McDonald’s

Tenki no ko – L’amore ai tempi della pioggia per Makoto Shinkai

Attenzione: escluso dove espressamente indicato, questo articolo è privo di spoiler. Le informazioni riportate sono già visibili nei trailer, dichiarate nei comunicati ufficiali o provenienti dalla primissima parte del film. Tutte le immagini sono prive di spoiler.


Il 19 luglio 2019, a tre anni di distanza da your name., Makoto Shinkai è tornato nei cinema giapponesi con il suo nuovo lungometraggio Tenki no ko, titolo internazionale Weathering With You, traduzione letterale “La ragazza del meteo”, da lui ideato, scritto e diretto.

Nonostante avesse già alle spalle una carriera ultradecennale, è stato grazie all’incredibile successo di your name. che in questi tre anni Shinkai è diventato improvvisamente la figura preminente nel mondo dell’animazione giapponese, sia per chi lo conosceva già sia, soprattutto, per chi non lo conosceva. Di conseguenza, Tenki no ko è diventato per Shinkai quello che è il fatidico secondo album per i musicisti, ovvero il banco di prova per dimostrare al mondo che il precedente lavoro non era stato solo un colpo di fortuna. L’attesa per Tenki no ko si è trasformata in un febbrile conto alla rovescia partito lo scorso 2 agosto 2018, quando Shinkai annunciò di star lavorando al suo nuovo film, ed è arrivata in Giappone agli stessi spasmodici livelli che si raggiunsero in Occidente per titoli come Eyes Wide Shut o Star Wars – Episodio VII.

Anteprima di "Tenki no ko" di Makoto Shinkai al cinema Toho di Shinjuku (Tokyo).

La fila dei 2’200 fan estratti a sorteggio che hanno avuto la fortuna di assistere alla première di Tenki no ko a Shinjuku (Tokyo) presso il cinema della Toho, che oltre a essere una casa di produzione ha anche una sua catena di sale cinematografiche. La proiezione è partita allo scoccare della mezzanotte del 19 luglio e in sala erano presenti anche il regista Makoto Shinkai e Yojiro Noda (frontman e compositore della rock band RADWIMPS, che anche in questo caso ha curato la colonna sonora del film com’era accaduto per your name.), vestiti rispettivamente uno in total black con scarpe bianche e l’altro in total white con scarpe nere. Intervistati alla fine della proiezione, gli spettatori hanno dichiarato che è il miglior lavoro in assoluto di Shinkai, che non riuscivano a fermare le lacrime e altre commosse testimonianze del genere.

Ora, tre anni dopo your name. e i suoi quasi 400 milioni di dollari di incasso mondiale (che per un film supereroistico statunitense è sì e no il budget, ma per un film d’animazione giapponese è un risultato storico), la domanda principale è: Tenki no ko, prima ancora che essere un buon o cattivo film, riesce a reggere il paragone con il suo illustre predecessore? Risposta: sì, ma solo per complementarità.

Trama

Tokyo, estate dell’anno 2021. Piove ininterrottamente da mesi. Un giorno arriva in città Hodaka Morishima, sedicenne scappato di casa dalla sperduta isoletta di Kouzu con pochi soldi in tasca e nessun programma. Non trova lavoro, non trova un tetto sopra la testa, e alla fine è costretto ad andare da tal Keisuke Suga, un tizio bislacco che aveva conosciuto sulla nave dall’isola a Tokyo, il quale insieme alla giovane e procace Natsumi gestisce una piccola casa editrice che pubblica la rivista di occultismo Mu. Keisuke prende Hodaka a lavorare come tuttofare e gli affida il compito di verificare una leggenda metropolitana secondo cui esiste questa presunta “ragazza del bel tempo” che riesce a fermare la pioggia per magia.

Mentre svolge le sue ricerche, Hodaka reincontra casualmente Hina Amano, la cameriera del fast food che gli aveva offerto un hamburger gratis vedendolo soffrire la fame. Hodaka salva Hina da alcuni malviventi: lei per ringraziarlo lo porta sulla cima di un palazzo diroccato dove si trova un minuscolo santuario shintoista e lì gli rivela che lei, semplicemente desiderandolo, riesce a fermare la pioggia e far tornare il cielo sereno: è lei la ragazza del bel tempo!

Attenzione: da questo punto in poi il paragrafo contiene spoiler importanti.

Fotogramma di "Tenki no ko" di Makoto Shinkai.

Hina prega et voilà, il Sole splende.

Hina racconta a Hodaka di aver ricevuto il potere varcando la soglia di quel santuario: aveva desiderato fortemente regalare un ultimo giorno di sole alla madre malata terminale, e nel farlo si era ritrovata di colpo fra le nuvole dove ha acquisito la magia.

Poiché sia Hodaka sia Hina sono due ragazzini senza genitori e in difficoltà economiche, tantopiù lei perché dopo la morte della madre si è dovuta prendere cura anche del fratellino Nagi, i due hanno la bella idea di mettere su un business sfruttando il magico dono della ragazza e fondano il sito web otenki-girl.jp tramite cui si può prenotare la ragazza del bel tempo per rischiarare a comando il cielo. Hina comincia quindi a far brillare il Sole sopra a mercatini, matrimoni, cerimonie varie, e una notte fa smettere di piovere per poter lanciare i fuochi d’artificio di una grande festa.

Hodaka è però nei guai seri: è ricercato dalla polizia non solo per essere scappato di casa, ma anche per aver tenuto con sé una pistola che aveva accidentalmente trovato per strada in una delle sere in cui ha dormito all’aperto appena arrivato a Tokyo. Braccato dalla polizia, Hodaka fugge via insieme a Hina e Nagi. Dopo una fuga rocambolesca, i ragazzi trovano rifugio in un hotel a ore dove passano la notte. Lì Hodaka consegna a Hina un anello come regalo di compleanno: lei ne è felice, ma anche rattristata perché sa che non resterà ancora a lungo sulla Terra, poiché il suo potere magico esige un costo e quel costo è il sacrificio del suo corpo umano.

La mattina dopo Hina è scomparsa, come dissolta nell’aria, e miracolosamente è tornato a splendere il Sole estivo. Hodaka capisce che Hina si è sacrificata diventando una creatura dell’aria per poter riportare l’equilibrio climatico sulla Terra, ma decide di andare a riprendersela su fra le nuvole. Hodaka parte per una corsa a perdifiato fino al palazzo diroccato col santuario sul tetto, inseguito dalla polizia e aiutato da Keisuke, Natsumi e Nagi. Appena varca la soglia, Hodaka si ritrova a volare fra le nuvole, dove ritrova Hina ormai ridotta a ectoplasma. Hina gli conferma che il cielo sereno è tornato grazie al suo sacrificio e che se tornasse sulla Terra ricomincerebbe a piovere, ma Hodaka ne è innamorato e la rivuole indietro a costo di una pioggia eterna. Hodaka e Hina tornano a terra.

