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Una visione in rosa: la primavera in Giappone

Uno degli episodi più celebri di Card Captor Sakura è quello della carta del fiore. La maghetta è con i suoi compagnetti al festival sportivo scolastico, i genitori assistono alle gare dei loro figli, è una splendida giornata di primavera e i petali degli alberi di sakura “cadono danzando”, come dicono i giapponesi; pian piano però i petali cominciano a cadere in quantità e velocità sempre maggiori fino a formare una vera tempesta di fiori che rischia letteralmente di seppellire e uccidere gli astanti, finché Sakura non capisce che la causa è la carta The Flower e la cattura ristabilendo la tranquillità.

La cosplayer taiwanese ririka interpreta Sakura Kinomoto al WCS.

La cosplayer taiwanese Ririka interpreta Sakura Kinomoto, col celebre costume della terza sigla d’apertura dell’anime, davanti a una muraglia di sakura in fiore in occasione della sua partecipazione al World Cosplay Summit.

L’episodio è così paradossale e improbabile da essere ricordato dai fan come uno dei momenti più perplimenti della storia del fumetto giapponese, al livello della bambola di Maya, eppure una volta osservato effettivamente il Giappone effettivamente nel periodo di mankai (piena fioritura), ci si rende conto che effettivamente la folle ipotesi di venire soffocati dai troppi fiori non è poi così peregrina.

Strade e parcheggi ricoperti dai petali dei sakura.

Fenomeni di ordinaria amministrazione durante il periodo di fioritura dei sakura: strade imbiancate di petali e parcheggi dove quasi non si distingue più la segnaletica orizzontale, per non parlare di altri veri e propri problemi come le fogne intasate dai troppi petali. È tutto vero.

Oltre alle geisha, alle katana e al sushi, l’albero di sakura, ovvero il ciliegio giapponese, è diventato negli ultimi anni un’altra delle immagini stereotipiche del Giappone nel mondo, e la gran parte del merito è da attribuire proprio all’opera di evangelizzazione svolta da manga e anime. Il sakura è storicamente amato in patria, dove è assurto a livello di simbolo di unità nazionale, e quando viene usato a scopo narrativo si fa riferimento ad alcune sue caratteristiche legate essenzialmente al peculiare comportamento dei suoi fiori: essendo un albero solo da fiore che non dà frutto (una delle differenze coi ciliegi occidentali), il fiore rappresenta il fulcro stesso dell’esistenza della pianta, il motivo per cui viene piantato e per cui è stato studiato e selezionato dai botanici giapponesi nei secoli, piegandolo ai loro gusti fino a ottenere all’inizio del XX secolo la varietà Somei Yoshino, oggi la più diffusa, che produce fiori rosati alla base e particolarmente pallidi all’estremità dei petali.

Alberi di sakura modificati dall'uomo per assumere forme innaturali.

Alberi di sakura piegati alle esigenze dei giardinieri: i lunghi rami dell’albero sono plasmati fino ad aggiungere forme del tutto innaturali e creare vere e proprie tettoie sotto le quali godere dello spettacolo di una pioggia di petali.

