Orfani: Nuovo Mondo

Nuovo Mondo: Una tragedia in 16:9

orfani-nuovo-mondo-12_coverQuesto articolo sarà pieno di spoiler. Perché diciamocelo, fatta eccezione per i libri game e dei whodunit (dove la scoperta del colpevole fa parte del gioco della lettura) la qualità di un’opera dipende in maniera molto limitata dalla nostra conoscenza degli eventi salienti presenti nel testo.

Quando nell’antichità i greci andavano a teatro già prima di entrare conoscevano il contenuto dell’opera, lo stesso termine “tragedia”, per esempio, anticipava agli spettatori l’ecatombe finale.

Quando leggiamo Tex sappiamo che alla fine vincerà, quando vediamo un supereroe morire ormai aspettiamo la storia in cui verrà fatto miracolosamente tornare in vita e quando leggiamo una stagione di Orfani sappiamo già che alla fine la maggior parte dei personaggi principali sarà bella che defunta.

Perché Orfani è una tragedia.

«La morte sulle vostre famiglie»

Con questa citazione di derivazione shakespeariana («La peste alle vostre due famiglie: hanno fatto di me pasto da vermi. Ah, la mia l’ho avuta, e a dovere… Le vostre famiglie!» –  Mercuzio in Romeo e Giulietta, atto III, scena I) comincia l’ultimo decisivo albo di Orfani: Nuovo MondoIl Terrore.

orfani-nuovo-mondo-11_coverIn tutte le tre serie di Orfani uscite fino a oggi, i protagonisti sono destinati a essere schiacciati da eventi più grandi di loro. Non importa quanto carismatici, amati dai lettori o demiurghi-motori di cambiamenti epocali all’interno del proprio mondo fittizio (sì, parlo della Juric) alla fine moriranno comunque. Possibilmente in maniera orribile.

E il finale di Nuovo Mondo ha reso ancora più esplicita questa dimensione narrativa. Utilizzando il punto di vista oggettivo, freddo, distaccato e assolutamente anticlimatico della telecamera fissa si spezza l’escalation emotiva, impennatasi durante capitolo precedente, restituendoci invece un pugno in faccia reale (realistico se preferite).

Abbiamo già avuto modo di parlare del Significato di Orfani: Nuovo Mondo e ci siamo anche interrogati sulla sua Grammatica della serie ma solo gli ultimi due numeri esplicitano quale sia la sua Forma.

La forma, quella fisica, è quella del fumetto popolare italiano all’interno del parco testate dell’editore più prestigioso e ortodosso. Tanto che a uno sguardo superficiale si potrebbe pensare che l’uso del colore sia poco più di un vezzo stilistico. Leggendo la serie però ci si trova di fronte al lavoro di un gruppo di autori volto a ricercare una Forma del fumetto popolare diversa da quella efficacemente codificata negli altri albi della Bonelli.

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Innanzitutto cambia la forma della serialità: fino ad ora ogni albo o gruppo di albi bonelliani era perfettamente comprensibile a sé, qualche rimando qua e là a vicende passate ma fondamentalmente ogni storia di Tex e Dylan Dog sta in piedi da sola. Con Orfani ci troviamo invece di fronte al format più comunemente televisivo delle “stagioni”: gruppi numerosi di albi che raccontano una storia inserita all’interno di una macrostoria che va avanti dal primo numero. Anche la consuetudine di piazzare nel penultimo episodio della stagione il momento cardine della serie ricorda molto il ritmo di serie TV come la gettonatissima Game of Thrones. Difficile, se non impossibile, saltare a bordo in corsa; un po’ come nei fumetti di supereroi americani.orfani-nuovo-mondo-11

Manca la ridondanza dei dialoghi che spieghi ai lettori più distratti, quelli che acquistano casualmente l’albo in edicola e lo leggono sui mezzi andando al lavoro, ciò che è avvenuto poche pagine prima o che espliciti quello che è stato descritto visivamente dal disegnatore. Non c’è un protagonista che resti immutabile e immutato nel tempo e la parabola di Rosa su Nuovo Mondo è esemplare: non solo i personaggi durano relativamente poco ma sono in costante mutamento; psicologico e fisico. Per di più si tratta di personaggi con cui è difficile, se non impossibile relazionarsi o identificarsi. Non c’è Peter Parker o Harry Potter o Luke Skywalker, c’è Rosa che è la versione a fumetti di un terrorista dello Stato Islamico: viviamo la Storia dalla prospettiva “sbagliata”. Quindi non si tratta nemmeno di antieroi o simpatiche canaglie per le quali si può parteggiare. Manca anche quella canonica distanza dal mondo reale tipica dei prodotti che, dovendo raccogliere un pubblico quanto più ampio possibile, evita di toccare argomenti troppo scomodi.

