One Piece

La nuova cattiva di Steven Universe

È uscito da qualche giorno il trailer del nuovo film di Steven Universe che verrà trasmesso su Cartoon Network il 2 settembre 2019.

La storia prende il via due anni dopo gli eventi dell’episodio speciale di Change Your Mind, e vede Steven cresciuto, ma ancora piacevolmente rotondo, coinvolto in un ipotetico processo di decolonizzazione dell’impero delle gemme.

Ma arriva la cattiva, una gemma che per tutta la durata del trailer non viene nominata (speculazioni a go-go) né pronuncia una parola, si limita solo a ridere come una bambina impazzita. Ha occhi enormi, arti sottili e disarticolati, e il suo potere peculiare è quello di estendere e plasmare il proprio corpo a piacimento.

Sappiate che questo è un frame in-between impossibile da cogliere a occhio nudo. E i disegnatori si sono premurati comunque di darle una faccia da pazza assassina.

Infantile e inquietante, come una bambola di porcellana. Oppure come un personaggio dell’animazione anni ’30, epoca a cui forse gli scrittori vogliono fare riferimento per rendere ancora più ficcante il conflitto fra la filosofia di Steven e… tutto il resto che l’animazione ci ha sempre offerto.

Quanto rosa ragazzi. Quanto rosa malvagio.

Cos’è Steven Universe?

Steven Universe è una serie cartoni che combina avventura e slice of life. Protagoniste sono le Crystal Gems, una squadra di aliene magiche confinate sulla Terra, che combattono per catturare i mostri generatisi dalle gemme corrotte e per respingere gli ulteriori attacchi delle forze colonialiste del Pianeta Natale.

In mezzo alle tre gemme (Garnet, Ametista e Perla) c’è Steven, un ibrido umano-gemma che cerca di contribuire alla missione delle compagne.

Solo che gli riesce male. I primi episodi sono perlopiù su di lui e le gemme che cercano di mettere una pezza alle sue stupidate e utilizzi fuori controllo dei poteri.

La sensazione iniziale è quella di un tributo scherzoso a Sailor Moon, specie per i personaggi che portano il nome di minerali. Ma in questa serie i personaggi sono minerali. O almeno una versione magica e senziente di essi.

Molto gradevole, per colori, musica e i tempi comici azzeccati. Qualcosa che può passare per allegro e innocuo, tranquillamente inosservato dai sensori delle varie associazioni genitoriali di tutto il mondo, timorose che la visione di un cartone inappropriato possa traumatizzare i loro bambini e trasformarli in gay tatuati e drogati che vogliono accogliere i migranti e gettare sassi dai cavalcavia. Contemporaneamente.

Ed è con questa facciata che Steven Universe è riuscito a infilare eventi nella narrazione che comunicano morali preziose nel mondo moderno, di amore per sé stessi e verso il prossimo. Soprattutto, non lascia che queste morali siano recitate alla fine di un arco narrativo che è stato mosso da tutt’altro, ma fa in modo che siano questi principi a plasmare la storia. Per fare una serie di esempi fra i più calzanti:

  1. C’è una rappresentazione variegata di etnie, generi e tipi corporei. Anche fra le gemme, che sono codificate per rappresentare diversi gruppi. Fra le Crystal Gems, è una donna nera la leader. Steven è rotondetto e nessuno in tutta la serie l’ha mai preso in giro per questo.
  2. Le gemme sono tutte di genere femminile, asessuate di fatto. Le loro relazioni amorose sono inevitabilmente lesbiche e la stagione 5 è culminata con il primo matrimonio omosessuale della storia dei cartoon.
  3. La dinamica della fusione: presente la fusione in Dragon Ball? Bene, qua è meglio. Più sono diverse le gemme che la originano, più questa sarà forte, creativa e bizzarra nel suo aspetto. La sua durata è data dalla sintonia emotiva delle gemme originanti, non da un limite di tempo.
  4. Il protagonista è un guaritore. Ribadisco…

Steven è un guaritore

Presente quel personaggio dei videogiochi e degli anime, solitamente femminile e caratterialmente fragile che ha un paio di capitoli dedicati e poi viene ficcato nelle retrovie a ripristinare la salute dei veri combattenti che sono tutti maschi dall’atteggiamento spavaldo o tenebroso?

Bene, in questa serie è il protagonista. Può guarire, alzare scudi e cupole protettive, nessun attacco, a parte l’uso dello scudo come frisbee dal modesto potere offensivo.

L’unico modo che ha lui di risolvere un conflitto è di stancare il nemico e indurlo a ragionare. Grazie in alcuni casi alla telepatia onirica, che sviluppa dalla seconda stagione ed è perfettamente in sintonia con la sua personalità aperta ed empatica.

Funziona? Beh, quando gli scrittori decidono che la forza ostile è pronta nel suo character arc per ascoltare Steven, sì. In modi originali.

Non che la morale del dialogo sia una novità assoluta, ma è sempre stata infilata al termine di un conflitto violento, e gli scrittori trovano sempre un modo di sfiatare il testosterone dell’audience verso un nuovo bersaglio, che stavolta è un agente di pura malvagità impossibile da redimere, ad esempio:

  1. Il capo e mentore maligno dell’antagonista.
  2. Un demone o mostro evocato dell’antagonista e non più controllabile.
  3. Il vero cattivo è una seconda personalità dell’antagonista. O un demone che lo possiede (il livello di plausibilità medica è lo stesso).
La cura della schizofrenia funziona esattamente così in animazione. A sberle.
Fonte: Yu-Gi-Oh the Abridged Series di Little Kuriboh.

Steven Universe riesce a far funzionare scenari di semplice negoziazione del conflitto, senza bisogno di trovare un antagonista superiore da combattere. Riesce a rendere queste scene visivamente e drammaticamente coinvolgenti.

Perché stiamo parlando di alieni magici che possono modificare la propria forma esteriore a piacimento. Non può non uscire qualcosa di esteticamente suggestivo da un cambio di idee.

Spesso nelle storie avventurose e fantastiche è esaltato l’aspetto scenografico di un atto di attacco e distruzione. Ma non lo può essere altrettanto uno di creazione? La squadra dietro Steven Universe lo ha capito.

La cattiva del film

Non si sa ancora nulla su di lei, tranne che ha una gemma rosa dal taglio a cuore, intende prosciugare la Terra di tutti gli elementi vitali con una versione evoluta delle macchine da innesto gemme, una risata da psicopatica e poteri elastici. Quest’ultimo potere e la sua estetica la possono collegare a due probabili fonti di ispirazione:

  1. I cartoon statunitensi degli anni ’30.
  2. Monkey D. Luffy da One Piece.

La prima fonte è suggerita ovviamente dal suo aspetto e dal suo atteggiamento malignamente divertito. Ricorda i cartoon animati con la tecnica rubberhose (letteralmente, “tubo di gomma”) che conferiva vitalità ai personaggi disegnati facendoli tutti oscillare e sobbalzare di continuo, anche a riposo.

Pratica che oggi sarebbe oscenamente costosa da proporre, e per questo i cartoni di quegli anni sembrano animati meglio di quelli di oggi. Perché lo sono.

Così tanto da essere inquietanti, in una sorta di uncanny valley dei micromovimenti, personaggi che non dovrebbero aver bisogno di respirare e flettere i muscoli, lo fanno.

Come se già non fosse bastato l’immaginario sinistro e surreale dipinto in questi corti a non farti dormire sereno la notte. Cose che ti fanno capire quanto la nozione di adatto ai bambini sia molto recente e per nulla tradizionale.

Ma cosa sono gli anime se non il tentativo dei giapponesi di imitare proprio i cartoon degli anni ’30?

Mai notato quanto l’aspetto di Betty Boop ricordi quello di una ragazza anime? Corpo minuto, testa enorme, occhi a finestra, e bocca che si muove indipendentemente dal mento?

Per questo Luffy sembra a sua volta un tributo all’animazione rubberhose. I suoi poteri elastici, inizialmente limitati al poter estendere gli arti nella direzione di un pugno o di un calcio, ricordano di più le gag visive dei corti anni ’30 che la totale plasmabilità di Mr. Fantastic o Plastic Man.

Mica sono stato solo io a pensarci. L’artista è antighost su Deviantart.

Inoltre la creatrice di Steven Universe, Rebecca Sugar ha dichiarato nelle sue interviste via podcast che One Piece è il suo manga preferito. Con tutte le citazioni di altri anime e manga in Steven Universe, era strano non averne ancora vista una dedicata a Luffy e la sua banda.

Rebecca e il suo amore per gli underdog. Usopp, che non riesce a concludere una saga senza fratture multiple su tutto il corpo.

Che cos’altro accomuna One Piece con l’animazione anni ’30, oltre che gli scenari da incubo sotto effetto di droghe da gentiluomo? (Sul serio, la saga dell’isola degli zombie è un sogno lucido).

Violenza a cartoni animati

Una pura, divertita, catartica celebrazione della violenza. Violenza animata, priva di conseguenze, Bluto ti picchia, tu mangi degli spinaci e quindi lo picchi più forte. Tiri un tizio prepotente sotto uno schiacciasassi, quello ne esce vivo, ma appiattito e ferito nell’orgoglio, se ne va via camminando a gambe larghe. Uno psicopatico ti lega al muro e cerca di accoltellarti? Lo puoi scansare all’infinito piegando il tuo corpo di gomma.

Per quanto riguarda One Piece invece…

(Opinione impopolare in arrivo in 3, 2, 1…)

È peggio.

Tralasciando il fatto che non c’è un minimo di accuratezza su come funzioni la deposizione di un dittatore nella realtà, e che non porta mai alla “liberazione del popolo”, ma all’instaurazione di una dittatura militare, o un interregno di predoni, questo anime è zeppo di violenza sanguinolenta, ma priva di conseguenze.

Tutti riportano ferite che dovrebbero spezzare ossa e danneggiare organi interni. Usopp, lui si rompe tutte le ossa ogni due volumi. Zoro non è contento se non prende almeno tre spadate in pieno petto a ogni saga. Shanks il Rosso perde un braccio strappato via da uno squalo e non sembra nemmeno farci caso. Ehi? Dolore lancinante? Pericolo di dissanguamento? Dove siete?

Un fattore di rigenerazione che Wolverine scansati che sei fragilino. Mai spiegato in universe. Il volume dopo sono di nuovo tutti in forma smagliante e non c’è nemmeno un fagiolo magico, un guaritore, uno spirito della volpe a nove code a spiegare la cosa.

Con questo non intendo dire che la saga più durevole della storia degli shounen sia brutta o stupida. È drammatica, è colorata, tratta in modo involontariamente moderno i personaggi femminili, riserva una certa dignità anche ai non-combattenti, ed è piena di scenari fantasiosi, comici e surreali.

Amore e odio

Da scrittore e artista a mia volta, immagino sia questa la motivazione che ha spinto la Sugar. Non potrei che capire una creatrice che ama una serie, o un intero movimento artistico, ma si sente a disagio con alcuni suoi elementi (la violenza gratuita in questo caso) e quindi desidera mettere un personaggio che li rappresenti nella propria storia, per poter così decostruirli.

Tecnica del pugno gigante. Cosa potrebbe ricordare? *wink*

Io stesso amo il concetto di Conan il barbaro (non i film di Schwarzenegger, quelli di Conan il barbaro hanno solo i nomi), la personificazione dell’energia animale che risiede in tutti noi, ma allo stesso tempo mi trovo a disagio con il trattamento orribile che la storia ha verso le donne, che esistono solo come perfide ammaliatrici o damigelle in pericolo, che Conan si porterà in entrambi i casi a letto.

(Va beh, e gli stereotipi razzisti a mazzi, ma non dilunghiamoci.)

