Nicola Pesce Editore

Dimensione Fumetto presenta: FREE COMIC BOOK DAY

Amiche e Amici! Il giorno 23 aprile si celebrerà la Giornata Mondiale del Libro e del Diritto d’autore. Questa giornata è dedicata al libro e alla lettura e ci sono moltissime iniziative dedicate a questo evento in tutto il mondo.

Dimensione Fumetto non è da meno e festeggia la Giornata Mondiale del Libro a modo suo: con un Free Comic Book Day!

Il giorno 23 aprile presso la biblioteca comunale Giulio Gabrielli di Ascoli Piceno, Dimensione Fumetto regalerà dei fumetti nuovi belli e adatti a tutte le età. Non c’è bisogno di pagare nulla, non bisogna iscriversi, basta venire in biblioteca e scegliere due fumetti tra quelli proposti, portarli a casa e leggerli!

Molte importanti case editrici ci hanno supportato e potrete trovare volumi offerti dalla Star Comics, Panini Comics e Nicola Pesce Editore. Ci sarà inoltre una selezione di titoli proposta dai soci di Dimensione Fumetto, e altri selezionati dalla Biblioteca Gabrielli.

L’evento non ha orario, durerà tutta la giornata: inizierà alle 9.30 e terminerà alle 19 in concomitanza con la chiusura della biblioteca. Quindi segnate la data sul calendario mettete la sveglia e preparatevi al Free Comic Book Day 2018!!

 

Moving Pictures – Figure in movimento…

Moving Pictures - Copertina…è la traduzione letterale del titolo, che potrebbe far pensare a un fumetto che racconti un film, invece il movimento è completamente diverso. Probabilmente perché in italiano picture si traduce in tanti modi (per Google Translate almeno 23)… avevo pensato a un fumetto che parlasse di cinema, anche per via del gioco di ombre e luci dell’immagine in copertina.

Invece devo ringraziare profondamente NPE e la sua campagna che lo scorso anno regalava titoli “casuali” dal catalogo in caso di acquisti online. E così ho conosciuto i coniugi Immonen, Stuart e Kathryn. Da trenta anni sulla scena del fumetto internazionale, hanno davvero esplorato tantissima parte del mondo dei comics (Marvel, DC, Image) e della bande dessineé, producendo nel 2010 un web comic che è poi stato raccolto in volume.

Lavorando in parallelo tra le major e le produzioni indipendenti, come hanno dichiarato più volte, si prendono i loro tempi per tirare fuori tutta l’arte che hanno dentro.

In questo lavoro si intrecciano molti aspetti, sia nella storia che nei disegni.

Una storia verosimile e a suo modo delicata, in un momento storico drammatico, che esplora un paradosso del periodo storico in cui è ambientata, e purtroppo non solo: il fatto che ci si occupi della cultura e dei quadri quando le persone venivano mandate a morire.

Un disegno schematico, appena accennato, con pochissimi dettagli dei personaggi e tante ombre completamente nere, senza sfumature, che diventa realistico solo nelle riproduzioni delle opere d’arte, per le quali invece si usa sempre la tecnica del tratteggio.

Vere protagoniste della parte grafica sono le opere d’arte, tra cui i dipinti, quelle pictures richiamate nel titolo, che si muovono non perché messe in ordine temporale su uno schermo, ma perché vengono trasportate. Trasportate via dal Louvre.

Infatti abbiamo da una parte i curatori francesi del Louvre che catalogano e nascondono nei vari castelli della Loira e della parte ancora sotto il controllo di Vichy: da Chambord a Chauvigny, dall’Abbazia di Loc Dieu a Chambord; dall’altra la Commissione Militare per l’Arte di stampo nazista. E discutono a lungo su dove e come sistemare le opere, andando incontro all’ineluttabile destino che finirà con il consegnare i capolavori all’invasore.

In realtà la storia (per fortuna) andò diversamente. Il responsabile del Louvre, Jacques Jaujard nel giro di qualche giorno (circa 72 ore) riuscì effettivamente a svuotare il museo, togliendo le opere principali dalle mani dell’Einsatzstab Reichsleiter Rosenberg, incaricata di saccheggiare le principali gallerie d’arte europee per portare più capolavori possibile in Germania.

L’opera quindi è di fantasia, anche se perfettamente verosimile, e racconta della relazione fra il tedesco Rolf Hauptmann e la canadese Ila Gardner, che sui due fronti lavorano alla movimentazione delle opere d’arte del Louvre. La relazione e i rispettivi lavori si intrecciano, con una sensazione sempre presente di vischiosa oppressione che il tratto squadrato dei disegni e il netto bianco e nero della colorazione amplificano. Una relazione conflittuale, visto il lavoro che li porta a essere rivali, ma anche complice, alla ricerca di opere minori nascoste nei sotterranei e nelle casse, per mostre richieste dal Feldmaresciallo o per il solo gusto di trovarle (Hauptmann è alla ricerca di un’opera di George Braque, iniziatore del cubismo con Picasso, di piccolissime dimensioni, quasi un divertissement).

Moving3

Proprio le opere d’arte danno un po’ di sollievo dall’oscurità che spesso nasconde anche i visi, in tavole in cui il nero prevale quasi sempre sul bianco. Quadri e sculture vengono disegnate con maggior poesia e realismo, insieme agli scorci della campagna francese che chiudono il libro. Le une e le altre permettono di evadere da una realtà che è invece oscura, quadrata, senza scampo.

Anche la gabbia delle pagine è regolare, le vignette sono disposte su tre righe. E anche se spesso si hanno splash page, non si esce da quello che sembra un film in bianco e nero dal contrasto elevato e dalla fotografia “triste”.

Tolti i due protagonisti, appaiono dei personaggi che sono poco più che comprimari: Jane, che Ila manda via all’inizio della storia con il suo passaporto; Marc, il cinico collaboratore che scappa da Parigi e che scrive la lettera finale; gli operai che, tra sigarette e martelli, non hanno grande rispetto per le opere; il commesso al servizio di Hauptmann. Persino alla stazione non ci sono altre persone, solo ombre.

I veri comprimari, tolti Rolf e Ila, sono le opere d’arte: si parla pressoché solo di loro. Delle opere preferite, di come impacchettarle, di dove sono state nascoste. Del tempo passato davanti a un’opera. Si parla addirittura di emettere sentenze riferendosi a dipinti e statue, quando in quegli anni si prendevano decisioni almeno altrettanto gravi sulle persone.

