Marvel

Who Watches the Watchmen – Il Marvel Movieverse e la crisi della Casa delle Idee

Quando nel lontano 2008 la Marvel decise di occuparsi in prima persona della trasposizione cinematografica delle sue proprietà intellettuali, nessuno avrebbe mai potuto prevedere che l’industria di Hollywood sarebbe stata travolta dal Movieverse, un vero e proprio uragano e che, forse per davvero, “niente sarebbe stato più lo stesso”. Eppure, col senno di poi, la cosa sembra estremamente naturale: in sessant’anni di pubblicazioni a fumetti la Marvel ha accumulato un patrimonio di proprietà intellettuali sensazionali, e una tale quantità di storie già scritte dai migliori creativi che basta buttare un amo nel mare delle pagine prodotte, tirar su a caso, e puoi stare sicuro di trovare qualcosa di buono.

Il successo incredibile delle pellicole supereroistiche degli ultimi dieci anni ci racconta una cosa che dovremmo voler sentire tutti quanti: che quelle storie per cui uscivamo pazzi da ragazzi, e che ancora oggi rileggiamo con passione, al di là della confezione popolare e semplificata e, diciamolo, a volte un po’ troppo kitsch, era roba davvero buona. Non eravamo noi, i nerd: erano gli altri, che non sapevano cosa si perdevano!

Partendo da questo presupposto, in questo articolo vogliamo usare i film Marvel come una lente attraverso cui guardare alla produzione a fumetti della Marvel dagli anni ’60 a oggi, nel tentativo di gettarvi sopra una luce inedita.

Abbiamo quindi preso ogni singolo film, raggruppandolo per personaggi, facendoci una semplice domanda: quanti dei concept e delle idee espresse nel film sono prese dai fumetti e, soprattutto, da quale decennio della sconfinata produzione Marvel?

Per farlo abbiamo seguito le seguenti regole:

1- Ogni concept viene conteggiato una sola volta. Iron Man viene da un’idea degli anni ’60 e viene conteggiato solo per il suo primo film; in tutti i successivi in cui appare, non viene conteggiato.

2- Non vengono conteggiate le apparizioni dei personaggi nelle scene dopo i titoli di coda, ma soltanto quando prendono parte al film vero e proprio: Scarlet e Quicksilver sono contati quindi per Avengers: Age of Ultron e non per Winter Soldier.

3- Gli anni ’60 comprendono anche quello che è venuto prima (quindi Bucky o Cap valgono come anni ’60)

4- Lo stesso personaggio può essere conteggiato due volte quando una certa evoluzione nasce da storie differenti. Ad esempio, Bucky Barnes viene contato come proveniente dagli anni ’60 ma, quando diventa Winter Soldier, come proveniente dagli anni ’00 del 2000.

5- Oltre ai personaggi, vengono contati luoghi (Wakanda, Sakaar, Xandar, Knowhere), saghe (Civil War, World War Hulk), oggetti particolari (il Cubo Cosmico, l’armatura Silver Centurion, il martello Stormbreaker).

6- I personaggi vengono contati uno a uno e come gruppo (quindi si conta sia Avengers come gruppo sia i singoli membri).

7- I personaggi sono contati per la reale controparte, anche se si chiamano diversamente (il Ned Leeds di Homecoming conta come il Ganke dell’Ultimate Spider Man).

8- Infine, sono considerati solo i film dei Marvel Studios (per i film Fox sui mutanti vorremmo fare un articolo simile a parte).

Cominciamo quindi con la saga principale, quella di Iron Man.

Come spesso capiterà, gli anni ’60 sono la principale fonte per i film di Iron Man: praticamente tutti i personaggi della saga provengono da quel periodo. Gli anni ’70 ci regalano qualche cattivo, poi la linea precipita per riprendersi vagamente soltanto negli anni ’00 grazie ai personaggi di Warren Ellis e alla sua saga Extremis.

Il grafico è ancora più sconfortante, sebbene l’andamento sia simile, per la trilogia del Dio del Tuono. Praticamente tutti i personaggi provengono dagli anni ’60, a esclusione di alcuni che si sono affacciati nei fumetti nei primi ’70 (come la Valchiria); per il resto, qualcosa esce fuori dal Thor di Simonson. Gli anni ’00 ci regalano qualcosa che non riguarda Thor, ma Hulk, cioè il pianeta Sakaar e la saga World War Hulk.

A proposito di Hulk, per la cronaca riportiamo il grafico dell’unico film a solo del personaggio, che fa parte ufficialmente del Movieverse.

L’unica variazione viene dalla run di Bruce Jones, con le chat tra Mr. Green e Mr. Blue.

Ma andiamo a esaminare il grafico della trilogia di Capitan America.

A parte l’altissimo numero di personaggi provenienti dagli anni ’60, si può apprezzare una maggior vivacità del grafico, con contributi importanti dagli anni ’80 (era Gruenwald) e degli anni ’00 grazie al Winter Soldier di Bruebaker. Gli anni ’90 vengono totalmente ignorati, così come (ma ci siamo abituati) gli anni ’10.

E finalmente giungiamo alla saga cardine del Movieverse, cioè Avengers.

Essendo gran parte dei personaggi già calcolati in altre saghe, il dato indica piuttosto le trame e i villain, con poche eccezioni (come la Visione). L’exploit degli anni ’10 è un po’ bugiardo, visto che riguarda principalmente l’Ordine Nero di Thanos, ovvero dei personaggi usa-e-getta presi dalla run di Hickman. Gli anni ’80 ci regalano Infinity Gauntlet, i ’70 ovviamente Thanos. Tristissimo lo zero degli anni ’00: sembra che la lunga run di Bendis abbia influito davvero poco.

Per trovare un grafico dall’andamento meno prevedibile, dobbiamo andare a esaminare quello relativo alla saga di Guardiani della galassia, che consta, come sappiamo, di soli due film.

Guardians of the Galaxy è l’unico franchise che conta più elementi dagli anni ’70 che dai ’60: la cosa è ovviamente dovuta al rooster di personaggi che, con poche eccezioni, proviene dalla Marvel cosmica dell’era Englehart, Starlin e compagnia bella. Da notare l’impennata, più unica che rara, degli anni ’10, che deriva dalle idee della coppia Abnett-Lanning, ancorché tutte da esplorare ancora.

Presentiamo in rapida successione  grafici di Ant Man, Doctor Strange e Black Panther che seguono più o meno lo stesso copione:

Un ventata d’aria diversa ci arriva dal grafico di Spider Man Homecoming.

C’è da dire che il materiale filmico su Spider Man, con i suoi tre reboot, meriterebbe un’analisi a parte come il franchise mutante. L’esigenza, in quest’ultima versione di Peter Parker, di diversificarlo dalle precedenti ha spinto gli sceneggiatori ad attingere da fonti più recenti: soprattutto il lavoro fatto da Bendis nella versione Ultimate, permettendo ai vent’anni del nuovo millennio un exploit più unico che raro.

Sovrapponiamo le curve e aggreghiamo i dati, così da avere con un unico colpo d’occhio il trend generale.

Infine, la curva con i totali:

A guardare le conclusioni della nostra statistica, possiamo tirare qualche filo.

Ancora oggi, a sessant’anni e più, il cuore delle proprietà intellettuali Marvel è stato concepito da un ristretto numero di artisti a New York negli anni ’60 del Novecento. Stan Lee, Jack Kirby, Steve Ditko, Roy Thomas, Gerry Conway, e forse pochissimi altri, nell’arco di due decenni hanno letteralmente tirato fuori dalle proprie teste un patrimonio immateriale in grado di fruttare miliardi e miliardi di materialissimi dollari; e di far sognare, divertire, commuovere diverse generazioni di persone.

A questa considerazione va fatta una postilla importante: oltre al set di personaggi, ambientazioni, mitologie, a decretare il successo è stata anche la struttura narrativa utilizzata: le due continuity orizzontali e verticali, i supereroi con superproblemi, l’ambientazione delle storie in uno spazio di fantasia però radicato nella realissima New York. Le incursioni dei personaggi Marvel al Cinema non avevano mai portato i frutti attesi proprio perché, ogni volta, mancava questo o quell’elemento: è stato quando si sono decisi ad applicare per intero la Ricetta Marvel (e il momento è simbolicamente sancito nel cameo di Tony Stark nella scena dopo i titoli di coda di Incredibile Hulk) che l’Universo Marvel ha davvero sfondato sul grande schermo, incontrando il meritato successo di cui oggi gode.

Proseguendo sulla nostra linea, notiamo che gli anni ’70 a fumetti hanno già contribuito abbondantemente al Movieverse, ma non tanto quanto potrebbero: se il lavoro degli eredi del gruppo originale, come Steve Englehart o Jim Starlin, ha cominciato a dare i suoi frutti, resta ancora inutilizzata una serie di idee che aspetta solo di essere pescata.

Per quanto riguarda i picchi negativi degli anni ’80 e ’90, potremmo spiegarceli in molti modi.

Fumettisticamente parlando, quelli furono gli anni in cui al centro del lavoro creativo stavano i mutanti, un parco di personaggi che soltanto recentemente, con l’acquisizione della Fox da parte della Disney, sono entrati nelle disponibilità del Movieverse. Non è difficile immaginare per questo franchise un andamento del grafico ben diverso, con i picchi proprio nel periodo a cavallo tra gli ’80 e i ’90, quando Claremont e i suoi eredi come Larry Hama, Scott Lobdell, Fabian Nicieza, e perché no, Jim Lee e Rob Liefeld, hanno dato un contributo massiccio e duraturo.

Il grafico aggregato torna a ringalluzzirsi in vista degli anni ’00 del nuovo millennio: una spinta decisiva la fornisce il lavoro fatto sul defunto Universo Ultimate, che ha fornito versioni più moderne di molti personaggi (pensiamo all’Occhio di Falco del Movieverse, che è una sintesi efficacissima delle versioni 616 e Ultimate della versione fumettistica) e la spinta creativa fornita dalla (bistrattata) gestione Jemas-Quesada, che a costo di una perdita di coesione narrativa permise a molti autori di provare idee nuove e accattivanti (Civil War di Millar e il Winter Soldier di Bruebaker ne sono degli esempi lampanti).

Infine, il grafico ha un nuovo picco negativo in corrispondenza dell’ultimo decennio, che ha fornito ben poco (come già detto, ben poco sul piano della sostanza: il contributo è più che altro fatto di personaggi usa-e-getta come l’Ordine Nero di Thanos). Probabilmente possiamo guardare a questo picco negativo come uno spartiacque, ovvero il momento in cui il rapporto tra i due universi, quello fumettistico e quello filmico, si è rovesciato: non sono più i fumetti a generare contenuti e idee a uso dei film, ma l’esatto contrario. È così che si spiega il proliferare, nell’Universo fumettistico, di saghe riciclate: la seconda Civil War, la seconda Infinity War, sono concept che hanno fatto un viaggio allucinante, dal fumetto al film e di nuovo al fumetto, un riciclo che è un segno dei tempi.

