Peanuts

Come Odisseo nella terra dei Feaci

 Ospite, queste parole con animo amico le hai dette,

come padre a figliuolo: non le scorderò.

Ma adesso rimani, anche se il viaggio ti preme,

e preso un bagno e ristorato nel cuore,

gioioso torna alla nave, portandoti un dono

bello, di pregio, che ti sia mio ricordo,

come ne donano agli ospiti gli ospiti amici.

(Odissea, libro I, versi 307-313, versione di Rosa Calzecchi Onesti)

Così Telemaco si rivolge alla dea Atena, che gli si è presentata sotto le spoglie di un re per esortarlo a partire alla ricerca di notizie sul padre Odisseo, da tanti anni lontano da casa. Nelle sue parole il giovane esprime un dovere fondamentale della civiltà greca arcaica, ovvero l’ospitalità offerta allo straniero che, essendo “inviato” da Zeus, deve essere accolto, lavato, rifocillato, ascoltato secondo un preciso rituale e alla sua partenza deve essere salutato con uno scambio di doni per rinsaldare anche per il futuro e per i propri discendenti questo vincolo sociale. All’opposto, la violazione dell’ospitalità è considerata un reato grave e può persino scatenare una guerra, come quella di Troia, scaturita dal fatto che Paride, ospite alla corte di Menelao, non solo ha sedotto la moglie del re, Elena, ma l’ha pure portata via.

A distanza di millenni, nella nostra realtà quotidiana che cosa è rimasto dell’antico legame della xenia greca? Di certo si è rarefatto, ha perso la sua sacralità, è stato dimenticato o sostituito dai colloqui incorporei del web, tuttavia rimane essenziale per ognuno di noi intessere rapporti duraturi e reciprochi con altri individui che per caso o necessità incrociamo nel nostro percorso; è importante ristabilire le norme dell’accoglienza ospitale, basate sulla solidarietà e la generosità, come pure è bello dare e ricevere qualcosa in segno di amicizia. Per questo voglio raccontarvi le mie attività dell’anno scolastico appena terminato, nelle quali mi è capitato di conoscere persone nuove, ospitarle ed essere ospitata, scambiare dei regali materiali e immateriali, sempre con l’ausilio dei fumetti che da qualche anno ormai accompagnano la mia vita e il mio lavoro di insegnante.

 

 

Fumettisti in erba

Quando entro per la prima volta in una scuola che non conosco l’impressione iniziale nasce da un’esperienza liminare: ci sono atri freddi e vuoti in cui mi sento spaesata, e ingressi raccolti e animati in cui mi sembra di trovarmi in un ambiente familiare.

Quest’ultima è la sensazione che ho provato varcando la soglia della scuola media Da Vinci di Fermo, dove a febbraio ho tenuto la lezione conclusiva di un corso di fumetto organizzato in occasione della Settimana della creatività. Infatti, grazie al progetto realizzato a Belmonte Piceno, sono stata contattata da Giorgio Litantrace, giovane e attivissimo professore di questo Istituto, e dopo una lunga fase di preparazione in cui sono stati coinvolti gli altri due docenti del corso, Veronica Antonucci e Andrea Cittadini Bellini, finalmente ho avuto il piacere di spiegare a tanti ragazzi attenti, educati e curiosi alcune caratteristiche del medium, come il rapporto tra parole e immagini, e di illustrare dei fumetti, classici e recenti, a me particolarmente cari, come Contratto con Dio di Will Eisner.

Dopo la parte teorica è venuto il momento del disegno ed è stato entusiasmante notare con quanta voglia e passione i ragazzi hanno espresso la loro creatività e hanno veicolato attraverso meravigliose vignette e immagini (inserite in piccola parte in questo articolo) la spontaneità e la genuinità proprie dell’età preadolescenziale.

In questa esperienza credo di aver offerto ma soprattutto avuto numerosi doni, tra cui l’occasione di riflettere sul valore della comunicazione, intesa nel senso etimologico di «mettere in comune»: dalla pianificazione delle attività, al materiale per le lezioni, all’approvazione finale del corso, c’è stato un intenso scambio tra noi docenti allo scopo di rendere interessante e proficuo il nostro lavoro e lasciare un segno indelebile nelle menti degli alunni. Un altro aspetto significativo è stata la possibilità, per nulla scontata, di collaborare con un’altra scuola e di trovare in essa una sincera e cordiale accoglienza per la quale voglio esprimere ancora la mia riconoscenza; nella mia carriera di insegnante si è trattato di una gradita novità che spero possa creare legami ospitali e dare seguito a future iniziative.

I love latino

A gennaio per molti studenti di terza media è tempo di trovare la rotta per un nuovo viaggio che, come quello di Telemaco, li porterà a diventare adulti; per orientarli le scuole superiori organizzano degli incontri in cui è possibile visitare laboratori e strutture e avere informazioni sul piano di studio dei vari indirizzi. Quest’anno ho avuto l’opportunità di partecipare alle due giornate di orientamento della mia scuola, il Liceo Scientifico di Ascoli Piceno, con il compito di mostrare in pochi minuti la bellezza del latino a tantissimi giovani studenti accompagnati da genitori e altri parenti.

Con il prezioso supporto di alcune studentesse delle mie e di altre classi ho spiegato che il latino permea la nostra lingua e, per quanto ritenuto da molti difficile, inutile e ormai morto, continua a vivere tenacemente e a essere usato in molti modi, dall’account Twitter di Papa Francesco alla trasmissione radiofonica finlandese Nuntii Latini; insomma la sua rilevanza, malgrado la diffidenza o il disprezzo di tanti, è talmente grande e sentita che sono state tradotte nella lingua degli antichi Romani opere di ampia diffusione, tra cui i fumetti di Uderzo, dedicati alle avventure di Asterix e i suoi compagni, e il primo dei fortunati romanzi a fumetti della serie Diario di una schiappa.

Mi auguro di aver convinto coloro che mi hanno ascoltato o almeno di aver trasmesso nel breve tempo a disposizione una scintilla della mia passione per il latino, uno dei più grandi regali ricevuti dai miei genitori, che mi hanno quotidianamente infuso l’amore per la cultura, e dai miei eccezionali docenti, che me lo hanno pazientemente insegnato e fatto amare insieme con il greco.

Nelle mattinate dell’orientamento ho confermato la mia idea della scuola come realtà nella quale i ragazzi sono ricevuti e trattati come amati ospiti ma in cambio devono rispettare i loro doveri, impegnarsi, studiare per dare la giusta direzione ai piccoli passi che giorno dopo giorno, ostacolo dopo ostacolo, li porteranno a grandi risultati: per aspera ad astra, per mezzo delle difficoltà fino alle stelle, come dice il motto della mia scuola.

Viaggio in Oriente: andata…e ritorno

Non sono mai andata in Asia ma quest’anno l’Oriente “è venuto” da me per due volte.

Vi ho già parlato dell’incontro con Mario Pasqualini, che è stato ospitato dai miei alunni e ha portato a loro un inestimabile omaggio: la possibilità di immergersi nella cultura giapponese annullando per un po’ le distanze tra il loro mondo e quello del Sol Levante. La speranza di far seguire una collaborazione a distanza purtroppo non si è concretizzata ma il patto di ospitalità, nato dalla comune passione per i fumetti, è ormai stretto e la memoria rimane viva in attesa di tempi propizi per rivedersi.

