Nathan Fairbairn

Nameless: in viaggio verso Xibalba

-Ma sei sicuro di voler fare una recensione su Nameless? Sicuro sicuro?

-Lo chiamerei più un articolo, ma sì, voglio farlo.

-Ma sei in grado di fare un articolo su una storia di Morrison? E neanche una minore come Happy. Io ci ripenserei.

-Che ne so se sono in grado. Io ci provo comunque.

-Morrison ha già scritto tutto ciò che riguarda Nameless nelle note a fine volume cartonato. Prendile da lì, le info, e risparmiati un lavoro inutile.

-Nah, quello lo possono fare tutti. Ho letto le note e ne parlerò sicuramente, ma voglio comunque cercare altro. Non sai mai quello che si trova spulciando il web.

-Vabbè, contento tu.

Questo è uno stralcio di conversazione tra i due miei emisferi cerebrali, con l’emisfero sinistro (quello razionale) che tenta di convincere quello destro (quello creativo) a non cimentarsi in un lavoro simile, dopo una pausa dalla scrittura lunga più di un mese.
I due si sono incontrati in campo neutro, lungo quella Striscia di Gaza chiamata “corpo calloso” che divide la ragione dalla fantasia pura.
Alla fine ha vinto la fazione a destra, ma mi serviranno entrambe per parlare di un fumetto come Nameless, tanto complesso tecnicamente quanto strabordante di magia e mistero.
Eviterò la sola analisi ed eviterò di raccontare la storia come un telecronista. Vi racconterò invece la mia esperienza di ricercatore dell’ignoto e delle varie suggestioni e influenze che hanno portato alla genesi di Nameless.

Nameless è una storia in sei capitoli, a colori, edita in Italia da SaldaPress, scritta dall’autoproclamatosi mago del caos Grant Morrison, e disegnata da Chris Burnham; ai colori Nathan Fairbairn.

Lo si potrebbe definire un horror esoterico con location sci-fi, ma sarebbe in parte fuorviante. Magari si potrebbe parlare di un horror lovecraftiano, ma chiara intenzione di Morrison è proprio quella di creare una propria mitologia, simile al ciclo di Cthulhu, ma più legata a miti preesistenti come quelli Maya e Babilonesi.
Come vedete Nameless è un corpo estraneo, non facilmente collocabile in alcun filone specifico, e questo lo rende misterioso almeno quanto le reference da cui trae ispirazione.

Nameless è anche un racconto con almeno tre chiavi di lettura.

1: Una chiave di lettura reale in cui nulla di tutto ciò che viene narrato è mai successo. La storia di un bambino morto nel grembo materno.
2: Una chiave di lettura basata sul tema delle possessioni demoniache, sull’esorcismo e le sedute spiritiche.
3: Una chiave di lettura di stampo sci-fi, con un viaggio sulla Luna e la conseguente apertura delle porte dell’Inferno.

Ogni chiave di lettura si concatena alle altre al punto da non capire più quando termina una e inizia l’altra. Un gioco di scatole cinesi in cui ogni storia contiene ed è contenuta nelle altre, in cui ogni trama ne origina un’altra e finisce per esserne originata.
Per chi conosce Grant Morrison questa è la normalità, ci si stupirebbe semmai di una narrazione lineare e non stratificata.
Ho letto le note di Morrison in appendice all’edizione cartonata di Nameless e ho trovato interessantissime le basi su cui ha lavorato per questo fumetto. Come detto prima, però, avrei fatto un semplice lavoro di copia e incolla riadattato a un articolo, se mi fossi limitato a lavorare su quelle note. Questo lo potrebbe fare chiunque.
Mi sono messo dunque al pc appena riparato e ho fatto tesoro delle mie esperienze passate con le opere di Morrison. Ogni nome ha un suo perché, più le parole che vengono dette dai personaggi sono strane, più significheranno qualcosa, nulla è lasciato al caso, neanche gli sfondi nei “tempi morti” della narrazione.