Ora, la caratteristica saliente dei sakura è che la loro fioritura è tanto stupefacentemente bella, ricca ed emozionante, quanto inevitabilmente veloce: è una metafora del senso della vita. La fioritura dei sakura dura solitamente una settimana, tradizionalmente a inizio aprile (ma variabile in base alla latitudine fra metà marzo e metà maggio), durante la quale l’albero passa dalla fase di mezakura in gemma, a mankai in piena fioritura, e poi sfiorendo hazakura quando le foglie prendono il posto dei fiori, finché nel giro di pochi giorni non resta più nemmeno un fiorellino sui rami, ed ecco perché il significato più comune del sakura è lo scorrere del tempo, in maniera molto simile a come accade nella cultura europea col soggetto della vanitas, ovvero un monito alla brevità e fugacità della vita umana. Inoltre, la fase più spettacolare non è la piena fioritura, ma bensì quando si formano quelle giustamente celebri piogge di petali immortalate in mille cartoni animati, ovvero mentre l’albero sta sfiorendo, ovvero quando sta morendo: il momento di estremo splendore del sakura è proprio il momento della morte, e se il sakura è simbolo del tempo della vita umana, allora anche nella vita umana il momento di massimo splendore è quello della morte, il che spalanca le porte a tutte le metafore del caso sul suicidio rituale seppuku, sui kamikaze della seconda guerra mondiale e su tutta la cultura della morte di cui il Giappone è intriso e su cui Donatella Rettore ci ha pure scritto un album. Non c’è spettacolo più ricco e sfolgorante della piena fioritura (nascita e giovinezza), ma poi non c’è spettacolo piu splendido e commovente della sfioritura (vecchiaia e morte).

Stampa ukiyoe di Hiroshige III raffigurante un uccellino su un ramo di albero di sakura.

Un uccellino su un ramo di albero di sakura (in giapponese il nome della pianta si riferisce al prodotto, il frutto o in questo caso il fiore, e mai all’albero) in una stampa di Hiroshige III, allievo meno dotato del geniale e omonimo maestro dell’ukiyoe. Nel XIX secolo andavano ancora di moda i sakura dai fiori belli colorati, al contrario di adesso che si preferiscono sui toni pallidi.

Il collegamento fortissimo fra il ciclo del sakura e il ciclo della vita umana è uno dei motivi per cui il fiore è abbinato alla casta dei samurai, guerrieri aristocratici che combattevano seguendo un rigido codice morale, concettualmente non dissimili dai cavalieri della Tavola Rotonda. Benché la cosa sia in contraddizione con la domanda «Ti piacciono i fiori?» del test dei tre giorni, in Giappone i fiori sono la rappresentazione fisica della virilità e in particolare i sakura, poiché così strettamente collegati al concetto di morte, sono i fiori dei samurai, dei cavalieri, dei guerrieri e anche degli assassini. La forza di quell’albero apparentemente secco e spoglio che, dopo l’inverno, usa tutte le sue energie vitali per produrre le gemme e poi i fiori, è abbinata alla forza e all’energia del guerriero, guerriero che però uccidendo semina morte: la grande contraddizione dell’energia della vita che produce la morte è la stessa della filosofia dello yin & yang e in generale dell’intero pensiero orientale, che segue percorsi di pensiero circolari (com’è circolare il ciclo di vita & morte del sakura) e non necessariamente alla ricerca di una risposta alle domande, al contrario del pensiero filosofico occidentale che lavora sulla ricerca della verità e sulla logica.

Takeshi Kitano taglia un albero di sakura nel meraviglioso finale del film Gohatto di Nagisa Oshima: è la fine del mondo come lo conosceva, e quindi taglia il sakura così che finisca il suo ciclo di vita, morte e ancora vita la successiva primavera.

Un altro aspetto basilare dei sakura è che sbocciano tutti insieme: essendo per la maggior parte cloni dello stesso albero di Somei Yoshino, i sakura tendono a sbocciare all’unisono una volta passato il freddo inverno e raggiunte certe condizioni meteorologiche, e l’effetto è stupefacente: la sera prima tornando a casa vedi gli alberi ancora muti, ma la mattina dopo li ritrovi che esplodono di fiori. Il mondo diventa completamente rosa da un giorno all’altro, letteralmente. Dev’essere per questo che in Giappone ad aprile inizia l’anno scolastico, lavorativo, fiscale e in generale ricomincia a scorrere il tempo.