E se un giorno avessi il tempo di scrivere e disegnare una storia in cui il ruolo di maschio alfa di un personaggio equivalente a Conan viene messo in discussione, lo farei.

Un cerchio che si chiude

Per questo ritengo che nel design della cattiva di Steven Universe si celino due ispirazioni, la rubberhose e One Piece, e che la sceneggiatura voglia sia tributare che contraddire queste storie. Dimostrarci che sì, l’animazione e il fumetto fino a oggi ci hanno offerto scenari magnifici e storie emozionanti, ma che non deve essere sempre una celebrazione della violenza.

Non puoi sempre sistemare un problema a suon di pugni. Non puoi sempre combattere un sistema ingiusto cercando di raderlo al suolo.

Una storia in cui il climax risiede nel dialogo e nella creazione si può fare.

ONE PIECE va in pausa

Ai lettori di tutti i mari: l’edizione di ONE PIECE, il “manga dei record” di Eiichiro Oda, realizzata grazie alla collaborazione tra Edizioni Star Comics, La Gazzetta dello Sport e Corriere della Sera va in pausa dopo l’uscita del n. 80, in edicola il 26 ottobre 2017, per permetterci di accumulare nuovi volumi e riprendere il prima possibile la serializzazione.

 

Il lancio del volume 81 è previsto in concomitanza con il Napoli Comicon 2019.  Segnatevi dunque sul calendario che a partire da APRILE 2019 la ciurma di ONE PIECE tornerà ogni settimana in edicola, più battagliera che mai, nel consueto formato con alette, cover soft touch e cartolina allegata.

 

Il n. 81 di ONE PIECE – EDIZIONE RCS – uscirà ad APRILE 2019 in edicola in abbinamento a La Gazzetta dello Sport e Corriere della Sera.

 

 

COMUNICAZIONE DI SERVIZIO

AI LETTORI DI ONE PIECE – EDIZIONE RCS:

 

RCS ci segnala la presenza di un errore all’interno del volume 75 della collana ONE PIECE nella suddetta edizione, di cui di seguito riportiamo i dettagli:

 

L’errore riguarda pagina 107: vi è stata erroneamente inserita una tavola già presente in un’altra parte del volume al posto di quella corretta. L’errore è dovuto a un inceppamento del sistema di chiusura file stampa e ci è stato segnalato dai lettori quando il volume era già stato distribuito in edicola. Abbiamo immediatamente provveduto a ristampare il volume corretto, che verrà inviato a tutti i lettori che ne faranno richiesta tramite i consueti canali RCS.

 

Ci scusiamo per l’inconveniente.

 

La redazione RCS

One Piece 20th anniversary!

Il 2017 è un anno di ricorrenze particolarmente importanti. Una di queste, come vi abbiamo già raccontato, è il trentennale di Edizioni Star Comics. Un’altra, non meno notevole, è il ventennale di ONE PIECE, “il manga dei record”. Ovviamente non potevamo non partecipare ai festeggiamenti di questo eccezionale anniversario, e per questo abbiamo preparato diverse iniziative celebrative.

Inizieremo con la ristampa del mitico volume 1 in due edizioni limitate: ONE PIECE 20th ANNIVERSARY – SILVER e ONE PIECE 20th ANNIVERSARY – GOLD.

 

ONE PIECE 20th ANNIVERSARY n. 1 – GOLD

Eiichiro Oda

11,5×17,5, B, b/n con mini poster a colori, con alette, pp. 208, € 5,90

Data di uscita: 1/11/2017, solo allo stand STAR COMICS (NAP286) a Lucca Comics & Games 2017

Isbn 9788822607508

 

ONE PIECE 20th ANNIVERSARY n. 1 SILVER

Eiichiro Oda

11,5×17,5, B, b/n con mini poster a colori, con alette, pp. 208, € 5,90

Data di uscita: 8/11/2017, solo in fumetteria

Isbn 9788822607492

 

Entrambe le edizioni limitate consisteranno in una ristampa del primo volume della saga in un’esclusiva veste da collezione: finitura metallizzata silver/gold, mini-poster interno, contenente un messaggio del maestro Oda e due speciali variant cover con illustrazione inedita, sempre a firma del creatore della saga.

L’edizione SILVER sarà disponibile dall’8 Novembre solo ed esclusivamente in fumetteria: non la troverete alla fiera di Lucca, né in edicola, né in libreria di varia, né nei web store (eccezion fatta per gli shop online delle fumetterie). L’edizione GOLD, invece, sarà limitatissima e disponibile solo ed esclusivamente a Lucca Comics & Games 2017 presso lo stand Star Comics (NAP286) dall’1 al 5 Novembre. Dopo la manifestazione, le copie invendute saranno messe in vendita nello shop online del nostro www.starcomics.com, e resteranno disponibili fino a esaurimento scorte. Sempre a Lucca Comics & Games 2017 sarà presente un photo boot in cui scattarsi una simpatica foto a tema One Piece e avere la possibilità di accaparrarsi uno dei quattro set contenente i favolosi dobloni commemorativi di ONE PIECE. Partecipare è semplice:

 

-) Scattati una foto presso il Photo Booth;

-) Postala su Instagram con l’hashtag #OP20THSTAR ;

-) Partecipa al sorteggio dei dobloni!

Scoprirai i dettagli a breve nella sezione news del nostro sito.

 

Last but not least, durante Lucca Comics and Games, ospiteremo nel nostro stand un piccolo assaggio della ONE PIECE EXHIBITION, la mostra dedicata a ONE PIECE allestita nel 2015 a Tokyo, esibendo la riproduzione di un disegno del maestro Oda unitamente a un interessante documentario che racconta il making of dell’illustrazione stessa.

 

Dall’1 al 5 Novembre a LC&G 2017 presso lo stand Star Comics (NAP286): ONE PIECE 20th ANNIVERSARY – GOLD e ONE PIECE EXHIBITION!

 

Dall’8 Novembre, solo in fumetteria: ONE PIECE 20th ANNIVERSARY – SILVER! 

 

Venite a festeggiare con noi il ventesimo anniversario di ONE PIECE presso lo stand STAR COMICS (NAP286) a Lucca Comics & Games 2017: È UN’OCCASIONE IRRIPETIBILE!

Vi aspettiamo!

ONE PIECE N. 82: NUOVO NEMICO IN VISTA!

Cosa succederà alla ciurma di Rufy, ora che sono arrivati sull’isola di Zo e l’ombra di Big Mom si profila all’orizzonte? Potrete saperlo solo leggendo ONE PIECE n. 82 di Eiichiro Oda, disponibile in Italia dal 1 Marzo nella collana YOUNG.

Mentre Rufy e compagni elaborano il piano per recuperare Sanji e impedire il suo matrimonio combinato, viene a galla lo sconvolgente segreto della famiglia Kozuki del paese di Wa… Per i nostri è giunto il momento di puntare il mirino su un nuovo obiettivo: l’Imperatrice dei Mari!

Dal 1 Marzo ONE PIECE n. 82 sarà disponibile in edicola, fumetteria, libreria e Amazon!

Chi dice ONE PIECE dice “il manga dei record”: ciò è stato reso possibile grazie alla storia straordinaria e popolata da personaggi avvincenti, eccezionali abilità in combattimento, ironia e passione. Ma tutto questo non sarebbe “quasi” nulla senza lo splendido messaggio trasmesso dalla ciurma di Rufy: vivere la vita sorridendo, nel rispetto degli altri, in pienezza e libertà. Ma basta con le parole: dovete leggere ONE PIECE per apprezzarlo fino in fondo!

Eiichiro Oda, nato nella prefettura giapponese di Kumamoto nel 1975, con ONE PIECE è l’autore del manga più venduto della storia. Appassionato di fumetti fin da piccolo, ha come modello Akira Toriyama; dopo essersi aggiudicato in giovane età diversi riconoscimenti (tra i quali il secondo posto al Premio Tezuka e l’Hop Step Award), dal 1997 comincia a lavorare al suo manga più famoso, ospitato nelle pagine della rivista Weekly Shonen Jump, presso la quale continua tutt’ora ininterrotto.

 

YOUNG 274

  • ONE PIECE 82
  • Eiichiro Oda
  • 11,5×17,5, B, b/n, pp. 224, € 4,30

Data di uscita 01/03/2017, in edicola, fumetteria, libreria e Amazon

 

 

 

 

Continuate a seguirci sul nostro sito ufficiale, sul minisito Valiant, sul minisito SCP e sulle pagine Facebook Edizioni Star Comics e Valiant Italia per ricevere tutti gli aggiornamenti!

 

 

Edizioni Star Comics

Ufficio stampa: Francesco Palmieri

ufficiostampa@starcomics.com

www.starcomics.com

Si conclude Kochikame, il manga più lungo di sempre

Il 2016 potrebbe essere ricordato in futuro come uno degli annus horribilis della cultura sia alta sia pop per il suo alto numero di persone scomparse nei più diversi ambiti, da David Bowie a Zaha Hadid, da Umberto Eco a Gene Wilder, da Pierre Boulez a Muhammad Ali solo per citarne alcuni. Questo settembre ha macinato un’altra vittima, per fortuna non umana: Kochira Katsushika-ku Kameari Kouen-mae hashutsujo (per brevità Kochikame), il fumetto più lungo della storia dell’editoria giapponese, iniziato nel 1976 sul numero 42 di Weekly Shounen Jump, si è concluso questo mese nel numero 42 della stessa rivista.

Immagine promozionale del videogioco per Nientendo DS di "Kochi Kame".

Il cast dei personaggi principali di Kochikame in un’immagine promozionale del videogioco per Nintendo DS. Come per molte altre serie episodiche umoristiche, si tratta di una storia corale con un piccolo gruppo di protagonisti e molti personaggi ricorrenti, come ne I Simpson o nei Peanuts.

Kochikame è un pilastro assoluto del manga, purtroppo totalmente sconosciuto al pubblico fuori dal Giappone poiché, per via della sua lunghezza e del suo stretto legame con la realtà e l’attualità nipponica, non è mai stato esportato all’estero, e fa parte di quel club di titoli fondamentali & sconosciuti come Thomas no shinzou, Golgo 13Patalliro!, tutti molto vecchi e molto lunghi. Non a caso Barbara Rossi dei Kappa boys parlò di «miracolo» quando riuscì a pubblicare La maschera di vetro in Italia, iniziato nel 1976 e composto “solo” da meno di 50 volumi (per ora).

Prima e ultima copertina del fumetto "Kochi Kame".

Prima e ultimo volumetto di Kochi Kame, noto per avere in copertina grafiche sempre diverse.

Kochikame è uno slice of life umoristico ed episodico in cui non c’è necessariamente un conflitto o un problema da risolvere in ogni episodio: a volte sono semplicemente situazioni quotidiane e verosimili, più o meno divertenti, ambientate in una fittizia stazione di polizia nella reale zona Kameari Kouen nella periferia a nord-est di Tokyo. Eppure, nonostante la mancanza di trama e le modeste qualità grafiche dell’autore Osamu Akimoto, Kochikame ha saputo attraversare 40 anni e una settimana di storia giapponese ed è diventato popolarissimo: il protagonista Ryou-san ha ben 14 statue in zona Kameari Kouen (due cui due a grandezza naturale), il segno V con le dita che fanno sempre i giapponesi quando si scattano foto viene da Ryou-san e dalle sue celeberrime sopracciglia, e praticamente tutti i fumettisti di Weekly Shounen Jump hanno omaggiato Kochikame nei loro fumetti con apparizioni del suo protagonista, in particolare Eiichiro Oda che è un grandissimo fan di Akimoto.

Saluti di Eiichiro Oda a Osamu Akimoto e tavola di "One Piece" con omaggio a "Kochikame".