Per farla breve, sotto molti punti di vista, non si tratta di un fumetto “facile”: non è facile da seguire e non è facile da vendere. Sia chiaro, non stiamo parlando di un fumetto ermetico dai contenuti fruibili solo a una ristretta cerchia di eletti particolarmente acculturati. Il numero 11, disegnato da un Giancarlo Olivares in gran spolvero, è in tutto e per tutto un “fumetto di menare” nel quale ogni splash page è un tributo al lavoro di Rob Liefeld (con la differenza che Giancarlo sa bene come si disegnano i piedi). È una serie che esplora i confini del fumetto popolare cercando di spingerli un po’ più in là, vedendo fin dove si può osare nella ricerca dell’autorialità, del linguaggio cinematografico, della struttura seriale e nell’incorporare stili e gusti provenienti da mondi estranei al fumetto nostrano.

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Per cui dicevamo la Forma, con la F maiuscola, qual è? Come si fa a confezionare un prodotto per le masse ma che non ne segua per filo e per segno le richieste? Come si concilia la necessità di vendere tanto con quella di voler osare altrettanto?

La risposta è nelle pagine stesse del penultimo albo:

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Che viene da qui

Il teatro elisabettiano tradotto a fumetti e sparato in 16:9 sulla carta. Sacro e profano. Enrico V e Rob Liefeld. Roba da far accapponare la pelle alla D’Agata D’Ottavi (mia arcigna professoressa di Inglese all’Università di Macerata).

Sembrerebbe una bestemmia ma così non è.

Così come nell’Inghilterra del XVI secolo Shakespeare e soci scrivevano contenuti “alti” in una forma apprezzabile e comprensibile alle masse, oggi il gruppo di Orfani: Nuovo Mondo prova a offrire a un pubblico quanto più ampio possibile un prodotto leggibile su più livelli: c’è il fumetto d’azione più canonico, i rimandi shakespeariani, l’analisi sociale, i giochi sul linguaggio e la codificazione di tanta sperimentazione visiva proveniente da altri ambiti fumettistici. In più c’è Davide Gianfelice che crea un Ringo/Kamen Rider che fa sobbalzare il cuore di noi fan dei Tokusatsu (sì, c’entra poco col discorso generale ma mi faceva piacere sottolinearlo).

Orfani: Nuovo Mondo 10 – Gioca e Muori

Orfani Nuovo Mondo 10_coverCon Gioca e Muori continua l’avventura di Rosa e dei suoi compagni verso la libertà. La serie della Bonelli sta per arrivare alla fine della sua terza stagione e gli eventi continuano a succedersi senza sosta.

Il numero 10 contiene una cruciale rivelazione di come viene gestita la sala centrale del supercarcere di sicurezza: un gruppo di ragazzini comandano i robot, chiamati cani, che devono gestire il flusso di immigrazione clandestina, come se fossero in un videogame. La loro alienazione e la loro voglia di farsi valere è mostrata senza mezzi termini.

«Dovete divertirvi…è un ordine!»

Questo viene urlato a loro, soprattutto a chi non segue le regole del divertimento. Si riprende il concetto di “giovinezza corrotta” che tanto era stato protagonista nella prima stagione, ricollegando volutamente le due cose.

Caso vuole che proprio in questo periodo di boom del nuovo gioco per smartphone dei Pokémon, che sta facendo discutere per una possibile alienazione dalla realtà nei fruitori (chi scrive non gioca con la suddetta applicazione e si astiene dal giudicare la fondatezza di tale allarme), arriva una critica sul modo di utilizzare i videogiochi e su un eventuale approccio sbagliato nel modo di utilizzarli. So che gli autori sono dei fan del mondo dei videogame ma, come sappiamo, tutto ciò che è bello può diventare distruttivo se utilizzato nel modo sbagliato.

Orfani 82Oltre ai suddetti ragazzini, nella caratterizzazione dei personaggi principali, stavolta è la storia di Juric ad essere la più approfondita, visto l’avvicendarsi di un “lieto evento” che i lettori aspettavano. Non penso sia uno spoiler visto che lo si preannunciava da tempo e tutto sta nel “come” succede: scopriamo il lato materno di lei, ma attenti a dire troppo presto che si sia addolcita…

Ecco, questo ha di speciale questa serie: passa dall’approfondimento di un personaggio all’altro senza interrompere la narrazione e comunque l’azione e le invenzioni visive non mancano mai; questo grazie ad una vera e propria equipe di autori (non solo Recchioni) che è coalizzata a non far scendere mai il livello di attenzione della serie. La serializzazione di Orfani è ormai arrivata al numero 34 senza mostrare assolutamente la corda, soprattutto a livello visivo.

La sceneggiatura della coppia Uzzeo/Recchioni continua ad alternare le tavole con vignette alle splashpage, assolutamente inedite per la scuola Bonelli fino a poco tempo fa, che sottolineano i momenti salienti della storia riuscendo a catturare l’attenzione anche del più distratto tra i lettori.