L’Università femminile di Kobe ha lanciato l’anno scorso un cortometraggio promozionale composto da scene surrealiste fortemente metaforiche che ipotizzano un futuro radioso per le studentesse; dal corto sono stati estratti segmenti da 30 secondi da usare come spot tv: uno di questi vede la protagonista che riflettendo sul proprio futuro si ritrova un albero di sakura in fiore in classe, a simboleggiare l’inizio di un nuovo splendido periodo della propria vita. In Giappone i sakura in fiore rappresentano la fine della scuola (fine marzo) come pure il suo inizio (inizio aprile), come si vede in qualunque manga ad ambizione scolastica come pure ad esempio nel film di Arrivare a te.

Quindi il sakura rappresenta la nascita, la rinascita, la bellezza giovanile, la maturità, la morte, il ciclo della vita: ce n’è abbastanza per abbinarlo a praticamente qualunque cosa, ed è proprio quel che fanno i giapponesi. Oltre alla vanitas, alla vita, alla morte, alla bellezza, ai samurai e ai ricordi di scuola, il sakura è il fiore matrimoniale dato che col suo rinascere ogni anno è propiziatorio per il ciclo della vita e, quindi, per avere dei bambini.

Foto matrimoniali al giardino Kourakuen di Okayama.

Il signor Maiale e la signora Girasole posano in abiti matrimoniali tradizionali giapponesi al giardino Kourakuen di Okayama sotto una pergola che ospita i rami di uno shidarezakura, una varietà particolarmente spettacolare di sakura piangente. Benché il Somei Yoshino sia attualmente il cultivar più diffuso, non è assolutamente né l’unico né il più bello.

Dato che per i giapponesi non c’è niente di meglio che bere alcol in compagnia, ecco che da oltre dieci secoli la fioritura dei sakura diventa un pretesto perfetto per unire la contemplazione estetica degli alberi al piacere di godersi la vita: hanami vuol dire letteralmente “guardare i fiori” ed è una pratica amatissima dai nipponici che ha ormai preso piede anche in Italia. Nei giardini, nei parchi, sulle sponde dei fiumi e in generale ovunque sia possibile, gli amanti dei fiori piazzano coperte per terra, barbecue, cestini da picnic e si danno ai convivi: si allestisce il pasto insieme, si mangia insieme, si passa del tempo insieme, perché la bellezza della vita è fuggevole come la fioritura di un delicato fiore rosa pallido e bisogna approfittare dei doni della natura e condividerli finché è possibile.

Sakura di notte con matsuri e pesca al pesce rosso.

L’hanami notturno è particolarmente amato dai giapponesi perché consente di bere alcolici (vietati di giorno) e di ammirare gli yozakura, cioè i sakura di notte: stagliati come spettri bianchi sul nero della notte, sono incredibili visioni fantasmatiche che l’immagine fotografica non coglie, bisogna vederli dal vivo. Per apprezzare al meglio gli yozakura non c’è posto migliore dei filari di alberi sulle sponde dei fiumi, che in aprile si popolano di mercatini con cose buone da mangiare come i dango e giochi retrò tipo la pesca al pesce rosso, proprio come si vede nell’episodio del matsuri di tanti anime.

Dati tutti questi motivi legati praticamente a qualunque aspetto della vita e della morte degli esseri umani, non stupisce quindi che il sakura sia onnipresente nella cultura giapponese, anche in quella pop dominata ovviamente dai manga.

Fumetti con sakura: "Arrivare a te", "Le situazioni di Lui & Lei", "Assassination Classroom", "One Piece" e "5 cm al secondo".

I fiori di sakura sono una costante dei fumetti a partire ovviamente da quelli per ragazze come Arrivare a te (in alto a sinistra) a quelli per giovani donne, ovvero la fetta di pubblico conosciuta dagli americani come “young adults”, come Le situazioni di Lui &; Lei (in alto al centro), ma non sono estranei neanche ai titoli per ragazzi come Assassination Classroom (in alto a destra). Ovviamente non potevano mancare piogge di petali nei fumetti trasversali dedicati al pubblico generalista come One Piece (al centro) né tantomeno nelle opere introspettive di Makoto Shinkai come 5 cm al secondo (in basso).