Lo stretto rapporto fra Kochikame e One Piece. In alto: sul sommario di Weekly Shounen Jump i titoli dei fumetti sono accompagnati da un breve commento dell’autore, e stavolta Eichirou Oda ha scritto «Potrei piangere. Il maestro Akimoto è libero! Liberooo!!!». In basso: Rufy e Ryou-san in uno dei numerosi omaggi di Oda a Kochikame.

Si conclude quindi il manga più lungo di sempre, ma non il più vecchio ancora in corso: La maschera di vetro e Ouke no monshou vanno avanti dal 1976, Haguregumo dal 1975, San-choume no yuuhi Yuuyake no uta dal 1974, Dokaben dal 1972, e Golgo 13 addirittura dal 1968. Quest’ultimo, in particolare, è arrivato a quota 182 volumetti e potrebbe raggiungere e superare Kochikame, attuale detentore del World Guinnes Record come singolo manga più lungo. Vincerà l’assassino Duke Togo o il poliziotto Ryou-san?

Bleach – Goodbye halcyon days

Correva l’anno 1997, precisamente il 4 agosto quando usciva il primo capitolo di One Piece di Eiichiro Oda. Da quel giorno il titolo ha dominato le classifiche di vendite del magazine Weekly Shōnen Jump (e non solo), superando persino il suo modello d’ispirazione Dragonball.

Due anni dopo il 4 ottobre sulla stessa rivista usciva Naruto di Masashi Kishimoto, rivale del sopracitato One Piece; si è concluso fra le lacrime dei fan nel novembre 2014… o meglio, ha cambiato nome dato, che pochi giorni dopo la conclusione è cominciato il sequel Boruto.

Ancora due anni e il 7 agosto 2001 vede la luce Bleach di Tite Kubo che si affianca ai precedenti due formando la Top 3 dei fumetti più popolari della rivista per diversi anni.

Bleach 07

Per amor di quelle persone che son capitate qui per caso urge un sunto della trama.

Ichigo Kurosaki è un adolescente orfano di madre con la capacità di vedere i fantasmi. Un bel giorno incontra una ragazza chiamata Rukia Kuchiki, una dea della morte (shinigami) che si trova nel mondo umano per eliminare gli hollow (grossi bestioni mascherati): durante uno dei combattimenti, però, rimane gravemente ferita e Ichigo decide di aiutarla prendendo parte dei suoi poteri e trasformandosi in un mezzo shinigami. Ovviamente risulta avere un talento spaventoso e da lì in poi comincia a eliminare hollow per hobby. Da qui si susseguono una serie di eventi che portano Ichigo a combattere e a diventare sempre più forte.

Infine, pochi giorni fa, il 22 agosto Bleach si è concluso, con la pubblicazione in Giappone dell’ultimo capitolo.

Nei suoi quindici anni di vita Bleach ha inseguito solo da lontano i suoi compagni di podio, infatti ha venduto “solo” 82 milioni di copie, contro le 220 milioni di Naruto e le inarrivabili 380 milioni di One Piececlassificandosi 6° fra i fumetti più venduti di Jump e 18° in tutto il Giappone.

Bleach 06

Ma cosa ha causato questa sorta di “impopolarità” rispetto ai suoi compagni? Ci sono alcune caratteristicheBleach 01 che hanno fatto la differenza, prima fra tutti il protagonista: rispetto a Rufy, ma anche al più “vecchio” Goku, ma anche alla maggior parte dei protagonisti di shonen (fumetti per ragazzi) pubblicati da  Jump, Ichigo si presenta più tetro, spesso arrabbiato e cinico; se Naruto risponde al classico carattere dal tragico passato, con un temperamento solare e pieno d’energia, Ichigo si mostra rude e con rari sorrisi. Col senno di poi il fascino del bel tenebroso ha perso contro l’ingenuità e l’allegria. Ciò vale per l’intera opera: Bleach si presenta molto cupo, anche da un punto di vista stilistico prediligendo grandi campiture completamente nere o bianche (ironicamente il primo artbook si chiama All colour but the black) e con una certa cura dei titoli e delle scritte in generale che spesso si mischiano con i disegni. Tutte queste caratteristiche lo hanno allontanato dallo standard classico dello shonen, lontano quindi dai gusti tradizionali.

Bleach 05In senso oggettivo invece, un fattore che ha di certo segnato il lento declino dell’opera è stata la sua monotonia. Bleach è formato da tre saghe principali e alcuni intermezzi, in tutti e tre i casi un membro del party principale si stacca dal gruppo (volente o nolente) e gli altri corrono a salvarlo sfidando i cattivoni. Fine.

Se la prima saga funziona per la novità e la seconda per il salto di qualità, la terza annoia.

Difatti ancora nel bel mezzo della battaglia finale, come un fulmine a ciel sereno, alla fine del capitolo 675 viene annunciato che il fumetto si concluderà in 10 capitoli.

– Spoiler Alert – Il finale, chiaramente anticipato, risulta frettoloso e lascia molte questioni irrisolte: perché Kira è vivo? Come ha fatto Kurotsuchi a sopravvivere? Che fine hanno fatto gli arrancar? Misteri che rimarranno irrisolti… FORSE. Già, perché una speranza c’è ancora: non solo il finale è aperto (perché Naruto insegna: non si sa mai), ma è anche in programma un film dal vivo.

Bleach 04Cosa ha invece segnato il successo di quest’opera (che ricordiamo ha avuto il podio per molti anni)? Paradossalmente, le stesse cose che hanno deciso l’insuccesso: la sua diversità, lo stile oscuro ma ricercato, i piccoli componimenti all’inizio di ogni volume, la coerenza delle copertine, un protagonista a cui non brillano gli occhi solo quando vede del cibo e quella dichiarazione di Orihime che a me ancora fa piangere.

Di certo però il colpo di genio sono stati gli shinigami e le loro spade: cavalcando l’onda di Yu degli spettri, Tite Kubo riprende il tema dell’aldilà e delle figure che combattono per mantenere l’equilibrio fra i mondi, scatenando così una vera e propria “febbre da shinigami” che in seguito ha invaso decine di opere nelle forme più diverse (esempi ne sono Death NoteKuroshitsuji), mentre le armi sono praticamente i frutti del diavolo di One Piece ma in una forma più elegante, katane in grado di cambiare forma e avere diversi poteri in base a chi le utilizza. Ammetto di aver fantasticato anch’io su una spada tutta mia!

Bleach 08

E così come tutte le cose belle, anche Bleach è finito. Un altro dei big three di Jump ci lascia e un’altra èra finisce.

Addio Ichigo, mi mancherai.

 

Bleach 03

Via la pancia! La ginnastica di ONE PIECE

Per commemorare l’anniversario del 700esimo numero e 30esimo anno di pubblicazione, nel numero dell’11 agosto 2016 la rivista Tarzan, bisettimanale giapponese di fitness & fashion dedicato al pubblico maschile (paragonabile a Men’s Health), ha deciso di ospitare la ciurma di pirati più famosa dei manga: quella di Cappello di Paglia di ONE PIECE.

Copertina della rivista Tarzan dedicata a ONE PIECE. La scritta recita «Arriva all'obiettivo! Il corpo spogliato: programma completo per rimodellare i muscoli in 20 giorni».

Copertina della rivista Tarzan dedicata a ONE PIECE. La scritta recita «Arriva all’obiettivo! Il corpo spogliato: programma completo per rimodellare i muscoli in 20 giorni».

La collaborazione fa parte della campagna pubblicitaria della nuova pellicola ONE PIECE FILM GOLD, tredicesimo film cinematografico ispirato al fumetto di Eiichirou Oda, uscito in Giappone lo scorso 23 luglio e atteso in Italia per il prossimo 24 novembre. Come per tutto il resto dei materiali promozionali, anche qui le immagini sono completamente dorate, in tema col film.

Il trailer di ONE PIECE FILM GOLD, in cui stavolta i protagonisti dovranno vedersela col boss del casinò Gran Tesoro.

All’interno della rivista, oltre a varie pin-up dei personaggi sparse un po’ dappertutto, Luffy & compagnia occupano il posto d’onore, cioè il servizio sugli esercizi ginnici consigliati, ovviamente la parte principale di Tarzan. Invece dei soliti modelli unti e bisunti, stavolta alle prese con flessioni e addominali ci sono i nove membri dell’equipaggio, ovviamente seminudi dato che lo scopo è scolpire un fisico vincente per la prova costume.

Ecco i nostri eroi tonici e fichissimi (cit.), scopriamo nelle prossime pagine come hanno fatto a ottenere fisici così scultorei.

Ecco i nostri eroi tonici e fichissimi (cit.), scopriamo nelle prossime pagine come hanno fatto a ottenere fisici così scultorei.

Per prima cosa Luffy ci consiglia dei metodi di riscaldamento, poi Zoro passa all'azione con flessioni standard e advanced.

Per prima cosa Luffy ci consiglia dei metodi di riscaldamento, poi Zoro passa all’azione con flessioni standard e advanced.

Dopo il busto, passiamo alla parte bassa del corpo con gli esercizi per le gambe, illustrati ovviamente da Nami e Sanji che riempiono di calci rotanti i nemici.

Dopo il busto, passiamo alla parte bassa del corpo con gli esercizi per le gambe, illustrati ovviamente da Nami e Sanji che riempiono di calci rotanti i nemici.

Usopp e Franky si dedicano agli esercizi per rafforzare i muscoli laterali e i dorsali, mentre Nico Robin preferisce ottenere dei «fianchi eleganti» con la sua posa a T.

Usopp e Franky si dedicano agli esercizi per rafforzare i muscoli laterali e i dorsali, mentre Nico Robin preferisce ottenere dei «fianchi eleganti» con la sua posa a T.

Infine, gli esercizi più divertenti: Chopper prima si rannicchia come una pallina e poi salta a braccia e gambe spalancate, mentre Brook si rilassa nella posizione yoga del morto, ma lui è già morto… YOHOHOHOHO!!!

Infine, gli esercizi più divertenti: Chopper prima si rannicchia come una pallina e poi salta a braccia e gambe spalancate, mentre Brook si rilassa nella posizione yoga del morto, ma lui è già morto… YOHOHOHOHO!!!

Non si tratta certo della prima volta che dei personaggi dei fumetti & cartoni animati prendono parte a pubblicazioni non di settore; d’altronde in Giappone l’immaginazione in 2D è costantemente contaminata con la realtà in 3D, dando vita a ciò che i locali chiamano «mondo a 2,5 dimensioni». I disegni a matita che pian piano diventano a colori e poi reali.

Non ci sono più scuse per quella pancetta floscia: seguendo i consigli di Luffy & company sarà possibile tornare in forma in tempo per l’estate, o quantomeno per andare al cinema il prossimo 24 novembre.

I manga più venduti in Giappone dal 27/06 al 3/07

La settimana che va dal 27 Giugno al 3 Luglio vede l’uscita del nuovo tankōbon (il numero 82) di One Piece nelle librerie Giapponesi che con oltre 130.000 copie vendute in si piazza al primo posto della classifica scalzando Tokyo Ghoul:re 7 che occupava la posizione da due settimane.

One-Piece-82

Notevole anche il risultato dello shojo di Io Sakisaka (Omoi, Omoware, Furi, Furare) che si conferma al secondo posto con un totale di oltre 225.000 copie vendute in due settimane.

