Marvel Comics

Wednesday Warriors #41 – House and Power of X

Gufu’s Version

HOUSE OF X #1 di Jonathan Hickman e Pepe Larraz

C’è una curiosa coincidenza che accomuna il concetto di “mutazione” al destino editoriale degli X-Men: se l’evoluzione procede normalmente in maniera graduale e quasi impercettibile succede a volte di essere testimoni di balzi evolutivi improvvisi, delle mutazioni appunto [questa semplificazione produrrà suicidi di massa tra biologi , antropologi e simili. Perdonatemi se potete] che determinano un nuovo status quo. Alla stessa maniera sembra procedere il destino editoriale dei mutanti Marvel, per strappi e nel segno della discontinuità: tutti i momenti storici delle serie mutanti sono caratterizzati da cambiamenti tanto radicali quanto improvvisi.

Con Giant Size X-Men #1, Len Wein e Dave Cockrum stravolsero quanto fatto da Lee&Kirby cambiandone quasi totalmente il roster dei personaggi e permettendo l’inizio della cosiddetta “Era Claremont” alla quale ha fatto seguito la turbolenta era degli “autori Image” per poi perdere di incisività e smalto negli anni successivi. New X-Men di Morrison e Quitely segnò un’altra determinante svolta, capace di imporre una nuova direzione al parco personaggi, imponendosi come termine di paragone per il lavoro di chiunque si sia poi confrontato con Ciclope e soci.

Negli ultimi anni gli X-Men si erano persi in un susseguirsi di rilanci blandi stretti tra esigenze di marketing e oscure questioni di diritti cinematografici ma soprattutto privati di uno scopo editoriale, della propria ragion d’essere: se gli X-Men nascono come una metafora della diversità, senza limitarsi ad esserne la rappresentazione diretta, il crescente numero di personaggi appartenenti a minoranze ha prodotto un naturale svuotamento nel loro scopo principale.

Serviva quindi un altro balzo evolutivo, un altro strattone vigoroso allo status quo: ci ha pensato Jonathan Hickman con questo primo numero di House of X.

Hickman e Larraz ridefiniscono i mutanti Marvel con un’operazione di sofisticata e complessa rilettura dei topoi della serie a partire dal primissimo e iconico “a me, miei X-Men” pronunciato da Xavier a pagina 2: un momento tanto classico quanto innovativo nel suo essere declinato in un contesto di indefinibilità che rende il momento più inquietante che eroico, più misterioso che epico.

Questo primo capitolo di quello che si prospetta come un lungo percorso è un poderoso lavoro di world-building che mette in campo diversi fattori: dalla lettura politica a quella sociale, dall’impatto scientifico a quello culturale.

Si tratta di un lavoro impegnativo che gli autori decidono di non affrettare, non ci si preoccupa di dare il “contentino di intrattenimento” al lettore preferendo procedere con un ritmo più compassato creando più aspettative che risoluzioni: vengono aperti conflitti – come con i Fantastici 4 – senza chiuderli in maniera definitiva, rimandando tutto a un progetto più ampio.

Un lavoro imponente che viene integrato da inserti testuali, estratti da dossier segreti, schede tecniche, mappe, rapporti ufficiali e altri contenuti che contribuiscono alla realizzazione di una struttura sulla quale costruire il futuro delle testate X.

Hickman riprende da Morrison l’idea che i mutanti siano un popolo ancor prima che una razza: un popolo con una propria dimensione culturale, politica e sociale. In questo senso la nascita di una Nazione Mutante, pur non essendo un’idea che brilli per originalità, acquisisce una dimensione totalmente nuova: i mutanti si impongono al mondo come un soggetto unitario e fortemente identitario. Sanno di essere il futuro del mondo, la naturale evoluzione dell’Homo Sapiens ma (al momento?) accettano di coesistere con esso restandone però ben distinti; si tradisce così l’ideale di integrazione di Charles Xavier in favore di una pacifica (?) coesistenza.

Un’operazione di questo tipo, la ridefinizione di un mondo e di un universo narrativo che rimetta al suo centro gli X-Men, non potrebbe mai funzionare in assenza di un’efficace opera di visualizzazione delle idee messe in campo da Hickman: Pepe Larraz si dimostra di essere più che all’altezza del compito dando forma alla complessa sceneggiatura (che può essere letta nella Director’s Cut dell’albo) e ai personaggi coinvolti: il disegnatore spagnolo si affranca dalla sua condizione di “clone di Stuart Immonen” per evolvere il proprio discorso artistico attingendo a piene mani dal  lavoro di alcuni maestri giapponesi come Ryoichi Ikegami, Yokinobu Hoshino e l’immancabile Katsuhiro Otomo affermandosi come un interprete di primo piano della Sci-Fi supereroistica. Nonostante il lavoro ai colori di Marte Gracia sia narrativamente notevole si prova un po’ di dispiacere osservando come le tavole in bianco e nero (presenti anche queste nella director’s cut) siano più ricche di tratteggi e retini che vengono parzialmente coperti dal colore facendo perdere profondità al disegno.

Questo House of X riesce nel compito di rimettere gli X-Men al centro dell’universo Marvel e genera un’aspettativa (giustificata e non figlia di abili operazioni di marketing) che da tanto mancava intorno a questi personaggi.

Bam’s Version

POWERS OF X #1 di Jonathan Hickman e R.B. Silva.

La storia dell’uomo è scandita dall’incessante scorrere del tempo e lo stesso vale per la storia dell’homo superior. Uomini e mutanti: sin dalla nascita degli X-Men di Stan Lee e Jack Kirby questo conflitto ha saputo mettere in evidenza le storture della società, il disprezzo e la paura per il diverso, il coraggio di chi difende il mondo per salvare “chi odia e chi teme”. Il Professor Charles Xavier, seguendo le direttive dello scrittore Chris Claremont, cominciò a tramutarsi in una figura più vicina a quella di Martin Luther King Jr., sognando il giorno della piena integrazione tra l’umanità e la razza mutante. Un mondo unito, capace di accettare e di accettarsi – un’idea che tutt’oggi, guardandosi intorno, risulta davvero difficile realizzare.
Dalla creazione degli X-Men nel 1963 sono passati 56 anni. Il sogno di Charles Xavier è diventato un cliché, un mattoncino fondamentale nella costruzione di cinquantasei anni di storie, una frase che ha segnato intere operazioni editoriali, rilanci e retcon.

L’arrivo di Jonathan Hickman e della sua operazione di riassetto degli X-Men porta con sé la possibilità che il sogno smetta di esistere. Ma non per l’ennesimo atto terroristico di Magneto, tantomeno per l’abusato ritorno di Apocalisse. Se con House Of X i semi di Krakoa hanno permesso al sogno di germogliare, Jonathan Hickman e R.B. Silva in Powers Of X mostrano i frutti del sogno di Xavier – la realtà di una nuova Marvel mutante. In un gioco di specchi, similmente ad House Of X #1 anche Powers Of X #1 si apre con quattro semplici vignette. Quattro primi piani che separano in maniera netta le linee temporali della serie, finestre nella continuity Hickmaniana che osservano l’Anno Uno, l’Anno Dieci, l’Anno Cento e l’Anno Mille della razza mutante. Sotto le Potenze di X si nasconde un corposo intreccio di trama che cambia radicalmente la prospettiva e, come visto sulla gemella House Of X, capovolge lo scenario degli X-Men con un netto colpo di spugna.

Hickman e Silva partono dall’Anno Uno, o X⁰ – dove X sta per 10. Un circo ambulante accoglie Charles Xavier, sorridente in quello che sembra un contesto famigliare. Viene da chiedersi se Xavier sia lì dopo aver percepito l’avvento di un nuovo mutante. Il telepate viene raggiunto da una giovane Moira McTaggart. E’ il loro primo incontro e Moira rivela a Xavier di aver fatto visita ad un cartomante pochi attimi prima. Le carte hanno mostrato il futuro, rivelandole un Mago, in bilico tra due mondi; una Torre, simbolo di morte e rinascita, avvicinamento al cielo; e infine il Diavolo, dio di una religione perduta. Il lettore attento riconosce d’istinto alcuni volti nei tarocchi – sono quelli dei mutanti presenti nelle anteprime, la ragazza che sembra unire i poteri di Colosso e Magik, il giovane elfo rosso così simile a Nightcrawler. Xavier non si lascia turbare: rivela alla donna di aver appena sognato un mondo migliore ed il suo posto nel mondo. La risposta di Moira turba il telepate: “Non è un sogno se è reale”. A queste parole segue la pagina più importante della storia degli X-Men…e il primo salto nel tempo.

X¹, Anno Dieci – questa volta, Hickman si riallaccia agli eventi appena letti in House Of X. Il lettore inizia ad avere una prova tangibile della timeline delle serie. Mystica ritorna a Krakoa: la refurtiva è al sicuro, Magneto la accoglie alla Casa di M. La natura egoista della mutaforma sembra emergere anche nell’utopia ma Xavier, insieme a Magneto, redarguisce Mystica dal ricadere nelle vecchie abitudini, invitandola a riflettere sui sacrifici necessari alla nascita di un “un nuovo e migliore mondo mutante”. La scrittura di Hickman riflette in Xavier il Creatore, l’Ultimate Reed Richards. Krakoa, così bella e maestosa, inizia a nascondere qualcosa.

“Avevamo un sogno. Un sogno comune a tutti noi. Mentre dormivate, il mondo è cambiato.”
Parole familiari accolgono il lettore nella terza linea temporale, X², l’Anno Cento. L’annuncio di Charles Xavier al mondo riecheggia nelle ultime parole di un giovane mutante, schiacciato dalle minacce di soldati e inquietanti Sentinelle dal futuro. Dialoghi cinici, violenza incontrollata e un’ambientazione post-apocalittica si impossessano di Powers Of X: questo futuro sembra aver voltato le spalle ai mutanti. Il mondo è caduto sotto la Supremazia Uomo-Macchina. Tre giovani mutanti, Rasputin, Cylobel e Cardinal cercano di respingere l’assalto di macchine di morte anti-mutanti utilizzando i loro poteri e i semi di Krakoa rimasti. R.B. Silva è coccolato dalle linee morbidissime di Adriano Di Benedetto, che ne esalta l’estrema dinamicità senza appesantire le chine, i colori di Marte Gracia ne esaltano l’esplosività del tratto: Powers Of X mostra i muscoli, accennando i primi momenti di pura azione dell’albo. I design sono accattivanti e i primi accenni di personalità permettono al lettore un primo, impattante imprinting con i nuovi personaggi – che saranno chiave nello sviluppo di questa linea temporale, fondamentale per l’intera serie.


Hickman ha concesso poco se non alcun contesto: la prima parte dell’albo è dedicata all’arricchimento dei concetti espressi in House Of X e gioca di rimandi e connessione di semplici azioni e reazioni. Con il debutto della linea temporale X² Powers Of X costruisce nuovi elementi, balza avanti nel futuro e mostra al mondo il futuro della razza mutante – un futuro costruito sullo scheletro degli eventi di House Of X. Hickman torna ad avvalersi di estratti scritti e file, documenti atti a riempire i buchi di trama e punti fumosi: queste piccole sacche di esposizione non rallentano la lettura. Risulta invece piuttosto utile avere un momento di respiro e cercare chiarezza dopo un inizio burrascoso e piuttosto disorientante. Il lettore ha la possibilità di prendere dimestichezza con la nuova concezione di Mutanti Omega, con le generazioni di Chimere e lo sviluppo del conflitto centrale tra Uomo, Macchina e Mutante. Hickman e Silva fanno dell’Anno Cento degli X-Men il loro momento più basso, ma narrativamente parlando ci troviamo di fronte alla linea temporale finora più densa e corposa.
L’ibridità culturale e ideologica diventa genetica e il conflitto che deriva da questa molteplicità diventa essenziale per la narrativa di Powers Of X. Come accennato in precedenza, Hickman imprime alla guerra tra uomini e macchine contro i mutanti una certa fluidità: lo scrittore tiene a sottolineare quanto le fazioni si siano contaminate nel corso degli anni, creando abominazioni e storture che superano il semplice concetto di “X-Men” e “Sentinelle”.
Silva, emulo di Immonen come Larraz, ne incarna lo spirito più giovane, caricaturale e movimentato, quello dei primi anni su Ultimate Spider-Man e Nextwave, meno rombante e solenne dell’Immonen di All-New X-Men e Star Wars. La leggerezza di Silva permette di trovare momenti di humor in Powers Of X che lasciano un sapore agrodolce e paradossale – tocca infatti a quello che appare come il villain principale della serie stemperare la tensione, mentre viene ultimato il piano definitivo atto ad eliminare una volta per tutte la razza mutante. Di Jonathan Hickman si sono sempre ammirate le doti di narratore a lungo termine, ma niente nella sua carriera è ambizioso come il progetto House Of X / Powers Of X. Superati i canoni del suo rinomato world-building, Hickman fonde la geo-politica di East Of West, il thriller arcano-finanziario Black Monday Murders così come gli exploit supereroistici, il viaggio ai confini del Multiverso in Avengers e New Avengers e la danza mortale tra Richards e Destino in Fantastic Four.

Powers Of X trascende il talento di Hickman nel world-building, ampiamente confermato e glorificato dalle prime, incredibili cinquanta pagine di House Of X. Hickman si impadronisce di una nuova arte narrativa, il time-building, che supera il concetto spaziale per estendersi tra passato, presente e futuro. Hickman non ha alcuna voglia di correre, ma nemmeno di perdersi in chiacchiere. Supportato da artisti uniti da una visione unica, lo scrittore cura con dovizia radici cresciute nel sottosuolo mutante, con tronchi, rami, fiori e foglie che sbocciano a distanza di millenni, con ritmi perfettamente scanditi, misteri della natura da svelare e il sogno di un uomo, diventato realtà, che si espande nel corso degli anni. La costruzione di una linea temporale pretende chiarezza e, con altri dieci numeri ad attendere il lettore, il nuovo corso editoriale mutante si prepara a compiere il salto definitivo verso la nuova era-X.

