Magic Knight Rayearth

Card Captor Sakura: l’opera seminale delle CLAMP

Cover del primo numero della Perfect Edition italiana di "Card Captor Sakura" di CLAMP.

Cover del primo numero della Perfect Edition italiana di Card Captor Sakura.

Poteri magici, esoterismo, dolcezza e semplicità sono le caratteristiche che contraddistinguono una delle opere più significative e seminali del panorama fumettistico nipponico: Card Captor Sakura.

Siamo nel 1991 e in Giappone esplode il fenomeno nato dalle mani di Naoko Takeuchi, una delle serie più iconiche del fumetto e dell’animazione mondiale con protagoniste delle giovani vestite alla marinaretta e con poteri provenienti dai pianeti del sistema solare, una serie che ha rivoluzionato e cambiato per sempre il concetto di majokko: Pretty Guardian Sailor Moon!

I canoni del genere “maghette” viene reinventato, attualizzato e acquisisce nuova forza e vigore; molte sono le serie nate sulla scia delle Guerriere alla marinaretta e di certo le CLAMP, fiorenti a attive autrici fin dall’inizio degli anni Novanta, non si sono fatte scappare l’occasione proponendo opere significative come Magic Knight Rayearth e in seguito Card Captor Sakura.

Sakura Kinomoto, protagonista della storia, è una ragazzina di 10 anni che trova casualmente, nella libreria del padre, il volume The Clow, aprendolo ne rompe il sigillo causando la fuga delle Clow Card contenute al suo interno e il risveglio di Cerberus il loro custode, un possente leone alato che, privo dei suoi poteri provenienti dal Sole, ha le sembianze di un peluches. Kero-chan, così rinominato dalla protagonista, le spiega che ora il suo scopo sarà quello di trovare e riunire tutte le carte di Clow e sventare così la catastrofe che si scaglierà sul mondo intero se questo non avverrà. Iniziano così le avventure della giovane cattura-carte che verrà affiancata nella sua ricerca dalla sua migliore amica Tomoyo e dal suo rivale, e poi fidanzato, Syaoran Li, discendente del mago Clow, creatore delle carte, che giunge in Giappone, dalla Cina, con il compito di impedire anch’egli la catastrofe.

La trama di Card Captor Sakura è però ben più articolata e conosceremo altri personaggi fondamentali come Touya, fratello della protagonista, e Yukito, suo migliore amico, che altri non è che l’ospitante di Yue, l’altro custode delle carte che prende i poteri dalla Luna.

Illustrazione da "Card Captor Sakura" di CLAMP.

Copertina del libro The Clow, dove ritroviamo i simboli alchemici e i loghi dei Mashin di Magic Knight Rayearth.

Le CLAMP creano dunque una storia sofisticata che unisce il tema delle majokko con l’esoterismo e ai tarocchi. Le Clow Card sono infatti liberamente ispirate a questa tipologia di carte che da sempre sono avvolte da mistero e mitologia. Composte da 78 pezzi, i tarocchi hanno origine nel XV secolo nell’Italia settentrionale per poi raggiungere l’apice della loro diffusione, e del loro utilizzo, tra il XVII e XVIII secolo. Il loro principale uso è quello della divinazione e presto verranno associati alla cabala, punto di incontro di tutti i rami legati all’esperienza esoterica. Tutta la storia si basa quindi sui tarocchi, sulla loro funzione e sui poteri in essi racchiusi. Quando Sakura richiama il potere della chiave, quando la usa per catturare le carte o quando evoca i loro poteri, sotto ai suoi piedi compare un cerchio magico, lo stesso raffigurato sul retro delle Clow Card, in cui troviamo inscritta una stella a dodici punte che simboleggia i dodici segni zodiacali. All’interno dei triangoli formati dall’intersezione delle rette che compongono la stella vengono rappresentate delle icone liberamente ispirate a dei simboli alchemici, e i tre identificativi dei Mashin di Magic Knight Rayearth: su tutti trionfano il Sole e la Luna che da sempre rappresentano l’opposizione della luce e dell’ombra; il primo rappresenta la parte maschile e simboleggia l’origine e la ragione che porta luce, domina il buio e illumina l’intelletto, la seconda, invece, rappresenta l’oscurità e la mutabilità delle forme.

Oltre alla componente magica però quello che dà ulteriore valore all’opera è il profondo messaggio sociale insito in essa. Temi come l’integrazione razziale e l’omosessualità vengono introdotti e trattati con estreme naturalezza e disinvoltura, scelta sicuramente azzeccata in quanto l’opera è inizialmente rivolta a un target decisamente basso, non ancora condizionato dai pregiudizi della società e quindi più ricettivo e sensibile verso tematiche così importanti.