Anche se, a essere sinceri, non compare neppure un simbolo nazista: le bandiere per le strade di Parigi sono anche loro nere e non si vedono soldati, neppure di sfuggita, nelle scene all’aperto.

In effetti sembra di essere in una realtà parallela, altrettanto ineluttabile che quella storica. In cui si respira un’aria oscura, con qualche sprazzo di luce, come quando l’operaio sottolinea

questa volta la Francia non perderà

parlando con Ila delle Nozze di Cana del Veronese e di come siano state date al Louvre dall’Italia in cambio della Cena in casa Levi alla caduta di Napoleone.

Le nozze di Cana

I coniugi Immonen ci mostrano la loro grande versatilità nell’esplorare con il fumetto argomenti e realtà particolari, con registri grafici e una poetica sottesa molto interessante, lontana dai comics che pure frequentano con assiduità. Il fumetto in sé è un po’ criptico e di lettura non immediata, ma dimostra ancora una volta, se ce ne fosse bisogno, che la Nona Arte può spaziare, anche senza cambiare autori, dall’intrattenimento meno impegnato a opere che hanno molteplici livelli di approfondimento.


Kathryn & Stuart Immonen
Moving Pictures
Nicola Pesce Editore, 2010
144 tavv., b/n, € 14,90
ISBN 9788897141488

Storia della musica pop a fumetti – Oops!… Heavy Bone Did It Again

Dimensione Fumetto dedica una serie di articoli ai fumetti sulla storia di vari generi musicali disegnati da Enzo Rizzi per la collana Music & Comics di Nicola Pesce Editore.

In questo terzo e ultimo volume si affronta il pop e i suoi grandi interpreti. I precedenti articoli erano dedicati alla musica metal e alla musica rock.


Copertina de "La storia della musica pop a fumetti" di Enzo Rizzi.A prima vista potrebbe sembrare un comune albo, ma dato il contesto l’uscita de La storia della musica pop a fumetti è perlomeno sorprendente.

Dopo tre volumi dedicati alla celebrazione del culto del rock, prima in forma più agiografica e poi anche in forma narrativa, l’illustratore e metallaro sfegatato Enzo Rizzi decide di dedicarsi alla musica pop.

Il passaggio non è del tutto chiaro. Il primo titolo della serie è stato Storia della musica metal, nato grazie alla Nicola Pesce Editore nel 2009 come raccolta in volume delle biografie di musicisti metal precedentemente pubblicate sulla rivista Rock Hard: il successo di pubblico ha poi portato all’uscita di Diabulus in musica, un’antologia di storie brevi a fumetti ideate da Rizzi e disegnate da undici autori, e poi a Storia della musica rock come naturale proseguimento del primo volume, che ha ricevuto un tale favore di pubblico da essere stato ripubblicato in edizione deluxe ampliata e adorna di copertina metallica, molto rock’n’roll.

Il trait d’union fra questi tre volumi è la presenza in funzione di narratore dello zombie assassino Heavy Bone, personaggio ideato da Rizzi mettendo insieme l’aspetto di Doyle Wolfgang von Frankenstein, il trucco di Alice Cooper e i capelli di Vince Neil dei Mötley Crüe, ottenendo una sorta di fratello maggiore palestrato di Eddie degli Iron Maiden. Costui risiede in un ameno vestibolo dell’Inferno e millanta di essere il serial killer che ha ucciso le numerose rock star del club dei 27.

Cosa c’entra tutto ciò con la musica pop? Apparentemente molto poco, e fattivamente meno ancora: la motivazione che Heavy Bone dichiara nelle prime due facciate del fumetto è che il pop è «il vero inferno […] la più indegna piaga di nequizie dello show biz», il che lo rende «ipocrita, cinico e spietato, alla pari -se non oltre- del tanto vituperato e temuto mostro del “rock and roll”». In pratica, poiché la musica pop è «un luogo musicale assai peggiore, più decadente e infestato da demoni» rispetto al rock, questo lo rende morboso e quindi interessante: una questione morale. Ora, ammesso che sia vero, e probabilmente lo è, raccontare gossip non dà all’autore la licenza di intitolare la sua opera La storia perché non c’è alcuna storia, né tantomeno Storia, ma al massimo tante storie. Non si può nemmeno dire che sia a fumetti, dato che il volume è fattivamente un libro illustrato e corredato da didascalie a volte goffamente impaginate.

Tavole de "La storia della musica pop" di Enzo Rizzi.

Due pagine qualunque de La storia della musica pop a fumetti: la sottilissima linea fra “fumetto” e “libro illustrato”. La firma con il monogramma ER che accompagna ogni pagina rafforza ancor di più lo stacco fra le immagini e il testo.

Infine, e questa è la maggior pecca del volume, non parla affatto della musica pop. Rizzi ha scelto 34 musicisti pop secondo personali criteri opinabili e ha raccontato le loro storiacce, con due pagine a ognuno. Non un accenno a cosa è il pop, al suo valore, a cosa rappresenta a livello sociale, alla sua storia. La scelta degli artisti ha del perplimente: perché ci sono gli Spandau Ballet, ma non i Beach Boys? Perché Amy Winehouse, ma non i Carpenters? Perché Boy George, ma non Morrissey? E soprattutto: come può non esserci Burt Bacharach??? La risposta che appare più probabile è che gli artisti presentati sono quelli più celebri in Italia e intesi secondo un’accezione particolarmente ampia di “musica pop”. Ma se Rizzi era stato così raffinato da scindere il sottogenere metal dal genere rock, allora perché inserire artisti come Bee Gees, Michael Bublé e Stevie Wonder (sottogeneri disco, swing e soul) in questo volume?

Cambiando quindi il titolo dell’opera nel più onesto Storie illustrate di musicisti controversi genericamente pop e notori in Italia, il volume assume un altro valore. I testi di Francesco Ceccamea, benché minati da una quantità incredibile di refusi (quasi uno a pagina!), sono perfettamente funzionali e hanno tono brillante, intenso o piccantino in base al soggetto in causa, e le illustrazioni in bianco & nero di Enzo Rizzi sono spettacolari nel loro ricercato realismo fotografico, nel senso letterale della parola dato che si basano su vere foto degli artisti.