Fra tutti gli autori giapponesi di fumetti, forse quello più legato ai fiori di sakura è il celebre gruppo CLAMP, composto da quattro donne che hanno iniziato l’attività il primo aprile del 1989 e che tutti gli anni festeggia il compleanno con iniziative speciali per i fan. Profondamente legate al ciliegio giapponese, le CLAMP hanno insistito riferimenti al fiore o suo al nome (o a entrambi) in praticamente tutte le loro opere, hanno battezzato Sakura il loro personaggio forse più celebre, e hanno stabilito al primo aprile il compleanno di alcuni loro personaggi particolarmente significativi come la stessa Sakura di Card Captor Sakura, Watanuki di xxxHOLiC e Seishiro di Tokyo Babylon.

L'albero di sakura visto dalle CLAMP: "RG Veda", "X", "Kobato." e "Tokyo Babylon".

L’albero di sakura nella sfaccettata interpretazione delle CLAMP: dall’alto, Ashura e Karyoubinga nell’Arcadia di RG Veda, Fuuma e Kamui bambini ancora puri e felici in X, Kobato canta gioiosa fra i petali in Kobato, e infine Seishiro e Subaru di Tokyo Babylon in un fatale vortice di eros e thanatos.

La presenza dei fiori di sakura nella cultura popolare e collettiva non poteva non estendersi anche al mondo della musica: in Giappone il passaggio delle stagioni è un indicatore così sentito e così continuamente ricordato che i musicisti scrivono canzoni a tema col periodo dell’anno, un po’ come si fa in Occidente per Natale o per l’estate. Ecco quindi che alle canzoni autunnali e invernali dei cantautori si contrappongono i brani primaverili ed estivi degli idol; in particolare, ovviamente, il periodo dei sakura è quello più trattato, citato e cantato nell’intera storia della musica giapponese, da secoli.

Il musicista Michio Miyagi era cieco, ma questi non gli impedì di diventare fin da giovane il più importante compositore ed esecutore di musica per koto di tutti i tempi. Nel 1923 Miyagi affrontò la sfida di scrivere delle variazioni sul tema di Sakura sakura, uno dei motivi folk più noti al pubblico nipponico, e il risultato fu una splendida suite ancor oggi eseguita in occasione della fioritura degli alberi.

Sakura del gruppo pop-rock Remioromen è un tipico esempio di canzone di inizio amore giovanile: siamo in primavera, i fiori sbocciano e il cantante vuole abbracciare la sua bella.

Harusaki sentimental del gruppo rock Plastic Tree è invece la tipica canzone di fine amore adulto: il testo è una lettera che un uomo scrive alla donna amata e perduta, il cui ricordo è giunto all’improvviso osservando un sakura mentre camminava per strada di notte.

Infine, il gruppo visual kei D interpreta la componente memento mori dei sakura in Ouka saki some ni keri, che vuol dire qualcosa tipo “Ricordo quando i fiori di ciliegio si tinsero aprendosi” e che ha un testo tragicissimo.

Infine, più si avvicina la primavera e in particolare aprile, e più i sakura, i fiori in generale o anche solo il colore rosa invade letteralmente i negozi.

Conbini giapponese nel periodo dei sakura.

Il negozietto sotto casa fino a cinque minuti fa era rassicurantemente grigio e triste come sempre, e poi TA-DAAAN! ecco che diventa il negozio di Barbie.

Prodotti alimentari a base di sakura.