Quello di Jonathan Hickman è un progetto a lunga gittata, impossibile da decifrare dopo solo un centinaio di pagine. Fuori dallo schema tradizionale, gli Uomini-X di Jonathan Hickman si sono elevati ad una nuova posizione di potere: il principio di autodeterminazione mutante, la creazione di un linguaggio e di una cultura mutante, così come l’ultimatum legato a Krakoa richiamano l’energia distruttiva dei mutanti Morrisoniani, l’audacia storica ed editoriale volta a riproporre gli X-Men al centro della scena Marvel. Presa coscienza dell’estinzione della razza umana e della definitiva ascesa dei mutanti, il lettore ha percepito perfettamente il netto cambiamento di direzione. Fuori dalle meccaniche di sopravvivenza e dentro la narrativa “dominante”, Magneto aveva chiuso House Of X in maniera blasfema, minacciando gli ambasciatori umani, mettendoli in guardia dai “nuovi dei” nati dal sogno di Xavier. Cento, mille anni nel futuro, gli dei mutanti sembrano essere caduti di fronte al binomio macchina / uomo.

Deus, homo, machina.
Superior, sapiens, technologicus.
Jonathan Hickman sta per raccontare la storia dell’umanità – tocca al lettore continuare ad ascoltare.

First Issue

HOUSE OF X #1
Con House of X non inizia una nuova serie degli X-Men, inizia una nuova era la cui gestione si preannuncia visionaria e temeraria, inserita nella mitologia di questi amatissimi personaggi – ormai pronti anche per un rilancio cinematografico dopo l’acquisizione della Fox da parte della Disney – che per decenni sono stati la punta di diamante della Casa delle Idee e troppi anni hanno vissuto in un purgatorio narrativo sconfortante.
Ma questo è anche un nuovo passo nella personale mitologia di un autore rigoroso, maniacale, che non accetta compromessi per le sue idee e che al contrario ha il carisma adatto per portare novità e nuova linfa nell’universo mutante, legandolo a doppio filo all’intero universo della Casa Idee.
Hickman è tornato, ma a giudicare da questo esordio, non se n’è mai andato: ha preso solo un po’ di fiato, per poi continuare a raccontare la propria personale storia degli eroi di casa Marvel.
C’è una nuova parola nel lessico umano: Krakoa.
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POWER OF X #1
Anche questo secondo capitolo dell’epopea mutante di Jonathan Hickman conferma l’ambizione di questo rilancio degli X-Men, dopo tanto tempo. Allo stesso tempo, la lettura di Powers of X per certi aspetti ribalta e rimette in discussione alcune certezze che potevano derivare dalla lettura di House of X #1. Anche in ciò la Marvel e Hickman erano stati chiari fin dall’inizio, solleticando le aspettative degli appassionati.
Fortunato chi vive in tempi di fumetti mutanti interessanti.
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Wednesday Warriors #40 – da Detective Comics a Valkyrie

In questo numero di Wednesday Warriors:

Bam’s Version

JANE FOSTER: VALKYRIE #1 di Jason Aaron, Al Ewing e Cafu.

“Mi chiamo Jane Foster. Sono una dottoressa, sono sopravvissuta al cancro e, per un po’, sono stata una supereroina.”

C’è un mondo intero in un semplice pensiero, una frase che riassume il percorso di Jason Aaron tracciato per il personaggio di Jane Foster. Non c’è più traccia della Dea del Tuono – la Tonante è sparita nella Tempesta dei Thor che ha chiuso War Of The Realms. Al suo posto, una nuova Jane Foster ha preso il suo posto ed è nata una nuova (l’ultima) Valchiria. Le prime parole incontrate dal lettore in prima pagina mostrano sicurezza e conoscenza del personaggio – ma è ancora possibile raccontare qualcosa di nuovo con Jane Foster?
La sequenza d’apertura illustrata dal brasiliano Cafu, colorato da Jesus Aburtov, risalta il design e il rinnovato arsenale della Valchiria. Aaron, in quello che appare come un forte richiamo allo scontro con l’Uomo Assorbente in Thor #5 disegnato da Jorge Molina, introduce ai lettori la sua protagonista ponendo di fronte a lei un avversario tutt’altro che invincibile, ma funzionale ai fini della storia.

I Fast Five sono perfetti punching ball per Jane Foster. Anche se dotati di armi provenienti da tutti i Dieci Regni, Gold Rush, Silver Ghost, Green Light, Redline e Blue Streak non sono altro che villain di serie D pronti ad essere malmenati dalla Valchiria e da Undrjarn, l’omni-arma, strumento da guerra multifunzionale e capace di esaltare al meglio il tratto preciso, movimentato ma fluido ed impattante di Cafu, colorato al meglio da un’ottimo Jesus Aburtov. L’azione permette ad Aaron i ritmi adatti per un’introduzione capace di alternare al meglio la dinamicità di un fumetto Marvel con l’inevitabile piaga dell’esposizione della trama, che lo scrittore relega ai “pensieri” della protagonista. Dopo la morte di Brunnhilde, Jane si trova a dover impugnare le armi e tenere al sicuro le anime dei vivi e dei morti in transito verso il Valhalla.

Ma a fronte di una introduzione che gioca sul tema della perpetua suddivisione tra poteri e responsabilità, il clichè più profondamente radicato nella continuity Marvel dei supereroi con superproblemi, la prima metà diJane Foster: Valkyrie #1 non colpisce come dovrebbe e appare “soltanto” come un buon debutto di un personaggio di Jason Aaron rielaborato – questo almeno fino all’arrivo di Al Ewing. Lo scrittore britannico che sta sconvolgendo il mondo del fumetto con il suo The Immortal Hulk interrompe lo schema tradizionale di Jason Aaron per riflettere sulla natura stessa di una Valchiria, sia essa mitica o “Marvelita”. La seconda parte dell’albo viene dedicata all’analisi del nuovo status quo e delle differenze, sottili, che separano l’essere Dea del Tuono ed essere una guardia, Caronte armato tra la vita e la morte.

Insieme, Aaron, Ewing e Cafu si concentrano nel rendere il passaggio di consegne tra Brunnhilde e Jane Foster un momento unico. La riscoperta di poteri come la “percezione della morte” consente agli scrittori di esplorare meglio un personaggio ancora tremendamente misterioso, ponendo sul tavolo una gimmick piuttosto interessante che nasconde infinito potenziale per il futuro delle storie sulla serie regolare. Come rivelato in una postilla coda all’albo, l’intento di Ewing è quello di rendere Jane Foster una “dottoressa della Morte”, eliminando le accezioni lugubri che la cronaca può aver donato a questi termini. Capace di osservare il tempo rimasto alle persone in vita, la Valchiria ha il potere di vegliare sul percorso verso il Valhalla – una responsabilità, non un onore o un privilegio come poteva essere sollevare Mjölnir.

A questo interessante lavoro di rimodernamento e aggiornamento dei temi del personaggio vanno sommati un cliffhanger da brivido e il ritorno di un personaggio malvagio fino al midollo, una scelta spregevole che fa sempre centro come contraltare all’eroe duro e puro. Jane Foster: Valkyrie ha la fortuna di essere associata ai nomi giusti. Per tenere in vita, editorialmente parlando, un personaggio che ha segnato l’era Alonso della Casa delle Idee, Aaron e Ewing dovranno unire due menti brillanti Marvel e riuscire a dare qualcosa di più alla nuova Valchiria.

Gufu’s Version

DETECTIVE COMICS #1008 di Peter Tomasi e Dough Mahnke

Se il Batman di Tom King, al netto di alcune concessioni sporadiche, può permettersi di proseguire nel suo lungo e stratificato arco narrativo badando alla continuity DC da una relativa distanza di sicurezza, non si può dire altrettanto del Detective Comics affidato a Peter J. Tomasi.

Il bravo scrittore che abbiamo avuto modo di apprezzare su Superman e Batman&Robin (sempre in coppia con Patrick Gleason) fatica a impostare un discorso a lungo termine: stretto com’è dalle ingombranti trame tessute da King e Scott Snyder, Tomasi si ritrova a gestire archi di storie brevi e autoconclusive che fanno fatica a solleticare l’interesse del lettore nonostante la professionalità indubbia di tutti gli autori coinvolti.

E se c’è una caratteristica che può condannare un prodotto seriale all’irrilevanza è proprio la mancanza di una progettualità di fondo, un discorso da portare avanti che si snodi oltre l’intreccio dei singoli storyarc.

Non fa eccezione questa storia breve che si inserisce, come tutte le altre uscite questo mese, nel mega-evento Year of the Villain che interesserà tutti i personaggi DC per i prossimi mesi.

A Peter Tomasi e Doug Mahnke viene affidato il compito di realizzare la “storia di congedo” del Joker, sarà infatti Mr. Freeze il villain principale su Detective Comics, e i due devono muoversi facendo attenzione a non “pestare i piedi” agli altri autori impegnati sulle testate che vedono protagonista il Cavaliere Oscuro.

I due si affidano quindi a un copione classico – Joker che minaccia dozzine di innocenti con il suo gas letale e Batman che interviene – che trova la sua ragione di esistere esclusivamente nell’incredibile lavoro di Mahnke e nel doppio finale che vede la dipartita – ovviamente temporanea – del Clown e l’offerta di Luthor a Mr. Freeze.
Il soggetto, nella sua autoconclusività, sembra preso da un episodio della serie animata, ha un buon ritmo e intrattiene con efficacia ma è ben lontano dagli standard offerti da Tomasi nel passato più e meno recente fallendo nel suscitare un seppur minimo interesse: non offre nessuna angolazione inedita nel raccontare l’ennesimo scontro tra Batman e Joker e non riesce a creare aspettative neanche in prospettiva. Detective Comics sembra una serie destinata a vivacchiare tra storie ben fatte ma sostanzialmente ininfluenti, schiacciata com’è da altre esigenze editoriali.

First Issue

BATMAN UNIVERSE #1 di Brian Michael Bendis e Nick Derington

Si sente infatti la mancanza di quel guizzo creativo che ha contraddistinto la gran parte dei lavori di Bendis da quando è arrivato in DC, primo fra tutti la sua pregevole gestione di Superman, e a conti fatti Batman Universe finisce per dare la sensazione di essere una storia indubbiamente ben scritta ma anche abbastanza canonica e priva di reali elementi di originalità.
I disegni di Nick Derington svolgono un lavoro egregio, grazie a un tratto vivace che riesce a sottolineare tanto la fisicità del protagonista, quanto la frenesia dei combattimenti. Apprezzabili anche alcune trovate di storytelling, come la sequenza iniziale vista tutta in soggettiva, che favoriscono il coinvolgimento da parte del lettore.
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Wednesday Warriors #38 – dalla Donna Invisibile a Gesù Cristo

In questo numero di Wednesday Warriors:

Bam’s Version

INVISIBLE WOMAN #1 di Mark Waid e Mattia de Iulis.

Non ci sono altri scrittori nel mondo del fumetto come Mark Waid. Lo scrittore dell’Alabama ha sostanzialmente assunto il ruolo di “ponte” tra passato e presente, rimanendo legato al mondo dei supereroi DC Comics e Marvel dalla metà degli anni ‘80 ad oggi, alle soglie dei nuovi anni ‘20. Dopo tanti anni a contatto con calzamaglie e mantelli, è possibile affermare che Mark Waid “capisce” i supereroi, ne ha metabolizzato le meccaniche e, meglio di molti altri, ha compreso che il cambiamento è una componente necessaria per rimanere a galla in questo mondo. Alla luce di questa affermazione e dell’analisi di questo modus operandi, che già in passato ha rivitalizzato Daredevil, i Fantastici Quattro e Flash, Mark Waid continua il percorso accennato sulla sua Agents Of S.H.I.E.L.D. e trasforma la Donna Invisibile Susan Storm in una super-spia nella nuova miniserie Invisible Woman. Un personaggio solido, radicato nella memoria del lettore, osservato attraverso una nuova lente.
L’albo comincia dieci anni nel passato, in una giornata nevosa al confine tra l’Ungheria e la nazione fittizia del Bahzelstan e l’Operazione: Tempesta è in atto. Un uomo e una donna consegnano i documenti ad una coppia di guardie sotto una raffica di neve. Il lento procedere della routine viene improvvisamente spezzato dall’apparizione di un muro d’energia, un uomo ferito a terra e la necessità di risolvere un bel pasticcio in pochi secondi. I ritmi tenuti da Mattia De Iulis si fanno incalzanti – l’azione si svolge in attimi, ma la chiara sequenza di movimenti della matita concede fluidità a questa introduzione al cardiopalma. Waid e De Iulis, in una manciata di pagine, rendono credibile la Donna Invisibile nel ruolo: i poteri della “Mamma” dei Fantastici Quattro permettono un’efficace estrazione e la riuscita della missione. Campi di forza, invisibilità, ingegno, un powerset perfetto per dinamiche stealth che sembrava non esser mai stato sfruttato a pieno finora.
Il ritorno nel presente lascia respiro a Waid e De Iulis che “reintroducono” al pubblico il personaggio con due pagine praticamente perfette, un sunto di Susan Storm e dei suoi molti volti – madre, moglie, sorella, esploratrice, avventuriera, super-eroina e, come Waid ha stabilito, spia. La struttura di Invisible Woman #1 è forse l’aspetto più debole dell’albo. Dopo l’ottima sequenza che ha permesso al lettore di avere esperienza, in prima persona, delle capacità di Susan, l’esposizione della trama occupa più della metà delle pagine a disposizione e le “talking heads” del momento aggiornano la Donna Invisibile sul nucleo centrale della storia, il recupero del suo compagno d’operazioni disperso in Molovia, collegato al salvataggio di alcuni ostaggi Statunitensi nella nazione ostile. De Iulis mette in mostra le sue capacità da artista completo, arricchendo dialoghi piuttosto pesanti (e una retorica classica e abusata) con colori caldi e ottima gestione dei layout della pagina, che scandiscono i tempi della discussione.