Pos. Titolo Autore Venduto Settimanale Venduto Totale Editore
1 One Piece 82 Eiichiro Oda 130,197 130,197 Shueisha
2 Omoi, Omoware, Furi, Furare 3 Io Sakisaka 116,327 225,164 Shueisha
3 Tokyo Ghoul:re 7 Sui Ishida 78,974 673,739 Shueisha
4 The World’s Greatest First Love: The Case of Ritsu Onodera 11 Shungiku Nakamura 77,625 77,625 Kadokawa
5 Berserk 38 Kentarou Miura 76,163 246,25 Hakusensha
6 The Seven Deadly Sins 21 Nakaba Suzuki 67,189 483,913 Kodansha
7 Tsubaki-cho Lonely Planet 4 Mika Yamamori 56,955 120,012 Shueisha
8 Gate: Jieitai Kanochi nite, Kaku Tatakaeri 9 Daisuke Izuka /  Satoru Sao 55,33 77,028 Alphapolis
9 Mobile Suit Gundam Thunderbolt 8 Yasuo Ohtagaki 48,206 109,408 Shogakukan
10 ReRe Hello 10 Tōko Minami 45,061 94,359 Shueisha
11 Kūbo Ibuki 4 Kaiji Kawaguchi 43,102 94,066 Shogakukan
12 Kōnodori 14 Yū Suzunoki 42,359 109,203 Kodansha
13 Ushijima the Loan Shark 37 Shohei Manabe 42,174 42,174 Shogakukan
14 Assassination Classroom 21 Yusei Matsui 41,43 41,43 Shueisha
15 Hunter × Hunter 33 Yoshihiro Togashi 37,572 1,154,191 Shueisha
16 Jisatsutou 15 Kouji Mori 36,853 36,853 Hakusensha
17 Satsuriku no Tenshi 2 Kudan Naduka 35,703 35,703 Kadokawa
18 Cuticle Detective Inaba 17 Mochi 35,245 35,245 Square Enix
19 Billy Bat 19 Naoki Urasawa 34,24 93,731 Kodansha
20 Genshiken Nidaime no Jūichi 20 Shimoku Kio 32,661 97,602 Kodansha
21 One-Punch Man 11 Yuusuke Murata 32,485 697,114 Shueisha
22 Isekai Izakaya “Nobu” 2 Virginia Tōhei 30,995 30,995 Kadokawa
23 Assassination Classroom 20 Yusei Matsui 30,789 828,501 Shueisha
24 Ahiru no Sora 44 Takeshi Hinata 29,977 210,354 Kodansha
25 Osomatsu-san 1 Masako Shitara 28,5 106,352 Shueisha
26 P to JK 7 Maki Miyoshi 26,216 201,282 Kodansha
27 Dreamin’ Sun Special Edition 5 Ichigo Takano 25,894 25,894 Futabasha
28 My Hero Academia 9 Kōhei Horikoshi 23,556 446,246 Shueisha
29 The Romantica Clock 10 Yoko Maki 22,945 48,283 Shueisha
30 Overlord 4 Satoshi Ōshio / Hugin Miyama 22,739 57,144 Kadokawa
31 D.Gray-man 25 Katsura Hoshino 22,318 408,079 Shueisha
32 Coffee & Vanilla 3 Takara Akegami 22,085 55,93 Shogakukan
33 MIX 9 Mitsuru Adachi 21,009 303,545 Shogakukan
34 Yomawari Neko: Koyoi mo Dokoka de Namida no Nioi Kaoru Fukaya 20,541 20,541 Kadokawa
35 MPD-Psycho 24 Eiji Ohtsuka / Shou Tajima 20,258 20,258 Kadokawa
36 Hajime no Ippo 114 George Morikawa 19,989 142,755 Kodansha
37 Yuyushiki 8 Komata Mikami 19,499 19,666 Houbunsha
38 Mogura no Uta 49 Noboru Takahashi 19,297 19,297 Shogakukan
39 Oresama Teacher 22 Izumi Tsubaki 19,038 88,057 Hakusensha
40 Yuragi-sō no Yūna-san 1 Tadahiro Miura 18,967 70,324 Shueisha
41 Mobile Suit Gundam Thunderbolt Gaiden 1 Yasuo Ohtagaki 18,514 53,232 Shogakukan
42 The Morose Mononokean 6 Kiri Wazawa 18,208 52,49 Square Enix
43 Baby Steps 40 Hikaru Katsuki 18,189 132,677 Kodansha
44 Prison School 21 Akira Hiramoto 17,465 284,389 Kodansha
45 Marginal Operation 6 Yūri Shibamura / Daisuke Kimura 16,816 48,069 Kodansha
46 Ōke no Monshō 61 Chieko Hosokawa / Fu Ming 16,701 98,282 Akita Shoten
47 Tokusatsu Gagaga 7 Niwa Tanba 16,633 16,633 Shogakukan
48 Yo-kai Watch 10 Noriyuki Konishi 16,441 31,691 Shogakukan
49 Mogura no Uta Gaiden: Papillon no Dance 6 Noboru Takahashi 16,321 16,321 Shogakukan
50 Drifters 5 Kouta Hirano 16,251 384,068 Shonengahosha

Sebbene pochi giorni fa la Shueisha abbia annunciato una nuova pausa (a tempo indeterminato) per Hunter x Hunter il trentatreesimo volume vende altre 37.000 copie raggiungendo la quota di 1.154.191 copie vendute in cinque settimane.

Gastronogeek – I francesi bevono i cocktail di Sailor Moon

La casa editrice francese Hachette, nota in Italia soprattutto per le raccolte da edicola tipo Costruisci la nave romana o I like uncinetto, è in patria un grande editore generalista che dal 1826 pubblica insieme la grande narrativa francofona e le guide del bricolage. Col tempo e con l’espansione nei mercati internazionali, la Hachette si è riorganizzata: attualmente nel mondo è nota grazie al grande successo dei fascicoli, mentre in Francia la casa editrice punta principalmente sulle due divisioni di fumettistica Les Éditions Albert-René (ovvero Astérix) e Pika Edition (ovvero manga), e di manualistica con la collana Hachette Pratique che pubblica testi su qualunque argomento pratico indiscriminatamente, dai trattati tecnici sui vini di Borgogna fino ai libri per imparare a fare i braccialetti con gli elastici. La parte più interessante è che Hachette Pratique possiede i diritti per tutte le pubblicazioni (fumetti esclusi) in lingua francese della Disney, e questo vuol dire sostanzialmente che possiede anche i diritti per tutte le pubblicazioni (fumetti esclusi) della Marvel e di Star Wars, e li fa fruttare alla grande non solo traducendo in lingua locale i volumi già esistenti nel mercato nordamericano, ma soprattutto inventandosi prodotti nuovi e bizzarri, tipo i libri antistress da colorare coi numeretti, ed altri sorprendentemente originali come il progetto Gastronogeek.

La regina Padmé Amidala interpretata da Natalie Portman nel film "Star Wars: Episodio I - La minaccia fantasma" e ritratta nel libro "Art-Thérapie Star Wars".

A sinistra, una Natalie Portman di indicibile bellezza interpreta la regina Padmé Amidala in Star Wars: Episodio I – La minaccia fantasma. Benché il film sia considerato fra i più brutti dell’intera saga, la visione della Portman nei saloni della Reggia di Caserta è indimenticabile, e ancora oggi il suo celebre abito rosso resta assolutamente iconico, superando in notorietà tutti gli altri pur splendidi look, diventando un best-seller fra i costumi per bambini, e comparendo anche nel libro Art-Thérapie Star Wars (a destra).

Dal 2014 infatti la Hachette si è superata producendo due volumi che mettono insieme la cultura pop con quello che è probabilmente il patrimonio d’oltralpe più celebre al mondo: la cucina francese. Lo chef & nerd Thibaud Villanova s’è infatti inventato questo progetto intitolato Gastronogeek in cui mette insieme il suo mestiere di cuoco con le sue passioni personali. L’idea si è concretizzata al momento in due uscite: l’omonimo primo libro Gastronogeek con ricette di cibo e il secondo Le livre des potions con ricette di bevande, uscito nel 2015. A questi si aggiungono una pagina Instagram promozionale e soprattutto un sito web aperto all’inizio del 2016, che ospita un blog aggiornato piuttosto spesso da Villanova in persona con novità, ricettine inedite, la sua vita da geek perso (tipo al cinema in cosplay per Star Wars VII), e soprattutto interessantissimi approfondimenti sugli aspetti gastronomici dell’entertainment, come quello sui bento de Il mio vicino Totoro, che fanno rimpiangere di non conoscere quella futura incomprensibile lingua morta che è il francese.

I due autori del primo volume di "Gastronogeek", Maxime Léonard e Thibaud Villanova.

I due autori del primo volume di Gastronogeek: a sinistra, quello con l’aspetto di uno chef professionista è lo chef professionista Maxime Léonard, mentre a destra, quello con l’aspetto di un nerd over 9’000 è il nerd over 9’000 Thibaud Villanova.

Ma in che consistono effettivamente questi due volumi? Sono libri di ricette ispirate a cinque (in realtà quattro) grandi aree tematiche: fantascienza, fantasy, horror e fumetti divisi in comics e manga; nel volume sulle bevande c’è la sesta categoria, videogiochi. Ci sarebbe da alzare il sopracciglio sul fatto che libri & film sono stati divisi per genere mentre invece fumetti & videogiochi sono grossolanamente indicati come due cose a parte (forse fanno genere a parte? Non sono solo tecnicamente differenti da libri e film, lo sono anche narrativamente? Non esistono fumetti o videogiochi fantascientifici, fantasy e horror?) e ancor più grossolanamente divisi per nazionalità, ma la semantica non è il principale interesse di Villanova quindi in questo caso non c’è da preoccuparsene.

Il trailer del volume Gastronogeek in cui si vedono alcune ricette, tipo la torta a forma di occhio di Sauron, e in cui è esplicitato che sì, quella forchetta in copertina è un cacciavite sonico di Doctor Who.

Nel volume Gastronogeek, Villanova riesce a inventarsi, col supporto tecnico di Léonard, ben 42 ricette da 15 titoli, che vanno da Il signore degli anelli a La notte dei morti viventi, mentre in Le livre des potions i titoli di riferimento sono addirittura 57, fra cui Final Fantasy e The Legend of Zelda, da cui vengono ricavate 70 ricette fra zuppe, cocktail, frullati e drink vari, stavolta grazie alla collaborazione con la bartender professionista francese Stéphanie Simbo.

Alcune pagine tratte da "Gastronogeek".

Alcune pagine tratte da Gastronogeek con i piatti ispirati da Star Wars, Conan il barbaro, Dracula e One Piece; quest’ultima ricetta, ovvero i Frutti del diavolo, è disponibile gratuitamente sul sito della Hachette.

Alcune pagine tratte da "Le livre des potions".

Alcune pagine tratte da Le livre des potions con le bevande e zuppe ispirate da Alien, Star Wars, Dragon Ball e Harry Potter; quest’ultima ricetta, ovvero la Burrobirra rivisitata, è disponibile gratuitamente sul sito della Hachette.

Sembrerebbe tutto meraviglioso, fa quasi apparire l’immagine degli spocchiosi Galli un po’ meno spocchiosa, ma la dura realtà è che il progetto Gastronogeek si scontra con i macrodifetti della cucina francese (almeno fuori dalla Francia): ingredienti complicati o in numero esagerato, procedimenti complessi, tecnicismo di tempistiche e strumenti. L’esatto contrario della cucina italiana. Nonostante ciò, però, le ricette presentate sembrano così gustose e così fantasiose che effettivamente vale la pena di mettere da parte i pregiudizi sui cugini d’oltralpe e impegnarsi un pochino ai fornelli. In particolare, Le livre des potions ha alcune proposte (sia alcoliche sia analcoliche) che non sono niente male:

Drink de "I Cavalieri dello Zodiaco" da "Le livre des potions".