Una minuscola, anzi microscopica rappresentanza di cibi contenenti, o al sapore di, o profumati al, o al colore di, o comunque a base di sakura. In alto, da sinistra: dolci tradizionali giapponesi composti da una sfoglia soffice al sakura con dentro anko koshian (marmellata di fagioli dolci passati) e mochi (preparazione morbida di riso); nikuman dolce con pasta esterna cotta al vapore al sakura e ripieno di anko tsubushian (marmellata di fagioli dolci in pezzi); versione primaverile al gusto sakura & cioccolato di un gelato che il resto dell’anno è al gusto panna & cioccolato; snack al mais senza nessunissimo collegamento coi sakura a parte che la mascotte sulla confezione indossa un copricapo coi fiori rosa. Al centro alcuni prodotti da forno, da sinistra: manjuu cotti al vapore rosa sakura, dorayaki con esterno standard e ripieno al sakura, e corrispettivi dorayaki con esterno con impasto al sakura e interno standard con anko. infine, in basso, a sinistra una quantità e varietà di tè verdi, neri e bianchi variati al sakura, puro o con altri aromi, accompagnati dai relativi biscottini e dolcetti e cosettini vari; a destra i realtivi dolcetti da tè, essenzialmente gelatine al sakura semplici o arricchite con petali e altri ingredienti dolci.

Bevande collegate al sakura.

E col mangiare, ovviamente il bere. Dall’alto a sinistra: versione primaverile del bicchiere per il caffè del conbini FamilyMart; Red Bull in «Spring Edition» (???); Pepsi al gusto e colore di sakura, veramente terribile; due marche di tè verde sulla cui confezione sono spuntati rami di sakura piangente e sakura Somei Yoshino; una rassegna di lattine di quattro marche di birra che, essendo probabilmente la bevanda più amata dai giapponesi (sì, più del tè verde, sì), si sono cambiate d’abito vestendosi di rosa per l’arrivo di aprile; infine una lattina di chuu-hai, ovvero una famiglia di bevande frizzanti leggermente alcoliche (sui 5° o meno) aromatizzate in vari gusti: questa è alla fragola, ma la cosa non ha impedito al grafico di decorare la confezione con una ventata di fiori.

Cosmetici a base di sakura.

Con la scusa dei sakura simbolo di rinascita della vita, i giapponesi ne approfittano per produrci qualunque prodotto, compresa un’infinità di cosmetici che vado dalle cremine passando per le maschere facciali fino alle bombe di sapone da buttare nella vasca da bagno, come fa sempre Usagi Tsukino.

Per la ricchezza di significato, la diffusione, la celebrità e l’influenza culturale, non c’è forse un elemento che riesca a sintetizzare l’intero Giappone in un solo simbolo come ci riesce il fiore di sakura. Il primo aprile rappresenta, più che l’inizio dell’anno, la rinascita dell’anno, in un significato perfettamente simile quello che avevano le feste in onore di Proserpina nell’antica Roma. È tornato il sakura, è tornata la primavera, è tornata la vita: si ricomincia e, come diceva Kyoko a Godai in Maison Ikkoku, ganbatte kudasai, “forza e coraggio”!

Alberi di sakura nel centro commerciale Aeon Mall di Okayama.

La signora Girasole e il signor Maiale gioiosi davanti a una composizione di sakura all’interno di un centro commerciale: la vita è più bella sotto un albero tutto rosa.

Benvenuti in Giappone 01 – Matrimonio & felicità

Vivere in Giappone può essere al contempo un’esperienza meravigliosa e snervante, e lo dico a ragion veduta dato che ci abito da ormai quasi due anni. Poiché i due aspetti combaciano in maniera inscindibile senza mai prevalere l’uno sull’altro, è utile ogni tanto mettere nero su bianco i flussi di coscienza e i corto circuiti che si generano nella mia mente dallo scontro fra la mia cultura italiana e la cultura giapponese, per valutarne i sinonimi e i contrari: per questo motivo ho aperto tempo fa un blog, e a partire da oggi riporterò qui sul sito di Dimensione Fumetto quei post che si intrecciano con i fumetti, i cartoni animati e più in generale con l’intrattenimento del paese del Sol Levante.