In Invisible Woman #1 Mark Waid e Mattia De Iulis presentano l’idea, perdendosi un po’ troppo in formalità. Arrivati al lancio della missione in chiusura d’albo, i lettori troveranno una bella sorpresa, uno stimolo in più a proseguire la lettura. Con l’ostacolo della necessaria introduzione ormai alle spalle, il team creativo ha l’occasione di rivelare nuovi aspetti della Donna Invisibile che tutti conoscono.

Gufu’s Version

SECOND COMING #1 di Mark Russell e Richard Pace

Second Coming è una miniserie dal percorso editoriale travagliato: ideata e scritta da uno dei più talentuosi autori in forza alla DC Comics – quel Mark Russell di cui abbiamo già letto Flintstones, Snagglepuss e Wonder Twins – viene inizialmente annunciata nel contesto dell’ultimo, sfortunato, tentativo di rilancio della Vertigo per poi essere cancellata a seguito di un’ondata di proteste da parte di un pubblico benpensante che maldigerisce l’idea di un fumetto satirico con protagonista Gesù Cristo.
Chi ha già avuto modo di leggere le altre opere di Russell sa bene che l’autore, caratterizzato da una scrittura critica e satirica molto abrasiva, non è mai privo di quella sensibilità capace di spingere a riflessioni profonde e per nulla scontate estranee alla mera iconoclastia irriverente.
Capiamoci, il Gesù Cristo di Russell è tutt’altro che una presa per i fondelli del cristianesimo.

Il lieto fine di questa storia è che la DC Comics ha deciso di cedere a Russell e Pace tutto il materiale già prodotto e i relativi diritti di pubblicazione lasciandoli liberi di cercarsi un editore più coraggioso; i due, forti della pubblicità creata dal caso, sono così riusciti ad accordarsi con la Ahoy Comics per la pubblicazione.

Second Coming vede quindi la luce proprio in questo mese e inizia come il più classico e divertente fumetto satirico che fa leva sulle incongruenze che ogni lettore “casual” della Bibbia può riscontrare prendendo in mano il testo sacro.
Non c’è una pretesa di fondamento teologico né ci si inerpica in percorsi esegetici del testo, si tratta di una semplice lettura “leggera” del testo sacro: si va da Adamo ed Eva, si passa per Mosè e si arriva ai 33 anni di Cristo sulla Terra. Qui Pace adotta un segno abbozzato, indefinito, che descrive l’impossibilità della descrizione del Mito, accompagnato dalla palette cromatica molto ristretta – soprattutto ocra, terre e sfumature calde – scelta da Andy Troy. In contrasto tutto il segmento ambientato sulla Terra dei nostri giorni è caratterizzato da colori vivaci e dal lavoro di inchiostrazione molto netto e pulito di Leonard Kirk che restituisce un’atmosfera “Golden Age” al fumetto.
Il Padre del Vecchio Testamento spedisce il Figlio sulla Terra a “mettere su un po’ di spina dorsale” affidandolo alle cure del tostissimo supereroe Sun-man: quest’ultimo altri non è che una delle tante riproposizioni dell’icona di Superman, il canonico super-buono che sconfigge il male a suon di pugni.

Ma è proprio in contrapposizione con la superumanità di Sun-man che esce fuori l’aspetto più vero e innovativo, e teologicamente accurato, del cambiamento portato dal Nuovo Testamento: l’umanità di Gesù Cristo. Un’umanità che mette in discussione sia il Dio del Vecchio Testamento (quello dei diluvi universali, degli uomini trasformati in statue di sale ecc…) che il metodo canonico del fumetto supereroistico (come già fatto da Russell in Wonder Twins).
Russell e Pace riescono a elaborare la figura di Cristo e il fumetto supereroistico in toto riuscendo a farci ridere e a commuoverci contemporaneamente.
E questo è solo il primo numero.

First Issue

DOOM PATROL – WEIGT OF THE WORLDS #1 di Gerard Way, Jeremy Lambert e James Harvey

Godibilissimo per chi abbia letto il primo arco, questo albo può risultare freddo ai nuovi lettori, per i quali le sintetiche introduzioni dei personaggi non sono certo in grado di restituirne il percorso esistenziale. In questo senso, la scelta di azzerare la numerazione è fuorviante, ma le allusioni al passato fornite da Way hanno il merito di incuriosire i nuovi lettori senza appesantire la lettura agli appassionati.

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Wednesday Warriors #36 – Da War of the Realms a Justice League Dark

In questo numero di Wednesday Warriors:

Gufu’s Version

MARTIAN MANHUNTER #6 di Steve Orlando e Riley Rossmo

Martian Manhunter è uno dei personaggi più “difficili” del panorama supereroistico: una sorta di clone di Superman (alieno il cui mondo è stato devastato da una catastrofe ecc…) ma senza l’umanità che contraddistingue l’alter ego di Clark Kent.
Alieno verde che arriva sulla terra già adulto, e quindi senza una famiglia che gli impartisca un’educazione umana, Martian Manhunter è sempre stato un personaggio con cui i lettori hanno fatto fatica a relazionarsi. Al di là dell’essere uno dei membri cardine della Justice League infatti il povero J’onn J’onzz ha sempre fatto fatica a raggiungere il grande pubblico.
Si possono individuare però due momenti nella sua storia in cui le potenzialità del Cacciatore Marziano sono state pienamente sfruttate e il suo background – sinceramente povero in origine – è stato approfondito in maniera notevole: la miniserie del 1988 ad opera di J.M. De Matteis e Mark Badger e la serie di John Ostrander e Tom Mandrake del 1998 durata ben 36 numeri.
A questi due capisaldi del personaggio si va ad aggiungere ora questa maxiserie di 12 numeri ad opera di Steve Orlando e Riley Rossmo.
Orlando è uno scrittore che alterna prove opache, soprattutto quando legato dalla continuity ingombrante dei personaggi di primo piano, a prestazioni davvero degne di nota (vedi il suo Midnighter): Martian Manhunter ricade felicemente nella seconda casistica.
Assieme a Rossmo riprende quanto già reso canone dagli autori sopra citati e aggiunge nuovi strati alla psicologia del protagonista: senza stravolgerne le caratteristiche principali, i due autori riescono ad approfondire il personaggio rendendoci più facile il processo di immedesimazione. Risulta quasi impossibile non empatizzare con una figura così fallibilmente umana.
Rossmo riparte da quanto fatto da Badger e struttura una società marziana complessa, aliena ma terribilmente simile alla nostra, come una sorta di riflesso, distorto nella sua mutevolezza, della nostra. Ad un primo sguardo sembra tutto estremamente caotico e strano ma la struttura del racconto è talmente ordinata che risulta impossibile restarne confusi, non ci si perde mai nelle tavole o nei dialoghi.
Nella sua specificità, quella di tralasciare la narrazione presente per concentrarsi sulla tragedia di J’onn J’onzz, questo sesto capitolo è leggibile e apprezzabile anche senza aver letto il resto.
Ma, se accettate un consiglio dato in tutta onestà, procuratevi anche gli altri albi.

JUSTICE LEAGUE DARK #12 di James Tynion IV e Alvaro Eduardo Martinez Bueno

Con questo dodicesimo numero James Tynion chiude la sua fase di costruzione della JLD: c’è un evidente progettualità a lungo termine tesa a dare una struttura all’universo magico della DC Comics e a tante testate troppo spesso lasciate all’estro dei singoli autori. Un parco personaggi, notevole e iconico quanto quello più strettamente supereroico e (quasi) sempre scollegato dal resto della macronarrazione del DC Universe, a cui la Justice League Dark prova a dare (restituire?) rilevanza sfruttando come volano l’iconicità di Wonder Woman.
Il lavoro di world building di Tynion non lascia indietro nulla nel suo tentativo di dare al lettore una precisa mappa di questa sorta di sotto-universo narrativo, un lavoro che restituisce diversi elementi di interesse, necessari per conferire il giusto spessore a tutto il suo progetto, rendendo però la lettura più faticosa nell’affrontare certe verbosità.
Ne giovano diversi personaggi, Detective Chimp su tutti ma anche Zatanna e la stessa Wonder Woman, approfondite come poche volte prima d’ora.
La nota indubbiamente più positiva di tutto l’albo, e di quasi tutti i precedenti, è la scoperta di Alvaro Martinez Bueno, disegnatore spagnolo dall’indiscutibile talento in grado di interpretare dozzine di personaggi, tra cui diverse icone della cultura pop, in maniera sempre coerente e riconoscibile pur riuscendo a imprimere la propria personalità nel tratto. Notevole in questo caso il suo lavoro, quasi meta-narrativo, sul layout generale. Martinez Bueno riesce a sfruttare tutta la pagina – spazi bianchi compresi – nella narrazione di questo scontro tra caos e ordine.
Sempre interessante e mai banale.

Bam’s Version

WAR OF THE REALMS #6 di Jason Aaron e Russell Dauterman.

War Of The Realms è un’anomalia: è un evento ricco di tie-in, one-shot, addendum e via discorrendo come da tradizione, eppure è sorprendentemente concentrato nell’essere un evento dedicato a Thor.  E’ un gran finale per sette anni di storie – ma non davvero, visto che il lettore potrà godere ancora della compagnia di Jason Aaron sul Tonante almeno fino all’Autunno inoltrato. War Of The Realms si incastra perfettamente nell’impressionante mosaico narrativo tessellato dallo barbuto bardo da Jasper, Alabama. Ma, continuando con i paradossi, War Of The Realms è tutt’altro che perfetto.

Nei cinque numeri che hanno preceduto questo ultimo albo, il Dio del Tuono ha compiuto un arduo viaggio di ritorno verso Midgard e il resto dei Dieci Regni, ormai completamente messi a soqquadro dall’invasione totale di Malekith. Per non cadere nella infida trappola degli spoiler, risulta più facile ed efficace riassumere tutto con un perentorio “Sh*t happened”; per Thor è dunque giunto il momento della resa dei conti. Incastrato nel cuore dell’Albero dei Mondi Yggdrasil, il Dio del Tuono è pronto al sacrificio finale: parole di sdegno escono dalla sua bocca mentre il mondo (contestualmente e letteralmente) va a fuoco. Le parole di Jason Aaron, narratore onnipresente, sono pompose, regali, si accompagnano magnificamente la rabbia volgare di Thor, imprigionato in una gabbia infuocata fatta dei propri errori dove, al centro, è posta l’unica speranza di redenzione.
Concetto importante e da non sottovalutare: sebbene la tanto anticipata Guerra dei Regni sia chiaramente il focus centrale, come da titolo, dell’evento, il ritorno di Thor è il vero epicentro della storia, quella che Jason Aaron sta raccontando sin dalla distruzione di Mjölnir e la caduta di Jane Foster.

La guerra infuria e il Dio del Tuono si riscopre umile: non può farcela da solo. Aaron e Dauterman, mai banali, tornano a sfruttare la gimmick delle multiple linee temporali. Gli echi del primo arco narrativo scorrono potenti in questo ultimo capitolo di War Of The Realms e la Tempesta dei Thor si scatena su Malekith: Russell Dauterman e Matthew Wilson sono protagonisti, uno impugna un martello che pesa come una matita, l’altro si scatena su una tavoletta grafica che riempie le pagine di azione vorticosa. Impossibile non rimanere strabiliati osservando lo scontro rompere la tavola, frantumare le vignette e riempire di roboanti onomatopee – firmate dal letterer Joe Sabino. Graficamente parlando, War Of The Realms #6 è una soddisfacente conclusione ad un Ragnarok “formato mini”, servito e confezionato al pubblico per impegnare la stagione calda di letture.
Per Jason Aaron, tuttavia, War Of The Realms non è che un capitolo necessario, fondamentale – ma non il climax che chiuderà i suoi lunghi sette anni sulla serie.

War Of The Realms è un rombo di tuono in una tempesta, una finestra in una storia più grande di Thor stesso, più grande dei piani di Malekith, del ritorno di Odino e Freija, più grande delle parole di Aaron, più grande del magnifico lavoro che Russell Dauterman e Matthew Wilson regalano al lettore. Sarà perchè l’industria a fumetti si pone al di sopra dello scrittore ma sapere con largo anticipo che questa gigantesca serie evento avrà più di un epilogo lascia al lettore un climax mozzato, efficace e potente, ma meno dirompente ed impattante. La natura stessa della Guerra dei Regni risulta troppo grande per risultare compatta come una martellata; per continuare le analogie con il Dio del Tuono protagonista, War Of The Realms è la scarica di fulmini di Jason Aaron che colpisce i suoi Avengers e una porzione dell’Universo Marvel, coinvolti in un evento prettamente Asgardiano. Molto della storia iniziata sul #1 – che abbiamo già recensito qui su Wednesday Warriors – diventa palta per i mattoni che altri autori ed Aaron stesso utilizzeranno per costruire la seconda metà del 2019 Marvel. Non c’è nulla di male in una pratica comune agli Eventoni delle grandi case a fumetti, ma di conseguenza viene a mancare qualche attimo di concentrazione legato ai personaggi centrali della storia.

Il War Of The Realms dell’Universo Marvel non è forte quanto il War Of The Realms che parla di Thor, di Malekith, del presente e del futuro del Dio del Tuono. La Guerra dei Regni termina in maniera fragorosa. Soddisfa il lettore ma non lo riempie, lo stuzzica e lo invita a proseguire nella lettura. Non c’è un vero climax, non c’è risoluzione – e tale non si può chiedere ad un Aaron e Dauterman stellari, ma consci del ruolo di questo evento. Un lavoro che prosegue le tonanti trame dello scrittore nel migliore dei modi, aprendo ad inediti scenari futuri e ad una Asgard che rinasce, insieme agli altri Nove Regni. Thor assume nuova rilevanza, inserendosi perfettamente nella narrativa che Aaron ha imbastito dal 2012.