Tavole de "La storia della musica pop" di Enzo Rizzi.

La verosimiglianza delle illustrazioni è veramente notevole, e la presenza di minuscole imperfezioni qua e là certifica che le immagini non sono ricalcate, ma opere originali. L’unico minimo difetto sono le texture (come calze a rete, pattern degli abiti e soprattutto capelli), spesso trattate con poca cura.

Preso come fumetto, beh, non è un fumetto dato che non esiste alcuna correlazione (nemmeno sottile o antitetica) fra testo e immagine, ma preso come volume illustrato da consultazione La storia della musica pop propone al lettore un’oretta di svago in compagnia degli artisti e di quelle loro storielle curiose che MTV trasmetteva negli infobox che spuntavano durante i videoclip. Sconsigliato per chi cerca quello che il titolo propone, ma perfetto per gli amanti del pop commerciale, del gossip, e della bella MTV che fu, o di tutte e tre le cose insieme.


Enzo Rizzi
Storia della musica pop a fumetti
Nicola Pesce Editore
cm 21×29.7, b&n, brossura, 80 pagg., € 9.90
ISBN 9788897141969

Storia del rock a fumetti – Fuori tutto il resto!

Dimensione Fumetto dedica una serie di articoli ai fumetti sulla storia di vari generi musicali disegnati da Enzo Rizzi per la collana Music & Comics di Nicola Pesce Editore.

In questo secondo volume si affronta il rock e il suo turbinoso percorso. Il precedente articolo era dedicato alla musica metal.


Pleased to meet you
Hope you guess my name

Mick Jagger e Keith Richards lo avevano scritto cinquant’anni fa in Sympathy for the Devil, immaginando che fosse il diavolo a presentarsi in prima persona.

Da sempre il rock e il diavolo vanno a braccetto, anche senza dirselo, a partire dalle accuse di satanismo o di devozione a questo o quel demone, che spesso seguono le note dei diversi filoni della musica rock.

Copertina di "Storia del rock a fumetti" di Enzo Rizzi.E Lucifero fa capolino nelle pagine del volume Storia del rock a fumetti di Enzo Rizzi, ancora una volta sotto le spoglie di Heavy Bone, lo zombie con due bestioline (chiamate «rock» e «roll») dentro la pancia che da oltre quindici anni si diletta a causare e raccontare la fine violenta di famosi musicisti e in occasione delle sue numerose apparizioni, da Diabulus in musica alla miniserie uscita nel 2017 sotto l’etichetta Heavy Comics, ha cercato di trovare vittime da immolare sull’altare dell’Hellsound.

Ma il nostro Heavy non è simile a un affabile uomo d’affari russo come quello del romanzo Il maestro e Margherita di Bulgakov, la cui lettura avrebbe ispirato a Jagger la canzone dedicata appunto a Lucifero, bensì uno spietato narratore raffigurato con le caratteristiche tipiche di molti cantanti dell’universo rock e metal: petto nudo con vistose suture, muscoli turgidi e tatuati, chioma ondeggiante, mascella prominente, sguardo (ovviamente) assatanato, sorriso beffardo, borchie, anelli, frange, pantaloni superaderenti, stivaloni e chilometri di pelle nera. Anche le sue pose sono sfacciatamente metallare: corna incrociate, gesti fallici, microfoni o chitarre afferrati come per un amplesso voluttuoso, in un’atmosfera cimiteriale traboccante di ossa, teschi, croci, degna della poesia sepolcrale di Thomas Gray.

Il tutto inserito in una struttura grafica e narrativa costante: due pagine per ogni solista o gruppo, in cui spesso nella prima o seconda vignetta compare il nostro «star killer» a introdurre la storia, magari richiamando in qualche dettaglio gli artisti presentati (abbigliamento, strumento, trucco) e interagendo talora con essi,  come quando canta con Bob Dylan and The Band o si atteggia con i pugni protesi in avanti sostituendosi al leader dei New York Dolls.

Dopo la breve introduzione le immagini si concentrano sulle principali tappe della carriera dei musicisti e soprattutto sui dettagli torbidi, violenti o dolorosi delle loro vite private, con un’accentuazione maggiore del tono macabro e scandalistico rispetto alla Storia del metal a fumetti.

Le vignette sono disposte senza una griglia fissa, assecondando l’intento artistico comune alle altre storie della musica a fumetti dello stesso autore, ovvero quello di riprodurre con uno stile iperrealistico molte foto anche piuttosto note all’immaginario collettivo, in cui gli artisti sono immortalati durante i loro concerti o nei momenti di pausa tra un’esibizione e un’altra; in base a questa esigenza può accadere che parti di una scena sconfinino in una contigua e che sia adottata in modo libero la soluzione con fondo bianco e figure nere scontornate o viceversa per ragioni combinatorie più che semantiche.

Allo stesso modo le didascalie della voce narrante, il nostro sarcastico chitarrista infernale, si inseriscono fittamente con bordi marcati tra le vignette o all’interno di esse, rendendo in qualche caso poco chiara la loro successione. Non compaiono splash page, a differenza della Storia del metal a fumetti, rispetto alla quale inoltre viene seguito un ordine cronologico da Robert Johnson fino ai Foo Fighters, con l’aggiunta delle schede finali sui concerti e gli strumenti musicali e immancabilmente, in apertura e in chiusura d’opera, alcune pagine dedicate al nostro Heavy Bone.

L’impostazione enciclopedica è di necessità sintetica e non sempre prodiga di informazioni, dato che concentra in uno spazio purtroppo esiguo la parabola artistica talvolta anche lunghissima dei settantatre solisti o gruppi raffigurati e, come avviene per altri libri di storia della musica, non permette di cogliere appieno i legami o le influenze che attraversano la storia del rock, il fiume sotterraneo di ispirazioni, suggestioni, echi che carsicamente affiora e per ignota casualità dà vita a pezzi memorabili, creando un flusso inarrestabile e unitario pur nelle infinite diramazioni e commistioni, dal folk al punk, dall’electronic all’alternative.

Di sicuro è evidente il filo conduttore dell’interpretazione del rock come genere satanico, impersonato dal protagonista ed esemplificato da vicende di eccessi e dannazione, proponendo un’ampia rassegna di artisti eccezionali ma maledetti a volte fin dalla nascita, come Jerry Lee Lewis.