Tokyo, estate dell’anno 2024. Piove ininterrottamente da tre anni e l’intera città è allagata, completamente sommersa sott’acqua a parte le punte dei palazzi più alti. Hodaka, che era stato riportato sull’isola, conclude la scuola dell’obbligo e torna di nuovo a Tokyo per cercare Hina. La ritrova su una collina emersa, intenta a pregare inutilmente che torni il bel tempo, ma non appena i due ragazzi si riabbracciano un raggio di Sole sembra come brillare fra le nuvole.

Fotogramma di "Tenki no ko" di Makoto Shinkai.

E quindi uscimmo a riveder la stella.

L’ennesima ragazza delle previsioni del meteo

Ci sono almeno due modi per giudicare Tenki no ko: come film a sé e in rapporto a your name..

Non solo entrambi i metri di giudizio hanno ragione di esistere, ma anzi in base al metro scelto il valore, la qualità e persino il messaggio dei due film cambiano radicalmente, esattamente come due dipinti gemelli possono essere apprezzati singolarmente, ma raggiungono il loro massimo valore solo se visti insieme.

Attenzione: da questo punto in poi il paragrafo contiene spoiler leggeri o comunque non comprensibili fuori contesto.

Preso da solo, magari come opera prima di un giovane regista esordiente, Tenki no ko non sembra avere poi molto da dire. La trama è molto lineare e si basa su un topos veramente comune e ancora più comune nel mondo degli anime, ovvero quello del principe che deve salvare la principessa non da un nemico esterno, ma interno, che sia una malattia, una maledizione, eccetera. Ci sono centinaia di miti epici, poemi letterari, fiabe, opere liriche e film che hanno già sfruttato oltre ogni limite questo canovaccio, quindi Shinkai si pone in un solco già arato da centinaia di narratori prima di lui: come al solito gli piace andare sul sicuro, l’ha sempre fatto, era così nel 2002 per La voce delle stelle, plagio totale di Punta al Top! Gunbuster, ed è così nel 2019 per Tenki no ko, che se non altro riesce a mascherare meglio le sue fonti pur senza perdere quella sensazione di già visto veramente permanente durante la visione del film.

Tenki no ko è tutto un già visto: già visto il ragazzino ribelle, già vista la maghetta, già visto il rubacuori, già visti Keisuke e Natsumi ovvero Lupin e Fujiko senza nemmeno provare a non farli sembrare graficamente o caratterialmente o dialetticamente Lupin e Fujiko, già visto il posto magico proprio in mezzo alla città, già visti i personaggi dalla personalità inesistente che servono solo a a mandare avanti la trama, già visto il meteo come rappresentazione visiva dei sentimenti, già visti i ragazzini che volano in cielo, già visto il detective in pensione, già visto il vecchio sacerdote del tempio basso di statura, già vista la pistola di Checov qui usata in maniera così letterale e didascalica da essere francamente irritante, già vista la tsundere, già visto il teppista biondo, già visto, già visto, già visto. È tutto così derivativo che sembra quasi che Shinkai inviti lo spettatore a scegliere quale, fra i suoi ricordi, si avvicina di più a quello che vede sullo schermo.

Al contempo, inoltre, Tenki no ko è anche un già visto di Shinkai stesso: già visto il grattacielo/ziggurat della NTT docomo, già visti gli splendidi sfondi che anche stavolta raggiungono una bellezza straordinaria, già visti i personaggi dal design semplicissimo e anonimo al confronto con gli sfondi ultradettagliati, già visti i treni, già vista la pioggia, già vista la neve, già visti gli amanti separati dal tempo e/o dallo spazio, già visti i nomi con giochi di parole (Hodaka è Morishima, cioè “isola boscosa”, cioè è una creatura terrestre, mentre invece Hina è Amano, cioè “galassia”, cioè è una creatura celeste), già visto il mondo mistico e animistico dello shintoismo, già viste le canzoni usate per sottolineare le scene madri, già visto il lens flare costante di J.J. Abrams, già vista Tokyo dall’alto dal basso da destra da sinistra da davanti e da dietro. Già visto.

Fotogramma di "Tenki no ko" di Makoto Shinkai.

Smarmella! Apri tutto!

Kono bangumi wa, goran no suponsaa no teikyou de okurishimasu

Un altro aspetto degradante e veramente impossibile da non sottolineare di Tenki no ko è la presenza a dir poco incredibile di product placement. Non è un dettaglio en passant, se n’è accorto chiunque abbia visto il film, è aberrante, è letteralmente la cosa in assoluto più vistosa del film.

È chiaro che le aziende giapponesi, adocchiato il successo di your name., non si volevano lasciar scappare l’occasione di comparire in un film che sarebbe stato visto certamente da milioni di persone, ovvio, ma la quantità di marchi che compaiono nel film è semplicemente sconvolgente.

Vent’anni fa, sull’ultima pagina del mensile Ciak, il fumettista Stefano Disegni ironizzava sul fatto che in Matrix si vede di sfuggita la marca Nokia del cellulare di Keanu Reeves. Chissà cosa direbbe allora di Tenki no ko, in cui ogni singolo oggetto, ogni. Singolo. Oggetto. Che si vede nel film riporta a chiare lettere la sua marca.

Hodaka cammina per Tokyo e tutti gli innumerevoli cartelloni pubblicitari sono veri e reclamizzano prodotti veri. Hodaka va a fare la spesa nella vera catena di negozi Lawson (fra i produttori esecutivi del film) e cammina fra gli scaffali pieni di prodotti tutti veri e tutti ben girati a favore di camera. Hodaka compra una vera bibita al vero distributore automatico di una vera azienda e la sorseggia preoccupandosi di non coprire con le dita la vera marca.

È vero che già ne Il giardino delle parole comparivano alcune pubblicità e che your name. ne era pienissimo, ma qua la presenza di product placemente è così massiccia e costante da essere addirittura distraente per il film, lo trasforma in un montaggio di spot pubblicitari, e raggiunge un momento assolutamente allucinante nella scena del McDonald’s. Siamo all’inizio del film: Hodaka, povero e affamato, entra in un McDonald’s e ordina solo una bibita; Hina lo vede e gli dona un hamburger. Ora, poteva essere un bell’incontro dolce e commovente, e invece è uno spot totalmente ridicolo dato che la scena si articola nella seguente maniera:

  • panoramica dell’incrocio di Seibu-Shinjuku col McDonald’s sulla sinistra;
  • stacco, inquadratura diretta della facciata del McDonald’s con l’enorme insegna verticale;
  • ingrandimento, inquadratura del secondo piano del McDonald’s da fuori;
  • stacco, inquadratura del secondo piano del McDonald’s da dentro, tutti ridono e sono felici del proprio pasto;
  • piano americano su Hodaka abbattuto, seduto e con la testa sul tavolo;
  • primissimo piano della confezione del Big Mac appoggiata sul tavolo a fianco alla testa di Hodaka. Non è “una confezione”, è LA vera confezione del Big Mac, con la grafica e i loghi e le scritte;
  • soggettiva di Hodaka, guarda Hina di spalle che se ne va dicendogli «È un segreto, eh!»;
  • primissimo piano della confezione del Big Mac: le dita di Hodaka la aprono e ne esce vapore. Il panino soffice e turgido, che era compresso dentro la confezione, si gonfia scintillando. Il sesamo è opaco, il pane è fragrante, la carne è lucida, la lattuga è punteggiata da goccioline d’acqua;
  • primo piano di Hodaka che addenta il panino. Mastica, poi un secondo di pausa, poi dice: «Sarà perché ero affamato, ma quello fu il pasto più buono della mia vita» e si commuove.

