Panini Comics

L’uomo delle valigie – Recensione

Pubblicato da Panini Comics, L’uomo delle valigie è una delle pubblicazioni più inusuali della famosa casa editrice da un po’ di tempo a questa parte.

Realizzata da due autori giovani e con un curriculum non lunghissimo ma molto importante, è una storia fantastico/noir ambientata nell’America post-crisi economica del 1929.

Ira Zimmer è un ebreo che vive a Brooklyn e a cui viene proposto un insolito lavoro ben pagato: ogni lunedì deve ritirare un gruppo di valigette in una lavanderia gestita da un cinese, e portarle a degli individui che sono segnati in un foglietto con i rispettivi indirizzi. Due sono i divieti da rispettare scrupolosamente: consegnare tutto entro la mezzanotte e non aprire mai il contenuto di quelle valigette.

Arriva però il giorno in cui involontariamente scopre cosa c’è dentro una delle valigette: un foglietto con scritto il numero 12. Appena lo tocca, questo prende fuoco. A seguire, il numero 12 lo perseguita per tutto il giorno fino alla sera. Il giorno seguente è oppresso dal numero 11: uno scandire dei numeri all’indietro con la paura di arrivare al numero zero.

La sceneggiatura di Mario Nucci rende tutto molto fluido e spesso ci sono dei giochi temporali divertenti: vedere la sequenza di quando tre persone in contemporanea (nel fumetto e non nell’arco del tempo) ritirano le rispettive valigie nella stessa lavanderia.

Dialoghi essenziali e funzionali fanno scorrere la lettura in modo veloce e con i tempi di oggi non è poco (meglio essere in linea con i tempi di oggi, simboleggiati dall’immediatezza).

I disegni di Lorenzo Zaghi sono perfetti per l’atmosfera noir e, se proprio dovessi fare un accostamento a un altro disegnatore, penserei a Eduardo Risso che fa il verso al mitico Will Eisner (non preoccupatevi, non lo conosco e non mi ha corrotto con nessun assegno).

Nel disegno qualche volta ha qualche indecisione sull’anatomia (alcune mani che tengono una pistola sarebbero da rivedere), ma la cosa più importante è che riesce comunque a dare una vera atmosfera noir alla storia e spesso cambia il colori a seconda del salto temporale (in molte sequenze usa una specie di bianco e nero sporcato al seppia che evidenzia i flashback).

L’unica cosa che mi ha lasciato un po’ perplesso è il finale (che ovviamente non spoilero): decisamente aperto, che quasi fa pensare a un seguito nonostante… ma questo scopritelo voi!

Nonostante tutto, se siete stufi dei soliti personaggi consiglio l’acquisto a chi cerca una storia insolita e pressoché originale!

Atelier of Witch Hat: un’officina per aspiranti maghi!

Copertina del primo volume italiano.

La magia è un dono e solo chi lo possiede dalla nascita può aspirare a divenire un mago, ma la giovane Coco scoprirà presto che questa non è l’assoluta verità e l’incontro con un Maestro delle arti magiche la porterà a divenire un membro dell’Atelier of Witch Hat.

Arriva in Italia, grazie alla Panini Comics, il primo volume di una piacevole storia fantasy con protagonista una giovane ragazzina affascinata fin dalla nascita dalle arti magiche. Nella realtà in cui vive Coco la magia viene usata quotidianamente per le piccole e grandi comodità, ma solo chi ne ha in sé il dono dalla nascita può praticarla; nonostante ciò la piccola protagonista non vuole rinunciare al suo sogno di divenire una maga e presto gli eventi la porteranno a scoprire il segreto della magia e come poterla praticare, ma tutto che ha un prezzo e scoprirlo non sarà piacevole.

Anche se il tema è molto inflazionato, l’opera presenta diverse trovate molto interessanti, prima fra tutte quella di usare il disegno come veicolo per generare le magie. Il disegno genera magia, il disegno è arte, il fumetto che si ottiene dal disegno è arte, quindi per la proprietà transitiva il fumetto genera magia a sua volta, una sorta di immagine allo specchio che si riflette all’infinito, una sorta di meta-arte.

Tavola tratta da Atelier of Witch Hat a sinistra, xilografia di Albrecht Dürer a destra.

La storia di questo primo volume è coinvolgente: fin dalle prime pagine ci porta al centro dell’azione delineandosi poi nei capitoli successivi in modo coerente e appassionante. L’aspetto artistico è molto gradevole, le tavole a colori (assenti purtroppo nell’edizione italiana) realizzate ad acquerello sono una meraviglia per gli occhi. Il tratto a china, sporco quanto basta, vede l‘utilizzo di una tecnica del chiaroscuro che ricorda un po’ le xilografie medioevali, l’atmosfera che delinea ha un che di nostalgico al profumo di Studio Ghibli.

Kamome Shirahama, autrice della serie, ha al suo attivo diverse cover di serie DCMarvel (tra cui spiccano quelle di Star Wars) e in patria una miniserie in tre volumi intitolata Enidewi anch’essa a tema fantasy.

Atelier of Witch Hat è un seinen edificante, ben realizzato e di cui consiglio vivamente la lettura. A quanto pare siamo agli inizi della carriera dell’autrice e non abbiamo altre opere per effettuare un paragone, ma da ciò che emerge da questo volume devo dire che le premesse sono buone. Non lasciatevi scappare l’occasione di scoprire come poter diventare anche voi degli esperti maghi!

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X-Men: la nuova Generation X

Guarda, guarda là,
c’è un gruppetto di mutanti.
Li ho visti però
sono ancora assai distanti,
van per la città
difendendo gli abitanti.
Mutanti, mutanti,
insuperabili X-Men!

Cover di X-Men - Generation X del primo volume italiano.

Cover di X-Men – Generation X del primo volume italiano.

