Panini Comics

Il marito di mio fratello: una recensione senza pregiudizio

La paura è uno stato emotivo comune a tutti gli esseri viventi, di base ciò da cui scaturisce è l’ignoto, ed è uno degli strumenti di autodifesa che il nostro corpo utilizza per difenderci dalle insidie reali o presunte.
La crescita e l’esperienza aiutano però a riconoscere le situazioni che siano realmente pericolose per l’incolumità, è come se con la crescita noi costruissimo il nostro personale archivio al quale attingiamo nel momento del bisogno. Il bagaglio di esperienze, spesso condizionato dal contesto in cui viviamo, dà poi origine al pregiudizio, ovvero un’opinione preconcetta che ci porta spesso ad assumere atteggiamenti ingiusti nei rapporti sociali.
Coloro che però sono ancora immuni dall’avere un’opinione preconcetta sulle situazioni e ancor più sulle persone sono i bambini, ed è una di loro che Gengoroh Tagame usa ne Il marito di mio fratello per spiegare al protagonista, e di conseguenza al lettore, concetti come l’accettazione e la tolleranza.

Yaichi è un papà divorziato che vive da solo con la sua figlioletta Kana; la loro routine viene sconvolta dall’arrivo di Mike, un grosso omone barbuto canadese marito di Ryoji, defunto fratello del protagonista.
Come da tradizione nipponica Yaichi accoglie il suo ospite con educazione e cortesia, il tutto sarà però condito da un forte imbarazzo in quanto la sua presenza lo costringe ad affrontare il lutto del fratello e la sua omosessualità. Quello che più preoccupa il protagonista è infatti l’opinione altrui e soprattutto come esporre e affrontare tali tematiche con la piccola Kana, ma sarà proprio lei con la sua spontaneità ad aiutarlo e a illuminarlo in più di un’occasione.

Il tema dell’omosessualità non è di certo inesplorato nel mondo del fumetto e non è certo la prima opera sul tema che la Panini Comics pubblica in Italia, quello che però fa risaltare questo prodotto rispetto agli altri è proprio il suo autore: Tagame è infatti famoso per essere specializzato in manga erotici omosessuali a tema BDSM (sigla che sta per: BD Bondage & Disciplina, DS Dominazione & Sottomissione, SM Sadismo & Masochismo), per l’occasiona però abbandona totalmente l’ambito e si approccia invece al seinen con grande maestria e delicatezza.
Il suo tratto armonico delinea dei personaggi molto espressivi e in controtendenza con l’immaginario comune che si aspetta dei personaggi androgini, quelle che ci vengono presentate sono invece delle figure nerborute e pelose.

Nonostante la comunità LGBT sia la prima a battersi per l’abbattimento delle categorizzazioni, essa stessa non ne è esente e il genere bear è una di esse. Nata nella metà degli anni ’80 in modo trasversale in tutte le nazioni, ha lo scopo di sdoganare lo stereotipo gay dell’uomo curato e depilato e di mostrare in contrapposizione una figura maschile in carne e villosa. Mike, il cognato canadese di Yaichi appartiene proprio a questa categoria e un lato interessante della serie sono proprio i redazionali Lezioni di cultura gay a cura di Mike che spiegano al lettore inesperto i diversi aspetti della cultura omosessuale.

Ma il tema dell’omosessualità non è il solo a essere trattato, in quanto anche la tematica del lutto viene ampiamente approfondita pur se trattata con toni leggeri.

L’opera, composta in originale da quattro volumi, viene proposta nella collana 9L in due maxi volumi, l’ultimo dei quali dovrebbe uscire in primavera.

Una lettura che mi sento di consigliare a tutti, specialmente a coloro che soffrono di omofobia e razzismo, non sia mai che lo sguardo puro e incontaminato di Kana posso aprire loro la mente.


Gengoroh Tagame
Il marito di mio fratello vol. 1
Panini 9L / Planet Manga 2018
Brossurato con alette, 368 pag, cm 13×18

The Goddamned – La redenzione del primo assassino della storia

The Goddamned – Prima del diluvio

“L’uomo che ha inventato l’omicidio”

The Goddamned racconta la storia di Caino, il figlio di Adamo ed Eva, «l’uomo che ha inventato l’omicidio, l’uomo che non può morire».

Jason Aaron è un ateo atipico, un ateo che non può fare a meno di confrontarsi con Dio, o quantomeno non può fare a meno di confrontarsi col concetto del divino, e per farlo sceglie un protagonista che non lascia possibilità di fuga da questo confronto. Caino non può negare l’esistenza del proprio creatore onnipotente, lo conosce e si confronta con la maledizione che questo ha scagliato sulla sua testa condannandolo a una vita immortale sulla Terra, una vita fatta di rancore e sofferenza.

È l’uomo che si è inimicato Dio e non avendo la possibilità di negarne l’esistenza lo odia e ne viene odiato.

«Qual io fui vivo, tal son morto.
Se Giove stanchi ‘l suo fabbro di cui
crucciato prese la folgore aguta
onde l’ultimo dì percosso fui;
o s’elli stanchi li altri a muta a muta
in Mongibello alla focina negra
chiamando “Buon Vulcano, aiuta, aiuta!”
sì com’el fece alla pugna di Flegra,
a me saetti con tutta sua forza:
non ne potrebbe aver vendetta allegra.»
Dante Inferno XIV, 51-60.

Caino diventa così la versione aaroniana del Capaneo dantesco: afferma se stesso e la propria immutabilità ergendosi a nemico del proprio creatore.

La speranza

The Goddamned #1

A differenza del personaggio descritto nella Divina Commedia però il nostro protagonista sembra ancora sperare in una forma di redenzione: pur non potendo tornare all’Eden e nelle grazie del Signore può ancora sperare di morire per mano di un gigante.
Questo è il primo motore che spinge il protagonista della storia di Aaron e Guéra ad alzarsi dal pozzo di fango ed escrementi in cui lo troviamo nelle prime pagine: la speranza.
Quella di Caino è una parabola difficile da affrontare per uno scrittore: il protagonista di una qualunque storia deve avere una motivazione sufficientemente forte a muoverlo lungo le pagine del racconto e deve avere quantomeno la possibilità di un’evoluzione, di un cambiamento, che dia un senso al nostro leggere. Nessuno è interessato alle vicende di un personaggio immobile, immutabile e privo di motivazioni o scopi.
Ma è possibile raccontare l’evoluzione di un personaggio che ha subìto una condanna eterna? Come detto, Aaron trova l’escamotage per far muovere il nostro personaggio: la ricerca della fine delle proprie sofferenze per mano di una creatura mitologica.
E già riesce a incuriosirci: inserendo il proprio racconto in quella zona grigia della mitologia ebraico-cristiana che sta tra la cacciata dall’Eden e il Diluvio Universale, Aaron offre un contesto di possibilità a quella che altrimenti sarebbe una storia priva di speranza.
Ma non si ferma qui.

“Qualcuno ti ha amato un tempo”

Aaron, e R.M. Guéra con lui, riesce a costruire in modo credibile una storia di redenzione e questa, come sempre, passa per un incontro. Caino in questo primo volume (al quale speriamo seguiranno altri) incontra due figure determinanti: Noè, l’uomo di Dio, che gli offre la possibilità di morire per mano di un gigante e Aga, una mamma alla ricerca del proprio bambino.
Qui c’è la prima svolta determinante e ironica del racconto: tra le due figure incontrate quella che realmente spinge al cambiamento, all’evoluzione, il protagonista non è quella mandata da Dio, Noè che offre a Caino quello che ha sempre desiderato, ma l’altra, la donna, la madre.
Per quanto possa sembrare stucchevole e smielato la risposta di Aaron al suo dilemma esistenziale è una sola: la redenzione è possibile solo tramite l’Amore.

“Qualcuno ti ha amato un tempo, lo so. Sai cosa significa. È per questo che mi aiuti”

Ma non è l’amore nato dall’eros quello che cambia la dinamica all’interno della storia, l’amore che lascia intravedere una speranza di redenzione è quello di una madre nei confronti del proprio figlio. Caino è stato il primo essere umano della storia a sperimentare in prima persona l’amore materno ed è in virtù di questo, dell’eco dell’amore di Eva, che abbandona il suo desiderio di morte per cercare qualcosa di più.