Anche questa volta troviamo un gruppo di disegnatori che si divide i vari livelli narrativi, da quello reale a quello sognante a quello visionario: in questo numero troviamo Francesco Mortarino, Werther Dell’Edera, Luca Casalanguida e Fabrizio Des Dorides. Quattro nomi che ormai sono una garanzia.Orfani 66

Citazioni varie e divertenti si trovano tra le pagine come l’immagine dell’albero, simbolo della The Ladd Company, società di produzione cinematografica, famosa soprattutto perché appare all’inizio di film di successo come Blade Runner. Sinceramente sono curioso di sapere cosa ci attende nelle due conclusive stagioni e spero che sorpresa, azione e inventiva siano sempre le parole d’ordine che hanno caratterizzato fin adesso questa serie cult (sì!) della Bonelli.

Orfani: Nuovo Mondo – Is this the real life?

Questa doveva essere una tardiva recensione degli ultimi due numeri di Orfani: Nuovo Mondo (Stati d’alterazione e Frammenti) ma poi succede che fai cose, vedi gente e va un po’ tutto a peripatetiche. Dopodiché, mentre butti preziosi minuti della tua vita facendo scrolling su Facebook, ti capita di leggere una cosa che fa partire tutta una serie di considerazioni.

La “cosa” è questa:

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Sebbene possa essere interpretata come una boutade del vulcanico demiurgo di Orfani questa dichiarazione chiama comunque a una riflessione.
«Non scrivo fantascienza»
Quindi viaggi su altri pianeti, astronavi, tecnologie futuristiche, alieni ecc… non sembrano essere abbastanza per definire Orfani come una serie di fantascienza.

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Dannate astronavi fuorvianti!

Cerchiamo quindi una definizione comune e condivisibile del suddetto termine prima di procedere nel ragionamento.
Un rapido giro su Wikipedia ci permette di trovare questa interessante affermazione di Ben Bova (autore di oltre 120 romanzi di fantascienza e plurivincitore di premi Hugo) nel suo The Craft of Writing Science Fiction That Sells:

Le storie di fantascienza sono quelle in cui un qualche aspetto di scienza futura o di alta tecnologia è così integrale alla storia che, se togli la scienza o la tecnologia, la storia collassa.

A leggere bene la serie di Orfani ci accorgiamo effettivamente che la componente scientifica, per quanto integrata nella storia, è assolutamente pretestuosa e non cardinale. Un po’ come succede anche in Guerre Stellari, non c’è un vero approfondimento scientifico: per quanto ne sappiamo (e per quanto interessa ai fini della storia) potrebbe funzionare tutto “per magia”.

Ma è quindi solo la vulgata scientifica a determinare la “fantascientificità” di una storia?

Andando a rovistare tra gli scaffali delle librerie possiamo trovare decine, se non centinaia, di ottimi romanzi di fantascienza in il cui rigore scientifico è tutt’altro che il centro della storia. Ci deve essere quindi qualcos’altro in grado di definire questo genere.

Ci viene in aiuto una citazione dello scrittore Valerio Evangelisti:

La fantascienza è il genere narrativo che ha per oggetto i sogni e gli incubi generati dallo sviluppo tecnologico, scientifico e sociale.

Alla quale possiamo aggiungerne un’altra di Judith Merril:

La narrativa speculativa ha l’obiettivo di esplorare, scoprire, imparare, attraverso la proiezione, l’estrapolazione, l’analogia, la sperimentazione di ipotesi, qualcosa sulla natura dell’universo e dell’uomo.

La fantascienza quindi parla del futuro (o di versioni alternative del presente e del passato) ma in realtà effettua un’indagine sulla natura dell’uomo e sulla società creata da quest’ultimo.

Orfani BandieraIn questo senso Orfani, e nello specifico la terza stagione, è inscrivibile in quel grande insieme di sottogeneri comunemente chiamato Fantascienza. Sin dal primo numero in cui vediamo il parallelismo tra il viaggio di Rosa verso il Nuovo Mondo e la cronaca contemporanea degli sbarchi di profughi a Lampedusa, fino all’ottavo numero con la pubblicazione, nella pagina introduttiva, della bandiera degli Orfani terribilmente simile a quella dello Stato Islamico; e con il racconto della dipendenza di Rosa dalle droghe che tanto ricorda i soldati dell’ISIS imbottiti di Captagon.

Anche alla luce di queste considerazioni però “non scrivo fantascienza” resta comunque un’affermazione sostanzialmente vera: quest’indagine sul presente infatti manca di affondare il colpo preferendo la via del fumetto “leggero” di intrattenimento.

Quindi cos’è esattamente che scrive Recchioni? Qual è il perno intorno al quale ruota Orfani?

Partiamo da quella che è la critica più insistente portata alla serie: “è una storia che poteva essere risolta in tre albi invece che nei dodici previsti”. Si tratta di un’affermazione assolutamente veritiera, io azzarderei anche un “Stan Lee e Jack Kirby sarebbero riusciti a concluderla in un unico albo di 22 pagine”.
Riflettendoci su pochi secondi, comunque, mi vengono in mente decine di manga a cui potremmo imputare lo stesso difetto: come mai quindi la diluizione della narrazione di opere come Slam Dunk, Dragon Ball e Captain Tsubasa non ci turba quanto quella di un albo Bonelli?
Perché, appunto, è un albo Bonelli.

