il deviantArt giapponese, le Perfume hanno un incredibile successo con quasi 10’000 fanart (a ottobre 2017) fra illustrazioni, mini-fumetti e altri contenuti multimediali, piazzandosi come le artiste musicali di gran lunga più popolari della community. Amate nella realtà, amate nell’irrealtà, amate anche in tutto quel che c’è in mezzo.

Quel gran pezzo dell’Ubalda – The Five Star Stories

Torna Quel gran pezzo dell’Ubalda, la rubrica di critica fumettistica dedicata all’analisi di singole pagine di straordinario valore: stavolta è il turno dell’epopea di fantascienza The Five Star Stories di Mamoru Nagano.

I precedenti articoli di questa rubrica sono consultabili a questo link.


Il soggetto di quest’articolo ha un valore affettivo per l’autore. La sua scoperta casuale risale all’inverno del 2000 nel negozio ascolano della defunta catena di fumetterie Defcon Zero, all’interno di una copia della rivista Newtype datata 03/1999 con in copertina Hsu Ling Ling, la coprotagonista del manga Steam Detectives di Kia Asamiya. Leggere fumetti dall’età di 4 anni, vedere cartoni animati da prima ancora, ed essere già da tempo iniziato all’entertainment giapponese non era ancora abbastanza per cogliere il potenziale artistico che avevano anche i prodotti che venivano da Oriente. Quel Newtype è stato rivelatorio: all’interno c’era un capitolo del fumetto The Five Star Stories, due pagine del quale sono sopravvissute indelebili nel ricordo molto più di migliaia di altre pagine lette prima e dopo.

Immagine di copertina del primo volume di "The Five Star Stories" di Mamoru Nagano.

La tecnologia, la natura, il tempo, la macchina, la vita, l’universo e tutto quanto sulla copertina del primo volume della serie.

The Five Star Stories è un fumetto molto peculiare di un autore altrettanto peculiare quale è Mamoru Nagano. Costui è uno stramboide che veste orribili camicie floreali, che mantiene il suo peso forma fisso a 46 kg per 175 cm di altezza, che ascolta solo hard rock ed è famoso per la sua collezione di vinili, che disegna costumi meravigliosamente kitsch per i personaggi del videogioco Tekken, che si fa fotografare in cosplay di Sailor Venus, e che al contempo è anche un personaggio di basilare importanza per l’evoluzione presa dal fumetto e dall’animazione giapponese dagli anni ’80 in poi, grazie all’impronta decisiva che ha dato al grande tema dei robot, uno dei più importanti se non il più importante in assoluto della poetica nipponica nata a partire dalla Seconda guerra mondiale.

Confronto fra due tavole di "The Five Star Stories" di Mamoru Nagano e un modellino di robot.

In alto: mastodontica doppia pagina da un episodio di The Five Star Stories. Non solo la versione in volumetto viene pubblicata in un formato inconsuetamente ampio, ma anche i capitoli appaiono sulla rivista Newtype che misura cm 25×35: questo vuol dire che (al contrario del 99% dei manga) questo fumetto è pensato per essere fruito in grande. Quando la rivista è aperta è ben più ampia di un A3 ed è possibile apprezzare ogni singolo bullone di ogni robot. Il mecha design dei mezzi è sbalorditivo per perizia ingegneristica, varietà inventiva (con forme ispirate a flora, fauna e folklore) ed eleganza estetica: in basso, un modellino alto 38 cm in scala 1:144 di un robot della serie Jagd Mirage, composto da 197 pezzi che montati insieme fanno stare perfettamente in piedi questo piccolo capolavoro dalle forme spigolose e i tacchi a spillo. In vendita al prezzo di circa € 500.

Basterebbe citare Nagano come mecha designer di Mobile Suit Gundam per immortalarne per sempre la fama, ma ancora più che nella serie di Tomino il suo genio robotico si è espresso nell’opera iconica The Five Star Stories, o FSS per gli amici.

Partita nell’aprile 1986 sull’inserto centrale di Newtype, che ogni mese ospita il capitolo di un fumetto, si era fermata al dodicesimo volume nel 2004 per poi ripartire dal 2013; durante i nove anni di pausa Nagano si è dedicato ad altre attività, fra cui il film GOTHICMADE ambientato sempre nell’universo di FSS, e “universo” è la parola giusta. La grande saga di The Five Star Stories è infatti un ciclo di fantascienza formato da storie staccate fra loro e ambientate in un sistema stellare composto dalle cinque stelle del titolo. L’ispirazione principale è Star Wars, da cui provengono svariati prestiti, fra cui i pianeti con un solo clima, la tecnologia medica di costruzione del corpo, i grandi mezzi di trasporto e altri aspetti di sfondo.

Eppure, The Five Star Stories è molto diverso dalla serie di Lucas grazie ai tre pilastri su cui Nagano ha costruito la sua opera.

In primo luogo, in realtà non è affatto fantascienza: come Star Wars era un prodotto futuribile occidentale ispirato al Medioevo giapponese, FSS è un prodotto futuribile giapponese ispirato al Medioevo occidentale; in pratica, è un fantasy medievale.

Inoltre, mentre Lucas ha basato le sue vicende su una saga famigliare, Nagano ha invece scritto una macrotrama generale corale lunga migliaia di anni e dichiarata fin dal primo volume, il che di fatto annulla l’effetto spoiler dato che è già tutto noto.

Infine, l’idea geniale: se FSS è un fantasy medievale e quindi ci sono cavalieri in armatura, allora questi nel futuro immaginato da Nagano divertano robot giganti composti da tre parti che sono il corpo (il robot meccanico), il cuore (il cavaliere che guida il robot) e la testa, ovvero il computer centrale del robot che prende le forme di una fanciulla bionica chiamata fatima.

Confronto fra una copertina di "The Five Star Stories" di Mamoru Nagano e due cosplayer.

Intelligenze artificiali in forma umana, dotate di volontà propria e di corpi filiformi infiocchettati in abiti di rara complessità: ecco le fatima. A sinistra, la copertina dell’undicesimo volume del fumetto con le fatima Bacstual e Hugtrang, a destra le cosplayer MinTos e Kazeki ne vestono i panni.

Le fatima sono una trovata narrativa e grafica eccezionale perché consentono all’autore di usarle per qualunque scopo: ne esistono a dozzine e possono essere di volta in volta la damigella da salvare o al contrario l’eroina che salva il mondo, fungono da comic relief e da elemento drammatico, spiegano la trama quando si fa complessa o fanno da sfondo… in pratica coprono qualunque ruolo. Inoltre, Nagano le utilizza come esperimenti grafici, dando loro fattezze e indumenti visivamente spettacolari che le rendono il soggetto di cosplay di gran lunga più difficile che esista.

Spesso il tema del rapporto fra il cavaliere e la sua fatima è al centro delle storie di The Five Star Stories: succede proprio questo in una scena del decimo volume, in cui una ragazza e una fatima vengono prese in ostaggio da un bandito. Ecco la scena:

[lettura da destra a sinistra]

Tavola di "The Five Star Stories" di Mamoru Nagano.

Mentre il ridicolo cattivone in pieno stile Ken il guerriero blatera fandonie, la ragazza e la fatima riescono a scappargli. Un gruppo di ninja le insegue, un ragazzo arriva in loro soccorso.

Tavola di "The Five Star Stories" di Mamoru Nagano.

Il ragazzo copre loro le spalle battendosi coi ninja, il cui capo (la donna col bustino leopardato) riconosce in lui un JOTA, equivalente dei padawan di Star Wars.

Tavola di "The Five Star Stories" di Mamoru Nagano.

Insolentita dalle parole di scherno del JOTA, la ninja decide di dargli una lezione uccidendo subito la ragazza, ma…

Tavola di "The Five Star Stories" di Mamoru Nagano.

… sorpresa! La ragazza si è sostituita all’istante con un’insegna di legno e la fatima Aurora lancia la spada al suo «master», ovvero…

Tavola di "The Five Star Stories" di Mamoru Nagano.

… sorpresa! La ragazza di prima, che in realtà è il cavaliere Yuzotta che si libera facilmente dei ninja.

Nella loro apparente semplicità, queste cinque pagine e in particolare le ultime due sono così stracolme di valori culturali e grafico-narrativi da renderle memorabili.

La cultura a cui si riferisce The Five Star Stories è quella otaku: fiorita dalla fine degli anni ’70 come subcultura giovanile, riconosciuta a livello sociologico nel 1983, divulgata da due documentari nel 1991, ufficializzata nel 2008 dal Ministero degli Esteri nipponico con l’elezione formale di Doraemon ad ambasciatore della cultura degli anime nel mondo, e celebrata anche nella cerimonia di chiusura delle Olimpiadi di Rio 2016.

Il significato di “fan di manga & anime” che la parola ha preso in Occidente è fuorviante: in Giappone “fan di anime” si dice anime fan e non ha nulla a che vedere con l’otaku, che è “colui che approfondisce”.

Se come dice Hideaki Anno si definisce “otaku” quello che sta a metà fra l’intrattenimento e il maniakku (ovvero la devozione ai tre fanservice 1) sesso 2) violenza e 3) tecnicismo), allora The Five Star Stories è assolutamente otaku in ogni sua parte e sottoparte, dato che l’intera saga racconta epiche storie d’amore e di guerra caratterizzate da 1) giovinette in minigonna 2) combattenti 3) a bordo di robot; i robot stessi sono composti da 1) una graziosa fatima 2) un cavaliere armato e 3) un gigantesco mecha progettato con verosimiglianza. Persino quando non ci sono robot FSS non smette di raccontare avventure incorporando costantemente le tre parti: ad esempio, nelle ultime due facciate si trovano 1) ragazzine con la biancheria intima al vento 2) che mozzano arti 3) armate di katana contro nemici armati di kunai accuratamente descritti.

Dettagli di una tavola di "The Five Star Stories" di Mamoru Nagano.

Due dettagli della spada impugnata da Yuzotta nella quinta tavola: nonostante le dimensioni minuscole, il disegno è sufficientemente dettagliato da far riconoscere che il guardamano tsuba è del tipo zougan con intarsi in oro applicati meccanicamente (in rosso), e che è presente il pugnaletto di scorta kougai (in blu), entrambi veri elementi delle katana giapponesi.

Alla capacità di incorporare con naturalezza i tre elementi del fanservice nelle sue storie si aggiunge un altro elemento decisivo che è la studiabilità dell’operaNeon Genesis Evangelion può vantare innumerevoli pubblicazioni e siti web dedicati alla sua interpretazione, ma The Five Star Stories è un passo avanti: la ricchezza contenutistica del fumetto è tale da aver prodotto finora cinque enormi volumi denominati F.S.S. DESIGNS che sono di fatto un’enciclopedia che raccoglie l’enorme patrimonio iconografico, storiografico, strategico-tattico-logistico militare, geografico e narrativo sviluppato da Nagano in oltre trenta anni di lavoro. Stile + sostanza = otaku.

Oltre a fungere da manifesto per tutta una cultura giovanile (e non solo), The Five Star Stories può vantare un’enorme qualità grafico-narrativa, due aspetti che nei fumetti sono ovviamente inscindibili.

L’aspetto grafico è quello piu immediatamente riconoscibile: i suoi robot chiamati Mortar Headd (pronuncia giapponese alternativa di Motörhead) posseggono una qualità tecnica ed estetica stupefacente, e quelli della serie Phantom sono forse fra i più belli mai disegnati in un fumetto giapponese. I cavalieri headdliner hanno stendardi, abiti e portamenti di palese influenza rinascimentale italiana. Eppure, sono comunque le fatima gli elementi di maggior spicco e influenza di FSS, base di praticamente qualunque eroina giapponese in tutina aderente, comprese quelle di Neon Genesis Evangelion.

Confronto fra Yumeji Takeshisa, "The Five Star Stories" di Mamoru Nagano, "Neon Genesis Evangelion" di Hideaki Anno e le Perfume.

Breve storia dell’evoluzione delle fatima. Da sinistra: il pannello centrale del trittico Pini, bambù, pruni, dipinto negli anni ’20 del XX secolo da Yumeji Takehisa, mostra già donne dalle proporzioni allungate e fasciate in fiocchi decorati irrealisticamente grandi; la fatima Est nella sua tutina aderente da battaglia; Rei Ayanami come appare nel film Evangelion 3.0, con lo spazio fra le gambe accentuato come tipico dello stile grafico di Nagano; infine, le cantanti giapponesi Perfume nel videoclip di Spending all my time indossano abitini da fatima con esattamente i loro stessi tipici calzini bianchi e scarpe nere col tacco.