Da lasciare a bocca aperta lo spettatore, e non certo per l’acquolina in bocca.

Tutto Tenki no ko è a questi livelli di promozione, al punto che le aziende che compaiono nel film non hanno nemmeno prodotto dei nuovi spot televisivi coi personaggi, no, hanno direttamente preso i pezzi del film e li hanno trasmessi così come sono, tanto erano già perfetti, e altri sono stati realizzati comunque con lo stile del film. Non si può nemmeno dire che sia un tocco del “realismo” (?) di Shinkai, perché in qualche occasione si vedono degli sponsor camuffati (“Pony” invece di Sony, “Panasoni” invece di Panasonic, eccetera), il che vuol dire che quelli non hanno pagato, mentre gli altri sì.

Di seguito una selezione minima di spot con pezzi di film in cui compaiono i prodotti, giusto per avere un’idea. Acqua minerale Suntory Ten’nensui:

Ramen instantaneo Nissin Cup Noodle:

Compagnia telefonica SoftBank (questo è molto carino e ironizza sul fatto che il celebre cane O-tou-san compare nel film solo due secondi):

Ora, naturalmente non c’è niente di male a lavorare per soldi, e i più grandi artisti di tutti i tempi, da Bach a Hitchcock, si sono sempre venduti al miglior offerente. Ma qua il production placemente raggiunge un livello inedito, innescando un circolo (virtuoso o vizioso?) per cui i prodotti già esistenti sono pubblicizzati nel film, e al contempo il film pubblicizza i prodotti non ancora esistenti. Ecco quindi che Lawson ha messo in vendita da prima ancora dell’uscita del film in sala tutti i cibi mangiati dai personaggi e altri ancora.

Merchandising di Lawson ispirato al film "Tenki no ko" di Makoto Shinkai.

Una selezione veramente minima dalla nuova linea di prodotti promozionali di Tenki no ko in vendita nella catena di conbini Lawson, già mecca degli otaku perché partner esclusivo dello Studio Ghibli. In alto: il riso alla cantonese con il tuorlo e le patatine fritte (sì esatto) che Hina cucina a Hodaka. Al centro: a sinistra tortino alla panna con le fragole, a destra bocconcini di pollo fritti. Sotto: a sinistra insalata accompagnata da salsina “color pioggia” (blu), a destra granita “del bel tempo” al gusto puffo con gelato al fiordilatte e marshmallow. A questi si aggiungono numerosi altri prodotti alimentari, oggettistica di consumo (casse audio, mantelline parapioggia, eccetera), materiale di cancelleria, una pesca e chissà cos’altro ancora.

La presenza così forte di pubblicità nel film potrebbe non essere solo un dato frivolo (e disturbante per la visione), ma rappresentare invece la vera grande rivoluzione operata da Makoto Shinkai: il cambio di sistema di finanziamento degli anime.

Il terzo metodo

Produrre animazione è molto costoso. Il motivo stesso per cui i succitati film supereroistici statunitensi hanno bisogno di budget stellari è perché sono in larghissima parte realizzati in CG, cioè fondamentalmente in animazione, e realizzare animazione costa molto, molto di più che realizzare un film interamente dal vivo, al netto dei cachet degli attori, perché richiedo uno staff enormemente più grande che deve lavorare per dei tempi enormemente più lunghi rispetto allo staff e ai tempi di un film da vivo.

Lo sapeva molto bene Walt Disney, il quale (come illustra Mariuccia Ciotta nel suo saggio) per anni è campato letteralmente di stenti, ipotecando casa sua e i suoi averi per produrre i primi lungometraggi e reinvestendo gli incassi nei film successivi, e che è arrivato al successo economico solo grazie a Disneyland, e non ai film.

Anche in Giappone la situazione non è diversa e animare costa. Il metodo classico usato dai giapponesi è di partire dagli sponsor con un finanziamento a priori, in cui viene chiesto agli studi di animazione di realizzare delle serie a scopo promozionale. È stato così per tutti i robottoni (aziende di giocattoli chiedono di realizzare Mazinga Z così poi vendono i giocattoli di quei robot), per i World Masterpiece Thater (aziende alimentari chiedono di realizzare Heidi così possono usare l’immagine paciosa di Heidi suoi loro prodotti) eccetera, ed è tutt’ora così per i super sentai. Il pro di questo metodo è l’alta disponibilità economica, il contro è che gli studi sono schiavi degli sponsor che hanno diritto di intervenire su tutto.

Confezioni di bibite Calpis con i personaggi del World Masterpiece Theater.

L’azienda di bibite Calpis usa tuttora i personaggi delle sue celeberrime vecchie serie come mascotte.

Il metodo moderno è quello di partire dagli studi di animazione con un finanziamento a posteriori, e si è diffuso a partire dagli anni ’90 in particolare grazie al successo di Neon Genesis Evangelion. In questo caso sono gli studi che elaborano da soli l’idea e possono sperimentare nuove storie, stili e contenuti; il finanziamento avviene attraverso prestito bancario o auto-finanziamento che si spera verranno ripagati dalla vendita di home video e merchandise derivato dall’opera. Il pro di questo metodo è che gli studi hanno il pieno controllo creativo, il contro è che il destino dell’opera dipende dal non pronosticabile successo o meno della serie.

In questo discorso si inserisce Makoto Shinkai, il quale è partito come un animatore indipendente ed è riuscito, primo nella storia del Giappone, a raggiungere il grande successo. Il fatto che Shinkai non sia stato necessariamente legato al guadagno perché realizzava opere per suo gusto personale lo pone come iniziatore di un terzo metodo di finanziamento che per ora riguarda quasi solo lui, ma potrebbe diventare comune in futuro, e che consiste in pratica nell’unire i due metodi precedenti insieme: gli sponsor pagano prima, sì, ma a condizione di inserire nell’opera sia materiale già esistente, sia nuovo materiale che poi servirà per la vendita di merchandise e quant’altro. È, in pratica, un finanziamento sia a priori sia a posteriori che si basa sulla certezza matematica che l’opera avrà successo dati i precedenti del regista (infatti Tenki no ko è stato già comprato all’estero, anche in Italia, prima ancora che uscisse al cinema), e che finora è stato utilizzato in casi rarissimi come Evangelion: 1.0, in cui compare il solito conbini Lawson e la birra Yebisu.

Solo il tempo ci saprà dire se questo terzo metodo, basato al 50% per cento sul potere dei soldi e al 50% sul potere dell’arte, riuscirà a imporsi a livello produttivo.

