Mitsuru Adachi

Mitsuru Adachi Chronicle: Arcobaleno di spezie

Copertina italiana di Arcobaleno di Spezie 1

Copertina italiana di Arcobaleno di Spezie 1

La Cronaca di Mitsuru Adachi stavolta si allontana dalle ambientazioni sportive per presentarvi il titolo più originale e variegato della produzione del Nostro: Arcobaleno di Spezie (Niji-iro tougarashi), edito in Italia dalla Flashbook nel 2010 (in Giappone nel 1990). La storia è tra le più complesse ideate dal nostro autore preferito, mescola infatti ricostruzione storica, fantascienza, love comedy e addirittura crime fiction, tutto unito dal suo stile inconfondibile e dalla sua voglia di divertire.

Futuro, pianeta Sconosciuto, con nessun contatto con la Terra, una città che sembra somigliare, ma è solo un’impressione, alla Tokyo di secoli fa: qui si avvia il giovane Shichimi (15 anni) con la precisa indicazione di rintracciare Casa Karakuri e mostrare una noce con su scritto il numero 4: sono le ultime volontà della madre appena morta, che non gli ha mai voluto rivelare l’identità di suo padre. Il giovane trovato l’edificio scopre che è già abitato da cinque giovani fratellastri: Goma (22 anni), attore di Rakugo, Keshi (18 anni) monaco buddista, Natane (13 anni)l’ unica ragazza, Chinpi (10 anni) precocissimo inventore e Sansho (3 anni) ancora più precoce ninja. Il responsabile, il signor Hikoroku, gli spiega che sono anche suoi fratelli, compreso un altro in viaggio, il pittore e spadaccino Asajiro (20 anni) e che tutti hanno madri diverse, ma lo stesso, libertino, misterioso, padre.

Ecco, più o meno, tutti i personaggi che si incrociano nella serie...

Ecco, più o meno, tutti i personaggi che si incrociano nella serie…

Da qui inizia dunque la storia dei sette fratelli, tanto diversi ma uniti come i colori dell’arcobaleno, che si mescolerà a quella del temibile ronin Furon, dello Shogun e del suo pericoloso fratello, di due stranieri arrivati misteriosamente su quello che sembra un UFO, della figlia dello shogun Koto, del suo cugino bandito, dei clan ninja Kaga e Fuma e di un giovane cowboy di nome Billy. Quando i fratelli si metteranno in viaggio per visitare le tombe delle loro rispettive madri scopriranno che sulla loro testa c’è una taglia di ben 500 ryo, che qualcuno li vuole morti ma non sanno perché e che tra loro uno non è figlio dello stesso padre, ma tutto si chiarirà per il meglio nel volume finale, il numero 11. Tra divertimento, risate e commozione assicurati.

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Al di sotto dello strato goliardico e sentimentale, che ormai sappiamo essere la firma immancabile di Adachi, quest’opera nasconde molto di più, anche oltre i rimandi ai nomi dei personaggi. Titolo e nominativi infatti, si riferiscono tutti alle spezie tipiche del Giappone: il protagonista Shichimi è il peperoncino, Goma il sesamo, Asa(jiro) è la canapa, Keshi i semi di papavero, Natane la colza, Chinpi la scorza di limone e Sansho il pepe di Sichuan. Insieme danno sapore, il sapore caratteristico dell’Oriente: infatti quest’opera è un omaggio al Paese del Sol Levante, una celebrazione di quello che era e che è, delle sue caratteristiche peculiari che lo rendono unico nel mondo.

Osservando infatti le abilità dei fratelli si può notare come ognuno ne rappresenti un aspetto: il teatro, quindi la spettacolarità (ma ricordiamo che il Giappone ha diverse forme teatrali del tutto originali e fondamentali per la cultura e la società); l’arte, sia quella figurativa ma anche quella della spada (caratteristica questa che accomuna quasi tutti i fratelli), che rimanda alla figura prettamente nipponica del samurai e delle sue scelte etiche, che hanno fondato la civiltà della nazione (e a Musashi Miyamoto, figura iconica per eccellenza); la religiosità, la spiritualità dei monaci e dei bonzi; l’ingegnosità della mente, la capacità di creare opere tecnologiche e ingegneristiche; la destrezza fisica, nella figura storica e epica dei ninja; e infine anche l’immagine femminile, che è da una parte una Yamato Nadeshiko (donna ideale e femminile, materna) dall’altra pronta a sguainare la spada per difendere chi ama. Non stupisce peraltro scoprire (nel primo volume, quindi non è spoiler) che lo sfuggente genitore altri non è che lo Shogun, il “padre” della patria stessa, che dovrebbe racchiuderne tutti i pregi.