L’aspetto narrativo è più sottile e meno immediato, ma non meno studiato, e queste cinque tavole ne sono un esempio: premesso che l’intera scena è gestita benissimo a livello grafico e narrativo, tant’è vero che non è necessario comprendere la lingua per capire a grandi linee quello che sta succedendo, sono in particolare le ultime due tavole a rivelare il talento di Nagano, che prima ancora che un fumettista è un illustratore e pensa le sue tavole in funzione dell’apprezzamento visivo, come illustrazioni giustapposte. Se il fumetto è arte allora va analizzato con i criteri dell’arte, compreso il confronto con altre opere significative.

"Neve a Fukagawa" di Kitagawa Utamaro.

Kitagawa Utamaro è stato un artista ukiyoe, celebre per le sue stampe di ritratti femminili e scene erotiche, che ha lasciato al mondo anche i tre capolavori Luna a Shinagawa, Fiori a Yoshiwara e soprattutto Neve a Fukugawa (nell’immagine). Quest’ultimo in particolare è molto celebre in patria poiché si credeva disperso dal 1948 ed è stato riscoperto nei depositi del Museo Okada a Hakone solo nel 2014: si tratta di un’immagine mitica per i giapponesi, un simbolo di raffinatezza perduta nel tempo (e per fortuna ritrovata).

Due tavole di "The Five Star Stories" di Mamoru Nagano.

L’unione delle ultime due tavole così come sono visibili sulla doppia pagina stampata permette di comprenderne al meglio i valori compositivi.

Confonto fra "Neve a Fukagawa" di Kitagawa Utamaro e due tavole di "The Five Star Stories" di Mamoru Nagano.

In alto: Fukagawa era una delle tre zone a luci rosse di Edo (oggi Tokyo); nella casa delle geisha rappresentata da Utamaro i 30 personaggi (26 donne, un bambino, un gatto e due passerotti) sono divisi in tre gruppi contenuti in strutture triangolari: quelli intorno al cortile, quelli nella stanza a destra, e quelli in alto sul balcone. In rigoroso accordo con l’estetica wabi-sabi i triangoli sono disomogenei per forma, posizione e disposizione. Anche nelle tavole di Nagano i personaggi e gli oggetti sono disposti secondi triangoli iscritti nelle vignette, e definiti dagli sguardi dei personaggi e dalla disposizione di soggetti (corpi e cose) ed elementi grafici (onomatopee e linee cinetiche).

Confonto fra "Neve a Fukagawa" di Kitagawa Utamaro e due tavole di "The Five Star Stories" di Mamoru Nagano.

I personaggi principali nel dipinto di Utamaro sono tre geisha vestite con abiti lussuosi e rappresentate con doppie forme triangolari, per il corpo e per lo spazio fra i lembi del kimono (ovvero fra le gambe, con sottile rimando erotico). Anche in Nagano i personaggi principali sono costruiti con triangoli per i corpi e altri triangoli per le gambe.

Confonto fra "Neve a Fukagawa" di Kitagawa Utamaro e due tavole di "The Five Star Stories" di Mamoru Nagano.

Infine, la lettura dell’opera. Neve a Fukagawa è un’opera statica con una composizione molto armonica; il gruppo in basso avanza verso destra, dove c’è il gruppo che si scalda intorno al braciere, che guarda in alto alle donne che giocano, due delle quali guardano in basso la scena del bambino che insegue il gatto, e il circolo ricomincia. Solo le due donne in mezzo sono nel loro mondo e guardano i passerotti. È interessante notare come i gruppi siano spezzati dai pilastri verticali bianchi, che come la closure (lo spazio bianco) nel fumetto distinguono le “vignette”. Succede proprio questo in The Five Star Stories: lo spazio bianco divide le scene, ma gli occhi percepiscono un unicum. Poiché le due tavole sono stampate in grande, quando si gira la pagina si vedono insieme immediatamente e la lettura prende ritmi circolari come in Utamaro. Dai due personaggi principali (che si stagliano sul bianco) parte l’azione: la fatima Aurora ha gli occhi verso l’alto e guarda nella vignetta sopra di lei che al posto della ragazza c’è l’insegna; la ninja se ne accorge e subito si volta a sinistra per guardare verso la ragazza nella pagina a fianco. Sotto la gonna di Aurora è nascosta la spada, e la lancia a Yuzotta guardandola al di là dello spazio bianco fra le due pagine. Yuzotta prende la spada e la ninja la guarda dalla sua vignetta. Yuzotta ora impugna la spada e senza cambiare profilo (come a sottintendere che l’azione è istantanea) elimina i ninja. A questo punto l’azione finisce, e la scena si conclude con la vista dall’alto di Yuzotta e il JOTA contro i ninja: per allentare il ritmo l’ultima vignetta ha una scenetta comica.

Nonostante le pagine siano divise in vignette le quali hanno un loro ordine di lettura, per via della loro struttura grafica si potrebbero considerare le ultime due tavole come un’immagine unica a lettura libera. Come in Neve a Fukagawa non c’è un preciso punto di partenza e l’occhio dell’osservatore può spaziare come vuole (a patto di seguire l’ordine circolare in senso antiorario), allo stesso modo nelle due pagine di The Five Star Stories il lettore è libero di leggere come vuole (a patto di andare da destra a sinistra).

Analisi grafica di due tavole di "The Five Star Stories" di Mamoru Nagano.

Analisi grafica di due tavole di "The Five Star Stories" di Mamoru Nagano.

Analisi grafica di due tavole di "The Five Star Stories" di Mamoru Nagano.

Tre delle numerose possibili letture di queste due pagine. Dall’alto: la prima lettura è quella più semplice e si concentra solo sul minimo indispensabile, cioè volti e vignette nell’ordine in cui compaiono. La seconda lettura è quella più attenta alla disposizione di corpi e oggetti e segue con lo sguardo tutti i dettagli delle tavole (la scritta “Ristorante cinese” sull’insegna, il marchio sul frontale, la mano di Aurora, la spada, le scarpe di Yuzotta, la baruffa alla fine); è la lettura più faticosa perché costringe il lettore a numerosi movimenti oculari e cambi di direzione. La terza lettura è la più dinamica e si concentra solo sul movimento dei personaggi: gli occhi si fanno guidare dalle pose e dagli sguardi, senza necessariamente seguire l’ordine cronologico; d’altronde, nulla costringe a pensare che la sesta vignetta (la ninja grida «È un cavaliere!») sia cronologicamente successiva alla quinta (Yuzotta afferra la spada), potrebbero essere contemporanee, oppure la sesta venire prima della quinta come suggerito dal flusso di lettura verticale dalla quarta alla quinta vignetta.

Si potrebbe persino azzardare una lettura spaziale delle due pagine: immaginando la ninja come osservatrice dell’azione (quindi nella stessa posizione del lettore), con la fatima Aurora fisicamente a destra e il cavaliere Yuzotta fisicamente a sinistra, allora il movimento che compie la testa del lettore nello spostarsi dalla pagina destra alla pagina sinistra è lo stesso che compie anche la ninja nel seguire l’azione del lancio della spada. In questa maniera Nagano crea un’esperienza molto più immersiva rispetto a quella cinematografica, perché richiede il movimento fisico del lettore e al contempo ne minimizza lo sforzo gestaltico, dato che i personaggi e gli oggetti sono già disposti in maniera da essere facilmente traslabili con lo sguardo.

Analisi grafica di due tavole di "The Five Star Stories" di Mamoru Nagano.

L’azione in movimento. A destra Aurora salta in alto alzando la gonna che scopre la spada → nel cadere verso il basso (fisicamente e graficamente), lancia la spada a sinistra che sale (fisicamente e graficamente) fino a Yuzotta nella pagina a fianco → Yuzotta afferra la spada e ricade (fisicamente e graficamente) a terra. Le pose dei personaggi e della spada restano sostanzialmente uguali a sottolineare la velocità dell’azione.

Pur senza griglie concettuali, immagini chocanti, dialoghi arguti, curve di tensione, multiple dimensioni o altre trovate narrative, pur senza alcun artificio Nagano riesce a usare il medium del fumetto con una semplicità solo apparente grazie alla quale ottiene una eleganza formale ai massimi livelli e un esempio eccezionale di arte sequenziale allo stato purissimo: less is more. Due pagine sopravvissute indelebili nel ricordo molto più di migliaia di altre pagine lette prima e dopo.

JoJo è fashion victim e gli otaku fashion maniac

Fin dal suo esordio Le bizzarre avventure di JoJo, considerato una assoluta pietra d’angolo del fumetto giapponese contemporaneo e al contempo uno dei suoi più clamorosi outsider, si è posto come il manifesto a caratteri cubitali degli interessi personali dell’autore Hirohiko Araki, ovvero «un amante della musica, dell’arte rinascimentale, dell’Italia, della moda, dei romanzi ottocenteschi e della letteratura in generale, della prestidigitazione, della psicologia, dell’archeologia, della storia, del cinema, del fumetto e di altra robetta», tutte passioni incastrate insieme in forme via via sempre più clamorose ed esasperate.

Hirohiko Araki e la copertina di ""Heroes"" di David Bowie.

Hirohiko Araki in posa plastica sul risvolto di copertina di Le bizzarre avventure di JoJo: è sempre stato un insopportabile fighetto, d’altronde nonostante vada per i 60 anni ne dimostra meno di 30, quindi se lo può permettere. Ma questa posa… a chi somiglia? Ovviamente a David Bowie sulla copertina dell’album “Heroes” del 1977, ennesima conferma dell’amore del fumettista per la musica rock. Fra l’altro Araki che interpreta Bowie è un cerchio che si chiude, dato che quello scatto fu realizzato proprio da un fotografo giapponese, ovvero quel Masayoshi Sukita storico collaboratore del musicista britannico.

La genialità di Araki gli ha consentito non solo di portare avanti il suo improbabile melting pot per decenni, ma persino di ricevere indietro attenzione dai suddetti ambiti. È successo ad esempio nel 2010, anno in cui il fumettista ha collaborato nientemeno che con il Museo del Louvre (privilegio che condivide solo con Enki Bilal e Jirou Taniguchi) realizzando il volume originale autoconclusivo Rohan au Louvre, in cui il protagonista si imbatte nel mistero del dipinto realizzato con la tinta nera più nera mai creata.

Ancor più significativo è però l’interesse per il mangaka dimostrato dal mondo della moda, come quando nel 2011 la rivista giapponese SPUR ha avuto l’incredibile intuizione di celebrare insieme il trentesimo anniversario d’attività di Araki e il novantesimo della casa di moda italiana Gucci, commissionando al fumettista un breve episodio a colori in cui i protagonisti si contorcono, si sciancano e si deformano ben vestiti con gli abiti della collezione A/I 2011/2012. La strana coppia Gucci & Araki funzionò così bene ed ebbe così successo che per la successiva stagione P/E 2013 fu direttamente Frida Giannini, al tempo direttrice creativa del marchio fiorentino, a chiedere al fumettista di curare le vetrine dei propri negozi, col risultato che la mente di Araki partorì immagini di cavalli radioattivi e cupole del Brunelleschi fucsia, in una tale esplosione di colori che valse l’allestimento di una mostra di tavole originali direttamente nella sede del marchio a Firenze.

Fotografie e relative illustrazioni di Hirohiko Araki di abiti di Gucci.

Due abiti della collezione Flora di Gucci (quella il cui profumo ha uno degli spot tv più belli di tutti i tempi diretto da Chris Cunningham) nell’interpretazione del fotografo e di Araki. Non è chiaro come sia umanamente possibile che Jolyne cavalchi in quelle posizioni, ma il rispetto della fisica newtoniana non è la priorità di Araki.

Quindi Araki e la moda sono strettamente collegati, e non è una novità: basta vedere come i personaggi di Le bizzarre avventure di JoJo siano ricoperti di cuori e simboli della pace, cioè esattamente i marchi iconici di Moschino, casa di moda dichiaratamente d’ispirazione al fumettista; non è una novità nemmeno che i suoi lettori sono moltissimi e quindi se ne trovano negli ambienti più disparati, redazioni di fashion magazine incluse. La novità però è che, per religiosa devozione al loro idolo, gli otaku di Araki sono diventati non solo esperti di moda, ma addirittura investigatori. D’altronde lo diceva bene un servizio sul numero 61 di Colors, la rivista di Benetton curata da Oliviero Toscani: «in Giappone l’importante non è l’oggetto della devozione, ciò che conta è la devozione stessa, lo sfogo di energie ribelli, la creazione di un santuario privato». E proprio per approfondire gli studi gnoseologici sulla loro divinità, i devoti di Araki hanno ricostruito le fonti da cui il loro demiurgo ha attinto per creare la Bibbia, aka Le bizzarre avventure di JoJo.

Tre stereotipi dell'otaku: l'utente 731 di "Train Man", Tanaka di "Otaku no video" e Kanon degli AN CAFE.