Nelle ultime settimane di scuola mi è capitato ancora di entrare in contatto con l’Oriente, dato che ho ricevuto l’incarico di insegnare l’italiano a una ragazza cinese arrivata nel nostro Paese da qualche mese. Le sfide ardue sono le più emozionanti, e di sicuro da questi incontri ho imparato molto anch’io perché il bisogno di comunicazione si è manifestato nella sua forma più essenziale e basilare tra non poche difficoltà, quasi al limite dell’incomunicabilità. È stato piuttosto complicato relazionare due sistemi linguistici così differenti, partire dalle fondamenta della grammatica e costruire su di esse le frasi, aggiungendo man mano qualche mattone all’articolata architettura dei periodi. Ma un modo immediato per suscitare l’interesse della mia alunna ed evitare il suo comprensibile scoraggiamento è stato quello di portarle dei fumetti e verbalizzare le azioni delle vignette, dai Peanuts a Rovine di Peter Kuper; per superare ulteriormente le barriere ho scelto anche dei fumetti cinesi, come Reverie di Golo Zhao e I racconti dei vicoletti di Nie Jun. Non so se avrò l’opportunità di farle lezione anche l’anno prossimo, ma se i miei insegnamenti le hanno permesso di aprirsi agli altri e comunicare nella nostra lingua i suoi bisogni e i suoi pensieri, ho assolto i miei obblighi di ospitalità.

L’insegnamento di Omero

[…] questi è un misero naufrago, che c’è capitato,

e dobbiamo curarcene: vengon tutti da Zeus

gli ospiti e i poveri; e un dono, anche piccolo, è caro.

(Odissea, libro VI, versi 206-208, versione di Rosa Calzecchi Onesti)

Così Nausicaa, la principessa dei Feaci, popolo ospitale per eccellenza, parla alle ancelle ordinando di dare da mangiare e da bere a Odisseo, approdato dopo una tempesta nella loro terra. Lo straniero viene cibato, lavato, vestito e condotto alla reggia del re Alcinoo, dove durante il banchetto in suo onore narra le proprie peregrinazioni e prima di partire di nuovo riceve dal re una nave per raggiungere la sua patria.

Nel mondo dell’antica Grecia dunque il dovere dell’ospitalità, fondato su solidarietà, reciprocità, gratitudine e ricordo, è sacro, tanto da segnare il confine tra civiltà e inciviltà. Ancora oggi l’ideale proposto da Omero può riacquistare un senso attraverso la tessitura di legami profondi e durevoli ed è possibile amare e rispettare l’ospite perché sotto le sue sembianze, come nell’incontro tra Telemaco e Atena, magari potremmo intravedere qualche divinità.

 

 

 

 

 

The complete Peanuts: siamo arrivati alla fine

Esce in questi giorni il volume numero 26 della collana che ha raccolto l’Opera omnia di Sparky (al secolo Charles Monroe Schulz) che Panini ha pubblicato mantenendo il titolo e il piano dell’opera originale della Fantagraphics Books e sviluppando l’opera in un lungo percorso dodecennale.

Così, se le strisce della sua opera più famosa si erano già concluse nel precedente numero, con l’aggiunta di tutto il materiale di Li’l Folks, per rendere l’opera davvero completa (e anche per far comprare agli appassionati un volume in più) sono state raccolte in quasi trecento pagine:

  • diciassette vignette pubblicate sul Saturday Evening Post tra il 1948 e il 1950;
  • sette storie dei Peanuts uscite in formato Comic Book negli anni ’60 e ’70 e disegnate da Schulz in persona (la maggior parte delle quali fu invece disegnata da Jim Sasseville);
  • alcune campagne pubblicitarie di cui i Peanuts sono stati protagonisti;
  • strisce e materiale natalizio;
  • quattro storybook ricavate da rielaborazioni delle strisce, ma ridisegnate completamente da Schultz;
  • vignette e aforismi pubblicati su Cose che ho imparato troppo tardi (e altre verità minori), 1981 e su Cose che ho dovuto imparare più di una volta (e qualche altra piccola scoperta), 1984;
  • una serie di vignette fuori serie dedicate al golf e al tennis.

Per appassionati, ma non solo.

Per attingere a piene mani ancora una volta alla filosofia semplice del grande cartoonist americano, che negli ultimi 50 anni del secolo scorso ha sicuramente lasciato un segno molto profondo nella cultura americana e mondiale, tanto è vero che le sue vignette vengono usate, spesso anche aggiungendoci delle parole che lui mai avrebbe usato, per promuovere i più disparati messaggi.

E che si identifica ormai con i suoi personaggi (anche se lui si è sempre riconosciuto in Charlie Brown, mentre il filosofo del gruppo era più Linus) al punto che un destino in qualche modo riconoscente lo ha fatto morire il giorno prima della pubblicazione dell’ultima striscia, il 13 febbraio del 2000.

Per esplicita scelta Schulz ha scritto, disegnato ed inchiostrato tutte le strisce della serie, che quindi non è sopravvissuta al suo ideatore.

Una persona semplice ma profonda che ha anticipato tanti temi, in qualche modo portandoli all’attenzione dell’americano medio: ecco un esempio del 1967 particolarmente in linea con una delle discussioni odierne…

A chiudere questa memorabile raccolta è Jean, la seconda moglie di Schulz, che scrive un lungo e appassionato ricordo di Sparky, che vale la pena leggere. Come sempre in questi casi, si tratta di una specie di discorso funebre: anche lui avrà avuto i suoi difetti, ma tutti noi, dagli appassionati di fumetti in giù, gli dobbiamo qualcosa.

Ma mi piace finire nello stesso modo in cui finisce quest’opera:

Una volta Sparky disse che si sarebbe sentito soddisfatto se sulla sua lapide fosse stato scritto “Ha reso felici le persone!”

È ciò che ha fatto. E che continua a fare.

Era una notte buia e tempestosa – L’inizio

Peanuts, noccioline. Si dice che Charles Schulz non amasse questo nome perché gli sembrava ridicolo, ma di certo il termine è entrato nell’immaginario collettivo a rappresentare il mondo di Charlie Brown e dei suoi amici, in cui non ci sono adulti ma i bambini pensano come gli adulti esprimendo una visione filosofica della realtà. In quattro vignette sintetiche e stilizzate si condensano una storia, una riflessione, una massima di saggezza, al posto di pagine e pagine di romanzi, saggi, trattati. Un microcosmo che si fa specchio della vita di tutti i giorni, un universo in miniatura intessuto di cose piccole e semplici come delle noccioline. Ognuno di noi fin dall’infanzia ha un suo personaggio preferito, conserva un peluche, un astuccio, una maglietta con Snoopy, usa le immagini dei personaggi di Schulz per esprimere il suo stato d’animo su Facebook, pensa di essere intrattabile come Lucy o sognatore come Schroeder o insicuro come Linus.

Ed è proprio da Peanuts che parte la mia seconda collaborazione con Dimensione Fumetto, prendendo in prestito una frase di Snoopy: «Era una notte buia e tempestosa», l’eterno inizio del suo romanzo e della sua carriera di scrittore, in cui metaforicamente si uniscono il fumetto e la letteratura.