Molto probabilmente il processo di rovesciamento del paradigma fumetto-film sarà un processo ancora molto lento. Nel Movieverse è ad esempio a lungo mancata una fetta consistente, un vero pilastro della cosmologia Marvel: i Fantastici Quattro, la cui serie fornirà materiale per i film per i prossimi dieci anni e più. Ma non voler vedere il progressivo strutturarsi di questo rovesciamento è coprirsi gli occhi. L’incarnazione fumettistica dell’Universo Marvel ha smesso di produrre idee potenti e durature da almeno 10 anni (con le dovute, ma sempre più rare, eccezioni), e si arrotola in reinvenzioni al limite della fan-fiction: basti guardare alla terribile sorte occorsa a Spider Man, condannato al succedersi di saghe al limite del ridicolo e autoreferenziali come Spider Island e Spider Verse.

Ormai il fumetto è diventato la periferia di un processo creativo che incontra il suo cuore nel cinema, il quale potrà pescare dalla miniera d’oro di idee generatasi in milioni di pagine di fumetto e andare avanti, prevediamo, ancora per molti anni.

Karnak, il Maestro del punto debole

Più di 25.000 anni fa i Kree, una razza aliena originaria della Grande Nube di Magellano, erano già in lotta con gli Skrull, una specie aliena di mutaforma; per fronteggiarli generarono un’arma biologica formata da umani con straordinari poteri, gli Inumani, e Karnak è uno di loro.

Gli Homo sapiens inhumanus sono il frutto dell’esposizione di esemplari umani alle nebbie terrigene, processo che sviluppa poteri latenti; abbandonata dai loro stessi creatori perché ritenuti troppo pericolosa, la specie sopravvisse creando una civiltà parallela a quella umana, nascondendosi nella città segreta di Attilan sull’Himalaya.

Stan Lee e Jack Kirby presentarono la serie degli Inumani nel 1965 sul mensile dei Fantastici Quattro e ora, in pieno spirito di rilancio, la Casa delle idee ha deciso di puntare anche su di loro. Basti pensare che Freccianera, il loro leader, ha avuto un ruolo importante nel corso della saga di Infinity, dove pur di sconfiggere Thanos fa esplodere una bomba di nebbia terrigena su New York che, oltre a sconfiggere il nemico, creerà una nuova stirpe di inumani, i NeoUmani.

La terrigenesi è un processo a cui vengono sottoposti tutti gli Inumani, tutti tranne Karnak. Essere un Inumano ma di fatto non esserlo porta con sé una serie di frustrazioni e stati d’animo che lo portano a studiare le arti marziali alla continua ricerca di un punto debole, quella fragilità che è presente in qualsiasi cosa, persino nella morte che lui stesso riesce a sconfiggere.

Un personaggio così singolare ben si presta a un approfondimento psicologico ed è questo che Warren Ellis, famoso per aver inciso sulle proposte editoriali di Wildstorm Studios di Jim Lee e l’Avatar Press di William A. Christensen e per aver lavorato a diverse serie Marvel (tra cui Moon Knight), tenta di fare in questa miniserie.

Scavare nell’animo del Gran Magister della Torre della Saggezza è un’impresa ardua e interessante, quello che ne esce fuori è una figura cinica, a tratti sadica, ma saggia e molto acuta. La storia di questo volume, raccolta della miniserie in sei volumi dedicata al personaggio, è incentrata sul rapimento di un NeoUmano, ma si scoprirà essere tutto pretesto per ripresentarci e approfondire questo personaggio, che nel corso della storia Marvel ha avuto spesso un ruolo marginale. Il lavoro che Ellis fa è buono e funzionale consentendo ai due disegnatori che si sono cimentati in questa opera di realizzare delle tavole di forte impatto visivo e pregne di dinamismo.

Qui sopra possiamo vedere due estratti del volume con la sequenza dinamica dei combattimenti di Karnak, evidenziata da una linea gialla.

Per i primi due capitoli i disegni sono affidati a Gerardo Zaffino (figlio del più noto e prematuramente scomparso Jorge), il suo tratto caratterizzato da un sapiente uso del chiaroscuro graffiato esalta le atmosfere cupe di questa opera.

Più canonico è invece il disegno di Roland Boschi che cerca di portare a compimento al meglio delle sue forze l’opera lasciata incompiuta, a causa di problemi personali, dal suo predecessore. Trait-d’union del comparto visivo rimane la costante di Dan Brown ai colori che fa un buon lavoro enfatizzando le atmosfere dark usando, come pare essere molto in voga negli ultimi anni, una palette composta da colori desaturati e cianotici, che comunque hanno un buon effetto visivo.

Il volume proposto dalla Panini è un buon mezzo per poter conoscere un personaggio poco noto ai più in un’operazione di valorizzazione a mio avviso molto ben riuscita. Peccato che la serie sia stata chiusa dopo soli sei numeri, poteva essere interessante approfondire ulteriormente la figura di Karnak, ma immagino che non mancheranno occasioni per farlo, inserendolo in altri archi narrativi.

Warren Ellis, Gerardo Zaffino, Roland Boschi
Karnak, il punto debole in ogni cosa

136 pag., cartonato, colori
formato 17 x 26 cm
prezzo: 14,00

Moon Girl e Devil Dinosaur: Migliori amici

Migliori amici è un volume scanzonato, frizzante e divertente con chiari rimandi alle atmosfere tipiche degli anni ’80/’90 e con un tocco visivamente pop nel tratto e nel colore.

Ma andiamo per ordine, ed è obbligo per me fare una premessa: non sono un seguace dei comics, li leggo molto poco e nonostante sia un accanito lettore di fumetti da quasi trentanni, il panorama supereroistico mi ha sempre spaventato, e nonostante i continui reboot, universi paralleli, esplosioni galattiche e nuovi inizi, per me avvicinarmi a questo mondo è sempre stato uno scoglio duro da superare.

Per fortuna però qualcosa sta cambiando e la Marvel ha deciso, ormai da qualche anno, di dare vita a tutta una serie di nuovi eroi le cui genesi possiamo leggere o recuperare con facilità e con esse appassionarci alle loro vicende. È il caso questo del Il fichissimo Hulk, di Spider-Man Miles Morales, di Ms. Marvel, e di tutta una serie di giovani eroi nati con l’intento di tirare dentro una cerchia di nuovi fan.

 

Il grosso lucertolone rosso Devil non è però un personaggio nuovo, fu creato da Jack Kirby nel 1978 e al tempo ad affiancarlo trovavamo la scimmia antropomorfa Moon-Boy (lo stesso che lo spingerà in questa nuova veste a divenire partner di Moon Girl); la storia era ambientata nell’universo parallelo di Dinosaur World, una terra dove i dinosauri coesistono insieme agli uomini primitivi. La serie però non ebbe molto successo e fu cancellata dopo solo nove uscite.

La Marvel ha però deciso di riprendere e modernizzare il concetto legato alla serie affidando la sceneggiatura a Brandon Montclare e Amy Reeder e il risultato è il volume che ho tra le mani.

Fin da subito è chiaro che l’intento degli autori di creare una storia che possa accogliere un pubblico vasto non è stato poi così centrato: scegliere come protagonista una ragazzina di nove anni rende difficile a persone più adulte l’immedesimazione, la lettura scorre però piacevole e si apprezzano anche i temi trattati, che seppur con leggerezza, mettono in risalto il bisogno di Lunella Lafayette (l’alter ego di Moon Girl) di essere accettata dal mondo e dai suoi genitori.

Se da un lato troviamo una ragazzina nera con un QI ben oltre la norma, intelligente e sveglia, dall’altro abbiamo il sarcasmo dei suoi compagni che faticano a comprenderla, un po’ quello che avviene a Sheldon in The Big Bang Theory per intenderci. Luna si annoia a lezione, ama la scienza, ma non le lezioni di scienza, lei quel programma lo conosce già e non lo trova per nulla stimolante, non come lo studio della tecnologia Kree che potrebbe essere l’unica soluzione per impedire che il gene inumano dentro di lei possa risvegliarsi.

Gli Inumani sono individui geneticamente superiori agli esseri umani, creati con esperimenti di laboratorio dalla razza aliena Kree, da usare come armi contro i loro nemici di sempre, gli Skrull. Gli esperimenti per la creazione di questa nuova razza furono però interrotti a causa di una profezia secondo la quale gli inumani avrebbero presto sviluppato un potere tale da distruggere lo stesso impero alieno. I Kree decisero dunque di abbandonare i loro figliocci al proprio destino senza distruggerli; il popolo rinnegato crebbe in segreto e formò una propria civiltà residente nella città di Attilan. La situazione viene complicata però dalla creazione delle Nebbie Terrigene, una nube composta da una sostanza in grado di potenziare il gene inumano esasperandone però pregi e difetti. A seguito degli eventi narrati nel crossover Infinity, un’immensa nube terrigena investì la Terra risvegliando i geni sopiti nei corpi dei loro ignari possessori. Questo avvenimento ha portato alla nascita di molti nuovi personaggi tra cui la stessa Ms. Marvel, che con Moon Girl ha in comune diversi punti, a partire dalla propria appartenenza a una minoranza etnica: Kamala Khan è infatti di origine pakistana, anche lei è inumana e anche lei è molto giovane.

Sia Lunella che i suoi genitori sanno perfettamente dell’esistenza del gene sopito ed è proprio questo a sviluppare un forte senso di protezione verso la piccola protagonista che fatica a essere compresa e ha solo desiderio di impedirne il risveglio.

L’incontro con Devil Dinosaur è apparentemente casuale: il Diavolo rosso si ritrova nel nostro universo inviato da Moon Boy che in punto di morte lo sprona a trovare un nuovo compagno e a inseguire alcuni membri del Piccolo Popolo, loro giurati nemici, fuggiti sul nostro pianeta attraverso un varco temporale aperto dalla Pietra della Notte, un misterioso oggetto dorato che Lunella trova in una discarica e che rinominerà Proiettore Omni-Onda Kree. Fin dal primo incontro Devil prende a cuore le sorti della piccola protagonista proteggendola dagli attacchi del Piccolo Popolo intenzionato a riprendere la pietra misteriosa.

Come già detto in precedenza, l’aria che si respira è un mix tra vecchio e nuovo, la trovata di avere degli uomini primitivi che si vestono con abiti moderni, e imparano la lingua nel giro di poche pagine, profuma tanto di quella ingenuità tipica delle produzioni anni ’80 ma che a noi hanno segnato la crescita.