La Preparazione al santuario, ovvero gli shottini de I Cavalieri dello Zodiaco. Sono cinque drink ispirati a Pegasus, Sirio, Cristal, Andromeda e Phoenix, e preparati con vari liquori di varia gradazione, dal gin al vino, per ottenere colori diversi abbinati ai personaggi (ma inspiegabilmente lo shot di Andromeda non è rosa).

Drink di "Sailor Moon" da "Le livre des potions".

Il drink di Sailor Moon si chiama Scettro lunare ed è composto da un mix di svariati ingredienti fra cui uovo, Campari, pompelmo e tequila. Uhm, non sembra molto adatto a delle ragazzine che vestono alla marinara, ma l’aspetto è delizioso quindi per le ex-ragazzine va benissimo.

Drink di "Doctor Who" da "Le livre des potions".

Assolutamente indispensabile in un libro per nerd è il drink ispirato a Doctor Who, che da quando ha ripreso la programmazione sulla BBC nel 2005 è diventato il fenomeno televisivo britannico più seguito, clamoroso e remunerativo di sempre. Per le numerose fan/schiave d’amore del Dottore, Villanova e Simbo propongono il long drink Sexy Blue Box (il nome dice tutto) miscelando tequila, Parfait d’Amour (liquore viola a base di fiori) e Curaçao Bleu (liquore blu a base di arancia amara). «Hello, sweetie».

Drink di "Ritorno al futuro" da "Le livre des potions".

Infine, un classicone: il milkshake del Lou’s Cafe di Ritorno al futuro che George McFly afferra al volo sul bancone (sì, ovviamente c’è anche la .gif). Mille ingredienti e una preparazione lunghissima, ma questo va gustato assolutamente.

Il progetto Gastronogeek è per ora fermo al secondo volume, e non sono state annunciate né nuove uscite né traduzioni per il mercato italiano, ma tutto è possibile. D’altro canto, sembra proprio che i francesi abbiano finalmente trovato delle valide alternative alle baguette, alle rane e alle lumache: tutti i nerd buongustai del mondo ne sono molto felici.

Le Iene, il lolicon e il giornalismo pressappochista

Attenzione: l’articolo contiene immagini che potrebbero essere considerabili NSFW.


Il 31 marzo 2016 la popolare trasmissione televisiva Le Iene su Italia 1 ha trasmesso un servizio che ha rotto l’Internet. L’inviata Nadia Toffa ha infatti realizzato con Marco Fubini un reportage giornalistico dal titolo Solo fantasie sessuali o pedopornografia?, dedicato al noto e difficile tema dell’ambiguo rapporto esistente in Giappone fra la sessualità e la giovinezza. Sarebbe stata un’idea meritevole di grande interesse, se solo gli autori avessero coinvolto dei professionisti, esperti, gente del settore, sessuologi e psicologi locali e competenti in materia, ma tutto ciò non è successo, preferendo intervistare l’uomo della strada. Anche così, sarebbe potuto venir fuori qualcosa di interessante o, mal che vada, un servizio scadente, se non fosse che Toffa e Fubini hanno allargato il tema fino a comprendere l’entertainment giapponese e buttando nel calderone roba a caso fra cui, ed ecco il problema principale, i manga. L’immagine negativa, se non ripugnante, che il servizio dà dei fumetti giapponesi in toto è stata ovviamente molto male accolta dal pubblico otaku che si è unito su Internet in un coro di articoli, critiche, videorisposte e meme che a oltre una settimana dall’evento non si è assolutamente placato. In realtà il quadro della società nipponica che hanno dipinto Toffa e Fubini non è affatto inedito, e soprattutto non è inedita l’identificazione nei manga della pietra dello scandalo di qualunque cosa (lo fanno anche i giapponesi stessi), facendo di tutt’erba un fascio esattamente come sono soliti i media italiani dagli anni ’80, con corsi e ricorsi di cui questo è solo l’ultimo in ordine di tempo.

Qualunque sito web che ha rapporti coi fumetti, dai portali ai forum ai blog agli utenti sui social network (Facebook in testa) e gli youtuber, tutti si sono sentiti in dovere di esprimere la loro opinione, riassumibile in: la Toffa non capisce niente di manga, tacesse per piacere. Probabilmente hanno ragione, ma d’altronde il tema del servizio non erano i manga, era un altro, e cioè il labile confine fra sessualità criminale immaginaria e reale. Peccato che l’argomento sia stato affrontato in maniera così maldestra, poco professionale e superficiale che alla fine quello che risalta di più è effettivamente la pessima figura che ci fa l’entertainment giapponese, ridotto a serbatoio di fantasie morbose per maniaci.

Solo fantasie sessuali o pedopornografia? sarebbe potuto essere un servizio interessante, e invece si perde in una marea di errori piccoli, grandi e madornali che ne decretano il suo essere un fallimento giornalistico ed ennesimo, valido precedente per chi detesta la tv e l’informazione televisiva, fra l’altro da un programma come Le Iene che non è la prima volta che si copre di ridicolo a seguito di servizi superficiali e che citano una sola fonte. Eppure, di fronte a questi venti minuti di reportage sgangherato, Dimensione Fumetto vuole fare una cosa che nessun altro sito, blog, utente, portale, youtuber, commentatore del bar o passante o altro ha fatto: analizzare nel dettaglio perché il servizio di Toffa & Fubini è pessimo. La mission dell’Associazione Culturale Dimensione Fumetto e di questo suo sito è di diffondere la cultura del fumetto, che è un’arte: eviteremo quindi di fare quel che hanno fatto tutti gli altri, cioè attaccare la Toffa, o correggerle la pronuncia del giapponese, o scrivere j’accuse angustiati, o prenderne le distanze da snob, o fare spallucce, nemmeno stileremo una lista di titoli meritevoli per dimostrare che i manga sono belli, e tanto meno daremo una qualunque valutazione qualitativa sui fumetti: quello che faremo è analizzare perché il servizio è fondamentalmente sbagliato. Perché sì, lo è.

Immagini sensuali di bambini nella storia dell'arte.

Alcuni esempi di bambini in comportamenti lascivi nella storia dell’arte. In alto alcuni dipinti: a sinistra Amor vincit omnia in cui Caravaggio ritrasse il suo boy toy in una posa ancora oggi imbarazzante; a destra, in alto, un dettaglio de La caccia di Diana del Domenichino dove una giovane ninfa guarda lo spettatore con aria provocante e allargando le gambe; in basso La stanza del 1953 dell’artista francese Bathus, più volte accusato di pedofilia. Sotto, alcune fotografie; a sinistra, sopra: uno scatto del barone tedesco Wilhelm von Gloeden che visse a Taormina a cavallo fra il XIX e il XX secolo e ricostruì coi giovani del posto scene dell’Arcadia greca; sotto, una foto del britannico David Hamilton che negli anni ’80 allestì un casolare nel sud della Francia affollato di bambine che fotografava senza veli col suo celebre stile soft focus; a destra un ritratto di Alice Liddell, la bambina che ispirò Lewis Carroll nella creazione di Alice nel Paese delle Meraviglie, ripagata con decine di foto nelle pose e ambientazioni più diverse, a volte in situazioni pruriginose tanto da aver spinto i critici letterari a ipotizzare una probabile pedofilia dell’autore. Cosa c’entra il Domenichino con i manga? Beh, esattamente come la pittura ad olio e la fotografia, anche il fumetto è un’arte, e se non partiamo dal dato di fatto che i fumetti sono arte, allora la discussione non può nemmeno iniziare.

Le dichiarazioni di Nadia Toffa

Akihabara, un quartiere interamente dedicato ai manga.

E mentre lo dice è davanti a un negozio di modellistica. Si dirà: «Vabbè, più o meno è lo stesso ambito». Ok, allora è come dire che una gipsoteca, cioè un museo in cui sono esposte sculture in gesso, è uguale a una pinacoteca, cioè un museo in cui sono esposti dipinti, perché più o meno è lo stesso ambito.

Nella secolare diversificazione lavorativa che ha conosciuto e ancora conosce l’urbanistica giapponese, l’attuale zona di Akihabara ha finito per ricevere il soprannome di Electric Town in virtù dell’abnorme concentrazione di negozi e servizi dedicati all’elettronica, sia di consumo sia professionale; ovviamente nell’elettronica di consumo giapponese un ruolo forte ce l’hanno i videogiochi e da lì per abbinamento d’idee si arriva ai fumetti, ma non sono la stessa cosa esattamente come non lo sono balletto e musica: il fatto che siano legati non vuol dire che siano la stessa arte, e una prima ballerina non è detto che sia un primo violino e viceversa.

Una vera e propria Disneyland del fumetto!

Mah, beh, insomma, è un’iperbole giornalistica, certo, ma nonostante per i turisti occidentali Akihabara possa essere un parco divertimenti (e ammesso che lo sia, sarebbe una Disneyland non del fumetto bensì delle schede madri per i motivi sopra esposti), in realtà basta visitarla per un tempo superiore a quello standard che gli dedica il turista per rendersi conto che è una zona urbana con aziende, residenze, supermercati, barboni e tutto il resto. Poi è vero che la società giapponese tende a riassumere le stesse “corporazioni lavorative” in zone geografiche distinte, come nella Firenze medievale, ma il Quadrilatero della moda di Milano sarebbe definibile come una Disneyland del fashion?

Questo palazzo di sette piani è il paradiso degli amanti del genere.

È Card Kingdom, un negozio di carte collezionabili, e il nome del negozio è scritto a lettere cubitali sulla facciata: fare un servizio in Giappone senza conoscere il giapponese è come fare un servizio in Inghilterra senza conoscere l’inglese, sarebbe accettabile? Non si pretende che Nadia Toffa parli il giapponese, ci mancherebbe, ma avevano un interprete? Chissà. Inoltre Card Kingdom, poiché vende solo carte collezionabili e nient’altro, interessa solo a chi gioca con le carte collezionabili e non a tutti gli «amanti del genere». Si dirà: «Vabbè, più o meno è lo stesso ambito». Ok, allora è come dire che il Museo del Cinema di Torino, concentrato prevalentemente sul precinema e il cinema delle origini, è il paradiso degli amanti del genere cinecomic americano, perché più o meno è lo stesso ambito. Fra l’altro, quei sette piani in realtà sono otto e nei primi due c’è il negozio della Dell (va bene non conoscere il giapponese, ma i computer esposti in vetrina li hanno visti?), nel quinto un negozio di modellistica, nel sesto gli uffici di Leopalace21 e nel settimo quelli di iDEAL, che sono due agenzie immobiliari.

Zona di Akihabara da Google Maps con i negozi "Card Kingdom" e "GAMERS".

La zona di Akihabara, proprio sotto la stazione, che si vede anche nel servizio de Le Iene. La Toffa avrebbe fatto meglio a scegliere il palazzo a fianco a quello dove c’è Card Kingdom, dato che le mascotte del negozio di elettronica di consumo GAMERS, ovvero i personaggi di Di Gi Charat, almeno sono in stile cartone animato e quindi facilmente confondibili da un non esperto.

Infine, gli «amanti del genere»… quale? Il “genere manga”? Manga è una parola che in lingua giapponese vuol dire solo “fumetto” senza connotazioni né di genere né di nazionalità (principio base ancora non compreso affatto nemmeno dai fan stessi, che per ragioni di semplicità e comunicazione continuano ad assegnare al termine una limitazione geografica che non ha), ed esattamente come il cinema o la letteratura, anche il fumetto non è un genere bensì un linguaggio tecnico-artistico, ovvero un’arte.

Ma manga vuole anche dire sesso, cioè cartoni porno, e porno in Giappone vuole anche dire bambine.