First Issue!

USAGI YOJIMBO #1 di Stan Sakai

Sakai ormai gestisce la sua creatura con mano ferma e con la solita attenzione, con l’aggiunta gradita di una serie di note che approfondiscono la storia e la cultura nipponica del periodo.
LEGGI LA RECENSIONE COMPLETA QUI

Wednesday Warriors #34 – da Silver Surfer a Hulk

TEAM UP!
Attenzione fedele lettore dei Guerrieri del Mercoledì, ti attende una eccezionale novità!
Da questo numero i Wednesday Warriors si alleano all’altra grande tribù di True Believers del web italiano: gli amici di First Issue, rubrica de Lo Spazio Bianco dedicata ai “numeri uno” del fumetto USA.
ASSEMBLE!

In questo numero di Wednesday Warriors:

Gufu’s Version

IMMORTAL HULK #19 di Al Ewing e Joe Bennett

Esistono diversi modi di declinare l’orrore, inteso come genere narrativo, che possono essere sintetizzati in due tipi di approcci: c’è chi predilige un racconto più ricco di sottotesti, psicologico, che lascia intendere senza mostrare e che preferisce instillare inquietudine – quel prurito alla nuca – facendo leva sull’immaginazione e sulle paure più intime del lettore; c’è chi invece preferisce darci un pugno nello stomaco, che punta a disgustare, spettacolarizzando la narrazione esplicitandola in un crescendo gradguignolesco di elementi splatter.

All’interno di questi due estremi si colloca l’Hulk di Al Ewing e Joe Bennett.

Sin dalla sua nascita Hulk è sempre stato una metafora del rapporto conflittuale tra ragione e istinto, tra umanità e inumanità, tra le istanze sociali di Banner e gli istinti puramente autoconservativi e asociali di Hulk: un orrore visto come metafora del conflitto interiore uomo/mostro dentro ognuno di noi.
Questo conflitto si è sviluppato, allargandosi su più fronti, grazie alla tanto lunga quanto seminale gestione di Peter David che ha legato indissolubilmente ogni aspetto del Golia di Giada a un frammento della complessa psiche di Bruce Banner.
Al Ewing, che non è uno sprovveduto, ha giustamente deciso di radicare il suo Hulk proprio nel lavoro di Peter David per approfondirlo e ribaltarlo: laddove David aveva utilizzato Hulk per esplorare l’umanità di Banner, Ewing esplora il concetto stesso di mostruosità. Cos’è un mostro? Come lo identifichiamo?

Un’indagine sulla mostruosità che Ewing non limita a Banner/Hulk ma che viene estesa al cast di comprimari, storici e non.
Con una riflessione molto simile a quella che Robert E. Howard fa con Conan – contrapponendo un ideale barbarico alla civilizzazione contemporanea – gli autori di Hulk si interrogano sul concetto di non-umanità ritornando a quel conflitto di cui sopra, quell’istinto autoconservativo che in qualche modo stride con le istanze etiche di un’umanità comunemente intesa. Un istinto che si incarna in questa ultima, incredibile, versione dell’Abominio: un “mostro” minaccia e chiede morte allo stesso tempo.

Questa esplorazione viene declinata dal team creativo in maniera volutamente sopra le righe, urlata: Joe Bennett riprende lo stile che portò la EC Comics a dominare il mercato dei comics durante gli anni 40/50, integrandolo a un tratteggio fitto che rimanda agli incisori del XIX secolo,  come William Blake e Gustave Doré, il tutto inserito in una composizione contemporanea che vede il multiquadro delle vignette come fattore narrativo determinante. Una soluzione che conferisce alle immagini una tridimensionalità terribilmente efficace e che dona profondità al racconto orrorifico costringendo l’occhio a indugiare sui particolari più raccapriccianti.

L’orrore di Ewing e Bennett si colloca quindi più dalle parti del pugno dello stomaco che non da quelle del racconto più psicologico ma utilizza la forza delle sue immagini per veicolare una serie di riflessioni che sono ben lontane dall’essere concluse.

Bam’s Version

SILVER SURFER: BLACK #1 di Donny Cates & Tradd Moore.

Si può solo immaginare quanto sia difficile approcciarsi ad un personaggio complesso come Silver Surfer – specialmente nell’anno della scomparsa di Stan Lee, il suo creatore, che lo ha spesso indicato come uno dei suoi personaggi preferiti e senz’altro come il suo più profondo. Il Surfer era portavoce delle visioni filosofiche di Lee, delle sue idee più mature ed elaborate, complicate. Nato dalla matita, estensione della mente geniale di Jack Kirby, stanco di disegnare navicelle spaziali, l’Araldo di Galactus squarciò la tela immacolata della cultura pop e dell’Universo Marvel come faceva Lucio Fontana. Da parte i supereroi con superproblemi, il Surfista Argentato divenne la grande figura tragica in un mondo colorato e apparentemente spensierato, un filosofo dotato di immensi poteri cosmici, disgraziatamente separato dalla vastità del cosmo, dalle innumerevoli galassie. Il suo amore e la sua pietas per i Terrestri – che lo guardano dal basso e lo disprezzano, lo temono, alieno com’è – lo condannarono ad una vita lontana dalle stelle. Un sentimento malinconico, triste, nobile, come quello di un surfista separato per sempre dalle sue onde.

Dal 1966 al 2019 sono trascorsi 53 anni e di correnti cosmiche, sotto i ponti, ne sono passate abbondantemente. Per un personaggio che ha vissuto il proprio “Omega” ben due volte – nel 1988 con Parabola di Stan Lee e Jean “Moebius” Giraud e nel 2007 in Requiem di J. Michael Straczynski e Esad Ribic – il Surfista d’Argento ha ancora molto da dire. Sarà perché l’industria a fumetti risulta spesso più vasta ed indecifrabile dei misteri spaziali che Surfer affronta. Dopo la lunga gestione firmata Dan Slott & Mike e Laura Allred, una reinterpretazione a la Doctor Who del personaggio, e la breve parentesi-reunion dei Defenders di inizio 2019, Silver Surfer passa nelle mani dell’autore più caldo del momento, il nuovo golden boy della Casa delle Idee Donny Cates, scrittore Texano che guida il suo Venom verso territori inesplorati e, allo stesso tempo, si sta impegnando nel ricostruire il panorama di testate cosmiche Marvel.

Nella sua pluri-acclamata Thanos, Cates scrisse un Norrin-Radd da un futuro remoto impugnava Mjölnir e dominava l’Onda Annihilation, ammantato non più d’argento ma di nero; in Guardians Of The Galaxy, invece, il Silver Surfer tornò al suo tradizionale incarnato, prendendo parte al concilio galattico tenutosi dopo la dipartita di Thanos – il “la” alla già citata operazione di ricostruzione cosmica dell’universo Marvel. Per Donny Cates approfondire il suo discorso riguardante il Surfista Argenteo era solo questione di tempo e Silver Surfer: Black rappresenta il momento adatto per fornire la sua interpretazione del personaggio. Idealmente posta a metà proprio tra il suo Thanos e Guardians Of The Galaxy, Silver Surfer: Black si pone l’obiettivo di colmare un gap di continuity fondamentale alla visione d’insieme dell’autore – e di raccontare una meravigliosa, distruttiva e folle storia cosmica nel frattempo.

Attenzione a non sottovalutare l’importanza della personalità di un autore in fase di lavoro. Cates è un bad boy dal cuore d’oro, capigliature poco pettinate, giacche in jeans e t-shirt, tatuaggi, barba ispida. Il suo approccio e il suo modo di fare ricorda quello delle rockstar. Ama far propri i personaggi che scrive, modificandone la storia, toccandone la continuity nei punti salienti. Cates sa diventare protagonista sottolineando quanto siano affascinanti e complessi i personaggi che scrive. A fargli da contraltare, troviamo l’artista scelto per Silver Surfer: Black, Tradd Moore. Artista dalla personalità timida e sommessa, Moore vive le sue origini ad Atlanta, Georgia, sognando Takashii Mike, gli X-Men, Matrix e Silver Surfer (che coincidenza). A questa figura esile da ragazzone pacifico e geek, Moore preferisce far parlare la sua esplosiva personalità artistica, l’energia unica dei suoi movimenti fluidi, delle sue linee curve, la potenza del suo vibrante storytelling. Cates e Moore si completano come poche altre coppie attuali nel mondo del fumetto: le prime venticinque pagine di Silver Surfer: Black mostreranno uno splendido equilibrio creativo. Questo Silver Surfer prende la sua pesante eredità e si rinnova.

La minacciosa e meravigliosa sequenza iniziale si staglia in un momento non precisato del tempo. Adombrato dalla gigantesca figura di Galactus, Silver Surfer riflette sulla sua natura e sul suo ruolo di Araldo per il Divoratore di Mondi. Le onde curve della fisionomia aliena, i movimenti sinuosi della figura del Surfista lo staccano dalle interpretazioni classiche di John Buscema o di alcune iconiche illustrazioni di Joe Jusko. Quello di Tradd Moore è un Surfer alieno, vibrante e fluido – un corpo di mercurio che a stento contiene l’energia Cosmica al suo interno, ne riflette le imperfezioni e i tremori. Lo stile adottato da Donny Cates è pomposo, regale ed egregio. Silver Surfer espone il suo dramma e il fuoco che gli brucia la mente: essere associato alla morte, a Galactus, marca lo spirito del Surfista, che sente sempre di più il peso della sua inerzia, del suo essere spettatore dei terrificanti banchetti cosmici del suo padrone. L’Araldo Argentato di Galactus non si perde d’animo, fa della sua tragicità scudo e motore e, in un pianto disperato, diventa un piccolo punto bianco in una vignetta nera, accompagnando il lettore nel presente, introducendolo al vero nucleo del fumetto.

Personaggi più o meno noti del cosmo Marvel vengono risucchiati da un buco nero, evento raccontato dallo stesso Cates nel già citato #1 di Guardians Of The Galaxy. La fitta continuity dell’autore non limita, tuttavia, la narrazione, che apre una finestra sulla mente del Surfista, costretto ad attingere ad ogni goccia del proprio potere cosmico per salvare i suoi alleati. Mentre Cates descrive di atomi che si spezzano, vortici galattici che si avvolgono intorno ai personaggi e di “scaglie di realtà che esplodono in detriti di fantasia”, Moore mette in scena la deflagrazione con ineguagliabile energia, un tripudio di forme e colori, scelti dal maestro veterano Dave Stewart – scelta peculiare e praticamente perfetta. Le onde cinetiche, la cura per i dettagli, le anatomie piegate al movimento universale della tavola diventano impossibili da ignorare, impossibili da non osservare al microscopio, in alcuni casi: Moore unisce le minuzie della tavola di Katsuhiro Otomo a Kirby Krackles, la ricerca del movimento costante e fluido dell’azione non costringe al sacrificio la dovizia di particolari nelle espressioni del viso, con un Surfista che, piano piano, sente lo sforzo e le energie abbandonare il suo corpo argenteo.
Sullo sfondo, un costante turbine di colori si sostituisce allo spazio bianco tra le vignette – la storia occupa tutto lo spazio possibile, illustrando al meglio l’esplosione pop Marvel-style di una faglia spazio-temporale.

Nell’oscurità che avviluppa le pagine successive, il Surfista si risveglia, cullato dalle parole di Cates, mai come in questo fumetto sommesso, malinconico, eppure nobile e determinato, come il Silver Surfer che cerca di portare a galla dall’oscurità. Anche Moore, fuori dal delirio cosmico, lascia spazio al protagonista di ricomporsi; la gestione del nero e del bianco, contrastanti, diventano funzionali alla trama, ne rispecchiano la dicotomia. Silver Surfer, cosa porta con sé, la luce o l’oscurità? La morte o la speranza? Alla base di Silver Surfer: Black c’è una domanda ontologica, rispettosa del personaggio originale di Kirby e Lee, che si interroga sulla propria natura in maniera matura, conscia, sebbene immerso in un mondo straordinario, spettacolare, rumoroso e vivace.

L’arrivo del Surfer su un nuovo pianeta apre ad una seconda sequenza action, possibilmente ancor più stupefacente della precedente. La Tavola del protagonista diventa un’arma leggiadra e devastante, che vola da una vignetta all’altra, una master class in sequenzialità raccontata dalla ritrovata risoluzione del Surfista di Donny Cates. Una volta rivelata la peculiarità della trama e il mistero che farà da filo conduttore a tutta la mini-serie, Silver Surfer: Black #1, albo d’esordio perfetto, ha il tempo e lo spazio per un’altra, enorme splash page, che sembra richiamare l’inizio dell’albo. Sia luce o buio, bianco o nero, il Surfista non sembra in grado di staccarsi dall’ombra della Morte.

First Issue!

BATMAN: LAST KNIGHT ON EARTH #1 di Scott Snyder e Greg Capullo (di Simone Rastelli)

La messa su tavola di questi mondi e di questi straniamenti costituisce largamente la componente più solida di questo debutto: Capullo, Glapion e Plasciencia lo rendono con plasticità dei corpi e materialità degli ambienti, così da creare un contrasto fra questa e la componente di irrealtà della vicenda. In conclusione, un racconto solido ma costruito per accumulo lineare e pedissequo di elementi, che accompagna il lettore passo dopo passo e, così facendo, crea sì momenti di stupore momentaneo, ma mai di sorpresa profonda, che cioè mettano in crisi il lettore.
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Wednesday Warriors #33 – da DCeased a Meet the Skrulls

In questo numero di Wednesday Warriors:

Bam’s Version

MEET THE SKRULLS #5 di Robbie Thompson e Niko Henrichon.