Nelle prime quattro tavole troviamo un layout parecchio inusuale, con strane vignette arrotondate. Semplice vezzo artistico fine a se stesso? Non secondo un blogger americano il quale, dopo averli riprodotti su un foglio con un pennello nero, si è accorto di una certa somiglianza tra quei quattro panel e l’alfabeto ebraico.
Nulla di verificato ma si nota effettivamente una certa somiglianza tra la seconda forma e le lettere Beit e Kaf, e tra la terza forma e Pei.
Tutto questo non dovrebbe stupire conoscendo la teoria di Morrison secondo cui anche una tavola di fumetto può essere trasformata in un sigillo e caricata di energia magica. La sua personale concezione di chaos magik.
Queste stesse prime tavole ci mostrano dei baloon privi di frecce (per suggerire voci estemporanee di notiziari sparsi per tutto il mondo) che ci raccontano di episodi di cronaca nera tutt’altro che incredibili o lontani da noi.
Morrison ci presenta un mondo uguale al nostro, come in altre sue opere (vedi The Invisibles e The Filth), di cui noi conosciamo solo la punta dell’iceberg, ignorando tutti i mostruosi misteri più in profondità.

Vediamo subito dopo per la prima volta il nostro protagonista, il Senza nome del titolo, impegnato nella ricerca di una chiave in un luogo sperduto in una sorta di giungla palustre.
Entriamo così, senza saperlo, in uno dei filoni principali di Nameless: la mitologia di popoli antichi tra quelli micronesiani, polinesiani e sud americani (per l’esattezza i Maya).
Il luogo è Nan Madol, realmente esistente nell’Oceano Pacifico meridionale.
Leggenda vuole che a creare Nan Madol siano stati due gemelli divini (occhio, il tema dei gemelli salterà fuori parecchie volte) Olisihpa e Olosohpa, grazie al loro drago volante (anche i draghi salteranno fuori di nuovo). Alla morte di Olisihpa il fratello sposò una donna dando vita a ben dodici generazioni (il 12 sarà un tema ricorrente per tutto Nameless).
Nan Madol è collegato a un altro elemento di cui si parla in questo fumetto: Nan Samwhol.
Nan Samwhol è il dio murena cui la gente di Nan Madol sacrifica tartarughe in tono propiziatorio. La murena compare a tavola 4, 8, 9, 11 del primo capitolo e a tavola 19 del terzo capitolo.
La Dama velata sembra urlare qualcosa di simile a “Illithiu”, che mi riporta solo agli Illithid, creature di Dungeons & Dragons dalla forte influenza cthulhuiana. Un vicolo cieco. Forse.
La statuetta a due teste che sorregge la chiave onirica che Nameless ruba potrebbe essere un rimando a Giano Bifronte, che osserva sia a destra sia a sinistra con entrambi i capi, e possiede una chiave. La chiave è un chiaro rimando a Lovecraft (vedi Attraverso le porte della chiave d’argento), e il fatto che serva ad aprire le porte dell’asteroide Xibalba si collega perfettamente al dualismo lovecraftiano di chiave e montagna (cos’è l’asteroide, se non una grossa montagna alla deriva nello spazio?).
È stato interessante scoprire che Nan Madol sia stata usata come modello da Lovecraft per la sua R’lyeh.
«La città-cadavere, da incubo, chiamata R’lyeh … fu costruita incalcolabili eoni prima della storia conosciuta, da enormi, ripugnanti forme che gocciolarono dalle stelle oscure. Ivi si stabilirono il grande Cthulhu e le sue orde, nascosti in verdi, limacciosi sotterranei…»
Limaccioso, verde, enorme, tutte caratteristiche compatibili con enormi pietre accalcate a creare strane strutture in mezzo a un verde incontaminato e a paludi piene di murene.
Nan Madol.