Molto apprezzato anche il tratto di Natacha Bustos caratterizzato da linee semplici e con uno stile cartoonesco che, unito ai colori brillanti e sgargianti di Tamra Bonvillain, dà vita a delle tavole squisitamente pop.

Di certo non dedicato a un pubblico adulto, questo volume riesce comunque a garantire una piacevole lettura anche ai non giovanissimi, le premesse per una crescita del personaggio ci sono tutte, visto che la serie, al contrario del suo antenato, sta ancora proseguendo e con il tempo la schiera di neo supereroi di cui anche Moon Girl fa parte riuscirà a ricavarsi il proprio pubblico, come in parte sta già accadendo.


Brandon Montclare e Amy Reeder (testi), Natacha Bustos (disegni), Tamra Bonvillain (colori)
Moon Girl e Devil Dinosaur
3 volumi, serie in corso
Editore: Panini Comics
Brossurato con sovraccoperta, cm 17×26, 136 pagg., colore

Marvel Legacy #1 (o “di come nasce un articolo”)

Certe volte gli articoli per i siti nascono da un colpo di genio. Altre da “obblighi” nei confronti di tal lettura o anche di cronaca. Ci sono però quegli articoli che nascono da un gruppo di amici che cazzeggia sulle chat. Questa è la genesi dell’articolo di Simone Rastelli su Marvel Legacy #1.
I nomi dei protagonisti sono stati omessi e sostituiti con la dicitura TB (ovvero True Believer) per lasciare loro un qualche brandello di dignità. Se vi sforzate però, riuscirete forse a risalire ad alcuni dei protagonisti.

TB1: Ho letto ora Legacy, mi aspettavo un tipo di albo diverso.

TB2: Stavo per iniziarne la lettura or ora.

TB3: Beati voi!

TB1: Allora cerco di essere il meno spoileroso possibile: diciamo che mi aspettavo un manifesto programmatico sulla falsariga del Rebirth Special e invece mi sembra che si tratti di più dell’avvio di una o più storylines accomunate dal ritorno dei personaggi classici dell’universo Marvel.

TB1: La struttura dell’albo in sé è simile a quella dei due albi-prologo di Dark Matter. Un enorme trailer pieno di colpi di scena e continue rivelazioni volte a generare hype. Il tutto disegnato in maniera eccellente con dei picchi quando sale in cattedra Ribic.

TB2: Insomma, una sorta di sneak peek cumulativi e raggruppati sotto la stessa copertina…

TB3: Chi disegna?

TB1: Beh detta così sembra brutta. C’è invece una coesione interna (anche se due o tre passaggi sembrano un po’ infilati a forza) ma il tutto è un grosso trailer.

TB2: Meno male che scrive Aaron, insomma…

TB1: Ribic e Mc Nieven con interventi di mille altri.

TB1: Sì, abbozza anche una sorta di “filosofia di fondo” utilizzando il monologo di un personaggio che non vi dico che aiuta a dare una maggior tenuta al tutto…

TB3: Spero sia Nick Fury.

TB1: …e poi chiaramente, per molti appassionati, è un rollercoaster di emozioni…

TB2: Cazzo, le ultime due pagine di Legacy, cazzo: Emiliooooooooo!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
Tornano! Tornano!
Colpiscono al cuore noi vecchi Marvel Fan, impossibile non capitolare! 😅

TB1: lol

TB2: Torniamo oggettivi, su: concordo con il tuo giudizio sull’albo Andrea.

È una sorta di grande previews di cosa ci aspetterà nelle varie testate nei prossimi mesi, tenuto assieme da Aaron con la storyline di fondo del grande “peccato originale” degli Avengers 1.000.000 BC (sul quale spero torneranno presto).

Ci sono picchi interessanti (la pagina dedicata all’impero galattico di Wakanda, per dire) e in generale l’albo fa quello che deve: alza l’hype a mille per l’arrivo del nuovo Marvel Universe.

Manca tuttavia l’organicità che Johns aveva saputo dare a DC Rebirth e per tale motivo in effetti la lettura si fa un po’ sincopata e spezzettata.

Alla luce delle ultime due pagine poi andrebbe riletto l’albo da capo.

Ho notato un’altra cosa: come l’albo inizi a preparare in un certo senso anche la strada per quelle che saranno le protagoniste del Marvel Cinematic Universe dei prossimi due anni, le gemme dell’infinito.

Quindi una sorta di alzare l’hype non solo per i lettori di fumetti, ma anche per gli spettatori delle pellicole.

TB4: Ho capito, ci toccherà leggere Legacy in giornata!

TB5: O palle, questo lo leggo però in streaming…

TB2: Yes!!! Devi!

TB3: Ma io ancora non avevo finito, mi spoileri così? Comunque si sapeva dall’annuncio di Marvel two in one. E comunque è una cosa sacrosanta e filologicamente corretta. Si inizia con Cap, ma si finisce con la famiglia.

TB1: C’è anche altra gente in mezzo.

TB1: Magari mi sono distratto ma non ho visto Inumani.

TB2: Infatti, l’ho notato anche io: niente Inumani e invece ben due mutanti… A dir la verità, la famiglia “c’è” sin da pagina 1…

TB2: Sì ma quell’annuncio non toglie assolutamente l’impatto di quelle due pagine.

TB1: Postata la rece di Legacy per First Issue sul forum.

TB2: Leggo ASAP.

TB5: Io prima vedo di leggere l’albo, non ne posso più dei vostri pissi-pissi bau-bau…

TB1: Ma vai tranquillo che non ci sono spoiler!

TB2: A parte che… pissi pissi… bau bau…

TB1: Ma perché quando pissi pissi bau pissi?

TB2: Era per stressare un po’ il Rusty.

TB1: Eh io continuavo.

TB2: Scusa, ho sbagliato la schiacciata sulla tua alzata.

TB3: Non mi aspettavo quella voce narrante sul finale. Non mi aspettavo nemmeno una certa resurrezione e in generale ci sono un migliaio di cose fighe e alcune che mi sfuggono!

TB2: Quali quelle che ti sfuggono?

TB3: Eh, il Wakanda.

TB2: Sì, l’impero galattico ha colpito anche me: sono indietro nella lettura della serie di BP e voglio capire come ci si arriva.

TB3: Poi lo scontro disegnato da Ribic e il suo finale.

TB2: Invece mi è piaciuta la tavola che coinvolge Jean e quella certa resurrezione: è disegnata benissimo.

TB3: Ma che cazzo, a me piaceva quel personaggio!

TB2: Non è detto che sia morto…

TB3: Lo spero, mannaggia a loro.

TB2: Però il fatto che non ci sia mezzo accenno agli Inumani mi dà molto da pensare.

TB3: Ah, sono euforico per il Cap di Samnee.

TB2: Bello, sì!

TB3: Eh, gli inumani sono stati un fallimento, giriamoci poco intorno. Hanno fatto un buco nell’acqua con i fumetti, e hanno scavato un abisso con la serie tv naufragata prima ancora di iniziare. Personaggi così poetici e epici, un affronto vero…

TB5: Fate schifo!

TB2: Ma perchè? Ma quanto è bello il look dato da Ribic a quel certo “essere cosmico”?

TB6: Gli inumani sono stati sfruttati malissimo nei fumetti purtroppo.

TB3: Io vorrei parlare con Fraction per chiedergli cosa aveva in mente per quei personaggi e come considera questa deriva…

TB2: Secondo CBR comunque, Emilio, Kevin Conner è morto…

TB3: Eh, appunto. Però spero che quel simbolo torni. Però, anche lì, metà delle idee di Hickman su Avengers sono state sfruttate col culo.

TB2: Porca vacca, io non mi ero accorto del “cambiamento” nella statua degli Avengers… mi era sfuggito…

TB1: Io sono un po’ tardo e non ho capito chi sia il personaggio aggiunto, è la nuova Ms Marvel?

TB2: No… è lei http://www.cbr.com/marvel-new-character-legacy-voyager/

TB1: Ah… oddio. Solo a me sta cosa sa di Sentry bis?

TB2: Con in più la possibilità del personaggio di alterare le linee temporali…

TB3: Mah…

TB5: Finirete male.

TUTTI

TB1: Qualcosa mi dice che Rusty non ha ancora letto l’albo ed è infastidito dal nostro pissi pissi bau bau, è tipo un presentimento.

TB2: Sei perspicace, io non l’avevo notato…

TB4: Messaggi subliminali proprio!

TB1: A sto punto diciamogli pure del ritorno di Zio Ben e del prossimo crossover tra Rocket Racoon e i MiniPony!

TB4: Oh, persino io ho letto le prime dieci pagine, pensate un po’ (chissà se poi riesco a finirloaaaargh!)

TB3: Comunque se nel caso di Rebirth l’amore e l’amicizia erano sentimenti forti che legavano tutto, qui quale è? La meraviglia?

TB1: È esattamente questo quello che intendevo quando parlavo di un’assenza di un manifesto programmatico…

TB2: Claro: l’eredità, il passaggio dei simboli. Tutti gli Avengers del 1.000.000 BC sono eroi che hanno un simbolo che nei secoli è passato ad altri eroi…

TB1: C’è un vago concetto di Eredità appunto, il fatto di stare in piedi sulle spalle dei giganti…

TB2: Sempre che tu non voglia inchiodarli sulla Luna…

TB4: Parlando di eredità, forse il fattore in comune sarà la genetica?

TB1: Credo che sia anche una metafora dell’eredità lasciata da chi l’Universo Marvel l’ha costruito.

TB2: Sì ci sta, vista soprattutto la fine dell’albo che in un certo senso si ricollega all’inizio della Marvel Comics.

TB4: Questa è una interpretazione molto bella.

TB3: Comunque devo rileggerlo.

TB1: Adesso c’è da vedere se l’azienda (intesa come dirigenza, editor e autori) daranno seguito in maniera ortodossa a questo input.

TB2: E comunque si sente forte il discorso del “back to the root”, del ritorno agli eroi simbolo del MU nella loro primigenia incarnazione. Una cosa che mi ha colpito è la totale assenza nell’albo degli eroi urbani. Spider-Man, Devil, il Punitore…

TB1: La sfida vera sarà bilanciare questo ritorno alle origini con la necessità all’innovazione che è da sempre parte del DNA della Marvel. La DC la sfanga delegando il discorso sperimentale alle linee editoriali all’universo supereroistico stretto del Rebirth. La Marvel queste linee non le ha per cui dovrà bilanciare il tutto con molta più attenzione.

TB3: Poi non è potevano mettere tutto, eh! I Defendrs hanno esordito da poco.

