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Wolverine e Logan, Storie dall’Universo Marvel

Logan é attualmente al cinema e sta sbancando botteghini e incantando il pubblico: più che un film collegato alla saga dei mutanti cinematografici, la pellicola è un grande tributo, realizzato da James Mangold e Hugh Jackman, al personaggio di Wolverine, che proprio l’attore australiano ha ridefinito dagli inizi degli anni 2000, dandogli ancor più ampia visibilità di quanta ne avesse ottenuta fino ad allora.

Wolverine ha, sin dalla sua creazione, avuto una discreta euforia editoriale, introdotto prima come antagonista di Hulk e poi come membro della Seconda Genesi degli X-Men, diventandone un simbolo, esplodendo in popolarità, diventando parte di un gruppo che tra la metà degli anni ’80 e i ’90 appare come il più grande successo di critica e pubblico del fumetto supereroistico, vivendo le storie che hanno, letteralmente, costruito la reputazione dei mutanti Marvel.

Per un personaggio atipico e fuori dagli schemi come Wolverine era difficile non aspettarsi un ingente ritorno di pubblico, affascinato dal carisma dell’artigliato canadese: da cosa nasce cosa, ciò portò la Casa delle Idee a svilupparne prima una mini serie dedicata al suo ritorno in Giappone, nel 1982, affidata a due leggende dell’industria come Chris Claremont e Frank Miller; ed una seconda, decisamente più estesa, sei anni dopo, ma sempre con Claremont ai testi. Logan inizia dunque a staccarsi e contemporaneamente a vivere in simbiosi con gli X-Men, permettendo agli autori di sbizzarrirsi con un personaggio violento e rozzo, brutale ma profondo, oscuro ma anche figura paterna, e un mentore per tanti giovani mutanti…temi che sono tuttora presenti, appunto, nel film Logan.

Alle soglie dei 45 anni dalla sua creazione, Wolverine ha vissuto anni di rara attività ed esposizione mediatica, attraversando innumerevoli fasi, creative o narrative che siano. Nel grande marasma dell’industria a fumetti è più che normale lasciarsi sfuggire qualche chicca rimasta nascosta o sapientemente custodita dagli Archivi Marvel, pronti per chi vuole avventurarsi nei lati più segreti di questo universo.

Cover di Wolverine: The Jungle Adventure, di Walt Simonson e Mike Mignola.

Un esempio lampante di questo genere di storie è Wolverine: The Jungle Adventure, realizzata da due beniamini del sottoscritto, Walt Simonson ai testi e Mike Mignola ai disegni.

L’anno di uscita di questa storia, il 1990, è un anno decisamente particolare per il personaggio, dato che si trova nella sua piena maturazione: Frank Miller e Chris Claremont ne hanno intrapreso il percorso, ma sarà con Larry Hama, Peter David, ma anche Jim Lee e i fratelli Kubert e ancora Claremont, che Wolverine diventerà centro del mondo mutante, unico nel suo genere e in grado di evidenziarne un lato più action ma non per questo più vuoto; il passato del personaggio verrà sviscerato e i volti di chi ha vissuto un Wolverine mai visto sinora verranno portati alla luce, come Lady Deathstrike, Cyber, il profondo rapporto con Sabretooth… L’evoluzione verso il Logan in spandex giallo-blu sarà costante e inarrestabile. È anche naturale, dunque, che ci sia ancora spazio per divertirsi con un personaggio ancora in grado di raccontare varie storie contemporaneamente.

The Jungle Adventure non ha una collocazione precisa ed esatta nella fitta continuity di Wolverine, bensì è più da considerare come un esercizio di stile e un gioco realizzato con vari elementi dell’Universo Marvel: precipitato nella Terra Selvaggia, una landa fuori dal tempo incastonata tra i ghiacciai dell’Antartico, Logan si ritrova a dover guidare una tribù minacciata di nativi chiamati Popolo del Fuoco, e a esplorare un micro-cosmo che segue solo le leggi della giungla, arrivando fino alla scoperta della vera minaccia, il primo mutante conosciuto al mondo, Apocalisse. Il primo contratto tra questi due elementi accende un violento scontro che costituisce il cuore del fumetto, insieme all’esplorazione del ruolo di Wolverine come leader del Popolo del Fuoco, enfatizzando anche la figura di Logan come creatore di coesione, fiducia e ispirazione alla lotta, alla rivalsa.