Ogni volta che leggo X-Men, mi parte in testa questo motivetto, tratto dalla sigla che Marco Destro cantava per la storica serie animata dedicata agli umani con il gene X. E credo che sia lo spirito più giusto per affrontare la lettura di Generation X, la nuova testata, dal taglio teen, dedicata alle nuove leve dell’Istituto Xavier e nata grazie all’evento ResurreXion, il più recente rilancio delle serie X-Men.

Ma è d’obbligo fare un po’ di ordine in queste aule.

La serie riprende, almeno nel titolo, una più famosa che fu pubblicata nel 1994 dopo il crossover X-Men: Phalanx.
La caratteristica principale di questa maxi saga, che intrecciava tutte le serie mutanti pubblicate dalla Marvel fino al 1994, è la marginalità del cast principale a favore di nuovi personaggi, o vecchi, ma mai degnati di giusta gloria.
La trama vedeva i giovani studenti della Scuola Xavier guidati da due veterani del gruppo: Banshee e la redenta Emma Frost, affiancati da Jubilee già spalla di Wolverine nella serie madre.

Ritroviamo proprio quest’ultima con il ruolo di insegnante del nuovo Xavier Institute affiancata dal preside Kitty Pryde.
Il taglio dato da Christina Strain ai testi, è fresco, vivace e scanzonato, visivamente rivolto a un target più giovane; la storia, ricca di citazioni delle vecchie serie è caratterizzata da dialoghi ironici e taglienti, molti veloci e scorrevoli. La controparte visiva, gestita da un gruppo vario di artisti tra cui spicca il tratto più sapiente di Amilcar Pinna, non si distingue però per originalità o per scelte stilistiche ricercate. Questa serie va dunque a essere annoverata tra le altre testate teen della Marvel come Ms Marvel, Spiderman Miles Morales o Devil Dinosaur e Moon Girl; volta a conquistare un nuovo pubblico di lettori.

La lettura scorre piacevole ma trovo poco approfondita la caratterizzazione dei personaggi che faticano a imporsi e a uscire fuori, ma probabilmente questo è un aspetto che la Strain voleva trattare con tempistiche più rilassate.
In Italia la serie, proposta da Panini Comics, viene raccolta in volumi brossurati distribuiti solo in libreria: al momento è appena uscito il secondo volume e il terzo, e conclusivo, sarà in uscita ad agosto.

In America la pubblicazione è stata cancellata con l’avvento di Marvel Legacy (ne abbiamo parlato qui), e insieme a Jean Grey è la seconda testata a chiudere dopo ResurreXion; nonostante le pecche citate, posso comunque affermare che questa serie rappresenta una piacevole lettura di svago e vale la pena concluderla con il terzo volume.

 

Christina Strain, Amilcar Pinna
Generation X

88 pag., brossurato, colori
formato 17 x 26 cm
prezzo: 8,90

Karnak, il Maestro del punto debole

Più di 25.000 anni fa i Kree, una razza aliena originaria della Grande Nube di Magellano, erano già in lotta con gli Skrull, una specie aliena di mutaforma; per fronteggiarli generarono un’arma biologica formata da umani con straordinari poteri, gli Inumani, e Karnak è uno di loro.

Gli Homo sapiens inhumanus sono il frutto dell’esposizione di esemplari umani alle nebbie terrigene, processo che sviluppa poteri latenti; abbandonata dai loro stessi creatori perché ritenuti troppo pericolosa, la specie sopravvisse creando una civiltà parallela a quella umana, nascondendosi nella città segreta di Attilan sull’Himalaya.

Stan Lee e Jack Kirby presentarono la serie degli Inumani nel 1965 sul mensile dei Fantastici Quattro e ora, in pieno spirito di rilancio, la Casa delle idee ha deciso di puntare anche su di loro. Basti pensare che Freccianera, il loro leader, ha avuto un ruolo importante nel corso della saga di Infinity, dove pur di sconfiggere Thanos fa esplodere una bomba di nebbia terrigena su New York che, oltre a sconfiggere il nemico, creerà una nuova stirpe di inumani, i NeoUmani.

La terrigenesi è un processo a cui vengono sottoposti tutti gli Inumani, tutti tranne Karnak. Essere un Inumano ma di fatto non esserlo porta con sé una serie di frustrazioni e stati d’animo che lo portano a studiare le arti marziali alla continua ricerca di un punto debole, quella fragilità che è presente in qualsiasi cosa, persino nella morte che lui stesso riesce a sconfiggere.

Un personaggio così singolare ben si presta a un approfondimento psicologico ed è questo che Warren Ellis, famoso per aver inciso sulle proposte editoriali di Wildstorm Studios di Jim Lee e l’Avatar Press di William A. Christensen e per aver lavorato a diverse serie Marvel (tra cui Moon Knight), tenta di fare in questa miniserie.

Scavare nell’animo del Gran Magister della Torre della Saggezza è un’impresa ardua e interessante, quello che ne esce fuori è una figura cinica, a tratti sadica, ma saggia e molto acuta. La storia di questo volume, raccolta della miniserie in sei volumi dedicata al personaggio, è incentrata sul rapimento di un NeoUmano, ma si scoprirà essere tutto pretesto per ripresentarci e approfondire questo personaggio, che nel corso della storia Marvel ha avuto spesso un ruolo marginale. Il lavoro che Ellis fa è buono e funzionale consentendo ai due disegnatori che si sono cimentati in questa opera di realizzare delle tavole di forte impatto visivo e pregne di dinamismo.

Qui sopra possiamo vedere due estratti del volume con la sequenza dinamica dei combattimenti di Karnak, evidenziata da una linea gialla.

Per i primi due capitoli i disegni sono affidati a Gerardo Zaffino (figlio del più noto e prematuramente scomparso Jorge), il suo tratto caratterizzato da un sapiente uso del chiaroscuro graffiato esalta le atmosfere cupe di questa opera.