Anzi: è un albo della Bonelli che non rispetta nessuno dei canoni classici della casa editrice.
La serie non è in bianco e nero, non è strutturata in storie autoconclusive, il protagonista cambia ogni 12 albi, i dialoghi sono stringatissimi e i suoi autori si divertono a smontare tutte le peculiarità grafiche dei volumi della casa editrice (a partire dalla famosa gabbia bonelliana).

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Vengono mutuate scelte stilistiche da altri modi di intendere il fumetto: “Il Pozzo” disegnato da Luca Casalanguida sembra uscito dalla testa e dalle mani di Jack Kirby e nel duello “onirico” di Rosa (Numero 8 pagg. 67/71) ritroviamo le atmosfere care a Sampei Shirato nelle matite di Werther Dell’Edera. Proseguendo così, tra gli Youngblood di Liefeld e gli X-Men di Claremont, assistiamo al lavoro di una generazione di artisti che ha digerito e assimilato nuovi modi di approcciarsi al fumetto, fino ad arrivare al nono albo della serie in cui vediamo alternarsi ben cinque disegnatori diversi (tra i quali spicca per eterodossia lo stile pittorico di Giulio Rincione).

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Come avevamo già detto in precedenza Recchioni & Co. stanno usando il pretesto della fantascienza per scardinare le regole del fumetto seriale popolare italiano. Orfani è la naturale continuazione del progetto cominciato con John Doe (come abbiamo visto QUI).

Orfani-RincioneQui però si insidia il vero nodo problematico di tutta la serie: soprattutto in questi ultimi due albi sembrerebbe che il discorso progettuale sia spesso preponderante su quello narrativo. Si è più concentrati su come si narra che non su quello che si narra. Lo stesso ricorso agli “omaggi/citazioni”, che tanto ha fatto discutere sul web, comunica l’impressione di una ricerca di complicità tra autore e lettore (“ehi l’ho capito il riferimento al Flower Thrower di Banksy! Siamo amici io e te”) che scavalca la naturale affezione necessaria tra lettore e protagonista che, per giunta, cambia ogni stagione. In definitiva non si cerca di vendere un fumetto quanto di vendere un modo di fare i fumetti. Non è una novità sia chiaro: l’autorialità nel fumetto è sempre esistita ed esisterà sempre ma non ha mai fatto parte del corredo genetico del fumetto seriale e nello specifico di quello Bonelli.

Orfani-PixelartLa sensazione restituita da questi ultimi due albi quindi è quella di una serie troppo ripiegata su se stessa, sulle proprie (eccellenti) virtù stilistiche e meno rivolta verso il mondo esterno. Potenzialmente potrebbe risultare rivoluzionaria ma questo lo scopriremo solo negli anni a venire, valutandone gli effetti. In questo senso sì, Orfani: Nuovo Mondo è un fumetto di fantascienza in quanto proiettato nel futuro.

“Da Beta a Orfani” con Luca Vanzella e Luca Genovese

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Luca Vanzella e Luca Genovese

Dimensione Fumetto organizza un evento da non perdere per gli appassionati di Fantascienza ma non solo.

Sabato 4 Giugno, nella Sala dei Savi, nel Palazzo dei Capitani, in Piazza del Popolo ad Ascoli Piceno, alle ore 17.30, Luca Vanzella e Luca Genovese (qui potete leggere la loro biografia) saranno gli ospiti d’eccezione dell’incontro dal titolo: “Da Beta a Orfani – La fantascienza nel Fumetto”.

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Il duo di creativi, collaboratori per case editrici come Bonelli (Dylan Dog, Orfani), Eura Editoriale (Long Wei), Bao Publishing (BETA) e Renbooks (Aleagio! Tutte le avventure di Aleagio Vaccarezza), si racconteranno agli intervenuti, discuteranno con il pubblico del fumetto italiano e di come è cambiato l’approccio di autori ed editori nei riguardi di un genere che da sempre appassiona e fa volare la fantasia: la Fantascienza.

Seguirà il consueto spazio dedicato ai fan e ai giovani autori, in stile Dimensione Fumetto, con revisione dei portfolio e sketches con dediche.

Orfani: nuovo mondo #7 – Una recensione dantesca

Pugni chiusi
non ho più speranze
in me c’è la notte
la notte più nera

Occhi spenti
nel buio del mondo
per chi è di pietra come me

Pugni chiusi,
per tutto, per sempre,
non ha più ragione la vita…
(Pugni chiusi, I Ribelli, 1967)

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Leggo Orfani dal numero 1 della prima serie, prima curioso, poi preso da una storia in cui volevo capire che fine avrebbero fatto quei bambini. Mi ricordavano ovviamente gli Starship Troopers in addestramento, ma avevano un non so che di Oliver Twist, richiamandomi alla mente una specie di immenso orfanotrofio alla Dickens.