Quest’anno insegno italiano e latino nelle classi 1ª B, 1ª E e 2ª B del Liceo Linguistico di Ascoli Piceno e, dopo la magnifica esperienza con i miei carissimi alunni di Montalto, ho deciso di proporre ai miei attuali e altrettanto cari alunni di leggere dei romanzi o racconti, poi i fumetti che da essi sono stati tratti o ispirati e infine di scrivere delle recensioni dei fumetti da pubblicare sul sito. Alcuni hanno accolto subito la proposta, altri si sono aggiunti dopo, altri ancora hanno preferito leggere qualcosa di meno “letterario”, come scoprirete strada facendo; infine Giulia si è occupata della parte grafica realizzando dei disegni che potete già ammirare in questo articolo. A me è toccato il compito di sollecitarli nella lettura e poi nella consegna delle bozze delle recensioni, che attraverso un sottile lavoro di aggiustamenti e limature sono diventate degne di pubblicazione. In questo modo ho raggiunto più scopi: fare leggere sia dei romanzi sia dei fumetti, nella speranza che si appassionino agli uni e agli altri, fare scrivere dei testi non destinati alla scuola e forse per questo meno noiosi, responsabilizzare i ragazzi impegnandoli in un lavoro con scadenze e condizioni precise. Mi piace pensare che questa sia stata pure una buona occasione per sfatare certi pregiudizi o rispondere concretamente a coloro che criticano la scuola e i giovani di oggi perché sono troppo svogliati, troppo impreparati, troppo lontani dalla realtà.

Sì, è vero, spesso i ragazzi appaiono annoiati e sembrano non comprendere il motivo per cui stanno in classe, come se venissero da un pianeta remoto dell’universo, ma pian piano è possibile risvegliare il loro interesse, renderli partecipi, sollecitare il loro coinvolgimento nei modi più fantasiosi. Ecco perché prima di dare l’avvio a questo progetto ho messo in moto la loro creatività invitandoli a scrivere un racconto che iniziasse proprio con Era una notte buia e tempestosa; sono fiorite così dalle loro meravigliose menti storie avvincenti con inizi poetici (L’acqua si infrangeva sugli scogli con dei rumori secchi e regolari. La luna si erigeva chiara nel cielo illuminando il panorama con un gelido bagliore lattiginoso.), atmosfere inquietanti (Mentre il rumore delle mie scarpe mi accompagnava al piano di sopra, mi fermai sulla soglia della porta, attirata da un’ombra proiettata sul muro dinanzi a me.), sviluppi imprevisti (Arrivò a scuola ma non c’era nessuna traccia del bambino, così cominciò a chiedere disperatamente dove fosse finito ma nessuno rispose, come se fosse invisibile.), finali lapidari (Mi chiamo Grace, ho sedici anni e sono una persona malvagia.) e quasi sempre tragici (Il suo cuore venne inghiottito dal mare e il suo corpo fu divorato dai gabbiani.).

I miei alunni sono per me come i Peanuts, un allegro e variegato mondo di adolescenti (che a volte chiamo bimbi) nei quali cerco di lasciare dei piccoli segni, in-segnando appunto e accompagnandoli per un breve tratto nel cammino della loro vita. Nei loro articoli troverete la loro freschezza, la loro simpatia e anche la loro inesperienza, corretta e guidata dai miei consigli.

Ma devo dire che anch’io ho avuto i miei validi sostenitori in questa impresa: il mio amico Andrea Cittadini Bellini, che mi ha pazientemente fornito la sua consulenza e i suoi fumetti grazie ai quali l’idea iniziale ha preso forma; il mio collega Lucio Calabrese, che mi ha elargito con disponibilità precise indicazioni tecnico-artistiche; soprattutto Andrea Gagliardi, amico e presidente di Dimensione Fumetto, che mi ha dato ancora fiducia. Per questo lo ringrazio per l’ennesima volta e mi auguro che continui ad essere il mio Virgilio (come l’ho già definito) nel fantasmagorico regno dei fumetti e anche lui in-segni agli altri quello che sa, così da lasciare in loro un’impronta della sua passione.


 

Leggi tutti gli articoli della serie Era una notte buia e tempestosa a questo link.

 


Un fumetto per l’estate (Parte I): cosa leggere sotto l’ombrellone

Estate: tempo di sole, ferie, mare, montagna o dovunque voi preferiate. Che siate a godervi l’abbronzatura alle Canarie o che vi troviate davanti al ventilatore a sudare in città, potete rinfrescarvi con i fumetti consigliati dallo staff di Dimensione Fumetto.

Estate

Dr. StrangeAndrea Topitti consiglia: Dr. Strange.

Evento importantissimo: per la prima volta un personaggio Marvel pregnante come Dr. Strange ha una sua testata in Italia, sicuramente dovuta al fatto che sta per arrivare il film dedicato al mago delle arti mistiche.
Anche la stessa Marvel punta molto al rilancio del character, mettendolo in mano a due big del fumetto americano come Jason Aaron e Chris Bachalo.
Troviamo un Dr. Strange diverso da quello classico a livello caratteriale: più spigliato e brillante rispetto al severo e bacchettone che i lettori italiani hanno conosciuto da più di quarantacinque anni. Qualcuno lo definisce “tradimento”. Io lo definisco “ammodernamento”.
Bachalo è un vero portento nel disegnare i mondi e i personaggi assurdi tra cui il Nostro spesso bazzica, rendendolo un vero incubo colorato. Il titolo del primo numero, Un mondo bizzarro, è più che mai azzeccato. Questo nuovo inizio, tra le principali serie Marvel, è decisamente tra i migliori e particolari. Straconsigliato soprattutto per chi non ha mai letto nulla del (tra poco) famosissimo mago.

EtaDelBronzo3b_COVERAndrea Cittadini Bellini consiglia: L’età del bronzo

Magic Press ha completato la traduzione dei libri di Eric Shanower sulla guerra di Troia (pubblicata fino al volume 3A dalla Free Books) rieditando tutti i volumi finora scritti dal fumettista americano.
Una lettura impegnativa, un lavoro certosino e filologicamente estenuante, capace di soddisfare a pieno gli appassionati di storia, epica e fumetto. La bibliografia è ricchissima, le citazioni e i riferimenti non sono legati solo all’Iliade, ma a tutte le opere che, nella storia, si sono ispirate a Omero, da Shakespeare a Broadway, ai film peplum degli anni ’60. E anche la geografia, l’antropologia, i vestiti delle due parti in causa sono studiati nel dettaglio. L’opera (iniziata nel 1998 e che ha vinto due Eisner Awards oltre dieci anni or sono) non è completa, sono stati pubblicati quattro dei sette volumi previsti, ma è una lettura che mostra tantissimi aspetti, sia culturali che sociali. Infatti la parte che più coinvolge è l’umanità dei personaggi, che incarnano i sentimenti di ogni uomo, di qualsiasi epoca davanti al dolore, alla guerra, all’amore.

weirdworld-4-michael-del-mundoFerdinando Fosso consiglia: Weirdworld

È estate, fa caldo, quindi cosa c’è di meglio che bagnarsi nel sangue dei propri nemici? Per Arkon di Polemachus, nulla.

E nemmeno per noi, dopo aver letto questo volumetto Panini del maggio 2016 che contiene la saga completa con le avventure del Nostro, al prezzo di 5.30 €.
Arkon è un uomo che ha perso la sua casa. Di più, è a tanto così da perdere anche la sua sanità mentale.
Nel suo viaggio, lungo cinque numeri, incontrerà i personaggi più bizzarri e ucciderà le cose più insensate solo per tornare a Polemachus.