Seguendo questa linea è possibile trovare nelle biografie dei musicisti altri elementi ricorrenti: un’infanzia segnata dalla separazione dei genitori, come per Lenny Kravitz, dall’abbandono da parte del padre, come per Eddie Vedder dei Pearl Jam, o dalla sua morte, come per Roger Waters dei Pink Floyd, o ancora dalla povertà, come per Elvis Presley. E poi ci sono i concerti, il successo più o meno immediato, gli alterni rovesci della sorte, gli scioglimenti e le ricomposizioni di band, l’abuso di droghe e alcol, la depressione, gli amori duraturi, contrastati, fugaci, le morti tragiche o repentine.

Il quadro che emerge è a tinte talmente fosche e luttuose che viene da chiedersi, al termine della lettura del fumetto, se il diavolo abbia davvero lasciato un’orma così pesante lungo la via di questo genere musicale.

Ma noi che amiamo il rock sappiamo bene che non è solo questo: il rock è energia, passione, forza vitale, libertà. Così tra le pagine dell’opera possiamo cogliere implicitamente altri aspetti che avvicinano, ad esempio, i Beatles ai Red Hot Chili Pepper, i Sex Pistols ai Rolling Stones, David Bowie a Bruce Springsteen: talento, genialità, ostinazione, rottura con le regole o con il passato, carisma, fortuna. Alla stessa maniera possiamo avvertire le differenze tra i Queen e i Lynyrd Skynyrd, gli U2 e i Ramones, Johnny Cash e Ben Harper, soprattutto in base ai nostri gusti personali. Infatti accade a tutti noi di adorare una canzone ma detestarne un’altra, di associare una melodia a un momento particolare della nostra vita, di seguire o abbandonare generi e tendenze, di proiettare nei cantanti e nei loro testi le nostre debolezze e le nostre domande, di riconoscere nelle parole e nelle note di un brano un nostro lato intimo altrimenti inespresso. Veneriamo il rock per la tecnica musicale portata ai massimi livelli, per la melodia pura, graffiante, travolgente, per la dissonanza irrazionale, liberatoria, potente, per la bellezza sublime dei suoni della batteria, della chitarra, del basso, della voce, che intridono il nostro animo e la nostra pelle con un effetto ogni volta diverso. Magari non vediamo nel rock l’impronta del diavolo e crediamo di non aver mai «stretto la mano a Satana» o «dormito nel suo letto», come cantano i Pearl Jam in Satan’s Bed; non associamo Helter Skelter dei Beatles ai significati oscuramente allusivi del White Album, ma all’esclamazione finale di Ringo Starr «I’ve got blisters on my fingers!».

Insomma, per noi il rock è eclettico, sorprendente, incoerente, il rock ci esalta, ci sconvolge, ci culla, ci accompagna e ci sostiene fin da quando per la prima volta è entrato nel nostro cuore, ci si è piazzato come un irriverente sovrano e gli ha ordinato: «Fuori tutto il resto!»

NOTA: Ringrazio molto il mio amico Andrea Cittadini Bellini per aver preso parte alla stesura di questo articolo.

Il titolo e la conclusione dell’articolo sono una citazione di Leave Out all the Rest dei Linkin Park in ricordo del leader Chester Bennington, che non è presente con il suo gruppo nel fumetto, ma con la sua vita e le sue canzoni ha incarnato per me le molteplici contraddizioni e la magnifica bellezza del rock.


Enzo Rizzi
Storia del rock a fumetti
Nicola Pesce Editore
cm 21×29.7, b&n, brossura, 204 pagg., € 9.90
ISBN 9788897141235

Storia del metal a fumetti – METAL NEVER DIES!

Dimensione Fumetto dedica una serie di articoli ai fumetti sulla storia di vari generi musicali disegnati da Enzo Rizzi per la collana Music & Comics di Nicola Pesce Editore.

Per il volume Storia del metal a fumetti ci siamo rivolti a un profondo conoscitore del genere, un ottimo musicista, un metallaro DOC, un grande amante del rock duro e dei fumetti, Daniele Egidi, che ha scritto per noi questo appassionato e appassionante articolo.


Premessa

Il nome “Heavy Metal” assegnato alla particolare forma di rock molto duro e con liriche identificabili sembra che derivi, secondo un’ipotesi molto accreditata, dalla rivista di fumetti americana Heavy Metal, appunto, e dal film omonimo. Le copertine della rivista e i fumetti in questione intrisi di un’atmosfera fantasy-gotico-erotica si avvicinavano molto all’immaginario del nascente stile musicale a metà anni ‘70. Basta riguardarsi molte copertine di dischi per capire quanto il legame fra metal e fumetti sia strettissimo.

Esempio eclatante sono gli epici Manowar, newyorkesi e per loro stessa ammissione «figli di Odino», il cui artwork discende direttamente dai fumetti di Conan il Barbaro.

Oppure i Death, bandieri dell’orrorifico Death Metal, che si rifanno nell’immaginario dei primi dischi ai fumetti “maledetti” della EC Comics.

Storia del metal a fumetti

Qualche anno fa, due miei cugini ritornarono dalla celeberrima manifestazione di Lucca omaggiandomi con  il volume di Enzo Rizzi che, fin dal titolo, unisce due fra le mie grandi passioni: metallo (pesante, ovviamente) e fumetti. Inoltre sul frontespizio c’è uno schizzo del protagonista dell’opera, Heavy Bone, con una scritta a pennarello dedicata a me, sulla fiducia, dall’autore.

Enzo Rizzi ha tutto il curriculum in regola per trattare dell’argomento, infatti si è sempre mosso nella cultura grafica del rock e del metallo, collaborando alla storiche riviste di settore H/M, Metal Shock, Flash (ahimè, ormai chiuse) e RockHard (attuale portabandiera del metal), a Dylan Dog (ovviamente), ai fanclub italiani di varie band fra cui Kiss e Metallica. Ha pubblicato alcune miniserie e per NPE, oltre alla Storia del metal a fumetti, i volumi Diabulus in musica, Storia del rock a fumetti e Storia del pop a fumetti, sempre con Heavy Bone. Attualmente tra i suoi innumerevoli progetti coopera con il portale TrueMetal e con la collana Danze Macabre della CRAC edizioni.