The Goddamned #1

“Tutto il mondo tanfa di escrementi”

Il mondo in cui si muove il nostro anti-eroe è un mondo sporco, duro e tormentato. È un mondo giovane in continuo fermento e dominato dalla violenza: animali contro animali, uomini contro uomini… è la perversione del “cerchio della vita” cantato da Elton John ne Il re leone.
R.M. Guéra interpreta questo mondo in maniera superba, adottando un tratto sporco, ricco di tessiture, che riflette le asperità di questo mondo (ne abbiamo parlato in maniera dettagliata QUI). Le inquadrature non sono quasi mai neutre, ma sempre drammatiche: semisoggettive, dall’alto, dal basso, panoramiche oppure dettagli. Non c’è spazio per il riposo, per la pace.

Riuscirà Caino a trovare la redenzione in questo mondo? È possibile una pace per il primo criminale della storia? Scopritelo leggendo The Goddamned.


The Goddamned – Prima del Diluvio
Panini Comics
Jason Aaron, R.M. Guéra
152 pag, 17X26
Cartonato, Colori
€ 16.00
ISBN: 9788891233424

C’è spazio per Ratman? Con Paolo Nespoli sì…

La preview di C’è spazio per tutti (32 pagine, in bianco e nero, giusto per far assaggiare il futuro piatto forte) era uscita durante la permanenza di Paolo Nespoli in orbita, in vista dei suoi record (l’italiano con più tempo di permanenza complessiva nello spazio, il primo ultrasessantenne europeo nello spazio). E Nespoli l’aveva portata con sé, facendosi fotografare sulla Stazione Spaziale Internazionale con l’albetto che ha fatto da traino al piatto forte e con la copertina definitiva del volume a colori (per lo meno nei redazionali finali).

Nel frattempo a novembre a Lucca è stato presentato, in anteprima, il volume di 256 pagine di fumetto.

Ribadendo ancora una volta il legame di Leo Ortolani con i fumetti e la scienza (d’altra parte ormai tutti sanno della sua laurea in Geologia), di cui abbiamo anche parlato.

Così stavolta l’eroe con le grandi orecchie da topo flette i muscoli, e nel vuoto c’è davvero. In un vuoto forse un po’ meno spinto della sua testa.

E non fa certo da comprimario, tra il racconto della vita nello spazio e la storia dell’esplorazione spaziale.

Nel momento in cui la corsa allo spazio sembra tornare in auge, come una cinquantina di anni fa, anche con il contributo delle potenze emergenti, come Cina e India, l’ESA e l’ASI hanno pensato ottimamente di fare divulgazione scientifica e tecnica di alto livello. A sessant’anni dal lancio di Laika nello spazio, con la collaborazione di Panini Comics, con l’ormai solito contributo di Andrea Plazzi, le due agenzie spaziali raccontano attraverso l’esperienza di Nespoli due percorsi in parallelo: l’intera storia dell’anelito umano per il volo spaziale, e la vita (almeno per come la conosciamo ora) nello spazio.

È il solito Ratman, per certi versi ancora più fuori luogo e indisponente del solito, apertamente disprezzato dall’alter ego fumettistico dell’astroPaolo nazionale (lo so, è una definizione terribile) e quasi causa della distruzione dell’ISS.

Ho pensato a lungo alla puntata de I Simpson in cui Homer va nello spazio: ma come, è la domanda spontanea, gli astronauti non sono iperselezionati, iperpreparati, allora come fa il nostro inetto preferito con le orecchie da topo a finire nello spazio?

Per lo stesso motivo per cui c’era finito il ciccione giallo (guarda caso, lo stesso colore delle orecchie del nostro eroe), perché c’è bisogno di far capire che l’inettitudine non è un limite.

Beh, in realtà, purtroppo, lo è: purtroppo per ancora qualche (magari un solo) decennio lo spazio sarà appannaggio di pochi superaddestrati scienziati (a meno di essere dei super ricchi come i sette turisti spaziali che hanno finora raggiunto la ISS). Elon Musk promette di mandare i primi turisti in orbita lunare nell’anno che sta per cominciare, o almeno così faceva lo scorso febbraio. Ma da qui a pensare a navette che porteranno gente su e giù dalla Luna o dal pianeta rosso, ce ne vorrà un po’. Lo stesso Nespoli, in una intervista rilasciata recentemente, ha detto che i prossimi passi dell’esplorazione spaziale saranno proprio la Luna e Marte, ma non sarà certo una passeggiata.

Così Ratman sembra essere l’involontaria causa dell’incontrollabile e inspiegabile ingresso della ISS in atmosfera (solo a causa del fatto che porti sf…ortuna), ed è evidentemente la consapevole causa del salvataggio della medesima, perché sono i sogni (di cui i fumetti sono da sempre un grande catalizzatore) di tutti a salvare i grandi sogni dell’umanità.

È l’Ortolani che conosciamo, che studia i dettagli della parte reale della storia che racconta, li mette sulla tavola commentandoli a parole e “a disegni” in modo caustico, a volte al punto di essere indolore, o di farti ripensare a una battuta tre giorni dopo averla letta (facendoti sentire, in fondo, come Ratman).

È l’Ortolani che tira fuori il meglio dai suoi personaggi, non solo dal punto di vista dell’ironia, ma anche del bene che possono portare, dissimulandolo magari dietro una citazione di Fantastici 4 o di Guerre Stellari.

E ci racconta un presente fatto di sogni e speranze, e un futuro di fiducia, nell’umanità e nella scienza, perché in realtà nessuno di noi sa come andrà a finire, e magari sarà più veloce e facile delle speranze che nutriamo adesso.

Dal punto di vista fumettistico è l’Ortolani che conosciamo: chi lo ama, continuerà ad amarlo, chi non lo sopporta, non credo cambi idea per questo lavoro. Personalmente mi piace il modo in cui affronta le cose, le seziona, affondando la propria ironia con nonchalance.

La parte grafica è anch’essa quella che conosciamo, e ci gioca esattamente come fa con le parole e le battute.

Ancora una volta le citazioni si inseguono, dal punto di vista scientifico e storico, ma anche gli omaggi ad altri fumetti e prodotti della fantasia umana legati allo spazio, e si lasciano cogliere su quello sfondo surreale a cui Ratman e i personaggi di Ortolani ci hanno abituato.

Io sono grato al fumettista pisano (e parmense di adozione) perché utilizza un medium di approccio immediato per affrontare temi non sempre facili, e che anzi oggi trovano sempre più difficoltà a essere diffusi e apprezzati. Perché con ironia smonta pseudoteorie e ritorni al passato, e trova anche il tempo per celebrare il record di ore in orbita di Nespoli (non sul  libro, sfortunatamente, ma l’immagine qui a destra si trova facilmente sul web).

Lo fa con una lettura che può essere fatta tutta d’un fiato o su vari livelli, per cogliere fino in fondo le numerosissime citazioni, ma anche per incamerare le tantissime notizie storiche e scientifiche presenti nei dialoghi e nelle didascalie.

Tecnicamente sono disponibili due versioni, quella classica e la variant, che ha lo stesso prezzo e lo stesso contenuto.

Entrambe possono fare un buon lavoro per la scienza e per il fumetto, facendoci capire che davvero, là fuori, c’è spazio per tutti.

La storia spaziale di Leo Ortolani presentata a Lucca Comics & Games

Un astronauta, un topo e una cagnetta. È questo lo strano equipaggio che sarà lanciato in orbita in “C’è Spazio per Tutti”, la nuova graphic novel disegnata dal noto fumettista Leo Ortolani e pubblicata da Panini con il supporto dell’Agenzia Spaziale Italiana (ASI) e la collaborazione dell’Agenzia  Spaziale Europea (ESA). Protagonista di questo fumetto è Rat-Man, il famoso topo-supereroe che affronterà esilaranti avventure a bordo della Stazione Spaziale Internazionale insieme a Rover, il personaggio ispirato all’astronauta italiano Paolo Nespoli, e ad una cagnetta di nome Laika. La missione di Rover è di portare Rat-Man in orbita e riportarlo a terra sano e salvo per dimostrare che lo spazio è alla portata di tutti. Il volume uscirà in anteprima durante la prossima edizione di “Lucca Comics & Games”, il festival internazionale del fumetto che si svolgerà dall’1 al 5 novembre 2017 a Lucca. Giovedì 4 novembre è prevista la presentazione ufficiale al pubblico con la partecipazione di Leo Ortolani.

