Masami Kurumada

Di Netflix e I Cavalieri dello Zodiaco, parliamone un po’

Una delle frasi che capita di sentire spesso, quando si parla di Saint Seiya e Toei Animation è: «ma sì, dai, si lascia guardare; alla fine pensavo peggio». È un pensiero che accompagna molti di noi sin dal 2006, quando un Rhadamanthys senza piedi girovagava per il Meikai, e che molto probabilmente troverete inciso sulla mia lapide: Qui riposa Aeris, è morta pensando che poteva andare peggio.

Questa frase, da sola, inquadra molto bene quello che è lo spirito di molti fan della serie, oggi: c’è stanchezza, ambizione alla mediocrità e alla speranza di riuscire almeno ad accontentarsi. Spiega inoltre come mai la serie Netflix sia passata praticamente inosservata anche dallo stesso fandom: l’abbiamo già dimenticata, è finita all’istante nel dimenticatoio insieme a Soul of Gold, Saintia Sho e Legend of Sanctuary, del tipo che se ne parlava di più quando doveva ancora uscire.

Ma le mie parole sono quelle di una che parla di Saint Seiya da quasi trent’anni, e Knights of the Zodiac di Netflix non è una serie realizzata per i fan storici, e non è nemmeno pensata per un pubblico nostalgico. Il suo target di riferimento è chiaro: una produzione nippo-americana per una platea occidentale, dove con “occidentale” si sottintende Nord America.

Questa consapevolezza, unita a una certa rassegnazione che ormai mi fa compagnia dal 2006, mi ha aiutata parecchio nel non prendermela; è la ragione per cui durante lo streaming non ho urlato e gridato al tradimento dell’originale e dell’infanzia come tanti altri.
La domanda giusta quindi dovrebbe essere: Knights of the Zodiac può piacere a dei bambini? È una domanda alla quale chiaramente io non posso rispondere, tutti i miei nipotini sono già stati educati alla serie storica, ma se avete dei figli ancora incontaminati magari chiedeteglielo e fatemi sapere.

Quello che posso fare, nel frattempo, è fornirvi un piccolo, ma lungo elenco dei motivi che mi hanno fatto alzare gli occhi al cielo, con una premessa fondamentale: questa prima stagione in realtà è composta da dodici episodi, se al momento ne abbiamo visti solamente sei è perché Netflix ha deciso di rilasciarla in due ondate. Il mio personalissimo giudizio su questa prima parte non cambierà, ma è inutile negare che esiste un possibile margine di miglioramento, così come il contrario, una volta che saranno rilasciati i restanti sei episodi dedicati ai Cavalieri d’Argento.

Voglio ma non posso, il target

Per capire il perché di questa operazione bisogna tornare indietro al 2003, anno in cui Saint Seiya finì per la prima volta sulle televisioni nordamericane. Il primo doppiaggio del paese è celebre per essere uno spasso: sangue blu, tagli, colonna sonora modificata, sceneggiatura che a definirla rivisitata sarebbe farle un complimento e personaggi dalla parlata esilarante; in tal senso Hyoga (Cristal) e la sua cadenza da surfista californiano sono passati alla storia. La trasmissione, inutile dirlo, ebbe talmente tanto successo che fu interrotta dopo poco più di trenta episodi, nemmeno il tempo di arrivare ai Cavalieri d’Oro, tanto per capirci. Non andò meglio neppure con un secondo doppiaggio più fedele direttamente per l’home video, e ancora oggi non esiste una versione completa e doppiata dell’anime storico, in Nord America. Questa indifferenza, per la Toei Animation, con gli anni si è trasformata in una sorta di strana ossessione da sfondamento, e Knights of the Zodiac ne è il risultato.

L’opera originale è stata quindi presa e modificata per andare incontro ai gusti di un giovane e generalista pubblico americano che, di Saint Seiya, non sa niente o quasi. Non stupisce quindi la presenza di Eugene Son in qualità di story editor, così come non dovrebbero stupire la semplificazione di diversi eventi del manga classico, la massiccia presenza di militari e l’avvicinamento al genere super-eroistico.

È dura da digerire e da ammettere, lo so, ma fin qui non ci sarebbe neppure niente di male. Le critiche che parlano di poco rispetto verso l’opera di Masami Kurumada hanno poco senso, se ci si concentra per un momento sul fatto che ci troviamo di fronte a una serie che parte con la precisa idea di declinare l’opera per un pubblico mainstream con gusti ed esigenze diversi.

Certo, c’è il dispiacere nel sentirsi completamente fuori target verso qualcosa che ami o che semplicemente ricordi con affetto, così come il rimpianto nel vedere qualcosa di intimamente giapponese svuotato da quella che era la sua essenza (una storia di amicizia e formazione personale che si fa strada a suon di mazzate, sacrifici e confronti), ma ripetiamolo prendendo un respiro profondo: fin qui niente di male.