Makoto Shinkai dalla notte al giorno

Alla fine della nostra recensione del 2016 per your name., concludevamo scrivendo:

[your name.] è il terzo lungometraggio di Shinkai ed è con ogni probabilità il suo lavoro definitivo, nel senso che pare molto improbabile che nei suoi prossimi film il regista possa dire allo spettatore qualcosa di nuovo che non abbia già detto finora.

Stando a quanto scritto fin qua, sembrerebbe proprio che la previsione sia stata azzeccata, eppure forse non è così.

Il secondo modo per giudicare Tenki no ko è vedendolo come film complementare a your name., e da questo punto di vista non solo risalta meravigliosamente, ma addirittura entrambi i film acquisiscono tutta una ragion d’essere che, da soli, non hanno affatto.

Attenzione: da questo punto in poi il paragrafo contiene spoiler importanti.

Poster di "Tenki no ko" di Makoto Shinkai.

Il poster giapponese di Tenki no ko. Esattamente come era accaduto con quello di your name., a vederlo a posteriori ci si accorge che è spoiler. Il testo in verticale a sinistra recita «Questa è la storia sul segreto del mondo che solo io e la ragazza conosciamo».

Tenki no ko è infatti il seguito ufficiale di your name.. Non è stato pubblicizzato come tale, benché sarebbe stata un’ottima pubblicità, forse per non svilire la sorpresa quando reincontriamo prima Taki, a casa della nonna nonché una delle clienti di Hina, e poi anche Mitsuha come commessa della gioielleria dove Hodaka compra l’anello per Hina. A un certo punto si sentono e vedono di spalle anche quelli che sembrano Sayaka & Tesshi, lo stesso Tesshi che in your name. era un avido lettore della rivista di occultismo Mu edita da Keisuke di Tenki no ko. Tutti elementi assolutamente ininfluenti per la trama, ma che riallacciano il discorso dove era stato interrotto alla fine del film precedente e, soprattutto, servono a far aprire gli occhi allo spettattore sul fatto che Tenki no ko è il film speculare di your name. in ogni suo aspetto.

Se your name. era ambientato principalmente di notte e aveva i suoi momenti clou proprio di notte con la visione della cometa, Tenki no ko è ambientato principalmente di giorno e ha i suoi momenti clou proprio di giorno quando Hina prega per far smettere la pioggia.

Se your name. era concentrato sulla scomparsa del Sole al crepuscolo, Tenki no ko è concentrato sulla comparsa del Sole fra le nuvole.

Se your name. era tutto giocato sulla palette cromatica dei rossi, viola e blu, Tenki no ko è tutto giocato sulla palette cromatica degli azzurri, bianchi e gialli.

Se your name. dava a Shinkai la possibilità di liberare la propria arte visuale sul tema del cielo stellato, Tenki no ko dà a Shinkai la possibilità di liberare la propria arte visuale sul tema del cielo piovoso. Non c’è niente che Makoto Shinkai sappia rappresentare meglio della meraviglia primordiale della luce del Sole, della bellezza delle nuvole, del lucore delle stelle, dello scroscio della pioggia. Come e più di your name., Tenki no ko è uno studio sperimentale su come rappresentare le condizioni meteorologiche in animazione, e ci riesce in modo commovente disegnando l’infrangersi al suolo di ogni singola goccia di pioggia.

Fotogrammi di "Tenki no ko" di Makoto Shinkai.

La rappresentazione della pioggia, sia in rapporto alla luce del Sole sia di per sé, raggiunge livelli di bellezza davvero impressionanti.

Se your name. mostrava il dualismo fra la vita di campagna e la vita di città, Tenki no ko mostra il dualismo fra la metropoli più ricca e i suoi bassifondi più degradati.

Se your name. era il canto d’amore di Makoto Shinkai alla sua terra natìa Hida, nella prefettura di Gifu, Tenki no ko è il canto d’amore di Makoto Shinkai alla sua terra d’adozione Tokyo, e in particolare alla fascia urbana che scende da Ikebukuro lungo la linea della metropolitana Yamanote fino a Shinjuku e poi Shibuya. È in questa fascia di meno di dieci chilometri che si ambienta quasi tutto il film e i personaggi non fanno altro che andare su e giù per quest’area.

Mappa di Tokyo da Ikebukuro a Shibuya e immagine dei palazzi Yoyogi Kaikan e NTT docomo Yoyogi Building a Tokyo.

A sinistra: la fascia di Tokyo ovest dove si svolge praticamente tutto il film, a parte l’inizio nella baia di Tokyo e la fine in zona Tabata. La freccia gialla indica il pezzo di ferrovia sopraelevata Yamanote che Hodaka percorre con una corsa a perdifiato per andare da Ikebukuro a Yoyogi, dove si trovano il grattacielo della NTT docomo (puntino azzurro, a destra nella foto) e soprattutto il palazzo Yoyogi Kaikan (puntino rosso, a sinistra nella foto) sul cui tetto c’è il santuario shintoista. In realtà il santuario sul tetto non esiste, e sfortunatamente da agosto 2019 non esiterà più nemmeno il palazzo visto che è pericolante e ne è prevista la demolizione: i fan di Makoto Shinkai faranno meglio ad andare in pellegrinaggio verso questa e le altre location del film il prima possibile, o sarà troppo tardi.

 

Poster di "your name." e "Tenki no ko" di Makoto Shinkai.

Persino i poster di your name. e Tenki no ko sono complementari: usano la stessa identica impaginazione con gli stessi identici font sia per il titolo giapponese sia per quello internazionale, e anche le immagini sembrano comunicare, dato che sono composte per tre quarti da cielo dello stesso colore turchese, che l’erba sotto i piedi di Mitsuha prosegue come erba sotto i piedi di Hodaka e Hina, e che persino la nuvola che scende in diagonale dall’angolo in alto a sinistra del poster di your name. sembra continuare ininterrotta anche nel poster di Tenki no ko.

Draghi, colonne, nuvole

Attenzione: il paragrafo contiene spoiler leggeri o comunque non comprensibili fuori contesto.

Infine, il solito rimando alla cultura tradizionale giapponese e alla visione romantica dello shintoismo che nelle opere di Shinkai non manca mai.

Se your name. parlava di musubi, Tenki no ko parla di tsunagu. Il concetto è praticamente uguale, e in giapponese 繋ぐ tsunagu vuol dire appunto “legare” proprio come 結ぶ musubu, ma stavolta non ci si riferisce al legame generale dell’uomo con la natura e degli uomini fra di loro, ma al legame specifico fra una persona e un ente naturale: in questo caso, Hina e la pioggia.

La presenza della pioggia ininterrotta pone forse il maggiore quesito del film: perché piove? Stando al monologo/spiegone del vecchio sacerdote, la natura è comandata da draghi-uroboros che devono restare in armonia fra loro, e quando non succede si scatenano i disastri.