La vita tra gli uffici di una grande casa editrice non dev’essere tutta rosa e fiori – artisti, scrittori, coloristi e letteristi sono legati virtualmente dall’editor, che deve rispondere poi all’editor-in-chief, che deve parlare poi con il marketing, ecc.ecc. Un’abbondante dose di responsabilità passa dalle mani alla mente di diversi elementi, con ogni componente pronto a dover dar battaglia per valorizzare il proprio ruolo e le proprie idee. In una industria a fumetti sempre più spinta verso i Grandi Nomi e con meno attenzione rivolta alle “seconde linee”, certe volte ogni piccola storia, ogni vignetta, ogni singolo balloon può fare la differenza.
Meet The Skrulls nacque sotto questi tormentati auspici, ideata dello scrittore Robbie Thompson, supportata dall’editor Nick Lowe: una famiglia di Skrull infiltrata sulla Terra, un nucleo di personaggi costretto a restare nell’ombra e ad integrarsi, sulla falsariga di serie di successo come The Americans. Un concept difficile da vendere, ma che ha trovato lo spiraglio giusto per essere pubblicato dopo il successo della pellicola Captain Marvel – ma, fortunatamente, gli Skrull cartacei risultano ben più interessanti delle loro controparti filmiche. Tuttavia, Meet The Skrulls non riesce a scrollarsi di dosso l’etichetta da serie di seconda o terza fascia, pur riuscendo a chiudere, in soli cinque numeri, una storia intrigante con personaggi piuttosto complessi.
Thompson ha costruito una interessante serie di eventi che, tra passato e presente, ha ingarbugliato i rapporti della famiglia Warner: dietro la famiglia di Stamford, Connecticut, composta da Carl, Gloria e le figlie Madison e Alice, si nascondono infidi alieni mutaforma, mortalmente intenzionati a portare a termine la loro missione e sventare il Progetto Blossom.
Ma sotto la trama principale dalle tinte spy, costruita in periferia del Marvel Universe, staccandosi dal palcoscenico principale, Robbie Thompson ha saputo nascondere un’intrigante riflessione sulla effimera natura dei rapporti famigliari – e cosa vuol dire fingere, mentire e non essere sinceri all’interno di una famiglia.
La natura effimera della persona Skrull, dove il volto, la voce e l’aspetto cambiano forma a seconda dell’occasione e della convenienza, diventa un punto focale, lente d’ingrandimento per analizzare al meglio la natura di una famiglia spezzata, sacrificata in nome dell’Impero della missione. Se per Carl e Gloria la transizione tra il loro pianeta natale e la loro permanenza sulla Terra è stata faticosa, per le figlie Madison e Alice il completo assorbimento nella cultura Terrestre spinge ad interrogarsi sulla natura della missione stessa, sull’individualità al di fuori della famiglia e su cosa vuol dire rapportarsi alle uniche persone che sembrano comprenderci.
In una serie che dosa con il contagocce le proprie scene d’azione e si affida principalmente al dialogo come mezzo di spostamento lungo la trama, l’importanza di un’artista come Niko “Pride Of Baghdad” Henrichon sta tutta nei momenti di quiete, nel gusto europeo, delicato, morbidissimo della costruzione delle figure e dei design e nella capacitá di distorcere, camuffare e smascherare gli inganni Skrull al momento decisivo. Robbie Thompson ha tenuto un ritmo lento per gran parte della miniserie, gestendo al meglio i colpi di scena e le rivelazioni: ne deriva una sottile tensione che sembra pervadere lo spazio bianco tra le vignette, che lega ogni piccolo mutamento del viso dipinto da Henrichon.
La conclusione della serie e la lettera dell’editor Nick Lowe in chiusura del numero segnano la fine delle avventure della famiglia Warner, protagonista di Meet The Skrulls, serie audace ma fortemente penalizzata dalla sua natura “di nicchia”. Intrigante se si ama un certo tipo di thriller psicologico, qui diluito con spruzzi di Universo Marvel, la miniserie di Robbie Thompson pecca nel ritmo lento, sostanzioso ma troppo poco esplosivo per lasciare un vivido impatto nel lettore casual. Gli splendidi disegni di Niko Henrichon accompagnano una trama comunque solida e ricca di spunti di riflessione sul sempre interessante confronto nature vs. nurture.

DEATHSTROKE #44 di Christopher Priest e Fernando Pasarin.

Attenzione: dato il contenuto dell’albo, la recensione contiene spoiler.

È possibile dare ancora risalto alla morte nel mondo del fumetto nel 2019? La fine della vita terrena, come un divorzio sancito dal Demonio o la nascita di una nuova nemesi dal passato oscuro di un eroe, diventa un cliché, un plot point da sfruttare a proprio piacimento per ringalluzzire le vendite, disturbare i lettori, scuotere le fondamenta della propria storia. Per Christopher Priest, la morte di Slade Wilson diventa il modo perfetto per tornare ai vecchi fasti – e rimettere Deathstroke in carreggiata.
Il terzo anno editoriale della serie dedicata all’Assassino Più Letale del DC Universe ha visto ogni sorta di sconvolgimento: lo scontro con il Cavaliere Oscuro ha messo in dubbio l’identità del padre di Damian Wayne, l’incarcerazione ad Arkham ha minato la sanità mentale del lettore come quella di Deathstroke e gli effetti del Contratto Terminus e del cross-over con i Teen Titans di Adam Glass hanno distrutto la fiducia del gruppetto adolescente – e lasciato Slade orizzontale, steso in una bara di mogano.
Elegy, primo capitolo di Deathstroke R.I.P., inizia con il confronto tra Deathstroke e Superman, avvenuto nel primo arco narrativo della serie. Un necessario reminder che Priest lascia al lettore, un modo per ricordare quanto lontano sia arrivata questa storia, tenuta insieme dalla sempreverde discussione sulla “vera natura” di Slade Wilson, un uomo costantemente frenato dalla sua morale deviata e dal suo atteggiamento nichilista, due elementi che impediscono a Deathstroke qualsivoglia forma di eroismo.
Entra in gioco Fernando Pasarin, artista che riempie il vuoto lasciato da Carlo Pagulayan con una sequenza iniziale che, da sola, vale il prezzo dell’albo. Una gigantesca splash page riprende, dall’alto, la pira funeraria allestita per salutare per l’ultima volta Slade Wilson: i volti peggiori dell’Universo DC si alternano in elogi funebri e ultimi insulti volti ad accompagnare Deathstroke nell’oltretomba, un momento che mette in risalto la potenza narrativa del team creativo: i testi graffianti e sarcastici di Priest che riempiono la griglia rigida, cinematografica di Pasar in, mentre figure come Talia Al-Ghul, Raptor, Terra e tanti altri lasciano la loro impressione del tristemente defunto. L’atmosfera lugubre per quei pochi che davvero amavano Deathstroke stona e stride con il sadico senso dello humor Priestiano, un contrasto efficace per un albo che analizza il mondo costruito intorno al personaggio principale e le ripercussioni che la morte di quest’ultimo hanno su tutti i personaggi incontrati finora. Damian Wayne affronta il peso della responsabilità, così come Jericho, il figlio incompreso di Deathstroke, rifiuta la morte del padre, al punto tale da lanciarsi in uno sprazzo di collera contro gli attendenti al funerale.
Priest non abbozza, non si perde in retorica. Non lo ha mai fatto, del resto. Con i personaggi che ha sapientemente gestito in ben quarantaquattro numeri di storia, Priest analizza la situazione, osservando pro e contro, tracciando insieme a Pasarin il futuro della testata – e chi erediterà l’identità di Deathstroke. Con il finale della serie che si avvicina all’orizzonte, lo scrittore riunisce tutto il cast in una situazione paradossale, un circo cinico e macabro venuto a rendere omaggio al direttore venuto a mancare. Deathstroke resta la sleeper hit della linea editoriale DC, una storia però troppo complessa e complicata da poter essere facilmente digerita tramite Wiki e riassunti. Il gioco di Slade sembra essere giunto al termine e Priest vuole mostrare al lettore cosa succede quando la morte – a fumetti – torna ad essere rilevante.

Gufu’s Version

DCEASED #2 di Tom Taylor, Trevor Hairsine, Stefano Gaudiano

DCeased è un fumetto supereroistico che vuole sembrare un fumetto di zombie ma che non vuole essere (solo?) un fumetto di zombie.
È il paradosso generato da certe regole commerciali che sovrastano le esigenze narrative: da qui la scelta di utilizzare cover di chiaro taglio horror a tema zombie, come quella inquietantissima di Lenil Francis Yu per questo numero, che aiutano il prodotto a posizionarsi in un mercato affollato di proposte omogenee e spesso difficilmente distinguibili tra loro.
Questo desiderio di sembrare qualcosa ma di provare ad essere qualcos’altro, o quantomeno metafora di altro, è particolarmente evidente osservando il taglio realistico che Trevor Hairsine utilizzato nelle sue tavole: non si eccede in una narrazione grottesca che indugi sull’effetto horror/splatter prediligendo invece un’impostazione più vicina al supereroistico classico alla Neal Adams. Solo il lavoro di inchiostrazione più carico di neri, ad opera di Stefano Gaudiano, tradisce un sottotesto più inquietante che, accompagnato alla palette di colori crepuscolari di Rain Beredo, conferisce all’albo il giusto tono orrorifico senza però ricorrere a una narrazione più sguaiatamente sottolineata.
In un albo più imperniato sui personaggi che sull’intreccio, il trio di artisti riesce a descrivere il mondo post-apocalittico tramite la narrazione in background e l’espressività dei volti dei personaggi non coinvolti direttamente nella narrazione.
In DCeased infatti Tom Taylor assimila la lezione di The Walking Dead e concentra il suo racconto sui personaggi, sulle loro reazioni agli eventi cataclismatici in atto, facendo in modo che l’orrore insorga dal rapporto empatico e dal lavoro di immedesimazione del lettore con i personaggi. Qui lo scrittore dimostra di possedere una notevole padronanza dei personaggi utilizzati – Superman e famiglia, Batman e famiglia, Freccia Verde, Lenterna Verde, Black Canary e altri – riuscendo a delinearli efficacemente nel giro di poche battute e dialoghi per poi proiettarli verso svolte inedite, più difficili da realizzare nella continuity classica: forte dell’esperienza maturata su Injustice, Taylor esplora le potenzialità di personaggi come Black Canary sottoponendoli a quello che potremmo definire come uno “stress test” collocandoli al di fuori dei loro ambiti abituali restituendo così ai lettori delle figure più tridimensionali.
Questo secondo numero di DCeased è quindi un incredibile lavoro di esposizione e world building (o forse world destroying?) che però mette in secondo piano una trama che, al momento, sembra più in pretesto per giocare liberamente con i personaggi che il fulcro del racconto stesso.
Un secondo albo carico di emozioni intense con un vero colpo al cuore sul finale.

JUSTICE LEAGUE #25 di Scott Snyder e Jorge Jimenez

Speranza.
È questo il filo conduttore che lega le ventidue tavole di Jorge Jimenez in un’alternanza continua tra scene puramente “action” e altre più riflessive: il disegnatore spagnolo si conferma come uno degli interpreti più efficaci del linguaggio supereroistico, capace di stupire il lettore con una narrazione “sopra le righe” – caratterizzata da profondità di campo infinite, layout destrutturati ma mai scomposti e scelte indovinate dei momenti da rappresentare – ma sempre consapevole di sé. Impressionante anche la sua capacità di declinare questa esplosività stilistica in contesti più intimisti, come appunto la tavola di apertura e tutto il conseguente viaggio introspettivo di Superman.
Un viaggio, in cui Jimenez gioca con i contrasti luce/ombra sottolineati dalle scelte cromatiche di Alejandro Sanchez, che porta Superman – il perno attorno a cui gira tutto l’albo – dall’ombra alla luce per giungere ad un finale esplosivo sia in termini emotivi che in prospettiva puramente narrativa.
Tutto l’albo è una continua costruzione di momenti tensivi che portano il lettore alla risoluzione finale in uno stato di apnea: liberatorio.
Dopo un approccio un po’ goffo e sostanzialmente dimenticabile sulla testata Superman Unchained, Scott Snyder dimostra di aver colto l’essenza del Primo Supereroe delineando una figura supereroica ma pienamente umana, ancorata ai suoi legami passati e presenti, che riesce ad essere risolutore, Deus Ex Machina, e portatore di speranza.
Non è un caso che tutto il “piano” di Batman sia imperniato saldamente nella Fede [il maiuscolo non è un refuso] che l’Uomo Pipistrello ripone nell’Uomo D’Acciaio.
Conclude l’albo una storia di James Tynion IV e Javier Fernandez che rinarra quanto già letto su DC’S YEAR OF THE VILLAIN SPECIAL #1

Wednesday Warriors #31 – Da Batman a Daredevil

In questo numero di Wednesday Warriors:

Bam’s Version

AQUAMAN #48 di Kelly Sue DeConnick e Viktor Bogdanovic.