Sette, numero fortunato...

Sette, numero fortunato…

...ambientazione futuristica (...) di un mondo incontaminato...

…ambientazione futuristica (…) di un mondo incontaminato…

 

 

Ma oltre ad essere un canto d’amore alla propria terra d’origine, questo manga è anche un canto d’amore alla Natura e alla Madre Terra: i due stranieri venuti da un altro pianeta portano in questo universo pacifico e incontaminato le armi, le fabbriche, l’aggressività guerrafondaia («è inutile mettere bocca con indagini storiche», N.d.Adachi) e la loro crudele volontà di distruggere e inquinare, ma tutto poi si arena e si addolcisce quando nasce un bambino: l’innocenza che distrugge l’odio, e almeno questa Edo del Futuro/passato potrà restare pulita, senza elettricità e comodità, ma piena di gioia e serenità. E per una volta, davvero, vivranno tutti felici e contenti.

Mitsuru Adachi Chronicle: Mix

C’è un film del 1988, che è diventato una specie di cult di serie B, che parla del baseball e della sua filosofia, come se fosse una religione: Bull Durham di Ron Shelton, oltre a aver fatto conoscere e innamorare Susan Sarandon e Tim Robbins, e ad avere una pregevole colonna sonora, offre dei punti di vista su questo gioco diversi dal solito. Prima di tutto mostra come non sia una passione solo maschile, ma che anche le donne possono diventarne competenti; secondo mette in primo piano un ruolo che non è stato mai celebrato abbastanza: quello del ricevitore. Ed è a questi aspetti e a questo film che ho pensato quando ho letto l’ultima serializzazione del nostro Mitsuru Adachi, il titolo ancora in corso di pubblicazione per Star Comics, attualmente al volume 6: Mix.

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Ben altri avrebbero dovuto essere i miei pensieri, perché quest’opera è stata presentata, e pensata, come un seguito, o meglio un omaggio, a Touch, di cui abbiamo parlato qui! La storia è infatti ambientata all’Istituto Meisei, la cui squadra di baseball vinse nel lontano 1986 il campionato del Koshien grazie all’asso Tatsuya Uesugi. Protagonisti sono ancora due fratelli, Soichiro e Toma Tachibana, nati lo stesso giorno, dello stesso anno, a distanza di dieci minuti, ma che non sono gemelli! Infatti il padre di Toma ha sposato in seconde nozze la madre di So e di Otomi, sua sorella minore, creando così una nuova famiglia (mescolata: da cui il titolo). Se già iniziate a cogliere la classica ironia, marchio inconfondibile del Nostro, possiamo aggiungere che i due hanno scelto la scuola Meisei non certo per i suoi gloriosi trascorsi nel baseball, che anzi sono in diverse occasioni motivo di dileggio, ma solo e soltanto perché è praticamente davanti casa Tachibana, a un minuto di cammino! Toma e So formano una batteria, cioè il lanciatore e il suo ricevitore, ma al momento in cui il racconto inizia, cioè quando i due ragazzi hanno tredici anni e Otomi dodici, Toma è relegato al ruolo di terza base, senza possibilità di poter lanciare, perché l’attuale asso è il figlio di un facoltoso finanziatore della scuola. Più tardi si chiarirà che le cose non sono come appaiono agli occhi dei due adolescenti arroganti, e con una ellissi spericolata la narrazione fa grandi balzi in avanti fino all’ingresso al Liceo dei due fratelli, e il loro debutto in squadra come temibile team.

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Nishimura padre (sotto) e figlio (sopra): della serie crescendo c’è speranza…

Al di là di questi elementi legati allo sport e alla difficoltà di farsi valere, i collegamenti tra Mix e Touch risiedono nell’ambientazione nello stesso club, nella presenza di un cagnolino stupido che un sogno rivelatore indurrà Otomi a chiamare Panchi, i riferimenti alla mitica vittoria la Koshien e l’apparizione del vecchio avversario/amico di Tacchan, Nishimura, che è diventato allenatore e ha un figlio, asso, identico a lui.

Nessun altro filo collega le due storie; qui è il rapporto tra le due famiglie, che ora sono una, il fulcro emotivo del racconto, e il delicato rapporto tra i due fratelli, che da solidale può trasformarsi in qualcosa di opposto.  La fragilità si percepisce con l’arrivo della figlia del nuovo allenatore del Meisei, Haruka, di cui Soichiro si innamora, ma che mostra presto di preferire Toma. Pian piano si verrà a comprendere inoltre che il padre naturale di Soichiro era un lanciatore di grande talento, e che anche il ragazzo ha tutte le potenzialità per diventare un campione, ma che ci ha rinunciato per esaltare quelle di Toma.