TB1: Sì ma un paio di pagine di Star Brand che urla “È IMPORTANTE!!!” potevano pure risparmiarcele…

TB3: Il punitore ha la sua missione al termine di SE.

TB2: Diciamo che Aaron ci ha infilato abbastanza tanto di quello che vedremo in Thor.

TB1: Che per quello c’è già l’ufficio marketing.

TB2: O comunque legato ai personaggi che ad Asgard girano intorno a Thor.

TB3: Perché Aaron dopo un po’ dice fottesega, io qui faccio vedere un po’ di roba mia.

TB2: E prova anche a contraddirlo che a occhio c’ha due avambracci come quelli di Odinson. Comunque ha ragione Emilio: va riletto con calma, magari entro mercoledì quando iniziano a uscire le serie Legacy .

Ma Rusty ha lasciato la chat?  (o si è tappato le orecchie?)

TB3: Comunque chiunque verrà dopo Aaron su Thor avrà un compito non facile.

TB2: Aaron ha il nome inciso ormai vicino a quello di Simonson nel pantheon di autori di Thor.

TB3: A livello di epica, Simonson, Aaron e Jurgens per me.

TB4: Anche se a me c’è sempre stato qualcosa in Jurgens su Thor che non mi ha convinto…

TB3: Sì, molte cose in realtà. Però gli ho sempre riconosciuto una certa ricerca di grandezza.

TB5: Ho iniziato Legacy!

TB2: Evvai!!!

TB1: Sei già arrivato al punto in cui si scopre che Jean Grey è la mamma di Matt Murdock?

TB4: Ecco perché hanno entrambi i capelli rossi!

TB2: Manco l’acqua calda reggi…

TB1: Vabbè manco gli avessi spoilerato l’ingresso di Batman nell’universo Marvel…

TB1: Ops!

TB3: Zia May che diventa la Fenice? Il nuovo direttore dello SHIELD, Terence Hill? Eccoci, ora devo recuperare Angela Queen of Hell…

TB2: Invece la notizia che viene data in Legacy e che nessuno di noi ha citato qui riguarda proprio lo SHIELD.

TB3: Esatto.

TB4: Finito di leggere, finalmente.

TB4: Ho letto anche il pezzo del Gagliardo sul forum e concordo su tutto e aggiungo solo (come diceva credo David): finale perfetto.

TB5: Letto anche io: prima di leggere il pezzo di Andrea, butto là la mia impressione a caldo: loffio.
La voce off non si regge.
La postura di Jean Gray quando guarda il sepolcro è ridicola.
La scazzottata fra I due insopportabile.
La scena con Ben e Johnny sprecata.
Le battute durante lo scontro nel magazzino, goffe.
La scena con i due agenti SHIELD nel deserto gratuita.

TB6:  Manco solo io ormai 😅

TB1: Rusty è nella fase “anziano brontolone”…
I’ve got two words for ya: Greg. Land.

TB4: Comunque secondo me questo sembra quasi ripreso, in maniera direi meno efficace, da proprio dallo speciale DC Rebirth. Non sembra anche a voi?

TB2: Rusty non è un Marvel Zombie: ha avuto un’infanzia difficile 😜

TB4: Per fortuna, così almeno lui mantiene una visione un minimo attendibile (a differenza di noialtri).

TB3: In verità vi dico, sarà che l’ho letto in maniera sbadata però su alcune cose concordo con Simone. La cosa che ho preferito è l’impatto di Ribic, due o tre scene bomba e il finale.

TB5: Riprendendo il punto di David, a differenza del lancio di Rebirth, questo non trasmette un’idea forte. Pare solo un “ritornano i vecchi eroi”.

Ma senza un perché (narrativo intendo).

TB4: Oh, comunque diciamolo chiaramente: io leggendo Rebirth mi sono emozionato praticamente per tutto il numero. Con Legacy giusto nelle due pagine finali…

Poi forse sono io, eh.

TB4: C’è in effetti questa sensazione che le cose avvengano semplicemente nello stesso momento E ci vengono narrate così, senza una vera ragione.

TB1: Vale anche per me ma credevo dipendesse dall’affezione nei confronti di certe storie e personaggi.

TB4: Mah, guarda, io lessi Rebirth dopo che nei mesi precedenti leggevo praticamente solo il Batman di Snyder, eppure mi venne voglia di saperne di più…

TB5: In Rebirth c’era un basso continuo di perdita, che anche emotivamente teneva insieme il racconto.

TB1: Spiega “basso continuo di perdita”.

TB5: *senso di perdita

TB1: Ah ecco.

TB5: Poi magari non sempre è non troppo valorizzato nelle singole testate.

TB4: Qui invece mi incuriosiscono principalmente gli Avengers preistorici e ovviamente il ritorno di chi era dato per morto (o per disperso) e poco più.

TB2: Lì sta la forza della Marvel rispetto alla DC (in generale è sempre stato così): una qualità media più elevata diffusa tra le varie serie a discapito di una debolezza negli “eventi” e negli one-shot starting point.

Poi c’è da valutare un altro fattore a mio avviso: penso che l’idea della Marvel con Legacy #1 fosse davvero di realizzare una sorta di maxi preview/introduzione alle nuove storyline delle storie, piuttosto che un albo come Rebirth, per non essere tacciata di copiatura della distinta concorrenza a un anno e mezzo di distanza.

Poi, a livello narrativo, forse di carne al fuoco e anche più saporita ce n’è di più in Legacy.

Basta pensare a un evento come la scomparsa dello SHIELD: è come se smantellassero la CIA o l’MI6 a seguito di uno scandalo (fatte le dovute proporzioni, ovviamente).

La cosa a me fa pensare al rientro in scena di Nick Fury (the original) e al rilancio dell’agenzia da zero.

TB4: Infatti leggendo Legacy non mi viene interesse per tutto l’affresco nel suo complesso ma per singole cose… Le cose sono messe insieme quasi per caso, se fortuna a mio parere Aaron è un buon narratore e, come dice Andrea nel pezzo, in mano sua le cose funzionano. Plausibile, direi (era pure ora che tornasse).

TB5: Dé, qui con un abile taglia e rimonta tirano fuori un pezzo da blog da pubblicare subito dopo firstissue #10.

TB2: Chi si prende l’incarico?

TB5: Sentite, io dalla prossima settimana ci sono di nuovo 🙂

TB2: È una candidatura?

TB5: Mi piacerebbe provarci.

TB2: Ovviamente ti supportiamo.

TB1: Quindi un pezzo di confronto tra Legacy e Rebirth o (credo più interessante) un pezzo sui potenziali sviluppi del post Legacy?

TB2: Meglio il secondo direi.

TB5: Confesso a me titillava l’idea di un pezzo sulla vista che Rebirth #1 e ML #1 danno sulle caratteristiche attuali delle due major. Però butto giù bozza e poi lo facciamo crescere, che dite?

TB2: Il fatto è che Rebirth risale a un anno e mezzo fa… dal punto di vista dell’appeal dei lettori, sarebbe un pezzo che nasce zoppo, visto come macina le cose il web: però vediamo dai.

TB4: Vista così sembra molto interessante. Se si parla non tanto dei due eventi ma dell’idea di major, può avere molto senso, a prescindere dal tempismo direi…

TB2: Sì così sì, è il confronto diretto che non mi convince.

TB4: : Diciamo che quelli sarebbero esempi emblematici dell’attuale modus operandi delle due big. Poi per me in mano al Rastelli, come per Aaron, tutto è destinato a funzionare 😉

TB1: Il confronto poi, secondo me, non è tanto qualitativo (come abbiamo abbozzato sopra) perché quello varia sempre. Piuttosto vedo una scelta editoriale diversa nella gestione del parco testate e delle tematiche e linguaggi da utilizzare. Spiego: la Marvel degli ultimi anni ha puntato alla diversificazione e a un certo tipo di sperimentazione, tipica del fumetto più indipendente, all’interno del parco testate classico. Con il Rebirth invece la DC ha delegato questo lavoro alle linee editoriali Young Animal, Hanna Barbera, Wildstorm, Vertigo ecc… Puntando su un tipo di narrazione più ortodossa e classica sui big della casa editrice. Entrambe le soluzioni hanno vantaggi e svantaggi: nel primo caso il messaggio colpisce in maniera più forte l’immaginario pubblico (Spider-man nero? Cap Nazi? Fa il botto) ma è giocoforza un “imbastardimento compromissorio” delle soluzioni di cui sopra alle necessità tipiche del fumetto di supereroi. Dall’altra parte con YA puoi rimanere più “duro e puro” a discapito di una penetrazione nel tessuto sociale (leggasi “vendi di meno”).

TB2: Con Legacy e, soprattutto, con le dichiarazioni dei vertici Marvel dei mesi scorsi, c’è però la volontà in Marvel di azzerare le differenziazioni e tornare a una classicità di concetti e di personaggi (e anche di generi e etnie per gli eroi). Insomma un piede nell’era Trump.

TB4: Certo, dopo ogni rivoluzione (Secret Empire) c’è sempre la tendenza al ritorno alle origini, alle radici…

TB2: Una sorta di restaurazione, che in parte nega le differenziazioni degli ultimi anni che non hanno pagato (così dicono) in termini di vendite.

TB4: Sì, poi io credo che, a parte le ragioni economiche, sia fisiologico ciclicamente ritornare a una condizione meno “rivoluzionaria”… E in Marvel questo succede spesso.

TB2: Assolutamente. Ma anche in DC.

TB6: Le rivoluzioni in DC mi danno sempre la sensazione di un vorrei ma non posso.

TB2: Più in generale, nell’ambito del fumetto seriale è sempre così: si fa la rivoluzione e, dopo un po’, si ripristina lo status quo precedente.

Sono una serie (appunto) di “prese della Bastiglia” e di “Congressi di Vienna” che si ripetono gli uni dietro gli altri, ciclicamente, senza soluzione di continuità

TB1: Poi nelle due case editrici le necessità del caso sono molto differenti: il Marvel Universe nasce già coeso e con un’unica filosofia di fondo che si basa sul lavoro di un ristrettissimo numero di autori che hanno creato tutto contemporaneamente. Lee, Kirby, Ditko e pochi altri. Il DC Universe è un coacervo di personaggi nati per essere stand-alone per cui la necessità della DC è sempre stata quella di creare un ordine che non c’è mai stato.

TB2: Vero. La necessità primaria della DC con le sue saghe e i suoi rilanci è sempre stata mirata alla costruzione di un universo – o meglio, multiverso – che fosse il terreno comune per i suoi eroi nati e arrivati da tempi e luoghi diversi.