Tre varianti del perfetto stereotipo dell’otaku. A sinistra: l’utente 731 interpretato da Takayuki Yamada nel film di Train Man, insieme a Miki Nakatani nella parte di Hermès. A destra: sopra, Tanaka dal basilare OAV documentaristico, mezzo cartone animato e mezzo dal vivo, Otaku no video; sotto, il bassista Kanon della rock band visual kei AN CAFE indossa il completino sfoggiato nel videoclip-cortometraggio Kyuu. In Giappone la divisa ufficiale degli otaku è composta da bandana (su capelli abbandonati a sé stessi), camicia a quadrotti, jeans sformati, scarpe da ginnastica e zainetto, il tutto 24/7 e 365 giorni l’anno: la moda non è proprio il primo interesse dell’otaku medio.

Dalla fine dello scorso mese di aprile sono apparse su Matome, una BBS giapponese, alcune pagine in cui i fan di JoJo stanno progressivamente analizzando e sviscerando tutte le varie influenze del maestro, raccogliendo insieme e catalogando in pagine omogenee i riferimenti che utenti distinti avevano via via individuato in anni di ricerche. Anche se la maggior parte sono pagine di riferimenti musicali, più facilmente comprensibili perché Araki spesso usa veri titoli di canzoni e album o nomi di musicisti (a partire dallo stesso nome JoJo che viene da Get Back dei Beatles), la pagina più interessante è proprio quella legata alla moda: gli instancabili otaku infatti non si sono limitati a cercare su Google il nome di Enrico Pucci, ma come topi di biblioteca hanno frugato fra decenni di immagini di moda per ritrovare quelle a cui si è rifatto il fumettista. Il risultato è particolarmente impressionante perché mostra non solo che Araki possiede una cultura del fashion molto vasta nello spazio e nel tempo, ma anche e soprattutto che l’autore è riuscito a incamerare una gran quantità di spunti rielaborandoli in maniera del tutto personale, applicando pose, gesti, abiti, colori e quant’altro alle sue necessità visive e narrative, senza banalmente copiare qualcosa di bello o famoso.

Non solo Araki rielabora creativamente la fotografia di moda. Per i complessi balletti del gruppo vocale giapponese Perfume, la loro coreografa Mikiko ha dichiarato di rifarsi alle pose delle modelle nelle riviste glamour: i passi di danza delle cantanti non hanno praticamente alcuna attinenza coi testi dei brani, ma altro non sono che passaggi da una posa all’altra in una sorta di servizio fotografico cantato, come è particolarmente ben visibile nelle coreografie dei brani Natural ni koi shite e Nee (non a caso realizzati per le stagioni P/E e A/I 2010 della catena di negozi d’abbigliamento NATURAL BEAUTY BASIC) e soprattutto in Fushizen na girl (“Ragazza innaturale”, non a caso), che è fondamentalmente una serie di pose fotografiche una dietro l’altra. La cosa peraltro acquista perfettamente senso considerando che lo scopritore, produttore, paroliere e compositore unico delle Perfume è il dj Yasutaka Nakata, che ha iniziato la carriera proprio come compositore di musiche per sfilate di moda. Strike a pose!

Di seguito sono riportati solo alcuni esempi fra i più lampanti e riusciti del processo con cui Araki ha introdotto le immagini di moda nel suo paese delle meraviglie nelle quattro categorie d’uso principali, ovvero copertine di riviste, pubblicità, foto di moda e illustrazioni. Per maggiori informazioni e soprattutto per scoprire molti, molti più confronti rimandiamo alla succitata pagina su Matome, al paradiso del fandom (qualunque fandom) ovvero Tumblr, e alle molte pagine di utenti giapponesi sull’argomento.

Fonti iconografiche de "Le bizzarre avventure di JoJo" 01: copertine di riviste di moda.

La prima tipologia di fonti di Araki riguarda le copertine delle riviste di moda che, essendo la parte della pubblicazione più esposta al pubblico, giocoforza presenta spesso immagini di forte impatto. In questo caso, a sinistra la modella Christy Turlington posa sulla copertina della rivista americana V Magazine (caratterizzata sempre dalla presenza di una enorme V a tutta grandezza con cui il fotografo deve rapportarsi), e a destra J.Lo Zeppeli si mangia le unghie sulla copertina di un capitolo della settima serie Steel Ball Run.

Fonti iconografiche de "Le bizzarre avventure di JoJo" 02: pubblicità di moda.

Aperta la rivista, ecco che ci si imbatte nella seconda fonte iconografica di Araki: le pubblicità. È risaputo che le pubblicità di moda non sono semplici inviti all’acquisto, ma opere d’arte che esprimono la filosofia del marchio prima ancora che mostrare il prodotto, e che alcuni dei più grandi fotografi di sempre sono appunto fotografi di moda. È stato il caso dello statunitense Richard Avedon, la cui importanza e influenza nell’arte della fotografia è paragonabile all’importanza e influenza di Duchamp nelle arti visive. A sinistra: uno scatto dei primi anni ’90 di Avedon per Versace, a destra Giorno Giovanna ci dà il buongiorno.

Fonti iconografiche de "Le bizzarre avventure di JoJo" 03: libri fotografici di moda.

La terza grande ispirazione di Araki sono i libri fotografici di moda. Data la mole di “prestiti”, Araki pare apprezzare particolarmente Men without Ties, un libro di Gianni Versace del 1995 con testi suoi e fotografie di Herb Ritts, Bruce Weber e di nuovo Richard Avedon; di quest’ultimo Araki ha rimaneggiato molte foto, come questa (a sinistra) tratta dal celebre e splendido servizio fotografico del 1993 con Stephanie Seymour e Marcus Schenkenberg in pose di danza, che diventa una presa fra J.Lo Zeppeli e Johnny Joestar sulla cover del quinto volume di Steel Ball Run (a destra).

Fonti iconografiche de "Le bizzarre avventure di JoJo" 03B: libri fotografici di moda.

A sinistra, un’altra foto tratta da Men without Ties, stavolta scattata da Bruce Weber, un fotografo noto come ritrattista di Madonna nei primi anni ’80 e diventato celebre per indagare spesso il tema del doppio: un tema caro anche a Hirohiko Araki, ed esplicitato nel personaggio doppio in tutto Josuke Higashikata dell’ottava serie JoJolion, il quale possiede doppie iridi, doppia lingua, persino doppi genitali e anche doppio nome dato che è lo stesso del protagonista della quarta serie Diamond Is Unbreakable (e 8 è il doppio di 4). A destra, la 15esima copertina di Diamond Is Unbreakable ribatte ancora il tema del doppio rifacendosi alla foto di Weber per illustrare il rapporto fra Stand e Portatore, con Crazy Diamond e Josuke Higashikata ricoperto di cuori e simboli della pace di Moschino.

Fonti iconografiche de "Le bizzarre avventure di JoJo" 04: illustrazioni di moda.

Infine, l’ultima grande fonte di Araki sono le illustrazioni di moda, un tipo di immagini ancora molto vivo e attivo fino agli anni ’80 e poi purtroppo caduto progressivamente parecchio in disuso negli ultimi decenni. In particolare, Araki sembra ammirare molto il portoricano naturalizzato americano Antonio Lopez, che lavorò tantissimo anche per marchi italiani come Missoni e a cui la Rizzoli ha dedicato un grande volume celebrativo nel 2012. A sinistra un doppio ritratto di Lopez del 1983, e a destra il sesto volume di Vento aureo col ritorno del doppio tema del doppio.

Pare che insomma il matrimonio fra Hirohiko Araki e il mondo della moda, specialmente quella italiana, fosse più che naturale: il fumettista si ispira continuamente alle immagini fashion, e i marchi erano da decenni alla ricerca di un nuovo illustratore dopo la dipartita di Lopez. A questo punto per chiudere il cerchio manca solo una collaborazione di Araki con le succitate Perfume, cosa peraltro per nulla improbabile dato che il trio ha già collaborato con un anime, che nel videoclip di Natural ni koi shite al minuto 2:00 le tre fanno il popolarissimo gesto di Jonathan Joestar con la mano davanti alla faccia, e che Kashiyuka (quella coi capelli lunghi) è dichiaratamente una fan persa de Le bizzarre avventure di JoJo. Araki & l’arte, Araki & la moda, e prossimamente forse Araki & la musica: la conquista del mondo continua, wryyy.

Le Iene, il lolicon e il giornalismo pressappochista

Attenzione: l’articolo contiene immagini che potrebbero essere considerabili NSFW.


Il 31 marzo 2016 la popolare trasmissione televisiva Le Iene su Italia 1 ha trasmesso un servizio che ha rotto l’Internet. L’inviata Nadia Toffa ha infatti realizzato con Marco Fubini un reportage giornalistico dal titolo Solo fantasie sessuali o pedopornografia?, dedicato al noto e difficile tema dell’ambiguo rapporto esistente in Giappone fra la sessualità e la giovinezza. Sarebbe stata un’idea meritevole di grande interesse, se solo gli autori avessero coinvolto dei professionisti, esperti, gente del settore, sessuologi e psicologi locali e competenti in materia, ma tutto ciò non è successo, preferendo intervistare l’uomo della strada. Anche così, sarebbe potuto venir fuori qualcosa di interessante o, mal che vada, un servizio scadente, se non fosse che Toffa e Fubini hanno allargato il tema fino a comprendere l’entertainment giapponese e buttando nel calderone roba a caso fra cui, ed ecco il problema principale, i manga. L’immagine negativa, se non ripugnante, che il servizio dà dei fumetti giapponesi in toto è stata ovviamente molto male accolta dal pubblico otaku che si è unito su Internet in un coro di articoli, critiche, videorisposte e meme che a oltre una settimana dall’evento non si è assolutamente placato. In realtà il quadro della società nipponica che hanno dipinto Toffa e Fubini non è affatto inedito, e soprattutto non è inedita l’identificazione nei manga della pietra dello scandalo di qualunque cosa (lo fanno anche i giapponesi stessi), facendo di tutt’erba un fascio esattamente come sono soliti i media italiani dagli anni ’80, con corsi e ricorsi di cui questo è solo l’ultimo in ordine di tempo.

Qualunque sito web che ha rapporti coi fumetti, dai portali ai forum ai blog agli utenti sui social network (Facebook in testa) e gli youtuber, tutti si sono sentiti in dovere di esprimere la loro opinione, riassumibile in: la Toffa non capisce niente di manga, tacesse per piacere. Probabilmente hanno ragione, ma d’altronde il tema del servizio non erano i manga, era un altro, e cioè il labile confine fra sessualità criminale immaginaria e reale. Peccato che l’argomento sia stato affrontato in maniera così maldestra, poco professionale e superficiale che alla fine quello che risalta di più è effettivamente la pessima figura che ci fa l’entertainment giapponese, ridotto a serbatoio di fantasie morbose per maniaci.

Solo fantasie sessuali o pedopornografia? sarebbe potuto essere un servizio interessante, e invece si perde in una marea di errori piccoli, grandi e madornali che ne decretano il suo essere un fallimento giornalistico ed ennesimo, valido precedente per chi detesta la tv e l’informazione televisiva, fra l’altro da un programma come Le Iene che non è la prima volta che si copre di ridicolo a seguito di servizi superficiali e che citano una sola fonte. Eppure, di fronte a questi venti minuti di reportage sgangherato, Dimensione Fumetto vuole fare una cosa che nessun altro sito, blog, utente, portale, youtuber, commentatore del bar o passante o altro ha fatto: analizzare nel dettaglio perché il servizio di Toffa & Fubini è pessimo. La mission dell’Associazione Culturale Dimensione Fumetto e di questo suo sito è di diffondere la cultura del fumetto, che è un’arte: eviteremo quindi di fare quel che hanno fatto tutti gli altri, cioè attaccare la Toffa, o correggerle la pronuncia del giapponese, o scrivere j’accuse angustiati, o prenderne le distanze da snob, o fare spallucce, nemmeno stileremo una lista di titoli meritevoli per dimostrare che i manga sono belli, e tanto meno daremo una qualunque valutazione qualitativa sui fumetti: quello che faremo è analizzare perché il servizio è fondamentalmente sbagliato. Perché sì, lo è.

Immagini sensuali di bambini nella storia dell'arte.