E ogni tanto qualcosa di simile a una fine, ma sempre seguito da un nuovo inizio.

Anche qui, dopo il pugno nello stomaco narrativo, grafico, cromatico, del numero precedente, sembra tutto finito. Al punto che l’inizio di questo numero sembra finto, lontano da quanto abbiamo visto e vissuto finora. Stavolta il pugno nello stomaco è l’idillio delle prime due tavole, che però si spegne immediatamente, con la stessa fastidiosa sensazione dei vecchi televisori a raggi catodici con il puntino luminoso al centro.

In quel puntino ritroviamo Rosa, non a caso in posizione fetale, raggomitolata su se stessa, pronta a seguire, nella (ri)nascita, lo «sgorbietto» che ha da poco messo al mondo. E il protagonista di queste nascite è sempre il buon vecchio Ringo, che continua a manifestarsi in modo sottile, strisciante ma sempre presente. È presente nei sogni di Rosa, è presente nel DNA dello «sgorbietto», poi piano piano si riprende la scena, è il vero eroe della storia. Rosa è in un certo senso in sua balia, guidata passo per passo nell’inferno della base della Juric. Come Dante da Virgilio.

Il precipizio di pathos e violenza (stavolta fra uomini, senza mostri, Corvi o altro) che percorriamo in tutta la storia e che prelude ai prossimi numeri è perfettamente preparato nella sua ambientazione infernale e anche nelle premesse. Infatti Rosa, salvatasi con la (sola?) forza della disperazione dalla violenza del traditore Armin, si ritrova solamente umana, come dice lei stessa. Come Dante nell’inferno più volte deve scontrarsi con la sua umanità, anche fisica, come quando la barca di Caronte affonda nelle acque dell’Acheronte a causa del suo peso. Lei che finora non aveva dovuto fare i conti con il suo corpo, che non le era pesato neppure con un figlio in grembo. Ma con la guida di Ringo-Virgilio, anche lui, come il suo alter ego nella Commedia, guida non solo fisica, scopre quel qualcosa che ha dentro e trova la forza di serrare i pugni e risalire l’intero inferno, per uscire a riveder le stelle. Quelle del cielo, ma soprattutto quelle del suo io, preso a pugni dagli eventi e dalle scoperte.

È quasi paradossale: Rosa, che è stata l’unica superguerriera del gruppo, che grazie alla sua superumanità è arrivata viva fin qui nonostante la gravidanza, si ritrova ad essere l’unica solamente umana in una storia dove, a parte i comprimari, compaiono solo figure che di umano hanno poco. Uno spirito, due bambini con il DNA modificato, un assassino feroce e freddo, l’ultimo Corvo, e la Juric, che umana non è mai stata.

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L’inferno dantesco è anche il luogo (solo onirico?) da cui Rosa rinasce un’altra volta, dopo aver riscoperto la sua umanità, di cui finora, almeno in questa terza stagione, non avevamo avuto segno. E infatti tra le malebolge ricompaiono per un attimo anche Nuè e Seba, che certamente non a caso cita il sommo poeta. Anche geograficamente siamo nell’Inferno dantesco: il posto dove si sveglia Rosa all’inizio non è distante dalla dantesca «natural burella»; quello della sua ulteriore rinascita ci fa vedere uno schema della base della Juric a gironi concentrici. Però il viaggio è all’inverso, a partire dai più dannati, su, su, attraverso i dannati comuni, fino all’esterno.

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E prima di avviarci verso la resa dei conti, c’è una catarsi. Che viene veicolata da una creatura appena nata.

La nascita di un figlio è un punto di rottura SEMPRE. E ogni bambino è un uomo in potenza con cui dobbiamo confrontarci. Un figlio ci toglie qualcosa e ci mette di fronte a noi stessi, perché è altro da noi, pur essendo parte di noi. Un bambino appena nato ci fa riscoprire la fragilità, anche nostra, e ci interroga su come accogliamo quella altrui.

Così è per Rosa, che riscopre la sua umanità (forse non è lei ad avere nelle vene il DNA di Ringo, ma solo il figlio che gli ha dato uno tra Seba e Nuè, che quindi è il vero figlio di Ringo), e decide di perderla di nuovo con l’aiuto della droga. Con la quale rinasce di nuovo, per la seconda volta, dall’oscurità e nella posizione dei neonati, ma stavolta da una visione infernale e non idilliaca. E infatti non è la stessa umanità spensierata e positiva con cui l’abbiamo conosciuta sulla terra. Diventa una umanità ferita, difficile, con cui, suo malgrado, si trova a fare i conti dopo essersi illusa di essere altro.

Così è per Sam, che piano piano, dopo tanto tempo, sembra ritrovare una coscienza, proprio quando la Juric le offre di prendere il bambino. Tutto quel sangue nella sua testa, e alla fine ne ha coscienza e ritrova l’immagine di ogni persona uccisa, in una mente che sembrava poter essere svuotata a piacere dalla Juric.
Che peraltro non pare meravigliarsi…
E si rende conto di essere uno scherzo, e, sopraffatta da questo pensiero, decide di abbandonarsi e abbracciare la trasformazione, stavolta coscientemente: tornando un soldato, non più per timore o per condizionamento, ma per scelta, perché con la sua umanità non vuol fare più i conti.