Nel volume “C’è Spazio per Tutti” la storia della conquista dello spazio si intreccia con le avventure di Rat-Man. Con grande precisione storica ed un pizzico di ironia, Ortolani ripercorre a fumetti tutte le fasi dell’esplorazione umana del cosmo, dai primi lanci sperimentali degli animali-cavia al volo del primo cosmonauta Jurij Gagarin, dalle missioni dei primi laboratori orbitanti Saljut, Skylab e Mir fino all’attuale grande Stazione Spaziale Internazionale. Parallelamente, Rat-Man scopre i segreti della vita nello spazio: la turbolenta fase di lancio, le condizioni di assenza di peso, il lavoro degli astronauti, gli ambienti e le apparecchiature di bordo. Lo attende anche un imprevisto: un grave problema potrebbe mettere a repentaglio l‘intera missione. Questo fumetto è stato il primo a volare nello spazio: Nespoli ha infatti portato in orbita la copertina di “C’è Spazio per Tutti” e anche l’albo “La Stazione”, che contiene un estratto in anteprima del volume e una serie di approfondimenti sulle attività spaziali. Panini ha deciso di commemorare questo evento storico avviando la procedura per farlo riconoscere dal Guinness World Record.

“Anche Rat-Man è arrivato sulla Stazione Spaziale Internazionale. Ed è un bene”, ha scritto Roberto Battiston, presidente dell’ASI, nella prefazione del volume. “La ISS non è solo l’opera ingegneristica più complessa mai costruita, ma rappresenta la casa comune dell’Umanità, abitata ininterrottamente dal 2 novembre 2000. E come casa comune è giustamente aperta a tutti: donne e uomini di tutte le nazioni, e… supereroi un po’ imbranati. L’importante è che vogliano partecipare al grande sogno dell’esplorazione dello spazio”.

“Panini si è distinta in questi oltre due decenni di attività editoriale per collaborazioni con i più diversi e prestigiosi partner”, ha dichiarato Marco M. Lupoi, direttore Publishing di Panini. “L’accordo con ASI e ESA per divulgare il mondo dell’esplorazione spaziale è di certo uno dei massimi risultati della nostra missione di spingere i fumetti in campi sempre nuovi. Ed essere stati i primi ad inviare fisicamente un fumetto nello spazio è davvero la più ‘cosmica’ delle soddisfazioni! Applausi a Leo Ortolani per il suo meraviglioso fumetto e a Paolo Nespoli per averci accompagnato in questa missione spazial-fumettistica”.

Il volume “C’è Spazio per Tutti” (formato 19,8×28,8 cm, cartonato, foliazione 264 pagine b/n, prezzo 24 euro) sarà in vendita in fumetteria e in libreria dal 9 novembre. Insieme alla versione con copertina standard sarà disponibile presso le Librerie Feltrinelli anche una versione con copertina alternativa. Ulteriori informazioni su www.paninicomics.it.

Asterix e la corsa d’Italia: il nuovo albo a fumetti

Una gara di bighe nell’Italia dell’anno 50 a.C., carri ed equipaggi della Roma imperiale e di tutto il mondo allora conosciuto, la rocambolesca corsa di Asterix e Obelix per tagliare per primi l’ambito traguardo. Sono questi gli elementi di “Asterix e la Corsa d’Italia”, il nuovo albo a fumetti sui famosi personaggi creati nel 1959 da Albert Uderzo e René Goscinny. È il trentasettesimo volume della serie sui due simpatici e irriducibili Galli, che finora ha venduto più di 370 milioni di copie nel mondo, tradotte in ben 111 lingue e dialetti. Questo nuovo volume sarà distribuito in oltre 25 Paesi del mondo. L’edizione italiana, tradotta da Andrea Toscani e Vania Vitali e edita da Panini Comics, è in vendita da oggi. E’ stata presentata stamani in anteprima a Roma al ministro dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, Dario Franceschini, direttamente dai due autori francesi, Jean-Yves Ferri per i testi e Didier Conrad per i disegni, insieme ad una delegazione di Panini e di Hachette. “Questo divertente Grand tour italiano dei Galli più cult di tutti i tempi”, ha dichiarato il ministro Franceschini, “è un’importante e simpatica occasione di valorizzazione della nostra cultura”.

La trama di “Asterix e la Corsa d’Italia” prende spunto dalla decisione di Giulio Cesare di approvare l’organizzazione di una corsa di bighe aperta a tutti gli abitanti del mondo conosciuto e destinata ad affermare il prestigio di Roma e l’unità della penisola italica. Nei piani dell’imperatore dovrà essere il carro romano a tagliare il traguardo. Ma alla gara si iscrivono anche Asterix e Obelix, che, ancora una volta, rischiano di mandare all’aria i suoi sogni di grandezza. La corsa farà tappa in molte città e regioni italiane: Monza, Venezia, Parma, Pisa, Firenze, Siena, l’Umbria, Tivoli e Napoli. La vicenda si svilupperà tra avventure rocambolesche, sberle e colpi di scena, piatti appetitosi e abbondanti, monumenti antichi e paesaggi di rara bellezza. Non mancheranno anche incontri memorabili, alcuni dei quali potrebbero ricordare ben noti personaggi contemporanei.

“Ci siamo resi conto che per Asterix e Obelix era arrivato il momento di farsi un’idea più precisa di ciò che veramente era l’Italia”, hanno spiegato gli autori Jean-Yves Ferri e Didier Conrad. “L’Italia non si riduce a Cesare, Roma e il Colosseo! Anche se a Obelix dispiace un po’, gli abitanti dell’Italia antica non sono tutti Romani, anzi! Gli Italici ci tengono a preservare la propria autonomia e non vedono di buon occhio le velleità espansionistiche di Giulio Cesare e delle sue legioni”.

“Da quando ho avuto l’onore di leggere per la prima volta ‘Asterix e la Corsa d’Italia’ sono rimasto emozionato e colpito dal vedere il nostro Paese, nella sua complessità e pluralità di genti e paesaggi, finalmente rappresentato in un volume di Asterix”, ha detto Marco M. Lupoi, direttore Publishing di Panini. “Ed è davvero un onore, per la seconda volta, essere l’editore di un nuovo capitolo di questa epopea a fumetti, che da decenni emoziona i lettori del mondo e che ora arriva anche a rappresentare la bellezza del nostro Paese nelle sue tavole rutilanti di immagini, battute e sorprese. Un grande momento, davvero”.

Il volume “Asterix e la Corsa d’Italia” è disponibile dal 26 ottobre in due versioni. La prima ha un formato standard (21,8×28,7cm), foliazione di 48 pagine, cartonata, prezzo 12,90 euro, distribuita in edicola, libreria e fumetteria. La seconda è la versione Deluxe, con un formato più grande (26×36,5 cm), foliazione di 128 pagine, cartonata con dorso in tela e arricchita da imperdibili extra (tra cui la riproduzione delle matite originali di Didier Conrad e un ricchissimo dossier con tutti i materiali di produzione), prezzo 34,90 euro, solo in libreria e fumetteria. Ulteriori informazioni su www.paninicomics.it.

 

Era una notte buia e tempestosa – Il ritratto di Dorian Gray

Introduzione

Il ritratto di Dorian Gray è un libro scritto da Oscar Wilde, pubblicato a puntate nel 1890 e in forma di romanzo nel 1891. Il fulcro della storia è il culto smodato della bellezza che diventa un’ossessione per il protagonista, il quale ne fa la sua unica ragione di vita. In realtà il vero personaggio chiave della storia è Lord Henry Wotton, che attraverso i suoi discorsi votati all’estetismo strega il giovane Gray plagiandolo a suo piacimento. Dall’inizio fino alla conclusione del romanzo abbiamo un’evoluzione continua di Dorian, che passa dall’essere un giovane ingenuo alla condizione di un uomo che ricerca il piacere in ogni sua forma.