Siegel e Shuster certono non facevano riunioni con Bob Kane per coordinare le storie di Superman e Batman: uno Stan Lee in DC non è mai esistito.

TB1: Ma anche tutte le acquisizioni: Facwett, Charlton e compagnia…

TB2: Appunto: eroi nati in tempi e case editrici diverse.

TB1: Quindi quando la Marvel rivoluziona lo fa “solo” per svecchiare o comunque per non essere troppo ferma. In DC il problema è quasi inverso invece. Hai un Caos continuo che devi tenere sotto controllo. Quando aggiusti una cosa ne rompi un’altra.

TB2: In DC da sempre inseguono l’utopia di un ordine per sfuggire all’entropia nella quale sono da sempre immersi.

TB2: Rusty a te l’one(o)re di copincollare, pulire, rimescolare un giorno intero di chat True Believers e trasformarla in un pezzo da blog.

TB1: Che culo!

TB2: Tutte lui, le fortune…

Quel gran pezzo dell’Ubalda – Thor di Walter Simonson

Ed eccoci tornati alla rubrica più affollata di Internet, nella quale i nostri impavidi recensori di Dimensione Fumetto ci mostrano dei grandissimi pezzi di bravura del nostro medium preferito.

Il tema di questo periodo sono i favolosi anni ’80, quelli dei giubbetti jeans e delle giacche con spalline, dei capelli cotonati e di Cristina d’Avena con la parrucca che interpreta Licia. In mezzo a questo museo degli orrori, però, spicca una casa editrice sull’orlo del fallimento (bei tempi!) chiamata Marvel, che prima di chiudere le sue testate storiche tentava il tutto e per tutto, affidandole a giovani autori dalle idee rivoluzionarie.

La cosa funzionò bene, soprattutto su Thor, dove un giovanotto appassionato di dinosauri di nome Walter Simonson cominciò a mostrarci come si poteva prendere Jack Kirby, la mitologia norrena, la Pop Art e l’energia atomica e frullarli ben bene fino a tirarne fuori dei pezzi da collezione, utilizzando soltanto matita, pennello, i quattro colori primari e carta di scarsa qualità.
In altre parole, ARTe POPolare.

Oggi abbiamo scelto una singola pagina, tratta da Thor n. 341, in cui il nostro biondone non compare mai. Mentre è in altre faccende affaccendato, infatti, da qualche parte nell’universo espanso, si prepara una minaccia terribile.

Il taglio scelto da Simonson per la prima delle tre strisce di cui è composta la tavola è immediatamente funzionale all’effetto che vuol ottenere: inquietarci, suggerendo il prepararsi di un pericolo che supera l’immaginabile. Cinque vignette alte e strette l’una all’altra scandiscono una panoramica al contrario, che parte da un primissimo piano e si allontana dal soggetto principale.

La prima delle cinque vignette ci mostra uno scorcio di un volto demoniaco dalle fattezze tipicamente kirbyane. Il volto è ottenuto da spesse pennellate di nero, che si assottigliano soltanto in prossimità degli occhi inespressivi, su uno sfondo di un rosso piatto e vivido. È una figura di puro male, ammantata di una potenza che emerge nella successiva vignetta.

Lo sguardo si allontana e intravediamo il corpo possente della creatura. Subentrano due elementi nuovi: un martello, pesante e rozzo, che riecheggia l’arma del tonante Thor; e il colore giallo, che evoca energia pura, un calore che si sublima nel bianco.

Ancora indietro e in alto, e due nuovi elementi. Un’incudine dura come la terra ancestrale e una lama incandescente, rappresentata di traverso. La grandezza della spada è suggerita dal fatto che non entra nella vignetta, viene verso di noi in diagonale, disegnando la prospettiva di uno sguardo che si perde.

La figura demoniaca perde definizione mentre ci allontaniamo ulteriormente. Il braccio si solleva e appaiono delle teste, intente, come noi, a osservare la scena. Le didascalie, disposte in modo trasversale tra le vignette le uniscono fluidificando la narrazione e creando il climax.

Il martello ruota, evocando il gesto tipico di Thor. Simonson crea, con le linee cinetiche, un mulinello in cui qualsiasi forma svanisce, diventando energia pura. Qualcosa ci aspetta, un’esplosione nucleare, che Simonson rende con una semplice parola.

DOOM. Un’onomatopea che è anche una parola, scritta in un font bordato che riecheggia le rune antiche. Irrompe un colore nuovo, e Simonson lo usa in combinazione con altri due soltanto, e linee rotte. DOOM, il suono e l’immagine del destino che aspetta Thor. Tre colori, una parola, linee frastagliate, lo ripetiamo: e voilà, il suono della pura energia è servito in una semplice vignetta.
DOOM, e leggendo sentiamo riecheggiare.

E poi, il nulla.

Torna il nero assoluto, solcato da una piccola didascalia. Cosa accadrà nel prossimo numero?

Simonson, in una semplice tavola, ci dimostra come non servono computer, software strabilianti e chissà quali strumenti per creare il miracolo: il calore, il suono, l’odore e le sensazioni del male ancestrale al lavoro possono essere resi alla perfezione anche solo con una matita che, inesorabile, cala sulla tavola con la potenza di un maglio infernale.

Quel gran pezzo dell’Ubalda – Ewoks

Torna Quel gran pezzo dell’Ubalda, la rubrica di critica fumettistica dedicata all’analisi di singole pagine di straordinario valore: stavolta è il turno della serie di fumetti per bambini Ewoks tratta dal franchise di Star Wars.

I precedenti articoli di questa rubrica sono consultabili a questo link.


C’è poco da discutere: Star Wars è uno dei fenomeni socio-culturali-economici più importanti della seconda metà del XX secolo, comparabile per enormità sotto qualunque punto di vista solo ai Beatles, ai Pokémon e forse a nient’altro. Con un giro economico calcolabile solo per approssimazione e per difetto, con i suoi milioni di seguaci, con la sua mole sterminata di gadget, e con la sua influenza a macchia d’olio nella cultura pop, a Star Wars manca solo una cosa: il riconoscimento ufficiale della critica aristocratica. Nonostante nei 40 anni di vita del franchise i suoi film abbiano acquisito una popolarità di pubblico incomparabile, la saga di George Lucas ha ottenuto spesso dai recensori più accademici riscontri freddi, con rivalutazioni solo a distanza di anni e comunque non universali. Ma anche se i cinephiles non scambieranno mai La regola del gioco con La minaccia fantasma, sta di fatto che invece il pubblico non ha mai smesso di avere fame di nuovi prodotti di Star Wars, anche quando questi sono stati effettivamente opinabili, tipo quelli legati agli Ewok.

Fotogramma di "Star Wars VI - Il ritorno dello Jedi".

Il primo incontro fra l’ewok Wicket e la principessa Leila Organa, ovvero la compianta Carrie Fisher, in Star Wars VI – Il ritorno dello Jedi.

Gli Ewok, anche noti come Orsetti Mimimì per gli iniziati, sono quegli adorabili sacchi di pulci che infestano la luna boscosa di Endor e che con fionde e punte di selce riescono a sconfiggere l’esercito dell’Impero in Star Wars VI – Il ritorno dello Jedi. Essendo palesemente i personaggi più improbabili, carini e divertenti dell’intera saga (molto più improbabili, molto più carini e soprattutto molto più divertenti del penoso Jar-Jar Binks), gli orsacchiotti Ewok sono diventati durante gli anni ’80 un ottimo soggetto per produrre svariati spin-off dalla serie principale dedicati al pubblico dei bambini.

Spin-off degli Ewok: "L'avventura degli Ewoks", "Il ritorno degli Ewoks" e "Ewoks".

Sopra: i due film televisivi L’avventura degli Ewoks del 1984 e Il ritorno degli Ewoks del 1985; chi li ha visti li descrive non meno che agghiaccianti. Sotto: il titolo di testa della serie animata Ewoks, trasmessa negli USA per due stagioni nel 1985 e 1986 e in Italia su Italia 1 dal 1987.

Sia i film TV sia le serie animate sono state prodotte e trasmesse dal canale televisivo ABC, cioè dalla Disney: chiaro segnale che i legami fra Lucasfilm e la Casa di Topolino risalgono a ben prima dell’acquisizione del 2012. C’è un terza azienda di intrattenimento che rientra in questo business: la casa editrice di fumetti Marvel. Come per la Lucasfilm, anche per la Marvel i rapporti con la Disney sono iniziati ben prima dell’acquisizione del 2009: dato il successo dei film TV e soprattutto del cartone animato Ewoks, la Marvel decise di dedicare agli orsetti una serie a fumetti omonima, che durò per 14 volumetti bimestrali fra il 1985 e il 1986 e fu pubblicata nella collana Star Comics, inaugurata per intercettare il pubblico giovanile (in calo cronico) con titoli di qualità opinabile come l’odioso gatto Isidoro.

Il progetto Ewoks venne realizzato in parallelo con quello Droids, che pure ebbe una serie animata e una a fumetti: le differenze erano che Droids seguiva le avventure di R2-D2 e C-3PO, che il target erano i ragazzi e non i bambini, e soprattutto che era realizzato in maniera decente. Non solo i cartoni animati erano di qualità diversa, ma soprattutto mentre il fumetto di Droids era realizzato da autori del calibro di John Romita Senior, quello di Ewoks era orribile.

Tavola di "Ewoks" di David Manak e Warren Kremer.

Una tavola tratta dal secondo volume di Ewoks. Non è un lavoro vergognoso, ma il livello sia della scrittura sia del disegno sono veramente ai livelli di sufficienza. Il target dei bambini non giustifica nulla, dato che ad esempio in Italia i fumetti pubblicati su Topolino hanno avuto picchi di qualità straordinari.

Eppur tuttavia, dai diamanti non nasce niente e da Ewoks nascono i fior, cioè le copertine. Le avventure degli orsetti Mimimì sono state scritte da David Manak, autore minore Marvel che lavorerà anche per la DC e soprattutto per Sabrina vita da strega della Archie Comics, e disegnate da Warren Kremer, fumettista umoristico noto soprattutto per i fumetti per bambini della Harvey Comics come Richie Rich e il fantasmino Casper: due professionisti onesti, ma dal talento non rivoluzionario. Al contrario, Marie Severin è fra le principali artefici della Silver Age, è stata onorata dell’ingresso nella Will Eisner Comics Hall of Fame, e lavorò anche per Ewoks come inchiostratrice e direttrice artistica per i primi due numeri: forse la presenza iniziale della Severin ha dato il la a una serie di 14 copertine che sono delle piccole gemme pop, di cui molte di notevole interesse.

Copertine di "Ewoks".