Più canonico è invece il disegno di Roland Boschi che cerca di portare a compimento al meglio delle sue forze l’opera lasciata incompiuta, a causa di problemi personali, dal suo predecessore. Trait-d’union del comparto visivo rimane la costante di Dan Brown ai colori che fa un buon lavoro enfatizzando le atmosfere dark usando, come pare essere molto in voga negli ultimi anni, una palette composta da colori desaturati e cianotici, che comunque hanno un buon effetto visivo.

Il volume proposto dalla Panini è un buon mezzo per poter conoscere un personaggio poco noto ai più in un’operazione di valorizzazione a mio avviso molto ben riuscita. Peccato che la serie sia stata chiusa dopo soli sei numeri, poteva essere interessante approfondire ulteriormente la figura di Karnak, ma immagino che non mancheranno occasioni per farlo, inserendolo in altri archi narrativi.

Warren Ellis, Gerardo Zaffino, Roland Boschi
Karnak, il punto debole in ogni cosa

136 pag., cartonato, colori
formato 17 x 26 cm
prezzo: 14,00

Il marito di mio fratello: lacrimuccia per il finale

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Cover del secondo e ultimo volume de Il marito di mio fratello.

La conclusione de Il marito di mio fratello, la serie rivelazione candidata al Festival International de la Bande Dessinée d’Angoulême 2017, che parla di accettazione e di famiglia con grande naturalezza.

Di quanto mi sia piaciuta questa serie edita da Planet Manga ve ne ho già parlato qua, e vi ho raccontato di come il suo autore Gengoroh Tagame sia riuscito ad affrontare il tema del pregiudizio in modo magistrale sfruttando gli occhi della piccola Kana che, grazie alla sua spontaneità, ha aiutato il padre Yaichi a conoscere suo zio Mike venuto dal Canada per incontrare la famiglia di suo marito Ryoji, ormai defunto.

Quelli che invece la seconda parte va ad analizzare sono i concetti di accettazione e di famiglia, trattati sempre con il giusto equilibrio tra ironia e serietà.

Il volume si apre con una presa di coscienza da parte di Yaichi, che prima dell’arrivo di Mike non aveva mai approfondito l’argomento dell’omosessualità.

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Yaichi immagina Kana insieme a una donna.

Quando suo fratello Ryoji fece coming out la sua reazione fu una fredda e distaccata accettazione, e questo suo modo di agire aprì tra i due fratelli un invisibile, ma profondo divario; ora un dubbio lo attanaglia, nell’ipotesi mai vagliata che un giorno Kana possa innamorarsi di una donna, come reagirebbe?
A sorprendere è la velocità con cui si arriva alla risposta: mai più ripetere l’errore fatto in passato, mai più far soffrire una persona facendola sentire sola. Se la piccola Kana dovesse innamorarsi di una donna quello che Yaichi mette a sua disposizione è amore e dialogo, il necessario a farla sentire al sicuro e protetta.

È spiazzante come questa soluzione arrivi naturale e scontata e come invece non lo fosse  per nulla all’inizio, sottolineando quanto non sia semplice applicarla nella realtà, e come l’affetto per una persona cara dovrebbe eliminare ogni dubbio su come agire anche se il background culturale in cui viviamo rende tutto difficile, complicato e a volte tragico.Il_marito_di_mio_fratello_04

La parte più toccante di tutto il volume è invece l’inclusione di Mike nella famiglia: il concetto di famiglia è un tema quanto mai attuale nel panorama politico italiano, si dibatte da molto sull’argomento e molti gli associano il significato più evidente e scontato, ovvero “nucleo sociale rappresentato da due o più individui che vivono nella stessa abitazione e legati dal vincolo del matrimonio o di parentela”.

Quello che invece Tagame ci fa capire è che la famiglia può essere intesa in senso molto più ampio come l’insieme di persone che si vogliono bene, senza vincoli giuridici o legami di sangue; un concetto genuino e semplice che spesso non è facile accogliere e trasmettere.

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La famiglia non è formata solo da persone con legami di sangue.

Affrontati i temi sostanziali di cui sopra, il finale di questa storia si dipana tra un crescendo di sentimenti nati e sviluppati tra i protagonisti, conducendoci per mano al toccante e non stereotipato finale.

Se avete apprezzato il primo volume non potrete ignorare la lettura di questo secondo, a maggior ragione perché oltre allo sviluppo della storia viviamo anche quello dell’autore stesso che, procedendo con il racconto, acquisisce sempre maggiore disinvoltura sia nella narrazione che nel tratto.

Il marito di mio fratello fa l’effetto di un arcobaleno dopo la tempesta, è difficile rimanerne indifferenti.

Dimensione Fumetto presenta: FREE COMIC BOOK DAY

Amiche e Amici! Il giorno 23 aprile si celebrerà la Giornata Mondiale del Libro e del Diritto d’autore. Questa giornata è dedicata al libro e alla lettura e ci sono moltissime iniziative dedicate a questo evento in tutto il mondo.

Dimensione Fumetto non è da meno e festeggia la Giornata Mondiale del Libro a modo suo: con un Free Comic Book Day!

Il giorno 23 aprile presso la biblioteca comunale Giulio Gabrielli di Ascoli Piceno, Dimensione Fumetto regalerà dei fumetti nuovi belli e adatti a tutte le età. Non c’è bisogno di pagare nulla, non bisogna iscriversi, basta venire in biblioteca e scegliere due fumetti tra quelli proposti, portarli a casa e leggerli!

Molte importanti case editrici ci hanno supportato e potrete trovare volumi offerti dalla Star Comics, Panini Comics e Nicola Pesce Editore. Ci sarà inoltre una selezione di titoli proposta dai soci di Dimensione Fumetto, e altri selezionati dalla Biblioteca Gabrielli.

L’evento non ha orario, durerà tutta la giornata: inizierà alle 9.30 e terminerà alle 19 in concomitanza con la chiusura della biblioteca. Quindi segnate la data sul calendario mettete la sveglia e preparatevi al Free Comic Book Day 2018!!