Le differenze tra i due titoli diventano sempre più evidenti andando avanti nella lettura, ma un altro indice di questa distanza è anche nel disegno: mentre Toma ha le classiche linee dei protagonisti di Adachi, occhi tondi, capelli con la frangia e spettinati, Soichiro ha i tratti che sono riservati da sempre agli antagonisti: occhi più affilati e a mandorla, capelli lunghi e, novità tra i protagonisti del Nostro, è un donnaiolo, con un’agenda fitta di appuntamenti e disponibile con tutte, almeno fino a quando non compare Haruka sulla scena, talento della ginnastica ritmica (come Minami) ma espertissima di baseball e asso nella manica del padre allenatore, che la usa come osservatrice delle squadre avversarie.

Haruka Oyama, figlia del coach ubriacone del Meisei: Toma è il suo primo amore, dall'età di tre anni.

Haruka Oyama, figlia del coach ubriacone del Meisei: Toma è il suo primo amore, dall’età di tre anni.

Visto che stiamo parlando del disegno rispondiamo ad una critica che spesso si rivolge ad Adachi, cioè che i personaggi siano realizzati in fotocopia, tutti identici. È vero che il Nostro ha un tratto estremamente riconoscibile, che non differenzia troppo i suoi personaggi, ma si può notare anche una evoluzione del segno, che da marcato è diventato sempre più leggero e libero, soprattutto in quest’ultima opera. La riconoscibilità dimostra semplicemente una profonda coerenza, una volontà di mantenersi fedele al proprio stile, senza cedere alle mode del momento o alle richieste del pubblico. Il che è ammirevole.

Otomi Tachibana con il cucciolo di Panchi: il nome glielo suggerisce in sogno un losco figuro (l'autore)

Otomi Tachibana con il cucciolo di Panchi: il nome glielo suggerisce in sogno un losco figuro (l’autore)

Se la stella di una squadra vincente è il lanciatore, se è lui quello che brilla sotto i riflettori, è anche vero che ogni pitcher ha bisogno di un grande ricevitore: è il catcher il cervello del gioco, colui che studia le strategie avversarie e suggerisce al lanciatore come annullarle. Bisogna che tra i due componenti della batteria ci sia una grande fiducia, una forte affinità, e, attraverso loro, la fidanza deve trasmettersi al resto della squadra. Il collegamento con l’idea del film diventa qui evidente: il baseball è una questione di fede, come una religione. Fede nei compagni, nel fatto che se si mantiene l’equilibrio la palla arriverà al centro, fede nei segnali del ricevitore, anche se vorresti sparare una fast a 200 km/h. La fiducia è comunque qualcosa che si deve guadagnare e mantenere, che ha bisogno di essere curata, e che l’amore per la stessa ragazza potrebbe incrinare…

 

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I due fratelli Tachibana che giocano a fare “l’asso” davanti all’ingresso della scuola Meisei

Mitsuru Adachi Chronicle: H2

Copertina originale giapponese del n. 1 di H2, che io possiedo, sempre dono dal Giappone...

Copertina originale giapponese del n. 1 di H2, che io possiedo, sempre dono dal Giappone…

In questa avventura che abbiamo intrapreso, di ricordare e raccontare tutti i titoli del grande Adachi pubblicate in Italia (che ha il suo stoicismo, lo dovete riconoscere) non ci siamo dati una regola da seguire, di tipo cronologico o altro, quindi spontaneamente le prime opere che mi hanno spinto a scrivere di loro sono quelle che parlano di baseball. Adachi è facilmente identificabile con questo sport, che probabilmente prima di Touch era praticamente sconosciuto a grandi e bambini: ho un amico che ne è fan per via dell’autore, ma non ha mai capito neanche una regola; io invece ho capito quasi tutto solo leggendo questi fumetti, tanto che la domenica ai tempi dell’Università me ne andavo a vedere le partite della squadra locale e commentavo con gli altri sparuti e sconosciuti spettatori. Motivo: sempre Adachi. Ma! Ma non è affatto vero che ha disegnato SOLO di baseball! La cronologia delle opere mostra una discreta varietà di generi, e se continuerete a seguire questa Cronaca vi accorgerete che ce n’è da dire, ma intanto vi racconto di H2, altro famosissimo manga incentrato sul… baseball. Ecco. (Spoiler: anche nella prossima Cronaca ci sarà il baseball, indovinate con quale opera?)