Ovviamente, non mancheranno rimandi a personaggi del Marvel Universe riproposti da Jason Aaron in maniera nuova e divertente.
Per quanto riguarda il comparto artistico, Mike Del Mundo è davvero in forma, per non dire fuori scala, con un tratto che sembra aver colto al meglio la follia che permea Weirdworld.
In definitiva: questa è LA serie da leggere sotto l’ombrellone. Leggera e veloce, Weirdworld è l’ideale tra un tuffo e l’altro.

Peanuts

 

Veronica Antonucci consiglia: I Peanuts

I Peanuts sono un classico senza tempo, uno di quei fumetti che puoi leggere e rileggere mille volte e divertirti come se fosse la prima. In genere si dice che un libro è un “classico” quando rileggendolo scopri qualcosa di nuovo. Ho letto i Peanuts per la prima volta  a 8 anni, un librone enorme con cinquemila strisce. L’ho letteralmente consumato ed è uno dei miei libri preferiti in assoluto.

La critica e i recensori hanno riversato fiumi di inchiostro per parlare dei Peanuts, non c’è niente che non sia stato detto o scritto. I bambini di Charles Monroe Schulz non sono “bambini” in quanto si comportano da adulti, l’unico “bambino vero” è Snoopy che vive fantastiche avventure come aviatore della Prima guerra mondiale, diventa campione di pattinaggio sul ghiaccio, e diventa un grande scrittore e molto altro.
Gli altri personaggi, Charlie Brown, Snoopy, Lucy, Linus, Piperita Patty, Pig Pen e Schroeder, rappresentano tutti una sfumatura dell’animo umano: l’insicurezza, la testardaggine, l’arroganza, l’eccentricità e in generale una sorta di timore verso la vita e il mondo. Consiglio quindi di rileggere i Peanuts questa estate, non solo per l’allegria e la freschezza che portano con sé, ma anche perché sono facilmente reperibili nelle edicole a prezzo basso e sono adatti a tutte le età.

Lets-LagoonMario Pasqualini consiglia: Let’s☆Lagoon

Il perfetto fumetto dell’estate esiste e s’intitola Let’s☆Lagoon. Purtroppo non è ancora stato esportato fuori dal Giappone, ma i lettori italiani ne conoscono già l’autore essendo egli Takeshi Okazaki, lo stesso che negli anni ’90 realizzò quella splendida e fugace meteora che fu Elementalors e che poi improvvisamente scomparve dalle scene per problemi di salute.

Dal 2007 Okazaki è tornato al lavoro con una nuova serie lunga (per ora quattro volumi) che è una sorta di bizzarro cocktail fra Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto e Lost, ma con in più belle ragazze perennemente in camicetta bagnata, solida SF basata sui paradossi temporali, e una qualità grafica veramente impeccabile nell’amore per il dettaglio e nel limitato uso dei neri a contrasto con gli abbondanti bianchi, così da restituire l’accecante sensazione dell’assolata sabbia tropicale.

Una storia dalla trama complessa, eppure sorprendentemente fresca e veloce, ottima per l’estate.

Silvia Forcina consiglia: Sick Sick Sick

Sfida di baffi01

Passate l’estate con Sick Sick Sick di Daw, e preparatevi a ridere.

Il volume pubblicato da Panini, in una bella edizione con copertina in cartoncino raccoglie gran parte delle strisce che il fumettista bergamasco ha pubblicato sul suo blog dal 2008 al 2015 e che su carta fanno la loro porca figura. I personaggi, dal Malvagio Dottore a Mr Zippi Zappi sono così tanto non-sense che la logica fa il giro e diventano emblematici. Zombie Zorro può essere visto come il detentore di un’immagine rassicurante da giustiziere, ma è troppo impregnato della sua stessa natura limitante da diventare inutile e dannoso, invece che risolutivo e salvifico. Il Malvagio dottore è l’esatta rappresentazione della nostra mala sanità e suo specchio riflesso è il Giudice, tanto che si somigliano tantissimo: tanto grande è il loro potere, altrettanto grande è il loro ego che li porta a prendere decisioni incomprensibili e ingiuste, ribaltando completamente quello che dovrebbe essere il loro ruolo. Daw prende così figure iconiche o consuete, le esaspera e riesce, in una pirandelliana “esaltazione del contrario”, a renderle eloquenti e rappresentative della realtà. Io personalmente, mi sono scompisciata dal ridere leggendo questo volume.

Se voi, invece, avete preso per buono quello che ho scritto finora, o avete pensato che stessi parlando sul serio, beh, non so se siete i lettori ideali di quest’opera, ma portatevela sotto l’ombrellone e può essere che accada il miracolo. Perché una cosa ve la dico sul serio: l’idiozia di Daw è terribilmente intelligente, leggerlo potrebbe essere contagioso.

Ms-Marvel-Fuori-dalla-NormaFrancesco Pone consiglia: Ms. Marvel

Ci sono cose che non cambiano mai. Una di queste è la capacità della buona vecchia Marvel Comics di tirare fuori dal nulla dei veri gioielli di fumetto supereroistico. Un’altra è il coraggio della Casa delle Idee di infrangere tabu.

Ms Marvel #1 – Fuori dalla norma, ovviamente Panini Comics, ristampa in volume unico le prime sei storie di Kamala Khan, una fantastica adolescente pakistana che vive nel New Jersey e un bel giorno scopre di avere degli strani superpoteri. Scritta dalla musulmana convertita G. W. Wilson e disegnata dall’ottimo Adrian Alphona, Ms Marvel riesce, con una semplicità inattesa, ad aprire uno squarcio su una famiglia musulmana come tante, alle prese con i problemi di tutti i giorni, e con la difficoltà di compiere un’impresa titanica ma, di questi tempi, terribilmente importante: forgiare una nuova identità culturale che sia capace di armonizzare Occidente ed Oriente.

Kamala Khan, nel suo essere normalmente super, ci mostra la strada verso un futuro privo di supercriminali e di incomprensioni culturali. E scusate se è poco.

Evangelion 3.0+1.0 – Hideaki Anno ha l’agendina piena

Il 28 settembre 2006 Hideaki Anno fece affiggere in 50 cinema giapponesi un poster in cui esponeva dettagliatamente la decisione di rimettere mano alla sua serie cult Neon Genesis Evangelion per riproporla di nuovo al pubblico, in pratica per la quarta volta dopo la serie tv, il fumetto e i film che cominciano tutti con lo stesso incipit e poi continuano in maniera diversa. Anche la trama della nuova serie di film, intitolata Rebuild of Evangelion e programmata come una tetralogia, sarebbe iniziata come le altre tre versioni e poi continuata in un modo nuovo.

Poster con l'annuncio del progetto "Rebuild of Evangelion".

Anno è logorroico.