 

Moon Girl e Devil Dinosaur: Migliori amici

Migliori amici è un volume scanzonato, frizzante e divertente con chiari rimandi alle atmosfere tipiche degli anni ’80/’90 e con un tocco visivamente pop nel tratto e nel colore.

Ma andiamo per ordine, ed è obbligo per me fare una premessa: non sono un seguace dei comics, li leggo molto poco e nonostante sia un accanito lettore di fumetti da quasi trentanni, il panorama supereroistico mi ha sempre spaventato, e nonostante i continui reboot, universi paralleli, esplosioni galattiche e nuovi inizi, per me avvicinarmi a questo mondo è sempre stato uno scoglio duro da superare.

Per fortuna però qualcosa sta cambiando e la Marvel ha deciso, ormai da qualche anno, di dare vita a tutta una serie di nuovi eroi le cui genesi possiamo leggere o recuperare con facilità e con esse appassionarci alle loro vicende. È il caso questo del Il fichissimo Hulk, di Spider-Man Miles Morales, di Ms. Marvel, e di tutta una serie di giovani eroi nati con l’intento di tirare dentro una cerchia di nuovi fan.

 

Il grosso lucertolone rosso Devil non è però un personaggio nuovo, fu creato da Jack Kirby nel 1978 e al tempo ad affiancarlo trovavamo la scimmia antropomorfa Moon-Boy (lo stesso che lo spingerà in questa nuova veste a divenire partner di Moon Girl); la storia era ambientata nell’universo parallelo di Dinosaur World, una terra dove i dinosauri coesistono insieme agli uomini primitivi. La serie però non ebbe molto successo e fu cancellata dopo solo nove uscite.

La Marvel ha però deciso di riprendere e modernizzare il concetto legato alla serie affidando la sceneggiatura a Brandon Montclare e Amy Reeder e il risultato è il volume che ho tra le mani.

Fin da subito è chiaro che l’intento degli autori di creare una storia che possa accogliere un pubblico vasto non è stato poi così centrato: scegliere come protagonista una ragazzina di nove anni rende difficile a persone più adulte l’immedesimazione, la lettura scorre però piacevole e si apprezzano anche i temi trattati, che seppur con leggerezza, mettono in risalto il bisogno di Lunella Lafayette (l’alter ego di Moon Girl) di essere accettata dal mondo e dai suoi genitori.

Se da un lato troviamo una ragazzina nera con un QI ben oltre la norma, intelligente e sveglia, dall’altro abbiamo il sarcasmo dei suoi compagni che faticano a comprenderla, un po’ quello che avviene a Sheldon in The Big Bang Theory per intenderci. Luna si annoia a lezione, ama la scienza, ma non le lezioni di scienza, lei quel programma lo conosce già e non lo trova per nulla stimolante, non come lo studio della tecnologia Kree che potrebbe essere l’unica soluzione per impedire che il gene inumano dentro di lei possa risvegliarsi.

Gli Inumani sono individui geneticamente superiori agli esseri umani, creati con esperimenti di laboratorio dalla razza aliena Kree, da usare come armi contro i loro nemici di sempre, gli Skrull. Gli esperimenti per la creazione di questa nuova razza furono però interrotti a causa di una profezia secondo la quale gli inumani avrebbero presto sviluppato un potere tale da distruggere lo stesso impero alieno. I Kree decisero dunque di abbandonare i loro figliocci al proprio destino senza distruggerli; il popolo rinnegato crebbe in segreto e formò una propria civiltà residente nella città di Attilan. La situazione viene complicata però dalla creazione delle Nebbie Terrigene, una nube composta da una sostanza in grado di potenziare il gene inumano esasperandone però pregi e difetti. A seguito degli eventi narrati nel crossover Infinity, un’immensa nube terrigena investì la Terra risvegliando i geni sopiti nei corpi dei loro ignari possessori. Questo avvenimento ha portato alla nascita di molti nuovi personaggi tra cui la stessa Ms. Marvel, che con Moon Girl ha in comune diversi punti, a partire dalla propria appartenenza a una minoranza etnica: Kamala Khan è infatti di origine pakistana, anche lei è inumana e anche lei è molto giovane.

Sia Lunella che i suoi genitori sanno perfettamente dell’esistenza del gene sopito ed è proprio questo a sviluppare un forte senso di protezione verso la piccola protagonista che fatica a essere compresa e ha solo desiderio di impedirne il risveglio.

L’incontro con Devil Dinosaur è apparentemente casuale: il Diavolo rosso si ritrova nel nostro universo inviato da Moon Boy che in punto di morte lo sprona a trovare un nuovo compagno e a inseguire alcuni membri del Piccolo Popolo, loro giurati nemici, fuggiti sul nostro pianeta attraverso un varco temporale aperto dalla Pietra della Notte, un misterioso oggetto dorato che Lunella trova in una discarica e che rinominerà Proiettore Omni-Onda Kree. Fin dal primo incontro Devil prende a cuore le sorti della piccola protagonista proteggendola dagli attacchi del Piccolo Popolo intenzionato a riprendere la pietra misteriosa.

Come già detto in precedenza, l’aria che si respira è un mix tra vecchio e nuovo, la trovata di avere degli uomini primitivi che si vestono con abiti moderni, e imparano la lingua nel giro di poche pagine, profuma tanto di quella ingenuità tipica delle produzioni anni ’80 ma che a noi hanno segnato la crescita.

Molto apprezzato anche il tratto di Natacha Bustos caratterizzato da linee semplici e con uno stile cartoonesco che, unito ai colori brillanti e sgargianti di Tamra Bonvillain, dà vita a delle tavole squisitamente pop.