Alcuni esempi di bambini in comportamenti lascivi nella storia dell’arte. In alto alcuni dipinti: a sinistra Amor vincit omnia in cui Caravaggio ritrasse il suo boy toy in una posa ancora oggi imbarazzante; a destra, in alto, un dettaglio de La caccia di Diana del Domenichino dove una giovane ninfa guarda lo spettatore con aria provocante e allargando le gambe; in basso La stanza del 1953 dell’artista francese Bathus, più volte accusato di pedofilia. Sotto, alcune fotografie; a sinistra, sopra: uno scatto del barone tedesco Wilhelm von Gloeden che visse a Taormina a cavallo fra il XIX e il XX secolo e ricostruì coi giovani del posto scene dell’Arcadia greca; sotto, una foto del britannico David Hamilton che negli anni ’80 allestì un casolare nel sud della Francia affollato di bambine che fotografava senza veli col suo celebre stile soft focus; a destra un ritratto di Alice Liddell, la bambina che ispirò Lewis Carroll nella creazione di Alice nel Paese delle Meraviglie, ripagata con decine di foto nelle pose e ambientazioni più diverse, a volte in situazioni pruriginose tanto da aver spinto i critici letterari a ipotizzare una probabile pedofilia dell’autore. Cosa c’entra il Domenichino con i manga? Beh, esattamente come la pittura ad olio e la fotografia, anche il fumetto è un’arte, e se non partiamo dal dato di fatto che i fumetti sono arte, allora la discussione non può nemmeno iniziare.

Le dichiarazioni di Nadia Toffa

Akihabara, un quartiere interamente dedicato ai manga.

E mentre lo dice è davanti a un negozio di modellistica. Si dirà: «Vabbè, più o meno è lo stesso ambito». Ok, allora è come dire che una gipsoteca, cioè un museo in cui sono esposte sculture in gesso, è uguale a una pinacoteca, cioè un museo in cui sono esposti dipinti, perché più o meno è lo stesso ambito.

Nella secolare diversificazione lavorativa che ha conosciuto e ancora conosce l’urbanistica giapponese, l’attuale zona di Akihabara ha finito per ricevere il soprannome di Electric Town in virtù dell’abnorme concentrazione di negozi e servizi dedicati all’elettronica, sia di consumo sia professionale; ovviamente nell’elettronica di consumo giapponese un ruolo forte ce l’hanno i videogiochi e da lì per abbinamento d’idee si arriva ai fumetti, ma non sono la stessa cosa esattamente come non lo sono balletto e musica: il fatto che siano legati non vuol dire che siano la stessa arte, e una prima ballerina non è detto che sia un primo violino e viceversa.

Una vera e propria Disneyland del fumetto!

Mah, beh, insomma, è un’iperbole giornalistica, certo, ma nonostante per i turisti occidentali Akihabara possa essere un parco divertimenti (e ammesso che lo sia, sarebbe una Disneyland non del fumetto bensì delle schede madri per i motivi sopra esposti), in realtà basta visitarla per un tempo superiore a quello standard che gli dedica il turista per rendersi conto che è una zona urbana con aziende, residenze, supermercati, barboni e tutto il resto. Poi è vero che la società giapponese tende a riassumere le stesse “corporazioni lavorative” in zone geografiche distinte, come nella Firenze medievale, ma il Quadrilatero della moda di Milano sarebbe definibile come una Disneyland del fashion?

Questo palazzo di sette piani è il paradiso degli amanti del genere.

È Card Kingdom, un negozio di carte collezionabili, e il nome del negozio è scritto a lettere cubitali sulla facciata: fare un servizio in Giappone senza conoscere il giapponese è come fare un servizio in Inghilterra senza conoscere l’inglese, sarebbe accettabile? Non si pretende che Nadia Toffa parli il giapponese, ci mancherebbe, ma avevano un interprete? Chissà. Inoltre Card Kingdom, poiché vende solo carte collezionabili e nient’altro, interessa solo a chi gioca con le carte collezionabili e non a tutti gli «amanti del genere». Si dirà: «Vabbè, più o meno è lo stesso ambito». Ok, allora è come dire che il Museo del Cinema di Torino, concentrato prevalentemente sul precinema e il cinema delle origini, è il paradiso degli amanti del genere cinecomic americano, perché più o meno è lo stesso ambito. Fra l’altro, quei sette piani in realtà sono otto e nei primi due c’è il negozio della Dell (va bene non conoscere il giapponese, ma i computer esposti in vetrina li hanno visti?), nel quinto un negozio di modellistica, nel sesto gli uffici di Leopalace21 e nel settimo quelli di iDEAL, che sono due agenzie immobiliari.

Zona di Akihabara da Google Maps con i negozi "Card Kingdom" e "GAMERS".

La zona di Akihabara, proprio sotto la stazione, che si vede anche nel servizio de Le Iene. La Toffa avrebbe fatto meglio a scegliere il palazzo a fianco a quello dove c’è Card Kingdom, dato che le mascotte del negozio di elettronica di consumo GAMERS, ovvero i personaggi di Di Gi Charat, almeno sono in stile cartone animato e quindi facilmente confondibili da un non esperto.

Infine, gli «amanti del genere»… quale? Il “genere manga”? Manga è una parola che in lingua giapponese vuol dire solo “fumetto” senza connotazioni né di genere né di nazionalità (principio base ancora non compreso affatto nemmeno dai fan stessi, che per ragioni di semplicità e comunicazione continuano ad assegnare al termine una limitazione geografica che non ha), ed esattamente come il cinema o la letteratura, anche il fumetto non è un genere bensì un linguaggio tecnico-artistico, ovvero un’arte.

Ma manga vuole anche dire sesso, cioè cartoni porno, e porno in Giappone vuole anche dire bambine.

Soprassedendo sull’arbitrario e improvviso abbinamento fra fumetti e cartoni animati, proviamo a traslitterare la frase: «Ma cinema vuole anche dire sesso, cioè film porno, e porno in Europa vuole anche dire bambine»… una clamorosa semplificazione di questo tipo sarebbe accettabile? Jacques Rivette non avrebbe gridato tutta la sua abiezione sui Cahiers du cinéma nel trattare un’intera produzione artistica in questo modo? Per quanto Marco Togni difenda le parole della Toffa come linguaggio giornalistico, il semplicismo del passaggio immediato dai manga alla pedopornografia è francamente inaccettabile e totalmente contrario all’etica giornalistica che ha come basi “il rispetto della verità sostanziale dei fatti” e “i doveri imposti dalla buona fede e dalla lealtà”: la Toffa è in buona fede saltando dal medium fumetto alla pedopornografia nel giro di due virgole? E nella traslitterazione, la sostituzione del Giappone con l’Europa non è casuale, dato che stando ai rapporti di Telefono Azzurro il 39% dell’intero indotto mondiale della pedopornografia riguarda l’Europa e solo il 12% (meno di un terzo) l’intera Asia, pur considerando che innegabilmente il Giappone è il primo paese asiatico per giro economico.

L’immaginario della ragazzina delle elementari che fa sesso, o che comunque è oggetto delle attenzioni degli adulti, qui in Giappone è la normalità, cioè è un fattore culturale accettato.

No, non è affatto un fattore culturale accettato, dato che alla domanda se la pornografia minorile disegnata vada regolamentata per legge l’86,5% degli intervistati ha risposto positivamente e solo il 2,5% negativamente: se la matematica non è un’opinione, 9 persone su 10 sono la normalità e quindi la normalità è la schiacciante non accettazione della sessualità immaginaria fra bambini e adulti, non accettazione che ovviamente diventa assoluta e penale nel caso di pornografia reale e non disegnata. Va fatto notare inoltre che anche in Italia la pornografia minorile disegnata è legalmente accettata: se quindi sia in Giappone sia in Italia la pedopornografia reale è moralmente e penalmente condannata, mentre quella immaginaria è moralmente ma non penalmente condannata, allora anche in Italia l’immaginario della ragazzina delle elementari che fa sesso con adulti è un fattore culturale accettato? Si dirà: «Vabbè, ma in Giappone c’è una quantità di fumetti pedopornografici incomparabilmente più grande che in Italia». È vero, ma d’altronde in Giappone c’è una incomparabilmente più grande produzione e vendita di fumetti in generale rispetto all’Italia. Cioè, se in Giappone si produce 1’000 volte il numero di titoli e si stampa 100’000 volte la quantità di fumetti rispetto all’Italia, allora non appare strano che ci sia 1’000 volte il numero di titoli e 100’000 volte la quantità di fumetti anche di genere pedopornografico.

Va inoltre ricordato che i manga pedopornografici rappresentano una fetta non maggioritaria all’interno della più generale produzione fumettistica pornografica giapponese, tecnicamente nota col nome di hentai, che è sicuramente enorme, ma comunque incomparabile rispetto a quella generalista: titoli di successo come One Piece vendono quasi quattro milioni di copie a numero (ogni tre mesi) e 300 milioni di volumi totali; stiamo parlando di un singolo fumetto, eh, non dell’intero mercato editoriale giapponese, e giusto per fare un confronto l’intero mercato editoriale librario italiano arriva a stampare (stampare, non vendere) circa 180 milioni di copie all’anno: ripetiamo per dare una scala di riferimento, il solo One Piece quasi 16 milioni di copie all’anno, l’intera editoria italiana 180 milioni di copie in totale all’anno. Rispetto ai manga generalisti, i fumetti pornografici raggiungono numeri imbarazzantemente più bassi, e quelli pedopornografici nello specifico, essendo non accettati socialmente, benché la Toffa dica il contrario, sono venduti principalmente in maniera amatoriale col metodo delle cosiddette doujinshi, letteralmente “rivista da pari a pari”, cioè albi a fumetti che presentano parodie di titoli esistenti, ovviamente senza pagare nessun diritto d’autore, stampati in proprio e venduti sulla propria bancarella alle fiere del fumetto, con volumi di vendita infinitesimali rispetto alla stampa ufficiale. Per esempio, all’ultimo Comiket, ovvero la più grande e importante fiera del fumetto in Giappone, la serie più popolare del momento Kantai collection ha ricevuto 2’747 parodie, non tutte erotiche e tantomeno non tutte pedopornografiche, che si traducono in volumi di vendita nell’ordine delle decine, massimo centinaia di copie a titolo (ricordiamo che sono opere autoprodotte): nella migliore delle ipotesi, quindi, le doujinshi di Kantai collection hanno venduto al massimo 300’000 copie in tutto, di cui solo una parte hentai e di queste solo una parte pedopornografiche, spesso comprate dai fan e poi subito rivendute nei negozi di seconda mano che affollano Akihabara, e più ancora altre zone a maggior vocazione fumettistica come Nakano, e che formano quindi l’immagine di questi palazzi affollati di fumetti (immagine fuorviante: gli affitti costosi di Tokyo rendono la maggior parte di questi negozi sì a più piani, ma da 50 mq o meno).

Giusto per non sbagliarsi, i giapponesi hanno anche trovato un nome specifico per indicare la pedopornografia immaginaria: lolicon, portmanteau di “Lolita” come il personaggio di Nabokov, e “complex” come “complesso psicologico” in inglese. Chi ha il complesso della Lolita è quindi quello che ha un interesse sessuale per bambine in età scolare, ma col tempo la parola si è allargata di significato e oggi il lolicon può arrivare a comprendere anche l’interesse per la moda Lolita o per altre forme d’espressione che hanno una sfumatura di senso legata al mondo dell’infanzia pur essendo prive di connotati erotici. Ora, se esiste una parola precisa per indicare qualcosa vuol dire che quel qualcosa esiste, quindi il lolicon esiste, ma è anche vero che la parola giapponese per pedopornografia è un’altra, ovvero jidou porno, e soprattutto che lolicon e jidou porno si riferiscono a due cose diverse e distinte sia moralmente sia penalmente: la prima non è criminale, la seconda sì.

Il lolicon è arrivato in Occidente quando il cantante americano Pharrell Williams ha chiesto al collettivo creativo Kaikai Kiki, guidato dal celebre artista pop-art Takashi Murakami, di realizzare il videoclip per il suo singolo It Girl: il risultato è stato un video in cui ragazze adulte (dato che sono ben formose e guidano la macchina) vengono rappresentate con stilemi grafici infantili e la cosa ha fatto gridare allo scandalo.

Nel caso fosse necessario, specifichiamo che qui non si sta in nessuna maniera minimizzando la produzione pedopornografica immaginaria, né tantomeno la si sta giustificando o difendendo, e non si sta dicendo nemmeno che non è popolare, dato che comunque si producono fumetti e cartoni animati come quelli mostrati nel servizio: la si sta ricollocando all’interno di un contesto molto diverso da quello presentato da Le Iene, ovvero in un mercato che conta numeri con molti zeri in più e che, soprattutto, non è assolutamente «la normalità, cioè un fattore culturale accettato». Se la Toffa entra in un negozio specializzato in doujinshi lolicon e non nelle migliaia di negozi generalisti in tutta la nazione, non si può prenderlo a esempio e pretendere di considerare normale un fenomeno che i giapponesi stessi non considerano tale, perché è come venire in Italia, entrare in un sexy shop e poi dichiarare in un servizio tv che «La vendita di giocattoli erotici sadomaso estremi in Italia è la normalità, cioè un fattore culturale accettato»: no, non lo è.