Heavy Bone

Il protagonista della Storia del metal a fumetti è Heavy Bone: palesemente ispirato a livello grafico all’icona metal per eccellenza, cioè Eddie degli Iron Maiden, a livello psicologico presenta delle connotazioni decisamente inquietanti, infatti la sua attività è quella di biografo/anfitrione della vita delle rockstar con una particolare predilezione per i tratti morbosi e scandalistici, come sesso, droga e violenza in abbondanza. Basti ricordare i suicidi teatrali di Cobain e DEAD dei Mayhem, le morti dovute agli eccessi di Hendrix (forse il primo precursore del rock duro), di Bon Scott e molti altri, le sparatorie in vari concerti negli USA, eccetera. Heavy Bone ha un altro vizietto però, non è solo un pettegolone: di tanto in tanto si diletta come esecutore e giustiziere dei più maledetti dell’universo rock e metal.

Struttura del fumetto

Ma Rizzi non dimentica certo quello che i metallari amano di più, cioè la musica, trattata con competenza e rigore musicologici. La sua opera è fondamentalmente un’enciclopedia disegnata sul bizzarro e geniale universo del Metallo Pesante, con ramificazioni verso il rock, il grunge e altro ancora, considerando ad esempio le vicende di Nirvana e Aerosmith, pilastri non solo del rock, ma anche della cultura contemporanea.

Il protagonista Heavy Bone introduce per ogni band, in ordine alfabetico, una scheda biografica di due pagine che traccia l’aspetto umano e musicale con illustrazioni riferite a foto realmente scattate e spesso assurte a icona del contemporaneo, per esempio i Kiss che con il loro look e make-up hanno segnato un’epoca, forse ancor più che con le loro bellissime hit, o il sex symbol rock per eccellenza, Robert Plant dei Led Zeppelin, raffigurato in una tipica posa sensuale.

 

Le rivelazioni non sono certo sconvolgenti in quanto il materiale biografico è chiaramente conosciuto dagli appassionati più irriducibili. Inoltre Rizzi non si avventura nella corrente ideologicamente e musicalmente più controversa, cioè il True Norwegian Black Metal, anche se la trattazione di band come Slayer, Rammstein e i marchigiani (in origine) Death SS fa capire che l’autore non si tira certo indietro di fronte a talune posizioni filosofico-religioso-politiche di alcuni esponenti. Come bonus aggiuntivo finale, il fumettista ci regala la narrazione di e con Heavy Bone su come sono nate due perle iconiche di questo genere musicale, la stranota Smoke on the Water dei Deep Purple, la cui composizione è ispirata all’incendio realmente accaduto durante un concerto di Frank Zappa al quale assisteva la band (ma il  retroscena con Heavy Bone è “inedito”), e Cowboys from Hell, in cui è decisamente tragica e purtroppo reale la storia collegata a Dimebag Barrel, virtuosissimo chitarrista dei Pantera.

Stile grafico

Dalle immagini del fumetto erompe tutta la carica energetica dell’hard rock’n’roll: se prendiamo una band molto conosciuta come gli AC/DC, in due tavole sono condensati con vigore e forza visiva gli eventi principali del gruppo, culminanti nella morte per alcol del primo singer Bon Scott. Un episodio disegnato in pieno stile splatter movie è quello di Rob Zombie che, oltre a guidare la seminale band White Zombie, ha scritto molto (anche fumetti) e soprattutto diretto una manciata di film horror che hanno rivoluzionato il genere introducendo raffinatezze stilistiche con musica classica e citazioni esoteriche e filosofiche particolarmente colte.

Conclusioni

Da quando leggo i fumetti, cioè da sempre, la “narrativa disegnata” si è largamente affrancata dai pregiudizi che la circondavano (roba da bambini, ecc.). Autori come Frank Miller negli USA, Alan Moore in UK e Tiziano Sclavi da noi hanno irrimediabilmente abbattuto lo steccato fra cultura popolare e cultura alta, perlomeno nei comics.

Discorso diverso per quanto riguarda il rock duro. Ascolto il metal da più di trent’anni e ne ho sentite, e continuo a sentirne, di tutti i colori: «il metal è solo rumore», «ha un’ideologia reazionaria, maschilista e guerrafondaia», «io veramente ascolto tutto: dall’elettronica londinese alla world music bengalese, proprio tutto, tranne il metal». Ma mi chiedo, giusto per dire: dove hanno suonato i più raffinati musicisti moderni e contemporanei? E l’immaginario scaturito dal metallo non è forse fra i più complessi e affascinanti della cultura contemporanea con riferimenti fantasy, mitologici, nordici, religiosi, filosofici e persino cosmogonici? La band svedese Bathory del compianto Quorthon non ha trattato in maniera approfondita tutta la mitologia vichinga collegata anche all’Eterno Ritorno di Nietzsche? O i nostri marchigiani CENTVRION la storia dell’Impero Romano?

A tutti questi “intellettuali chic” che disprezzano il metal consiglio la lettura del fumetto di Enzo Rizzi, un compendio molto ironico e a tratti cinico sui musicisti che noi metallari amiamo, ma soprattutto a coloro che con mente curiosa e aperta potranno usare questa “bibbia” come porta d’ingresso davvero speciale alla storia e alla filologia della nostra musica.

KEEP THE FAITH ALIVE!


Enzo Rizzi
Storia del metal a fumetti
Nicola Pesce Editore
cm 21×29.7, b&n, brossura, 160 pagg., € 19.90
ISBN 9788897141495

Time breakers: paradossi temporali al contrario

Nel 1997 Chris Weston, disegnatore britannico, allora ventottenne, aveva già incontrato Mark Millar su Swamp Thing e Grant Morrison su The Invisibles.

Rachel Pollack era già la nota vincitrice di un Arthur C. Clarke Award ed aveva appena scritto la run più importante di Doom Patrol dopo quella di Grant Morrison.

Nel 1997 usciva in volume la miniserie (5 numeri) di Time Breakers, scritta dalla Pollack e disegnata da Weston.