È una risposta romantica, ma del tutto insoddisfacente che nasconde necessariamente un significato metaforico, anche perché se così non fosse allora potremmo bollare Tenki no ko come nient’altro che un filmetto fantasy-spirituale che nasconde col suo lussureggiante splendore visivo-musicale una trama rimasticata piena di idee rimasticate (cosa che si potrebbe dire benissimo anche per your name., in effetti). Fra i vari significati metaforici possibili, il più probabile è certamente quello della crisi climatica: il clima sulla Terra è impazzito e potrà essere solo l’uomo a porvi rimedio, non senza sacrifici. Questa idea di base viene trasfigurata da Shinkai nel suo solito stile mistico-sognante e trasformata in una storia d’amore magica in cui Hina riceve il dono di modificare il clima, ma per contrappasso diventa lei stessa parte del clima e più usa il suo potere più il suo corpo si trasforma in acqua, finché alla fine non si fonde con il clima stesso ascendendo sulle nuvole, ormai parte di loro. Il sacrificio di Hina riporta l’armonia fra i draghi e quindi il bel tempo sulla Terra.

Nel film Hina viene definita 天気の巫女 tenki no miko (“vestale del meteo”) e, soprattutto, 人柱 hitobashira, ovvero “colonna umana (a supporto di qualcosa)”. Anche quest’ultima non è un’idea originale di Shinkai: si tratta di una terribile pratica religiosa realmente esistita nell’antico Giappone, documentata almeno fino al XVII secolo, che consisteva in un sacrificio umano svolto ogni volta che bisognava costruire una grande struttura (castelli, ponti, dighe…) e serviva a implorare gli dei di placarsi, avere pietà dell’edificio e non farlo crollare con pioggia, vento, terremoti o altre calamità naturali.

Rappresentazione del rituale di hitobashira alla diga di Fujisaki nel 1609.

Il sacrificio dello/a hitobashira era un rituale agghiacciante. Uno dei casi più celebri è quello della diga Fujisaki a Tsugaru (Aomori): pare che questa diga si rompesse in continuazione, e più la riparavano e più si rompeva, quindi per placare l’ira degli dèi Sekihachi Yasutaka, un abitante del posto, il 14 aprile 1609 si donò spontaneamente e gioiosamente come colonna umana nei lavori di ricostruzione della diga, come testimoniato da un dipinto commemorativo (nell’immagine, un dettaglio). A quanto pare il sacrificio funzionò, dato che qualche anno dopo gli dedicarono un santuario.

Shinkai ha recuperato questa pratica sanguinosa riadattandola alla sua maniera: il sacrificio consiste non più nella morte bensì nella fusione con le nuvole, ma lo scopo resta inalterato, ovvero proteggere una grande struttura (in questo caso, Tokyo) dal clima impietoso.

Ora, se l’interpretazione della pioggia infinita come metafora della crisi climatica è corretta, allora your name. e Tenki no ko assumono un ulteriore aspetto speculare di straordinaria portata e potenza comunicativa, perché vuol dire che your name. è un film sulla vita e Tenki no ko è un film sulla morte.

Se in your name. la catastrofe naturale non causata dall’uomo era uno stimolo alla lotta per la sopravvivenza, in Tenki no ko la catastrofe naturale causata dall’uomo genera la presa di coscienza che l’unico modo per fermarla è il sacrificio dell’uomo stesso, ovvero la fine della civilizzazione come la conosciamo. Se questo non accade, la catastrofe non potrà che peggiorare ancora di più, ed è proprio quello che è mostrato esplicitamente in Tenki no ko: quando l’uomo è in armonia con la natura (Hina si fonde con le nuvole) il clima torna regolare, quando l’uomo non è in armonia con la natura (Hina torna sulla Terra) il clima impazzisce e piove per sempre.

Da questo punto di vista il film non è una commedia, ma una tragedia: per salvare una singola persona, Hodaka condanna la più grande megalopoli del mondo e i suoi quasi 40 milioni di abitanti a non vedere mai più il Sole, con innumerevoli morti, perdite e disagi. D’altronde il titolo internazionale scelto da Shinkai stesso non è affatto Weather Girl o qualcosa di simile, ma Weathering With You, ovvero “Resistere con te”. L’amore prima di tutto.

Mappa orografica digitale di Tokyo.

La mappa orografica di Tokyo mostra molto bene quanto praticamente mezza città sia entro i 4 metri sul livello del mare (colore verde), a 0 metri (azzurro) o addirittura sotto (blu), e quindi potenzialmente soggetta ad allagamenti.

Se your name. era un film sul passato, quando le catastrofi artificiali non esistevano e l’uomo combatteva contro la natura, Tenki no ko è un film sul futuro, in cui le catastrofi artificiali esistono e l’uomo deve salvare la natura.

Conclusione

Attenzione: contiene spoiler leggeri o comunque non comprensibili fuori contesto.

È possibile che Shinkai sia stato ispirato dalla crisi climatica, da Greta Thunberg, dallo scioglimento della calotta artica per realizzare la sua grande parabola ecologista? È possibile che questo non sia un film sul futuro, ma invece sul tragico presente a cui seguirà un terzo film sul radioso futuro che chiuderà il discorso sul rapporto uomo-natura iniziato in your name.? È possibile che tutti questi ragionamenti siano solo interpretazioni speculative a posteriori e che Shinkai volesse solo raccontare una storiella d’amore con un tocco di magia?

Soprattutto: cosa intendeva Shinkai quando ha dichiarato che questo film è divisivo per il pubblico?

La colonna sonora suggerisce una chiave di lettura. Mentre il film era in fase di scrittura, Makoto Shinkai ricevette da Yojiro Noda una canzone. È una toccante ballata lunga e dolente, il cui testo parla del potere che ha l’amore di smuovere da dentro e spingere a dare il meglio di sé. È un po’ il seguito di Sparkle di your name., proprio come Tenki no ko è un po’ il seguito di your name.. La canzone è Ai ni dekiru koto wa mada aru kai (“C’è ancora qualcosa che l’amore può fare?”) ed è diventata il tema principale del film.

Nel videoclip di Ai ni dekiru koto wa mada aru kai, diretto dal celebre regista Kazuaki Seki, i RADWIMPS incontrando le varie situazioni meteorologiche che si vedono nel film.

Il ritornello recita «C’è ancora qualcosa che l’amore può fare? C’è ancora qualcosa che io posso fare?», ma poi gli ultimi due versi sono «Sì, c’è ancora qualcosa che l’amore può fare. Sì, c’è ancora qualcosa che io posso fare». Naturalmente l’interpretazione è libera.

Qualunque cosa significhi, qualunque valore abbia e qualunque messaggio comunichi questo film, da spettatori non possiamo far altro che aspettare con curiosità il prossimo lavoro di Makoto Shinkai. Una cosa è sicura: Tenki no ko, pur con i suoi difetti, riesce nel grande merito di riaccendere l’attenzione su un regista che sembrava narrativamente finito, schiacciato dalla ripetitività dei suoi lavori precedenti, e che invece, forse, ha iniziato solo ora a esprimersi davvero con onestà.