Nella stanza di Nameless si trova poi un altro degli elementi ricorrenti nella storia (specialmente nei capitoli con la Dama velata, se fate caso ai colori dominanti nelle sequenze in cui appare la misteriosa donna), cioè la dream machine. Questo oggetto è stato creato nel 1960 e permette di vederne i colori anche con gli occhi chiusi, generando una situazione di apparente sogno. Il sogno è un altro filo comune di Nameless, come si vedrà ad esempio nel caso del sogno dell’astronauta (ci torneremo a tempo debito).
Aggiungo un dettaglio in post produzione: i due colori della dream machine, rosso e blu, verranno più volte utilizzati, nel corso della storia, per rappresentare due diversi e sovrapposti livelli di esistenza. Uno rappresenta il piano della casa dei rasoi, l’altro il piano del viaggio verso l’asteroide Xibalba.
Morrison riesce, in questo modo, a far convivere nella stessa tavola più piani contemporaneamente, come nelle ultime pagine dell’ultimo capitolo. Insomma, un genio.

Arriva poi una tavola che mostra una di queste due cose: la genialità di Morrison nell’inserire elementi simbolici e subliminali negli sfondi o la mia suggestionabilità che si tramuta in autentiche “seghe” mentali.
Mentre Nameless viene condotto in un luogo segreto su un carrello della spesa da quattro uomini mascherati, ho notato le insegne dei negozi e, conoscendo il mio pollo, ho provato a decifrarne i nomi.
Ixaxar, nella prima insegna, sta per Ixaxaar, ossia la Pietra 60 che si vedrà più avanti nella storia, ma perché Pietra 60? Dalle mie ricerche ho trovato, su Reddit, uno scambio tra utenti che esulava totalmente da questo fumetto.
Ixaxaar è il cammino verso il caos, un cammino che allontana da Dio, ma è anche una pietra che reca incisi 60 demoni, è collegata all’apertura delle porte dell’Inferno e – cito testualmente – il suo valore numerico è 333, come Choronzon.
Nell’insegna accanto vediamo qualcosa del tipo Ario’s Place. Ario è stato un presbitero e un teologista berbero, condannato come eretico durante il concilio di Nicea (325) per le sue idee poco in linea col pensiero dominante cristiano.
Senza andare troppo per le lunghe, sfruttando ciò che ho dovuto studiare per l’esame di Estetica in Accademia, ricollego Ario alle dottrine gnostiche che si basavano sull’esistenza degli Eoni e del Demiurgo. Queste dottrine negano la divinità di Cristo e parlano di un Demiurgo creatore del mondo e degli Arconti (chi ha letto The Invisibles di Morrison troverà questo nome molto familiare). Tra gli Eoni ne troviamo uno femminile che, secondo le scritture apocrife, dovrebbe aver donato (sotto forma di serpente) la conoscenza all’uomo sfidando il Demiurgo. Questo Eone femminile si chiama Sofia, proprio come la coprotagonista di Nameless (e come la protagonista di Promethea di Alan Moore, e non è per nulla un caso).
Inutile dire che il tema degli Eoni e delle dottrine gnostiche tornerà più volte nel corso dell’opera, risultando un filone fondamentale.
Ecco, qui credo di aver calcato la mano con il simbolismo ma, nell’insegna di Ario’s Place e in quella successiva vi sono due lettere greche. Sigma e xi. Per sigma non ho trovato nulla ma per xi si parla di valore numerico 60 all’interno del sistema di numerazione greco. Non so cosa voglia dire ma il 60 è il numero della Pietra 60, l’esacontalito, Ixaxaar.

Morrison, in una vignetta, inserisce due pesci morti, infilzati su un galletto segnavento (ma senza galletto), sottolineando il carattere funesto di quel simbolo.
Dice che nun, in ebraico, significhi pesci, ma in realtà è il nun arabo ad avere questo significato, e nun non si può tradurre anche come morte ma come sfortuna.
Dietro i pesci vi è una quantità spropositata di leggende, miti, simbologie e numerologie varie: a partire da Atargatide, la dea siriana resa successivamente Afrodite per gli antichi Greci, metà donna metà pesce. La stessa Afrodite si trasforma in pesce insieme al figlio Eros per sfuggire al titano Tifone. (Tifone salterà fuori spesso nelle mie ricerche, mentre i Titani in Nameless sono coloro che hanno affrontato le divinità, imprigionandone una dentro Xibalba).
I pesci sono raffigurati in coppia, uguali, come due gemelli: come detto prima, un tema ricorrente.
La costellazione dei Pesci si dice sia stata ereditata dai Babilonesi e, avete indovinato, anche i Babilonesi salteranno fuori almeno un paio di volte.
Tornando al Cristianesimo si dice che la nascita di Cristo sia avvenuta orientativamente nel 7 a.C. sotto un fenomeno astronomico particolare: la congiunzione di Giove, Saturno e Marte. Questo fenomeno sarebbe apparso, ai tempi, come la strana e speciale stella di Betlemme.