Con la minaccia salina di Namma alle spalle ed un primo, solido arco narrativo a fare da sostegno per il futuro, Kelly Sue DeConnick da il via al nuovo story-arc di Aquaman con le brezze estive alle porte e un personaggio da ricostruire. Ferito, steso su un freddo tavolo, lontano da Atlantide e circondato da antiche e dimenticate divinità marine, “Andy” si trova a dover fare i conti con gli ultimi sviluppi di trama – il Campione dell’Oceano deve trovare un modo per colmare i vuoti della sua memoria.
I sottotesti mitologici portati da Kelly Sue DeConnick hanno completamente rivitalizzato la testata. L’autrice ha infuso un’aura mistica e affascinante al personaggio, colto al centro di una vera e propria guerra segreta tra le antiche forze oceaniche, una narrazione diametralmente opposta alla comunque solida scrittura di Dan Abnett, più concentrato sugli aspetti politici del personaggio. La DeConnick ha saputo modellare un intero pantheon senza intaccare il mythos del Re di Atlantide, proponendo un’ambientazione completamente nuova, co-protagonisti adatti e un mistero di fondo che sapesse scuotere il personaggio dalle fondamenta. Mai come in questa occasione, l’allontanamento dalle vicende Atlantidee e dalle sue meccaniche narrative – che, come già detto, Abnett aveva spremuto all’osso – hanno giovato particolarmente ad Arthur “Andy” Curry, naufrago senza memoria, adottato dagli abitanti di una misteriosa isola.
Dopo aver lavorato con un personaggio “vergine”, la DeConnick decide in questo story-arc di riportare Aquaman al suo vecchio status quo. Il protagonista della serie si imbarca in un viaggio abissale ed onirico, tra le fauci di un gargantuesco megalodonte: Madre Squalo, protettrice dei ricordi delle vittime del mare e custode dunque delle memorie perdute di Arthur Curry. Anche in questa occasione, è ammirevole notare la dedizione dell’autrice nell’inclusione di richiami mitologici reali nella narrativa di Aquaman. Lo Squalo come divinità – o come figura mitica – è presente in diverse culture, principalmente in quella Hawaiana. Non ci troviamo di fronte a niente di rivoluzionario, ma è corretto sottolineare come l’autrice stia cercando, riuscendoci, di diversificare il suo Aquaman rendendolo parte integrante di una cultura oceanica globale.
Il debutto di Mother Shark segna anche l’arrivo del secondo disegnatore, il Capulliano Viktor Bogdanovic. Le figure slanciate, taglienti segnano un cambio di stile brusco, ma non traumatizzante, dallo stile più morbido e dinamico di Robson Rocha – che tornerà con il terzo arco narrativo. Bogdanovic, già fattosi notare su serie come New Super-Man e Action Comics, mostra una discreta evoluzione mettendosi alla prova con elementi inediti al suo repertorio: momenti più silenziosi e riflessivi si alternano a grandi splash page “illustrative” con un buon ritmo.

Aquaman #48 rappresenta un’importante svolta e l’inizio di una fase cruciale per l’intera trama sviluppata da Kelly Sue DeConnick. Le ottime premesse costruite nella saga precedente forniscono adeguato supporto a questa nuova fase narrativa, che ha tutte le carte in regola per proseguire nel percorso di “ricostruzione” del personaggio.

DAREDEVIL #5 di Chip Zdarsky e Marco Checchetto.

Hell’s Kitchen non è più come una volta – o forse è il suo custode ad essere profondamente cambiato? Questa domanda rappresenta il fulcro dei primi cinque numeri di Daredevil.
Dopo un tragico incidente, Matt Murdock è stato costretto a continuare il suo sentiero di dubbio, scarsa autostima, rabbia repressa e cattive scelte. Senza mettere da parte la crescita interiore e i forti scossoni subiti dal personaggio in Man Without Fear di Jed MacKay, Chip Zdarsky e Marco Checchetto si sono rimboccati le maniche per consegnare ai lettori la peggior versione di Devil possibile. Sia chiaro però che questa affermazione trova riscontro non nella qualità effettiva della serie, tuttalpiù nel vero e proprio nucleo narrativo dell’arco narrativo Know Fear. Dopo l’esperienza pre-morte attraversata, Matt Murdock ha finalmente conosciuto la paura. Paura di sbagliare, di non essere all’altezza del proprio compito, di diventare vittima delle proprie, irrefrenabili pulsioni violente. Come già accennato, New York ed Hell’s Kitchen sono profondamente diverse: sotto il controllo del Sindaco Wilson Fisk, la caccia a Daredevil è diventata più intensa e feroce. La tensione artificialmente costruita da Zdarsky traspare dalle pagine – Daredevil si trova più volte braccato dal NYPD e dal nuovo Commissario e, allo stesso modo, la comunità supereroistica è sempre più preoccupata del modus operandi del Diavolo. È straordinario notare come la semplice instillazione di un dubbio, legittimo, abbia saputo scatenare una reazione effetto domino, capace di mettere in discussione la caratteristica fondamentale di Daredevil: cosa succede all’Uomo Senza Paura quando quest’ultimo ha paura di se stesso?

Metodica ed ansiogena, la scrittura di Zdarsky in questo primo arco narrativo praticamente perfetto squarcia il personaggio con una lama affilata, lanciandolo in una spregiudicata e pericolosa corsa nella notte Newyorkese. I pensieri di Murdock sono quelli di un uomo in balia della sfiducia e dell’ansia ma questo status travagliato non si riflette nelle potenti tavole di Marco Checchetto. L’artista italiano sembra aver fatto tesoro delle sue esperienze nel mondo urban Marvel: la sua New York e il suo Diavolo sono sporchi, sanguinanti e pronti a prendersi a pugno a vicenda. La colorazione di Sunny Gho si sposa perfettamente ai corpi dettagliati in fuga attraverso i vicoli di Hell’s Kitchen. L’azione rocambolesca sa quando far respirare ed i ritmi sono perfetti – la costruzione dell’ultima pagina è potentissima ed efficace, un momento di respiro per Devil e per il lettore; eppure, ancora, per il Diavolo Custode non sembra esserci pace.

Gufu’s Version

BATMAN #71 di Tom King, Mikel Janin e Jorge Fornes

Premessa: questo articolo è corredato di alcuni brani presi dall’intervista rilasciata da Tom King a Hollywood Reporter

Quante volte, nella vita di tutti i giorni, ci è capitato di risolvere un problema prendendolo a pugni? A me, personalmente mai, sebbene un paio di volte ammetto di averci provato. Credo che ci siano delle situazioni che possono richiedere metodologie così drastiche, tipo quando si è vittima di un’aggressione o si vuole vincere il titolo mondiale dei pesi massimi, ma credo che possiamo essere tutti d’accordo quando sosteniamo che “prendere a pugni cose e persone” non è la prassi standard del problem solving.
Nel mondo dei supereroi invece è così.

“Batman è l’eroe per eccellenza. Risolve ogni crimine; non puoi affrontarlo con una cosa semplice. Un piano per sconfiggere Batman deve essere stratificato; devi essere sei passi avanti a lui, perché è già cinque passi avanti. Ecco perché ha così tanti strati. Batman sconfigge Bane con una testata [nel #20], ma no – perché non è così che funziona.”

“Voglio dire, non è l’istinto più maturo: ‘Non importa chi mi affronterà, li prenderò a pugni’. Questo non funziona nel mondo reale. Il mondo reale richiede a volte di mostrare le tue vulnerabilità, e il mondo reale richiede che tu ti appoggi alle persone a volte, e ti richiede di commettere errori e di tornare da loro. Questo è ciò che gli sto lanciando contro. Richiede questa ridefinizione di ciò che Batman può essere, e ciò che può insegnarci di noi stessi. Gli permette, come ha fatto per anni, un modo migliore di essere, una via d’uscita che è meglio della semplice vendetta.”

Questo è solo uno dei tanti capisaldi del fumetto superomistico che Tom King e soci stanno scardinando in questa discussa run di Batman.
Vediamo gli altri:
L’assunto preferito dei fan dell’Uomo Pipistrello è quello che dice “Batman vince sempre”. Sempre, senza possibilità di scampo, senza se e senza ma. Che è l’estremizzazione di un canone del fumetto d’azione che non può fare a meno del proprio protagonista, in quanto nella maggior parte dei casi una sconfitta equivarrebbe alla morte dell’eroe.
Il Batman di King subisce continue sconfitte (o quantomeno non vince) da circa un anno se non di più. Anzi, ad osservare bene tutta la run dal primo numero del 2016 a oggi, probabilmente il Nostro non ha mai davvero vinto una volta.
Ed è proprio in questo episodio che questo ci viene detto in maniera forte e chiara per bocca di Alfred.

“Per me, l’arco ‘Knightmares’ era il più importante, forse dell’intera serie. Qui è dove abbiamo, in un certo senso, ‘slegato’ Batman. Abbiamo portato via la sua difesa. Il punto è che Batman non dubita mai della sua causa. La fine di “Knightmares” – la rivelazione che fosse quasi felice, che ce l’avesse quasi fatta, ma è stato il suo voto [quello di vendicare la morte dei suoi genitori] che gli ha impedito di esserlo – questo, per me, è: ‘Ora è vulnerabile’. Ora ha dei dubbi.”

Quello del linguaggio è un altro punto nodale: il fumetto popolare, o mainstream se preferite, esige che quanto è più vasto il tuo pubblico tanto più devi rivolgerti al suo minimo comun denominatore. Essendo Batman la testata di punta dell’intera DC Comics è obbligatorio che tutto venga raccontato in maniera estremamente esplicita e chiara anche al lettore più distratto. Se quindi su un personaggio di seconda o terza fascia si può e si deve giocare con la forma, sui fumetti ad alta tiratura queste “sperimentazioni” vanno contenute e ragionate all’interno di un contesto che sia comunque chiaro a tutti.
Questo non succede e non è successo nel corso dei precedenti 70 numeri e non succede nemmeno in questo settantunesimo: sebbene la narrazione degli eventi sia dilatata, King utilizza questo spazio per aumentare l’esposizione a discapito della spiegazione. Ogni dialogo racconta poco o nulla sottintendendo contenuti diversi, ogni passaggio è suggerito e raramente mostrato.

Questi fattori fanno sì che il percorso su due binari, illustrati uno da Janin e l’altro da Fornes, risulti spiazzante e costringa il lettore alla faticosa opera di “unire i puntini”, del cercare di capire il prima e il dopo e di leggere nei volti disegnati dai due artisti dei contenuti che non sono esplicitati in altro modo. Fornes ci disegna un Batman col capo chino e le spalle afflosciate, a un passo dalla sconfitta fisica ma già presente in nuce sin dalla prima tavola; Janin invece mostra il lato muscolare del protagonista e la rabbia visibile del volto sotto la maschera.
Per riprendere un parallelo con le nozioni di armonia possiamo dire che tutto l’albo è una nota sospesa che non trova risoluzione, non la soluzione attesa, non quella a cui decenni di letture di supereroi ci hanno preparato, l’ultima pagina dell’albo è una “cadenza dell’inganno”. Rimanda a una risoluzione vera che non sappiamo quando arriverà. E a questo punto non siamo sicuri se arriverà o meno.

 

Wednesday Warriors #30 – Da Captain America a Flash

In questo numero di Wednesday Warriors:

Gufu’s Version

CAPTAIN AMERICA #10 di Ta-Nehisi Coates e Adam Kubert

Nell’intero panorama supereroistico statunitense, Captain America è indubbiamente la serie che più si presta a una lettura in chiave politica del concetto di supereroe.
Il ruolo del personaggio impone che questo si confronti quotidianamente con le contraddizioni della sua Nazione e la costante sfida di quest’ultima all’ideale del Sogno Americano rappresentato dall’alter ego di Steve Rogers.
Da Steve Englehart a Nick Spencer passando per J.M. De Matteis, l’elenco degli scrittori che hanno dato una chiave di lettura “politicizzata” del personaggio è lungo: a questi si è aggiunto quello di Ta-Nehisi Coates, già noto nel mondo dei comics per il suo eccellente lavoro su Black Panther ma soprattutto per il suo curriculum da giornalista e scrittore.
In questi anni Coates ha imparato a bilanciare la cronaca politica con la narrazione supereroistica più canonica, riuscendo così a proporre un Captain America che riesce ad offrire un intreccio avvincente affiancato a un sottotesto politico che non sfocia mai nel sermone.
Sebbene la narrazione degli eventi abbia un passo molto dilatato, che rende la lettura in volumi sicuramente più apprezzabile, ogni capitolo della storia del suo Steve Rogers offre degli spunti mai banali.
Far finire Cap in prigione permette a Coates di aprire diversi “fronti narrativi”: quello principale sul processo a Steve Rogers, quello legato al confronto con i criminali che ha rinchiuso lui stesso e quello che riflette sulla questione del sistema carcerario statunitense.
Quest’ultimo punto, affrontato anche da Mark Russel recentemente su Wonder Twins e da Saladin Ahmed su Black Bolt, è attualmente al centro di un forte dibattito soprattutto per quanto riguarda il mondo dei penitenziari gestiti da società private che qui viene esasperato dalla figura di un ex-nazista, il Barone Wolfgang von Strucker, che, una volta perdonato, gestisce questo penitenziario per supereroi.
Il dramma di Thunderball in questo episodio si presenta quindi la metafora perfetta del confine tra riabilitazione e punizione, confine che tiene banco anche sui quotidiani nostrani sui temi della sicurezza e su proposte come quella della castrazione chimica.
In questo contesto il lavoro di Adam Kubert sulla fisicità dei protagonisti, sui primi piani e sul linguaggio del corpo, mettendo in secondo piano ambientazione e descrittività degli sfondi, contribuisce alla resa drammatica – intesa come dinamiche che intercorrono tra i personaggi – stringendo l’obiettivo e il focus sugli attori in campo e sui loro tormenti personali.
Si parla forse troppo poco di questo Captain America che invece meriterebbe maggiori attenzioni da parte di pubblico e critica.