La vita di Oscar Wilde

Oscar Fingal O’ Flahertie Wills Wilde nasce a Dublino il 16 ottobre 1854. Frequenta il Trinity College, dove inizia a farsi conoscere per i suoi modi stravaganti e le sue azioni sconsiderate, e successivamente l’università di Oxford, dove conosce Pater e Ruskin, che lo fanno avvicinare alla corrente dell’Estetismo. Wilde inizia a scrivere nel 1879 e nel 1884 sposa Constance Lloyd, ma i due si lasciano dopo la nascita dei loro due figli a causa dell’omosessualità di Oscar, che inizia una relazione con un uomo. Dopo la pubblicazione del suo capolavoro, Il ritratto di Dorian Gray, fino al 1895 lo scrittore compone molte altre opere, tra cui Un marito ideale, Il ventaglio di Lady Windermere e L’importanza di chiamarsi Ernesto. Nel 1895 viene accusato di sodomia, viene processato e per due anni è costretto a svolgere i lavori forzati; dopo la scarcerazione si trasferisce in Francia e lì scrive La ballata del carcere di Reading, ispirata alla sua esperienza di prigionia. Viene stroncato da una meningite a Parigi il 30 novembre del 1900.

Il ritratto di Dorian Gray

La storia si svolge nella Londra vittoriana del XIX secolo e all’inizio del romanzo ci troviamo nello studio del pittore Basil Hallward, che ha appena terminato il ritratto di un giovane meraviglioso, il quale suscita l’interesse dell’altro personaggio presente nella stanza, Lord Henry Wotton, un suo vecchio amico del college. Proprio in quel momento entra il giovane raffigurato nel dipinto; Hallward chiede a Henry di andarsene, perché secondo lui influenza negativamente gli altri, ma Dorian Gray, questo è il nome di quell’essere bellissimo, lo prega di rimanere.

I due conoscenti conversano nel giardino di Basil e da qui in poi Lord Wotton plagerà Dorian come vorrà, impressionandolo con i suoi discorsi sull’Estetismo e sulla bellezza come unica cosa che valga la pena di possedere. Allora il giovane, rattristato, esprime il desiderio che sia il suo ritratto a portare il peso degli anni e dei peccati e che lui invece possa rimanere per sempre giovane, stipulando così una specie di patto col diavolo.

In seguito il protagonista si innamora di una giovane attrice, Sybil Vane, che secondo lui recita divinamente; una sera assiste con gli amici Basil e Henry a uno spettacolo in cui la donna interpreta molto male la sua parte, ma quest’ultima spiega a Dorian che è l’amore che l’ha privata della capacità di recitare. Il giovane rimane molto turbato e, tornato a casa, nota che qualcosa nel suo ritratto è cambiato: ora sulle sue labbra sembra esservi un accenno di crudeltà; inizia così a intuire cosa sta succedendo e decide di coprire il ritratto con un paravento e in seguito di spostarlo in uno studio abbandonato nell’ultimo piano della sua villa per non farlo vedere a nessuno. Nel frattempo Gray scopre da Lord Henry che Sybil si è suicidata. Poco dopo Henry regala a Dorian un libro sulla vita sregolata di un giovane parigino che lo affascina moltissimo e da lì in poi il protagonista vorrà seguire alla lettera tutto ciò che avviene in quel volume.

Dopo un salto temporale di ben 18 anni, ritroviamo Dorian alla vigilia del suo trentottesimo compleanno. Quella sera incontra Basil Hallward, che lo sta cercando prima di partire per Parigi per farsi confermare dall’amico che tutto ciò che si dice sulla sua vita sregolata è falso. Dorian risponde che vuole mostrare a Basil la sua anima, quindi lo porta nello studio all’ultimo piano e, liberandosi finalmente del suo segreto, fa vedere al pittore quel che resta del ritratto. È sicuramente il medesimo dipinto, ma allo stesso tempo è profondamente diverso, riportando sulla tela un essere spregevole e per nulla affascinante. Preso da un improvviso scatto d’ira, Dorian afferra un coltello e uccide l’amico, rimanendo tuttavia impassibile…

Il fumetto

Il fumetto fa parte della collana delle Le grandi opere a fumetti della Marvel ed è stato disegnato da Sebastian Fiumara. Le poche informazioni sull’opera le troviamo nell’introduzione scritta dallo sceneggiatore Roy Thomas, da cui sappiamo che i due lavoravano entrambi già per la Marvel, però non avevano mai collaborato insieme, quindi erano molto esaltati all’idea di dover trasporre il capolavoro di Oscar Wilde. Ma la cosa più importante che viene sottolineata è che sia Thomas sia Fiumara hanno messo anima e corpo nella realizzazione del fumetto.

Analogie e differenze tra fumetto e romanzo

a) in base alla storia

Le differenze tra romanzo e fumetto sono poche visto che quest’ultimo è curato anche nei minimi dettagli e le scene principali sono tutte riportate in modo molto fedele al romanzo. Ovviamente vi sono anche delle lievi differenze, ad esempio alcune sequenze sono state accorciate, come il discorso iniziale tra Dorian e Lord Henry, oppure il secondo dialogo tra Dorian e Basil, dopo il quale il protagonista fa nascondere il suo ritratto. Quindi non vi è nessun salto, nessuna scena viene tralasciata, ma vengono solo sintetizzate le vicende meno importanti.

b) in base ai personaggi

I personaggi nel fumetto sono ugualmente ben curati e “fanno ciò che devono”. Cosa intendo con ciò? Voglio dire che i personaggi sono fisicamente identici a come ci vengono descritti da Wilde. Prendiamo in esempio i due soggetti principali, Dorian e Lord Henry: quest’ultimo incarna tutte le caratteristiche del tipico dandy inglese, mentre Dorian è descritto come un giovane sulla ventina con la pelle candida e i capelli dorati e riccioluti, con volto angelico e una bocca dello stesso colore dei petali di rosa; ha una corporatura piuttosto esile e veste solo con abiti alla moda e molto eleganti. Durante la storia cambia irrimediabilmente, ma il suo aspetto rimane sempre lo stesso. Anche sul piano caratteriale sono simili al romanzo, ma non sono così approfonditi: ad esempio, vediamo la degenerazione di Dorian e del suo animo (ma non si entra mai nel merito, non si entra mai nei particolari) quando, ispirato da Henry Wotton, inizia una vita sregolata e attaccata ai piaceri materiali, perché capisce che la sua bellezza è il suo più grande dono e non perde l’occasione di sfruttarla per piegare il mondo al suo volere. Questo accade per i personaggi principali, mentre i personaggi secondari sono pressoché identici a quelli del romanzo, infatti agiscono e pensano meno dei protagonisti, come Sybil Vane.

c) in base agli ambienti

Gli ambienti in cui si svolgono i fatti nel romanzo non vengono quasi mai descritti, ma viene solo indicato il luogo in cui si trovano i personaggi. Una delle poche stanze che viene rappresentata accuratamente è il piccolo studio nel quale Dorian tiene al sicuro il suo ritratto; viene detto che è un luogo angusto e buio, con pochi mobili, una vecchia scrivania e una sedia in legno, una poltrona in pelle rossa ormai logora e un grosso baule. Così è come lo ritroviamo anche nel fumetto, mentre per le altre stanze dobbiamo affidarci quasi ciecamente alle scelte del disegnatore.

Lo stile del fumetto

Lo stile del fumetto, secondo il mio parere, è assolutamente perfetto per il tema trattato e per il tipo di romanzo essendo molto curato e preciso nel tratto. Il fumettista Fiumara ha svolto un eccellente lavoro nella realizzazione di persone e ambientazioni, e attraverso il suo disegno riesce a far intendere ai lettori anche gli stati d’animo dei personaggi. Le vignette non sono quasi mai regolari e vi sono molte pagine intere, come quella dell’omicidio di Basil Hallward che rende molto bene la crudeltà del gesto e la freddezza di Dorian nel compierlo. Abbiamo un numero abbastanza consistente di dialoghi, ma spesso si lasciano parlare solo i disegni. I colori principalmente usati all’inizio sono caldi e chiari, che fanno intendere la “leggerezza” delle scene introduttive, non molto significative ai fini della storia, mentre andando verso la fine i colori tendono più verso toni freddi e cupi, a indicare il mutamento nell’animo di Dorian, che diventa sempre più “scuro”. Il carattere delle lettere rimane uguale per tutto il fumetto e troviamo molte didascalie poste ai lati delle vignette simili a dei cartigli.

Conclusione

Il romanzo è abbastanza godibile e scorrevole, anche se i suoi temi non sono altrettanto facili da comprendere, il fumetto è molto ben curato e costruito, quindi posso assolutamente consigliarli a chi vuole scoprire i lati più controversi e malvagi della mente umana.