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In tutto questo, il lavoro dell’affiatata coppia Dell’Edera-Niro sottolinea con forza i passaggi della storia. Dal luminosissimo incipit, all’oscurità dominante interrotta dal rosso del gas lacrimogeno, o dell’inferno, dai colori pastello del sogno che diventerà realtà.

Come dicevamo, si sale verso la luce, infatti gli ambienti diventano via via più luminosi. Il tratto è pulito, le ombre riempiono e disegnano i volumi, ma su due passaggi che mi hanno colpito voglio soffermarmi.

  1. la pagina, che riempie dello stesso sangue, che è nella testa di Sam, gli occhi di chi legge, è una esplosione che non potrebbe essere raccontata in altro modo;
  2. la pagina di narrazione continua che, per chi come me è cresciuto anche con i fumetti di Gianni De Luca, è stato un bellissimo regalo.

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Ho cercato lungo tutto il fumetto i pugni serrati del titolo: in effetti ci sono tantissimi primi piani di mani, anche Sam fa presente che con le sue mani non può prendere il bambino, quasi non c’è pagina dove le mani siano comunque ben in evidenza. Non ho trovato però una chiara immagine dei pugni serrati…

..perché alla fine i pugni chiusi di un guerriero che non ce la fa più, si serrano, trovano nuova energia e diventano quelli di Rosa che, quando era sul punto di arrendersi, ritrova la voglia di lottare.

Orfani: Nuovo Mondo #6 – Non esattamente una recensione

…Sarà stato forse un tuono
non mi meraviglio
è una notte di fuoco
dove sono le tue mani
nascerà e non avrà paura nostro figlio
e chissà come sarà lui domani
su quali strade camminerà
cosa avrà nelle sue mani.. le sue mani” (Futura – L. Dalla)

coverCon E non avrà paura la terza stagione di Orfani arriva al giro di boa e, come si suol dire, lo fa col botto. Roberto Recchioni e Mauro Uzzeo danno una svolta drastica alla serie con il largamente annunciato parto di Rosa e con un altro paio di sorprese che sono destinate a diventare il punto di partenza per la seconda parte di Orfani Nuovo Mondo.

Ma non è su questo punto che voglio soffermarmi. Ci sono e ci saranno altre recensioni, migliori di questa, che sapranno approfondire tutte le implicazioni a livello di intreccio, macrotrama e coerenza del racconto.

Quello che invece mi ronza per la testa da un po’ di tempo è una frase scritta, forse distrattamente, da Recchioni in uno dei suoi millemila post di Facebook… o era un commento… oppure era un commento al post di qualcun altro… vabbè, poco importa. Fatto sta che Recchioni ha scritto: «Orfani è uno Shonen».

Da lì, nel mio animo di lettore onnivoro, sono partiti in automatico i confronti tra Rosa e Kenshiro, Ringo e Akira Fudo e così via. A essere del tutto onesti i collegamenti che sono stato in grado di trovare erano piuttosto labili: ci sono l’azione, i bassi tempi di lettura, i dialoghi secchi e la ricerca di un dinamismo continuo. Su Nuovo Mondo poi la concatenazione degli eventi lega gli albi in maniera molto più stretta di quanto non sia stato fatto in precedenza, si tratta di un’unica lunga corsa, sulla falsariga dei manga di Jump. D’altra parte però si nota l’assenza di molti espedienti narrativi tipici degli shonen manga: il tratto iconico, personaggi studiati per far scattare il processo di identificazione, la canonica sequela di avversari sempre più potenti e il conseguente power-up del protagonista, il bianco e nero e l’uso di un unico disegnatore. Da questo punto di vista quindi il massimo che potevo accordare all’osservazione di Recchioni era che sì, ci provava, ma che Orfani era uno “shonen zoppo”, sempre al guinzaglio di una casa editrice storicamente conservatrice.

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Ma ecco che arriva il numero 6: quello scritto a quattro mani e disegnato a otto. L’albo che si racconta su due piani differenti: da una parte abbiamo Alessio Avallone che prosegue con l’estetica canonica della serie e racconta le vicende che si svolgono nel mondo reale (che poi, vabbè, è un racconto per cui sono finzione anche quelle. Ma ci siamo capiti) e dall’altra abbiamo degli interventi “d’autore” nei quali Werther Dell’Edera, Arturo Lauria, Aka B. e Fabrizio Des Dorides esplorano le ripercussioni emotive e psicologiche del parto nell’animo di Rosa. Un parto, mi dicono, non è propriamente l’evento più rilassante nella vita di una donna e le condizioni in cui lo sta vivendo la nostra protagonista (in una giungla, senza dottori e attrezzature, braccata, incosciente delle complicazioni che il suo DNA modificato possano portare) non possono far altro che acuire la drammaticità della situazione. Questo dramma è sapientemente sottolineato dalla bicromia e dall’uso preponderante del color rosso sangue.