Simonson, furbo, piazza gli elementi di una piccola graphic novel ma mantenendosi sul perfetto equilibrio tra l’uomo, l’eroe in solitaria e l’X-Man; Mike Mignola, inoltre, è a uno dei suoi tanti “picchi” di carriera: il creatore di Hellboy è ancora in una fase di transizione tra i suoi primissimi lavori supereroistici e il suo ritrovarsi autore completo. Stilisticamente già perfettamente riconoscibile ma ancora in grado di essere “barocco” nel suo tratto essenziale, ritraendo le espressioni dei volti e impegnandosi nella cura della creazione di una giungla amazzonica senza cuore e violenta quanto il nostro protagonista.

Copertina del #1 di Wolverine: Saudade.

Il caldo e il clima tropicale e torrido sono elementi che, evidentemente, vanno a braccetto con il clima burrascoso e irascibile del “Tappetto” Marvel: parte dell’iniziativa che ha visto la realizzazione di Il Segreto del Vetro di Faraci e Cavazzano, Wolverine: Saudade è una strana e atipica storia che vede Jean-David Morvan e Philippe Buchet cimentarsi con le atmosfere magiche e cinicamente terrene del Brasile contemporaneo e il caratteraccio di Wolverine, inviato da Charles Xavier a investigare sulla nascita di un nuovo, potentissimo mutante.

Uno schema narrativo classico, che ha dato vita a tante storie dell’artigliato, si trasforma quando incontra nuovi elementi, distaccandosi radicalmente dalla tradizione supereroistica statunitense, incontrando la classe e l’eleganza della bande dessinée francese degli autori di “Sillage”. La storia scorre piacevolmente e trova i tempi giusti e i momenti adatti per indugiare sulle ampie vedute delle spiagge brasiliane, sul sole battente e sulle misere condizioni di vita dei meñinos de rua, protagonisti silenziosi della trama, che affollano le vignette di Buchet, estremamente prodigo di dettagli e di metodicità nella sua narrazione fluida e mai monotona.
Il Wolverine del duo francese, anche visivamente, è decisamente diverso dalle interpretazioni tradizionali, quasi più caricaturale e decisamente più espressivo, in grado di trasmettere la rabbia e la furia così come l’incanto e il senso di pace che Logan vive durante un breve momento di tranquillità insieme ai bambini che disperatamente cerca di proteggere.

Copertina del #11 di Savage Wolverine (USA).

Il tema di Wolverine e della sua ingombrante e istintiva figura paterna è il cuore di questo mio excursus nell’Universo Marvel e non è un caso che molti autori abbiano giocato con questo elemento del personaggio, ogni volta modificando i particolari per diversificare la storia che volevano raccontare e creare qualcosa di unico.

Jock, artista veterano con anni di esperienza sulle fantascientifiche sponde britanniche della rivista 2000AD, ha compiuto il passaggio ad autore completo proprio con Wolverine, scrivendo e disegnando, nel 2013, un piccolo arco narrativo di tre numeri dell’antologica Savage Wolverine, in Italia su “Wolverine” #291 / #293 edito da Panini Comics Italia.

Lontano dalle ambientazioni canoniche delle avventure di Logan, l’autore abbandona ogni istinto urbano e moderno per dedicarsi a una storia sci-fi, che dalla prima pagine parte direttamente in quarta e vede il protagonista sopravvivere miracolosamente al rientro in atmosfera su un arido e desolato, inospitale pianeta alieno. Il mutante canadese sopravvive lottando, con gli artigli e con i denti, alle voraci forme di vita extraterrestri, incontrando infine un misterioso bambino inviato sulle sue tracce da un gruppo para-militare; dopo un primo scontro tra i due, Wolverine e Kouen, questo il nome che Logan sceglie per lui, si coalizzano contro i loro aguzzini fino alla rivelazione finale.
La trama è semplicissima e spiega veramente poco, lanciandoci in medias res e decidendo di giocare tutto su quello che balza all’occhio del lettore, che viene facilmente scombussolato dai colori alieni di Lee Loughridge, dallo stilizzato Logan disegnato da Jock, dai dialoghi incisivi, brevi ma concreti tra i due protagonisti e dalle sequenze action nell’assenza di gravità spaziale.