Il problema nasce nel momento preciso in cui ti accorgi che questi primi sei episodi non hanno il coraggio di andare in questa direzione fino in fondo, dando il via ad una chiara operazione nostalgica allo stesso tempo: vengono quindi richiamati o ripescati doppiatori già legati a Saint Seiya  più o meno in tutto il mondo, a cominciare dal Giappone, passando per Italia, Francia, Messico, Brasile.

Il progetto, insomma, inizia a perdere di coerenza alle fondamenta, e la sensazione di operazione nostalgica diventa certezza non appena si realizza che la serie mantiene la stessa identica struttura del manga originale. Non aiuta nemmeno il chara in 3D, a dirla tutta, studiato e costruito a tavolino sui Myth Cloth, il più importante prodotto di merchandise legato a Saint Seiya, prodotto da Bandai e dedicato ai collezionisti adulti.

Paradossalmente, forse avrei preferito un cartone carino, scorrevole e semplice, da guardare sorridendo con tenerezza, anziché una serie che tenta in tutti i modi di ignorarmi, ma che allo stesso tempo vuole usarmi a mo’ di paracadute per vendermi qualcosa. Il risultato è un prodotto nebuloso e incerto, incoerente persino nella sua stessa genesi, che corre il rischio di non rimanere nella memoria di alcun ragazzino e che, dall’altra parte, farà solamente incazzare i fan storici.

Infinite cose da fare e così poco tempo

Questi sei episodi coprono il primo arco narrativo della serie, quello delle Galaxian Wars, dei Black Saint e di Ikki di Phoenix, il primo villain dell’opera. È una fase che tende a essere snobbata anche dagli stessi fan, a dirla tutta, e in genere non resta scolpita nell’immaginario collettivo per un’infinità di validissime ragioni. Nonostante tutto, rimane un arco tremendamente importante perché pone le basi dell’intera serie: non solo ci vengono presentati i cinque protagonisti; li vediamo scontrarsi, avvicinarsi, comprendersi, sacrificarsi ed unirsi. Senza questa fase, insomma, crolla l’intera coralità di Saint Seiya, e quindi la sua stessa identità.

Il manga originale sviluppava tutto questo in quattro volumi e mezzo, serializzati su Shonen Jump per trentotto capitoli nell’arco di circa dieci mesi; l’anime storico, pur con qualche variazione rispetto al fumetto, ci impiegava quindici episodi. Netflix, se si tolgono i tempi di opening ed ending, lo fa in meno di due ore. Aspettate che lo metto in grassetto: meno di due ore.

Sembrerà strano, ma nonostante il grassetto non è il minutaggio fine a se stesso il problema principale di questa prima parte. In un mondo dove la serialità è cambiata e dove le maratone televisive sono all’ordine del giorno, sei episodi sono tutto sommato un numero sensato, se si operano dei precisi e sensati cambiamenti strutturali; cambiamenti che, però, qui non ci sono stati.

Certo, la produzione si preoccupa un sacco di trasformare la serie sul piano visivo e di edulcorare, per non dire eliminare, tutti quei temi che nel 2019 potrebbero risultare a dir poco controversi, ma non si preoccupa minimanete di ritmo e storytelling.

Knights of the Zodiac vuole raccontare la stessa identica storia del manga classico, ma vuole farlo in sei episodi anziché quindici, dimenticandosi che la regola più importante, quando si opera una trasposizione, non è fare i riassunti dei capitoli per poi cucirli tra loro, ma è quella di smontare e rielaborare il materiale nella sua totalità, usando una narrazione o addirittura eventi diversi per arrivare al medesimo obiettivo, in questo caso l’unione del gruppo.

Il risultato è che non c’è armonia nella gestione degli eventi, così come viene a mancare completamente la sinergia e la complicità tra i protagonisti; anche perché nella fretta di riproporre gli eventi che conosciamo a mo’ di compitino, si elimina completamente il trascorso tra i personaggi. A differenza delle versioni originali, infatti, qui i protagonisti non sono cresciuti insieme, sono dei perfetti estranei che passano dall’ignorarsi al millantare di quanto sia forte il potere dell’amicizia. I personaggi non restano mai fermi troppo a lungo sulle proprie posizioni e ogni decisione non è mai sofferta proprio perché non c’è il tempo di svilupparla: la raccontano, ma non la vivono, la vedi, ma non la senti. La fedeltà ad Athena, d’altra parte, arriva alla prima occasione semplicemente perché dovuta, in barba alla storia originale dove la dea, molto banalmente, se la sudava.