Pokémon GO arriva in Giappone… da McDonald’s

L’entusiasmo per lo sconvolgente successo mondiale di Pokémon GO continua ad avanzare inarrestabile: a nemmeno tre settimane dal lancio iniziale, c’è gente che si è svegliata alle 5 del mattino per andare a caccia di Pokémon, chi è stato investito da una macchina, e chi ha ridisegnato la mappa del mondo a scopo di ricerca ludica. Dopo l’Oceania, gli USA e l’Europa, l’applicazione in realtà aumentata è arrivata anche in Canada e pian piano girerà il resto del mondo. Ci sono però due eccezioni, due paesi dove l’arrivo del videogioco di Nintendo & Google ha dei problemi. Il primo è ovviamente la Cina, dove Pokémon GO è visto come un possibile strumento di spionaggio militare internazionale, e per questo se ne sono fatti una versione autoctona: nessuno batte i cinesi sul complottismo e sui prodotti tarocchi. Il secondo paese è, stranamente, la patria stessa dei Pokémon: il Giappone.

In Giappone ci sono mille eventi legati ai Pokémon: fra i piu spettacolari c’è la marcia dei Pikachu, che si svolge in occasione di eventi come l’uscita di un film (nel video, la marcia a Yokohama per Il film Pokémon – Hoopa e lo scontro epocale) o la promozione di un negozio (l’ultima c’è stata alla stazione di Osaka per festeggiare il 17esimo anniversario del locale Pokémon Center), ma gli spettacoli per il pubblico ci sono in continuazione, soprattutto a Tokyo. È la strategia pubblicitaria della Coca-Cola: il fatto che tutto il mondo già la conosca non è un motivo per smettere di fare promozione, ma bensì per farne di più.

Ne abbiamo parlato proprio pochi giorni fa: sembra un paradosso, ma l’uscita giapponese di Pokémon GO non è stata ancora fissata e la Nintendo non ha rilasciato comunicati ufficiali al riguardo. I motivi sono facilmente intuibili e legati ai tre grandi problemi che il gioco sta riscontrando nel mondo: il continuo irrispetto della privacy, le potenzialità criminali, e soprattutto lo sfruttamento commerciale, che diventa la questione primaria da risolvere per un prodotto gratuito e usufruito quotidianamente da milioni di persone ogni giorno. A quanto pare però il problema è stato risolto e nel più banale dei modi: una partnership con il socio storico di Nintendo, ovvero McDonald’s Japan. Fin dall’uscita di Pokémon Rosso e Pokémon Blu, infatti, la catena di fast-food americana ha sempre ospitato Pikachu & soci negli Happy Set, ovvero la versione locale degli Happy Meal per bambini, con regali esclusivi e pensati appositamente per la clientela nipponica.

Regali dell'Happy Set a tema Pokémon.

Tre regalini dell’Happy Set, ovvero l’Happy Meal giapponese, a tema Pokémon. In alto, un classico: gli origami, declinati a forma di Pikachu e Meowth. Sotto, a sinistra la carta astronomica dei Pokémon per imparare divertendosi; a destra un trenino formato dalle confezioni dell’Happy Set per prendere due piccioni con una fava e far felici sia i fan di videogame sia quelli di treni (ci sono, eccome poi).

McDonald’s Japan, notoriamente impegnata sul fronte otaku, ha infatti diramato il 20 luglio 2016 un comunicato ufficiale in cui dichiara che sta «pianificando con Nintendo una collaborazione per il lancio di Pokémon GO per Android e iOS in Giappone». Il messaggio è apparentemente un futile comunicato stampa, perché McDonald’s Japan è già partner stabile di Nintendo e quindi, all’arrivo dell’applicazione in Giappone, ovviamente ne avrebbe ospitato i gadget, ma a leggere bene c’è scritto qualcosa di molto diverso: Nintendo e McDonald’s collaboreranno insime per gestire Pokémon GO. Questo vuol dire che, in Giappone, il videogioco sarà legato in maniera inscindibile alla catena di fast-food.

La notizia, diramata in seguito a una fuga d’informazioni, ha turbato le testate giornalistiche videoludiche giapponesi, che hanno percepito l’evento come rivoluzionario: di certo i videogiochi sono sempre stati a pagamento, con le monetine al bar o comprando console e cartuccia/disco/file, e di certo hanno sempre goduto di sponsorizzazioni esterne, ma stavolta si tratterebbe del primo caso di sponsorizzazione in esclusiva e obbligatoria con un esercizio commerciale. I giornalisti di Famitsu hanno già cominciato a immaginare scenari futuri, ipotizzando per esempio che le palestre Pokémon potrebbero corrispondere geograficamente ai ristoranti McDonald’s, così che per avanzare nel gioco sia fisicamente necessario recarcisi. Magari poi il giocatore non è obbligato a comprare un menù Big Mac, ma dato che è li, e magari in gruppo, almeno un bicchiere di Fanta al melone (amatissima dai giapponesi) ci scappa.

Pikachu in un ristorante McDonald's in "Pokémon GO".

Inquietante apparizione di Pikachu in un ristorante McDonald’s americano: un fausto? infausto? presagio del futuro.

La diabolica strategia commerciale della sempre diabolica casa della grande M rientra nei piani dall’attuale presidentessa di McDonald’s Japan, la canadese Sarah L. Casanova, sangue italiano, classe 1965, una laurea in marketing nel 1990, entrata in McDonald’s come semplice impiegata amministrativa l’anno dopo, mandata a farsi le ossa per cinque anni in Russia, e poi spedita dal 2004 in Giappone dove ha scalato la piramide sociale fino a diventare CEO nel 2013. Questa reginetta degli hamburger si è trovata a fronteggiare una situazione economica aziendale disastrosa, e per farlo ha insistito sulla variegazione dell’offerta, l’abbassamento dei prezzi e soprattutto l’immagine gioiosa e di forte appeal sui giovani.

La collaborazione fra Nintendo e McDonald’s Japan altro non è quindi che l’ultimo passo della Casanova nel suo processo di risanamento aziendale, puntando il tutto per tutto su un prodotto di sicuro successo come Pokémon GO. I giapponesi sono già elettrizzati e inquietati insieme, su Internet si rincorrono le possibili date d’uscita del gioco (si vocifera entro la fine di luglio), e per placare gli animi la NISC, ovvero l’Agenzia Nazionale per la Sicurezza Informatica giapponese, ha pubblicato un ennalogo di regole a cui attenersi per giocare a Pokémon GO.

Regole governative di comportamento per giocare a "Pokémon GO" in Giappone.

Le indicazioni governative per l’uso di Pokémon GO: dall’altro a sinistra sono 1) non scattare foto in luoghi riconoscibili 2) non craccare il telefono 3) non giocare quando c’è brutto tempo, disastri naturali inclusi 4) attenzione al caldo eccessivo 5) tenere sempre la batteria carica 6) avvisare telefonicamente tramite telefono fisso se il cellulare non dovesse funzionare più 7) non recarsi in posti pericolosi 8) non fidarsi degli sconosciuti 9) non giocare camminando. A parte che manca solo “bere tanta acqua e stare all’ombra quando fa caldo”, è proprio l’infrazione di praticamente tutte queste regole che ha comportato il successo del gioco nel resto del mondo.

In tutto ciò, la continua apparizione di Pokémon selvatici nei McDonald’s americani pare un segno premonitore: per capire se si tratta di un buon segno o di un cattivo segno, però, non resta che attendere.