Questi inserti però, a prima vista, cozzano con il concetto di shonen che avevo in mente, quello dallo stile uniforme e che poco concede a certe declinazioni stilistiche, e il pensiero è stato subito quello di “ecco Recchioni che vuol dare un tono di autoralità alla sua serie e infila nella storia degli elementi che poco c’entrano con tutto il progetto portato avanti fino ad ora”.

E invece avevo torto (per soli cinque/dieci minuti sia chiaro).

Qui Recchioni porta al culmine tutto il suo progetto sul Fumetto, il Fumetto come lo intende lui.

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La “Recchioni’s way to comics” è descritta perfettamente in quest’albo. Quando diciamo che “i tempi di lettura si abbassano” spesso e volentieri intendiamo dire “il pubblico pigro non ce la fa a reggere la verbosità di una tavola di  E.P. Jacobs per cui si cerca di ridurre al minimo il testo scritto”. E invece non è così. Almeno qui. Credo.

Il punto è invece che per Rrobe, e per le persone che lavorano con lui, il Fumetto è un mezzo narrativo che deve lavorare per immagini. La natura del mezzo stesso richiede una preponderanza dell’immagine sul testo: sia dal punto di vista più strettamente narrativo che da quello estetico. Il racconto non è (solamente) frutto del contenuto dei baloon, gli scrittori di fumetti non si misurano in base al numero di parole usate, il racconto è principalmente espresso tramite i disegni, il layout e l’impaginazione stessa. Girare pagina e trovare, ad esempio, le silhouette inquietanti delineate da Lauria è già un’esperienza emotiva che preesiste a qualunque testo si voglia inserire e che non ha bisogno di altre spiegazioni. Lo stesso approccio delle tavole più canoniche, dal taglio spiccatamente cinematografico, denota una scelta estetica e narrativa ben precisa: quella di inserire il lettore in un contesto familiare da “film d’azione”. Questa scelta giustifica l’insistenza di Recchioni nel voler fare un fumetto Bonelli a colori. Diversamente non si sarebbe potuto portare avanti questo discorso.

Allora cosa c’entrano gli shonen (che tra l’altro sono pure in bianco e nero)? C’entrano perché la differenza fondamentale tra il fumetto occidentale e quello giapponese è che, laddove la nostra cultura ha sempre assegnato il posto più alto nella gerarchia comunicativa al testo scritto, nei manga, e negli shonen in particolare, l’immagine è investita della responsabilità narrativa maggiore (d’altra parte gli ideogrammi altro non sono che disegni, per cui il mezzo di comunicazione principale nipponico è proprio quello) esattamente come il trauma di Rosa è espresso tramite l’uso del rosso e delle scelte stilistiche degli autori ospiti. Orfani è uno shonen in quanto tutto quello che può essere narrato per immagini viene narrato per immagini.

Si tratta di una scelta giusta? Chi lo sa? Dopotutto è una filosofia d’approccio che può essere valida come un’altra. Probabilmente una prosa ben calibrata avrebbe raggiunto lo stesso effetto. Da parte mia però mi limito a far notare che un fumetto in Occidente viene considerato un successo quando supera le 100.000 copie (o anche meno) mentre il numero 80 di One Piece ha venduto quasi tre milioni di copie in Giappone.

P.S. Pare che alla fine mi sia dimenticato di scrivere se E non avrà paura sia o meno un bel fumetto. Cose che succedono.

Orfani: Nuovo Mondo 5 – Fun and games no more

Orfani Nuovo Mondo 5_coverQuesta stagione di Orfani non mi stava appassionando come le prime. Lo dico sinceramente. Non tanto per la qualità tecnica con cui sono realizzati tutti i numeri, ma principalmente perché non mi sembrava particolarmente incisiva, mancante di un reale motore che portasse la storia in avanti. Il tema della fuga e della ricerca di un punto di arrivo si erano già visti in tutta la seconda stagione, e sembravano al momento l’unica spinta di tutta la narrazione. Sì, Rosa è incinta, ma si comportava in un modo tale per cui non sembrava poi questo grave problema, a parte quando è rimasta fuori gioco nella grotta di Lora.

Il nuovo gruppo, creatosi con Rosa e gli altri profughi, sembrava mancare di mordente e soprattutto dello spirito cameratistico che si era visto già nelle stagioni passate, fra gli Orfani prima, e Ringo, Nuè, Rosa, Seba poi. Insomma, ho avuto la sensazione di avere fra le mani qualcosa che vinceva, ma non convinceva.

Poi qualcosa è cambiato, dal numero 4 per la precisione. Con quel Benvenuti nella giungla, come come la canzone dei Guns and Roses ti colpisce e ti lascia senza fiato, e che ti fa capire che sul Nuovo Mondo non c’è spazio per “fun and games“.