Soprassedendo sull’arbitrario e improvviso abbinamento fra fumetti e cartoni animati, proviamo a traslitterare la frase: «Ma cinema vuole anche dire sesso, cioè film porno, e porno in Europa vuole anche dire bambine»… una clamorosa semplificazione di questo tipo sarebbe accettabile? Jacques Rivette non avrebbe gridato tutta la sua abiezione sui Cahiers du cinéma nel trattare un’intera produzione artistica in questo modo? Per quanto Marco Togni difenda le parole della Toffa come linguaggio giornalistico, il semplicismo del passaggio immediato dai manga alla pedopornografia è francamente inaccettabile e totalmente contrario all’etica giornalistica che ha come basi “il rispetto della verità sostanziale dei fatti” e “i doveri imposti dalla buona fede e dalla lealtà”: la Toffa è in buona fede saltando dal medium fumetto alla pedopornografia nel giro di due virgole? E nella traslitterazione, la sostituzione del Giappone con l’Europa non è casuale, dato che stando ai rapporti di Telefono Azzurro il 39% dell’intero indotto mondiale della pedopornografia riguarda l’Europa e solo il 12% (meno di un terzo) l’intera Asia, pur considerando che innegabilmente il Giappone è il primo paese asiatico per giro economico.

L’immaginario della ragazzina delle elementari che fa sesso, o che comunque è oggetto delle attenzioni degli adulti, qui in Giappone è la normalità, cioè è un fattore culturale accettato.

No, non è affatto un fattore culturale accettato, dato che alla domanda se la pornografia minorile disegnata vada regolamentata per legge l’86,5% degli intervistati ha risposto positivamente e solo il 2,5% negativamente: se la matematica non è un’opinione, 9 persone su 10 sono la normalità e quindi la normalità è la schiacciante non accettazione della sessualità immaginaria fra bambini e adulti, non accettazione che ovviamente diventa assoluta e penale nel caso di pornografia reale e non disegnata. Va fatto notare inoltre che anche in Italia la pornografia minorile disegnata è legalmente accettata: se quindi sia in Giappone sia in Italia la pedopornografia reale è moralmente e penalmente condannata, mentre quella immaginaria è moralmente ma non penalmente condannata, allora anche in Italia l’immaginario della ragazzina delle elementari che fa sesso con adulti è un fattore culturale accettato? Si dirà: «Vabbè, ma in Giappone c’è una quantità di fumetti pedopornografici incomparabilmente più grande che in Italia». È vero, ma d’altronde in Giappone c’è una incomparabilmente più grande produzione e vendita di fumetti in generale rispetto all’Italia. Cioè, se in Giappone si produce 1’000 volte il numero di titoli e si stampa 100’000 volte la quantità di fumetti rispetto all’Italia, allora non appare strano che ci sia 1’000 volte il numero di titoli e 100’000 volte la quantità di fumetti anche di genere pedopornografico.

Va inoltre ricordato che i manga pedopornografici rappresentano una fetta non maggioritaria all’interno della più generale produzione fumettistica pornografica giapponese, tecnicamente nota col nome di hentai, che è sicuramente enorme, ma comunque incomparabile rispetto a quella generalista: titoli di successo come One Piece vendono quasi quattro milioni di copie a numero (ogni tre mesi) e 300 milioni di volumi totali; stiamo parlando di un singolo fumetto, eh, non dell’intero mercato editoriale giapponese, e giusto per fare un confronto l’intero mercato editoriale librario italiano arriva a stampare (stampare, non vendere) circa 180 milioni di copie all’anno: ripetiamo per dare una scala di riferimento, il solo One Piece quasi 16 milioni di copie all’anno, l’intera editoria italiana 180 milioni di copie in totale all’anno. Rispetto ai manga generalisti, i fumetti pornografici raggiungono numeri imbarazzantemente più bassi, e quelli pedopornografici nello specifico, essendo non accettati socialmente, benché la Toffa dica il contrario, sono venduti principalmente in maniera amatoriale col metodo delle cosiddette doujinshi, letteralmente “rivista da pari a pari”, cioè albi a fumetti che presentano parodie di titoli esistenti, ovviamente senza pagare nessun diritto d’autore, stampati in proprio e venduti sulla propria bancarella alle fiere del fumetto, con volumi di vendita infinitesimali rispetto alla stampa ufficiale. Per esempio, all’ultimo Comiket, ovvero la più grande e importante fiera del fumetto in Giappone, la serie più popolare del momento Kantai collection ha ricevuto 2’747 parodie, non tutte erotiche e tantomeno non tutte pedopornografiche, che si traducono in volumi di vendita nell’ordine delle decine, massimo centinaia di copie a titolo (ricordiamo che sono opere autoprodotte): nella migliore delle ipotesi, quindi, le doujinshi di Kantai collection hanno venduto al massimo 300’000 copie in tutto, di cui solo una parte hentai e di queste solo una parte pedopornografiche, spesso comprate dai fan e poi subito rivendute nei negozi di seconda mano che affollano Akihabara, e più ancora altre zone a maggior vocazione fumettistica come Nakano, e che formano quindi l’immagine di questi palazzi affollati di fumetti (immagine fuorviante: gli affitti costosi di Tokyo rendono la maggior parte di questi negozi sì a più piani, ma da 50 mq o meno).

Giusto per non sbagliarsi, i giapponesi hanno anche trovato un nome specifico per indicare la pedopornografia immaginaria: lolicon, portmanteau di “Lolita” come il personaggio di Nabokov, e “complex” come “complesso psicologico” in inglese. Chi ha il complesso della Lolita è quindi quello che ha un interesse sessuale per bambine in età scolare, ma col tempo la parola si è allargata di significato e oggi il lolicon può arrivare a comprendere anche l’interesse per la moda Lolita o per altre forme d’espressione che hanno una sfumatura di senso legata al mondo dell’infanzia pur essendo prive di connotati erotici. Ora, se esiste una parola precisa per indicare qualcosa vuol dire che quel qualcosa esiste, quindi il lolicon esiste, ma è anche vero che la parola giapponese per pedopornografia è un’altra, ovvero jidou porno, e soprattutto che lolicon e jidou porno si riferiscono a due cose diverse e distinte sia moralmente sia penalmente: la prima non è criminale, la seconda sì.

Il lolicon è arrivato in Occidente quando il cantante americano Pharrell Williams ha chiesto al collettivo creativo Kaikai Kiki, guidato dal celebre artista pop-art Takashi Murakami, di realizzare il videoclip per il suo singolo It Girl: il risultato è stato un video in cui ragazze adulte (dato che sono ben formose e guidano la macchina) vengono rappresentate con stilemi grafici infantili e la cosa ha fatto gridare allo scandalo.

Nel caso fosse necessario, specifichiamo che qui non si sta in nessuna maniera minimizzando la produzione pedopornografica immaginaria, né tantomeno la si sta giustificando o difendendo, e non si sta dicendo nemmeno che non è popolare, dato che comunque si producono fumetti e cartoni animati come quelli mostrati nel servizio: la si sta ricollocando all’interno di un contesto molto diverso da quello presentato da Le Iene, ovvero in un mercato che conta numeri con molti zeri in più e che, soprattutto, non è assolutamente «la normalità, cioè un fattore culturale accettato». Se la Toffa entra in un negozio specializzato in doujinshi lolicon e non nelle migliaia di negozi generalisti in tutta la nazione, non si può prenderlo a esempio e pretendere di considerare normale un fenomeno che i giapponesi stessi non considerano tale, perché è come venire in Italia, entrare in un sexy shop e poi dichiarare in un servizio tv che «La vendita di giocattoli erotici sadomaso estremi in Italia è la normalità, cioè un fattore culturale accettato»: no, non lo è.

Infine, una piccola notazione sul modo in cui Nadia Toffa si esprime: dire che una certa cosa è «un fattore culturale accettato» corrisponde a darsi la zappa sui piedi. In alcune culture del mondo antico, ad esempio, per un uomo adulto strappare un bambino alla madre per portarlo con sé nei boschi dove gli insegna a leggere e scrivere, a far di conto e a cacciare, e contemporaneamente lo possiede sessualmente, era un fattore culturale accettato che è durato secoli e si è diffuso in tutta l’area del Mediterraneo, compreso il mondo romano, senza alcun problema né morale né legale. L’arrivo della cultura cristiana ha rivoluzionato i precedenti stili di vita, ma ancora fino al Medioevo per gli uomini adulti era del tutto comune avere in sposa una donna sotto l’attuale soglia minima del consenso. Se un certo fenomeno è un «fattore culturale accettato», che problema c’è finché non produce illeciti civili o penali? Con quale diritto morale si condannano gli usi secolari di una cultura poiché non combaciano con gli usi secolari di un’altra? È esattamente quello che è successo coi conquistadores in Sud America e coi pionieri in Nord America: date le conseguenze, non sembrano comportamenti da prendere come esempio.

A Tokyo ci sono strade in cui ragazzine, vestite con costumi molto simili a quelli dei manga, aspettano uomini soli a cui fare compagnia […] e ci sono un sacco di uomini di tutte le età che si fermano a parlare con queste ragazzine, dal ventenne ad adulti appena usciti dall’ufficio, ma anche signori che hanno già i capelli bianchi, e per scegliere quella giusta con cui appartarsi, molti di questi clienti passano in rassegna una dopo l’altra tutte le ragazzine.

Questa dichiarazione è in totale contrasto al succitato principio etico giornalistico della buona fede: qui la Toffa ha mentito consapevolmente ed è in malafede. Se invece era inconsapevole, allora è una pessima giornalista non in grado di fare il suo dovere, cioè consultare attentamente le fonti come leggere i cartelli, capire quel che dicono gli intervistati o realizzare in che ambiente ci si trova. Come hanno spiegato con tono indignato personaggi come Yuriko Tiger che sono personalmente addentro alla questione, quelle mostrate nel servizio sono le cosiddette maid, ovvero ragazze che lavorano per conto di locali di ristorazione svolgendo vari ruoli, che vanno dal fare la ragazza immagine al distribuire volantini a intrattenere il pubblico con giochi, balletti, frasette di circostanza e scemenze varie. I cartelli che hanno in mano indicano, anche questo scritto bello grosso, il prezzo del nomihoudai, cioe l’all-you-can-drink, e quindi il prezzo si riferisce alla fruizione del locale e non della ragazza in sé, benché il gergo usato dalla Toffa sia particolarmente sordido e lasci intendere che le maid siano prostitute minorenni: non lo sono. Quel che è grave è tutto il linguaggio degradante usato nel servizio, perché espressioni torbide come «le ragazzine aspettano uomini soli a cui fare compagnia» o verbi ambigui come «appartarsi» lasciano ben pochi dubbi allo spettatore inesperto, ingannandolo. Le ragazze non si appartano affatto: come si vede nel servizio stesso, il cliente una volta arrivato nel locale viene accolto da frotte di bimbette senza alcuna privacy.

Le protagoniste di "K-on!" vestite da maid.

Le cinque protagoniste del cartone animato K-on! abbigliate da maid. Innegabile che ci sia un qualche sottile e indefinibile erotismo in ciò, ma è anche vero che sono disegni, che non c’è intenzionalità erotica e soprattutto che l’attrazione sta negli occhi di chi guarda.