Un giorno, chiacchierando del più e del meno con una studentessa delle scuole superiori, siamo finiti a parlare del mio matrimonio quando lei ha notato la mia fede nuziale. Si è molto stupita per il prezzo elevato e perché ci sono la data delle nozze e il nome di mia moglie incisi all’interno dell’anello (non so se perché in Giappone non si usa o perché è lei che non lo sapeva), poi alla mia domanda se anche lei avesse intenzione in futuro di sposarsi o meno mi ha risposto testuale:

Certo! Voglio sposarmi presto ed essere felice!

Ora, in realtà la traduzione letterale della sua frase è «Certo! Voglio sposarmi presto e diventare felice!», ma in giapponese spesso si usa “diventare” come un sostituto del verbo “essere”, e la forte ambiguità congenita della lingua giapponese non mi ha permesso di capire con precisione se la ragazza intendeva dire che vuole sposarsi e inoltre diventare felice oppure se vuole sposarsi e quindi di conseguenza diventare felice. Fatto sta che, più o meno diretta che sia, evidentemente per i giapponesi, e in particolare per le donne giapponesi e in particolare per le giovani donne giapponesi, c’è un evidente legame diretto fra il matrimonio e la felicità, e posso affermarlo con certezza perché non è la prima volta che sento affermazioni di questo genere e tutti i telefilm commedia in tv, come pure i fumetti per ragazze in età scolare, hanno come scopo finale per i protagonisti non di arrivare al lieto fine, ma di arrivare al matrimonio e quindi di conseguenza al lieto fine.

Matrimonio = felicità. Uhm. Forse sono solo un mostro materialista col cuore di ghiaccio, ma trovo questa visione quantomeno ingenua, e -attenzione- lo dico da uomo felicemente sposato.

Le protagoniste di "Wedding Peach" in abito da sposa.

Wedding Peach: mi piacerebbe commentarlo, ma non si spara sulla Croce Rossa.

L’idea per cui il matrimonio e la felicità siano connessi, o addirittura che il matrimonio sia la causa stessa della felicità è terribilmente medievale, o prima ancora dato che già dai tempi degli antichi romani il matrimonio era un puro contratto legale che serviva per ufficializzare la prole: etimologicamente il matrimonio è il luogo dove si svolge “il compito della madre”, cioè accudire i figli, la felicità non è presa in considerazione. Anche l’etimologia della parola giapponese per “matrimonio” non è diversissima: 結婚, kekkon, dove 結 musubu è “legare” e 婚 kon da solo è effettivamente “matrimonio”, come si vede anche in “divorzio” che si dice 離婚 rikon, dove 離 hanasu è “slegare”, quindi “legare in matrimonio” e “slegare dal matrimonio”. L’ideogramma del “matrimonio” presenta di nuovo la figura femminile come nell’etimologia latina (le coincidenze fra la cultura giapponese e quella antica romana sono innumerevoli, è incredibile, gli antichi romani sono senza dubbio il popolo più paragonabile ai giapponesi): la parte sinistra dell’ideogramma è 女 on’na “donna” e la destra è 昏 kurai “sera”, quindi la donna dove il marito e i figli tornano la sera dopo il lavoro (a sua volta 昏 è scomponibile in 氏 che indica il cognome, la famiglia e 日 che indica il giorno, la giornata).

Le protagoniste di "Magic Knight Rayearth" in abito da sposa.

Queste pilotano robot, ma sempre lì andranno a finire.

Quindi la domanda è: se sia per gli antichi romani sia per gli antichi cinesi (che hanno inventato gli ideogrammi) il matrimonio era l’ufficio che regolamenta la gestione familiare, da dove nasce questa felicità? Ovviamente se ci si sposa si immagina che il partner sia una persona con cui si sta bene e con cui si potrà essere felici, non metto in discussione la semantica della cosa, quello che mi chiedo è come la felicità sia diventata una parte costituente di quello che alla fine è un contratto (e che quindi se la legge è uguale per tutti dovrebbe essere valido e disponibile per tutti come ogni altro normale contratto, ma adesso non divaghiamo). Credo che la risposta sia che in Giappone c’è molta propaganda su questo, a tutti i livelli.