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Partiamo dal titolo: era il 1992 e a quei tempi in Giappone iniziavano ad andar di moda i titoli sibillini formati da giochi di parole e formulati come simboli pseudo-chimici, perché di poco successivi furono I’ll (in Italia Generation basket, di Hiroyuki Asada, che stranamente parla di basket) e I”s di Masakazu Katsura. Nel nostro caso la dicitura H2 si riferisce direttamente ai protagonisti della storia stessa, i cui nomi iniziano tutti con l’H. Hiro e Hideo (entrambi i nomi possono essere tradotti come “eroe”, dall’assonanza con l’inglese il primo, per il suo siginificato di “uomo meraviglioso” il secondo) sono grandi amici alle scuole medie, entrambi giocatori nella squadra di baseball, entrambi innamorati dell’amica Hikari (“splendente, radiosa”). Ma un referto medico determina la fine della carriera di lanciatore per Hiro, che decide così di iscriversi a un liceo diverso dove non esiste il club di baseball, lasciando Hideo alla sua folgorante ascesa sportiva e alle sue possibilità sentimentali con Hikari… Da parte sua però Hiro al liceo Senkawa conosce la vivace e sbadata Haruka (il nome è collegato alla primavera, quindi anche lei “radiosa”) che sta cercando di creare un vero club di baseball e che si innamora di lui. Lottando per riuscire a formare una squadra, per potersi scontrare con l’amico/avversario, per arrivare finalmente al Koshien, per guadagnare l’amore della ragazza dei sogni, lottando, dicevamo, questi quattro ragazzi crescono e affrontano gli aspetti belli e brutti della vita; ma comunque si incastrino avremo sempre una coppia di H, Hiro e Hideo, Hikari e Haruka, oppure Hiro e Haruka, Hideo e Hikari… insomma, ci saranno sempre coppie di H alla seconda.

Quest’opera è la più lunga, ben 34 volumi, della carriera di Adachi, e sicuramente la più ambiziosa. La sensazione è quella di voler sfruttare il successo creato da Touch, recuperare il filo conduttore del baseball per impastare un’altra storia che sia alla sua altezza, ma diversa. Come si può intuire si sta parlando di un gioco pericoloso: usare gli stessi elementi per creare qualcosa di nuovo e altrettanto gustoso, che non faccia rimpiangere ai fan i personaggi che hanno amato, ma che neanche li faccia lamentare della ripetitività. Sembra la classica tattica di una casa editrice che vuole assicurarsi il successo. Beh, non sappiamo se è andata davvero così, questo è un sospetto, lecito, ma quel che è importante è capire se il risultato è stato quello sperato: H2 ha avuto successo, sì, è stato adattato in serie tv e anche in live action, ma i fan si sono separati di fronte all’opportunità di dichiarare il proprio amore o meno. H2 non è Touch, e nonostante l’accusa (diffusissima) che i disegni del Maestro siano tutti uguali (e torneremo su questo in futuro) Hiro non è Tacchan, Hikari non è Minami e così via. Sono personaggi diversi con sentimenti e emozioni diverse, con problemi e preoccupazioni diverse, e questo in maniera assolutamente voluta e cercata.

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Abbiamo nominato Hiro paragonandolo a Tacchan, perché, stringendo, è lui il vero protagonista della storia, nonostante le altre tre H. Infatti Hiro è molto più l’eroe di cui parla il suo nome di tutti gli altri: nonostante non ci siano mai picchi di dramma in questa opera, Hiro è un personaggio molto sofferente. Prima rinuncia alla sua passione per il baseball per colpa di un medico cialtrone (le rocambolesche situazioni tipiche di Adachi, che trasformano il Deus ex machina in una parodia spassosissima, sempre) e con lei dice addio anche alla sua competizione con l’amico di sempre: competizione aperta su due fronti, essere il migliore in campo ed essere un fidanzato degno di Hikari (abbiamo già detto della lotta per GUADAGNARE la felicità, tema tipico di Adachi); poi deve affrontare diversi problemi per poter finalmente ritornare sul diamante con una squadra nuova; una volta ricreata la sfida vorrebbe rimettere in gioco anche le sua chance con Hikari, ma c’è Haruka che lo ama e che si affida a lui; infine Hiro capisce che può ottenere qualcosa, ma non tutto, c’è un aspetto a cui deve rinunciare, o l’amicizia, o l’amore o la vittoria sul campo. Gli eroi sanno che per avere tutto bisogna rinunciare a qualcosa, non volontariamente magari, ma il destino sceglierà per loro: Achille per poter sconfiggere Ettore deve veder morire l’amico Patroclo; Ulisse per tornare a casa deve vagare venti anni e perdere tutti i compagni; Enea perde la famiglia e l’amore di Didone… (e potrei andare avanti molto a lungo.) Anche Hiro dovrà tirarsi indietro su uno almeno di questi obiettivi, così che l’ultimo numero di H2 è forse il più amaro e meno allegro di tutta l’opera di Adachi. Una storia adulta, che per quanto incentrata su ragazzi adolescenti, rappresenta meglio di tante il trauma della crescita e la conquista della maturità.