Dal 1997 arriva solo oggi in Italia e, in qualche modo, ci porta indietro nel tempo, proprio come accade ai suoi protagonisti. Ma per fortuna questo viaggio nel tempo non provoca paradossi, o per sfortuna, visto che i paradossi salvano la storia e l’universo…

Per gli scienziati, il tempo assoluto è stato smontato da Einstein con la relatività speciale, e all’incirca parallelamente nell’immaginario collettivo il tempo diventava una coordinata percorribile grazie ad H.G. Wells, che dava origine alla fantascienza. Ma ancora oggi il tempo mantiene una sua direzione, una freccia che i principi della termodinamica rendono irreversibile. Pertanto i paradossi non hanno cittadinanza e sono un pericolo per il tessuto quadrimensionale in cui galleggiamo.

Come la Julia bonelliana, anche l’Angela di Weston ha i tratti di Audrey Hepburn, anche se più dura e meno affascinante della controparte italica. Ma non indaga, viene arruolata tra gli agenti che si occupano di generare i paradossi temporali,  perché, come dice Juta, la sua mentore, «senza paradossi temporali nessun universo, nulla accadrebbe. Tutto statico e chiuso.»

Sono i time breakers a rompere questo circolo, creando dei paradossi, per cui il viaggio del tempo diventa normale. Loro stessi sono nati da un paradosso.

Negli anni in cui l’opera è stata prodotta, la cosmologia di frontiera e i tentativi di creare un legame tra cosmologia e meccanica quantistica non erano lontane dalla magia. La divulgazione scientifica non era diventata ancora diffusa come oggi, anche perché la scienza e i suoi lavoratori non avevano un bisogno così pressante di farsi riconoscere e di ottenere un riconoscimento sociale.

Il fumetto, tra le culture pop, attingeva a tutto, comprese le teorie scientifiche borderline, un po’ come accadeva al cinema di fantascienza. Erano ancora di là da venire da una parte il cinema che prendeva come consulenti i Premi Nobel per la fisica (Kubrick e il suo 2001 erano stati una eccezione), dall’altra la cultura scientifica di massa e la divulgazione resasi quasi indispensabile.

Rachel Pollack, esperta di tarocchi, al punto di averli letti per Neil Gaiman, interpreta la fisica dei viaggi del tempo, rendendola credibile. Giocando con manufatti pseudo-magici, linee temporali, universi paralleli, paradossi, crea una storia interessante, a volte un po’ cervellotica. Come accadde già nel 1984 con Terminator, il futuro determina il passato. Se lì l’eroe della resistenza del futuro veniva concepito dall’uomo inviato nel passato per salvarlo, qui è l’uomo che ha consentito scientificamente i viaggi nel tempo a dover essere ispirato da coloro che quei viaggi li realizzeranno in un qualche futuro.

Pollack utilizza personaggi reali che sono vicini al mito. Il matematico indù Srinivasa Ramanujan, caso davvero più unico che raro di matematico di altissimo livello, autodidatta, morto giovanissimo. Come pure il matematico inglese Hardy, che di Ramanujan fu il riferimento accademico e il mentore nel mondo occidentale, ma ebbe una biografia piuttosto movimentata.

Lo scontro è tra i time breakers, che reclutano Angela e la mandano a salvare il tempo, insieme a Aithon, un re dell’antica Grecia, e a Leo, e tra un gruppo di agenti di Yokhanan (che è la traslitterazione latina dell’ebraico Yahwh è buono, cioè Giovanni), che dovrebbero liberare il tempo dai paradossi.

Ma si scoprirà che questo gruppo è una parte del piano degli stessi time breakers per creare il tempo stesso.

Il paradosso assurge a principio assoluto, tanto che la vita che non viene da un paradosso non ha inizio. Angela vede se stessa più giovane, prova a ispirarla ma in realtà la vede sparire nella tempesta temporale che sta mangiando a ritroso il tempo.

Eppure lei non sparisce, pur essendo stata reclutata dopo quel momento. L’intreccio sembra così aggrovigliarsi, finendo quasi per autodistruggersi, un po’ come l’uroboro.

E per salvare il tempo, si finisce nel grande paradosso.

La natura del tempo e il suo significato continuano da secoli a interrogare scienziati e filosofi. Rachel Pollack, sia nella prefazione all’edizione originale del 1997 che in quelle poche righe riscritte nello scorso luglio, fa riferimento sia alla letteratura sul tema, a partire da H.G. Wells, che alla scienza che si occupa del tempo, dell’età dell’universo e della differenza tra universo reale e universo osservabile.

Oggi (forse) ne sappiamo un po’ di più di quando l’edizione americana è uscita. Ma di fianco ad alcune risposte, queste hanno generato nuove e più complesse domande, un po’ come succede nella storia a fumetti, dove coloro che vogliono salvare il tempo dai paradossi lo salvano proprio contribuendo inconsciamente a creare il paradosso che ri-origina tutto.

Weston nella prefazione all’edizione italiana scrive:

al tempo disegnavo in modo diverso, e il fumetto è colorato con uno stile tipico del periodo, quando la colorazione digitale muoveva i primi passi.

La differenza si nota rispetto alle opere più moderne, ma non invecchia la cura nella ricerca, l’attenzione ai particolari. I disegni sono chiari, meno cupi e ombreggiati di quelli più moderni, con un tratto forse più pulito. I colori meno sfumati, ma modernissima appare la gabbia delle tavole, dinamica e personale, che si integra con elementi della storia (come nella pagina a sopra a destra).

Ammetto di non aver letto nulla di Weston prima di quest’opera, alla quale mi sono avvicinato per curiosità scientifica (come sapranno i miei 25 lettori).

Oggi probabilmente questo fumetto sarebbe stato scritto e disegnato in modo diverso; la scienza ha fatto passi avanti e forse qualcuno di essi avrebbe potuto trovare spazio nella sceneggiatura, sicuramente il colore digitale sarebbe stato più dinamico. Ma non vuol dire che sia vecchio.

Semplicemente è un fumetto del 1997, che non è un intramontabile, ma è ancora un’opera che merita una lettura e richiede anche un po’ di impegno per portarla a termine con soddisfazione.

Omaggio a fumetti per il grande De André

In esclusiva per Lucca Comics & Games Ivo Milazzo sarà ospite allo stand NPE sabato 4 e domenica 5 novembre per autografare le copie del volume.