Infine, una piccola notazione sul modo in cui Nadia Toffa si esprime: dire che una certa cosa è «un fattore culturale accettato» corrisponde a darsi la zappa sui piedi. In alcune culture del mondo antico, ad esempio, per un uomo adulto strappare un bambino alla madre per portarlo con sé nei boschi dove gli insegna a leggere e scrivere, a far di conto e a cacciare, e contemporaneamente lo possiede sessualmente, era un fattore culturale accettato che è durato secoli e si è diffuso in tutta l’area del Mediterraneo, compreso il mondo romano, senza alcun problema né morale né legale. L’arrivo della cultura cristiana ha rivoluzionato i precedenti stili di vita, ma ancora fino al Medioevo per gli uomini adulti era del tutto comune avere in sposa una donna sotto l’attuale soglia minima del consenso. Se un certo fenomeno è un «fattore culturale accettato», che problema c’è finché non produce illeciti civili o penali? Con quale diritto morale si condannano gli usi secolari di una cultura poiché non combaciano con gli usi secolari di un’altra? È esattamente quello che è successo coi conquistadores in Sud America e coi pionieri in Nord America: date le conseguenze, non sembrano comportamenti da prendere come esempio.

A Tokyo ci sono strade in cui ragazzine, vestite con costumi molto simili a quelli dei manga, aspettano uomini soli a cui fare compagnia […] e ci sono un sacco di uomini di tutte le età che si fermano a parlare con queste ragazzine, dal ventenne ad adulti appena usciti dall’ufficio, ma anche signori che hanno già i capelli bianchi, e per scegliere quella giusta con cui appartarsi, molti di questi clienti passano in rassegna una dopo l’altra tutte le ragazzine.

Questa dichiarazione è in totale contrasto al succitato principio etico giornalistico della buona fede: qui la Toffa ha mentito consapevolmente ed è in malafede. Se invece era inconsapevole, allora è una pessima giornalista non in grado di fare il suo dovere, cioè consultare attentamente le fonti come leggere i cartelli, capire quel che dicono gli intervistati o realizzare in che ambiente ci si trova. Come hanno spiegato con tono indignato personaggi come Yuriko Tiger che sono personalmente addentro alla questione, quelle mostrate nel servizio sono le cosiddette maid, ovvero ragazze che lavorano per conto di locali di ristorazione svolgendo vari ruoli, che vanno dal fare la ragazza immagine al distribuire volantini a intrattenere il pubblico con giochi, balletti, frasette di circostanza e scemenze varie. I cartelli che hanno in mano indicano, anche questo scritto bello grosso, il prezzo del nomihoudai, cioe l’all-you-can-drink, e quindi il prezzo si riferisce alla fruizione del locale e non della ragazza in sé, benché il gergo usato dalla Toffa sia particolarmente sordido e lasci intendere che le maid siano prostitute minorenni: non lo sono. Quel che è grave è tutto il linguaggio degradante usato nel servizio, perché espressioni torbide come «le ragazzine aspettano uomini soli a cui fare compagnia» o verbi ambigui come «appartarsi» lasciano ben pochi dubbi allo spettatore inesperto, ingannandolo. Le ragazze non si appartano affatto: come si vede nel servizio stesso, il cliente una volta arrivato nel locale viene accolto da frotte di bimbette senza alcuna privacy.

Le protagoniste di "K-on!" vestite da maid.

Le cinque protagoniste del cartone animato K-on! abbigliate da maid. Innegabile che ci sia un qualche sottile e indefinibile erotismo in ciò, ma è anche vero che sono disegni, che non c’è intenzionalità erotica e soprattutto che l’attrazione sta negli occhi di chi guarda.

Il segmento successivo del servizio è dedicato a indagare la questione infanzia-pornografia nei fatti (finalmente) e la Toffa si reca in un privée in cui delle ragazze specificatamente maggiorenni svolgono attività sessuali dietro un vetro: nulla che non si possa trovare in una qualunque grande città, Amsterdam ha costruito parte della sua fama anche sul suo celebre quartiere a luci rosse. La questione però è che costoro si esibiscono con aspetto, costume e modo di fare tipico delle bambine, e il forte contrasto fra la recitata innocenza infantile e l’esibita sfacciataggine sessuale turba comprensibilmente la giornalista. Si tratta senza dubbio di uno spettacolo volgare, e per quanto sia probabilmente non esclusivo di Akihabara, è assolutamente vero che è più facile trovare questo tipo di esibizioni in Giappone rispetto al resto del mondo. La Toffa però non si interroga minimamente sulle motivazioni e va oltre cambiando bruscamente argomento, non chiudendo il discorso e quindi lasciando lo spettatore interdetto e doppiamente shockato da quanto visto: peccato, perché il successivo tema era proprio quello che avrebbe potuto chiarire l’intera questione.

Un altro fenomeno legato all’attrazione sessuale per le bambine sono le idol, gruppi di ragazzine che si esibiscono […] cantando e saltellando davanti a una platea di uomini di mezza età, e i loro fan aspettando in coda le imitano muovendosi come loro, e piene zeppe di euforia continuano a ballare e saltare.

Qui siamo alla totale mistificazione della realtà, o meglio alla sua deformazione per renderla funzionale al messaggio che si vuole propagandare, e proprio nell’argomento che poteva essere la chiave di volta per capire il fenomeno lolicon.

La parola “idol” proviene dal film franco-italiano del 1964 Sciarada alla francese, dove l’idolo del caso era la cantante yéyé Sylvie Vartan, che ebbe enorme successo in Giappone: da quel momento il termine venne applicato ai cantanti giovani e carini, per poi esplodere negli anni ’80 quando gli idol erano prodotti industriali delle case discografiche con centinaia di nuovi volti lanciati ogni anno (altro che i talent show), e carriere dall’inizio improvviso e dalla durata non superiore a dodici mesi, cioè esattamente quel che è rappresentato metaforicamente ne L’incantevole Creamy. Oggi gli idol di maggior successo in termini economici sono quelli maschili dell’agenzia Johnny & Associates, però quantitativamente le femmine sono molto più numerose, e soprattutto rappresentano appieno la filosofia del mondo idol, poiché sono inalienabilmente sottoposte al dogma noto come ren’ai kinshi, ovvero l’assoluto divieto di intraprendere relazioni sentimentali durante la loro carriera, pena la mortificazione pubblica: esattamente quel che è successo a Minami Minegishi del celebre gruppo AKB48 che, beccata a trascorrere una notte con Alan Shirahama dei Generations, è stata retrocessa a trainee, condannata a una pena pecuniaria, costretta alle scuse ufficiali e a radersi completamente la testa in segno di vergogna. Peggio de La lettera scarlatta. Per la cronaca, a lui (pure idol), non è successo niente, anzi è stato promosso a leader del suo gruppo, segno del maschilismo che domina la società giapponese e che potrebbe essere un fattore chiave per comprendere il lolicon; ci torneremo più avanti.

– Nadia Toffa: Questi fan ci arrivano a far qualcosa con queste ragazze?
Gianluca aka John  Kaminari: Ci sono anche casi in cui si fidanzano, hanno rapporti sessuali.

Sì, certo, ma mai con i fan e soprattutto incorrendo poi nelle conseguenze sopracitate. Il ren’ai kinshi, letteralmente “proibizione dell’amore”, nella pratica vuol dire una cosa precisa: per quanto possa sembrare antistorico, per quanto gli abitini delle idol siano succinti, per quanto vengano realizzati videoclip risqué, per quanto possa sembrare una barzelletta, in realtà le idol sono vergini, o quantomeno devono mantenere questa immagine pubblica per tutto il periodo della loro esposizione mediatica. Il fan non le toccherebbe nemmeno con un dito perché non sono “ragazze reali”: sono idoli, appunto. Abbinare una casta di intoccabili come le idol alla pedopornografia è la prova che la Toffa e Fubini non hanno la minima idea di quel di cui stanno parlando, e non hanno la minima idea nemmeno di quel che stanno vedendo dato che il fandom delle idol non è composto solo da «uomini di mezza età», ma è assolutamente trasversale per sesso, estrazione sociale e generazione. Ma il peggio del peggio è stato coinvolgere un gruppo esistente, le Sakuranbombom, a scopo moralizzante, montando sulla loro esibizione la struggente colonna sonora di C’era una volta il west, come a creare un quadretto malinconico di un’infanzia spezzata che presto o tardi andrà in pasto ai pedofili. È amorale nei confronti dello spettatore, e soprattutto del gruppo: la redazione de Le Iene ha contattato le Sakuranbombom per informarle di essere state incluse in un servizio sulla pedopornografia?

Le Negicco nel servizio "Solo fantasie sessuali o pedopornografia?" de "Le Iene".

Fra le varie idol mostrate a casaccio nel servizio ci sono anche le Negicco, trio di ultramaggiorenni la cui massima trasgressione è pascolare le renne al Polo Nord. L’intero servizio è infarcito di materiali video totalmente casuali, come ad esempio, sempre per restare in tema idol, gli spezzoni del cartone animato Love Live! che non hanno attinenza né col tema generale né con quello di cui si sta parlando in quel momento. Quindi ci si chiede: perché vengono mostrate le Negicco? Forse perché indossano la gonna corta? Chissà. E, come per le Sakuranbombom, le Negicco sanno di essere in un servizio giornalistico televisivo a diffusione nazionale sulla pedopornografia?

Probabilmente la Toffa e Fubini sono rimasti colpiti nell’osservare bambine così giovani eppure che già si esibiscono in pubblico e hanno frotte di fan. In realtà il fenomeno è sintomatico del business dell’entertainment giapponese: si parte presto, prestissimo, il più presto possibile, ed è così storicamente. L’attore di teatro Kabuki Ichikawa Ebizou XI, dopo aver avuto una figlia femmina nel 2011 totalmente ignorata (altro segno di maschilismo), è riuscito ad avere un maschio nel 2013 e da allora il bimbo vive letteralmente solo col padre, con cui dorme nei camerini del teatro, che se lo porta dietro ovunque, con cui va in TV, e che l’ha gia presentato in società all’età di due anni come suo successore e quindi futuro Ichikawa Ebizou XII: in Giappone gli artisti sono soliti tramandare il proprio nome d’arte come un titolo nobiliare, lo facevano anche gli incisori ukiyoe. Anche i lettori di fumetti giapponesi sono a conoscenza della cosa: ne Il grande sogno di Maya la protagonista ha quattordici anni e già lavora attivamente come attrice a pieno regime, e anche in contesti metaforici gli esempi non mancano, come in Neon Genesis Evangelion in cui bambini imberbi guidano robot. In pratica, in Giappone si comincia a lavorare da bambini, e questo sì che è un fattore culturale accettato. Le Sakuranbombom non cantano per hobby nel teatrino della parrocchia: hanno firmato un contratto, lavorano, pubblicano per un’etichetta discografica vera e hanno l’agendina piena (compatibilmente con gli impegni scolastici, e infatti si esibiscono solo di sabato, domenica e festivi).

Le BABYMETAL sono un trio musicale che unisce la melodia e i testi zuccherosi del pop delle idol col ritmo e gli arrangiamenti del metal ottenendo un effetto spiazzante. All’inizio della carriera del gruppo, nel 2010, le tre componenti avevano fra i 10 e i 13 anni, ma è stata la loro musica a stupire il pubblico e non la loro età, dato che i giapponesi sono abituati a carriere artistiche che iniziano così presto (o prima ancora), e sono carriere vere con tour mondiali veri e spettatori paganti veri, non esibizioni allo Zecchino d’Oro.

[Stringere la mano alla idol] costa dai 1’000 ai 3’000 yen.

Chi scrive ha dei serissimi dubbi. Molto più probabile e comune è che, prima del concerto, le idol abbiano incontrato i fan al banchetto del merchandising, oppure che al concerto era presente un gadget esclusivo comprabile solo lì (magari oggetti a tiratura limitata come dischi in vinile o cose simili) e il cui acquisto consente poi di ricevere il ringraziamento direttamente dall’artista con autografo sul prodotto: questo tipo di campagna promozionale è molto comune in Giappone. Di nuovo si vuole dare l’idea che si venda il corpo («stringere la mano costa») quando invece si sta, molto più banalmente, ringraziando il cliente per l’acquisto di un prodotto costoso. Si dirà: «Vabbè, più o meno è la stessa cosa, alla fine non è altro che cacciare soldi per stringere la mano». Beh, allora è come dire che regalare fiori alla donna amata per il compleanno non è altro che cacciare soldi per portarsela a letto: è accettabile una semplificazione del genere?

Sul suo telefonino custodisce filmati della sua [idol] preferita che è riuscito ad ottenere pagando parecchi yen.