Parlando di regia emozionale delle vignette...

Parlando di regia emozionale delle vignette…

Per questo lo abbiamo definito ambizioso: forse il meno spontaneo tra i titoli del Nostro, ma memorabile, di qualità eccelsa, anche nell’aspetto grafico e della “regia”, come abbiamo già detto. Il dettaglio dei disegni, i passaggi di scena, con quei fuori inquadratura poetici, che danno il tempo al lettore di riflettere su quello che sta succedendo, nella trama e nell’animo dei protagonisti (e che verranno così proficuamente rielaborati dallo Studio Gainax) in quest’opera sono ai massimi livelli.

Aneddoto personale: quando nel 2001 la Star Comics iniziò la serializzazione in Italia io ero in fase di scrittura tesi, credetemi sulla parola uno dei periodi più stressanti della mia vita (per colpa del mio Relatore, diamogliene tutto il merito) e aspettare l’uscita mensile di questo piccolo gioiello era l’unico svago che mi concedevo: la cura tecnica della narrazione delle sue vignette mi permetteva di uscire dal mio mondo per almeno un’ora e non sono stati sporadici i sogni con le inquadrature alla Adachi nelle mie notti. So bene che questo non è una qualifica obiettiva per dimostrare quanto è bella quest’opera, ma non è qualcosa che posso dire di altre storie e di altri autori.

 

 

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Mitsuru Adachi Chronicle: Nine

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Per le Cronache relative ad uno dei più grandi autori giapponesi, Mitsuru Adachi, e stavolta facciamo un passo indietro per ritrovare uno dei titoli più lontani nel tempo, del 1978 per la precisione, la sua prima opera come autore completo, alla sceneggiatura e al disegno: Nine.

Come abbiamo già accennato nell’articolo precedente, è il primo soggetto che vede ruotare i personaggi intorno al club sportivo di Baseball della scuola… il protagonista, Katsuya Niimi, il suo amico Karasawa conoscono la bellissima manager del club dell’Istituto Seishi, Yuki: lei è molto triste perché la squadra allenata dal padre continua a perdere e verrà sciolta se non raggiungerà buoni risultati. I ragazzi, già conquistati dalle lacrime della fanciulla decidono di iscriversi al club immediatamente, anche se vengono dall’atletica e dal judo. Piano piano altri compagni, legati gli uni agli altri da sentimenti di varia natura entreranno nella squadra, fino al numero di nove (da cui il titolo) e inizieranno a sfidare loro stessi e i temibili team delle altre scuole per realizzare il sogno del Koshien. Non importa come andrà a finire, l’importante è lottare per raggiungere quanto si desidera e per il sorriso della ragazza che si ama…

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«Un dramma messo in scena senza una trama ben definita… Questo è baseball!», cito dalla quarta di copertina del volume 5, quello che conclude la storia anche nell’edizione Flashbook, portata in Italia nel 2014, ed è una frase che si adatta un po’ anche a questo manga, che una trama definita ce l’ha, ma rivela anche la giovinezza del suo autore. Caratteristica evidente anche nel disegno che, mantenendo il segno distintivo della mano di Adachi, risente di opere precedenti del genere, come La stella dei Giants del 1968, quindi con tratti più spessi, linee semplificate e volumi più “drammatici”.

E uso questo aggettivo volutamente, perché l’opera presenta in generale molte meno situazioni ilari o di comic relief rispetto a quelle che verranno dopo, il tono è più malinconico e serio, l’azione è molto più densa, probabilmente per obbedire al gradimento del tempo che separava i manga in titoli più direttamente comici e spassosi, da storie più impegnate e sentimentali.

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Ritroviamo comunque elementi che dichiarano la paternità del Nostro: la storia corale, la lotta per realizzare il sogno collettivo ma anche quello personale dell’amore, il rispetto dell’avversario, la morale dell’uno e della squadra che diventano una cosa sola. E per la prima volta sentiamo parlare del Koshien, il mitico stadio di baseball di Nishinomiya dove si disputano le gare finali del Campionato liceale di Baseball, che tante e tante volte apparirà nelle sue opere.