Andrea Cennerini ha presentato:

Le grandi opere a fumetti: Il ritratto di Dorian Gray

Autori: Roy Thomas, Sebastian Fiumara
Traduttore: E. Cecchini
Editore: Panini Comics
Collana: Marvel
Anno edizione: 2015
Pagine: 152 p., ill., rilegato
Euro 17,00

Transformers – La morte di Optimus Prime

Transformers: More Than Meets The Eye #1.Prima di cominciare a parlare di Transformers: More than Meets the Eye, c’è da fare una giusta premessa al tutto: Panini Comics è stata molto coraggiosa nella decisione di proporre una serie vecchia di cinque anni e “fuori tempo massimo”, cercando di catturare l’attenzione del pubblico con l’hype generale Transfomers – L’ultimo cavaliere.

Dall’inizio della serie di James Roberts e John Barber è passata molta acqua sotto i ponti e la storia si è evoluta al punto tale da rilanciarsi, questo 2017, con due nuove serie regolari, sequel delle storie che Panini presenta oggi al pubblico italiano.

Questo primo albo brossurato, Transformers – La morte di Optimus Prime, comincia una lunga saga pluriennale che viene raccontata in due albi principali, More than Meets the Eye e Robots in Disguise; in queste 96 pagine iniziali vedremo appunto l’inizio della prima.

La storia di James Roberts parte dalle macerie di Chaos, maxi-evento inedito in Italia che ha permesso all’universo dei Transformers di ripartire con una tabula rasa perfetta per nuove trame e un nuovo status quo: Cybertron è tornata al suo stato primordiale, un pianeta grezzo e inospitale.

La guerra tra Autobot e Decepticon si è conclusa con molte vittime e una popolazione in ginocchio, costretta a schierarsi con una o l’altra fazione, obbligata a fronteggiare il dolore della guerra e i costanti capovolgimenti di fronte.

Il lettore non dovrà dunque sorprendersi di trovare personaggi come Optimus Prime, Rodimus Prime, Bumblebee, Drift, Ratchet, Magnus e molti altri ancora confrontarsi con le loro azioni in tempo di guerra e le scelte poste di fronte a loro in tempo di pace.

Il cast di protagonisti è veramente ampio e i disegni di Alex Milne e Nick Roche permettono una varietà nell’aspetto e nelle personalitá in grado di spiccare a prima vista, anche se sarà sicuramente difficile tener conto di dozzine e dozzine di robottoni in ogni pagina del volume.

Le pagine sono straripanti di dettagli e, se proprio c’è bisogno di trovare una nota negativa a un lato artistico decisamente solido e rispettoso della serie originale a cartoni animati, la colorazione di Josh Burcham è qualitativamente oscillante, molte volte non in grado di trovare i colori adatti per armature e ambientazioni e, specialmente nella seconda parte del volumetto, tutto diventa quasi smunto e tendente a colori pastello molto chiari che stonano con l’atmosfera di Cybertron. Staccandosi dalla poco avvezza all’appagamento cerebrale serie cinematografica dedicata ai Transformer di Michael Bay, sia Barber che Roberts hanno da sempre posto un forte accento sulle personalità e sulla particolarità dei propri protagonisti, riducendo l’esagerata azione da blockbuster hollywoodiano al minimo e lavorando minuziosamente sull’umorismo, la tensTransformers: More Than Meets The Eye #1.ione, la diversità ideologica che separa un Transformer dall’altro.

Il rapporto tra bianco e nero, yin e yang, che si può inizialmente avere pensando alla separazione tra Autobot e Decepticon viene costantemente sfumato dalle parole e dalle azioni dei personaggi che, ripeto, sono messi in una situazione mai affrontata prima d’ora: la privazione del conflitto.

Dove si muove Cybertron da qui in poi? Come gestire la convivenza tra i reduci di guerra, chi ha servito una o l’altra fazione in battaglia, e i B.A.N., i Bot Autoctoni Neutrali, rientrati alla fine della battaglia e pronti a vivere sul loro pianeta natale di cui erano stati privati? Senza addentrarmi troppo nella trama, col rischio di spoilerare, da questa nuova situazione emerge, per gli Autobot, la necessità di evolvere nel pensiero e nel modo di vivere e, malvolentieri, i protagonisti si trovano di fronte a una nuova spartizione.

Da un lato abbiamo Rodimus, audace e scavezzacollo, che sogna di tornare alle stelle e ritrovare i Cavalieri di Cybertron e scoprire cosa rende un Autobot davvero tale, poco propenso ad ascoltare un pianeta che rifiuta la guerra, e chi ha combattuto per liberare Cybertron dal giogo di Megatron e dei Decepticon.

Il piano di Rodimus è semplice: radunare quanti più fedeli alla causa possibile e lanciarsi alla volta di Cyberutopia a bordo della Luce Perduta, una colossale arca spaziale in grado di dare una nuova speranza a chi non si sente più appartenere a Cybertron; a opporvisi c’è Bumblebee, più convinto che mai sulla via della ragione e della discussione, della coesistenza con i BAN e i Decepticon, in una strada tortuosa verso un pianeta Cybertron rinato e pacifico.

Ancora una volta, dunque, è il conflitto a muovere le trame di questi primi quattro numeri ma dai fuochi di cannoni e il roteare in alt-mode tra Autobot e Deception si passa a una vera e propria discussione sulla filosofia post-bellica e sulla natura stessa della democrazia, di certo non qualcosa di tutti i giorni.

The Death Of Optimus Prime #1.

Giusto fermarsi anche un attimo e riflettere sull’atmosfera, in ogni caso, mai pesante o prolissa, condita dal giusto umorismo di personaggi più leggeri come Rewind, Rung o Swerve: prendersi fin troppo sul serio raccontando, in ogni caso, di robot giganti non converrebbe; sulla stessa linea, l’azione è ben dosata e arriva al punto giusto, coinvolgendo altri Transformers ancora come Cyclonus, Skids e Whirl.

Questi primi numeri di More than Meets the Eye risultano dunque più dedicati al world-building, alla costruzione del mondo e, letteralmente, la ricostruzione di Cybertron e l’allontanamento, di una parte dei protagonisti, da quello che ha sempre rappresentato la “norma” nella serie e nella continuity.

Transformers – La morte di Optimus Prime è solo l’opening salvo di una storia enorme e contorta, in grado di trascinare il lettore dalla profondità dello Spark, l’anima di un cybertroniano, fino ai remoti confini della galassia meno conosciuta.

Sottovalutare un’opera simile e trattarla semplicemente come per bambini, unicamente per i loro protagonisti, sarebbe decisamente arrogante e superficiale.

Questa prima introduzione a More than Meets the Eye permette a ogni tipo di fan, nuovo o vecchio che sia, di approcciarsi a un esperimento ancora in corso in America, una serie acclamata dai fan e una vera rivoluzione nel modo di raccontare i Transformers. “Roll out!”

Samurai Jack: una recensione televisiva

Samurai Jack è stato uno dei primi cartoni animati che ho visto perché lo vedevano i miei figli. Il lavoro di Genndy Tartakovsky, a partire da Il laboratorio di Dexter, passando per le Superchicche, fino ai film di Hotel Transylvania, mi ha sempre stuzzicato, per l’impostazione grafica e per storie non (del tutto) banali, cosa non molto frequente (purtroppo) nei cartoni animati moderni. Ma per Samurai Jack ho avuto un interesse sincero. Mi è capitato di obbligare i miei figli a vederlo quando loro volevano cambiare canale.

Il cartone animato, mai concluso, ha avuto tanto successo che a distanza di tredici anni è stata prodotta la quinta e definitiva stagione, in cui finalmente si concluderà la lotta tra Jack e il demone Aku.

Così IDW e Cartoon Network hanno messo al lavoro lo sceneggiatore Jim Zub e il disegnatore Andy Suriano, che ha lavorato anche sul cartone, e tra il 2013 e il 2015 hanno prodotto un fumetto in venti numeri, poi raccolti in quattro volumi.

Gli episodi si collocano cronologicamente tra la quarta e la quinta serie e Panini Comics la propone a distanza di quasi due anni dall’uscita americana, in concomitanza con le nuove e conclusive puntate televisive, arrivate al numero 10 negli Stati Uniti.