Il primo film arrivò nelle sale dopo appena un anno (2007): fondamentalmente era un riassuntone dei primi sei episodi ricalcati fotogramma per fotogramma dalla serie originale, con alcune sparute variazioni grafiche (tipo l’Angelo-Cubo) e l’inserimento di product placement. Il secondo film si fece aspettare due anni (2009) e introduceva alcune modifiche alla trama e soprattutto forti cambiamenti all’evoluzione dei personaggi. Il terzo film si prese tre anni di lavorazione (2012) e stavolta lasciò inalterati i personaggi per rimescolare invece la trama. Ora, dopo uno, due e tre anni, per logica il quarto film dovrebbe uscire dopo quattro anni, cioè nel 2016: molti fan hanno però sperato nel miracolo, ovvero che il film che avrebbe messo la parola fine finale financo definitiva alla saga sarebbe potuto uscire nel 2015, data estremamente simbolica dato che è proprio l’anno in cui è ambientata la storia. Purtroppo, però, a parte incredibili colpi di scena, questo quarto film intitolato Evangelion 3.0+1.0 non uscirà a breve dato che, giunti ormai alla fine di dicembre, Anno non ha ancora annunciato nulla, e c’è un motivo: è in altre faccende affaccendato. Il 9 dicembre 2015 infatti, mentre tutti gli otaku piangevano perché ormai l’anno fatidico stava finendo totalmente sprecato senza nemmeno uno straccio di annuncio e di conseguenza producevano poster fake per autoconsolarsi, la Toho pubblicava su YouTube il trailer del nuovo film Shin Godzilla (“Nuovo Godzilla”, titolo internazionale: niente meno che Godzilla Resurgence) scritto e diretto da, ta-daaan!, Hideaki Anno.

Ecco cosa stava facendo il regista ed ecco perché Evangelion 3.0+1.0 non solo ha mancato l’appuntamento del 2015, ma probabilmente mancherà anche quello del 2016 dato che questo nuovo film del franchise del mostro postnucleare uscirà proprio il 29 luglio 2016, e sia per logiche commerciali sia per tempi tecnici lavorativi sembra estremamente improbabile che escano due film dello stesso regista nello stesso anno (solo Takashi Miike riesce a essere così iperproduttivo).

Poster giapponese e internazionale di "Shin Godzilla".

Il poster ufficiale del film in versione giapponese con lo storico font massiccio della saga (in alto c’è scritto “Giappone vs. Godzilla”) e in versione inglese col titolo scritto da Anno stesso, riconoscibile dalla sua solita calligrafia. Shin seiki Evangelion, Shin Evangelion, Shinji (“nuovo carattere”), Evangelion: shi to shinsei (“morte e nuova nascita”), Shin Godzilla: “nuovo” è decisamente la parola preferita di Anno.

Inoltre, non è solo Anno a essere impegnato altrove: anche il character designer Yoshiyuki Sadamoto nel frattempo si è trovato altro da fare. Già dal 2012, infatti, il disegnatore collabora in maniera stabile con l’azienda automobilistica tedesca Mercedes Benz, per la quale aveva prodotto un cortometraggio piuttosto brutto a scopo promozionale.

Quest’anno, approfittando dello scandalo ecologico e relativo calo di vendite della Volkswagen, la Mercedes Benz ha deciso di reinvestire in Giappone in modo consistente, concentrandosi su tre elementi di grande successo: i Peanuts (che in Giappone vanno molto forte più per la gadgettistica che non per il fumetto, sconosciuto ai più) realizzando uno spot televisivo in concomitanza con l’uscita del film della Blue Sky Studios, e di nuovo Sadamoto, associato però stavolta alle Perfume, un trio di idol (giovani cantanti carine) che in patria riscuote enorme successo da metà anni 2000 ed è noto per l’uso molto originale e innovativo delle tecnologie durante i concerti e nei videoclip. Per l’occasione è stato realizzato un progetto multimediale che consiste in una performance olografica del trio sulle note del nuovo brano Next Stage with YOU in cui le cantanti si esibiscono con i loro doppi animati in CG basati sul design di Sadamoto. Le tre componenti delle Perfume sono caratterizzate dal mantenere sempre lo stesso look, e in questo caso il costumino disegnato da Sadamoto per NOCCHi, che porta sempre i capelli a caschetto e indossa sempre short pants, è estremamente simile a un plugsuit dei Children di Neon Genesis Evangelion, pecette sull’addome comprese. Nello spot tv che è stato ricavato dalla performance la somiglianza è particolarmente vistosa:

Praticamente una versione alternativa di Rei Ayanami. Se aggiungiamo che il bordo del colletto di a-chan (coda di cavallo e gonna al ginocchio) è esattamente identico a quello delle plugsuit e che KASHIYUKA (capelli lunghi e minigonna) ha in testa dei fermagli per capelli (?) a forma di orecchie di gatto che ricordano al contempo i collegamenti neurali e l’odioso personaggio di Mari la gattina canterina, ecco che il legame con Neon Genesis Evangelion diventa palese. A questo punto si chiuderebbe il cerchio se nel film conclusivo della tetralogia si scoprisse come colpo di scena finale che gli Eva sono prodotti nelle fabbriche Mercedes Benz.

Il cerchio che potrebbe chiudersi per un’eventuale sponsorizzazione Mercedes Benz del futuro venturo misterioso quarto film del Rebuild of Evangelion non si chiuderà però includendo anche le Perfume perché l’unica cosa certa, o quantomeno logica, è che venga di nuovo coinvolta la cantante Utada Hikaru, celeberrima in Giappone per aver inanellato record su record di vendite di dischi a partire dal 1999. La cantante è legata a due franchise per i quali ha realizzato la canzone portante della colonna sonora di ogni capitolo: la serie di videogame Kingdom Hearts e appunto Rebuild of Evangelion. Il primo film della quadrilogia si chiudeva con il brano Beautiful World, il secondo con un remix dello stesso, e il terzo con il nuovo brano Sakura nagashi realizzato quando la cantante si era già ritirata dalle scene per farsi una vita lontana dai riflettori, sposarsi in Puglia con un italiano e partorire un bambino. Durante la gestazione a Hikaru è tornata la voglia di fare musica e in futuro è atteso il suo nuovo album; inoltre per onorare gli obblighi contrattuali dovrà realizzare la nuova sigla per il futuro Kingdom Hearts III (altro prodotto che ancora non si vede all’orizzonte, però almeno si sa che esiste concretamente). Quindi, quanto al Rebuild of Evangelion è anche lei molto impegnata come Anno e come Sadamoto e ai fan, beh, non resta che aspettare, ovviamente.

Dizuniirando e youkoso, ovvero: benvenuti a Tokyo Disneyland!

Il 5 dicembre di ogni anno è un giorno speciale e felice perché è il compleanno di Walt Disney, uno di quei personaggi che si contano sulle dita di una sola mano che hanno cambiato radicalmente (nell’ordine) il cinema, l’intrattenimento, l’arte, il gusto, l’economia, la morale e in generale la storia sociale del XX secolo.

Venerato da Ejzenstejn e legato a Hitchcock da un rapporto altalenante di scambio di mezzi tecnici e invenzioni visive, Disney conobbe il vero successo commerciale solo a partire dal 1955 con l’apertura del parco a tema Disneyland a Los Angeles, dato che nei precedenti 30 anni di lavoro riversò interamente gli incassi dei film nella produzione dei film successivi, tanto che fu costretto a ipotecare in banca la sua stessa casa in più occasioni, per far fronte al finanziamento di nuove opere o anche semplicemente al pagamento degli stipendi. Dalla seconda metà degli anni ’50 in poi, però, le cose cambiarono in meglio, così tanto in meglio che nel 1971 fu aperto un secondo parco in Florida, Disney World, nel 1983 un terzo in Giappone, Tokyo Disneyland, nel 1992 un quarto in Francia, Disneyland Paris, e nel 2005 un quinto in Cina, Hong Kong Disneyland. Stando ad analisi e sondaggi svolti dalla Disney Company stessa, pare che il migliore di questi parchi sia quello di Tokyo per vari aspetti artistici e tecnici; chi scrive purtroppo non ha avuto modo di visitare tutti e cinque i parchi, ma almeno quello di Tokyo sì e sì che vale la pena oh sì certo che sì.