Insomma, è il classico esempio di una serie che vuole cambiare tutto, ma che in realtà non cambia niente, depotenziandosi con le sue stesse mani. Uno dei suoi più grandi limiti è proprio la fedeltà alla struttura della storia originale, una struttura che non puoi permetterti di mantenere con sei episodi a disposizione, e che a un certo punto diventa obsoleta se vuoi fare qualcosa per un altro pubblico, no?

No, non funzionano nemmeno le mazzate

Potrebbe sembrare un argomento di poco conto, quello delle mazzate, ma considerando che stiamo parlando di una storia di formazione che si fa strada a suon di legnate, pestaggi e sacche di sangue… no, direi che è un aspetto abbastanza centrale. Purtroppo i combattimenti non funzionano a più livelli e non lasciano il segno né sul piano visivo né su quello narrativo.

La spettacolarità è sostanzialmente inesistente, e a partire dal quarto episodio si assiste a uno spudorato riciclo delle animazioni. Nel giro di pochissimi minuti vengono lanciate le stesse tecniche un numero imprecisato di volte, andando a creare un effetto ridondante a dir poco fastidioso, a tratti nauseante.

Per carità, quella di riutilizzare le stesse cel è una pratica ricorrente, lo faceva spesso e volentieri anche l’anime classico, ma mai in modo così ravvicinato e, se accadeva, la regia si sforzava di non ripetersi, accorciando, frammentando o allungando la sequenza, proprio per diversificare un’animazione che altrimenti sarebbe rimasta identica a se stessa. C’era cura ed attenzione, insomma, e soprattutto c’era il desiderio di cercare soluzione visive interessanti.

La situazione non migliora sul piano narrativo, dove gli scontri durano talmente poco da risultare inutili. Le Galaxian Wars (che a ‘sto giro si svolgono clandestinamente in un magazzino, probabilmente lasciato in disuso da Amazon, nascosto da un tombino senziente – fa morire, lo so) sono talmente brevi che tanto valeva eliminarle del tutto, a questo punto, e il celebre combattimento tra Pegasus e Dragone riesce a toccare i dieci minuti soltanto perché buona parte di questo si concentra su flashback.

Se da un lato la quasi totale assenza di sangue e violenza è comprensibile per via del target, dall’altro c’è il maldestro tentativo di ricrearla sotto altre forme, concentrandola interamente nel passato di Phoenix, così da giustificarne le azioni, o indirizzandola verso elicotteri e carri armati. Il risultato è che non solo gli scontri vengono vissuti con un certo distacco emotivo, ma non riescono nemmeno a dare la percezione di protagonisti che rischiano qualcosa, tipo non so… la vita?!

Potrebbero sembrare critiche esagerate le mie, me ne rendo conto, e qualcuno potrebbe rispondere facendomi presente che un bambino di otto anni forse queste cose nemmeno le noterebbe, specialmente senza il vecchio anime come termine di paragone, ma a questo punto bisognerebbe riflettere sul fatto che anche il vecchio cartone era una produzione – almeno nelle fasi iniziali – per bambini delle elementari. Bambini giapponesi degli anni ’80, certo, eppure quello stesso anime cominciava con un orecchio mozzato.

La fastidiosissima Quota Rosa

Quando fu annunciato che Shun di Andromeda sarebbe diventato una donna, le reazioni del fandom furono così pacate ed eleganti che costrinsero Eugene Son, story editor della serie Netflix, a chiudere il suo profilo Twitter. Prima del ritiro forzato, ebbe comunque modo di spiegare le ragioni di questa sua decisione, in particolare:

Ma trent’anni fa, un gruppo di ragazzi in lotta per salvare il mondo senza neanche una ragazza nel team non erano un grosso problema. Era lo standard di allora. […] Ma oggi? Non è la stessa cosa

Francamente non ho una grande simpatia per questo tipo di cambiamenti, che siano di genere, etnia, orientamento sessuale o chissà che altro. La mia antipatia per questo modus operandi, però, non è assoluta o a prescindere, e in generale non ha niente a che vedere con la fedeltà al materiale di partenza. Il mio è più che altro un discorso relativo alla creatività, e se l’unico modo che un’opera riesce a trovare per parlarmi di inclusività (e il punto è questo) è cambiare il sesso ad un personaggio, beh, quella serie parte malissimo, per quel che mi riguarda, mettendo in evidenza un certo pressapochismo e una scarsa voglia di fare e creare. L’idea che ci sta alla base la capisco e la condivido, ma preferisco che sia messa in mostra tramite lo sviluppo di personaggi nuovi o l’approfondimento di secondari, in grado di aggiungere qualcosa di davvero originale all’opera. In tal senso, il personaggio di Miko nel bellissimo Devilman Crybaby è il perfetto esempio di un lavoro fatto con intelligenza.