Serenity ed Endimion di "Sailor Moon" in abito da matrimonio.

Ho scoperto che nel milanese si dice “essere pronta per il coltello”, in riferimento sia al simbolo fallico del coltello sia al bisturi del taglio cesareo.

Una volta lessi, non ricordo più dove, che i giapponesi sono il popolo più indottrinato del mondo: concordo. Dalle canzoncine dell’asilo fino ai cartelli segnaletici per non parlare delle divise scolastiche/lavorative, i messaggi più o meno subliminali alla popolazione sono continui e ovunque. C’è un esempio semplice: persino i fumetti (le cose più lette dai giovani) considerati più progressisti per la condizione femminile sono in realtà schiavi della figura della donna angelo-del-focolare, e sì sto parlando chiaramente di Sailor Moon. Il fatto che le guerriere Sailor combattano e salvino il mondo è una facciata dietro cui ci sono loro, la cui massima aspirazione è trovare quanto prima un uomo, sposarlo, avere dei bambini e restare a casa a fare la calzetta per il resto della vita; significativo che l’unica eccezione sia quella di Sailor Mercury aka Sailor Inutile™ che vuole diventare un medico e in battaglia è proprio la più debole di tutte. Non a caso Sailor Moon è odiata dalle femministe giapponesi, che comunque esistono: già all’inizio del XX secolo il gruppo protofemminista Circolo delle Calze Blu sbarcò anche in Giappone, dove i membri applicarono alla lettera il nome del circolo indossando non calze bensì stivaletti blu (dato che le calze non sono visibili sotto il kimono).

La principessa Zaffiro a cavallo.

Negli anni ’50 Osamu Tezuka inventò Il cavaliere col fiocco, cioè la principessa Zaffiro, cioè il primo personaggio transgender dell’intrattenimento giapponese: avantissimo.

Per quanto riguarda i fumetti ci fu un’esplosione di emancipazione negli anni ’70: sono celebri le figure ribelli di Waki Yamato, e alcune fra le fumettiste del celebre Gruppo del 24 sono ancora oggi avanguardiste in termini di accettazione sociale della donna (penso alla Oscar di Riyoko Ikeda o ai molti fumetti di Moto Hagio su quella che oggi chiamiamo “parità di genere”); e non va dimenticata Cutie Honey, che pur essendo un personaggio ironico è comunque non inquadrata in un’ottica matrimoniale. Eppure, oggi non c’è un fumetto per under 20 in cui l’eroina, qualunque cosa faccia, non desideri comunque più o meno esplicitamente di esaudire il suo sogno d’amore; le eccezioni sono pochissime e comunque polemiche, tipo in Hatarakiman di Moyoco Anno in cui la protagonista che non vuole lasciare il lavoro per sposarsi viene presa in giro dai colleghi maschi. Nonostante quindi sia esistita una spinta parificatrice, col tempo è venuta meno e ora praticamente tutte le donne giapponesi che conosco ammettono senza problemi che il loro scopo è sposarsi, una cosa che penso inorridisca la maggior parte delle donne (e degli uomini) occidentali.

Godai, Kyoko e Haruka di "Maison Ikkoku".

Godai e Kyoko hanno avuto una bambina: fine della loro storia.

La maggior parte, ma non tutte: lasciando perdere gli USA dove gli episodi di fanatismo sono all’ordine del giorno, anche in Europa esistono rigurgiti maschilisti propagandati anche da donne come mostrato dall’intera redazione del quotidiano La Croce (che bel titolo) e dalla giornalista Costanza Miriano col suo libro dall’inequivocabile titolo Sposati e sii sottomessa. Speriamo solo non ne traggano un cartone animato.


Una versione estesa dello stesso testo è pubblicata qui.