Copertine di Ewoks. Le prime 14 sono i 14 volumi della serie statunitense; avrebbe dovuto esserci un 15esimo e conclusivo volume, poi cancellato. Le ultime due copertine sono degli annuari, ovvero delle antologie per il mercato britannico: la prima copertina è una rielaborazione della prima originale, la seconda è di rara bruttezza.

Esclusa quella del decimo volume, celebrativa per i 25esimo anniversario della Marvel Comics nel 1985, tutte le copertine di Ewoks presentano una peculiare struttura compositiva che le rende di particolare importanza alla luce della rivalutazione artistica del linguaggio del fumetto operata dalla pop art negli anni ’60 del XX secolo: la struttura a doppio telaio.

Edgar Degas, "Le prove", 1874.

Il doppio telaio è un metodo grafico per nulla nuovo, dato che può essere ritrovato in ambiti architettonici e pittorici dal Rinascimento in poi e in molti pittori accademici fino alla fine del XIX secolo. Consiste nell’uso di due quadrati, con relative diagonali e cerchi inscritti, posti ai due estremi dell’opera; più la superficie di partenza è stretta e lunga e più i due quadrati sono distanziati. In questa opera di Edgar Degas intitolata Le prove del 1874, la composizione apparentemente naturale e fotografica è in realtà il frutto di uno studio estremamente preciso sul doppio telaio: la posizione e le pose delle ballerine, la scala e il suo andamento rotatorio, la grande fascia diagonale che separa i due gruppi, l’alternanza pieni-vuoti di mura e finestre, persino il volto della vecchia a destra, tutto segue le linee del doppio telaio.

Anche nel mondo del fumetto il doppio telaio non è una novità: ad esempio, è stato accertato il suo uso da parte di Hergé ne Le avventure di Tintin. Qua però la situazione è molto diversa, dato che Ewoks non è e non vuole essere in nessuna maniera un fumetto d’arte, e tanto meno Manak & Kremer sono paragonabili alla cultura cosmopolita e al genio narrativo del fumettista belga. Eppure, che il disegnatore ne fosse cosciente o meno, che sia stato instradato dalla capace Severin o meno, che sia un gesto gestaltico casuale o meno, la struttura a doppio telaio compare su tutte le copertine di Ewoks (esclusa solo quella celebrativa). È un evento significativo, perché testimonia che dopo il passaggio della pop art, un certo gusto figlio dello studio delle belle arti si è fatto strada nel fumetto, anche nei suoi recessi più insospettabili come uno spin-off commerciale per bambini di Star Wars.

Copertina del volume 13 di "Ewoks" di David Manak e Warren Kremer.

Come esempio per valutare la cura grafica delle copertine di Ewoks, si è scelta quella del 13esimo volumetto poiché particolarmente ironica e “pop”. La scena raffigura Wickett con in braccio una qualche magica pietra evidentemente sottratta illecitamente, dato che per tornare a casa deve superare un fossato appeso a una corda mentre un mostro gli fa «Cucù!» e il suo compare lo guarda allarmato dall’altro lato del burrone. Una situazione assolutamente iperbolica e molto pop art, dato che anche nelle opere di Warhol e Lichtenstein la drammatizzazione, le parole e i colori assumevano connotati assolutamente esagerati e innaturali. Anche qui la composizione cromatica è del tutto esagerata e innaturale: le tinte più luminose sono distribuite al centro e si alterano verso l’esterno, in senso luminoso (da colore chiaro a colore scuro vero l’alto) e in senso ottico (da colore caldo a colore freddo verso il basso).

Schemi compositivi basati sul metodo del doppio telaio.

Per l’analisi compositiva della copertina si sono scelti tre schemi: il primo è la composizione a doppio telaio, il secondo ne è una sorta di versione semplificata che tiene conto del fatto che nella copertina di un fumetto le bande in alto e in basso sono occupate da scritte e codici a barre (il che forza il disegnatore, anche implicitamente, a sfruttare maggiormente la parte centrale del disegno), e il terzo è la somma dei due precedenti sottolineando le aree di maggiore concentrazione grafica.

Analisi di una copertina di "Ewoks" di David Manak e Warren Kremer.

La composizione rispetta alla perfezione lo schema del doppio telaio: Wickett, gli occhi del suo amico e quelli del mostro sono contenuti all’interno dell’intersezione fra i due cerchi principali, i tentacoli del mostro sono definiti dalle linee compositive, la direzione della corda tesa e del movimento di Wickett sono precisamente quelli delle diagonali centrali, e nell’ultimo schema le parti dell’immagine diventano sempre meno importanti via via che si va verso il bordo, finché il corpo del mostro e la parete della grotta sono solo campiture di colore piatto.

Se, come dice Giovanna Gagliardo, Star Wars è «la saga che ha trasformato il cinema in un giocattolo», allora chi si occupa del marketing alla Lucasfilm ha trasformato l’intero mondo dell’entertainment in un grande giocattolo. Anche i fumetti sono come giocattoli: intrattengono, divertono, spesso ricordano l’infanzia, quando ci si stufa li si mette da parte. In questo caso, poi, si tratta di un bel giocattolo, perché fa parte di un grande mondo narrativo condiviso da miliardi di persone. Il contributo dato a Star Wars da questo fumetto è comunque quello di aver intrattenuto i suoi lettori, e tanto meglio se li ha attratti con copertine dalla grafica chiassosa e accattivante. Molto pop art.

Quel gran pezzo dell’Ubalda – Iron Man #228

È il dicembre del 1987 e la vita di Tony Stark sta per cambiare irrimediabilmente.
Il povero Tony ne ha subite molte altre prima (e anche dopo), ovviamente; ha affrontato i propri demoni interiori e uno dei suoi migliori amici in una guerra fratricida, ad esempio, ma pochissime altre cose lo hanno segnato come l’ossessione di vedere il proprio lavoro venire usato in un modo diverso dal suo.

Stark è uno yuppie strappato dalla bambagia etica e morale in cui viveva che ha deciso di dare un senso alla propria esistenza combattendo (anche) sul piano della corsa tecnologica.
Tutto ciò che il genio miliardario, playboy e filantropo è viene messo in discussione per i sette numeri (più uno) che costituiscono il ciclo della Guerra delle Armature (o Stark Wars).

Dal dicembre del 1987 e dal numero 225 di The Invincible Iron Man, infatti, David Michelinie e Bob Layton muovono i fili di un Tony Stark con atteggiamenti sempre più simili a quelli di un vero e proprio villain, piuttosto che di un eroe. E tutto in nome del Bene Superiore.

La trama, in breve, di questo arco narrativo è la risposta a una domanda che nasce spontanea conoscendo il personaggio: – Cosa accadrebbe se i progetti di Tony Stark finissero nelle mani sbagliate?
La risposta non può essere che: di tutto.
Il Nostro scopre di essere stato derubato e per sistemare la faccenda lascia i Vendicatori, permette la morte dei suoi nemici e compie azioni che non possono che portarlo ai margini della società mondana, come Tony Stark, e supereroistica, come Iron Man.
Soprattutto, pianta il seme per qualcosa che mi piace pensare accadrà quasi venti anni dopo.

Prima ho usato l’espressione “muovono i fili”, parlando degli autori di queste storie, per un motivo preciso: la storia da cui è tratta la tavola di questa Ubalda si intitola Who Guards the Guardsmen?, facendo il verso al capolavoro di Moore e Gibbons Watchmen, il cui slogan era «Who Watches the Watchmen?», finito pochissimo prima l’uscita di questo arco narrativo.
Intendiamoci: le storie non sono paragonabili e soprattutto hanno temi fondamentalmente diversi, ma ciò che Moore e Gibbons hanno fatto in quell’opera scosse il settore come niente prima di allora.

La prima pagina di questo numero 228 infatti mette subito in chiaro con chi si confronterà Tony, chi è cioè il “Guardiano dei Guardiani”: Steve Rogers, (ex) Capitan America.
Il magnate gli ha appena preparato un nuovo scudo, ma presto scopriamo che non lo ha fatto solo per l’amicizia che lo lega al Capitano, ma anche per mero opportunismo.
Il prossimo obiettivo del nostro è infatti il Vault, prigione di massima sicurezza che è sorvegliata dai Guardiani, appunto, che sfruttano, per le loro armature, progetti Stark.
Tony spera che Steve non interferisca con le sue operazioni dopo il gradito regalo.

Ovviamente non sarà così.
Nella prigione infatti mentre infuria la battaglia c’è l’inevitabile confronto.

Il Capitano arriva nel momento in cui l’ultimo dei Guardiani si scontra con Iron Man. L’uomo esaurisce prima del previsto la sua riserva d’ossigeno, ma rifiuta di togliersi la maschera e sviene per via del gas che precedentemente Stark ha immesso nel sistema di aerazione.

A questo punto, citando un tantino Morrison e il suo Multiversity, andiamo a dissezionare quella che è la pagina cardine del numero: troviamo sei vignette rettangolari divise su due righe e tre colonne.
La prima riga ha un’altezza leggermente inferiore alla seconda, che punta ad aumentare la tensione tra i due protagonisti di questa issue.

Vignetta 1

Nel primo riquadro, su uno strano sfondo azzurro contornato da enormi casse in legno, troviamo i tre protagonisti.
Il Guardiano è inerme, mentre Cap gli tiene sollevato il busto da terra. Il buon Steve dà le spalle a Tony che è quasi in disparte a osservare la scena, immobile nella sua armatura scintillante.
Evinciamo immediatamente che questo fumetto è stato scritto negli anni ‘80 anche dalla presenza dei classici balloon del pensiero. Fosse stato scritto oggi, avremmo avuto delle didascalie  a inframmezzare i disegni.
«No, se posso salvarlo!». Sembra un urlo disperato quello di Cap, che mette in chiaro ancora una volta da che parte sta. Lui è un patriota. Morirebbe per il suo paese e per i suoi ideali. Non può non apprezzare chi come lui fa la stessa cosa.

Vignetta 2

Stark sembra leggergli nella mente mentre afferma che avrebbe fatto lo stesso; intanto l’inquadratura si stringe fino a mostrare solo i volti di un Cap costernato e del Guardiano a cui è stata sfilata la mano.
Sullo sfondo questa volta giallo canarino, la mano di Iron Man si posa su quella dell’amico, che stranamente non ha reazioni scomposte. Forse si aspetta già quella mossa. Gli occhi di Steve sono infatti chiusi, come a prepararsi per ciò che di lì a pochissimo accadrà.

Vignetta 3

E infatti, una scarica elettrica lo attraversa nella terza vignetta. Il Guardiano, svenuto, gli scappa dalle mani.
Notare che anche questa volta lo sfondo cambia colore. Diventa arancione per distinguersi nettamente dall’elettricità che circonda Cap.