Su questo argomento ebbi modo di dire la mia diversi mesi fa, e adesso che la serie è stata rilasciata mi sento di aggiungere soltanto che questo cambio, allo stato attuale, è sostanzialmente una modifica inutile e per niente inclusiva.

Shaun, infatti, non mostra alcuna variazione caratteriale rispetto alla sua controparte maschile, al momento, e in generale non aggiunge assolutamente nulla di nuovo all’opera originale, anzi, la priva di un personaggio che era interessante proprio perché gentile, delicato e restio al combattimento; una personalità maschile unica ed indispensabile, nella serie, che sommata all’unicità delle altre quattro andava a completare il gruppo dei cinque.

A essere onesti, la Toei Animation ci aveva già provato nel 2014 con Legend of Sanctuary – La leggenda del Grande Tempio, quando a diventare donna fu direttamente il Cavaliere d’Oro dello Scorpione. Le critiche non si risparmiarono neanche all’epoca, ma almeno la cosa venne realizzata con un pizzico di intelligenza in più: ne cambiarono aspetto, storia e interazioni, creando, di fatto, un personaggio nuovo che con l’originale aveva in comune soltanto il nome e alcuni lati caratteriali.

Qui non c’è nulla di tutto questo: stesso aspetto, stessa armatura, stesso carattere, stesso albero genealogico. D’altra parte è difficile non notare il pasticcio di tutta questa operazione, visto che Shaun resta l’unica donna in un gruppo iniziale di dieci Cavalieri, andando quindi a creare una sorta di singolarità che finisce per metterla in mostra proprio in virtù di un genere diverso. Uno scivolone davvero maldestro, se si pensa che poteva essere arginato cambiando qualche altro personaggio qui e là; tanto voglio dire, nel fango ormai già ci siete.

Ancora una volta, però, le mie sono critiche che nascono dall’inevitabile confronto con l’opera originale, confronto che un bambino che si approccia per la prima volta a Saint Seiya chiaramente non può fare. Se si abbandona ogni termine di paragone con la storia che conosciamo, il personaggio funziona: ha una sua identità, fa gruppo e dimostra una certa strategia in battaglia. Si tratta sicuramente di un personaggio poco intenso, semplice e a tratti superficiale, ma questo purtroppo è un limite dell’intera serie, e non è da escludere che possa migliorare con l’evolversi della stagione che, ricordiamolo, è soltanto a metà.

Molto probabilmente le variazioni più consistenti al personaggio di Shaun inizieranno più avanti, se si resterà fedeli alla struttura del manga, quando rientrerà in scena Ikki Nero Phoenix e si inizierà a parlare in modo più specifico della nobiltà d’animo di Sh(a)un, della sua inclinazione al sacrificio o del tran-tran quotidiano del correre in suo aiuto (concetti sicuramente esasperati nell’anime storico, ma presenti e ben saldi anche nel manga). A quel punto sarà divertente vedere come si comporteranno gli sceneggiatori: se lasceranno che Shaun venga dipinta come una damigella in pericolo o il suo esatto opposto, distaccandosi dal personaggio originale.

Edulcorare, eliminare, aggiustare

In realtà la faccenda di Andromeda fine a se stessa è pure uno dei problemi minori dell’intera serie, per quel che mi riguarda, ma resta un ottimo punto di partenza per mettere a fuoco tutto quello che gli autori hanno voluto edulcorare o eliminare per aggiustare Saint Seiya.

Saint Seiya è una voragine di incoerenza e insensatezza, e spesso riesce a tirar fuori dal cilindro delle robe talmente ridicole e surreali che grazie, Netflix, che almeno quelle le hai tolte (sì, mi riferisco chiaramente alla faccenda dei cento figli), ma di sbagliato, nei Cavalieri, non c’era e non c’è niente ancora oggi. Ha delle situazioni e dei temi controversi, verissimo, ed è proprio per questo che forse valeva la pena che fossero affrontati, anziché eliminati tout court.

Shun è stato sostituito con Shaun soltanto per parlare di inclusività, ma a ben vedere la serie originale già affrontava questo argomento, e lo faceva in un modo splendido grazie al sottotesto delle maschere.

La maschera viene ricordata soprattutto per via del suo lato romantico, ossia per l’obbligo di odio e amore di Shaina (Tisifone) verso Seiya, ma in realtà il punto centrale dovrebbe essere l’intero percorso della ragazza, con l’anime storico che arrivava a chiudersi con una Shaina sorridente e serena persa sull’orizzonte, libera dalla maschera, insieme a tutti i protagonisti; come se finalmente fosse una di loro.