Ci vien da pensare che Adachi, una volta impostosi nel panorama fumettistico nazionale si sia sentito più libero di sviluppare uno stile proprio, che unisce situazioni impegnate a toni più leggeri e umoristici: che è poi la cifra che caratterizza i suoi fumetti seguenti… Di cui torneremo a parlare al più presto.

PS: Sotto potete vedere (con il mio riflesso stile the Ring sopra) una VERA foglia staccata dal muro esterno del Koshien ricoperto di edera, gentilmente donatami da un amico dopo il suo primo viaggio in Giappone (Grazie Roberto!)

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Mitsuru Adachi Chronicle: Touch (Prendi il mondo e vai)

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Per la grande maggioranza di lettori di manga che hanno superato i trenta, dire Adachi vuol dire Touch: la sua opera più famosa, più ricordata, più amata. Pubblicata per la prima volta su Weekly Shonen Jump nel 1981, fu trasposta in anime e trasmessa in Italia nel 1988 con il titolo Prendi il mondo e vai (e a questo nome a me parte la sigla in testa…).

Trama: ci sono tre bambini che crescono insieme come vicini di casa e fratelli, due sono gemelli, Kazuya e Tatsuya, detti Kacchan e Tacchan (in Italia Kim e Tom … ehm), l’altra è la bambina della casa a fianco, Minami. Minami e Kacchan sembrano fatti l’uno per l’altra: lei è una ragazza brava in tutto, bella, simpatica, aiuta il padre vedovo nel locale che gestisce; lui è tra i primi studenti della scuola Meisei e un asso nel baseball, con un futuro luminoso davanti. Tacchan è la pecora nera: legge fumetti invece di studiare, è sempre in ritardo, non c’è nulla in cui sia primo. Gemelli così simili fisicamente eppure così diversi. Su una cosa vanno però perfettamente d’accordo: sono innamorati entrambi di Minami, anche se Tacchan sa bene che deve farsi da parte, perché non sarà mai lui il prescelto… Ma l’amica si comporta in modo ambiguo, fa cose (tipo baciarlo nel suo letto) che lo confondono… Potrebbe mai lui competere contro suo fratello Mr Perfezione? Il destino si frappone e rende impossibile uno scontro leale e diretto, perché un giorno Kacchan ha un incidente e muore. Da quel momento Tacchan decide di sostituirlo e prendere su di sé il peso delle sfide interrotte dalla sorte, ricopre il suo ruolo di lanciatore diventando un asso e portando la squadra del Meisei al Koshien, perché è solo così, dimostrando di essere bravo quanto lui, che si sentirà degno dell’amore di Minami.

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Scommetto che tanti a sentire questi nomi hanno avuto un flashback di ricordi: nonostante l’adattamento figlio dei suoi anni, il cartone di Touch ha colpito il cuore e la fantasia dei tanti che lo seguivano, così come ha fatto il fumetto in terra d’origine. La storia ha avuto due speciali animati che raccontano la storia dei protagonisti dopo la scuola, arrivati anche da noi (…ma non indimenticabili ad essere sinceri. L’adattamento italiano ha contribuito a renderli poco gradevoli purtroppo: ricordo perfettamente la domanda rivolta a “Tom”: – Non ti piace più il Basketball? – Il BASKETBALL?), poi, inediti, tre film per il cinema, un tv drama e un adattamento in live action del 2005, che dimostra che l’amore per questa storia non muore con il tempo.

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Perché l’abbiamo amata tanto? Perché è una storia completa. Adachi è stato bravissimo a prendere una trama ricca di elementi coinvolgenti e a corredarla di tutto: con Touch si ride e si piange, ci si arrabbia, si lotta, si spera, si sogna insieme ai personaggi. Che sono tanti, come sempre per le trame di questo autore, e rendono corale e amplificato ogni passaggio dell’intreccio. La vita dei ragazzi giapponesi è molto, molto competitiva: a scuola a fine trimestre si fa una graduatoria con i risultati degli esami; i club sportivi non sono solo un passatempo, ci sono i titoli interscolastici da guadagnare; ai festival scolastici ogni classe deve inventare un’attività creativa per invogliare i visitatori e alla fine sarà votata la migliore; c’è addirittura il concorso Miss e Mister liceo! La giornata è quasi tutta trascorsa tra le mura e le strutture scolastiche: sono gli amici quelli che assistono alla vita degli altri, alle loro conquiste e ai loro drammi, non i genitori.