Dalla matita di Ivo Milazzo e dalla penna di Fabrizio Càlzia nasce Uomo Faber, l’appassionato omaggio di due maestri del fumetto al grande cantautore genovese Fabrizio De André. Un viaggio sognante nel mondo e nel passato di Faber, tra gli episodi e le esperienze che maggiormente ne hanno segnato la vita e la produzione artistica. Uno sguardo intimo e profondo sull’uomo De André, nell’imperdibile omaggio della grande letteratura a fumetti a un mito indimenticabile della nostra musica.
Firmato Fabrizio Càlzia e Ivo Milazzo e disponibile soltanto in 2.000 copie, il volume rappresenta la prima uscita della collana “Ivo Milazzo”, di cui per ora sono in programma altri 5 volumi ed è uno splendido cartonato per metà a colori e per metà in bianco e nero dedicato alla vita del cantautore genovese, con i magnifici acquerelli di Milazzo.
Questo volume cartonato – a confronto con quello originariamente pubblicato dalla DeAgostini nel 2008 – presenta una nuova copertina, due illustrazioni inedite al suo interno e l’introduzione di Oliviero Malaspina.

Attenzione però, solo i primi 30 che ordineranno da casa potranno avere la copia sketchata, infatti il maestro siederà al nostro stand in Lucca soltanto sabato pomeriggio e domenica.

Basterà fare l’ordine entro il 30 ottobre mattina e inserire il codice promozionale “sketch” quando siete sul carrello e, per 19,90 euro, riceverete la copia con un disegno originale in prima pagina… e il corriere come sempre lo regaliamo noi!

(Ovviamente a Lucca chi verrà allo stand potrà avere lo sketch senza limiti se non il tempo materiale a disposizione del Maestro Milazzo).

Il volume è già disponibile ora sul nostro sito cliccando qui.

Sfoglialo online!

I primi 30 che ordineranno il volume sul nostro sito potranno ottenere comodamente da casa la copia sketchata da Ivo Milazzo: basterà effettuare l’ordine entro il 30 ottobre mattina e inserire il codice promozionale “sketch”

Elvis: That’s (Not) All Right

Copertina di "Elvis" di Philippe Chanoinat e Fabrice Lé Henanff.Una volta John Lennon disse: «Prima di Elvis non c’era niente». È una tipica affermazione provocatoria lennoniana, anche perché è un po’ come dire che prima della pizza non c’era niente, mentre invece esisteva una millenaria tradizione indoeuropea che va dal poori al pane alla piadina. È pur vero però che la pizza ha raccolto questa tradizione e l’ha elevata alla forma perfetta e definitiva e universale: è proprio quello che è successo con Elvis Presley.

Nel 2015, a sessant’anni dal debutto discografico del cantante americano, gli autori francesi Philippe Chanoinat e Fabrice Lé Henanff hanno pensato di omaggiarlo con un volume intitolato Elvis, che quest’anno la Nicola Pesce Editore ha portato in edizione italiana. Le iniziative della giovane casa editrice guidata dal suo giovanissimo editore sono tutte, sempre, senza eccezione meritevoli e coraggiose, e basti citare la pubblicazione dell’opera omnia di Sergio Toppi e di Miguel Ángel Martín per avvalorare questa dichiarazione. Elvis, però, pone seri problemi di valutazione da un punto di vista fumettistico.

Per definire Elvis come “fumetto” bisogna allargare un bel po’ il significato della parola. Si tratta infatti di un bellissimo libro illustrato, dipinto da Lé Henanff quasi interamente con pastelli acquerellabili e basato in massima parte su fotografie rielaborate dall’artista. La successione di immagini segue l’ordine cronologico, ma è totalmente priva di qualsivoglia significato narrativo, e l’unica ombra di sceneggiatura è data dalle didascalie di Chanoinat, che rimpiazzano interamente i balloon.

Confronto fra l'Annunciazione di Simone Martini, "L'uomo che cammina" di Jiro Taniguchi e "Elvis" di Philippe Chanoinat e Fabrice Lé Henanff.

Sopra: un fumetto con immagini e parole, ma senza carta. Al centro: un fumetto con immagini su carta, ma senza parole. Sotto: immagini e parole su carta, ma senza fumetto.

Ma anche se le immagini sono composizioni grafiche più che vignette sequenziali, sono proprio le didascalie a dare il colpo di grazia alla possibilità di definire questo libro un “fumetto”. Leggendo Elvis viene alla mente in più occasioni la celebre Storia d’Italia a fumetti, per la cui realizzazione Enzo Biagi radunò professionisti di indubbio talento che solo di rado arricchirono le già esaurienti didascalie con ulteriori balloon. Anche in Elvis si racconta una storia vera tramite belle immagini e testi nelle didascalie, peccato che queste non abbiano alcun senso: in più casi ci si imbatte in informazioni del tipo «A gennaio Elvis partecipa a una trasmissione TV, a maggio a un’altra», oppure «Nel 19XX escono sette album: [segue lista di titoli]». Quale significato ha questo tipo di operazione? Quale lascito resta al lettore? Quale differenza c’è con una pagina di Wikipedia?

L’inconsistenza narrativa assume un valore ancora più evidente considerando il personaggio che vorrebbe raccontare. Elvis Presley è stato lo stupor mundi del XX secolo, lo shock che ha diviso culturalmente a metà il Novecento, e un personaggio di grandissima ricchezza narrativa potenziale data dalla sua indole contraddittoria. Presley è stato al contempo incendiario e pompiere, rivoluzionario e reazionario, modello positivo e negativo, e il tutto contemporaneamente: un personaggio dalle enormi possibilità narrative, e questo senza nemmeno parlare della sua musica.

Elvis Presley si esibisce per la prima volta nel 1957 al The Ed Sullivan Show col brano Hound Dog. Il suo talento sul palco era ed è ancora oggi assolutamente sconvolgente: al di là della qualità musicale, è la sua fisicità e il rapporto con il pubblico che lo rendono incredibile. Nella clamorosa esecuzione di Love Me Tender durante il concerto-evento That’s the Way It Is del 1970, il cantante riesce a tenere il palco, cantare il brano romantico, cambiare il testo, e contemporaneamente scherzare col pubblico fra un verso e l’altro della canzone, passando dal tono ironico al registro drammatico all’istante.