Di certo non dedicato a un pubblico adulto, questo volume riesce comunque a garantire una piacevole lettura anche ai non giovanissimi, le premesse per una crescita del personaggio ci sono tutte, visto che la serie, al contrario del suo antenato, sta ancora proseguendo e con il tempo la schiera di neo supereroi di cui anche Moon Girl fa parte riuscirà a ricavarsi il proprio pubblico, come in parte sta già accadendo.


Brandon Montclare e Amy Reeder (testi), Natacha Bustos (disegni), Tamra Bonvillain (colori)
Moon Girl e Devil Dinosaur
3 volumi, serie in corso
Editore: Panini Comics
Brossurato con sovraccoperta, cm 17×26, 136 pagg., colore

Ipse Dixit: l’Hulk di Bill Mantlo ci insegna la Storia

In questa rubrica raccogliamo e analizziamo quei fumetti del passato che, in qualche modo, ci hanno mostrato uno squarcio del nostro presente. Qui trovate le puntate precedenti.


Negli anni ’80, leggere fumetti di supereroi era un atto di coraggio. A seconda di dove ne leggevi uno, rischiavi gravi ripercussioni sociali: a scuola prendevi una smutandata, in biblioteca ti prendevano per deficiente, a casa ti trattavano come il figliol prodigo che sperpera il denaro faticosamente guadagnato. A guardarli da fuori, bisogna dirlo, se ne aveva sempre una pessima impressione: tizi in colorati costumi sgargianti che affrontavano improbabili nemici che parlavano in terza persona e si davano nomi ridicoli.

Era difficile far capire perché quella non fosse roba per decerebrati. Il fumetto di supereroi era una cosa strana: perché bastava grattare quella patina slapstick per trovare messaggi universali e riflessioni su temi tutt’altro che decerebrati.

In questo Ipse Dixit vogliamo mostrarvi come persino le serie più vituperate dalla critica, scritte e disegnate da artigiani di cui oggi ci si ricorda a malapena, potevano trattare di temi di tutto rispetto.

Era il 1989 in Italia e la giovane ma intraprendente casa editrice Star Comics, sotto la guida di un giovane ma determinato Marco Marcello Lupoi, aveva riportato la Marvel Comics nelle edicole italiane. L’Uomo Ragno aveva ormai superato la sua fase più critica, Il Punitore si affacciava con la sua testata personale in bianco e nero, e Fantastici Quattro si prendeva il podio come migliore serie, tenendoselo per diversi anni grazie a John Byrne e al Devil di Miller. Nelle ultime pagine, come riempitivo, mesto come il reggicandela a un appuntamento amoroso, faceva capolino l’Hulk di Bill Mantlo e Sal Buscema. La rubrica della posta, all’epoca, era un florilegio di missive indignate per la bruttezza delle storie del Gigante di Giada, che per numeri e numeri si limitava a vagare per il mondo in cerca di pace, solo per incontrare una varia umanità di supercriminali da picchiare. I non certo spettacolari disegni di Sal Buscema, fratello sfigato del ben più dotato John Buscema, non aiutavano la serie a far breccia nei cuori dei lettori.

Eppure, nella sua propria semplicità, Mantlo ci provava: e a volte ci riusciva pure.

Un piccolo prodromo delle intenzioni di Bill si incontra già nel numero 4 della serie, che pubblica Incredibile Hulk 250 dell’agosto 1980. Qui incontriamo un Silver Surfer che, nel solco della tradizione classica, si lamenta di quanto facciano schifo gli esseri umani. Per l’occasione si reca al Polo Nord, una landa solitamente desolata, ma non abbastanza da non imbattersi, appunto, in esseri umani schifosi.

Non basta ammazzarle, le foche: bisogna farlo a bastonate sul cranio.

Sembra una semplicistica morale da quattro soldi sull’uomo cattivo e natura buona: giusto, se vi pare, ma fin troppo facile per scomodare un Ipse Dixit. In effetti Silver Surfer sembra di questa opinione quando si incacchia come una biscia. Il suo intervento però non fa in tempo a giungere, perché ci pensano prima le associazioni di animalisti.

Ma Mantlo dimostra inaspettata intelligenza quando butta lì un paio di battute, in bocca agli uomini schifosi, che ti lasciano con il dubbio.

È più importante la vita di un animale o quella di un uomo? Un dilemma etico su cui si sono scritte montagne di pagine. Anni dopo, Grant Morrison prenderà posizione sulla vicenda sulle pagine di Animal Man: «Un bambino con la leucemia non ha intrinsecamente un diritto alla vita maggiore di una cavia da laboratorio» (Animal Man 26).

La questione cadrà lì, ma è evidente che Mantlo non accetta di fornire soluzioni semplici a problemi complessi (non potrebbe mai candidarsi in Italia, vero?). Ci si aspetterebbe uno scioglimento della vicenda, una presa di posizione sullo sfruttamento umano del mondo animale, ma Mantlo si sfila, forse perché non ha una risposta (e chi ce l’ha?). Quello che gli preme sottolineare è il colpo di fucile, e l’incapacità dell’uomo di ragionare, capire assieme, e giungere a un compromesso.

Niente male, eh? Dopo di questo, Hulk e Silver Surfer si prenderanno a legnate. Ma non è questa la storia di cui si occupa questo Ipse Dixit. Saltiamo avanti di qualche mese.

Siamo al numero 8 di Fantastici Quattro, che si apre in modo strano: nelle note a firma di Lupoi, splendido e rimpiantissimo compendio agli albi dell’epoca, si parla della storia di Hulk.

Sabra è il nome di una città del Libano dove avvenne un massacro di Palestinesi con la complicità dell’esercito Israeliano. Lupoi rinfaccia questa infelice scelta a Mantlo, ma il povero sceneggiatore non poteva saperlo visto che la storia fu scritta due anni prima di questi tragici eventi. Lupoi all’epoca non poteva ricorrere al fantastico potere di Wikipedia e scoprire che “Sabra” è il nome ebraico del fico d’india e viene usato per indicare gli ebrei nati in Israele.