Ultima cosa da dire circa questa tavola: Nameless parla di Daath, dicendo che significa morte.
In realtà credo si tratti solo di un gioco di parole con Death, perché in realtà Daath è un “non Sephirot”.

Nell’albero sefirotico esistono dieci sfere di cui due verranno più volte citate in Nameless, ossia Malkuth e Yesod. Daath invece è una sfera ombra, che non compare nelle normali versioni dell’albero sefirotico e si colloca nell’unico punto dell’albero in cui non vi sono vie di collegamento. Il suo significato è il vuoto, l’abisso, l’ignoto, non molto dissimile dal salto nel mistero che compirà Nameless durante il suo viaggio nello spazio.
Si dice, infine, che sia la sfera che contiene lo Spirito Santo che, secondo la Trinità, dovrebbe identificarsi con Dio e… leggete la storia e vedrete cosa ci fa Dio in un abisso.
Altro elemento ricorrente, oltre all’albero sefirotico, è quello dei Tarocchi.
Morrison introduce i due argomenti parlando dell’arcano 18 e di Malkuth che finisce su Yesod (quando invece la sfera di Yesod si trova sopra Malkuth, nell’albero sefirotico).
L’arcano 18 è la Luna, e la Luna rivestirà una funzione fondamentale nel finale della storia. Come detto prima, nulla è lasciato al caso.
Malkuth non è nient’altro che il nostro mondo, mentre Yesod è la sfera sefirotica che viene identificata con – guarda guarda – proprio la Luna.
Il ribaltamento tra Terra e Luna, tra mondo fisico e mondo eterico, verrà confermato verso la fine di Nameless, quando verrà introdotto il Qlippoth: l’albero sefirotico sottosopra. La sua versione oscura.

Ho cercato qualcosa sulla Dama velata ma non ho trovato nulla, se non una band metal molto discutibile di nome Black Veil Brides. Non correte ad ascoltarli. Non fatelo!
Sempre nella sequenza di dialogo con la dama velata vediamo la donna parlare del Palazzo dell’Assenzio, probabilmente riferito a The Green Goddess, saggio in otto capitoli di Alisteir Crowley sugli effetti dell’assenzio, composto nell’Old Absinthe House di New Orleans, durante il periodo del Proibizionismo. Crowley difendeva l’assenzio e le sue facoltà allucinatorie.
Inutile dire che Grant è un ammiratore di Crowley e della sua “magia sexualis”.

Morrison unisce poi i quattro elementi ai quattro Arcangeli, ma successivamente parlerà anche della Teoria umorale e dei quattro umori: malinconico, collerico, flemmatico, sanguigno.

Ancora numerologia e altro numero che si ripeterà più volte: il 33.
A parte la facile corrispondenza con gli anni di Cristo, ci sono altri 33 importanti nella storia.
Il 33 Polyhymnia è un asteroide nella costellazione dei Pesci, ma il 33 è anche il più alto grado nel “rito scozzese antico e accettato” della Massoneria (e Morrison è scozzese, figurati se non ne sa nulla).
Sulla barca, sempre nel primo capitolo, Nameless parla degli spazi vuoti, parla dell’antiuniverso, tutti concetti che si esprimono nella Teoria di Tonal e Nagual di Carlos Castaneda, che il pelatone nominerà nelle note alla fine dell’edizione cartonata della sua opera.

