Paolo Mottura

METOPOLIS – DALLA PELLICOLA ALLA CARTA

Sono in edicola e mi cade l’occhio sull’albo di Topolino. La sua copertina è bellissima, i suoi colori sono caldi e avvolgenti come quelli di un’alba. Al centro ci sono Minnie e Topolino che si stringono in un tenerissimo abbraccio.  I loro sguardi persi l’uno nell’altra. Leggo il titolo, Metopolis e i miei occhi brillano. Che bello! Una nuova parodia Disney!

La prima volta che conobbi Metropolis fu a scuola. Vidi la locandina del film, stampata sulla pagina del mio libro di educazione artistica. Quel giorno imparai a riconoscere quella immagine come la locandina di una grande opera cinematografica.
Il film muto di Fritz Lang fu proiettato per la prima volta a Berlino nel Gennaio 1927 e oggi compie novant’anni. Topolino n.3189, per l’ occasione, lo omaggia con una storia firmata dallo sceneggiatore Francesco Artibani e dal disegnatore Paolo Mottura.

È Topolino a vestire i panni del giovane Freder e come lui è l’erede di un impero scintillante fatto di ingranaggi.

Inizio Prima parte di Metopolis.

Topp è un topo responsabile dall’animo sensibile che vive in cima al grattacielo più alto dal quale fugge per poter conoscere i bassifondi della sua città. Girovagando e capitombolando, Topp cade ai piedi di Minnie, un’insegnante dai modi gentili ma con un carattere forte che lo informa di una cruda verità.

Paolo Mottura con questa storia ha realizzato un suo grande sogno: era un ragazzino quando vide per la prima volta alcune scene di Metropolis, inserite nel videoclip Radio Ga Ga dei Queen, in cui i musicisti viaggiano su un mezzo volante tra i grattacieli di quella impressionante città, e rimase così meravigliato da desiderare di essere al loro posto e fare quel viaggio incredibile. A distanza di oltre trent’anni ci è riuscito disegnando Metopolis.

Il suo stile fatto di disegni fluidi e ricchi di particolari ha reso al meglio l’ambientazione del film, le sue tavole acquistano tinte incisive che trasmettono sensazioni forti ancor più dei disegni stessi. È apprezzabile l’aver rappresentato la macchina, nel momento dell’esplosione, come un grande Moloch, evidenziando la stessa simbologia del film.

La macchina vista come un Moloch.

Francesco Artibani ha svolto un lavoro altrettanto magistrale, nonostante il suo ruolo fosse esposto maggiormente al rischio di non soddisfare le aspettative, ed è riuscito a valorizzare la storia. I personaggi della pellicola di Fritz Lang non hanno voce e questo tallone d’Achille del film è diventato il punto di forza di Artibani che ha così potuto meglio giocare nella caratterizzazione. La lettura scorre tutta d’ un fiato.

Consiglio un sottofondo musicale che dia ritmo alla storia: mettete su Machines di Giorgio Moroder e buona lettura.