Vogliamo prescindere dall’indignazione di Lupoi, che preferiamo non riportare, e andare a leggere la storia. Non sono molti gli autori che, da allora fino a oggi, si sono occupati della questione palestinese in un fumetto di supereroi. Oggi che lo leggiamo negli anni ’10 del terzo millennio, però, non possiamo evitare di prescindere persino dalla situazione socio-politica di quella disgraziata area del mondo e cogliere un messaggio ancor più universale.

Siamo a Tel Aviv, capitale (Trump non era ancora diventato il Presidente degli USA) dello stato di Israele. Una nave approda nel porto, portando un carico inatteso.

Bruce Banner, con i suoi vestiti stracciati d’ordinanza, ha lasciato gli Stati Uniti d’America in cerca di pace. Visto che nella classifica dei personaggi dei fumetti sfigati Banner campeggia al primo posto, superando persino Paolino Paperino, i sacchi di merce dove dorme vengono tirati su da un argano. Sfido chiunque a non svegliarsi in una situazione simile senza dare in escandescenze. Ma quando Banner dà in escandescenze, le cose si mettono male.

Hulk, ovviamente, spacca tutto e si allontana, finché non si ritrasforma nel buon Banner. Il poveretto, affamato e nudo, finisce in un mercato all’aperto, dove fa un incontro particolare.

Un ragazzetto affamato si fa beccare a rubare un cocomero. I due si incrociano per un istante.

Bannera «si identifica» con il piccolo arabo solo, perseguitato, e affamato. Questo meccanismo di identificazione si chiama empatia, che è uno di quei sentimenti che, se esercitato, basterebbe a salvare il mondo, perché ne fa scattare un altro: la solidarietà. Banner si sente spinto ad aiutare il ragazzino, anche se è un ladro. Ma andiamo avanti.

Il meccanismo della solidarietà ha una potenza tutta particolare perché ha una caratteristica unica: è auto-replicante, vale a dire che si diffonde tra le persone. Così il piccolo ladruncolo decide di condividere quel cocomero con Banner. I due parlano della Palestina, una questione di una complessità assoluta poiché affonda le radici letteralmente in millenni di storia: ma il piccolo Sahad, che è un bambino analfabeta, ne rende un’idea semplicissima, ma pura, carica dell’innocenza infantile che è gravida di verità (non erano forse i bambini ad accorgersi che l’imperatore era nudo?): «Sia la mia gente che gli Israeliani dicono che questa terra è loro. E due libri antichi ordinano loro di uccidersi per essa. Io non leggo libri».

Sahad non ne sa niente dei motivi storici, culturali, religiosi, ideologici, per cui due popoli si contendono una striscia di terra con tanto accanimento, senza riuscire a trovare una soluzione pacifica che gli permetta di convivere. Come solo i bambini sanno fare, Sahad accetta lo stato delle cose senza farsi grandi domande. Poi decide di offrire un caffè a Banner, utilizzando dei soldi che ha appena mendicato.

Buroom.

Sahad improvvisamente muore, vittima di un attacco terroristico. Da questo momento in poi, la questione palestinese scompare dietro un tema più grande, quello della violenza come soluzione delle controversie, che schiaccia gli innocenti. Ma la violenza genera solo altra violenza, e questa violenza qui, ha la sorte di generare la violenza più grande che c’è: Hulk.

«Uomini con maschere hanno ucciso amico di Hulk… ora Hulk ucciderà loro!!!» Come dicevamo, la violenza può generare solo altra violenza, detto da un mostro con il cervello di un bambino.

Interviene la supereroina israeliana Sabra, con cui Hulk scambia qualche cazzotto. Ma Mantlo vuole ricordarci di cosa parla la storia.

«Il mondo è tutto pazzo?» detto da uno come Hulk, assume un significato davvero particolare.

Le pagine che seguono hanno un certo sapore di letteratura. Hulk si stufa di combattere, prende il corpo di Sahad e compie uno dei suoi balzi per andarsene: ma Sabra, che lo crede complice dell’attentato, lo insegue. Le tavole che seguono meritano di essere riportate per intero.

Il discorso di quel bruto che è Hulk non si riferisce soltanto alla situazione palestinese. La morte di Sahad è la morte di tutti gli innocenti schiacchiati nei meccanismi muti e violenti della Storia (da poveri scemi quali siamo, non possiamo non immaginare il piccolo Sahad, nell’Immateria, assieme al piccolo Useppe de La storia di Elsa Morante, a ridere e giocare).

Sal Buscema disegna un Hulk disperato, piangente, folle di rabbia come non si era mai visto.

Con buona pace di Lupoi, e con tutti i limiti e i distinguo, questa storia finisce per toccare il cuore di chi sa aprirlo.

Epilogo

Bill Mantlo continuerà a scrivere Incredibile Hulk per altri 60 numeri, con risultati a volte decenti, altre volte davvero scadenti. Oltre a Hulk si occuperà di centinaia di altre storie e personaggi per la Marvel: da L’Uomo Ragno a Rom Spaceknight, passando per Alpha Flight e Micronauti. Nel 1992 veniva investito da un pirata della strada, subendo gravi danni cerebrali che lo constringono ancora oggi in un letto d’ospedale. Rimasto senza un soldo, le sue spese mediche per anni furono pagate da iniziative benefiche promosse da autori amici, finché l’inatteso successo commerciale di una sua creazione non gli ha garantito una certa percentuale di royalties, che oggi gli permette di vivere dignitosamente. Quel personaggio è Rocket Raccoon, che creò assieme a Keith Giffen.