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Tacchan è il classico sfigato in questo panorama, perché non si sforza, non vuole primeggiare e quindi è considerato il “fratello scemo”. Neanche lui crede nelle proprie capacità, nonostante in una gara di velocità (al festival dello sport, che mancava nella lista sopra) riesca a superare suo fratello, ritenuto il più veloce. E nonostante, quella volta che lo sostituisce in una partita di baseball, riesca a lanciare una dritta così forte che la palla si incastra nella rete di recinzione. Adachi queste situazioni le rende con il suo classico umorismo, ad esempio nel primo caso “lo scemo” non vince la gara perché sbaglia a riconoscere il traguardo… Tutte le vicende hanno un ritmo e un tempo sequenziale perfetto, con la regia magistrale che contraddistingue l’opera del Nostro.

L’aspetto più fondante del suo stile è la rappresentazione dei sentimenti, non mostrandoli direttamente, ma con delle pause narrative: le diverse vignette dedicate ai particolari ambientali, che aiutano il lettore a comprendere, meglio, percepire le variabili della situazione, sono metafore del sentimento. La tristezza è rappresentata dalla cenere della sigaretta non fumata tra le dita del padre, l’attesa dalla cicala sull’albero, la decisione dalle fronde che frusciano. Anche perché il “luogo della storia” è un fondamentale comprimario della narrazione, ha una grandissima importanza per definire i personaggi e le vicende che gli occorrono. Così, lo sferragliare di un treno da sopra il cavalcavia per me sarà sempre simbolo del pianto disperato di Minami dopo la morte di Kazuya; il lungofiume è il campo dove mettere alla prova la resistenza della corsa; un letto a castello è dove si riceve il primo bacio.

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Mitsuru Adachi Chronicle – Rough

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Se c’è un autore di manga a cui sono particolarmente affezionata, che rappresenta per me IL fumetto giapponese, che continuerò a comprare e seguire qualsiasi cosa produca, questo è il maestro Mitsuru Adachi, nato a Isesaki il 9 febbraio 1951 (auguri sensei!). Cercherò di spiegarvi il perché di questa mia sentimentale preferenza prendendo in esame alcune tra le sue opere pubblicate in Italia, cominciando da Rough, titolo editato in Giappone nel 1987 e in Italia nel 1995, grazie alla Star Comics, che ha deciso –molto saggiamente, per me- di riproporlo proprio a partire da questo mese di febbraio 2016 (sfoglia l’anteprima).

roughLo dico subito: a mio gusto, questa è la sua opera migliore, che preferisco anche a Touch (in italiano Prendi il mondo e vai) che è quella che lo ha reso più popolare, non solo nel nostro paese, e che si è fissata a fuoco nella memoria dei tanti che hanno seguito la serie animata nel lontano 1985 (lacrimuccia). Ma torniamo a Rough

Keisuke Yamato è una promessa del nuoto giovanile, ma una volta iscritto alle superiori decide di lasciare lo stile libero, dedicandosi alla rana, perché nell’ultimo campionato è arrivato SOLO terzo, e ora ha intenzione di rifarsi in una disciplina con minor competizione. Ami Ninomiya frequenta la stessa scuola, vive anche lei nel dormitorio studentesco, insegue la bellezza nella disciplina dei tuffi e odia con tutto il cuore Keisuke. Dopo essersi sentito apostrofare come “Assassino” il ragazzo scopre che le due famiglie, Yamato e Ninomiya, sono rivali da anni, da quando i due nonni, entrambi pasticcieri, sono diventati acerrimi avversari in campo commerciale: il nonno Yamato, una volta appreso i segreti da nonno Ninomiya, aveva lanciato un prodotto plagiato dall’altro, portando l’ex maestro a sfinirsi di lavoro per recuperare prestigio. Da qui l’odio della ragazza per il rampollo di cotale, disdicevole, casato.

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Partendo con queste premesse la storia si sviluppa su due direttive parallele: la crescita personale dei ragazzi che si metteranno alla prova, per migliorare sempre più nel loro sport e primeggiare; e la nascita del sentimento che li renderà consapevoli di quanto importanti siano l’uno per l’altra. Keisuke è insicuro di sé, crede che non riuscirà a primeggiare, soprattutto visto che il suo rivale nello sport (e nei sentimenti) è il primatista nazionale; Ami deve combattere contro i suoi pregiudizi (come Liz Bennet) e poi far in modo che lui combatta per ottenere ciò che vuole. Tutto in questa storia, la trama (col suo tocco di “famiglie nemiche alla Romeo e Giulietta”), la struttura narrativa, le tematiche (sia sportive che lo sbocciare dell’amore), il dramma e i momenti di ironia, le scene comiche – sempre eleganti – i comprimari… tutto dicevamo è perfettamente equilibrato, si incastra come un intarsio e rimane impresso come qualcosa di gradevole e rinfrescante. E presenta tutte le caratteristiche ricorrenti ed iconiche delle opere del maestro.