Copertina del primo volume italiano di "Samurai Jack".Nel volume Samurai Jack fa quello che fa in tutti gli episodi del cartone animato: tentare di sconfiggere il demone, per tornare nel passato e contrastare il realizzarsi del futuro creato da Aku.

Vagando per il mondo del futuro, dominato dai demoni, tra arti marziali e tecnologia, Jack cerca manufatti più o meno magici per tornare indietro nel tempo.

Così in questo primo volume, cerca di recuperare la corda degli eoni, intessendo tra loro i fili del tempo. Samurai Jack gira per il mondo, incontrando (e sconfiggendo) mostri e demoni, liberando fantasmi e smascherando vecchie regine, con la sua ironia e qualche trovata divertente sulla falsariga di quanto accade nella versione televisiva.

Alla fine riesce a ritessere la corda, come dice lui stesso, visitando luoghi inesplorati, fino al più classico dei finali: l’ultimo pezzo si trova nella fortezza del nemico, al punto che Aku lo usa come… filo interdentale!

Ma ancora una volta, pur arrivando vicinissimo al ritorno nel passato, Samurai Jack si deve accontentare di prolungare la sua permanenza nel futuro corrotto, pur di sopravvivere.

Tavola di "Samurai Jack".

Chi ha amato e ama il cartone animato ritroverà le stesse atmosfere, tra la nostalgia e l’angoscia per la lontananza, ma con la forza e la limpidezza del samurai. A volte, forse, con qualche battuta di troppo, anche se obbligata. In fondo il cartone animato, con le immagini in movimento, riesce con uno zoom o una carrellata a rendere l’idea dell’espressione di un viso anche senza parole, questo nel fumetto deve più frequentemente essere fatto verbosamente. Ciononostante, anche nelle pagine, si incontrano momenti di silenzio, in cui solo i rumori e i movimenti danno pienamente l’idea di quanto sta succedendo, esattamente come nel cartone.

I personaggi sono caratterizzati nello stesso modo, anche se il demone Aku forse era meno “buffo” (in alcune scene finali, con il filo interdentale, quasi tendente al ridicolo).

Ma la caratterizzazione di Jack è perfetta e aderente a come la conosciamo; carattere, forza, scaltrezza, fino alla scelta di vita e di coerenza: continuare a lottare fino alla fine, preferendo vivere nel mondo malvagio del futuro, piuttosto che tornare nel proprio passato a morire. Con uno sguardo che la dice lunga.

Maggiore è, per forza di cose, la differenza dal punto di vista grafico: ricordando che il cartone è giocato tutto sulla tecnica del masking, senza linee di contorno, utilizzando in modo magistrale il contrasto dei colori e il dinamismo delle immagini. Qui è stato possibile applicare questa tecnica solo nelle copertine e in alcuni punti. Proprio per riproporre lo stesso dinamismo, infatti, gli autori del fumetto hanno dovuto cambiare la tecnica di disegno, reinserendo i contorni, anzi, è proprio l’irregolarità dei contorni e il pesante utilizzo del chiaroscuro a far percepire lo stesso movimento che nel cartone viene dalle tecniche di animazione e dai movimenti delle camere. Anche l’elevato contrasto dei colori, insieme alla gamma utilizzata nelle diverse situazioni, contribuisce (bellissima la scena in cui la corda degli eoni parla a un Jack morente, fermando il tempo e portandolo in una sorta di limbo luminoso, in cui i colori sono i complementari della realtà).

Per rendere la rapidità delle scene, il disegno risulta a volte anche deformato.

Tavole di "Samurai Jack".

Altro espediente utilizzato per riproporre sulla staticità della carta il disegno animato è la suddivisione in vignette, sempre diversa e per lo più molto irregolare. Spesso con sovrapposizioni dei personaggi che escono dai bordi, quasi mai sottili e uniformi.

Alla fine l’esperimento di inserire tra le stagioni del cartone animato una serie di storie a fumetti, al netto delle differenze di linguaggio dei diversi media, può dirsi riuscita. Anche se Tartakovsly non ha mai ufficialmente riconosciuto il legame tra il cartone e il fumetto, arrivando a dire che il fumetto non è canonico, il tentativo fatto da Zub e Soriano è stato quello di riproporre esattamente le stesse atmosfere e le stesse caratterizzazioni del cartone.

Ci sono alcune cose che non mi sono piaciute da amante del cartone, ma il fumetto regge il confronto, e regge anche in modalità stand alone. Anche se i personaggi, le atmosfere, le caratterizzazioni della serie animata restano negli occhi e mi sembrano superiori a quelle che ho trovato in questo volume. Però se Jim Zub attualmente è il principale sceneggiatore di Uncanny Avengers, dopo aver creato Skull Kickers, aver lavorato su Red Sonja, Suicide Squad, il fumetto di Munchkin, un motivo ci sarà.

La Bibbia a fumetti: una grande opera a metà

I fumetti si sono da sempre occupati del mito, della storia antica che si perde nella notte dei tempi, e quindi in qualche modo anche di tutte le tradizioni religiose.

La Bibbia a fumetti Panini ComicsE non è infrequente che questa storia e questi miti vengano attualizzati, resi fisici, dando ai protagonisti un aspetto moderno, occidentale. Ogni autore “si permette” di disegnare uomini antichi e divinità con i canoni della propria tradizione e con le caratteristiche della propria fisicità.

È successo con tutte le epiche e in tutte le tradizioni fumettistiche.

Della Storia e delle storie che hanno portato alle religioni che da quasi tremila anni caratterizzano il bacino del Mediterraneo, e in particolare delle radici del Cristianesimo, si sono spesso occupate in Italia case editrici di chiara estrazione cattolica. Avendo lungamente frequentato Il Giornalino nella mia infanzia e adolescenza, ho avuto la possibilità non solo di scoprire grandi personaggi del fumetto internazionale cimentarsi con questi argomenti, ma anche di leggere le storie della Bibbia con un linguaggio immediato e artisticamente valido. Una grande storia (per qualcuno la più grande di tutte) ridotta da artisti, non necessariamente credenti, ma sicuramente legati a un ambiente che, per quanto fosse assai più libero di quanto si possa pensare, aveva un chiaro orientamento. Basti pensare che anche Gianni de Luca si è cimentato in diverse opere di questo tipo, tra cui una serie di storie dell’Antico Testamento sulla fine degli anni ’50 del secolo scorso.

E sicuramente con un atteggiamento esegetico e apologetico che ha provato a dare sostanza al tentativo di riduzione di un’opera così importante.

Qualche anno fa ci aveva provato anche Robert Crumb, fermandosi alla Genesi, dando all’opera un taglio sicuramente diverso da quelli a me più noti degli anni ’80 del secolo scorso.

Stavolta il tentativo è di Jean-Christophe Camus, non particolarmente noto in Italia, tanto è vero che questo è il suo primo lavoro pubblicato in volume.La Bibbia a fumetti Panini Comics

Panini Comics propone un’opera sfidante, non solo per chi voglia leggerla, ma anche e soprattutto per chi l’ha prodotta. Emergono infatti tutte le difficoltà di avere a che fare con un argomento così impegnativo.

Camus si limita a sceneggiare, dall’Antico Testamento, la parte forse più nota e antica, dalla creazione (Genesi) fino ai dieci Comandamenti (Esodo), anche se Panini nella presentazione scrive «l’Antico Testamento in tutte le sue parti». Solo i primi due libri, dunque, e, nonostante racconti solo le storie probabilmente più conosciute, l’opera si dimostra un po’ farraginosa.

Non facilita in nessun modo la lettura di un testo che è già di suo difficile e richiederebbe una interpretazione alla luce della tradizione ebraica, che sappiamo ricca di simboli e di passaggi al limite dell’esoterismo.

Vuole essere fin troppo didascalica, senza mai elevarsi. Rimane un libro essenzialmente storico, molto fisico, che quasi nulla lascia al misticismo o alla spiritualità.

Però dall’altro lato, non riesce neppure a essere sufficientemente epico in questa sua fisica storicità. Forse per il tentativo di raccontare tanti dettagli, per cui le pagine si spezzettano, la stessa trasposizione grafica, con una gabbia spesso fitta e vignette piene di personaggi, finisce con il parcellizzare anche la storia e l’emozione che dovrebbe suscitare.