Sal Buscema, amatissimo in Marvel per la velocità con cui sfornava pagine su pagine, è forse l’unico disegnatore ad aver prestato la sua opera per quasi tutti i personaggi principali della Casa delle Idee. Sicuramente non dotato del talento del fratello John, ha saputo negli anni ritagliarsi comunque uno spazio nel cuore dei lettori grazie alle sue matite, sui testi di Jean Marc DeMatteis su Peter Parker, the Spectacular Spider-Man: una delle run più riuscite del personaggio. Oggi lascia la sua meritata pensione solo per qualche inchiostratura.

Marco Marcello Lupoi oggi è il dominus della Panini Comics. All’epoca non apprezzò la storia di cui parliamo, né le successive visto che di punto in bianco decise di saltare circa 60 storie rimaste della coppia Mantlo/Buscema per arrivare a quelle di Byrne, prima, e David/McFarlane poi (chiamalo scemo). Per l’occasione, nelle note al numero 16, scrisse:

Ebbene, i lettori avrebbero dovuto aspettare un po’ più che «i prossimi mesi», e la parola «momentaneamente» assume tutto un altro significato se riflettiamo sul fatto che Lupoi manterrà la sua promessa 25 anni dopo, nella collana Panini Hulk, gli anni perduti.

Non è mai troppo tardi!

Freccia Nera – di sovrani, eroi e uomini comuni

Freccia Nera #1Una difficile impresa

Quando Saladin Ahmed e Christian Ward hanno accettato l’incarico di realizzare una serie regolare su Freccia Nera (all’anagrafe Blackagar Boltagon), il sovrano del non-più-tanto-perduto popolo degli Inumani, si sono accollati un compito particolarmente difficile: Black Bolt è sicuramente uno dei personaggi Marvel più difficili da scrivere.
Alle storiche difficoltà incontrate nel corso degli anni dalla Marvel a imporre il brand degli Inumani, si aggiunge l’oggettiva complessità che si incontra nel realizzare delle storie su un personaggio da sempre privo di una sua voce propria. Freccia Nera è infatti maledetto dal suo stesso superpotere, la sua voce, e ogni suo minimo sussurro è in grado di radere al suolo un edificio. È evidente come una serie incentrata su un personaggio sostanzialmente muto, impossibile da definire tramite dialoghi, sia una sfida notevole per qualunque autore.

In isolamento

Questo handicap è stato spesso aggirato dagli scrittori Marvel inserendo Freccia Nera all’interno di un racconto corale dove, di volta in volta, un personaggio della famiglia inumana, la moglie Medusa perlopiù, veniva reso portavoce del silenzioso sovrano. La caratterizzazione che ne conseguiva era quella di un personaggio nobile e sempre distaccato dal resto del mondo.
Alla ricerca di un grimaldello che gli permetta di approfondire la psicologia del protagonista Ahmed decide di calcare la mano sull’isolamento del personaggio dal mondo che lo circonda ricorrendo a diversi espedienti.

Freccia Nera #1Il primo è quello di aumentare la distanza col lettore ponendo quest’ultimo nella posizione di narratore onnisciente, lontano dal soggetto della storia. Le didascalie in terza persona, con uno stile ridondante a volte un po’ retrò ma esteticamente appagante, contribuiscono alla creazione di questo divario col lettore.

Altro espediente è quello di sradicare il protagonista dal suo contesto abituale, dalla sua famiglia, dai suoi amici, per inserirlo in un ambiente nuovo a lui alieno: una prigione da qualche parte nello spazio profondo. Impossibilitato a un lavoro diretto di introspezione Ahmed usa l’ambiente circostante per rappresentare l’isolamento di Freccia Nera, così si vengono a creare dei rapporti inediti di solidarietà e antagonismo che hanno lo scopo di rafforzare, o modificare, la percezione della sua natura.

Sovrano o Eroe?

Ahmed intraprende quindi un percorso interessante quanto controcorrente, e anche rischioso, allontanandosi dalla caratterizzazione canonica del sovrano di Attilan.

Laddove prima avevamo un personaggio imperscrutabile e per certi versi machiavellico, che fa della “ragion di stato” il suo motivo principale di esistenza, qui viene invece sottolineata la sua statura morale, il suo essere eroe prima che pragmatico capo di stato. In sintonia con una nuova sensibilità che permea questi ultimi anni il fumetto supereroistico, che vede autori come Tom King o G. Willow Wilson tra i maggiori esponenti, lavora per restituire al lettore un eroe più umano: nel corso della serie Freccia Nera viene posto di fronte a continue scelte che ne sottolineano la sua natura eroica ed empatica. Piano piano nel corso della serie l’isolamento di cui si parlava precedentemente viene sempre più a indebolirsi e la distanza personaggio-lettore si riduce sempre di più.

Freccia Nera #1

Una voce fioca

Freccia Nera #1Il misterioso carceriere, antagonista principale del nostro eroe, svolge un ruolo chiave nella serie: da una parte il mistero sulla sua identità è uno dei motori che manda avanti, seppur molto lentamente, la trama concepita dallo scrittore di Detroit; dall’altra la sua abilità di annullare il potere della voce di Freccia Nera ci permette di sentire finalmente la voce del protagonista.
Qui viene a galla forse l’unico punto debole di tutta la serie: la voce di Blackagar Boltagon è deludentemente banale. Le parole che pronuncia sono scarsamente rilevanti nella sua caratterizzazione, potrebbero essere messe in bocca a un qualunque “supereroe generico”, e sembrano figlie di una ricerca introspettiva superficiale e frettolosa. Ben più interessante invece è il quadro che viene fuori dalle sue azioni e dai suoi confronti con gli altri personaggi, particolarmente indovinato è il quarto capitolo incentrato su un incontro dialettico con Crusher Creel (l’Uomo Assorbente): è il racconto di un confronto di classe tra il sovrano di un regno, lontano dalle normali problematiche di ognuno di noi, e l’uomo della strada, costretto dalle situazioni contingenti a condurre una vita di espedienti e crimini. Qui Ahmed mostra la sua cifra di scrittore con la S maiuscola delineando brillantemente il personaggio di Creel, di cui è dichiaratamente fan, riuscendo così a dare vita anche a quello che dovrebbe essere il protagonista della serie ma che viene messo in ombra da un comprimario scritto in maniera decisamente più convincente.