Passaporto di Topolino a Tokyo Disneyland.

Passaporto di Topolino sulla passerella che unisce la stazione con l’ingresso del parco. Posso dire che “Nazionalità: cittadino del mondo” è commovente? Posso.

Dall’inizio degli anni ’80 Tokyo Disneyland ha gradualmente imposto la sua leadership non solo come prioritario polo turistico della capitale giapponese, ma con i suoi oltre 17 milioni di ingressi annui è in assoluto il luogo turistico maggiormente visitato dell’intera nazione, primato scalfito solo a partire dal 2001 dal parco Universal Studios Japan di Osaka che stacca circa 12 milioni di biglietti ogni anno e ha un principio-base molto diverso: lo scopo di Disneyland è di essere un posto felice, lo scopo di USJ è di essere un posto divertente. Al contrario di Disneyland, USJ non si propone affatto di essere a misura di bambino, anzi dedica solo una minima area ai minorenni (fra l’altro bellissima, a tema Peanuts), e il resto è costruito per intrattenere il visitatore in maniera quasi shockante: non a caso le attrazioni di maggior successo sono i cosiddetti THE REAL, cioè esperienze immersive realistiche in famosi film/anime/videogame action. Lo spot tv del cinema 4D Neon Genesis Evangelion THE REAL è a dir poco inquietante, e nel percorso all’oscuro da fare a piedi Biohazard THE REAL, severamente vietato a chiunque presenti problemi cardiocircolatori, è consigliato indossare un impermeabile di plastica perché ci si potrebbe sporcare di sangue di zombie.

Ingresso a Tokyo Disneyland.

Una volta un grande filosofo disse: «Quella lì si potrebbe benissimo chiamare “La soglia di un mondo incantato”».

Tokyo Disneyland non è nulla di tutto ciò: a parte un paio di ottovolanti sconsigliati ai minori di 120 cm per motivi tecnici, è totalmente fruibile da tutte le età. L’importante è stare al gioco e partecipare alla grande festa di gruppo in cui, una volta varcata la soglia d’ingresso, non si è più nella prefettura di Chiba, nota per le città-dormitorio, le acciaierie e le arachidi, ma nel Regno dei Sogni e della Magia (questo lo slogan del parco). Per questo la prima struttura in cui ci si imbatte è il World Bazaar, un complesso quadrangolare di quattro edifici unificati da una tettoia vetrata a croce (come le gallerie italiane Vittorio Emanuele II a Milano o Umberto I a Napoli) costruita in stile Crystal Palace dell’esposizione universale del 1851, in cui sono ospitati i negozi del parco: la prima cosa da fare è comprarsi un bel cappellino e più è improbabile e meglio è.

Scaffale di copricapi a Tokyo Disneyland.

Scaffale di copricapi. La maggior parte sono a coppie (Topolino & Minni, Paperino & Paperina, Cip & Ciop, Hamm & Rex, eccetera) così possono essere indossati da coppie di amici, fratelli, fidanzati, sposi, eccetera. Da notare però è l’incredibile presenza del berretto di Oswald il coniglio fortunato, in gran spolvero dopo la recente riacquisizione dei diritti. Delle mille persone che lo sfoggiavano (forse perché coniglio = carino), io dubito che anche solo l’1% abbia visto anche solo l’1% dei suoi cortometraggi.

Berretto a Tokyo Disneyland.

La signora Girasole indossa un opinabile berretto peloso con pon-pon, stampa animalier a cuori rosa e fiocco in tinta che non si riesce a ricondurre a nessun personaggio Disney, boh.

Copricapi a Tokyo Disneyland.

Dopo lungo travaglio, la signora Girasole e il signor Maiale hanno finalmente scelto i loro ornamenti: un fermaglio per capelli di Minni e le orecchie di Topolino con cappello di Fantasia. Due bambini felici.

Gruppi a Tokyo Disneyland.

Superata la barriera dei negozi ed entrati finalmente nel parco vero e proprio, ecco che si cominciano a incontrare gruppetti e grupponi di gente felice coi loro cappellini a tono, tipo le signorine con le orecchie di Minnie o le due Paperino & Paperina. Numerosissimi erano i gruppi di amici che, per non perdersi nella folla o anche solo per spirito di gruppo, indossavano tutti lo stesso berretto o la stessa sciarpa: gruppo di almeno dieci ragazzini tutti col copricapo dell’alieno verde di Toy Story, sappiate che eravate fantastici.

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Una delle cose migliori di Disneyland è che per divertiti non devi nemmeno per forza entrare nelle attrazioni: il parco (perché è proprio un parco in senso botanico) è già bellissimo di per sé e girando per le stradine curve e storte gioia ne consegue. Tipo qua la signorina Mela e la signora Girasole posano davanti al mega-albero di Natale sotto la crociera centrale del World Bazaar.

Il castello di Cenerentola a Tokyo Disneyland.

Qui invece c’è il castello di Cenerentola by day col signor Maiale e by night con la signora Girasole.

Statue di "Alice nel Paese delle Meraviglie" a Tokyo Disneyland.

Qui siamo a Fantasyland, una zona con giostre di dimensioni contenute adatte alla famiglia, ed è dedicata ai primi gloriosi film fiabeschi realizzati sotto la supervisione di Walt Disney in persona fino al 1955, quindi da Biancaneve e i sette nani ad Alice nel Paese delle Meraviglie. Qui il signor Maiale e la signora Girasole hanno incontrato gente a cui manca qualche venerdì. Purtroppo il labirinto di Alice dietro non è vero, ma solo una scenografia; a Parigi però hanno realizzato un vero labirinto vegetale e non vedo l’ora di andarci. Ecco il trucco: tutti i parchi Disneyland sono simili, ma diversi, e ognuno presenta delle specificità che puoi trovare solo lì.

"It's a Small World" a Tokyo Disneyland.

Fantasyland è il cuore di Disneyland e contiene l’attrazione da cui tutto è partito, It’s a Small World. La giostra è stata interamente curata da Mary Blair, l’illustratrice a cui si deve la straordinaria e avanguardistica grafica sghemba del film Alice nel Paese delle Meraviglie, ed è un giro su un percorso d’acqua attraverso una sintesi del mondo in sei ambienti: i primi cinque rappresentano i cinque continenti e sono popolati da animatronic di bambini di tutti i colori che intonano la celeberrima canzoncina It’s a Small World in molte varianti di lingue e di arrangiamenti; l’ambiente finale vede tutti i bambini del mondo cantare, ballare e suonare insieme. Può essere considerato infantile e semplicistico, ma non importa: è un messaggio meraviglioso. Nella diapositiva la signora Girasole sfida le intemperie pur di entrare nella giostra, che da fuori è un grande orologio che si apre tutto e si riempie di animazioni meccaniche come nei grandi orologi pubblici medievali (o come sulle pareti di casa di Geppetto e di Flaversham) ogni quarto d’ora; come di vede, qui la foto è stata scattata alle 12:30.