Vignetta 4

 

Si passa alla parte inferiore della pagina, quarta vignetta. Stark, nell’ultimo balloon della pagina si giustifica per l’atto di tradimento vero e proprio appena commesso.
La “telecamera” è di nuovo lontana e obliqua, mentre mostra oltre al miliardario, anche i due suoi avversari svenuti.

                                                                   Vignetta 5
Le ultime due vignette non hanno, come detto, bisogno di dialoghi: Iron Man prende l’ultimo dei suoi neutralizzatori e lo collega all’armatura del Guardiano. Nel farlo incrocia lo sguardo del suo amico, ancora a terra.

Vignetta 6

Nell’ultimissimo riquadro della pagina c’è infine il vero confronto tra i due, che non è mai sfociato in una volgare rissa da bar, ma si combatte su livelli più alti.
Sopra, la maschera di Stark, quasi un teschio di metallo. Sotto, Steve Rogers, costretto dalla paralisi a non poter reagire in alcun modo. Lo sguardo glaciale del secondo fulmina il primo.
Un’antica amicizia si è incrinata.

È interessante, infine, notare che all’alba della Civil War, i due si scontreranno definitivamente a posizioni invertite.
Qui Iron Man combatte contro il sistema pur di risolvere un problema di cui egli stesso si riteneva responsabile. Dopo qualche anno sarà Capitan America a trovarsi fuorilegge per non aver appoggiato l’Atto di Registrazione Superumano e quindi a scagliarsi contro l’amico di vecchia data e il Sistema da lui rappresentato.

Insomma, questa piccola perla dei cotonatissimi anni ’80 (basti dare un’occhiata alle capigliature sfoggiate dai protagonisti di questi albi), merita almeno una lettura, soprattutto in questi ultimi anni in cui il nostro Uomo di Ferro sta vivendo una vera e propria rinascita sotto ogni punto di vista.

Era una notte buia e tempestosa – Il ritratto di Dorian Gray

Introduzione

Il ritratto di Dorian Gray è un libro scritto da Oscar Wilde, pubblicato a puntate nel 1890 e in forma di romanzo nel 1891. Il fulcro della storia è il culto smodato della bellezza che diventa un’ossessione per il protagonista, il quale ne fa la sua unica ragione di vita. In realtà il vero personaggio chiave della storia è Lord Henry Wotton, che attraverso i suoi discorsi votati all’estetismo strega il giovane Gray plagiandolo a suo piacimento. Dall’inizio fino alla conclusione del romanzo abbiamo un’evoluzione continua di Dorian, che passa dall’essere un giovane ingenuo alla condizione di un uomo che ricerca il piacere in ogni sua forma.

La vita di Oscar Wilde

Oscar Fingal O’ Flahertie Wills Wilde nasce a Dublino il 16 ottobre 1854. Frequenta il Trinity College, dove inizia a farsi conoscere per i suoi modi stravaganti e le sue azioni sconsiderate, e successivamente l’università di Oxford, dove conosce Pater e Ruskin, che lo fanno avvicinare alla corrente dell’Estetismo. Wilde inizia a scrivere nel 1879 e nel 1884 sposa Constance Lloyd, ma i due si lasciano dopo la nascita dei loro due figli a causa dell’omosessualità di Oscar, che inizia una relazione con un uomo. Dopo la pubblicazione del suo capolavoro, Il ritratto di Dorian Gray, fino al 1895 lo scrittore compone molte altre opere, tra cui Un marito ideale, Il ventaglio di Lady Windermere e L’importanza di chiamarsi Ernesto. Nel 1895 viene accusato di sodomia, viene processato e per due anni è costretto a svolgere i lavori forzati; dopo la scarcerazione si trasferisce in Francia e lì scrive La ballata del carcere di Reading, ispirata alla sua esperienza di prigionia. Viene stroncato da una meningite a Parigi il 30 novembre del 1900.

Il ritratto di Dorian Gray

La storia si svolge nella Londra vittoriana del XIX secolo e all’inizio del romanzo ci troviamo nello studio del pittore Basil Hallward, che ha appena terminato il ritratto di un giovane meraviglioso, il quale suscita l’interesse dell’altro personaggio presente nella stanza, Lord Henry Wotton, un suo vecchio amico del college. Proprio in quel momento entra il giovane raffigurato nel dipinto; Hallward chiede a Henry di andarsene, perché secondo lui influenza negativamente gli altri, ma Dorian Gray, questo è il nome di quell’essere bellissimo, lo prega di rimanere.

I due conoscenti conversano nel giardino di Basil e da qui in poi Lord Wotton plagerà Dorian come vorrà, impressionandolo con i suoi discorsi sull’Estetismo e sulla bellezza come unica cosa che valga la pena di possedere. Allora il giovane, rattristato, esprime il desiderio che sia il suo ritratto a portare il peso degli anni e dei peccati e che lui invece possa rimanere per sempre giovane, stipulando così una specie di patto col diavolo.

In seguito il protagonista si innamora di una giovane attrice, Sybil Vane, che secondo lui recita divinamente; una sera assiste con gli amici Basil e Henry a uno spettacolo in cui la donna interpreta molto male la sua parte, ma quest’ultima spiega a Dorian che è l’amore che l’ha privata della capacità di recitare. Il giovane rimane molto turbato e, tornato a casa, nota che qualcosa nel suo ritratto è cambiato: ora sulle sue labbra sembra esservi un accenno di crudeltà; inizia così a intuire cosa sta succedendo e decide di coprire il ritratto con un paravento e in seguito di spostarlo in uno studio abbandonato nell’ultimo piano della sua villa per non farlo vedere a nessuno. Nel frattempo Gray scopre da Lord Henry che Sybil si è suicidata. Poco dopo Henry regala a Dorian un libro sulla vita sregolata di un giovane parigino che lo affascina moltissimo e da lì in poi il protagonista vorrà seguire alla lettera tutto ciò che avviene in quel volume.

Dopo un salto temporale di ben 18 anni, ritroviamo Dorian alla vigilia del suo trentottesimo compleanno. Quella sera incontra Basil Hallward, che lo sta cercando prima di partire per Parigi per farsi confermare dall’amico che tutto ciò che si dice sulla sua vita sregolata è falso. Dorian risponde che vuole mostrare a Basil la sua anima, quindi lo porta nello studio all’ultimo piano e, liberandosi finalmente del suo segreto, fa vedere al pittore quel che resta del ritratto. È sicuramente il medesimo dipinto, ma allo stesso tempo è profondamente diverso, riportando sulla tela un essere spregevole e per nulla affascinante. Preso da un improvviso scatto d’ira, Dorian afferra un coltello e uccide l’amico, rimanendo tuttavia impassibile…

Il fumetto

Il fumetto fa parte della collana delle Le grandi opere a fumetti della Marvel ed è stato disegnato da Sebastian Fiumara. Le poche informazioni sull’opera le troviamo nell’introduzione scritta dallo sceneggiatore Roy Thomas, da cui sappiamo che i due lavoravano entrambi già per la Marvel, però non avevano mai collaborato insieme, quindi erano molto esaltati all’idea di dover trasporre il capolavoro di Oscar Wilde. Ma la cosa più importante che viene sottolineata è che sia Thomas sia Fiumara hanno messo anima e corpo nella realizzazione del fumetto.

Analogie e differenze tra fumetto e romanzo

a) in base alla storia

Le differenze tra romanzo e fumetto sono poche visto che quest’ultimo è curato anche nei minimi dettagli e le scene principali sono tutte riportate in modo molto fedele al romanzo. Ovviamente vi sono anche delle lievi differenze, ad esempio alcune sequenze sono state accorciate, come il discorso iniziale tra Dorian e Lord Henry, oppure il secondo dialogo tra Dorian e Basil, dopo il quale il protagonista fa nascondere il suo ritratto. Quindi non vi è nessun salto, nessuna scena viene tralasciata, ma vengono solo sintetizzate le vicende meno importanti.

b) in base ai personaggi

I personaggi nel fumetto sono ugualmente ben curati e “fanno ciò che devono”. Cosa intendo con ciò? Voglio dire che i personaggi sono fisicamente identici a come ci vengono descritti da Wilde. Prendiamo in esempio i due soggetti principali, Dorian e Lord Henry: quest’ultimo incarna tutte le caratteristiche del tipico dandy inglese, mentre Dorian è descritto come un giovane sulla ventina con la pelle candida e i capelli dorati e riccioluti, con volto angelico e una bocca dello stesso colore dei petali di rosa; ha una corporatura piuttosto esile e veste solo con abiti alla moda e molto eleganti. Durante la storia cambia irrimediabilmente, ma il suo aspetto rimane sempre lo stesso. Anche sul piano caratteriale sono simili al romanzo, ma non sono così approfonditi: ad esempio, vediamo la degenerazione di Dorian e del suo animo (ma non si entra mai nel merito, non si entra mai nei particolari) quando, ispirato da Henry Wotton, inizia una vita sregolata e attaccata ai piaceri materiali, perché capisce che la sua bellezza è il suo più grande dono e non perde l’occasione di sfruttarla per piegare il mondo al suo volere. Questo accade per i personaggi principali, mentre i personaggi secondari sono pressoché identici a quelli del romanzo, infatti agiscono e pensano meno dei protagonisti, come Sybil Vane.

c) in base agli ambienti

Gli ambienti in cui si svolgono i fatti nel romanzo non vengono quasi mai descritti, ma viene solo indicato il luogo in cui si trovano i personaggi. Una delle poche stanze che viene rappresentata accuratamente è il piccolo studio nel quale Dorian tiene al sicuro il suo ritratto; viene detto che è un luogo angusto e buio, con pochi mobili, una vecchia scrivania e una sedia in legno, una poltrona in pelle rossa ormai logora e un grosso baule. Così è come lo ritroviamo anche nel fumetto, mentre per le altre stanze dobbiamo affidarci quasi ciecamente alle scelte del disegnatore.

Lo stile del fumetto

Lo stile del fumetto, secondo il mio parere, è assolutamente perfetto per il tema trattato e per il tipo di romanzo essendo molto curato e preciso nel tratto. Il fumettista Fiumara ha svolto un eccellente lavoro nella realizzazione di persone e ambientazioni, e attraverso il suo disegno riesce a far intendere ai lettori anche gli stati d’animo dei personaggi. Le vignette non sono quasi mai regolari e vi sono molte pagine intere, come quella dell’omicidio di Basil Hallward che rende molto bene la crudeltà del gesto e la freddezza di Dorian nel compierlo. Abbiamo un numero abbastanza consistente di dialoghi, ma spesso si lasciano parlare solo i disegni. I colori principalmente usati all’inizio sono caldi e chiari, che fanno intendere la “leggerezza” delle scene introduttive, non molto significative ai fini della storia, mentre andando verso la fine i colori tendono più verso toni freddi e cupi, a indicare il mutamento nell’animo di Dorian, che diventa sempre più “scuro”. Il carattere delle lettere rimane uguale per tutto il fumetto e troviamo molte didascalie poste ai lati delle vignette simili a dei cartigli.