Il McDonald’s è il nuovo posto preferito degli otaku

Il Giappone è il paese degli otaku e le aziende lo sanno bene: a partire dai diffusissimi negozietti conbini per arrivare alle capillari campagne pubblicitarie televisive, non c’è aspetto dell’arte del commercio giapponese che non sia inclinato sul versante fumetti & animazione. L’ultima azienda in ordine di tempo a essersi interessata a una campagna pubblicitaria illustrata e animata è la catena di fast-food statunitense McDonald’s, che ultimamente si trova in cattive acque.

Campagna pubblicitaria della Coca-Cola per Halloween 2015 con Kyary Pamyu Pamyu.

Kyary Pamyu Pamyu nella campagna pubblicitaria della Coca-Cola per Halloween 2015: per essere un cartone animato non le manca assolutamente niente a parte l’essere disegnata, e anche su quello ci stanno lavorando, dato che nel videoclip della canzone dello spot tv le escono gli occhi dalle orbite come a un personaggio dei Looney Tunes.

McDonald’s è presente sul territorio giapponese fin dal luglio 1971 ed è contemporaneamente amatissima e odiatissima dai nipponici. Se con i suoi 2’975 ristoranti, una media di uno ogni 40’000 persone, la grande M in Giappone è terza per diffusione mondiale dietro solo a USA e Canada (in Italia il rapporto è 1/110’000), ed è ormai così comune che nel Kansai s’è meritata il soprannome accorciativo di Makudo, è anche vero che dal luglio 1972, ovvero a un anno esatto dall’apertura del primo negozio di Ginza, gli autoctoni per protesta vararono la catena MOS Burger, che ancora oggi si pone come rivale ufficiale, dichiarato e autarchico agli invasori yankee, usando per i propri panini solo ingredienti, tecniche di cottura e nomi giapponesi.

In questa battaglia degli hamburger, mentre MOS Burger approfondisce il suo legame con agricoltori & allevatori locali e costruisce i suoi ristoranti solo con travi di legno naturale di provenienza nazionale, McDonald’s Japan ha deciso di usare la strategia opposta rendendosi sempre più pop. Per prima cosa, ovviamente ci sono gli Happy Meal (in Giappone rinominati Happy Set) collegati a ogni franchise possibile immaginabile, e in particolare ai Pokémon della Nintendo e ai videogiochi della Bandai; per esempio, durante il mese di maggio 2016 gli Happy Set erano abbinati proprio alle cardass Bandai (carte collezionabili contenenti dati in chip, bande magnetiche o QR code) di Dragon Ball Super per i maschietti e Aikatsu! per le femminucce, cardass con cui poi i bimbi possono andare a giocare proprio con specifici cabinati Bandai proprio nelle sale giochi SEGA, vicino a cui spesso c’è proprio un ristorante McDonald’s in virtù di specifici rapporti commerciali: un circolo vizioso che si chiude benissimo e al cui interno girano tanti soldi.

Fotogramma della scena del McDonald's dal film "Dark Shadows" del 2012.

Nella scena più celebre del film Dark Shadows del 2012, diretto da Tim Burton e interpretato da Johnny Depp, il vampiro Barnabas Collins scambia la grande M del McDonald’s per l’iniziale di Mefistofele: potrebbe non avere tutti i torti.

Nonostante il genio diabolico riversato nell’ideazione di nuovi stratagemmi commerciali, McDonald’s Japan è comunque piagata dal problema della ricerca di nuovo personale, fattore cruciale per la catena dato che, esattamente come Tokyo Disneyland, ha la pessima fama di pagare poco e far lavorare tanto. Il problema è alla radice del sistema lavorativo giapponese, in cui oltre ai comuni contratti a tempo determinato/indeterminato e full time/part time, esiste una forma di assunzione nota come arubaito che corrisponde in tutto e per tutto a un lavoro a nero legalizzato, poiché non esistono tutele sindacali, orari fissi, ferie, salari minimi, scatti di carriera, assistenza sanitaria, tasse da pagare da parte del datore di lavoro né contributi da versare per il lavoratore (che quindi non matura la pensione); l’unica differenza con il nero è che si firma un “contrattino” dov’è specificata la paga oraria, per il resto il datore può manipolare il lavoratore come vuole finanche a licenziarlo seduta stante, e il lavoratore può andarsene altrettanto seduta stante se non è più a suo agio. Di conseguenza, nonostante la grande quantità di possibilità lavorative e la facilità di assunzione, il sistema dell’arubaito comporta che le grandi catene, quelle in cui si lavora molto, tendono a essere sempre a corto di personale perché i lavoratori, dopo esserci cascati una volta, preferiscono cercare posti meno stressanti. Questo vuol dire che McDonald’s Japan paradossalmente deve impegnare più risorse per cercare personale che non per cercare clienti, e nel tentativo di arginare questo problema enorme la catena ha ideato uno stratagemma semplicissimo: convincere i bambini a diventare clienti e tutti gli altri a diventare lavoratori.

In questo recente spot tv c’è la famiglia del Mulino Bianco che va da McDonald’s, la bimba ordina dei McNuggets e alla domanda della commessa «Quanti ne vuoi?», che in giapponese è omofona di «Quanti anni hai?», la bimba risponde «Quattro anni»! Ne conseguono infiniti awww da parte delle mamme, che dopo la visione dello spot diventano disponibilissime ad accompagnare i figli nel tempio del junk food.

Oltre alle sponsorizzazioni e collaborazioni esterne per un pubblico di bambini amanti dei videogiochi, la catena di fast-food ha infatti deciso di realizzare in proprio un prodotto che potesse attirare anche il target di adolescenti e adulti per poterli arruolare come lavoratori, e per farlo ha messo insieme i rispettivi interessi delle due fasce d’età con l’equazione (anime + idol) × campanilismo = ¥¥¥. Equazione che riporta perfettamente. McDonald’s Japan ha infatti commissionato allo Studio Colorido, un giovane studio di animazione con un giovane staff di animatori, una campagna pubblicitaria per la ricerca di nuovo personale composta da pubblicità cartacea, poster da affiggere nei negozi e spot virali da diffondere sul web.

Poster promozionale della campagna assunzioni 2016 di McDonald's Japan.

Il poster realizzato dallo Studio Colorido e appeso in tutti i ristoranti McDonald’s giapponesi per invitare una fetta di pubblico quanto più ampia possibile a venire a lavorare da loro: in alto c’è scritto «Diventiamo crew». Qui sono presenti le cinque categorie principali ricercate, ovvero (dall’alto a sinistra): gli studenti delle superiori, gli studenti universitari, i freeter (un eufemismo per chiamare i lavoratori occasionali e disoccupati di fatto, leggermente diverso dai NEET che sono disoccupati totali), le casalinghe (o i casalinghi, come specificato fra parentesi), e infine i senior ovvero gli anziani, una categoria di persone che in Giappone non raramente è costretta a lavorare anche in età avanzata perché le pensioni sono miserabili e devono arrotondare in qualche modo. I poster dei cinque personaggi sono affissi anche singolarmente insieme ad altre categorie, tipo coloro hanno già un altro arubaito, oppure gli stranieri: poiché in Giappone far lavorare uno straniero è molto complicato per le aziende, perché devono sobbarcarsi le pratiche per il permesso di soggiorno e comunicare all’Ufficio Immigrazione il motivo esplicito per cui vogliono assumere proprio uno straniero invece di un giapponese (razzismo, anyone?), molte aziende desistono; se McDonald’s Japan si sorbisce anche questo fastidio burocratico vuol dire che è davvero con l’acqua alla gola.