La porta di AZ non è la porta dell’Arizona (non è una mia battuta, ahimé) ma si può riferire ad Azathot, un personaggio creato da Lovecraft nei suoi Miti di Cthulhu, una divinità antica che riposa da qualche parte e che, se venisse risvegliata, distruggerebbe il creato (come una divinità imprigionata in un asteroide).
Nelle note Morrison dice che AZ è la dea del caos conosciuta come Lilith, Tiamat, Gorgo e Mormo, e che nel suo aspetto maschile si tramuta in Choronzon, che ho citato prima quando ho parlato della pietra 60, ossia Ixaxaar.

Nel secondo capitolo il simbolismo diventa meno preponderante e Morrison si sofferma di più sulla narrazione, ma c’è anche qui diversa roba interessante.
Marduk viene identificato con il Pianeta 5, che di norma sarebbe Giove.
Chi è Marduk? Marduk è il padre degli dei Babilonesi, quindi come vedete anche Babilonia torna. Marduk viene pertanto chiamato Pianeta 5 al posto di Giove proprio per la similitudine tra i due padri degli dei delle due diverse mitologie.
Marduk, in Nameless, combattè gli dei malvagi e, dal suo sacrificio, si ottenne l’imprigionamento di uno di essi in Xibalba. Nella mitologia babilonese, invece, Marduk imprigionò il drago Tiamat, e Tiamat è anche AZ.
Sì, so che è complicato, ma che pretendete da una storia di Morrison?

Sofia dice che la donna posseduta nella stazione spaziale presentava una trasmissione in tv: caos e cosmo.
Beh, caos e cosmo sono due elementi collegati al Demiurgo delle dottrine gnostiche che tornano, ancora una volta, alla ribalta nell’opera.
Se il Dio cristiano crea dal nulla, il Demiurgo dà forma alla massa informe e caotica, creando l’universo.

Nameless scopre che le strane parole scritte con il sangue da alcuni civili divenuti improvvisamente pazzi (e da un membro dello staff nello spazio) sono in lingua Enochiana.
L’Enochiano è stato inventato tra il Sedicesimo e Diciassettesimo secolo dallo scienziato John Dee, e dovrebbe essere la lingua parlata dagli Angeli, anche se successivamente sarà utilizzata nell’occultismo e nella magia nera.
La prima volta che feci ricerche per Nameless, mesi fa, mi imbattei in strani siti asettici, con sfondo bianco, pieni di parole in Enochiano miste a simboli che sembravano codici html. A parte un pizzico di cagarella e uno strano episodio di poltergeist in casa mia, non trovai nulla di particolare.
Questa volta è andata diversamente. Ho trovato una specie di vocabolario Enochiano, che mi ha permesso, più o meno, di tradurre le varie parole sparse nell’opera. Mi limito a confermare le traduzioni di Nameless circa draghi (elemento ricorrente) e la morte che cade dall’alto (l’impatto imminente dell’asteroide Xibalba sulla Terra).

Fate caso a come i membri della White Valiant sappiano qualcosa di un evento avvenuto tredici anni prima riguardante Nameless. Parlano della casa dei rasoi, dell’omicidio di tredici persone, parlano della morte di… beh, se lo avete letto saprete di che parlo e capirete la geniale circolarità del tempo e la concatenazione delle chiavi di lettura di cui parlavo a inizio articolo.

Non ho trovato nulla sulla chiave di Fa e di Mi, purtroppo, ma ho trovato ovviamente parecchia roba su Xibalba.
Xibalba è l’inferno dei Maya, con le sue sei stanze (tra cui la Casa dei rasoi), ed è il luogo che i due gemelli Hunahpu e Xbalanque (il tema dei gemelli onnipresente) tentano di espugnare per vendicare il padre morto. Il tutto viene raccontato nel Popol Vuh, l’insieme di miti e leggende del popolo Maya.
Leggenda vuole che Xibalba fosse collocato in Guatemala, ma anche nella Via Lattea, e questo rende l’ubicazione dell’asteroide perfettamente sensata secondo le leggende.
Xibalba sarebbe governata da dodici signori (dodici come gli apostoli ma anche come i membri dello staff della White Valiant).