Anziché prendere un tema del genere ed esplorarlo, come fecero anche Lost Canvas e Saint Seiya Omega, Knights of the Zodiac ha preferito prendere la porta sul retro ed eliminarlo del tutto, e ora le uniche maschere che vediamo nella serie servono soltanto a nascondere l’identità di qualcuno, forse.

Ma in generale questa è un po’ la pietra angolare che definisce l’intera produzione di Netflix: aggirare l’ostacolo eliminandolo, semplicemente. Perché è più facile rendere donna uno dei protagonisti, anziché approfondire quelle già presenti o crearne di nuove. Perché è più semplice eliminare un concetto controverso come quello della maschera, piuttosto che sfidarlo. Perché è più comodo rendere Saori una dea consapevole della sua natura divina già in tenera età, anziché dipingerla come una bambina viziata prima, e una ragazzina in conflitto con sé stessa poi.

Tutte scelte che passeranno completamente inosservate agli occhi di un pubblico che non conosce l’opera originale, ma che inevitabilmente vanno a semplificare una storia che di complicato non ha mai avuto assolutamente niente, mettendo in pubblica piazza una notevole pigrizia creativa che purtroppo va a oscurare le poche scelte intelligenti e sensate che questa produzione è comunque riuscita a proporre (sì, incredibilmente qualcosa di buono c’è, lo giuro!).

Saint Seiya fa del crescendo uno dei suoi tratti distintivi, e non voglio negare la flebile possibilità che Knights of the Zodiac possa migliorarsi con l’evolversi della storia. Certo è che se il buongiorno si vede dal mattino, la possibilità di una giornata davvero del cazzo pessima è dietro l’angolo.

Saint Seiya Lost Canvas, una serie tutta da guardare!

Tre orfani uniti da una forte amicizia e un inesorabile e tragico destino, loro sono i protagonisti di Lost Canvas, lo spinoff di Saint Seiya ambientato 243 anni prima nel vivo della Guerra Sacra tra le forze oscure di Ade e i cavalieri di Atena.

Scritto e disegnato da Shiori Teshirogi e supervisionato dal Sensei Kurumada, Lost Canvas nasce come prequel ufficiale della serie classica ma diviene ben presto una serie apocrifa a causa della nascita di Saint Seiya Next Dimension, scritta e disegnate da Kurumada stesso, la serie è ambientata nella stessa epoca ma tratta personaggi e avvenimenti in modo molto diverso.

La storia narra di Tenma, Bronze Saint di Pegaso e predecessore di Seiya, e del suo percorso per divenire cavaliere di Atena, reincarnatasi in Sasha sua amica d’infanzia, e della loro battaglia contro Ade, tornato in vita nel corpo di Alon fratello minore di quest’ultima. Per fronteggiare il potere della divinità della morte il Cavaliere di bronzo dovrà superare prove impervie e potenti specter sempre affiancato da Yato, Bronze Saint di Unicorn, e da Yuzuriha, Silver Saint di Crane. Lo sviluppo della storia abbandona lo schema classico e la Teshirogi riesce sapientemente a dribblare tra i paletti imposti dalla serie classica (il finale già annunciato ad esempio) e a intrecciare una trama appassionante. I personaggi godono di un ottimo approfondimento caratteriale acquisendo importanza e spessore ai fini del racconto.

L’opera ha riscosso in patria, e nel resto del mondo, un degno successo tanto da ispirare, nel 2009, la produzione di una nuova serie OAV di 26 episodi non curati come di consueto dalla Toei Animation ma affidata, per la prima volta, alla TMS Entertainment. Il risultato direi che è ottimo, le animazioni sono fluide e molto dinamiche e il character design si discosta dallo stile tipico di Shingō Araki, seppur rimanga sempre il mio preferito, e ne sviluppa uno originale molto vicino a quello del manga.

Grazie al lavoro di Anime Factory, anche noi italiani abbiamo potuto godere dell’edizione per l’home video, distribuita sia in formato dvd che blu ray, l’edizione è buona sotto tutti i livelli. Raccolta in due cofanetti, uno per ogni serie da 13 episodi, l’edizione presenta una cura grafica che si ispira molto fedelmente all’edizione giapponese e un booklet a colori di 24 pagine con sinossi e gallery dei personaggi, il tutto raccolto nelle classiche custodie in plastica impreziosite da un copricustodia in cartone.