L’occhio viene appagato mentre guardiamo il Wolverine più malinconico di sempre osservare una nuova vita irrimediabilmente macchiata dalla sua eredità, senza tirarsi indietro dallo sguainare gli artigli quando si trova di fronte a oscure e futuristiche reminiscenze del progetto Arma X. Sostanzialmente, Jock realizza un divertissemént che unisce, in una sola trama, due tipologie di storie e di lettori non sempre facilmente conciliabili, riuscendo a incuriosire e intrigare il lettore con questo Wolverine “extra-terrestre””.

Wolverine di Esad Ribic.

Copertina di “Wolverine” #2 (USA).

Tra il 2000 e il 2003, gli anni di uscita dei primi due film dedicati agli X-Men, i mutanti Marvel vivono un periodo creativo decisamente florido: il lato colorato e supereroistico sembra lasciare il posto a storie con i piedi piantati per terra e anche per Wolverine c’è bisogno di aria fresca. La prima serie originale termina al #189 per ricominciare con un nuovo #1 nell’estate del 2003, staccandosi completamente dal luccicante costume dell’X-Man, dando al lettore soltanto “Logan”.

Greg Rucka e Darick Robertson debuttano sulla nuova serie statunitense con La Fratellanza, una bellissima storia brutale che sembra non trovare posto nel canone classico Marvel. È un fumetto spietato che racconta di un Logan spesso sanguinante e amareggiato, che cerca di tenere lontano, in ogni modo, la sua vicina di casa Lucy, diciassettenne in disperata fuga dal suo deprimente passato.
Ancora una volta, il nostro protagonista diventa rifugio delle speranze di ragazzi e ragazze al limite, forse in cerca di chi può dare, al posto loro, un taglio netto (d’artigli) al passato; Rucka, romanziere esperto, fa abile utilizzo delle atmosfere da noir moderno prese dal cuore più disagiato d’America, quello del culto maschilista, violento e amante delle armi automatiche, visto dall’occhio di chi, come Logan, ha vissuto troppe guerre per sopportarne ancora.

Gli intenti sono buoni, ma il mezzo con cui raggiungerli è l’unico che Wolverine conosce, l’omicidio, l’efferata voglia di sguainare l’adamantio e giustiziare chi è in grado di portare unicamente altro male in un mondo già nero, perfettamente illustrato dalle matite pesantissime di Darick Robertson, che non indugia un secondo nel mostrare il lato più spaventoso e cupo di Logan, un lato che egli stesso metterà in dubbio in un momento di pausa dagli eventi, durante una discussione con Nightcrawler, l’unico elemento vagamente supereroistico di queste pagine.

Eppure, nonostante la massiccia presenza di vigilanti e di ricerca dell’estremo a tutti i costi di quel periodo a fumetti, Wolverine è rimasto unico, capace di mostrare sensazionale cattiveria e orrore verso le sue azioni ed estrema capacità di comprensione verso le anime più fragili che, quasi naturalmente, gli vengono incontro. La promessa e il naturale istinto di protezione nasce dalla consapevolezza di potersi spingere oltre, dal fatto di avere la possibilità di passare alcuni limiti che lui, e solo lui, preferirebbe oltrepassare, facendosi carico di gesti estremi, piantando gli artigli nella carne, ritraendoli nel suo corpo ogni volta, con un po’ di dolore in più da sopportare.

Lupin III Live Action Movie…

Ebbene sì, ci sono andato.

Peraltro senza sapere cosa aspettarmi, senza aver letto recensioni né italiane, né straniere, senza sapere altro che è “il primo film su Lupin approvato da Monkey Punch“.LUPIN-III-poster-limited-edition

Beh, in effetti c’è molto del cartone animato, non solo perché i doppiatori italiani sono gli stessi, non solo perché Lupin indossa i tipici pantaloni e le scarpe con le punte verso l’alto, e cammina con le ginocchia flesse e l’apertura dei piedi esageratamente “a papera”.

Ci sono le espressioni dei personaggi, la sigaretta di Jigen e la katana di Goemon che si chiude con uno scatto, la Fiat 500 gialla (con la targa “storica” e il marchio FIAT rosso ben riconoscibile, però modello nuovo) dal cui tettuccio volano via le banconote e che non si ammacca mai, neppure quando si prende a sportellate con l’Hammer dei cattivi.