THE FLASH #70 di Joshua Williamson e Howard Porter

Dopo una serie di prestazioni opache, fatte di buoni spunti ma di risoluzioni anticlimatiche, Joshua Williamson si gioca la carta della narrazione delle origini.
Comincia in questo numero infatti Year One, saga che dovrà, teoricamente, ridefinire Barry Allen.
Il primo capitolo è sostanzialmente un bel cambio di passo rispetto a quanto visto negli ultimi mesi, Williamson conferma la sua propensione alla prolissità, a tratti ridondante, ma senza gli eccessi visti finora.
Molto interessante il finale che lascia aperto il campo a dozzine di speculazioni: potremmo trovarci di fronte a uno Year One anticonvenzionale che promette ricadute interessanti nella timeline corrente.
I detrattori della cosiddetta decompressione saranno felici nell’affrontare un testo denso di eventi che costringe Howard Porter agli straordinari nella realizzazione di layout molto fitti e spesso ricchi di dettagli: nonostante la propensione del disegnatore a utilizzare un tratto spesso e riccamente modulato la leggibilità non sembra risentirne.
Porter è indubbiamente l’arma in più di questo albo ricco di trovate grafiche molto interessanti: il suo Flash, in maniera quasi metatestuale, è troppo veloce per essere contenuto dalle stesse vignette e balza da una pagina all’altra sfuggendo dai bordi e dai confini della griglia fumettistica.
Al momento l’unica sfida che Williamson e Porter sembrano non voler affrontare è quella di svincolare Iris West dalla sua caratterizzazione da “Lois Lane wannabe” a favore della costruzione di un personaggio femminile valido e originale.

Bam’s Version

HAWKMAN #12 di Robert Venditti e Bryan Hitch.


Hawkman giunge alla fine del suo volo – circa. Out Of Many, One di Robert Venditti e Bryan Hitch segna la fine della lunga saga introduttiva di questa nuova serie dedicata al Vendicatore Alato.

Il #12 di Hawkman conclude il lungo viaggio multidimensionale, spazio-temporale di Carter Hall, costretto a vivere le sue vite passate, future e parallele allo scopo di rivelare il suo collegamento ai terrificanti Deathbringer, macchine universali dispensatrici di morte in tutta la galassia. Robert Venditti – che già con X-O Manowar si dimostrò più che capace di scrivere guerrieri volanti arrabbiatissimi – si è rivelato la scelta perfetta per riportare in gioco Hawkman dopo il reset del personaggio visto in Dark Nights: Metal.
Carter Hall si è rivelato vulnerabile, complesso e dilaniato da un passato che non comprende ed un futuro indecifrabile: intrappolato in un ciclo apparentemente infinito di vite, l’obiettivo concreto di Hawkman in questa serie era scoprire se stesso e il proprio ruolo. In questa girandola avventurosa, fantascientifica e assorbita a pieno dalle onde della continuity DC, Robert Venditti ha liberato il suo estro creativo, regalando nuovi spiragli sulla intricata storia editoriale del personaggio.

Da Thanagar a Rann, da Krypton al Microverso, cambiando nomi e origini: Carter Hall si è scoperto Catar-Ol, Ktar, Khufu ma anche Katar Hol.  Un uomo da mille volti, morto e risorto, nato piú volte e proprio per questo estremamente fragile. La domanda posta da Robert Venditti è interessante e profondamente iconica: chi è davvero Hawkman? In questo senso, gli ultimi stralci di questa saga iniziale vanno interpretati come una risposta concreta.

Dietro la splendida prova artistica di Bryan Hitch e del team artistico a suo supporto si nasconde l’essenza del personaggio. Osservare decine, centinaia di Hawkman districarsi tra i raggi laser dei Deathbringer, vederli distruggere le macchine mortali in un turbinio di esplosioni, detriti e colpi di mazze chiodate che si susseguono, permette al lettore di notare come Hawkman sia davvero un personaggio unico, figlio di molte interpretazioni.
Hitch, al top della forma dopo il fallimentare esperimento da autore completo su Justice League, riporta al centro della sua arte l’occhio ampio, cinematografico dei suoi Ultimates, firmando un vero blockbuster a fumetti, spettacolare da sfogliare ma ancora più interessante da approfondire se si tiene conto della cura per i dettagli nel design dei singoli Hawkmen e nel loro modo di combattere.

Come da titolo, traduzione del latino E Pluribus Unum, Hawkman è la somma di tutte le sue vite precedenti – Robert Venditti e Bryan Hitch lo rendono evidente. Sebbene contrapposto ad un antagonista decisamente poco sviluppato e graficamente mediocre, costruire una nemesi speculare ad Hawkman permette una più facile digestione e metabolizzazione del messaggio comunicato da Venditti, semplice ma efficace. Il singolare percorso narrativo di Carter Hall permette agli autori una discreta libertà creativa – un personaggio ben costruito nel tempo e nello spazio e, proprio per questi motivi, capace di attingere a più angoli dell’Universo DC per spingere in avanti le proprie storie.

Giant Size Wednesday Warriors #1 – Dai Savage Avengers ai Villain DC

In questo numero di Wednesday Warriors:

Bam’s Version

ELECTRIC WARRIORS #6 di Steve Orlando & Travel Foreman

Il destino di un intero universo, di innumerevoli pianeti e della pace galattica cade sulle spalle di un gracile ragazzo terrestre – Ian Navarro, alias War Cry, è pronto all’ultima prova posta di fronte a lui sul Terreno di Guerra.
La storia di Electic Warriors, radicalmente diversa dalla serie originale di Doug Moench e Jim Baikie, ha attinto da diversi angoli della mente dei propri autori: il Grande Disastro Kirbyano, che diede origine alle avventure di Kamandi, si é fatto cosmico, allargando i suoi orizzonti ad una moltitudine planetaria sull’orlo del collasso. Il mito di Superman ha perdurato nel tempo ma il collasso della società ha portato la democrazia a farsi da parte, aprendo la strada alla “Diplomazia da combattimento”, un escamotage narrativo perfetto per aprire le porte all’Accordo dei Pianeti e alla nascita della Diplomazia Da Combattimento, sostanzialmente un parallelo “con supereroi” di un grande Torneo Galattico di Arti Marziali – proprio come quelli di “Dragon Ball Z”, per fare un esempio lampante.

In questa strana ma efficace commistione di generi sci-fi e shonen, sovraimposti alla struttura cosmica dell’Universo DC, Steve Orlando e Travel Foreman hanno saputo ricamare una trama semplice ma appassionante, fatta di combattimenti avvincenti e personaggi intriganti e sottotemi opprimenti e impegnativi. Lavorando con un cast relativamente giovane, Orlando ha l’occasione di attingere a temi a lui cari e già esplorati, specialmente in serie corali e indipendenti: identità, amicizia, lealtà e coraggio si contrappongono all’egoismo, l’avarizia, il senso di annullamento personale alla luce di un fine superiore. A Foreman il compito di rendere questi personaggi, che la sceneggiatura carica di motivazioni e personalità, dinamici e interessanti – i design futuristici, i poteri soprannaturali e l’azione sgargiante permettono alla storia di scorrere in maniera fluida da un punto della trama all’altro, sia esso più silenzioso e quieto, d’approfondimento, sia invece un combattimento all’ultimo sangue sotto gli occhi dell’Accordo.

In seguito alla scioccante rivelazione dello scorso numero, il finale di Electric Warriors colpisce con l’esecuzione di una battaglia risolutiva intelligente e coerente con il messaggio dell’intera storia di Orlando. Anche qui i richiami alla continuity DC e all’universo piú grande che fa da sfondo permettono alla storia di respirare aria fresca, raccontando qualcosa di nuovo e divertente senza dover cercare ad ogni costo il plot twist sconvolgente o il cataclisma action da kolossal cinematografico. Non passerà agli annali come un imperdibile must-read, ma i Guerrieri Elettrici del 2019 sapranno guadagnarsi un piccolo spazio tra le letture di chi è in cerca di qualcosa di diverso e, soprattutto, di audace.

THANOS #1 di Tini Howard & Ariel Olivetti.

Tra cinema e fumetti, il Titano Pazzo Thanos ha raggiunto ormai lo status di celebrità globale ed icona della cultura pop. Lo schiocco di dita più rumoroso della storia del cinema ha garantito alla creatura di Jim Starlin lo stesso livello di notorietà dei suoi eroici antagonisti.
Va da sé che, negli ultimi anni, Thanos è stato proposto in ogni forma e variazione – dalle sue origini al suo futuro remoto, tragica figura politica e assassino, spietato conquistatore.

Per la “nuova arrivata” in casa Marvel Tini Howard, dunque, il compito assegnatole si rivela particolarmente arduo da affrontare: è possibile dare un nuovo twist al personaggio di Thanos, mantenendo intatta la sua aura di distruttore assoluto e implacabile?

Il #1 della miniserie omonima Thanos comincia in un momento indefinito del tempo. Il ruolo del narratore è affidato a Gamora, figlia adottiva del Titano Pazzo e nemesi giurata dello stesso. Il loro rapporto, sin dalla loro creazione, ha subito incredibili capovolgimenti di fronte ed è stato sviscerato in diverse occasioni. Le contraddizioni e le zone d’ombra di due figure legate a doppio filo con la Morte sono il nucleo di una relazione padre/figlia morbosa e controversa, fatta di un amore sommesso e sporco. Non a caso, il rapporto tra Gamora e Thanos farà da scheletro della storia per l’intera durata della miniserie.

La narrazione trascina il lettore indietro nel tempo, a bordo della Zero Sanctuary, la gigantesca nave ammiraglia della flotta di Thanos. La granitica matita di Ariel Olivetti riempie i corridoi della Zero Sanctuary di pirati spaziali, mercenari alieni, brutti ceffi e volti noti; la nave spaziale è opprimente e viene più volte descritta come una casa spettrale, con il silenzio rotto da urla disumane e svariati membri dell’equipaggio pronti a gettarsi fuori dai portelloni di sicurezza pur di uscire dall’incubo. Olivetti, come fu per Death Of The Inhumans, abbandona la matita digitale per concentrarsi nuovamente sul foglio: ne vengono fuori personaggi più convenzionalmente fumettosi, ricchi di particolari, ombre. La recitazione delle figure su tavola gioca un elemento fondamentale nella storia con lo scorrere delle pagine.

L’entrata in scena di Thanos è da vero film dell’orrore, in agguato ad ogni angolo come un serial killer, a bordo della Zero Sanctuary che egli stesso comanda. Uno dei punti di forza della scrittura di Tini Howard risiede proprio nell’invenzione di questo Thanos in medias res: non ancora il conquistatore invincibile, né tantomeno un personaggio alle prime armi, il Titano Pazzo agisce come un uomo sull’orlo della totale follia. La Morte comincia ad essere un’ossessione ed il richiamo del sangue lo disturba al punto tale da terrorizzare i suoi stessi subordinati.

Senza volersi addentrare troppo nella trama, Tini Howard e Ariel Olivetti firmano un #1 davvero interessante – Thanos si stacca dalle strutture autocelebrative in cui spesso si cade a cavallo di un film importante, concentrandosi sull’aspetto brutale e malato del personaggio. La ciliegina sulla torta sta nel cliffhanger, una piccola finestra di dialogo che apre scenari completamente nuovi, insinua il seme del dubbio: chi, tra Thanos e Gamora, è davvero il preferito della Morte?

SAVAGE AVENGERS #1 di Gerry Duggan & Mike Deodato Jr.

Sin dal suo ritorno tra le braccia della Casa delle Idee, Conan il Barbaro è stato oggetto di una massiccia operazione di “recupero e rilancio”. Tra la serie principale affidata al più importante autore Marvel contemporaneo, Jason Aaron, e la serie antologica Savage Sword, il Cimmero si è trovato posto al centro dell’attenzione per questa prima metà del 2019.
Gerry Duggan, già autore della sopracitata Savage Sword, si ritrova a scrivere Conan in un contesto completamente diverso. In seguito agli eventi di Avengers: No Road Home e al suo primo team-up con i Vendicatori, il Barbaro si ritrova intrappolato nella Terra Selvaggia. Proprio dalla Land Before Time dell’universo Marvel comincia Savage Avengers, una serie Vendicativa che, dalla copertina, promette l’unione di tutti i più famosi anti-eroi Marvel… Più Conan, ovviamente.

La bizzarra premessa “Conan, Vendicatore”, coraggiosa sebbene apparentemente semplice, risulta però incredibilmente mal riuscita di fronte ad una sceneggiatura scialba e priva di mordente. Savage Avengers #1 fallisce nell’introdurre agevolmente il Cimmero all’interno delle dinamiche da “team book Marvel”. Escluso l’interessante scontro tra Conan e l’Artigliato Canadese Wolverine, il numero della nuova serie di Gerry Duggan e Mike Deodato Jr. offre un assaggio di trama.

Duggan imbastisce un incipit di trama poco ispirato e tremendamente scialbo, trascinato a fondo da un artista pressoché irriconoscibile. L’introduzione dell’ennesimo culto della morte, alla disperata ricerca di vittime sacrificali per riportare in vita il “Dio della Morte Crudele e Invincibile #8431” manca di giusta costruzione e atmosfera per risultare efficace, intrigante o quantomeno godibile alla lettura. Ai nostri “cattivoni col cuore d’oro” il compito di fermarlo, menando mani, fendenti di spada e tutto il necessario.

Eppure, in questo albo d’esordio manca persino la spinta necessaria o lo stile adatto per rendere l’action avvincente e funzionale alla trama. Le matite di Mike Deodato Jr. sono impoverite da inutili tratteggi, figure tozze e bolse e anatomie cangianti tra una vignetta e l’altra. Fatta esclusione di Conan, ogni personaggio qui disegnato sembra abbozzato e disegnato alla ben’e meglio. Un lavoro superficiale, che impoverisce uno script essenziale.

Savage Avengers dovrebbe dare motivazioni e caratura a personaggi da sempre dipinti come badassqui ridotti, invece, a mere figurine, sagome da poggiare su uno sfondo senza una vera e propria caratterizzazione.

Gufu’s Version

DC’S YEAR OF THE VILLAIN SPECIAL #1

Puntuale come le tasse, l’arrivo della bella stagione (sebbene quest’anno si stia ancora facendo attendere) porta con sé i mega-eventi-cross-over che tanto fanno bene alle casse delle Big Two e tanto soddisfano il nostro lato più giocosamente nerd.
Se la Marvel ha aperto le danze con War of The Realms stavolta è il turno della casa editrice di Superman presentare al pubblico il proprio progetto ciclopico e lo fa con un albo da 25 centesimi – gratuito in digitale su Comixology – che vede compresenti sei tra le firme più “pesanti” della propria scuderia.
Quello che nelle intenzioni degli editor e dei responsabili del marketing doveva essere poco più che un teaser, buono per le checklist dei lettori e per promuovere l’evento in questione, è stato trasformato dagli autori in un albo coerente in sé e ricco di spunti.