Queste le caratteristiche tecniche:
Formato video: 16/9 1.78:1
Audio: ITALIANO 2.0 / GIAPPONESE 2.0
Sottotitoli: ITALIANO
Durata: 325 minuti circa (episodi 01-13)
Contenuti extra:
Include un booklet a colori esclusivo di 24 pagg. con sinossi e gallery dei personaggi.
Tre diverse tracce audio italiane:
• Fedele all’originale con i colpi speciali tradotti
• Fedele all’originale con i colpi speciali in giapponese
• Ispirata all’adattamento italiano della serie classica

Personalmente ho apprezzato moltissimo la scelta dei tre doppiaggi italiani che di certo riusciranno a soddisfare i gusti di un po’ tutti i fan lasciando loro la scelta di quale scegliere per la visione. Altro aspetto che ho trovato davvero interessante la scelta di inserire, tra i contenuti extra dei dischi, i video in sala di doppiaggio dove i singoli doppiatori vengono filmati durante alcune sessioni ed è divertente notare le tecniche usate da ognuno di loro per immedesimarsi meglio nel proprio personaggio.

Che dire, la serie è a mio avviso molto buona, come l’edizione italiana molto ben curata, da qualche mese è anche disponibile nel catalogo di Netflix quindi direi che non ci sono scuse per evitare la visione di questa appassionante saga dedicata ai Santi di Atena!

Saint Seiya: un successo lungo 30 anni!

I Cavalieri entrano negli “enta” e noi di Dimensione Fumetto non potevamo non festeggiare questo loro traguardo con un doveroso punto della situazione sul successo di Saint Seiya, che a distanza di trent’anni è ancora sulla cresta dell’onda e nel cuore degli appassionati.

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Masami Kurumada con i suoi personaggi alle spalle.

Partiamo dall’inizio, l’autore Masami Kurumada, classe 1953, iniziò la serializzazione del manga nel 1985. Gli episodi, che venivano pubblicati con cadenza settimanale su Shonen Jump, facevano parte di un progetto molto più ampio volto alla pura e fredda vendita di gadgets. Solo in seguito ne fu tratta una serie animata tradotta con successo in più di cinquanta nazioni. Proviamo allora ad analizzare i motivi di un successo così ampio e duraturo.

Fin da subito quello che è chiaro allo spettatore è la presenza di personaggi ben delineati, ognuno con una caratteristica ben distinta, ognuno legato a un colore, ogni colore legato a un’armatura, ogni armatura legata a una costellazione, ogni costellazione legata a un mito (a partire da quello greco, per passare a quello norreno per finire con la storia egizia e la religione indiana).
Si viene quindi fin da subito attratti da questo singolare mix, temi che fino a quel momento erano visti solo come argomento di studio scolastico acquisivano improvvisamente un nuovo vigore (stessa cosa che anni prima era successa con la Rivoluzione francese e Lady Oscar, a esempio).

La serie tokusatsu più favosa in occidente, i Power Rangers, a confronto con Saint Seiya.

La serie tokusatsu più famosa in occidente, i Power Rangers, a confronto con Saint Seiya.

Qui il protagonista non è un solo personaggio e non assistiamo al classico cliché del cattivo che diventa buono, i personaggi che inizialmente sembrano antagonisti nel corso della storia diventano invece un gruppo affiatato, un team, ognuno ha un carattere ben distinto e ha un colore che ne identifica il potere e ne esalta la distinguibilità, caratteristica questa ripresa a piene mani dalle serie live action dei tokusatsu:

Seiya (Pegasus) è associato al rosso, colore che da sempre nelle serie identifica il leader, la sua armatura è bianca e il suo potere viene dalla luce;

Shiryu (Dragone) è associato al verde, colore che nei tokusatsu è solitamente legato o a un’evoluzione del protagonista o a un suo braccio destro, quasi pari; l colore viene anche associato all’acqua, che è il suo elemento;

Hyoga (Cristal) è associato al blu, la sua armatura è azzurra e il suo potere viene dal ghiaccio;

Shun (Andromeda) è associato al rosa, altro colore da team dei live action, rappresenta la parte femminile del gruppo e la sua gentilezza è spesso associata a una presunta omosessualità; la sua armatura trae potere dalle catene che imprigionarono la regina Andromeda nel mito greco;

Ikki (Phoenix) è associato all’arancio, colore che è una variazione calda del classico giallo presente solitamente nei team dei telefilm giapponesi, la sua armatura è un mix di blu e arancio e il suo potere è il fuoco.

Oltre a queste peculiarità visive quello che fin da subito cattura lo spettatore è la presenza di forti valori morali quali la lealtà e il rispetto.