Alice's Tea Party a Tokyo Disneyland.

Il signor Maiale, la signora Girasole e la signorina Mela davanti alla giostra Alice’s Tea Party. Foto scattata prima di rivomitare la colazione a seguito di tre giri sulle tazze.

Giostra di "Mary Poppins" a Tokyo Disneyland.

La signora Girasole e la signorina Mela sulla giostra dei cavalli di Mary Poppins. Fra le varie musiche di sottofondo c’era anche Cam-Caminì al carillon: semplicemente commovente.

Ristorante "Queen of Hearts Banquet Hall" a Tokyo Disneyland.

La maggior parte dei negozi e ristoranti sono al Word Bazaar, ma anche altrove nel parco ci sono carretti di pop-corn, gelati e altro street food, più punti di ristoro vari come questo self service Queen of Hearts Banquet Hall dove tutto il cibo è a forma di cuore, pure le carotine nell’insalata. Mentre si fa la fila si può giocare con la guardia reale della Regina di Cuori.

Ingresso di "Winnie-the-Pooh Honey Hunt" a Tokyo Disneyland.

Ed ecco un altro segreto di Disneyland: pure facendo la fila ci si diverte. Qui siamo sempre a Fantasyland nell’attrazione Winnie-the-Pooh Honey Hunt, dove il commovente percorso d’accesso si snoda fra pannelli sagomati e dipinti come enormi pagine del libro di Milne, così chi non conosce la storia può leggerla mentre attende di entrare in quella che è considerata una delle giostre più belle del mondo. Il percorso è stupendo e l’attrazione merita la sua fama. Si sale su una carrozza non su binario (è radiocomandata) e si segue un percorso multisensoriale narrativo coi personaggi del Bosco dei Cento Acri. A un certo punto c’è la scena in cui Winnie finisce il miele e ha un sogno allucinogeno: per rappresentare il passaggio dalla veglia al sonno l’intero ambiente diventa totalmente oscuro e poi, come d’incanto, vediamo Winnie volare verso un cielo stellato. In tutto la scena non dura più di dieci secondi, ma la comunione stupefacente di musica, luce, profumo, movimento li rende dieci secondi di assoluta sospensione dell’incredulità, e nel momento in cui il percorso s’illumina di mille stelline, per un istante si prova una purissima gioia nel cuore. C’è qualcosa di primordiale in quello spazio scuro, come la grotta di Lascaux illuminata da un flebile fuoco.

Ingresso di "Winnie-the-Pooh Honey Hunt" a Tokyo Disneyland.

Signorine con la bandana in posa plastica davanti a una pagina del grande libro di Winnie-the-Pooh mentre fanno la fila; in particolare la signorina Polipo sfoggia un pacco di pop-corn a forma di alieno verde di Toy Story vestito da elfo di Babbo Natale (?). Le due ragazze in mezzo indossano il copricapo rosa peloso del celeberrimo personaggio Disney ShellieMay (??). Ehm… chi diavolo è ShellieMay? Quando nel 2001 venne aperto Tokyo DisneySea (un secondo parco a tema marino accanto a Tokyo Disneyland) ci si rese conto di una gravissima lacuna nel mondo Disney: ci sono topi, papere e cani, ma non orsi. Certo, ci sono Baloo e Compare Orso e Little John, ma non sono carini, e Winnie-the-Pooh è un franchise a parte. Urgeva dunque la creazione di orsi carini, e fu così che nacquero Duffy e ShellieMay, “The Bears of Happiness and Luck” (???). E c’è pure il loro amico Gelatoni, il gatto italiano. In Giappone questi orsetti hanno un enorme successo incomprensibile, ancor di più considerando che tutto il loro merchandising è disponibile a livello nazionale solo ed esclusivamente nel parco gemello Tokyo DisneySea, quindi bisogna pagare il biglietto e andare per forza lì se si vuol comprare l’asciugamanino di Duffy o la pochette di ShellieMay. Mai più senza.

Carro di "Rapunzel" alla Tokyo Disneyland Electrical Parade.

Una volta giocato il giocabile, esplorato l’esplorabile, comprato il comprabile e mangiato il mangiabile, di notte accade l’evento clou di Tokyo Disneyland, esclusivo di questo solo parco: la Tokyo Disneyland Electrical Parade. Trattasi di una parata di carri paragonabili ai carri di Carnevale italiani, anzi anche più piccoli, ma animati da innumerevoli luminarie, schermi olografici, effetti visivi sorprendenti e in generale un tripudio di luce. A questa festa per gli occhi prendono parte una dozzina di carri uno più sfolgorante dell’altro, tutti accompagnati da musica e ballerini a terra. Difficile decidere il carro migliore, ma di certo quello di Peter Pan a forma di galeone pirata con le vele animate, quello di Aladdin che grazie al rivestimento a LED fa assumere al Genio mille travestimenti, e soprattutto quello di Rapunzel che passa dall’oscurità totale alla luce intensa delle lanterne col canto della protagonista sono esperienze veramente spettacolari e, nell’ultimo caso, persino toccanti. Uno splendido spettacolo.

Dettagli nelle attrazioni a Tokyo Disneyland.

Ma per quanto possa sembrare incredibile, la parte più sorprendente di Tokyo Disneyland non solo le sue attrazioni bensì la straordinaria attenzione per i dettagli. Forse è un aspetto tipicamente giapponese, ma la quantità di finezze grandi e piccole è innumerevole. Si passa da elementi più in vista come i capitelli del castello di Cenerentola (scolpiti coi topolini) e il mosaico nella cupola d’ingresso della fabbrica di Monster & Co. (identico a quello del film) ad altri totalmente nascosti o comunque in secondo piano, tipo questo bellissimo poster di Ade piazzato in un angolo seminascosto in un’attrazione a tema musicale, oppure il bagno della Queen of Hearts Banquet Hall dove non solo le porte sono decorate come carte da gioco, ma anche il pavimento ha lastre di pietra tagliate appositamente sghembe. Un applauso a chi ha allestito questi spazi. In ogni area del parco poi anche i cestini dell’immondizia hanno forme diverse, futuribili di metallo nell’area Tomorrowland e grezzi di legno nel villaggio hawaiiano di Adventureland. Alcune fontanelle poi hanno un dettaglio totalmente invisibile e scopribile solo per puro caso: gettando dell’acqua per terra lì di fronte, a volte compare la faccia di Topolino per un diverso trattamento idrorepellente della pavimentazione, e la cosa più bella è che non in tutte le fontanelle compare l’immagine segreta, quindi cercarle diventa un ennesimo gioco. Altro applauso.

Dettagli nella "Haunted Mansion" a Tokyo Disneyland.