Non è la prima volta che lo Studio Colorido accetta una commissione commerciale, dato che l’anno scorso si è fatto conoscere proprio per i graziosi e riusciti spot tv del videogame per smartphone Puzzle & Dragons diretti da Youjirou Arai, e che precedentemente aveva lavorato a svariati progetti sempre per conto terzi. Fondato nel 2011, lo studio è finalmente approdato al primo lavoro originale, completo e autoprodotto Il tifone Noruda nel 2015, che ha mostrato come in soli quattro anni di lavoro gli animatori avevano già sviluppato uno stile ben definito e riconoscibile, con disegni morbidi palesemente debitori dello Studio Ghibli, ma personalizzati da una colorazione gentile dalle tinte aquerellate, grande presenza di luce bianca e totale assenza del colore nero puro, sostituito da tinte scurissime blu o marroni o grigie, ma mai completamente nere.

Trailer per due lavori realizzati nel 2013 dallo Studio Colorido per un produttore esterno: il primo Shashinkan (“Lo studio fotografico”) diretto da Takashi Nakamura e chiaramente debitore di Isao Takahata, e il secondo Hinata no aoshigure (“Pioggia col sole”, ma contiene dei giochi di parole) diretto da Hiroyasu Ishida e chiaramente debitore di Hayao Miyazaki.

Anche in questo caso lo spot animato è una mini-storia: una ragazza delle superiori viene introdotta a lavorare da McDonald’s da una studentessa universitaria, la quale diventerà la sua senpai e lascerà il lavoro, così che poi la ragazza delle superiori diventerà a sua volta la senpai di un’altra ragazza e la storia si ripete. Il McDonald’s è mostrato come il posto più bello della Terra, dove i dipendenti sono professionali sul lavoro e poi teneroni al party d’addio della collega: tutto meraviglioso.

Sarebbe stato semplicemente uno spot animato, se non fosse stato inserito un altro elemento particolarmente forte: le idol, che tirano più di un carro di buoi. Per il doppiaggio dello spot, McDonald’s Japan è andata a colpo sicuro ingaggiando il celebre gruppo canterino AKB48, composto da una marea di ragazzine con un enorme seguito di fan pronti a gettarsi col loro corpo sulle pozzanghere pur di non far sporcare le scarpette alle loro beniamine, e quindi tanto più disposti a lavorare da McDonald’s se gli viene chiesto con voce gentile come accade alla fine dello spot.

Dato che le voci recitanti sono solo due, si potevano scegliere i due membri più popolari del gruppo e assegnare a loro le parti, ma poiché le AKB48 sono in tutto quasi un centinaio e poiché ogni fan ha la sua preferita, la mente machiavellica dei giapponesi ha moltiplicato il già alto potenziale della combo anime + idol aggiungendo un elemento amato dai giapponesi quanto se non più degli italiani: il campanilismo. All’interno del gruppo di idol sono state selezionate nove ragazze in rappresentanza delle loro rispettive aree di provenienza, ovvero le otto regioni del Giappone più la zona di Kyoto tradizionalmente considerata socialmente, culturalmente ed economicamente una realtà a sé stante, un po’ come Napoli in Italia. Ecco quindi che le otto ragazze di Hokkaidou, Touhoku, Kantou, Chuubu, Kansai, Chuugoku, Shikoku e Kyuushuu doppiano la ragazzina delle superiori con il loro dialetto tradizionale in otto distinte versioni dello spot, e la ragazza di Kyoto doppia la studentessa universitaria in dialetto di Kyoto nella nona e ultima versione. È un successone: in un mese le otto versioni locali ricevono una media di 25’000 visualizzazioni, e la versione standard supera il milione, il tutto senza alcuna promozione esterna o passaggio televisivo.

Lo spot in versione standard della campagna assunzioni 2016 di McDonald’s Japan, dove con “standard” si intende la versione del Kantou, cioè nel dialetto di Tokyo, in quanto in realtà non esiste una vera e propria “lingua giapponese ufficiale” confermata dall’equivalente nipponico dell’Accademia della Crusca (fatti salvi i registri tecnici e formali), e si considera generalmente come “lingua giapponese standard” il dialetto di Tokyo. La cosa dipende dal fatto che oltre 30 milioni di persone abitano nel Kantou, cioè un quarto dell’intera popolazione giapponese, e anche chi non ci abita ci si reca ogni tanto perché ci sono concentrati tutti gli uffici, i divertimenti e i servizi del paese. È come se in Italia 15 milioni di persone abitassero tutte concentrate a Roma dentro il GRA e gli altri 45 comunque ci andassero spesso per lavoro o altro: ovviamente il dialetto romano spadroneggerebbe incontrastabile su tutti gli altri e si imporrebbe come lingua, ed è esattamente quello che succede in Giappone.

Per vedere se l’iniziativa di McDonald’s Japan e dei suoi pubblicitari ha avuto successo bisognerà aspettare le statistiche dell’anno prossimo e vedere se il numero dei ristoranti e degli impiegati sarà in aumento o in calo. Nel frattempo, però, sull’Internet giapponese sono partiti i commenti acidi, perché sulle BBS tipo 2channel o Matome i giapponesi si svestono completamente della loro celebre cortesia e si rivelano estremamente diretti o peggio; l’anno scorso sono addirittura partite delle indagini ufficiali sul servizio di chat LINE perché la sua diffusione fra i minorenni fece schizzare alle stelle i già numerosissimi casi di bullismo, violenza psicologica e suicidio giovanile che tormentano il Giappone. I commenti più gettonati sono stati:

Se il McDonald’s è davvero un posto così meraviglioso come viene rappresentato, allora perché la senpai lascia il lavoro?

Come mai la senpai si dimette? Forse perché nel frattempo si è laureata e quindi finalmente può trovarsi un lavoro migliore che friggere patatine? O, peggio ancora, forse perché si sposa e/o è rimasta incinta e McDonald’s Japan non offre il congedo di maternità?

Ma il più comune e al contempo più cattivo è:

Ma le AKB48 hanno mai lavorato al McDonald’s?

Il gruppo musicale femminile giapponese AKB48.

Gotta catch ‘em all!

In pratica alla fine haters gonna hate, come si suol dire. Nel frattempo McDonald’s Japan si trova in una grottesca situazione di crisi non perché non ha abbastanza gente davanti al bancone, ma dietro: viene quasi voglia di non andarci più per non soffocare di lavoro i dipendenti, le coronarie intasate di colesterolo ringrazieranno sicuramente.