C’è Fujiko che se ne va con il bottino, mentre Jigen apostrofa Lupin con un “te l’avevo detto”, per poi finire inseguiti dalle immarcescibili macchine bianche e nere, con Zazà che urla dal megafono.

C’è la spada di Goemon che taglia la porta di acciaio spessa un metro, ferma centinaia di pallottole; c’è Jigen che si salva con due proiettili contro il cattivo di turno dotato di mitraglietta.

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Non mancano alcune chicche: dal cameo del maestro Monkey Punch, in aereo accanto a Goemon, alla citazione della scena iniziale de Il Castello di Cagliostro, con Lupin e Jigen che fuggono (anche se qui affrontano dei cattivi armati fino ai denti) saltando di gran carriera gli ostacoli per infilarsi nella 500 gialla dal tettuccio.

E a volte c’è anche troppo: i cattivi grossi e stupidi (con corredo di bad girls), il supercattivo ladro a sua volta, ma ben poco gentiluomo; i “collaboratori esterni” che rimangono poco più che macchiette.

D’altra parte qualcosa manca…

Le misure di Fujiko (bellissima Meisa Kuroki, ma purtroppo di giapponesi di carne ed ossa paragonabili alla maggiorata più maggiorata dei cartoni non ce ne sono), la mascella quadrata di Zenigata (secondo me il personaggio meno riuscito insieme a Goemon).

Mi ci è voluto un po’ ad abituarmi a Lupin (e a Jigen) con gli occhi a mandorla, (e con i buchi per gli orecchini nei lobi delle orecchie :/ ) ma piano piano l’interpretazione si è fatta più convincente e ironica. Inizialmente infatti Lupin era “troppo serio”. L’inizio in stile un po’ Mission Impossible ha creato una tensione eccessiva, per il nostro ladro preferito, culminata nella morte del “padre putativo” di Lupin, violenta al punto da lasciare quasi di stucco… “ma come, non è Lupin?!”. D’altra parte nella prima parte il nostro ladro gentiluomo è alle prime armi, e la storia è ancora indefinita…

Poi piano piano la compagnia si stabilizza e il film si scioglie, mantenendo comunque dei passaggi (anzi, quasi dei salti) di registro non sempre lineari, a volte forzati, al punto da sembrare voluti. Infatti nel film convivono molte anime (spesso sottolineate da citazioni): da alcuni passaggi quasi onirici tipici dei film orientali (la scena di Goemon nel bosco di bambù mi ha ricordato un po’ La foresta dei pugnali volanti) alle scene di combattimento a mani nude e con inquadrature iper-ravvicinate. Dalle esplosioni in stile Chuck Norris, ai momenti drammatici della relazione tra Lupin e il suo antagonista Michael Lee. Dal cattivo “tagliato in due” in stile quasi Hokuto, alla tipica atmosfera scanzonata dei cartoni del nostro eroe, con Zenigata sempre tra il serio e il faceto.

Anche nella parte tecnica il film sembra “discontinuo”. Negli effetti speciali, nel ritmo, nella musica. È come se a tratti ci si concentrasse solo su un aspetto, quasi assolutizzandolo e perdendo di vista il contesto in cui ci si muove.

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Per chi segue i lungometraggi animati del ladro gentiluomo, il film per molti versi è sembrato continuare la falsariga degli special: nella caratterizzazione del “cattivo” di turno, super-ricco e quindi super-avido; nel carattere storico dell’oggetto del contendere; nelle caratteristiche di trama e realizzazione non sempre convincenti.

Non sarà un film che passerà alla storia del cinema, ma agli appassionati non dispiacerà. La caratterizzazione dei personaggi è riuscita, la storia e altri aspetti lo sono a tratti. Forse un po’ diluito, 2 ore e 13 minuti sono tanti (troppi?), e, anche per quanto detto sopra, non riesce a tenere. Però in questo modo si ritrovano tutti gli aspetti che un amante del ladro gentiluomo si aspetta. Ecco, per chi non conosce bene il personaggio, in alcuni punti il film risulterà poco convincente, ma l’appassionato (malato?) ci troverà tante citazioni e ritroverà, almeno in buona parte, i personaggi che è abituato a conoscere, cosa non sempre frequente in operazioni come questa.