Questo numero è stato spiazzante, con la presentazione di un personaggio diverso, al di fuori della cerchia di quelli a cui ci stiamo lentamente abituando. Ben definito, la sua descrizione e la narrazione di quanto gli sia accaduto ci ha tenuto compagnia in tutto il volume, e poi, improvvisamente, ci è stato tolto. Con una mossa degna del miglior George Martin, a fine lettura siamo rimasti con la bocca spalancata.

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Il numero 5, dal titolo Predatori, riparte esattamente da quel punto. Senza stacchi, senza passaggio di tempo. Un’ottima scelta, che a mio parere rende ancora più evidente il senso di precarietà e di pericolo che provano sulla pelle Cesar, Rosa, Paul e gli altri. Roberto Recchioni e Michele Monteleone sembrano volerci dire che non c’è mai un attimo di respiro nel Nuovo Mondo, non si finisce mai di essere in pericolo, nemmeno per un secondo. E lo dico subito. A fine di questo albo saremo ancora con lo stupore negli occhi per l’ennesimo cliffhanger ben piazzato. E questo ci piace, e funziona alla grande, forse più che nelle stagioni precedenti dove, salvo qualche raro caso, si avevano delle storie che si completavano all’interno dell’albo e che andavano a creare, tutte insieme, il quadro finale della narrazione totale della vicenda.

Senza scendere troppo nei dettagli, si può dire che in questo numero ci sono dei graditi ritorni, primo su tutti la Juric, ultimamente rimasta più in sordina, che ancora una volta ci regala uno dei suoi monologhi chiarificatori del fatto che lei è stronza, è fiera di esserlo e non è disposta a scendere a nessun compromesso. Inoltre ho particolarmente apprezzato lo spazio maggiore dato alla Mocciosa (Sam), che fino ad ora appariva solo come una macchina assassina senza sentimenti, e che (grazie ad un evento piuttosto inspiegabile per ora) ci mostra ancora una volta il suo lato psicopatico, ma allo stesso tempo lucido e mosso da precise volontà. Un tocco di classe per risaltare uno dei pochi personaggi che ci portiamo appresso dalla prima stagione.

Unico neo forse è la presenza di un deus ex-machina abbastanza evidente, volto a togliere un elemento narrativo che forse si stava trascinando da troppo tempo, ma che allo stesso tempo apre nuovi scenari parecchio interessanti per la seconda metà di questa terza stagione. Quale sia lo lascio scoprire a voi, ma se avete seguito Dimensione Fumetto saprete già che il prossimo numero sarà molto importante, come vi abbiamo detto qui  ed è facile anche immaginarne il motivo.

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Ai disegni abbiamo Davide Gianfelice che abbiamo potuto ammirare sia su Ringo (numero 5) che su Orfani (numero 8), e ai colori la sempre ottima Annalisa Leoni. Ho già detto che sul livello tecnico di realizzazione c’è davvero poco da dire, ogni albo è disegnato e colorato in modo davvero ineccepibile, senza se e senza ma, e l’unica parte a mio parere leggermente debole è stata fino ad ora la storia (che comunque è sempre ad altissimi livelli).

Fortunatamente la dichiarazione di casa Bonelli, che le prossime stagioni avranno meno numeri, sembra proprio venire incontro a questo problema, facendo supporre che in futuro si avrà una narrazione più concentrata e concisa rispetto a quanto siamo stati abituati.

Ultima nota di merito va sempre a Matteo de Longis, che fino ad ora non ha ancora sbagliato una copertina, con la buona pace di quelli che si erano schierati contro di lui come suoi detrattori.

In conclusione la serie sembra essere tornata finalmente sul giusto binario, senza troppe forzature e con una regia ben orchestrata. Questo volume 5 bisogna prenderlo e leggerlo tutto d’un fiato, per poi sedersi e aspettare un altro mese in trepidante ansia.

Numero Specialissimo di Orfani: Nuovo Mondo

Orfani

Orfani: Nuovo Mondo. A seguito di questa immagine diffusa poche ore fa dagli amici de “Lo Spazio Bianco” abbiamo contattato Mauro Uzzeo per qualche delucidazione.

Akab disegnerà una bella sequenza di un albo davvero molto particolare perché i confini tra quello che è reale e quello che è il peggiore degli incubi cui possa andare incontro una ragazza in procinto di partorire, si confonderanno al punto da risultare difficilmente distinguibili. A illustrare questo numero specialissimo (ma comunque all’interno della serie regolare) con Roberto [Recchioni] ed Emiliano [Mammucari], abbiamo chiamato alcuni degli autori che, più di tutti, ci comunicano quella sensazione di angoscia e spaesamento che volevamo raccontare. Per questo, insieme ai disegni del giovane Alessio Avallone e Werther Dell’Edera, potrete vedere lo splendido (e disturbante) lavoro fatto da Aka b, Arturo Lauria e Fabrizio Des Dorides, al loro esordio sulla testata. I colori saranno di Alessia Pastorello, ai testi troverete me e Roberto e per averlo tra le vostre mani dovrete aspettare soltanto due mesi.