Il segmento successivo del servizio è dedicato a indagare la questione infanzia-pornografia nei fatti (finalmente) e la Toffa si reca in un privée in cui delle ragazze specificatamente maggiorenni svolgono attività sessuali dietro un vetro: nulla che non si possa trovare in una qualunque grande città, Amsterdam ha costruito parte della sua fama anche sul suo celebre quartiere a luci rosse. La questione però è che costoro si esibiscono con aspetto, costume e modo di fare tipico delle bambine, e il forte contrasto fra la recitata innocenza infantile e l’esibita sfacciataggine sessuale turba comprensibilmente la giornalista. Si tratta senza dubbio di uno spettacolo volgare, e per quanto sia probabilmente non esclusivo di Akihabara, è assolutamente vero che è più facile trovare questo tipo di esibizioni in Giappone rispetto al resto del mondo. La Toffa però non si interroga minimamente sulle motivazioni e va oltre cambiando bruscamente argomento, non chiudendo il discorso e quindi lasciando lo spettatore interdetto e doppiamente shockato da quanto visto: peccato, perché il successivo tema era proprio quello che avrebbe potuto chiarire l’intera questione.

Un altro fenomeno legato all’attrazione sessuale per le bambine sono le idol, gruppi di ragazzine che si esibiscono […] cantando e saltellando davanti a una platea di uomini di mezza età, e i loro fan aspettando in coda le imitano muovendosi come loro, e piene zeppe di euforia continuano a ballare e saltare.

Qui siamo alla totale mistificazione della realtà, o meglio alla sua deformazione per renderla funzionale al messaggio che si vuole propagandare, e proprio nell’argomento che poteva essere la chiave di volta per capire il fenomeno lolicon.

La parola “idol” proviene dal film franco-italiano del 1964 Sciarada alla francese, dove l’idolo del caso era la cantante yéyé Sylvie Vartan, che ebbe enorme successo in Giappone: da quel momento il termine venne applicato ai cantanti giovani e carini, per poi esplodere negli anni ’80 quando gli idol erano prodotti industriali delle case discografiche con centinaia di nuovi volti lanciati ogni anno (altro che i talent show), e carriere dall’inizio improvviso e dalla durata non superiore a dodici mesi, cioè esattamente quel che è rappresentato metaforicamente ne L’incantevole Creamy. Oggi gli idol di maggior successo in termini economici sono quelli maschili dell’agenzia Johnny & Associates, però quantitativamente le femmine sono molto più numerose, e soprattutto rappresentano appieno la filosofia del mondo idol, poiché sono inalienabilmente sottoposte al dogma noto come ren’ai kinshi, ovvero l’assoluto divieto di intraprendere relazioni sentimentali durante la loro carriera, pena la mortificazione pubblica: esattamente quel che è successo a Minami Minegishi del celebre gruppo AKB48 che, beccata a trascorrere una notte con Alan Shirahama dei Generations, è stata retrocessa a trainee, condannata a una pena pecuniaria, costretta alle scuse ufficiali e a radersi completamente la testa in segno di vergogna. Peggio de La lettera scarlatta. Per la cronaca, a lui (pure idol), non è successo niente, anzi è stato promosso a leader del suo gruppo, segno del maschilismo che domina la società giapponese e che potrebbe essere un fattore chiave per comprendere il lolicon; ci torneremo più avanti.

– Nadia Toffa: Questi fan ci arrivano a far qualcosa con queste ragazze?
Gianluca aka John  Kaminari: Ci sono anche casi in cui si fidanzano, hanno rapporti sessuali.

Sì, certo, ma mai con i fan e soprattutto incorrendo poi nelle conseguenze sopracitate. Il ren’ai kinshi, letteralmente “proibizione dell’amore”, nella pratica vuol dire una cosa precisa: per quanto possa sembrare antistorico, per quanto gli abitini delle idol siano succinti, per quanto vengano realizzati videoclip risqué, per quanto possa sembrare una barzelletta, in realtà le idol sono vergini, o quantomeno devono mantenere questa immagine pubblica per tutto il periodo della loro esposizione mediatica. Il fan non le toccherebbe nemmeno con un dito perché non sono “ragazze reali”: sono idoli, appunto. Abbinare una casta di intoccabili come le idol alla pedopornografia è la prova che la Toffa e Fubini non hanno la minima idea di quel di cui stanno parlando, e non hanno la minima idea nemmeno di quel che stanno vedendo dato che il fandom delle idol non è composto solo da «uomini di mezza età», ma è assolutamente trasversale per sesso, estrazione sociale e generazione. Ma il peggio del peggio è stato coinvolgere un gruppo esistente, le Sakuranbombom, a scopo moralizzante, montando sulla loro esibizione la struggente colonna sonora di C’era una volta il west, come a creare un quadretto malinconico di un’infanzia spezzata che presto o tardi andrà in pasto ai pedofili. È amorale nei confronti dello spettatore, e soprattutto del gruppo: la redazione de Le Iene ha contattato le Sakuranbombom per informarle di essere state incluse in un servizio sulla pedopornografia?

Le Negicco nel servizio "Solo fantasie sessuali o pedopornografia?" de "Le Iene".

Fra le varie idol mostrate a casaccio nel servizio ci sono anche le Negicco, trio di ultramaggiorenni la cui massima trasgressione è pascolare le renne al Polo Nord. L’intero servizio è infarcito di materiali video totalmente casuali, come ad esempio, sempre per restare in tema idol, gli spezzoni del cartone animato Love Live! che non hanno attinenza né col tema generale né con quello di cui si sta parlando in quel momento. Quindi ci si chiede: perché vengono mostrate le Negicco? Forse perché indossano la gonna corta? Chissà. E, come per le Sakuranbombom, le Negicco sanno di essere in un servizio giornalistico televisivo a diffusione nazionale sulla pedopornografia?

Probabilmente la Toffa e Fubini sono rimasti colpiti nell’osservare bambine così giovani eppure che già si esibiscono in pubblico e hanno frotte di fan. In realtà il fenomeno è sintomatico del business dell’entertainment giapponese: si parte presto, prestissimo, il più presto possibile, ed è così storicamente. L’attore di teatro Kabuki Ichikawa Ebizou XI, dopo aver avuto una figlia femmina nel 2011 totalmente ignorata (altro segno di maschilismo), è riuscito ad avere un maschio nel 2013 e da allora il bimbo vive letteralmente solo col padre, con cui dorme nei camerini del teatro, che se lo porta dietro ovunque, con cui va in TV, e che l’ha gia presentato in società all’età di due anni come suo successore e quindi futuro Ichikawa Ebizou XII: in Giappone gli artisti sono soliti tramandare il proprio nome d’arte come un titolo nobiliare, lo facevano anche gli incisori ukiyoe. Anche i lettori di fumetti giapponesi sono a conoscenza della cosa: ne Il grande sogno di Maya la protagonista ha quattordici anni e già lavora attivamente come attrice a pieno regime, e anche in contesti metaforici gli esempi non mancano, come in Neon Genesis Evangelion in cui bambini imberbi guidano robot. In pratica, in Giappone si comincia a lavorare da bambini, e questo sì che è un fattore culturale accettato. Le Sakuranbombom non cantano per hobby nel teatrino della parrocchia: hanno firmato un contratto, lavorano, pubblicano per un’etichetta discografica vera e hanno l’agendina piena (compatibilmente con gli impegni scolastici, e infatti si esibiscono solo di sabato, domenica e festivi).

Le BABYMETAL sono un trio musicale che unisce la melodia e i testi zuccherosi del pop delle idol col ritmo e gli arrangiamenti del metal ottenendo un effetto spiazzante. All’inizio della carriera del gruppo, nel 2010, le tre componenti avevano fra i 10 e i 13 anni, ma è stata la loro musica a stupire il pubblico e non la loro età, dato che i giapponesi sono abituati a carriere artistiche che iniziano così presto (o prima ancora), e sono carriere vere con tour mondiali veri e spettatori paganti veri, non esibizioni allo Zecchino d’Oro.

[Stringere la mano alla idol] costa dai 1’000 ai 3’000 yen.

Chi scrive ha dei serissimi dubbi. Molto più probabile e comune è che, prima del concerto, le idol abbiano incontrato i fan al banchetto del merchandising, oppure che al concerto era presente un gadget esclusivo comprabile solo lì (magari oggetti a tiratura limitata come dischi in vinile o cose simili) e il cui acquisto consente poi di ricevere il ringraziamento direttamente dall’artista con autografo sul prodotto: questo tipo di campagna promozionale è molto comune in Giappone. Di nuovo si vuole dare l’idea che si venda il corpo («stringere la mano costa») quando invece si sta, molto più banalmente, ringraziando il cliente per l’acquisto di un prodotto costoso. Si dirà: «Vabbè, più o meno è la stessa cosa, alla fine non è altro che cacciare soldi per stringere la mano». Beh, allora è come dire che regalare fiori alla donna amata per il compleanno non è altro che cacciare soldi per portarsela a letto: è accettabile una semplificazione del genere?

Sul suo telefonino custodisce filmati della sua [idol] preferita che è riuscito ad ottenere pagando parecchi yen.

Di nuovo: serissimi dubbi. In questo caso è più probabile che i video siano materiali esclusivi del fanclub, la cui iscrizione è a pagamento. Le note idol Perfume, ad esempio, pubblicano periodicamente dei DVD esclusivi per i membri del fanclub, e lo stesso fanno anche artisti non-idol, come il gruppo rock Plastic Tree che realizza una fanzine col dietro le quinte della band anche questa disponibile solo per i fan iscritti. In Giappone è estremamente diffusa la pratica di ringraziare continuamente il cliente, anche con occasionali regalini.

Nel rapporto dell’anno scorso diffuso dalla polizia locale sono stati denunciati 1’600 casi di pedopornografia, e pensate che prima del 2000 produrre un film porno con bambini in Giappone era legale, ed è solo da un anno che è vietato possedere materiale pedopornografico.

Finalmente si va al succo del discorso parlando di dati, dopo 12 minuti di video e solo per 20 secondi su un totale di 19 minuti: forse ci si poteva concentrare di più sulla diffusione di dati certi, ufficiali e verificabili invece di importunare la gente per strada.

Il ritardo legislativo del Sol Levante sul resto del mondo industrializzato è assolutamente vero e ingiustificabile: ancora nel 1999, i giapponesi stessi chiamavano la pedopornografia (reale) «la vergogna del Giappone». Adesso la situazione è molto cambiata, per fortuna, e sta progressivamente cambiando ancora ora.

Quanto ai casi reali, anche una sola denuncia di pedopornografia sarebbe già terribile, e dal dato riportato dalla Toffa ce ne sono addirittura a migliaia, ma proviamo comunque una piccola analisi: la polizia locale afferma che ci sono 1’600 casi annui, ma locale di dove? Della regione di Tokyo, del municipio di Chiyoda, del solo quartiere di Akihabara? No, perché stando alla Polizia di Stato in tutta Italia ci sono state 4’000 denunce nel periodo dal 2001 al 2008, cioè 570 all’anno, e qualcosa come 21’000 casi di pedofilia all’anno, e non stiamo parlando di materiale pedopornografico, ma di casi veri con violenze vere. In Giappone i dati sono più fumosi ma, su 37’000 casi dichiarati all’anno di abusi sui minori, il 60% riguarda violenza verbale e psicologica (come il diffusissimo bullismo scolastico), e il restante 40% include tutte le altre violenze fra cui lavoro minorile, violenza domestica, pedopornografia e pedofilia; questo vuol dire che se anche quel 40% fosse interamente di casi di abusi sessuali reali, questi sarebbero 14’800 in una nazione che conta 130 milioni di abitanti. In pratica, in Giappone c’è (al massimo) un caso di pedofila ogni 9’000 abitanti, mente in Italia uno ogni 3’000 abitanti, cioè il triplo: basta confrontare i dati per accorgersi che in Italia il reato si denuncia molto, ma molto di meno eppure si pratica molto, ma molto di più, e non solo in patria dato che purtroppo sono proprio gli italiani a detenere il record mondiale di turismo sessuale all’estero con qualcosa come 80’000 criminali all’anno in mete esotiche come il tristemente celebre Sud-Est Asiatico. Poi ovviamente il Giappone è minato dalla pedopornografia sia reale sia immaginaria, certo, ma che abbiano forse ragione quegli otaku che nel difendere le doujinshi lolicon dichiarano che la pornografia disegnata serve come valvola di sfogo, e quindi invece che condannare le bambine paradossalmente le salva? Il punto interrogativo è d’obbligo, ma dai dati nel confronto Giappone-Italia ognuno può ricavare un’opinione personale.