Morrison chiude le note sul secondo capitolo ribadendo ciò che ho detto prima, ossia che Sofia (saggezza) è un Eone donna che si rivolta contro il Demiurgo e dona la conoscenza agli uomini. Il Demiurgo ha un nome, ossia Sabaoth, Yaldabaoth o Samael, il creatore degli Arconti identificato con lo Yahweh Ebraico (il nome Yahweh si troverà successivamente su una parete, scritto con il sangue di un qualche poveretto a caso), e tutti sanno che Yahweh non è altro che il nome ebraico per il Dio dell’antico testamento (che sarebbe anche quello del Nuovo).

Nel terzo capitolo si fa riferimento all’Architettura Brutalista, corrente artistica nata nel 1950 circa, in cui l’utilità prevale sullo stile, anzi si fa stile, e in cui elementi quali tubature e piloni vengono esibiti piuttosto che coperti. Si fa riferimento a Le Corbusier quale esponente del Brutalismo, ma è un altro il riferimento che mi ha fatto battere forte il cuoricino.
Piranesi, un nostro connazionale vissuto nel ‘700: è stato lui a creare le Carceri d’invenzione, una raccolta di sedici incisioni (e io che ho fatto incisioni per tre anni forse sono particolarmente coinvolto emotivamente) che mostrano strutture impossibili e ciclopiche, labirintiche e oniriche (un po’ come la quasi totalità dei luoghi descritti da Lovecraft nei Miti di Cthulhu). Sembra quasi che Piranesi e Le Corbusier abbiano visto nei loro sogni l’eterna prigione dell’asteroide Xibalba e, grazie a essi, abbiano dato origine alle loro opere fondamentali.

Il dio acefalo di cui parla Morrison è Akephalos, identificato con Seth (che si ricollega al tunnel di Set di cui parla Morrison nelle sue note) o Tiphon/Tifone, di cui ho parlato abbondantemente prima.

C’è un momento in cui Nameless sembra entrare in trance e dice qualcosa del tipo “Barat atkial”. Ho trovato solo diversi siti con vecchie notizie e ritagli di giornale stile New York Herald. Strano.
Larry, Moe e Curly, i tre droni, non sono altro che i tre marmittoni (i tre stooges della comicità dagli anni Venti ai Settanta). Non chiedetemi perché li abbia inseriti.
Anche i riferimenti a Harry Potter (storpiato in Eric Potter) non mi convincono.

La porta a forma di nove di spade ha un suo significato nei Tarocchi. Significa incubi, depressione, problemi psicologici, tutti elementi perfettamente sensati in Nameless.
Non trovo però crudeltà, caratteristica attribuita da Morrison all’arcano.

Tornando agli scritti gnostici ho trovato anche i Barbelognostici, un ramo dei Sethiani (Seth ricorrente, uh uh). Barbelos sarebbe la saggezza, ossia l’Eone Sofia che ha affrontato il Demiurgo per dare la conoscenza agli uomini (e Sofia, come sapete, è anche il nome della coprotagonista di Nameless, come ho già detto).
Vi viene per caso in mente, nella produzione di Morrison, una forza saggia e creatrice con un nome simile a Barbelos? Forse dovreste cercare nella serie The Invisibles.

Quando Nameless si risveglia in ospedale trova, sul mobiletto accanto al letto, un biglietto di auguri di pronta guarigione da parte di “papà”.
Chi è il padre di Nameless? In molti non se lo sono chiesto, tanti non lo hanno capito. I più svegli ci sono arrivati. Di sicuro non ve lo dirò io.

Quarto capitolo e iniziamo con una battuta che mi ha fatto ridere.
«Alleluja.» «Piovono uomini.» Il riferimento alla canzone It’s raining men delle Weather Girls, reinterpretata poi dalla ex Spice girls Geri Halliwell è chiaro. L’ho pure canticchiata mentre la leggevo, ma credo che questo dettaglio c’entri poco con l’articolo.