Nei primi episodi troviamo i personaggi l’uno contro l’altro, il loro scopo è vincere l’Armatura d’oro combattendo all’ultimo sangue, tutti contro tutti. Presto però un elemento destabilizza lo spettatore: durante uno degli episodi più forti e toccanti di tutto l’anime, Seiya e Shiryu, entrambi molto tenaci, gareggiano alla pari, fino a quando il Cavaliere di Pegasus, quasi rischiando la vita, riesce a battere il Cavaliere del Dragone. Coriandoli e urla da stadio, si inneggia a Seiya come vincitore ma Shiryu, in quel momento, viene colto da un infarto, conseguenza del suo ultimo colpo. Il suo cuore è fermo e il tatuaggio del drago che ha sulla schiena sta svanendo: cancellatosi del tutto, la vita del Cavaliere avrà fine e solo un pugno forte quanto quello che ne ha causato il blocco può riattivarlo. Il Cavaliere delle tredici stelle è sfinito, esangue, lo stanno trasportando via in barella quando ecco che Seiya raccoglie le sue ultime forze e sorretto da Hyoga lancia un pugno fortissimo in corrispondenza del cuore di Shiryu. All’urlo di «Non sparire maledizioneeeeeeeee», la forza del colpo proietta Dragone, insieme a Shun che lo sosteneva, contro un muro. Attimi di silenzio, occhi sbarrati e poi il miracolo: un battito cardiaco, il cuore ha ripreso a funzionare. “Dragon Saved” come recitano gli schermi televisivi.
In questa scena vediamo che dei ragazzi che fino a un attimo prima erano solo dei rivali in battaglia improvvisamente mettono da parte il loro orgoglio e uniscono le forze per salvare la vita dell’altro: nasce così una squadra invincibile, che grazie alla forza di volontà e al rispetto degli altri, della forza dell’avversario, potrà affrontare qualsiasi sfida.

Ma ovviamente i valori e sentimenti non sono l’unica forza di questa serie. Facendo un passo in dietro, ricordiamo che fu creata per la vendita di giocattoli, nello specifico di action figures, dunque furono pensati dei personaggi che avessero delle caratteristiche ben distinte che, oltre al colore, possiedono una singolare armatura che in fase di riposo si ricompone a formare il simbolo della costellazione di appartenenza.

Foto tratta dal blog di Gypsy Moth's Blog.

Foto tratta dal blog di Gypsy Moth’s Blog.

I Cavalieri dunque, oltre a essere un ottimo business, che ha dato vita a una delle collezioni più prolifiche di sempre, ha creato un vero e proprio genere dell’animazione giapponese, quello dei guerrieri in armatura. Tant’è che in seguito al successo dei Santi nacquero diverse serie che a loro si ispiravano, ricordiamo tutti Samurai Trooper, da noi I cinque Samurai, e Shurato per citare le due più famose in Oriente.

 

Samurai Troopers (I 5 samurai) a sinistra - Shurato a destra.

Samurai Trooper (I cinque samurai) a sinistra – Shurato a destra.

Ma c’è un altro fattore che ha contributo a rendere la serie fruibile e famosa: la trama.
Strutturata come il più classico videogiochi picchiaduro a scorrimento, vediamo che la storia si evolve seguendo uno schema semplice e lineare e l’esempio più significativo è rappresentato dalla saga del Santuario: i cinque protagonisti devono superare in dodici ore le dodici case dello Zodiaco, sconfiggere i dodici Cavalieri D’Oro e salvare Saori che giace in fin di vita a causa di una freccia che sta per infilzarle il cuore. Si ha quindi un crescendo di azione fino ad arrivare all’apice con la sconfitta del boss finale e la Principessa in salvo. Lo schema viene riveduto e ripetuto anche nelle saghe successive. Saori è in pericolo, i Saint si battono, Seiya sconfigge il boss finale e salva la Dea Atena. Formula vincente non si cambia e troviamo lo stesso schema riproposto anche nell’ultima serie animata Saint Seiya Soul of Gold che vede protagonisti i Cavalieri D’Oro. Dunque è chiaro che non solo i colpi di scena e gli scontri sono importanti ma per catturare lo spettatore è necessaria anche una trama ben comprensibile e ben strutturata.

Non dimentichiamo poi il valore aggiunto che la serie ha ricevuto grazie allo splendido character design a opera di Michi Himeno e del compianto Shingo Araki. Il loro tratto plastico e sinuoso ha reso i personaggi maggiormente accattivanti; d’altronde, non è un caso, se a questi nomi si legano serie di straordinario successo come la già citata Lady Oscar e lo stranoto Goldrake.

Alcune opere di Himeno e Araki, da sinistra: Ulisse 31, Goldrake, Lady Oscar, Lulù l'angelo tra i fiori.

Alcune opere di Himeno e Araki, da sinistra: Ulisse 31, Goldrake, Lady Oscar, Lulù l’angelo tra i fiori.

Ovviamente da grandi successi nascono grandi polemiche e Saint Seiya non è esente da queste, infatti la serie viene additata di eccessiva violenza costringendo la Mediaset, che ne ha replicato negli ultimi anni tutti gli episodi, a censurarla tagliando o oscurando le scene di sangue.