Questa è la Haunted Mansion, la giostra horror da cui è stato tratto il film con Eddie Murphy. A onor del vero l’attrazione più orrorifica del parco non era affatto questa, bensì il trenino di Biancaneve: all’ingresso campeggiava giustamente il cartello “Per via di immagini paurose della strega, la giostra è sconsigliata ai bambini piccoli” e dentro è stato uno shock, il vagoncino della miniera dei nani ripercorre la fiaba su binari stretti e pieni di curve a gomito in cui sembra sempre di cadere rovinosamente o di andare incontro agli alberi spettrali e alle agghiaccianti presenze oscure, rese ancora più terribili da musica spaventosa ed effetti sonori raccapriccianti, il tutto nel buio tagliato solo da mortifera luce ultravioletta. Terrificante, mai più. Haunted Mansion invece è horror per bambini, ma la parte interessante è che da inizio ottobre a fine dicembre la giostra viene customizzata Nightmare Before Christmas sia dentro sia fuori: mentre in tutto il parco le decorazioni natalizie sono fiocchi rossi e dorati, qui soltanto sono neri gessati, perfetti per impacchettare l’anatra assassina dei vampiri, ed è bellissima la slitta di Jack Skeletron sul tetto. Ennesimo applauso.

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Infine, dulcis in fundo: i negozi. Ovviamente la Disney è avida di soldi e anche a Tokyo Disneyland i prezzi sono alti come in tutti i Disney Store, ma la scelta è così straordinariamente ampia e fantasiosa che a ogni negozio ci si ritrova coi soldi in mano come Fry di Futurama; fra l’altro i negozi, a parte quelli generalisti del Word Bazaar, sono tutti a tema e si trovano proprio alla fine della giostra a cui fanno riferimento. Ad esempio, nella foto il signor Maiale è in lietissima compagnia di un Winnie-the-Pooh a grandezza naturale nel negozio strategicamente piazzato all’uscita di Winnie-the-Pooh Honey Hunt. La cosa bella è che ogni negozio è pieno di oggetti di prova e non esiste il cartello “non toccare”, quindi ci si diverte a giocare anche senza comprare nulla.

Merchandising a Tokyo Disneyland.

Come in Europa, anche in Giappone va forte il brand Disney Princess, così forte che si arriva a produrre gadget evitabilissimi come queste cover per cellulare a forma di vestitino di principessa, così piene di lustrini e velette e fiocchetti e tutto che alla fine usare il telefono diventa un’impresa. Imbarazzante poi la nuova linea di t-shirt delle principesse stampate con un pattern fittissimo di personaggi: questa maglietta di Rapunzel è terribile, ma anche quelle de La bella e la bestia e di Cenerentola non erano da meno.

Merchandising a Tokyo Disneyland.

Non poteva mancare poi l’oggettistica giapponese: a sinistra in alto spolverini infilati nel loro portaspolverino (all’inizio sembravano scopini per la toilet e non è improbabile che ci siano), sotto rotoli adesivi tipo quelli che si passano sul divano per prendere i peli del gatto, e a destra palette per il riso a forma di mano di Topolino e Minni con rispettive scarpe dove infilarle dopo l’uso.

Merchandising a Tokyo Disneyland.

Ignorando completamente la massiccia e ovvia presenza di oggettistica di Frozen (tanto più presente nei mesi freddi fino a invadere coi terribili peluche di Olaf anche i negozi a tema fuori dalle attrazioni), questa piccolissima ricognizione dei negozi di Tokyo Disneyland si chiude con dei gadget bellissimi e limitati: gli animali dello zodiaco cinese. Nel 2016 cade l’anno della Scimmia e quindi largo ai peluche di Abù, e a chi non piace la scimmia di Aladdin c’è sempre Winnie-the-Pooh vestito da scimmia. Nei calendari da muro invece il trionfatore è Re Luigi de Il libro della giungla accompagnato da Topolino e Minni in kimono tradizionale di Capodanno. Il successivo sarà l’anno del Gallo: facile prevedere il ritorno del cantastorie di Robin Hood.

Nessuna sorpresa nello scoprire che Tokyo Disneyland è una tipica meta dei viaggi di nozze dei neosposini giapponesi: è tutto meravigliosamente perfetto. Anche troppo: stando ai dati forniti dalla Disney Company, ogni anno delle 18’000 persone che lavorano nel parco ben 9’000 lasciano il posto entro 12 mesi. Non è difficile immaginare quanto quest’esperienza meravigliosa per il visitatore sia stressante per chi ci lavora: giornate tutte uguali di file interminabili, bambini che piangono, tantissima gente e tantissimo rumore, musica ripetitiva e sorriso costante devono essere difficili da sostenere. Un indicatore di stress poi è dato dal fatto che lo staff non si chiama staff, ma “cast”: sono tutti vestiti come compaesani di Belle, lacchè di Cenerentola o personale del circo di Dumbo, parlano in maniera estremamente artefatta e salutano in continuazione con la manina destra in cui il mignolo è leggermente piegato e ritratto rispetto alle altre dita: totale alienazione da sé stessi. Meglio quindi frequentare sì Disneyland, ma ogni tanto, così che ogni volta si rinnovi l’esperienza magica senza venir usurata dall’uso. Nell’attesa della prossima visita al prossimo parco Disney, c’è tempo per godersi un bel tea party col tè di Alice nella tazza di Alice accompagnato dai cioccolatini di Alice, il tutto preso ovviamente a Fantasyland. Buon compleanno Walt, e buon noncompleanno a tutti gli altri!

Charles Schulz e le strisce dei Peanuts dedicate alla sua amante.

Leggenda metropolitana vuole che Charles Schulz, il creatore dei Peanuts, avesse un’amante alla quale mandava messaggi “in codice” tramite le strisce quotidiane dedicate a Snoopy & Co.

Sebbene la notizia sia falsa ha però un fondamento. Schulz infatti ebbe, tra il 1960 e il 1970, un’amante alla quale mandava regolarmente lettere con disegni dei suoi personaggi.

letters

Questa corrispondenza, una volta scoperta, portò alla fine del primo matrimonio di Schulz. Nel 2012 Tracey Claudius (l’amante in questione) ha anche messo all’asta le lettere d’amore del cartoonist tramite la nota casa d’aste Sotheby’s ricavandone circa 350.000 dollari.

Schulz e la sua prima moglie

Schulz e la sua prima moglie

Si tratta di circa 44 lettere, che includevano 22 disegni originali di Charlie Brown, Snoopy e Lucy.

Lettere 2

Nelle strisce del Luglio 1970 Snoopy affronta una storia d’amore a lunga distanza. Questa è probabilmente la cosa più vicina a un “messaggio nascosto” nelle strip dei Peanuts.

La breve storia d’amore a distanza di Snoopy, ostacolata da Charlie Brown che non gli permette di andare al suo vecchio canile né di fare chiamate interurbane, termina quando la cagnolina viene venduta. Chissà se anche Schulz si è consolato con una mangiata alla fine della relazione…

Questa settimana nel Comic web…

Vi segnaliamo gli articoli che abbiamo letto questa settimana nei siti che si occupano di fumetti. Buttateci un occhio!

Comicus ci insegna come si fa un’Analisi di una strip dei Peanuts

Lo Spazio Bianco approfondisce Il paradosso del tempo nel fumetto utilizzando “Qui” di Richard McGuire

Su Fumettologica trovate un articolo di Daniele Barbieri e tanto dovrebbe bastarvi per convincervi a leggerlo: Il romanzo fa davvero bene al fumetto?

Gli Audaci recensiscono Adam Wild #13

Badcomics traduce un’intervista di Wired UK ad Alan Moore.

C4 Comics recensisce  Wet Moon

Il Bar del Fumetto: ci parla un po’ dell’ultima stagione di Orfani

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