L’albo presenta tre capitoli che mettono in conflitto, in maniera speculare, i due cardini su cui Scott Snyder ha impostato la sua run su Justice League: Giustizia contro Fato.
Ordine contro Entropia con il capitolo centrale dedicato al misterioso ritorno di Leviathan.

Se c’è una cosa che l’epica classica, passando per Shakespeare e arrivando a Game of Thrones, ha insegnato al mondo è che la magnitudo di una storia è direttamente proporzionale alla minaccia portata allo status quo: nel caso del fumetto supereroistico questo si traduce in un lavoro meticoloso sulle figure dei supercriminali. I villain.
Seguendo una strategia tipica dei battle shonen che da Dragon Ball in poi hanno fatto la fortuna dell’editoria a fumetti nipponica, Snyder – architetto principale di questo progetto – alza di nuovo l’asticella del conflitto presentandoci, ancora una volta, una minaccia superiore a tutte quelle mostrateci finora. Un’escalation, quella che vuole ogni nuova minaccia più grande e pericolosa della precedente, che richiede una dose abbondante di sospensione dell’incredulità ma dal rendimento assicurato.
D’altra parte chi comprerebbe un albo che presenta un avversario “leggermente più scarso di quello già sconfitto in precedenza”?

Year of the Villain si propone quindi di mettere sotto i riflettori tutti gli antagonisti dell’universo DC rimodellandoli anche dal punto di vista del design, delle motivazioni e della credibilità del loro ruolo. A partire dal “nuovo” Lex Luthor.

DOOM di Scott Snyder e Jim Cheung

In queste prime otto pagine, che possono essere considerate una sorta di manifesto ideologico dell’opera, Scott Snyder mette nero su bianco (si fa per dire) tutta l’ambizione del suo progetto facendo subito precipitare gli eventi. La trama orizzontale costruita tra le pagine di Justice League trova il suo sbocco in “Doom” dove vediamo il definitivo ritorno di Lex Luthor al suo ruolo di villain “puro”: qui Snyder affranca Luthor dalla versione più complessa costruita da Geoff Jones durante la sua run su Justice League, non è più un personaggio drammatico le cui pulsioni egoistiche vivono in conflitto con una dimensione etica e una precisa, per quanto personale, idea di giustizia. E non solo: la storica nemesi di Superman punta a diventare qualcosa di più estremo rispetto al supercattivo che conosciamo e “amiamo”, ora persegue un ideale negativo, opposto a quello della Giustizia, il Fato appunto.
Il progetto complesso messo in piedi da Luthor, quello di riunire in un unico grande piano tutte le azioni dei cattivi dell’universo DC, rispecchia inoltre l’ambizione dello stesso progetto “Year of the Villain”: rendere unitario e coerente tutto il magma di storie concepite e sviluppate autonomamente sulle varie serie della casa editrice di Burbanks. Il Batman di King, il Deathstroke di Priest, i Teen Titans di Glass e tutti gli altri diventano trame singole di un arazzo più grande e complesso.
In questo lavoro si distingue il talento di Jim Cheung che, con tanto da raccontare e poche pagine a disposizione, riesce a non congestionare la narrazione, utilizzando un layout relativamente semplice e affidando la gestione del ritmo alla modulazione del tratto, delle linee di tessitura, e alla gestione dei dettagli.

LEVIATHAN di Brian Michael Bendis e Alex Maleev

Il capitolo centrale di YOTV è affidato al ritrovato Brian Michael Bendis e alla sottotrama “Leviathan” da lui portata avanti sulle pagine di Action Comics. Qui la portata della minaccia si allarga al di fuori del microcosmo narrativo di Superman & Co per arrivare a inglobare la Bat-famiglia e Green Arrow dando il via al capitolo “The Offer” che terrà banco su tutti gli albi DC il prossimo Luglio.
L’accoppiata Bendis/Maleev si conferma come una delle più solide ed efficaci dell’intero panorama editoriale statunitense, il disegnatore sembra essere l’interprete l’interprete ideale della “vena urbana” di Bendis riuscendo a valorizzare lo script con una gestione delle inquadrature e delle luci in grado di aggiungere pathos alla narrazione senza stravolgerne le intenzioni.
In queste poche pagine Bendis sfrutta la sua conclamata abilità nella scrittura dei dialoghi per imporre al racconto un ritmo fatto di tensioni e sdrammatizzazioni lasciando a Maleev il compito di gestire il registro emozionale tra una punchline e l’altra. Il tratto, ricco di ombre, del disegnatore bulgaro conferisce al racconto un’atmosfera cupa e oppressiva restituendo una sensazione di indeterminatezza: l’occhio del lettore cerca di decodificare le forme all’interno di questo buio vivendo in prima persona il mistero dietro cui si nasconde Leviathan.

JUSTICE di James Tynion IV e Francis Manapul

Il trittico di storie si chiude in maniera speculare alla sua apertura: se in Doom abbiamo visto i malvagi mettere in campo il loro piano, qui assistiamo alla reazione dei supereroi che lascia intravedere la dimensione totale del conflitto che si sta approssimando. Tutti i personaggi DC Comics saranno coinvolti, nessuno escluso.
Interessante notare come Tynion si sia ritagliato in questi anni un ruolo di primo piano all’interno della nutrita scuderia di autori DC Comics, affermandosi di fatto come uno degli architetti principali del suo universo supereroistico. Alla maniera di Jason Aaron in Marvel, James Tynion IV si è incaricato della gestione dell’aspetto mitologico/magico del DC Universe facendosi notare per la sua capacità di gestire racconti corali.
Rispetto agli altri due scrittori dell’albo si distingue per una prosa più prolissa e didascalica, che è spesso necessaria ma stridente con il resto dell’albo. Su questa letterarietà del testo di Tynion però Francis Manapul riesce a costruire otto tavole che emanano epica da ogni tratto riuscendo così ad avvinghiare il lettore fino alla fine. Manapul raccoglie l’eredità dei disegnatori delle varie “Crisi” (George Perez su tutti) riuscendo a disegnare in maniera riconoscibile quanti più personaggi possibile all’interno di una singola tavola dando loro la giusta caratterizzazione.

Wednesday Warriors #29 – Da Spider-Man a Wonder Twins

In questo numero di Wednesday Warriors:

Bam’s Version

FRIENDLY NEIGHBORHOOD SPIDER-MAN #5 di Tom Taylor e Yildiray Cinar.

Nel Febbraio del 2002, in America, venne pubblicato The Amazing Spider-Man #38 di J.M. Straczynski e John Romita Jr. In quel numero, una stoica ma profondamente ferita zia May affrontò il nipote Peter Parker, mettendolo di fronte alla nuda verità. Dopo il devastante scontro con Morlun e la vita del nostro Amichevole Spider-Man di Quartiere sconvolta dall’abbandono di Mary Jane e dal suo nuovo status quo editoriale, il confronto tra zia e nipote cambiò per sempre le dinamiche tra i due, rimuovendo il segreto che aveva ancorato a terra le loro vite da troppo tempo. The Conversation passò alla storia, affermandosi come uno dei numeri migliori della lunghissima gestione Straczynski proprio per la toccante umanità con la quale Peter e sua zia affrontarono il tremendo discorso riguardo l’identità dell’Uomo Ragno.

A diciassette anni di distanza, Tom Taylor e Yildiray Cinar propongono una nuova, intima conversazione tra Peter Parker e zia May nel quinto numero di Friendly Neighborhood Spider-Man. Ci troviamo di fronte al rovescio della medaglia – con Straczynski e Romita Jr. potemmo osservare la reazione di zia May alla scoperta del Ragnesco segreto di Peter. In questa occasione, è Peter a dover far fronte ad un terribile male che attanaglia zia May, un problema drammaticamente umano e che non può essere risolto svolazzando per New York.

Ma il primo pensiero di Peter è proprio quello di fuggire, di rifiutare la notizia. La assimila, la comprende, esprime ciò che pensa ma gli risulta difficile mandarla giù e affrontarla di petto. La sua fuga nella notte, sotto la maschera dell’Uomo Ragno, ha un significato radicalmente diverso se confrontato con la storia del 2002, in cui Spider-Man si lanció in volo sulla città soltanto nell’ultima pagina, libero dal peso della sua identità segreta. Due segreti diversi, due pesi diversi e – di conseguenza – due storie che si sviluppano in maniera differente.

Fortunatamente, la notte newyorkese è ricca di crimini e c’è sempre modo di distrarsi: un frenetico inseguimento per le strade permette a Spidey di volteggiare tra i palazzi, mostrando la sua muscolare dinamicità. Rispetto al più educato e plastico Juan Cabal, artista che tende a giocare più con la tavola che con le figure, Yildiray Cinar si lascia accompagnare dai testi di Taylor in una movimentata danza tra le auto della polizia. Dinamico, Cinar spezza volentieri l’ordine delle vignette per evidenziare il moto del suo Uomo Ragno, agile e potente.

La narrazione cambia ritmo e si fa più pacata una volta che Taylor riafferma il nucleo, il cuore pulsante di Friendly Neighborhood Spider-Man. Una volta rivelata l’identità dello sventurato ladro d’auto che ha occupato la notte di Spidey, per Tom Taylor e il nostro protagonista torna la necessità di fermarsi a riflettere sulle responsabilità verso i nostri cari – e ciò che siamo disposti a fare pur di farli sentire bene. Largo spazio di Friendly Neighborhood Spider-Man viene lasciato alla componente umana e “patetica” – nel senso alto del termine. Tom Taylor ha posto la sua storia su un gradino diverso dalla serie principale Amazing Spider-Man. Se quest’ultima mette in risalto il Ragno e il suo canone narrativo prettamente supereroistico, a Taylor resta l’Uomo, il Peter Parker che cerca, in tutti i modi, di trovare la forza necessaria a combattere un nemico che non sia Big Wheel o l’Hobgoblin.

L’importanza di The Conversation per Straczynski e Romita Jr. si ripropone in Not Running di Tom Taylor e Yildiray Cinar. Storia che diventa un perno fondamentale per il futuro dell’Uomo Ragno, che cambia radicalmente le dinamiche del rapporto tra zia May e suo nipote Peter. Umani, fragili, spaventati ed insieme invincibili.

Gufu’s Version

WONDER TWINS #3 di Mark Russell e Stephen Byrne

Nel terzo numero di Wonder Twins, Mark Russell e Stephen Byrne continuano a stupirci per l’eleganza con cui riescono a destreggiarsi sulla linea di confine tra la commedia e la critica sociale.
Come già visto nell’albo precedente gli autori mettono sotto la lente di ingrandimento l’aspetto ciclico tipico del fumetto supereroico, dove tutto cambia costantemente per restare sempre uguale. Non a caso la storia si apre con una lezione sul mito di Sisifo e la metafora della perseveranza assume un valore diverso quando applicata al concetto di supereroe così come trattato nella produzione mainstream: i superpoteri non sono più il vero discriminante, non sono ciò che davvero fa la differenza.

 “…you save the world one act of kindness at a time”

Quella di Russell è una commedia imperniata sul paradosso dell’inutilità del supereroe in quanto tale, gli stessi villain ridicoli della “Lega del Fastidio”, che come i migliori clown tradiscono un sottotesto drammatico nascosto dal cerone, rifuggono da qualsiasi ipotesi di utilità (quand’anche questa si prospetti come un brillante piano criminale) per preferire il classico gioco del buono contro il cattivo.

Questo paradosso viene poi sottilmente rilanciato verso il mondo reale tramite il racconto delle origini di Bleep, la scimmietta di Zan, che tanto ricorda l’episodio di Flintsotnes in cui lo stesso Russell ci raccontava la vita degli animali/elettrodomestici di Fred & Soci.
Quante volte, nella nostra vita di tutti i giorni, abbiamo affrontato un problema prendendo a pugni qualcuno? E quante di queste volte la violenza è stata risolutiva? La dinamica tipica del supereroe, per quanto avvincente, è distante dalla realtà come la più ardita delle speculazioni fantascientifiche.
La salvezza della piccola scimmia, la cui vita precedente era funestata dalla violenza dei suoi proprietari, non è veicolata da una scazzottata tra i pugni dei giovani protagonisti e i perfidi aguzzini di Bleep, bensì da un atto di gentilezza di Zan e Jayna.
“…one act of kindness…”

Sebbene Wonder Twins si presenti come una commedia adolescenziale dall’aspetto camp, in virtù delle succitate scelte, risulta essere caratterizzata da una narrazione fortemente realistica ed è in questo sostenuta dai disegni di Stephen Byrne che modella l’atmosfera della serie sulla base dei cartoon Hanna Barbera degli anni 70/80 aggiornandone l’iconografia alla sensibilità contemporanea. L’economia del tratto, la sua sintesi e pulizia colloca i personaggi della serie tra quelli con cui è facile identificarsi, che si avvicinano alla nostra intima percezione del mondo.

Al netto di alcune rigidità di certe pose, il disegnatore restituisce dei personaggi talmente credibili da risultare a tratti disturbanti agli occhi di chi è abituato alle iperboli del linguaggio supereroistico: il Superman di Byrne è un uomo in calzamaglia e mantello, i supercriminali sono dei tizi in pigiami colorati e così via. Tutte le vicende risuonano estremamente umane e terrene.
La forza del lavoro di Russell e Byrne qui è quella del riuscire a parlare di gentilezza e bontà senza avere il timore di essere etichettato come “sdolcinato” o peggio “buonista”.