Una storia in Technicolor

Sebbene la storia proceda con un ritmo studiatamente compassato, la narrazione resta avvincente grazie alle tavole psichedeliche di un Christian Ward particolarmente ispirato nella messa in scena dei combattimenti e nell’ampio registro di emozioni che riesce a far trasparire dai volti dei personaggi.
Notevole anche l’uso prepotente del colore in funzione narrativa: i forti contrasti caldo/freddo guidano l’occhio del lettore attraverso le tavole e ne condizionano la percezione dell’intensità delle singole vignette. Gli sfondi neutri vengono caratterizzati da un uso intelligente di diverse gradazioni di colori piatti che conferiscono a ogni vignetta un sottotesto emotivo rilevante. Queste vignette balzano così all’occhio all’interno di palette di colori generalmente limitate ma che esplodono in migliaia di colori nei momenti chiave.
Studiatamente funzionali anche i layout, figli di una concezione “eisneriana” della gabbia, sempre molto articolati e spesso integrati agli elementi presenti nella tavola: non solo confine delle vignette ma elemento stesso del racconto. L’apporto di Ward al racconto è determinante e fondamentale: non possiamo sapere come sarebbe stato Freccia Nera senza di lui ma sicuramente sono pochi gli artisti in grado di contribuire in maniera così decisiva allo sviluppo di un fumetto.

Freccia Nera #1

Freccia Nera è sicuramente uno dei migliori prodotti Marvel del 2017 e si colloca tra le proposte più interessanti di tutta la produzione mainstream statunitense dello scorso anno.

Inumani: Freccia Nera #1 – Carcere Duro
Prezzo € 8,90
Data di uscita Febbraio 2018
96 pp, Colore, Brossurato 17X26

Il marito di mio fratello: una recensione senza pregiudizio

La paura è uno stato emotivo comune a tutti gli esseri viventi, di base ciò da cui scaturisce è l’ignoto, ed è uno degli strumenti di autodifesa che il nostro corpo utilizza per difenderci dalle insidie reali o presunte.
La crescita e l’esperienza aiutano però a riconoscere le situazioni che siano realmente pericolose per l’incolumità, è come se con la crescita noi costruissimo il nostro personale archivio al quale attingiamo nel momento del bisogno. Il bagaglio di esperienze, spesso condizionato dal contesto in cui viviamo, dà poi origine al pregiudizio, ovvero un’opinione preconcetta che ci porta spesso ad assumere atteggiamenti ingiusti nei rapporti sociali.
Coloro che però sono ancora immuni dall’avere un’opinione preconcetta sulle situazioni e ancor più sulle persone sono i bambini, ed è una di loro che Gengoroh Tagame usa ne Il marito di mio fratello per spiegare al protagonista, e di conseguenza al lettore, concetti come l’accettazione e la tolleranza.

Yaichi è un papà divorziato che vive da solo con la sua figlioletta Kana; la loro routine viene sconvolta dall’arrivo di Mike, un grosso omone barbuto canadese marito di Ryoji, defunto fratello del protagonista.
Come da tradizione nipponica Yaichi accoglie il suo ospite con educazione e cortesia, il tutto sarà però condito da un forte imbarazzo in quanto la sua presenza lo costringe ad affrontare il lutto del fratello e la sua omosessualità. Quello che più preoccupa il protagonista è infatti l’opinione altrui e soprattutto come esporre e affrontare tali tematiche con la piccola Kana, ma sarà proprio lei con la sua spontaneità ad aiutarlo e a illuminarlo in più di un’occasione.

Il tema dell’omosessualità non è di certo inesplorato nel mondo del fumetto e non è certo la prima opera sul tema che la Panini Comics pubblica in Italia, quello che però fa risaltare questo prodotto rispetto agli altri è proprio il suo autore: Tagame è infatti famoso per essere specializzato in manga erotici omosessuali a tema BDSM (sigla che sta per: BD Bondage & Disciplina, DS Dominazione & Sottomissione, SM Sadismo & Masochismo), per l’occasiona però abbandona totalmente l’ambito e si approccia invece al seinen con grande maestria e delicatezza.
Il suo tratto armonico delinea dei personaggi molto espressivi e in controtendenza con l’immaginario comune che si aspetta dei personaggi androgini, quelle che ci vengono presentate sono invece delle figure nerborute e pelose.

Nonostante la comunità LGBT sia la prima a battersi per l’abbattimento delle categorizzazioni, essa stessa non ne è esente e il genere bear è una di esse. Nata nella metà degli anni ’80 in modo trasversale in tutte le nazioni, ha lo scopo di sdoganare lo stereotipo gay dell’uomo curato e depilato e di mostrare in contrapposizione una figura maschile in carne e villosa. Mike, il cognato canadese di Yaichi appartiene proprio a questa categoria e un lato interessante della serie sono proprio i redazionali Lezioni di cultura gay a cura di Mike che spiegano al lettore inesperto i diversi aspetti della cultura omosessuale.

Ma il tema dell’omosessualità non è il solo a essere trattato, in quanto anche la tematica del lutto viene ampiamente approfondita pur se trattata con toni leggeri.

L’opera, composta in originale da quattro volumi, viene proposta nella collana 9L in due maxi volumi, l’ultimo dei quali dovrebbe uscire in primavera.

Una lettura che mi sento di consigliare a tutti, specialmente a coloro che soffrono di omofobia e razzismo, non sia mai che lo sguardo puro e incontaminato di Kana posso aprire loro la mente.


Gengoroh Tagame
Il marito di mio fratello vol. 1
Panini 9L / Planet Manga 2018
Brossurato con alette, 368 pag, cm 13×18