Ma a parte le poche polemiche quello che Saint Seiya lascia in eredità è solo il grande successo che questa serie continua a mietere da trent’anni, testimone ne sono i numerosi spin off manga, le serie animate e le diverse collezioni di action figures che continuano a essere prodotte tutt’oggi.

Quindi tanti auguri Saint Seiya, continua a bruciare il tuo cosmo fino ai limiti estremi dell’universo.

Saint Seiya Next Dimension. Inizia la stagione finale

Sull’ultimo numero di Shonen Champion (Akita Shoten) uscito questo giovedì è stato pubblicizzato l’inizio del nuovo e ultimo arco di storie di Saint Seiya: Next Dimension – Meiō Shinwa  di Masami Kurumada. Questa nuova season di Next Dimension comincerà ad essere serializzata sulla rivista a partire dal 21 Gennaio.Shonen Champion

Alla fine della precedente stagione nel Gennaio 2014 Kurumada aveva messo la serie in pausa fino al Dicembre 2015 (fatta eccezione per alcuni capitoli speciali a Giugno 2014 e Luglio 2015).

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Otoko zaka: Kurumada prima di Saint Seiya

OZ05Composto da cinque volumi e ancora in corso di pubblicazione in Giappone, Otoku Zaka è l’opera appena precedente al fratellino famoso Saint Seiya. Scritta e realizzata nel 1984, rimane sospesa al terzo volume fino all’anno scorso, quando il Sensei Kurumada decide di riprenderne la serializzazione.

La scuola media Toun Middle School di Kujukuri, una città della prefettura di Chiba, ha da tempo un leader indiscusso, Jingi Kikukawa, un ragazzo che nei suoi tredici anni di vita (??? N.d.R.) non ha mai perso un combattimento, questo fino a quando non fa la sua comparsa Sho Takeshima, capo della banda del Giappone Occidentale che ha come unicoOZ02 scopo quello di diventare il leader di tutto il Giappone; i due intraprendono un duro scontro che terminerà con la sconfitta del talentuoso tredicenne. Deluso dalla sua recente sconfitta, Jinji, si reca sulla Montagna dell’Orco alla ricerca di Kenka-Oni, il demone delle risse, per chiedergli di allenarlo e farlo diventare più forte. Il misterioso uomo sottopone il ragazzo a una prova estrema grazie alla quale riconoscerà in lui “l’ultimo vero uomo” sulla Terra.

La prima cosa che subito ho notato sfogliando il volume è la qualità dei disegni, più alta in confronto a Saint Seiya Next Dimension, seguito della serie classica tuttora in corso di pubblicazione. Il tratto, ben corposo e deciso, si fonde bene con le linee cinetiche e le illustrazioni a tutta pagina tanto care al maestro. Già da quest’opera è possibile trovare i tratti distintivi che ritroveremo poi in Saint Seiya, tant’è che i protagonisti sembrano quasi essere dei prototipi dei Santi di Bronzo.

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la lettura del solo primo volume risulta insufficiente per dare un giudizio sull’opera, spesso gli shonen manga partono a rilento e questo sembra proprio uno di quei casi, una storia semplice, lineare ma ben scritta; di certo non una spiacevole lettura ma dovremo aspettare le successive uscite per tirare le somme, però una cosa è sicura, Kurumada di opere belle ne ha fatte e piano piano grazie a Jpop le scopriremo tutte… almeno mi auguro!

“30 anni di Saint Seiya” – Mostra a Tokyo per i Cavalieri dello Zodiaco

A partire dal giugno 2016 la Kurumada Production insieme alla Toei aprirà la “Mostra per il Trentesimo Anniversario di Saint Seiya: L’Opera Completa di Saint Seiya”.

L’esposizione di illustrazioni originali sia del manga che dell’anime, action figures e altri “reperti” mai visti prima si terrà nell’edificio UDX di Akihabara. Nel frattempo è stato aperto il sito ufficiale .

 

Saint Seya

La bufala della Disney che compra i Cavalieri dello Zodiaco

Nella giornata di ieri è circolata insistentemente una voce che riguardava l’acquisto da parte della Walt Disney Company del brand di Saint Seiya. Si tratta, ovviamente, di una bufala bella e buona messa in piedi dal portale spagnolo Noticias365.info che è, come dichiarato sulla loro pagina web, ” un portal de entretenimiento, las noticias son creadas por los usuarios y son notícias humorísticas fantasiosas, fictícias, que no deben ser llevadas a lo sério o servir como fuente de información!”.

In pratica un sito di bufale dichiarate che punta sulla ormai arcinota sprovvedutezza dell’utente medio dei social network per raccogliere click.

A quelli che avevano sperato in un Pegasus vs Elsa dedichiamo il video qua sotto sperando possa consolarli.