Di nuovo: serissimi dubbi. In questo caso è più probabile che i video siano materiali esclusivi del fanclub, la cui iscrizione è a pagamento. Le note idol Perfume, ad esempio, pubblicano periodicamente dei DVD esclusivi per i membri del fanclub, e lo stesso fanno anche artisti non-idol, come il gruppo rock Plastic Tree che realizza una fanzine col dietro le quinte della band anche questa disponibile solo per i fan iscritti. In Giappone è estremamente diffusa la pratica di ringraziare continuamente il cliente, anche con occasionali regalini.

Nel rapporto dell’anno scorso diffuso dalla polizia locale sono stati denunciati 1’600 casi di pedopornografia, e pensate che prima del 2000 produrre un film porno con bambini in Giappone era legale, ed è solo da un anno che è vietato possedere materiale pedopornografico.

Finalmente si va al succo del discorso parlando di dati, dopo 12 minuti di video e solo per 20 secondi su un totale di 19 minuti: forse ci si poteva concentrare di più sulla diffusione di dati certi, ufficiali e verificabili invece di importunare la gente per strada.

Il ritardo legislativo del Sol Levante sul resto del mondo industrializzato è assolutamente vero e ingiustificabile: ancora nel 1999, i giapponesi stessi chiamavano la pedopornografia (reale) «la vergogna del Giappone». Adesso la situazione è molto cambiata, per fortuna, e sta progressivamente cambiando ancora ora.

Quanto ai casi reali, anche una sola denuncia di pedopornografia sarebbe già terribile, e dal dato riportato dalla Toffa ce ne sono addirittura a migliaia, ma proviamo comunque una piccola analisi: la polizia locale afferma che ci sono 1’600 casi annui, ma locale di dove? Della regione di Tokyo, del municipio di Chiyoda, del solo quartiere di Akihabara? No, perché stando alla Polizia di Stato in tutta Italia ci sono state 4’000 denunce nel periodo dal 2001 al 2008, cioè 570 all’anno, e qualcosa come 21’000 casi di pedofilia all’anno, e non stiamo parlando di materiale pedopornografico, ma di casi veri con violenze vere. In Giappone i dati sono più fumosi ma, su 37’000 casi dichiarati all’anno di abusi sui minori, il 60% riguarda violenza verbale e psicologica (come il diffusissimo bullismo scolastico), e il restante 40% include tutte le altre violenze fra cui lavoro minorile, violenza domestica, pedopornografia e pedofilia; questo vuol dire che se anche quel 40% fosse interamente di casi di abusi sessuali reali, questi sarebbero 14’800 in una nazione che conta 130 milioni di abitanti. In pratica, in Giappone c’è (al massimo) un caso di pedofila ogni 9’000 abitanti, mente in Italia uno ogni 3’000 abitanti, cioè il triplo: basta confrontare i dati per accorgersi che in Italia il reato si denuncia molto, ma molto di meno eppure si pratica molto, ma molto di più, e non solo in patria dato che purtroppo sono proprio gli italiani a detenere il record mondiale di turismo sessuale all’estero con qualcosa come 80’000 criminali all’anno in mete esotiche come il tristemente celebre Sud-Est Asiatico. Poi ovviamente il Giappone è minato dalla pedopornografia sia reale sia immaginaria, certo, ma che abbiano forse ragione quegli otaku che nel difendere le doujinshi lolicon dichiarano che la pornografia disegnata serve come valvola di sfogo, e quindi invece che condannare le bambine paradossalmente le salva? Il punto interrogativo è d’obbligo, ma dai dati nel confronto Giappone-Italia ognuno può ricavare un’opinione personale.

Un love hotel, cioè un hotel a ore. […] Il love hotel, lo dice la parola stessa, è un posto in cui i giapponesi ci vanno a fare sesso con le amanti, con le prostitute, e a quanto pare anche con le bambole in silicone.

Anche qua Toffa & Fubini parlano di cose che non conoscono, e sì che il loro collega Pif nel servizio Tokyo Love che realizzò per Il testimone su MTV si occupò anche di love hotel parlandone con un’autoctona ben informata.

I love hotel sono nati nei tardi anni ’60-primi anni ’70, in concomitanza col boom delle nascite e con l’immigrazione massiccia nelle città che c’è stata in Giappone esattamente come in Italia. Il Giappone però, rispetto all’Italia, conta una popolazione più che doppia in un’area abitabile meno che dimezzata, il che vuol dire che i giapponesi sono stati costretti a diminuire drasticamente la superficie media degli appartamenti, costruendo orribili palazzoni con mura sottili e metrature sotto i 30 mq, ovvero: nessuna privacy per le coppie. Questo ha generato la necessità di aprire degli appositi posti dove i fidanzati o gli sposi potevano appartarsi, ed ecco i love hotel, posti perfettamente dignitosi e pulitissimi del tutto distanti dall’idea occidentale di «hotel a ore». Certamente vengono usati anche dalle prostitute e certamente anche dai coniugi fedifraghi, ma i primi utenti sono i ragazzi fidanzati che non hanno altri luoghi per poter stare insieme. Certamente poi si possono noleggiare bambole di silicone, ma di nuovo si vuole far passare l’idea che una eccezione sia la normalità e questo è eticamente scorretto.

Le traduzioni a fantasia

Uno degli aspetti più cruciali e insieme più tralasciati dai commentatori del servizio de Le Iene è la qualità delle sue traduzioni dalla lingua giapponese. Certo, c’è l’ormai celebre errore dei 19 anni tradotti come 15, compreso da tutti anche perché la ragazza mima con le dita la sua età, ma quello non è niente: l’intero servizio è totalmente tradotto in maniera totalmente sbagliata. E non stiamo parlando di dettagli: stiamo parlando di ribaltamenti di senso o di complete invenzioni, anche queste atte a supportare la tesi di Toffa & Fubini.

Per non trascrivere l’intero servizio, sono qui riportate solo le traduzioni più distanti dalla realtà, ma anche quanto non riportato non è comunque da considerarsi né linguisticamente né eticamente corretto. In particolare, l’intervista alla pornostar softcore è molto rimaneggiata, e nonostante il senso generale sia più o meno quello (al giapponese medio piace la sessualità bambinesca), la sfumatura di senso comunicata è del tutto differente: tramite l’uso di espressioni piccanti come «obbediente» o «esaudire qualunque desiderio maschile», il senso del discorso è sviato. Per esempio, lei fa notare che agli uomini giapponesi piace la donna choko-choko, cioè “vivace, sempre in movimento, attiva”, eppure la traduzione riporta «servizievole»: totalmente inventato e piegato ai fini della tesi di Toffa & Fubini, cioè di illustrare la sessualità giapponese come malata verso l’infanzia quando invece insegue l’infanzia, ed è molto differente. Ascoltando le parole originali della pornostar l’impressione è che gli uomini adulti cerchino l’immaginario della bambina non in quanto tale, ma come rifugio dalla donna adulta che non capiscono e da cui sono spaventati: non si tratta quindi di apprezzare il corpo infantile, ma la mente infantile, ancora incorrotta (junsui, come dice la pornostar, che certo non ha un corpo infantile). Si potrebbe quindi star qui a ragionare sulle motivazioni psico-sociologiche che hanno portato a questa paura verso la donna, legata probabilmente al crollo della società maschilista su cui il Giappone era fondato giusto fino alla generazione precedente, ma non è questo il posto adeguato e d’altronde nemmeno gli autori del servizio de Le Iene si sono minimamente posti il problema.

Di seguito, sono indicate come LI le domande degli intervistatori, come TLI le traduzioni mostrare nel servizio, e come TR le traduzioni reali: non ritenendo necessario commentare la palese slealtà delle traduzioni, che si commentano da sole, l’autore si limita qui a elencarle una dietro l’altra, lasciando al lettore la facoltà di giudicare da solo.

L’autore è a disposizione di chi volesse una trascrizione in lingua giapponese delle frasi riportate di seguito.

• Alla promoter minorenne di un locale:

Le Iene: Lei lo fa tutti i giorni?
– Traduzione de Le Iene: Cambio di giorno in giorno.
– Traduzione reale: Non ci sono tutti i giorni.

[Ndt: certo, se è veramente minorenne e va veramente a scuola, andrà a lavorare una volta a settimana o meno]

– TLI: Questo è il più hardcore dei locali, e qui puoi vedere le varie ragazze che ci sono.
– TR: Però, in questo caso c’è il blog su Ameba dove puoi vedere quotidianamente chi c’è quel giorno.

[Ndt: Ameba è un celebre hosting di blog giapponese, come Blogspot o WordPress in Occidente]

• Al fan di idol:

[Ndt: i giapponesi sono molto riservati e anche nei semplici sondaggi d’opinione della TV giapponese spesso chiedono di non inquadrare o pixellare il volto; se questo signore si mostra alla telecamera e addirittura di una TV straniera è perché sente di non avere nulla da nascondere]

– LI: È molto allegra questa ragazza!
– TLI: Mi diverte solamente a guardarla.
– TR: È una ragazza solare e divertente.

– LI: E cosa fai quando vieni qui?
– TLI: Solitamente vengo qui e comprando un CD o qualcos’altro ho il diritto di stringerle le mani.
– TR: Mah, la applaudo. A parte questo, nient’altro.

– LI: Non ti manca avere un rapporto fisico con una donna?
– TLI: Quando ero più giovane ovviamente sì, come tutti gli altri ragazzi. Però in questo momento della mia vita non sento questo particolare bisogno.
– TR: Ma con una idol non ci penso nemmeno! Ci sono donne per cui provo interesse. [stacco di montaggio] Al momento nessuna, benché in passato sì, normalmente.

• Con la pornostar softcore:

– LI: Perché ai giapponesi piace tanto che tu dimostri quattordici anni?
– TLI: Sembrando più piccolina ovviamente pensano di poter fare con me qualunque cosa perché sono obbediente come una bambina.
– TR: Secondo me in Giappone si pensa che una bambina che non sa nulla è sexy ed possibile farci quel che si vuole.

Scaffale delle riviste erotiche in un conbini (supermercatino) giapponese: nessuna traccia di bambine, in compenso ci sono diverse riviste con modelle oltre i 50 anni (tutte quelle della quarta fila dall'alto), proviamo a intavolare un discorso sull'invecchiamento progressivo della popolazione o chiamiamo in causa anche qui i fumetti?

Scaffale delle riviste erotiche in un conbini (supermercatino) giapponese. Nessuna traccia di bambine, in compenso ci sono diverse riviste con modelle oltre i 50 anni (tutte quelle della quarta fila dall’alto): proviamo a intavolare un discorso sull’invecchiamento progressivo della popolazione o chiamiamo in causa anche qui i fumetti?

Conclusioni

Non c’è dubbio che in Giappone la pedofilia esiste. Non c’è dubbio che in Giappone la pedopornografia reale esiste. Non c’è dubbio che in Giappone la pedopornografia immaginaria esiste ed è in quantità estremamente più elevata rispetto al resto del mondo, ma la cosa influenza davvero la pedofilia effettiva?

Solo alla fine del servizio, l’ultimissima battuta della Toffa è:

[Le opere di pedopornografia immaginaria] sublimano un desiderio o lo scatenano?

E se lo chiede solo alla fine, senza nemmeno rispondere, lasciando la domanda aperta come fa Roberto Giacobbo quando parla di alieni e teschi di cristallo. Non doveva essere il tema del servizio, almeno stando al titolo? Perché in quasi 20 minuti di inchiesta la Toffa cita un solo unico dato numerico (da fonte non chiara) senza tentare un reale confronto delle informazioni, che mostrano come in Giappone, a fronte di un vasto mercato lolicon, corrisponde proporzionalmente meno di un terzo del numero di casi di pedofilia registrati in Italia?

Ripetiamo a scanso di equivoci che qui non si sta in nessun modo né minimizzando la pedofilia in Giappone né difendendo la pedopornografia immaginaria: si stanno riportando i due fenomeni in un contesto di dati tangibili.

A un certo punto la Toffa becca un fan di idol italofono con cui c’è la seguente conversazione:

Perché ti piace questa cosa qua? Ho visto tutte scolarette!
– Tu chiedi cosa molto difficile, forse è la nostalgia!
– Di quando sei giovane?
– Sì sì.

Eccola, in due righe e parlando di idol, la risposta alla questione della pedopornografia immaginaria in Giappone: non è la ricerca di bambine vere, è la ricerca mentale di un passato perduto, sentimento comunissimo in Giappone dove, una volta finito il periodo della scuola, la vita finisce ed esiste solo il lavoro, il che poi porta a gravi fenomeni di alienazione sociale e alle terribili statistiche sul suicidio, note in tutto il mondo.

Il lolicon, quindi, potrebbe essere l’esternazione di un desiderio sessuale che di fatto esiste (essendone gli autori degli uomini adulti), ma che non trovando riscontro nelle donne adulte, si sfoga in donne sessualmente adulte (avendo reazioni fisiche di piacere), ma metaforicamente legate alla giovinezza e quindi con fattezze di bambine.