Morrison parla di un fantomatico sogno dell’astronauta. Mi ha incuriosito al punto da cercare in giro e ho trovato un video in cui un’astronauta britannica raccontava la sua esperienza nello spazio attraverso scene virtuali in movimento. Ve lo consiglio e linko qui.

Una voce chiusa in balloon rettangolare nero dice «viziata schifosa rauch».
Rauch sta per Spirito Santo in ebraico, ma letteralmente sarebbe respiro, soffio vitale, aria.
In pratica la creatura che parla dice una specie di bestemmia. Che carino.
Sulla Teoria umorale ho già detto tutto prima. Bilioso, collerico, flemmatico, sanguigno.

Ora arriva una parte interessante, cioè la sequenza di Sofia dallo psicologo.
A una prima lettura non ci ho fatto caso ma, facendo attenzione alle immagini, agli sfondi soprattutto, ho potuto notare per l’ennesima volta la grandezza visionaria di Grant.
Ci sono solo sei vignette per la seduta psicanalitica. Nella prima è tutto normale, vediamo il classico ufficio di uno psicologo. Nella seconda si nota come se la carta di parati nell’angolo della stanza si scollasse lasciando intravedere una superficie blu acceso. Nella terza vignetta i cerchi sul tappeto sembrano diventare occhi puntati su Sofia, e lo stesso vale per i bottoncini del divanetto su cui è coricata la ragazza. Nella quarta vengono uniti l’elemento degli occhi fissi e della carta da parati mossa per mostrare un altro sfondo. Nella quinta vignetta è il soffitto a cedere strutturalmente lasciando il posto al blu e alle strane facce, probabilmente di stampo Maya. Nell’ultima vignetta la stanza dello psicologo crolla su se stessa, come se fosse solo una quinta teatrale, una finzione. Inquietante.

Di nuovo i Tarocchi, in questo caso gli Amanti, il Mago, il Carro, e la Giustizia. I loro numeri però non corrispondono a quelli reali.
Gli Amanti sono indicati col numero 17 quando in realtà sarebbero l’arcano 6.
Il Carro è indicato col numero 18, quando sarebbe il 7.
Il Mago col 12, quando sarebbe l’1 e la Giustizia col 31 quando sarebbe l’arcano 20.
Come vedete aumenta ogni arcano di 11.
Morrison fa questo per indicare una sorta di Tarocchi oscuri, al rovescio, rifacendosi al concetto di Qlippoth, l’albero sefirotico oscuro sottosopra.
Nelle note Grant dice di aver accostato la carta degli Amanti al dio Babilonese dalla testa di maiale Chozzar, identificato con Choronzon, già nominato più volte.

Nel quinto capitolo, nello studio del medico in cui il dottore conversa con Nameless, vediamo un poster appeso al muro contenente un albero sefirotico fatto di organi umani.

Passando alla lunga sequenza nella Casa dei rasoi si rivedono diversi elementi accennati in precedenza. Dalla storpiatura di Harry Potter in Eric Potter al luogo chiamato Nan Madol, dal dio murena Nan Samwhol al quinto pianeta (Giove o Marduk) collegato alla lotta tra Titani e dei Estranei. Si ritorna a parlare di universo B o antiuniverso gemello oscuro del nostro e della lingua Enochiana, dei due gemelli Hunahpu e Xbalanque di Xibalba, del numero 12 (più uno, nel caso degli Apostoli più Cristo, o dello staff della White Valiant più Paul Darius).
Rivediamo anche Ixaxaar, la Pietra 60 o esacontalito.
Ritroviamo anche lo psicologo di Sofia, nelle vesti di medico di Nameless, e la Dama velata nella sua casa calda.

Ultimo capitolo, il viaggio e la ricerca stanno finendo.
Nella prima tavola si vede un palcoscenico, forse un programma televisivo. Il suo nome è Zed.
Zed (o Djed) è il nome della spina dorsale di Osiride, dio dei morti ucciso da Seth.
L’io incapsulato nella pelle di cui fa cenno Morrison non è scritto da Ram Dass, il cui vero nome è Richard Alpert, ma da Alan Watts.
Ram Dass (servo di Dio) è uno psicologo statunitense che ha condotto studi sull’LSD e sulle sostanze psichedeliche, che nel ’67 si è trasferito in India presso il guru hindu Maharaji. L’India, la meditazione e le droghe sono elementi molto comuni nella produzione di Grant Morrison.