Nulla di tutto ciò si percepisce minimamente dalla lettura dell’opera. Presley viene chiamato «The King», ma non si sa perché; viene definito innovativo, ma non si sa per cosa; viene esaltato come icona, ma non si sa di chi. Gettare alle ortiche una così straordinaria possibilità narrativa è peggio che scrivere una brutta opera. Sì, è vero che «anche l’opera più mediocre ha molta più anima del nostro giudizio che la definisce tale», ma nel caso di Elvis la sceneggiatura non è nemmeno mediocre: è sciatta.

In realtà di anima in questo lavoro ce n’è, solo che viene esclusivamente dai disegni. Non a caso forse la parte più bella di tutte è il portfolio finale con gli schizzi e le prove colore, in cui Lé Henanff può esprimere liberamente il suo splendido tratto accademico e ultrarealistico fuori dalla inutile, forzata e controproducente griglia di vignette.

Vignette di "Elvis" di Philippe Chanoinat e Fabrice Lé Henanff.

Cos’è quel gomito? In quale delle tre vignette si trova?? A che servono le closure in questo caso???

In definitiva Elvis si candida a miglior volume per tavolino da caffè della casa editrice NPE: bellissimo da guardare, irritante da leggere, non dice nulla che i fan non conoscano, ma è ottimo da usare per rompere il ghiaccio e iniziare la conversazione sul genio che ha dato avvio alla cultura pop.

Arrivano i paradossi temporali creati da Rachel Pollack e Chris Weston

In esclusiva per Lucca Comics & Games Chris Weston sarà ospite allo stand NPE dal 2 al 5 novembre per autografare le copie del volume.

Abbiamo visto centinaia di film e di serie tv nelle quali i protagonisti si davano un gran daffare per evitare i cosiddetti paradossi temporali.
In Time Breakers invece è tutto l’opposto: è stato scoperto che la trama stessa dell’universo è fatta di paradossi temporali e per andare avanti è necessario che altri paradossi sorgano con frequenza.
Per questo i protagonisti del volume devono “rompere il tempo”, creare degli episodi sbagliati, modificare il passato, eccetera. Così uomini dell’antica Roma si trovano a convivere con le armi da fuoco ed aerei sorvolano l’India dei tempi di Buddha.
Risulta lampante fin dai primi accenni della trama che questo volume, tra lo sci-fi e l’adventure, si presenta come un qualcosa di completamente nuovo rispetto a quello che i fan del genere sono abituati a conoscere e vedere, portando una ventata di freschezza in temi ormai triti e ritriti. E dire che questa è una serie della DC Comics del 1997, completamente inedita in Italia!

RACHEL POLLACK è un’autrice americana di romanzi di fantascienza, sceneggiatrice di fumetti ed esperta di tarocchi su cui ha scritto numerosi libri. Scrittrice raffinata, vincitrice in ambito sci-fi dei prestigiosi Arthur C. Clarke Award e World Fantasy Award, è nota per il suo ciclo di storie di «Doom Patrol», successive all’acclamata gestione di Grant Morrison, in cui tratta temi inconsueti per i comics come l’identità sessuale e il transessualismo.

CHRIS WESTON, dopo un anno di apprendistato presso il noto disegnatore britannico Don Lawrence, esordisce nel 1988 sulle pagine della rivista «2000AD» con alcuni episodi di Judge Dredd. Da allora pubblica stabilmente per le principali case editrici di fumetti inglesi e americane disegnando per «The Invisibles», «Starman», «JSA», «Lucifer», «The Authority» e «The Twelve». È il co-creatore delle miniserie The Filth e Ministero dello Spazio, rispettivamente con lo sceneggiatore Grant Morrison e Warren Ellis. Dal 2008 inizia a lavorare per il cinema come concept e storyboard artist collaborando, tra gli altri, con il regista Albert Hughes alla produzione del film Codice: Genesi e del live action, poi sospeso, di Akira. Recentemente ha contribuito alla creazione dei costumi di Star Wars: Gli ultimi Jedi.

Il volume è già disponibile ora sul nostro sito cliccando qui.

Sfoglialo online!

Per ottenere comodamente da casa la tua copia sketchata da Chris Weston basterà effettuare un ordine di almeno 20 euro sul sito edizioninpe.it e inserire il codice “sketch”!

Nasce la collana dedicata al maestro Attilio Micheluzzi

Questo straordinario volume apre la collana interamente dedicata ad Attilio Micheluzzi. Edizioni NPE pubblicherà nel corso del tempo l’opera integrale del Maestro in una collana omogenea di cartonati dai prezzi contenuti.
Dopo le collane dedicate a Dino Battaglia e a Sergio Toppi, un altro fondamentale tassello del fumetto italiano si inserisce nel percorso della casa editrice del fumetto d’autore.
Creato nel 1980 per la rivista «Alter Alter», Marcel Labrume è un soldato francese di stanza in Africa settentrionale e l’anno in cui si svolgono le vicende è il 1942. Micheluzzi, grazie anche alle possibilità offerte da una rivista non destinata ai ragazzi (o almeno non solo), crea un personaggio più umano, cinico e disilluso, ricco di difetti e di contraddizioni, simbolo di una seduzione un po’ perversa, per quel suo ambiguo stato di persona poco chiara, senza ideali.

Questo volume è l’edizione integrale di Marcel Labrume, personaggio di cui Attilio Micheluzzi aveva realizzato due storie:
– “Marcel Labrume”, storia di 48 pagine, ambientata nel Libano del 1940, pubblicata a puntate sulla rivista «Alter Alter», da ottobre 1980 a gennaio 1981;
– “Alla ricerca del tempo perduto,” storia di 84 pagine, ambientata nel Nord Africa del 1942, pubblicata a puntate sulla rivista «Alter Alter», da ottobre 1982 a giugno 1983;
– Un terzo episodio avrebbe dovuto veder Marcel Labrume agire dell’Indocina del 1947, ma non fu mai realizzato.

Attenzione: per coloro che decideranno di acquistarlo sul nostro sito ufficiale edizioninpe.it il volume sarà in promozione con uno sconto del 10% fino al 30 ottobre.

Sfoglialo online!

Il volume è già acquistabile sul sito NPE cliccando qui. Sarà poi disponibile in tutte le librerie e fumetterie a partire dal 26 ottobre.