Alla cerimonia degli Oscar 2016, i premi per Miglior film e Miglior sceneggiatura originale sono andati a Il caso Spotlight, film dedicato alla storia vera del gruppo di indagine giornalistica del quotidiano The Boston Globe che in due anni di intensa ricerca è riuscito a dimostrare casi di pedofilia nel clero, vincendo per questa indagine anche un Premio Pulitzer. Ora, non ci si aspetta da Le Iene servizi da Premio Pulitzer, ma almeno qualcosa di rispettoso nei confronti dello spettatore, quello sì: Toffa & Fubini hanno lavorato al servizio dal 2014, quindi Solo fantasie sessuali o pedopornografia? è costato due anni di ricerche, come ne Il caso Spotlight, e tutto quello a cui gli autori sono arrivati è stato infangare l’entertainment giapponese e ricevere l’approvazione di una sola singola persona che, guarda caso, di mestiere organizza viaggi in Giappone e che conclude il suo articolo con «Ti consiglio di venire in Giappone con GiappoTour! Il viaggio di gruppo in Giappone con più successo in Italia, organizzato da me! Ci sono pochi posti disponibili, prenota ora!». Le case editrici che collaborano da anni coi giapponesi, sentitesi chiamate in causa, a quanto pare non sono esperte: Marco Togni è l’unico che «il Giappone lo conosce DAVVERO». Quentin Tarantino usa un’espressione molto volgare per dire “farsi i complimenti a vicenda” che qui non è il caso di riportare. Curioso poi notare come Togni sappia che Toffa & Fubini lavorano al servizio da due anni: come lo sa, dato che gli autori non hanno diffuso questa informazione? Che abbia organizzato lui la loro trasferta nipponica o comunque vi sia coinvolto?

A quale livello di disonestà intellettuale vogliono arrivare a Le Iene?

Natsume Mito e la post-modernità degli anime

L’animazione giapponese sta lentamente morendo e i segnali sono molti, forti e chiari: il ritiro dalle scene di Hayao Miyazaki aka il più importante regista d’animazione autoctono, le dichiarazioni di Hideaki Anno, il fatto che l’anime più importante del 2014 sia stato un remake commemorativo (e pure brutto) di una serie vecchia di 20 anni, la continua riproposizione di Dragon Ball che ogni volta diventa sempre peggiore, eccetera eccetera eccetera. Mentre i fumetti continuano a progredire, l’animazione sta involvendo. Ovviamente non mancano le eccezioni positive e il business è ancora economicamente florido (forse più che mai), ma il quadro generale è comunque compromesso in maniera difficilmente recuperabile.

C’è però un altro aspetto che testimonia la decadenza dell’animazione giapponese e che è tipico di tutte le decadenze partendo dall’ellenismo e passando per il manierismo: il linguaggio formale si è ormai totalmente cristallizzato. Fatte salve anche qui le eccezioni (che ci sono e sono splendide), non esiste più una ricerca della forma che superi la convenzione grafica nota con l’orribile nome di “stile manga”, una definizione che fino a qualche anno fa sarebbe suonata indifendibile e che invece oggi è comprovata dallo sfogliare una qualunque fra le molte riviste di animazione che mostrano un’allarmante omogeneità come l’entertainment giapponese non aveva mai avuto.

In tutto questo, però, spunta un aspetto così positivo da riabilitare l’appiattimento narrativo e visivo degli anime: la decennale proposta continua e massiva di fumetti e cartoni animati, perlopiù sovrapponibili, li ha resi in Giappone, più che in qualunque altra parte del mondo, un tipo di linguaggio quotidiano e noto a tutti.

Il recente e inarrestabile fenomeno statunitense dei cinecomic, in cui si portano al cinema i fumetti americani nel tentativo di renderli popolari al grande pubblico, in Giappone non ha una controparte diretta perché lì i fumetti sono già popolari al grande pubblico e hanno storicamente goduto di assoluta fluidità nel passaggio fra i media. L’esempio più calzante è rappresentato dai grandi titoli storici come Dragon Ball, Doraemon o soprattutto Kitarou dei cimiteri, che hanno superato lo status di “fumetti” diventando “fenomeni sociali” e sono presenti in qualunque incarnazione tecnica: come fumetto in formato seriale, episodico e a strisce umoristiche, come cartone animato in versione seriale televisivo, home video e cinematografico, come videogame per qualunque piattaforma, e anche come ripresa dal vivo in forma di telefilm e film per la tv e per il cinema, e chi più né ha più né metta. Col tempo, questa onnipresenza del linguaggio del fumetto e dell’animazione è stata assorbita totalmente da parte dei giapponesi che ormai non distinguono più fra testo solo scritto e testo scritto & disegnato.

Documenti giapponesi ultragraficizzati.

Documenti giapponesi ultragraficizzati. Da sinistra: oggetti che piangono per essere stati abbandonati dai loro proprietari nel cartello per avvisare gli utenti di fare attenzione a non dimenticare i propri averi, affisso nei bagni delle strutture pubbliche della prefettura di Okayama; libretto sanitario; confezione di antibiotico azitromicina (questa la scatola dello stesso farmaco in Italia); la coniglietta Maina-chan, mascotte del codice fiscale.

I risultati sono visibili ovunque, sfogliando una rivista, camminando per strada, riempiendo un documento ufficiale e anche ascoltando musica. Per esempio, per il suo debutto musicale la giovane modella di street fashion Natsume Mito ha pubblicato sul suo canale YouTube, fra metà marzo e metà maggio 2015, qualcosa come undici versioni differenti del videoclip di Maegami kirisugita (“Mi sono tagliata la frangetta troppo corta”) che spaziano dalla parodia dei film di detective, così popolari in Giappone fin dagli anni ’60, alla citazione nonsense della celebre ginnastica mattutina televisiva nipponica, e dallo sport surrealista fino alla reinvenzione delle divinità shintoiste. Il progetto ha avuto successo fra i fan di idol (cantanti giovani e carini/e, tendenzialmente effimeri/e e con un rapporto molto intimo coi loro fan), ma non è riuscito a sfondare il muro della popolarità di nicchia come invece hanno fatto le precedenti creature dello stesso produttore, ovvero quello Yasutaka Nakata che è il pigmalione dei fenomeni Perfume e Kyary Pamyu Pamyu.

Fatto sta che su undici versioni, ben tre sono realizzate con il linguaggio dei fumetti e cartoni animati, senza contare quelli che, pur essendo girati dal vivo, presentano comunque elementi di animazione (non CG: proprio animazione a mano o addirittura in stop motion) che porta il totale a sette videoclip, cioè i due terzi. Due terzi dei linguaggi narrativi immaginabili dalla gioventù giapponese contemporanea sono legati all’animazione: una proporzione così alta da non essere riscontrabile altrove e che è figlia di una penetrazione culturale altrettanto non riscontrabile altrove.

Il primo videoclip a tema manga & anime è quello in “versione scarabocchi”. Si tratta di un lavoro delizioso che mette insieme ripresa dal vivo, fumetto e animazione: la cantante è ripresa su fondo neutro con maglione a collo alto dello stesso colore così che spicchi solo la testa, e sopra le è stato disegnato in trasparenza un fumetto animato grossolanamente e disegnato da Ryou Fujii, un fumettista off e creativo multimediale. La studentessa Natsume Mito incontra per strada il senpai Mitoyama, ma quando questi non riesce a sconfiggere un teppista (coi suoi sgherri André e Samohan) ecco che da sotto la frangetta di Natsume spunta il suo potere segreto, inarrestabile anche dal dottor Hakase con la mascotte Poko e la sua squadra di aiutanti.

La seconda è la «versione aggregazione» ed è forse la più surreale e a tratti inquietante di tutte e undici. Realizzata dal giovane designer Tsubasa Kouji con una tecnica mista in cui si sposano il vecchio (disegno a matita) e il nuovo (montaggio al computer), il video mostra i capelli eccessivamente tagliati di Natsume Mito che prendono vita e invadono le teste di altri individui.

Il terzo e ultimo video è la «versione scolastica» dell’illustratore Katsuyuki Iseda. L’opera è praticamente un collage dadaista di piccoli spezzoni di scene apparentemente senza senso né connessione, che potrebbero venire da una qualunque commedia scolastica, disegnate male e animate peggio, tutto fatto a mano con penna biro e pennarelli del discount, così che alla fine sembrano disegni del diario di scuola. Ecco il punto: si tratta di ricordi di gioventù, confusi e affastellati, dei mille cartoni animati visti dall’animatore che hanno lasciato in lui un bagaglio di immagini standardizzate e, in fondo, molto malinconiche dato che si tratta di qualcosa di irreale, incomprensibile, ormai passato. Anche lo stile di disegno è legato a qualcosa che andava di moda tempo fa, collocandosi a metà strada fra Miho Obaba e Yuu Watase. Iseda ha poi ripetuto l’esperienza con la “versione del principe” per i videoclip del secondo singolo di Natsume Mito, 8bit Boy, che in Giappone è stato usato come sigla finale del film Pixels di Chris Columbus… ma sì, certo, non lo sapevate?, in Giappone cambiano le sigle dei prodotti stranieri, non solo i cartoni animati, ma anche i film al cinema! Ah, gli italiani che si lamentano di Cristina D’Avena: dovremmo imparare dai giapponesi, così delicati e rispettosi, ad esempio la sigla finale di The Prestige, che in originale è una ballata ambient introspettiva di Thom Yorke, in Giappone è diventata un brano rock di Gackt con strumenti tradizionali giapponesi che non c’entra niente col film.

Il singolo di Maegami kirisugita, ovvero perché i giapponesi continuano a produrre e comprare singoli e album fisici: perché sono bellissimi. La facciona della cantante è impressa sul CD e incorniciata dal booklet stampato coi capelli, mentre il nome della cantante e il titolo della canzone sono stampati sugli adesivi tondi che disegnano le guanciotte rubiconde: veramente kawaii.

Il singolo di Maegami kirisugita, ovvero perché i giapponesi continuano a produrre e comprare singoli e album fisici: perché sono bellissimi. La facciona della cantante è impressa sul CD e incorniciata dal booklet stampato coi capelli, mentre il nome della cantante e il titolo della canzone sono stampati sugli adesivi tondi che disegnano le guanciotte rubiconde: veramente kawaii.

L’impressione che nasce dalla visione di questi videoclip è che l’animazione giapponese abbia ormai raggiunto la condizione non di maturità (a quella era già arrivata negli anni ’80) e nemmeno di modernità (dimostrata dagli anni ’90), ma bensì di post-modernità, cioè una situazione in cui, in mancanza di effettive novità e di direttrici teoriche chiare, si riesumano gli elementi del passato senza gerarchia di qualità e li si ricompongono nel tentativo (più o meno conscio) di ottenere qualcosa di nuovo.

I video di Natsume Mito insomma non sono poi così diversi da quelli del Nihon animator mihon’ichi (“Esposizione degli animatori giapponesi”), il progetto ideato da Hideaki Anno che intende scoprire i nuovi talenti in erba e che però finora ha prodotto fondamentalmente opere di alto livello tecnico e basso livello creativo, dove con «creativo» non s’intende privo di idee, ma piuttosto che le idee sono poi al servizio di qualcosa di già noto e senza sorprese. Ad esempio, il video in “versione scarabocchi” usa questa bellissima idea del fumetto in trasparenza applicandola poi a una storia molto carina e non molto originale, coi tipici topoi del caso: il senpai, il bullo, la mascotte, la squadra di eroi, la conquista del mondo. Tutto molto bello, ma anche molto retrò, a conferma della teoria per cui chi crea entertainment oggi si basa fondamentalmente sull’entertainment che vedeva e ha assimilato da bambino. Esattamente la post-modernità, aspettando un nuovo genio creatore.

Gli anime sono l’anima del commercio

La televisione giapponese vive fondamentalmente di orribili talk show stile La vita in diretta, però 1’000 volte più trash, con scenografie super kitsch e BGM camp, trasmessi a nastro continuo a qualunque ora del giorno e della notte, indistinguibili fra di loro, in cui gli ospiti in studio sono tutti inutili opinionisti e mediocri comici che mangiano, chiacchierano, ridono di sciocchezze e piangono per i drammi della vita, mentre guardano video di gente che mangia, chiacchiera, ride di sciocchezze e piange per i drammi della vita. Tutto questo 24/7, senza requie. A interrompere questo flusso insopportabile c’è la pubblicità, e verrebbe da dire per fortuna dato che almeno quella è fatta veramente bene, così bene che non è esagerato dire che un artista del mondo dello spettacolo può dirsi arrivato se partecipa a uno spot televisivo e, soprattutto, se e quanto riesce a rimanere nel business. Sono esemplari da questo punto di vista i casi di Gackt e Kyary Pamyu Pamyu, due celeberrimi cantanti/attori/modelli/star giapponesi i cui periodi di maggiore e minore popolarità combaciano non coi loro migliori album o ruoli cinematografici, ma bensì con i loro migliori spot TV (fra l’altro molto belli e molto divertenti).