Le stesse splash page in grande formato (in questa edizione sarebbero dei veri e propri dipinti di 44 x 31 cm) non sfondano. Per lo meno fino alla parte finale, dove finalmente le tavole riescono a dare il senso di drammaticità necessaria per descrivere più degnamente l’ultimo capitolo dell’Esodo, con Mosè che riceve le Tavole della Legge e torna tra le tende del suo popolo per dare per la prima volta una casa a Yhwh nella tenda del convegno. Solo nella sequenza di pagine in cui Mosè abbandona il popolo per recarsi sul monte al cospetto di Dio sembra esserci finalmente un passaggio, una luce nuova che però si affievolisce subito, con il ritorno tra il popolo e, contemporaneamente, il ritorno dell’opera a tutti i difetti enunciati sopra.

La sensazione complessiva è di una incompiuta. Forse perché, pur intitolandosi La Bibbia, la introduce solamente, sottolineando i tanti rivoli narrativi iniziali di un libro che riporta una tradizione millenaria e interrompendoli quasi senza una apparente motivazione.

I tanti personaggi che compaiono hanno la dignità che meritano, descritti in modo sufficientemente dettagliato, ma questo crea un po’ di confusione al lettore che non ha troppa confidenza con il testo sacro.

Quindi, da una parte un eccessivo dettaglio, che fa perdere i termini più epici che ci si potrebbero aspettare da una riduzione che possa essere resa leggibile per un pubblico più ampio possibile. Dall’altra parte una inspiegabile limitazione dell’opera ai primi due libri che fa perdere il gusto della lettura, proprio quando si sta vedendo un crescendo verso l’instaurazione dell’alleanza tra Dio e gli uomini di Israele. E purtroppo la resa grafica non riesce a dissipare questo senso di un lavoro lasciato a metà.

La Bibbia a fumetti Panini ComicsIl Nuovo Testamento appare certamente più semplice. Sicuramente perché i personaggi sono in numero inferiore, anche se con personalità definite e complesse. E anche perché accadimenti e relazioni sono forse mediamente più noti e più legati anche alla cultura popolare occidentale.

Il Vangelo secondo Matteo, come sottolinea nella prefazione Frederic Lenoir, è forse quello che maggiormente privilegia «la forza sconvolgente delle parole di Cristo», per questo era stato scelto anche da Pier Paolo Pasolini, e risulta decisamente più efficace.

Il taglio della sceneggiatura non cambia, con i dettagli, la riproposizione degli stessi dialoghi e delle stesse didascalie contenuti nelle Scritture.

Ma qui la storia è completa e Talajic ha una tecnica meno pittorica, ma che riesce a dare una grande dinamicità. Pur mantenendo una grande fisicità, in questo modo, il senso del sacro emerge nella figura di Cristo, senza prevaricare quella che può essere letta come una delle grandi storie del mondo.

I disegni, le inquadrature, i colori sono certamente più efficaci. Forse meno dettagliati e realistici nelle ombre o nella grafica, ma i volti sono più significativi, i colori e il taglio delle vignette sottolineano efficacemente i passaggi della storia, restituendo sicuramente godibilità all’opera. Anche per chi volesse leggerla solo come una bella storia a fumetti.

La parte del Vangelo è complessivamente la migliore. I successivi Atti degli apostoli sono di nuovo graficamente meno all’altezza, anche se di nuovo facilitati da un racconto che ha molto più di storico e molto meno di epico. Infatti, tolta la parte iniziale in cui si raccontano le apparizioni di Gesù, il resto racconta la storia di come il cristianesimo delle origini sia cresciuto in Giudea, fino all’opera di Paolo di Tarso, apostolo delle genti.

Questa parte ha anche tanti risvolti storici e testimonianze accertate che la rendono sicuramente più vicina a un racconto storico, con meno implicazioni religiose, anche se intrisa dei miracoli degli apostoli.

Il tratto del giovane Bozic è pulito, leggero, ma lascia quasi un senso di vuoto, senza particolare personalità.

In definitiva, la sfida con un argomento così impegnativo e per molti importante si risolve con una delusione, sia per gli amanti del fumetto, sia per chi poteva sperare di trovare un modo meno ingessato e formale di avvicinarsi al libro che tanta parte ha nella nostra cultura. Forse per tradurre un’opera che dovrebbe toccare l’esperienza intima delle persone non basta la tecnica, ma è fondamentale entrarci in contatto, anche solo per ribadire, magari, la propria lontananza da quei contenuti. E la sensazione di una traduzione fredda, priva di una qualche forma di rapporto personale, svuota l’opera stessa.

Non toccando più l’esperienza personale di molti fra lettori e autori, la Bibbia diventa un libro di storia (reale o fantastica che sia), e di una storia così complessa che renderla efficacemente con un linguaggio complesso come quello del fumetto richiede uno sforzo che non tutti sono in grado di fare.

 

La Bibbia

Panini Comics

Autori: Michel Dufranne, Jean-Christoph Camus, Dusan Bosic, Damir Zitko, Dalibor Talajic

 Formato: cm 22,8×31,2, 464 pagg., colori, 2 voll.

Wolverine e Logan, Storie dall’Universo Marvel

Logan é attualmente al cinema e sta sbancando botteghini e incantando il pubblico: più che un film collegato alla saga dei mutanti cinematografici, la pellicola è un grande tributo, realizzato da James Mangold e Hugh Jackman, al personaggio di Wolverine, che proprio l’attore australiano ha ridefinito dagli inizi degli anni 2000, dandogli ancor più ampia visibilità di quanta ne avesse ottenuta fino ad allora.

Wolverine ha, sin dalla sua creazione, avuto una discreta euforia editoriale, introdotto prima come antagonista di Hulk e poi come membro della Seconda Genesi degli X-Men, diventandone un simbolo, esplodendo in popolarità, diventando parte di un gruppo che tra la metà degli anni ’80 e i ’90 appare come il più grande successo di critica e pubblico del fumetto supereroistico, vivendo le storie che hanno, letteralmente, costruito la reputazione dei mutanti Marvel.

Per un personaggio atipico e fuori dagli schemi come Wolverine era difficile non aspettarsi un ingente ritorno di pubblico, affascinato dal carisma dell’artigliato canadese: da cosa nasce cosa, ciò portò la Casa delle Idee a svilupparne prima una mini serie dedicata al suo ritorno in Giappone, nel 1982, affidata a due leggende dell’industria come Chris Claremont e Frank Miller; ed una seconda, decisamente più estesa, sei anni dopo, ma sempre con Claremont ai testi. Logan inizia dunque a staccarsi e contemporaneamente a vivere in simbiosi con gli X-Men, permettendo agli autori di sbizzarrirsi con un personaggio violento e rozzo, brutale ma profondo, oscuro ma anche figura paterna, e un mentore per tanti giovani mutanti…temi che sono tuttora presenti, appunto, nel film Logan.

Alle soglie dei 45 anni dalla sua creazione, Wolverine ha vissuto anni di rara attività ed esposizione mediatica, attraversando innumerevoli fasi, creative o narrative che siano. Nel grande marasma dell’industria a fumetti è più che normale lasciarsi sfuggire qualche chicca rimasta nascosta o sapientemente custodita dagli Archivi Marvel, pronti per chi vuole avventurarsi nei lati più segreti di questo universo.

Cover di Wolverine: The Jungle Adventure, di Walt Simonson e Mike Mignola.

Un esempio lampante di questo genere di storie è Wolverine: The Jungle Adventure, realizzata da due beniamini del sottoscritto, Walt Simonson ai testi e Mike Mignola ai disegni.

L’anno di uscita di questa storia, il 1990, è un anno decisamente particolare per il personaggio, dato che si trova nella sua piena maturazione: Frank Miller e Chris Claremont ne hanno intrapreso il percorso, ma sarà con Larry Hama, Peter David, ma anche Jim Lee e i fratelli Kubert e ancora Claremont, che Wolverine diventerà centro del mondo mutante, unico nel suo genere e in grado di evidenziarne un lato più action ma non per questo più vuoto; il passato del personaggio verrà sviscerato e i volti di chi ha vissuto un Wolverine mai visto sinora verranno portati alla luce, come Lady Deathstrike, Cyber, il profondo rapporto con Sabretooth… L’evoluzione verso il Logan in spandex giallo-blu sarà costante e inarrestabile. È anche naturale, dunque, che ci sia ancora spazio per divertirsi con un personaggio ancora in grado di raccontare varie storie contemporaneamente.