Conclusione

Il romanzo è abbastanza godibile e scorrevole, anche se i suoi temi non sono altrettanto facili da comprendere, il fumetto è molto ben curato e costruito, quindi posso assolutamente consigliarli a chi vuole scoprire i lati più controversi e malvagi della mente umana.


Andrea Cennerini ha presentato:

Le grandi opere a fumetti: Il ritratto di Dorian Gray

Autori: Roy Thomas, Sebastian Fiumara
Traduttore: E. Cecchini
Editore: Panini Comics
Collana: Marvel
Anno edizione: 2015
Pagine: 152 p., ill., rilegato
Euro 17,00

GUARDIANS OF THE GALAXY VOL.2 – LA RECENSIONE

Adattare fedelmente e reinventare al cinema un gruppo di fuorilegge cosmici è complicato. Rivitalizzare e “popolarizzare” un team di eroi amati dalla nicchia ancora di più. Tirarne fuori un sequel in grado di superare il primo capitolo è ancora più difficile.
Ma Guardians Of The Galaxy Vol.2 ci riesce alla perfezione.

Il lavoro compiuto da James Gunn si presenta a noi dopo un primo capitolo in grado di conquistare l’attenzione del pubblico con la sola potenza dello stile. Una storia semplice ma efficace, un gruppo di sfigati cosmici ma carismatici, tantissima musica e tanta inventiva nella presentazione di questi elementi.

Guardians Of The Galaxy Vol.2  decide quindi di riparare ai “difetti” imputati al primo capitolo: il mancato approfondimento della psicologia dei protagonisti, una storia più solida e più complessa, un antagonista decisamente più minaccioso del graficamente intrigante ma vuoto in personalità Ronan l’Accusatore.

La pellicola comincia sulle note di Mr. Blue Sky degli Electric Light Orchestra, parte dell’Awesome Mix Vol.2 che accompagnerà lo spettatore con le meravigliose note musicali che hanno affollato l’immaginario collettivo tra gli anni ’70 ed ’80.

Come nel primo capitolo, tutto si fonde meravigliosamente, non distorcendo mai l’atmosfera leggera e insitamente cazzara (perdonate il francesismo) del film e del gruppo, donando ulteriore personalità a scene d’azione che, già solo visivamente, meritano di essere vissute al loro meglio.

Ironico notare come Gunn si elevi al di fuori delle diatribe internettiane tra amanti cinematografici dell’Universo DC e fedeli dell’Universo Marvel, in guerra costante su chi possa mostrare più carattere basandosi esclusivamente sulla vasta gamma di colori dei loro film preferiti, discutendo come se il Technicolor fosse invenzione recente.

Ciò che stupisce di Guardians Of The Galaxy Vol.2 è l’esperienza completa, la fusione di una fotografia mai banale e di una scelta cromatica che non si pone limiti, mostrando il cosmo e la Galassia Marvel in tutto il suo fulgido splendore.

Per farla breve e risolvere le “cose facili”…sì, Guardians Of The Galaxy Vol.2 è un Bel Film, di quelli che soddisfano.

Tecnicismi a parte, il film parte subito presentandoci il gruppo come l’avevamo lasciato: ancora alle prese con mostri cosmici e razze aliene parecchio suscettibili. In questa occasione possiamo conoscere i Sovereign, guidati dalla aurea ma frigida (ma lo sarà per davvero? *occhiolino*Ayesha. Non ci vorrà molto affinché i nostri protagonisti si caccino subito in grossi guai, provocando un inseguimento tra campi di asteroidi che inizia a premere sull’acceleratore della pellicola e permette al pubblico di conoscere Mantis ed Ego.

La prima è un volto conosciuto ai lettori della lunga saga di Dan Abnett & Andy Lanning, il secondo è un pezzo decisamente grosso della cosmologia Marvel…talmente grosso da essere, effettivamente, un Pianeta Vivente.
Il ruolo di Ego, come già anticipato da Gunn in lunghe interviste prima dell’uscita del film, è il punto focale della pellicola: padre galattico di Star-Lord, il personaggio interpretato da Kurt Russell viene dipinto sotto una strana luce, una sorta di figlio dei fiori spaziale che vuole mettere la testa a posto e risolvere le questioni in sospeso col figlio.

La presentazione di questa nuova relazione per Peter Quill permette a Gunn di introdurre i temi ricorrenti della pellicola, come la ricerca delle origini e del senso d’appartenenza, la ricostruzione del legame famigliare.
Questo tipo di narrazione si espande poi al gruppo in sé, che più volte si ritrova a discutere della sua disfunzionalità, e a due personaggi che lo stesso regista e autore aveva promesso di esplorare in questo seguito, NebulaYondu.

Se nel primo capitolo di Guardians Of The Galaxy questi due personaggi risultavano antagonisti o, comunque, poco inclini a sopportare le scorribande dei Guardiani della Galassia, i loro personali archi narrativi subiscono una brusca impennata verso l’alto; a loro viene dedicato molto più tempo e molte più linee di dialogo, permettendo di addentrarsi nella psicologia di due bad guys che già intuivamo avrebbero giocato un grosso ruolo in questo sequel.

Di riflesso, insieme a Yondu e Nebula ogni singolo membro del gruppo, eccezion fatta forse per il piccolo Groot, ha il suo momento di crescita personale.

Drax continua a essere fonte di comedy paradossale e spesso volontariamente fuori tempo: Dave Bautista dimostra di sapersi divertire dietro la tosta corazza verde del fu Distruttore a fumetti e il suo rapporto con Mantis è uno dei punti più esilaranti del film.

Nella prima pellicola era uno dei personaggi più criticati, più esposti a una sceneggiatura che in fondo non aveva bisogno di approfondire troppo i protagonisti, ma Gamora, interpretata da Zoe Saldana, esce fuori da Guardians Of The Galaxy Vol.2 come uno dei personaggi più approfonditi e migliorati caratterialmente. Il confronto con Nebula permetterà a entrambe di maturare oltre il loro mortale retaggio, merito di papà Thanos, cercando di ritrovare una sintonia che sembrava perduta per sempre.

Senza fermarci troppo su Ego e Star-Lord, che si confrontano più volte sugli eventi che li hanno costretti a separarsi e approfondiscono la natura cosmica della loro essenza stessa, Rocket Raccoon e Yondu mostrano parecchie affinità, a volte persino imboccate allo spettatore, non risultando comunque fastidiose. Il parallelo tra questi due bastardi patentati occupa una buona parte del film, tra la parte centrale e il climax, permettendo al peloso pilota della Milano, la navetta dei Guardiani della Galassia, di scoprire nuovi angoli e aspetti della sua personalità.

Il piccolo Baby Groot è semplicemente la creatura più tenera e coccolosa che l’universo abbia mai potuto generare. Non posso neanche immaginare il livello di merchandising che MarvelDisney tireranno fuori dal piccolo Rametto. Ogni scena in cui è presente costringerà ogni ragazza in sala a lasciarsi andare in «Awwww» di tenerezza e gli uomini a convivere con l’irresistibile tentazione di possederne uno tutto per sé, per sentirsi un po’ Rocket e un po’ Ravager dentro.

Il ritmo di Guardians Of The Galaxy Vol.2, come già detto, è scandito dalla musica che accompagna ogni scena, spaziando da George Harrison a Sam Cooke, dai Looking Glass ai Silver. Tuttavia non è perfettamente ritmato, in quanto mi sono scoperto a volere un telecomando con il pulsante fast-forward quando mi sono ritrovato davanti, inaspettatamente, uno spiegone di grosse dimensioni, proprio al centro del film.

Questo è praticamente un mio voler essere a ogni costo pignolo, dato che il film non annoia in ogni caso e trascina in ogni occasione lo spettatore con sé…per amore della sana critica, è dover sottolineare questo microscopico puntino in un mare di bellezza.

Perché sì, Guardians Of The Galaxy Vol.2 è un film splendido, sotto ogni punto di vista: riesce a essere commovente e sardonico, cinico e toccante, volgare e romantico. Racchiude tanti elementi della comicità tradizionale di James Gunn così come riesce a esporre i suoi momenti più intimi e personali, mostrando il cuore dei personaggi, che qualcuno, dopo aver visto il primo film, accusava di essere unicamente delle sagome.

Prese da sole, le scene d’azione, la sequenza iniziale e il climax del film compongono una scala meravigliosa di creatività e ingegno, trovate assurde che strappano un sorriso e mostrano come si possa imprimere personalità e visione d’autore a una proprietà intellettuale così particolare. 
Ogni singolo elemento viene presentato con stile e allo stile viene abbinata una sostanza che soddisfa e lascia sazi, con ancora spazio per il dolce.
Continuando in questa bislacca metafora, il dolce è tutto quello che non posso raccontare.

L’intera storia di Yondu e i suoi Ravagers.
I cameo.
Le scene dopo i titoli di coda.
L’espansione della Galassia Marvel.

Se siete fan di lunga data, se avete un minimo di conoscenza dell’Universo Marvel, Guardians Of The Galaxy Vol.2 vi stuzzicherà oltre i limiti della legalità, facendovi dimenticare del fatto che dovremo aspettare del tempo prima di poter vedere il Terzo Volume di questa saga stellare.

Di film così, nel mondo dei cinefumetti, ce ne vorrebbero ogni volta di più.
Fortunatamente, di James Gunn ce ne è uno solo.

Anteprima – The Unworthy Thor #2 (Aaron, Coipel)

Il prossimo 7 Dicembre uscirà il secondo numero di The Unworthy Thor nel quale Odinson reincontra il suo vecchio alleato Beta Ray Bill. In anteprima alcune tavole disegnate da Olivier Coipel.

THE UNWORTHY THOR #2 (di 5)

JASON AARON (Testi) OLIVIER COIPEL (Disegni e Cover)
Variant Cover di KRIS ANKA
Variant Cover di JIM CHEUNG
TEASER VARIANT Cover di MIKE DEODATO

Sinossi:
Il Reame della Vecchia Asgard è svanito portando via con sé le speranze di redenzione di Odinson. Ma Beta Ray Bill porta buone notizie che potrebbero ridare nuova vita alla ricerca in quanto Bill conosce il destino del Reame Eterno. Per riconquistare l’onore di Odinson i due fratelli d’arme dovranno infiltrarsi nella fortezza del Collezionista.

thor-unworthy-2016002-var