Copertine degli album "TV Asahi Anime Songs" Gold e Silver.

Doraemon guarda la televisione d’inverno sotto il kotatsu coi mikan e d’estate davanti al ventilatore col cocomero nelle copertine degli album TV Asahi Anime Songs Gold e Silver.

In un panorama in cui l’esposizione mediatica commerciale è quindi imprescindibile, è bizzarro notare come i prodotti culturali giapponesi in assoluto più esportati all’estero, ovvero manga & anime, siano relativamente assenti. I fumetti hanno una rivincita su Internet nei banner pubblicitari (soprattutto di app e giochi on-line) e nelle campagne promozionali (tipo recentemente quella stupenda dell’azienda di collirio che ha prodotto le mascherine cosmetiche e quelle per dormire de La maschera di vetro), ma l’uso della tecnica del cartone animato per pubblicizzare qualcosa non ha ancora grande diffusione; forse produrre 15 o 30 secondi di animazione costa troppo e prende troppo tempo rispetto a girare uno spot con attori o in CG. Recentemente però alcuni interessanti spot TV animati stanno cominciando a fare capolino nella tv nipponica: per i nomi coinvolti e per i risultati raggiunti, vale la pena elencarne qualcuno.

La storia di Makoto Shinkai è ormai celebre: da fan degli anime a creatore di anime egli stesso con il cortometraggio La voce delle stelle, realizzato interamente da lui con le sue sole mani dall’inizio alla fine, e poi tanti altri. Storie delicate che ora sono diventate anche spot televisivi: nel video c’è un montaggio dei suoi lavori per AC Japan/NHK (pubblicità progresso), Taisei (azienda di edilizia pesante) e Z-kai (libri scolastici e di preparazione universitaria), tutti caratterizzati dal suo solito stile trasognato, con coppie dai destini tangenti, tramonti in technicolor ed exploitation dei mezzi di trasporto.

I mezzi di trasporto sono anche il fulcro dello spot di Yoshiyuki Sadamoto per Mercedes Benz del 2012, più valido tecnicamente che artisticamente. L’anno scorso l’artista è tornato a lavorare per l’azienda tedesca collaborando col trio di cantanti Perfume e trasformandole in piloti delle unità Eva, ma rinunciando stavolta all’animazione tradizionale a favore della più comune ed economica CG.

Lo Studio Ghibli è probabilmente l’unico studio d’animazione giapponese a vantare un’esperienza ultradecennale nel campo degli spot TV animati, più che altro però per la sua popolarità e il suo nome: come si vede nel video collage, la metà sono video autopromozionali e dell’altra metà alcuni sono poco più che divertissement, come nel celebre spot coi gatti prodotto da Toshio Suzuki per l’azienda alimentare Nisshin: carino, eh, ma come lavoro scolastico più che come prodotto pensato per il pubblico, anche perché non presenta alcun rapporto col prodotto reclamizzato e potrebbe adattarsi a qualunque cosa.

Youjirou Arai viene dallo Studio Ghibli, dove ha fatto l’animatore per Arrietty – Il mondo segreto sotto il pavimento, La collina dei papaveri e Si alza il vento, poi nel 2015 ha debuttato come regista col cortometraggio Il tifone Noruda e ha prodotto questo grazioso spot per il gioco per smartphone Puzzle & Dragons, in cui si ribadisce la scuola di pensiero, molto popolare in Giappone, che gli smartphone uniscano invece che dividere.

A proposito di smartphone, una serie di spot non animati, ma basati su alcuni celeberrimi (almeno in patria) personaggi dei fumetti e cartoni animati giapponesi: ci sono attori, cantanti, scrittori, sportivi eccetera che nella loro “vita precedente” erano un personaggio, da Sailor Moon a Rocky Joe, il tutto per promuovere telefonini customizzati dentro (grafica e sticker di LINE) e fuori (cover).

Altro abbinamento fra il mondo reale e quello dei cartoni animati è proposto dalla Suzuki, che per pubblicizzare la sua automobile utilitaria Hustler mette insieme i personaggi di Dottor Slump & Arale con quei personaggi che sono le Momoiro Clover Z, un gruppo di idol molto ironico e autoironico composto da cinque ragazze che si vestono solo ed esclusivamente coi loro rispettivi colori rappresentativi.

Ma nessuna pubblicità con attori in carne e ossa ispirata ad anime è celebre e riuscita tanto quanto quella della Toyota con i personaggi di Doraemon, il celeberrimo fumetto e relativo cartone animato della coppia Fujiko F. Fujio. Gli spot sono molto carini, con la distinzione infanzia animata/maturità non animata, un umorismo leggermente nonsense e soprattutto l’assurda presenza dell’attore francese Jean Reno a interpretare il gattone robot.

In pratica, anche negli spot TV il Giappone si conferma il regno di quello che gli autoctoni chiamano 2.5D, un modo di dire inventato dalla coppia di musicisti kanon×kanon e che rappresenta un mondo a metà strada fra l’animazione (2D) e la realtà (3D). Un buon modo per sganciarsi un po’ dalla grigia realtà ed entrare un po’ nella colorata immaginazione.

Evangelion 3.0+1.0 – Hideaki Anno ha l’agendina piena

Il 28 settembre 2006 Hideaki Anno fece affiggere in 50 cinema giapponesi un poster in cui esponeva dettagliatamente la decisione di rimettere mano alla sua serie cult Neon Genesis Evangelion per riproporla di nuovo al pubblico, in pratica per la quarta volta dopo la serie tv, il fumetto e i film che cominciano tutti con lo stesso incipit e poi continuano in maniera diversa. Anche la trama della nuova serie di film, intitolata Rebuild of Evangelion e programmata come una tetralogia, sarebbe iniziata come le altre tre versioni e poi continuata in un modo nuovo.

Poster con l'annuncio del progetto "Rebuild of Evangelion".

Anno è logorroico.

Il primo film arrivò nelle sale dopo appena un anno (2007): fondamentalmente era un riassuntone dei primi sei episodi ricalcati fotogramma per fotogramma dalla serie originale, con alcune sparute variazioni grafiche (tipo l’Angelo-Cubo) e l’inserimento di product placement. Il secondo film si fece aspettare due anni (2009) e introduceva alcune modifiche alla trama e soprattutto forti cambiamenti all’evoluzione dei personaggi. Il terzo film si prese tre anni di lavorazione (2012) e stavolta lasciò inalterati i personaggi per rimescolare invece la trama. Ora, dopo uno, due e tre anni, per logica il quarto film dovrebbe uscire dopo quattro anni, cioè nel 2016: molti fan hanno però sperato nel miracolo, ovvero che il film che avrebbe messo la parola fine finale financo definitiva alla saga sarebbe potuto uscire nel 2015, data estremamente simbolica dato che è proprio l’anno in cui è ambientata la storia. Purtroppo, però, a parte incredibili colpi di scena, questo quarto film intitolato Evangelion 3.0+1.0 non uscirà a breve dato che, giunti ormai alla fine di dicembre, Anno non ha ancora annunciato nulla, e c’è un motivo: è in altre faccende affaccendato. Il 9 dicembre 2015 infatti, mentre tutti gli otaku piangevano perché ormai l’anno fatidico stava finendo totalmente sprecato senza nemmeno uno straccio di annuncio e di conseguenza producevano poster fake per autoconsolarsi, la Toho pubblicava su YouTube il trailer del nuovo film Shin Godzilla (“Nuovo Godzilla”, titolo internazionale: niente meno che Godzilla Resurgence) scritto e diretto da, ta-daaan!, Hideaki Anno.

Ecco cosa stava facendo il regista ed ecco perché Evangelion 3.0+1.0 non solo ha mancato l’appuntamento del 2015, ma probabilmente mancherà anche quello del 2016 dato che questo nuovo film del franchise del mostro postnucleare uscirà proprio il 29 luglio 2016, e sia per logiche commerciali sia per tempi tecnici lavorativi sembra estremamente improbabile che escano due film dello stesso regista nello stesso anno (solo Takashi Miike riesce a essere così iperproduttivo).

Poster giapponese e internazionale di "Shin Godzilla".

Il poster ufficiale del film in versione giapponese con lo storico font massiccio della saga (in alto c’è scritto “Giappone vs. Godzilla”) e in versione inglese col titolo scritto da Anno stesso, riconoscibile dalla sua solita calligrafia. Shin seiki Evangelion, Shin Evangelion, Shinji (“nuovo carattere”), Evangelion: shi to shinsei (“morte e nuova nascita”), Shin Godzilla: “nuovo” è decisamente la parola preferita di Anno.

Inoltre, non è solo Anno a essere impegnato altrove: anche il character designer Yoshiyuki Sadamoto nel frattempo si è trovato altro da fare. Già dal 2012, infatti, il disegnatore collabora in maniera stabile con l’azienda automobilistica tedesca Mercedes Benz, per la quale aveva prodotto un cortometraggio piuttosto brutto a scopo promozionale.

Quest’anno, approfittando dello scandalo ecologico e relativo calo di vendite della Volkswagen, la Mercedes Benz ha deciso di reinvestire in Giappone in modo consistente, concentrandosi su tre elementi di grande successo: i Peanuts (che in Giappone vanno molto forte più per la gadgettistica che non per il fumetto, sconosciuto ai più) realizzando uno spot televisivo in concomitanza con l’uscita del film della Blue Sky Studios, e di nuovo Sadamoto, associato però stavolta alle Perfume, un trio di idol (giovani cantanti carine) che in patria riscuote enorme successo da metà anni 2000 ed è noto per l’uso molto originale e innovativo delle tecnologie durante i concerti e nei videoclip. Per l’occasione è stato realizzato un progetto multimediale che consiste in una performance olografica del trio sulle note del nuovo brano Next Stage with YOU in cui le cantanti si esibiscono con i loro doppi animati in CG basati sul design di Sadamoto. Le tre componenti delle Perfume sono caratterizzate dal mantenere sempre lo stesso look, e in questo caso il costumino disegnato da Sadamoto per NOCCHi, che porta sempre i capelli a caschetto e indossa sempre short pants, è estremamente simile a un plugsuit dei Children di Neon Genesis Evangelion, pecette sull’addome comprese. Nello spot tv che è stato ricavato dalla performance la somiglianza è particolarmente vistosa:

Praticamente una versione alternativa di Rei Ayanami. Se aggiungiamo che il bordo del colletto di a-chan (coda di cavallo e gonna al ginocchio) è esattamente identico a quello delle plugsuit e che KASHIYUKA (capelli lunghi e minigonna) ha in testa dei fermagli per capelli (?) a forma di orecchie di gatto che ricordano al contempo i collegamenti neurali e l’odioso personaggio di Mari la gattina canterina, ecco che il legame con Neon Genesis Evangelion diventa palese. A questo punto si chiuderebbe il cerchio se nel film conclusivo della tetralogia si scoprisse come colpo di scena finale che gli Eva sono prodotti nelle fabbriche Mercedes Benz.

Il cerchio che potrebbe chiudersi per un’eventuale sponsorizzazione Mercedes Benz del futuro venturo misterioso quarto film del Rebuild of Evangelion non si chiuderà però includendo anche le Perfume perché l’unica cosa certa, o quantomeno logica, è che venga di nuovo coinvolta la cantante Utada Hikaru, celeberrima in Giappone per aver inanellato record su record di vendite di dischi a partire dal 1999. La cantante è legata a due franchise per i quali ha realizzato la canzone portante della colonna sonora di ogni capitolo: la serie di videogame Kingdom Hearts e appunto Rebuild of Evangelion. Il primo film della quadrilogia si chiudeva con il brano Beautiful World, il secondo con un remix dello stesso, e il terzo con il nuovo brano Sakura nagashi realizzato quando la cantante si era già ritirata dalle scene per farsi una vita lontana dai riflettori, sposarsi in Puglia con un italiano e partorire un bambino. Durante la gestazione a Hikaru è tornata la voglia di fare musica e in futuro è atteso il suo nuovo album; inoltre per onorare gli obblighi contrattuali dovrà realizzare la nuova sigla per il futuro Kingdom Hearts III (altro prodotto che ancora non si vede all’orizzonte, però almeno si sa che esiste concretamente). Quindi, quanto al Rebuild of Evangelion è anche lei molto impegnata come Anno e come Sadamoto e ai fan, beh, non resta che aspettare, ovviamente.