The Jungle Adventure non ha una collocazione precisa ed esatta nella fitta continuity di Wolverine, bensì è più da considerare come un esercizio di stile e un gioco realizzato con vari elementi dell’Universo Marvel: precipitato nella Terra Selvaggia, una landa fuori dal tempo incastonata tra i ghiacciai dell’Antartico, Logan si ritrova a dover guidare una tribù minacciata di nativi chiamati Popolo del Fuoco, e a esplorare un micro-cosmo che segue solo le leggi della giungla, arrivando fino alla scoperta della vera minaccia, il primo mutante conosciuto al mondo, Apocalisse. Il primo contratto tra questi due elementi accende un violento scontro che costituisce il cuore del fumetto, insieme all’esplorazione del ruolo di Wolverine come leader del Popolo del Fuoco, enfatizzando anche la figura di Logan come creatore di coesione, fiducia e ispirazione alla lotta, alla rivalsa.

Simonson, furbo, piazza gli elementi di una piccola graphic novel ma mantenendosi sul perfetto equilibrio tra l’uomo, l’eroe in solitaria e l’X-Man; Mike Mignola, inoltre, è a uno dei suoi tanti “picchi” di carriera: il creatore di Hellboy è ancora in una fase di transizione tra i suoi primissimi lavori supereroistici e il suo ritrovarsi autore completo. Stilisticamente già perfettamente riconoscibile ma ancora in grado di essere “barocco” nel suo tratto essenziale, ritraendo le espressioni dei volti e impegnandosi nella cura della creazione di una giungla amazzonica senza cuore e violenta quanto il nostro protagonista.

Copertina del #1 di Wolverine: Saudade.

Il caldo e il clima tropicale e torrido sono elementi che, evidentemente, vanno a braccetto con il clima burrascoso e irascibile del “Tappetto” Marvel: parte dell’iniziativa che ha visto la realizzazione di Il Segreto del Vetro di Faraci e Cavazzano, Wolverine: Saudade è una strana e atipica storia che vede Jean-David Morvan e Philippe Buchet cimentarsi con le atmosfere magiche e cinicamente terrene del Brasile contemporaneo e il caratteraccio di Wolverine, inviato da Charles Xavier a investigare sulla nascita di un nuovo, potentissimo mutante.

Uno schema narrativo classico, che ha dato vita a tante storie dell’artigliato, si trasforma quando incontra nuovi elementi, distaccandosi radicalmente dalla tradizione supereroistica statunitense, incontrando la classe e l’eleganza della bande dessinée francese degli autori di “Sillage”. La storia scorre piacevolmente e trova i tempi giusti e i momenti adatti per indugiare sulle ampie vedute delle spiagge brasiliane, sul sole battente e sulle misere condizioni di vita dei meñinos de rua, protagonisti silenziosi della trama, che affollano le vignette di Buchet, estremamente prodigo di dettagli e di metodicità nella sua narrazione fluida e mai monotona.
Il Wolverine del duo francese, anche visivamente, è decisamente diverso dalle interpretazioni tradizionali, quasi più caricaturale e decisamente più espressivo, in grado di trasmettere la rabbia e la furia così come l’incanto e il senso di pace che Logan vive durante un breve momento di tranquillità insieme ai bambini che disperatamente cerca di proteggere.

Copertina del #11 di Savage Wolverine (USA).

Il tema di Wolverine e della sua ingombrante e istintiva figura paterna è il cuore di questo mio excursus nell’Universo Marvel e non è un caso che molti autori abbiano giocato con questo elemento del personaggio, ogni volta modificando i particolari per diversificare la storia che volevano raccontare e creare qualcosa di unico.

Jock, artista veterano con anni di esperienza sulle fantascientifiche sponde britanniche della rivista 2000AD, ha compiuto il passaggio ad autore completo proprio con Wolverine, scrivendo e disegnando, nel 2013, un piccolo arco narrativo di tre numeri dell’antologica Savage Wolverine, in Italia su “Wolverine” #291 / #293 edito da Panini Comics Italia.

Lontano dalle ambientazioni canoniche delle avventure di Logan, l’autore abbandona ogni istinto urbano e moderno per dedicarsi a una storia sci-fi, che dalla prima pagine parte direttamente in quarta e vede il protagonista sopravvivere miracolosamente al rientro in atmosfera su un arido e desolato, inospitale pianeta alieno. Il mutante canadese sopravvive lottando, con gli artigli e con i denti, alle voraci forme di vita extraterrestri, incontrando infine un misterioso bambino inviato sulle sue tracce da un gruppo para-militare; dopo un primo scontro tra i due, Wolverine e Kouen, questo il nome che Logan sceglie per lui, si coalizzano contro i loro aguzzini fino alla rivelazione finale.
La trama è semplicissima e spiega veramente poco, lanciandoci in medias res e decidendo di giocare tutto su quello che balza all’occhio del lettore, che viene facilmente scombussolato dai colori alieni di Lee Loughridge, dallo stilizzato Logan disegnato da Jock, dai dialoghi incisivi, brevi ma concreti tra i due protagonisti e dalle sequenze action nell’assenza di gravità spaziale.

L’occhio viene appagato mentre guardiamo il Wolverine più malinconico di sempre osservare una nuova vita irrimediabilmente macchiata dalla sua eredità, senza tirarsi indietro dallo sguainare gli artigli quando si trova di fronte a oscure e futuristiche reminiscenze del progetto Arma X. Sostanzialmente, Jock realizza un divertissemént che unisce, in una sola trama, due tipologie di storie e di lettori non sempre facilmente conciliabili, riuscendo a incuriosire e intrigare il lettore con questo Wolverine “extra-terrestre””.

Wolverine di Esad Ribic.

Copertina di “Wolverine” #2 (USA).

Tra il 2000 e il 2003, gli anni di uscita dei primi due film dedicati agli X-Men, i mutanti Marvel vivono un periodo creativo decisamente florido: il lato colorato e supereroistico sembra lasciare il posto a storie con i piedi piantati per terra e anche per Wolverine c’è bisogno di aria fresca. La prima serie originale termina al #189 per ricominciare con un nuovo #1 nell’estate del 2003, staccandosi completamente dal luccicante costume dell’X-Man, dando al lettore soltanto “Logan”.

Greg Rucka e Darick Robertson debuttano sulla nuova serie statunitense con La Fratellanza, una bellissima storia brutale che sembra non trovare posto nel canone classico Marvel. È un fumetto spietato che racconta di un Logan spesso sanguinante e amareggiato, che cerca di tenere lontano, in ogni modo, la sua vicina di casa Lucy, diciassettenne in disperata fuga dal suo deprimente passato.
Ancora una volta, il nostro protagonista diventa rifugio delle speranze di ragazzi e ragazze al limite, forse in cerca di chi può dare, al posto loro, un taglio netto (d’artigli) al passato; Rucka, romanziere esperto, fa abile utilizzo delle atmosfere da noir moderno prese dal cuore più disagiato d’America, quello del culto maschilista, violento e amante delle armi automatiche, visto dall’occhio di chi, come Logan, ha vissuto troppe guerre per sopportarne ancora.

Gli intenti sono buoni, ma il mezzo con cui raggiungerli è l’unico che Wolverine conosce, l’omicidio, l’efferata voglia di sguainare l’adamantio e giustiziare chi è in grado di portare unicamente altro male in un mondo già nero, perfettamente illustrato dalle matite pesantissime di Darick Robertson, che non indugia un secondo nel mostrare il lato più spaventoso e cupo di Logan, un lato che egli stesso metterà in dubbio in un momento di pausa dagli eventi, durante una discussione con Nightcrawler, l’unico elemento vagamente supereroistico di queste pagine.

Eppure, nonostante la massiccia presenza di vigilanti e di ricerca dell’estremo a tutti i costi di quel periodo a fumetti, Wolverine è rimasto unico, capace di mostrare sensazionale cattiveria e orrore verso le sue azioni ed estrema capacità di comprensione verso le anime più fragili che, quasi naturalmente, gli vengono incontro. La promessa e il naturale istinto di protezione nasce dalla consapevolezza di potersi spingere oltre, dal fatto di avere la possibilità di passare alcuni limiti che lui, e solo lui, preferirebbe oltrepassare, facendosi carico di gesti estremi, piantando gli artigli nella carne, ritraendoli nel suo corpo ogni volta, con un po’ di dolore in più da sopportare.