Nel dialogo con la Dama velata Nameless parla ancora in Enochiano, ma la traduzione ci viene data molto prima, quando per la prima volta Nameless interpreta le parole della donna posseduta nella base spaziale.
Anche l’Appeso, il Mondo, la Morte e la Torre hanno dei numeri diversi dagli originali Tarocchi, 23 invece di 12, 32 invece di 21, 24 invece di 13, 27 invece di 16. Solo l’Imperatore non segue questo schema.

A tavola tre Nameless incrocia il dito medio e l’anulare mentre la Dama velata dice che il segno di voor non serve a nulla. Il segno di voor serve a difendersi da incantesimi lanciati ai propri danni, e credo sia un po’ l’antenato del segno delle corna che facciamo in Italia per scongiurare il malocchio.
Il sole nero di cui parla Nameless mentre prova a staccarsi gli occhi riporta a un simbolo esoterico usato dai nazisti, ma di cui ho trovato poco, se non un riferimento a un’altra storia di Morrison, Zenith.
Ps. Leggere “sole nero” mi ha fatto anche molto ridere, ma questa la capiranno in pochi.

Namu amida butsu è un mantra buddista che Nameless ripete mentre gli astronauti posseduti lo tengono fermo, una sorta di preghiera.

Al termine della storia vediamo un sacrificio simile a quello di Marduk per distruggere gli dei estranei. Il mondo è salvo. Una specie di lieto fine suggellato dalle parole della dama velata, ottimiste e stranamente positive visto il tenore della narrazione fino a quel momento.

Nameless è finito, la mia ricerca è finita. È stato un lavoraccio ma qualcuno doveva farlo, e sono soddisfatto perché penso di aver aggiunto qualche tassello per meglio comprendere i vari elementi della storia. Morrison ne ha spiegati alcuni tacendone altri, nelle famose note alla fine del cartonato.

Cosa rimane da questo lungo viaggio?
Morrison in Nameless ha unito miti e leggende di luoghi e tempi lontani, trovando spesso e volentieri un filo conduttore, come se ogni religione avesse una base comune (la prima religione unica da cui derivano tutte le altre, quella Animista secondo alcune teorie).
Ha cercato di ricreare i miti di Cthulhu senza usare Cthulhu (al contrario di Alan Moore che ha scritto probabilmente l’omaggio definitivo al filone principale di Lovecraft con Providence) e in parte pare esserci riuscito.
Se dal punto di vista della documentazione e della tecnica di montaggio e di narrazione non posso che togliermi il cappello, penso ancora che Nameless sia più un manifesto che una storia con un messaggio.
È un manifesto di Grant Morrison, della sua immensa cultura, dei suoi gusti, dei suoi temi ricorrenti e del suo britpop martellante (citazione di un amico).

In Italia non sembra ancora aver attecchito, Nameless, ma in America sembra essere già un piccolo cult, con tanti articoli e recensioni, innumerevoli domande su piattaforme come Reddit e addirittura un paio di brevi composizioni musicali che allego qui sotto.
Spero che questo articolo servirà a spingere qualcuno a fare ulteriori ricerche, a studiare più a fondo ciò che legge, a considerare il fumetto tutt’altro che semplice intrattenimento o lettura da gabinetto. Il fumetto può essere anche quello, ma volete mettere con un prodotto cool e nel frattempo tanto stratificato come Nameless?
Sarete stanchi, ora, con tanta roba in testa e con qualche strumento in più per giudicare questa fatica dello scozzese calvo, che personalmente ringrazio per questo grande fumetto. Vi lascio dunque con queste due brevissime ma interessanti composizioni musicali chiamate Xibalba e Ziron Trian Ipam Ipamis.