Chi conosce le opere di Adachi sa che nei suoi lavori predominano il tema sportivo e quello sentimentale, con una buona dose di ironia e un personalissimo sense of humor, per questo piace sia al pubblico maschile che a quello femminile. Rough arriva dopo una serie di altre opere dove il maestro sperimenta questi suoi contenuti: nel 1978 aveva pubblicato Nine (edito in Italia da Flashbook edizioni nel 2013, trasposta in tre film d’animazione dal 1983 in Giappone) e nel 1981 il già citato Touch, entrambi ambientati nella realtà scolastica dei club sportivi, in questi altri casi di Baseball. Ma qui protagonista non è uno sport di squadra, ma uno tra i più individuali, dove l’atleta resta solo con se stesso e le proprie paure e trova corrispondenza nel carattere dei personaggi: niente poteva essere altrimenti di come è.

Scusate la qualità dell'immagine, ma una scansione del mio fragilissimo prezioso volume...

Scusate la qualità dell’immagine, ma è una scansione del mio fragilissimo prezioso volume…

Questo è il tupico atteggiamente del maestro quando la scadenza è ormai agli sgoccioli...

Questo è il tipico atteggiamento del sensei quando la scadenza è ormai agli sgoccioli…

Se il Nostro parla così tanto di club sportivi e competizione c’è sicuramente un motivo ed è molto semplice: Adachi sta rappresentando la realtà che gli studenti giapponesi affrontano ogni giorno, con i confronti, l’ansia di dimostrarsi all’altezza delle aspettative degli altri e della società. Tutto questo passa però sotto la sua sapiente mano che, con grande ironia, sdrammatizza i toni più aspri e rende le situazioni allegoriche: sa bene che l’età che raffigura nei suoi lavori, dai 15 ai 18 anni, è quella più critica per i ragazzi, da cui si getteranno le fondamenta del loro futuro, e lui li immagina combattivi, caparbi, leali, coerenti, pronti alla lotta, forti. Spesso si comportano all’opposto rispetto agli adulti, che sono inaffidabili (quasi tutti i genitori nelle sue storie sono beoni a cui dare poca fiducia), senza nerbo, sciocchi, o avidi e crudeli. Adachi stesso, con grande autoironia, si propone come paragone da non seguire, come un pigro pusillanime che non riesce a rispettare le date di consegna e infesta le vignette che dovrebbero essere riempite da ben altro.

Adachi è uno dei pochissimi mangaka che crea un rapporto con il lettore e con gli stessi personaggi che disegna: tantissime sono le sue incursioni nella storia, sia con cartelli in cui si pubblicizza, sia con autocitazioni, sia con piccoli ritratti o camei in cui si rappresenta, con divertimento, diventando elemento stesso della narrazione. Il suo ingresso nelle vignette può creare una situazione comica, o alleggerire una sequenza o semplicemente creare il pretesto per cambiare argomento.

A questo punto dovremmo parlare della realizzazione grafica, dell’impostazione della sceneggiatura e delle gravi critiche che di solito si muovono contro il Nostro… ma di questo ci occuperemo nei prossimi articoli! Una cosa però è da sottolineare subito, per chi legge le sue pagine per la prima volta: il tempo della sua narrazione è unico e lo rivela come uno sceneggiatore di incommensurabile bravura. Le pause, i silenzi, le attese, sono il motore che inducono il lettore a comprendere cosa sta succedendo nell’animo dei protagonisti: le cose non occorre che siano dette, ma sono percepite, e questo è Arte…

Tutto è già presente in questa storia, apparentemente datata ma attualissima per il batticuore assicurato, quindi, per il momento, pensate ad acquistare Rough, è una spesa di cui non vi pentirete: in Giappone è diventato un live action, nel 2006, che ha avuto un enorme successo.

Post Scriptum: Io posseggo la prima edizione, quella del ’95, che a guardarla ora fa tenerezza per il suo modo vintage di unire i titoli agli albi, per i suoi baloon con un lettering strano, la costina che simula l’acqua della piscina, la lettura occidentale, che fa tanto 90s! Era l’epoca d’oro dei Kappa Boys alla Star, e la loro passione ancora trasuda da questi volumetti sempre più fragili. Benvenuta nuova edizione, ma questa rimarrà al suo posto sullo scaffale.

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