Un love hotel, cioè un hotel a ore. […] Il love hotel, lo dice la parola stessa, è un posto in cui i giapponesi ci vanno a fare sesso con le amanti, con le prostitute, e a quanto pare anche con le bambole in silicone.

Anche qua Toffa & Fubini parlano di cose che non conoscono, e sì che il loro collega Pif nel servizio Tokyo Love che realizzò per Il testimone su MTV si occupò anche di love hotel parlandone con un’autoctona ben informata.

I love hotel sono nati nei tardi anni ’60-primi anni ’70, in concomitanza col boom delle nascite e con l’immigrazione massiccia nelle città che c’è stata in Giappone esattamente come in Italia. Il Giappone però, rispetto all’Italia, conta una popolazione più che doppia in un’area abitabile meno che dimezzata, il che vuol dire che i giapponesi sono stati costretti a diminuire drasticamente la superficie media degli appartamenti, costruendo orribili palazzoni con mura sottili e metrature sotto i 30 mq, ovvero: nessuna privacy per le coppie. Questo ha generato la necessità di aprire degli appositi posti dove i fidanzati o gli sposi potevano appartarsi, ed ecco i love hotel, posti perfettamente dignitosi e pulitissimi del tutto distanti dall’idea occidentale di «hotel a ore». Certamente vengono usati anche dalle prostitute e certamente anche dai coniugi fedifraghi, ma i primi utenti sono i ragazzi fidanzati che non hanno altri luoghi per poter stare insieme. Certamente poi si possono noleggiare bambole di silicone, ma di nuovo si vuole far passare l’idea che una eccezione sia la normalità e questo è eticamente scorretto.

Le traduzioni a fantasia

Uno degli aspetti più cruciali e insieme più tralasciati dai commentatori del servizio de Le Iene è la qualità delle sue traduzioni dalla lingua giapponese. Certo, c’è l’ormai celebre errore dei 19 anni tradotti come 15, compreso da tutti anche perché la ragazza mima con le dita la sua età, ma quello non è niente: l’intero servizio è totalmente tradotto in maniera totalmente sbagliata. E non stiamo parlando di dettagli: stiamo parlando di ribaltamenti di senso o di complete invenzioni, anche queste atte a supportare la tesi di Toffa & Fubini.

Per non trascrivere l’intero servizio, sono qui riportate solo le traduzioni più distanti dalla realtà, ma anche quanto non riportato non è comunque da considerarsi né linguisticamente né eticamente corretto. In particolare, l’intervista alla pornostar softcore è molto rimaneggiata, e nonostante il senso generale sia più o meno quello (al giapponese medio piace la sessualità bambinesca), la sfumatura di senso comunicata è del tutto differente: tramite l’uso di espressioni piccanti come «obbediente» o «esaudire qualunque desiderio maschile», il senso del discorso è sviato. Per esempio, lei fa notare che agli uomini giapponesi piace la donna choko-choko, cioè “vivace, sempre in movimento, attiva”, eppure la traduzione riporta «servizievole»: totalmente inventato e piegato ai fini della tesi di Toffa & Fubini, cioè di illustrare la sessualità giapponese come malata verso l’infanzia quando invece insegue l’infanzia, ed è molto differente. Ascoltando le parole originali della pornostar l’impressione è che gli uomini adulti cerchino l’immaginario della bambina non in quanto tale, ma come rifugio dalla donna adulta che non capiscono e da cui sono spaventati: non si tratta quindi di apprezzare il corpo infantile, ma la mente infantile, ancora incorrotta (junsui, come dice la pornostar, che certo non ha un corpo infantile). Si potrebbe quindi star qui a ragionare sulle motivazioni psico-sociologiche che hanno portato a questa paura verso la donna, legata probabilmente al crollo della società maschilista su cui il Giappone era fondato giusto fino alla generazione precedente, ma non è questo il posto adeguato e d’altronde nemmeno gli autori del servizio de Le Iene si sono minimamente posti il problema.

Di seguito, sono indicate come LI le domande degli intervistatori, come TLI le traduzioni mostrare nel servizio, e come TR le traduzioni reali: non ritenendo necessario commentare la palese slealtà delle traduzioni, che si commentano da sole, l’autore si limita qui a elencarle una dietro l’altra, lasciando al lettore la facoltà di giudicare da solo.

L’autore è a disposizione di chi volesse una trascrizione in lingua giapponese delle frasi riportate di seguito.

• Alla promoter minorenne di un locale:

Le Iene: Lei lo fa tutti i giorni?
– Traduzione de Le Iene: Cambio di giorno in giorno.
– Traduzione reale: Non ci sono tutti i giorni.

[Ndt: certo, se è veramente minorenne e va veramente a scuola, andrà a lavorare una volta a settimana o meno]

– TLI: Questo è il più hardcore dei locali, e qui puoi vedere le varie ragazze che ci sono.
– TR: Però, in questo caso c’è il blog su Ameba dove puoi vedere quotidianamente chi c’è quel giorno.

[Ndt: Ameba è un celebre hosting di blog giapponese, come Blogspot o WordPress in Occidente]

• Al fan di idol:

[Ndt: i giapponesi sono molto riservati e anche nei semplici sondaggi d’opinione della TV giapponese spesso chiedono di non inquadrare o pixellare il volto; se questo signore si mostra alla telecamera e addirittura di una TV straniera è perché sente di non avere nulla da nascondere]

– LI: È molto allegra questa ragazza!
– TLI: Mi diverte solamente a guardarla.
– TR: È una ragazza solare e divertente.

– LI: E cosa fai quando vieni qui?
– TLI: Solitamente vengo qui e comprando un CD o qualcos’altro ho il diritto di stringerle le mani.
– TR: Mah, la applaudo. A parte questo, nient’altro.

– LI: Non ti manca avere un rapporto fisico con una donna?
– TLI: Quando ero più giovane ovviamente sì, come tutti gli altri ragazzi. Però in questo momento della mia vita non sento questo particolare bisogno.
– TR: Ma con una idol non ci penso nemmeno! Ci sono donne per cui provo interesse. [stacco di montaggio] Al momento nessuna, benché in passato sì, normalmente.

• Con la pornostar softcore:

– LI: Perché ai giapponesi piace tanto che tu dimostri quattordici anni?
– TLI: Sembrando più piccolina ovviamente pensano di poter fare con me qualunque cosa perché sono obbediente come una bambina.
– TR: Secondo me in Giappone si pensa che una bambina che non sa nulla è sexy ed possibile farci quel che si vuole.

Scaffale delle riviste erotiche in un conbini (supermercatino) giapponese: nessuna traccia di bambine, in compenso ci sono diverse riviste con modelle oltre i 50 anni (tutte quelle della quarta fila dall'alto), proviamo a intavolare un discorso sull'invecchiamento progressivo della popolazione o chiamiamo in causa anche qui i fumetti?

Scaffale delle riviste erotiche in un conbini (supermercatino) giapponese. Nessuna traccia di bambine, in compenso ci sono diverse riviste con modelle oltre i 50 anni (tutte quelle della quarta fila dall’alto): proviamo a intavolare un discorso sull’invecchiamento progressivo della popolazione o chiamiamo in causa anche qui i fumetti?

Conclusioni

Non c’è dubbio che in Giappone la pedofilia esiste. Non c’è dubbio che in Giappone la pedopornografia reale esiste. Non c’è dubbio che in Giappone la pedopornografia immaginaria esiste ed è in quantità estremamente più elevata rispetto al resto del mondo, ma la cosa influenza davvero la pedofilia effettiva?

Solo alla fine del servizio, l’ultimissima battuta della Toffa è:

[Le opere di pedopornografia immaginaria] sublimano un desiderio o lo scatenano?

E se lo chiede solo alla fine, senza nemmeno rispondere, lasciando la domanda aperta come fa Roberto Giacobbo quando parla di alieni e teschi di cristallo. Non doveva essere il tema del servizio, almeno stando al titolo? Perché in quasi 20 minuti di inchiesta la Toffa cita un solo unico dato numerico (da fonte non chiara) senza tentare un reale confronto delle informazioni, che mostrano come in Giappone, a fronte di un vasto mercato lolicon, corrisponde proporzionalmente meno di un terzo del numero di casi di pedofilia registrati in Italia?

Ripetiamo a scanso di equivoci che qui non si sta in nessun modo né minimizzando la pedofilia in Giappone né difendendo la pedopornografia immaginaria: si stanno riportando i due fenomeni in un contesto di dati tangibili.

A un certo punto la Toffa becca un fan di idol italofono con cui c’è la seguente conversazione:

Perché ti piace questa cosa qua? Ho visto tutte scolarette!
– Tu chiedi cosa molto difficile, forse è la nostalgia!
– Di quando sei giovane?
– Sì sì.

Eccola, in due righe e parlando di idol, la risposta alla questione della pedopornografia immaginaria in Giappone: non è la ricerca di bambine vere, è la ricerca mentale di un passato perduto, sentimento comunissimo in Giappone dove, una volta finito il periodo della scuola, la vita finisce ed esiste solo il lavoro, il che poi porta a gravi fenomeni di alienazione sociale e alle terribili statistiche sul suicidio, note in tutto il mondo.

Il lolicon, quindi, potrebbe essere l’esternazione di un desiderio sessuale che di fatto esiste (essendone gli autori degli uomini adulti), ma che non trovando riscontro nelle donne adulte, si sfoga in donne sessualmente adulte (avendo reazioni fisiche di piacere), ma metaforicamente legate alla giovinezza e quindi con fattezze di bambine.

Alla cerimonia degli Oscar 2016, i premi per Miglior film e Miglior sceneggiatura originale sono andati a Il caso Spotlight, film dedicato alla storia vera del gruppo di indagine giornalistica del quotidiano The Boston Globe che in due anni di intensa ricerca è riuscito a dimostrare casi di pedofilia nel clero, vincendo per questa indagine anche un Premio Pulitzer. Ora, non ci si aspetta da Le Iene servizi da Premio Pulitzer, ma almeno qualcosa di rispettoso nei confronti dello spettatore, quello sì: Toffa & Fubini hanno lavorato al servizio dal 2014, quindi Solo fantasie sessuali o pedopornografia? è costato due anni di ricerche, come ne Il caso Spotlight, e tutto quello a cui gli autori sono arrivati è stato infangare l’entertainment giapponese e ricevere l’approvazione di una sola singola persona che, guarda caso, di mestiere organizza viaggi in Giappone e che conclude il suo articolo con «Ti consiglio di venire in Giappone con GiappoTour! Il viaggio di gruppo in Giappone con più successo in Italia, organizzato da me! Ci sono pochi posti disponibili, prenota ora!». Le case editrici che collaborano da anni coi giapponesi, sentitesi chiamate in causa, a quanto pare non sono esperte: Marco Togni è l’unico che «il Giappone lo conosce DAVVERO». Quentin Tarantino usa un’espressione molto volgare per dire “farsi i complimenti a vicenda” che qui non è il caso di riportare. Curioso poi notare come Togni sappia che Toffa & Fubini lavorano al servizio da due anni: come lo sa, dato che gli autori non hanno diffuso questa informazione? Che abbia organizzato lui la loro trasferta nipponica o comunque vi sia coinvolto?

A quale livello di disonestà intellettuale vogliono arrivare a Le Iene?