Il giusto mix di elementi così accattivanti aiuta Card Captor Sakura a raggiungere presto un grande successo, tanto da giustificarne la produzione di due serie animate a opera della Madhouse e di due film d’animazione per il cinema.

In occasione del suo ventennale, nel 2016 le autrici hanno annunciato un sequel intitolato Card Captor Sakura: Clear Card, pubblicato dal luglio dello stesso anno sulla rivista Nakayoshi e da questo mese anche in Italia, grazie alle Edizioni Star Comics, storica casa editrice che ha pubblicato le avventure di Sakura in ben due vesti, una datata 1999 e una perfect edition risalente al 2012.

Le avventure della piccola cattura-carte non sono dunque concluse, e ora che è ormai adolescente cosa le riserverà il futuro? Non ci resta che immergerci nella lettura della nuova serie in edicola e fumetteria dal 15 maggio!

Tavola del fumetto "Card Captor Sakura: Clear Card" di CLAMP.

Tavola tratta dalla nuova serie Cardcaptor: Clear Card.

Adattamento: da Carrassi a Cannarsi – Tradurre o tradire?

Adattamento 03

Sailor Starlight, paladini della censura!

La verità sta nel mezzo è uno dei miei credo fondamentali, difatti solo un Sith vive di assoluti. Tutto alla fine si riduce a capire qual è il giusto equilibrio, il  problema è che spesso non è facile trovarlo. Nel caso odierno parlerò di uno dei casi più sanguinolenti del mondo nerd: l’adattamento e la censura.

Prima di tutto è d’obbligo spiegare cos’è l’adattamento: è quella cosa che mi fa tradurre “I’m 22 years old” in “Ho 22 anni” e non “Sono 22 anni vecchio”. Difatti quando si traduce qualcosa si deve tener conto del fatto che le due lingue sono diverse e pertanto hanno anche una grammatica diversa. Con una frase è facile, ma quando ci si ritrova di fronte un testo è tutta un’altra cosa, bisogna considerare diversi fattori come il contesto e il messaggio. Una delle migliori traduzioni in questo senso è quella di Donatella Ziliotto a Il GGG: per chi non lo conoscesse, il protagonista è un gigante che parla in modo sgrammaticato e con continui giochi di parole (una cosa tipica di Roald Dahl); in un libro del genere la traduzione letterale avrebbe distrutto l’opera, per questo la Ziliotto ha optato per una traduzione fedele, ma non reale, cambiando spesso le parole e addirittura le frasi per mantenere intatto lo spirito di Dahl. Un fantastico esempio è quando il gigante parla del sapore degli umani (o meglio “popolli”): se in inglese troviamo «Turkish taste turky» in italiano abbiamo un meraviglioso «I gallesi sanno di gallo», parole diverse ma stesso gioco di parole, di certo “I turchi sanno di tacchino” non avrebbe reso altrettanto l’idea: questo è Adattare con la lettera maiuscola.

Per quanto riguarda l’animazione, nel corso degli anni in Italia si è passato da un eccesso all’altro. Quando furono importate le prime serie di origine nipponica in Italia i cartoni animati erano identificati con le opere di Hanna e Barbera: episodi corti, autoconclusivi, principalmente comici e rivolti ad un pubblico infantile. L’unico controcorrente era Bruno Bozzetto che cercava di attirare un target più adulto, ma comunque con personaggi iconici. Fu allora che Go Nagai e compagni approdarono nel Bel Paese, con nomi stravaganti, tematiche più impegnative e pure le tette! Il risultato fu il caos.

Si trattava di un campo nuovo e molti errori furono dettati dall’ignoranza (non in senso offensivo ma letterale, il non sapere cosa si sta facendo), ma non mi dilungo troppo su questo periodo in quanto, lo riconosco, non sono ferrata. Quindi volo direttamente a quando ero piccina e guardavo Bim Bum Bam: i favolosi anni ’90. Dal Sol Levante arrivavano serie innovative, a volte con temi forti come il sesso o la morte, rivolti più ad adolescenti/ventenni che ai bambini, purtroppo però la cara Mediaset la pensava diversamente. Mi riferisco solo a questa rete perché, anche se spesso si dimentica, anche le altre trasmettevano cartoni animati, ma utilizzavano metodi diversi: ad esempio MTV trasmetteva serie impegnate

Adattamento 02

Reazione delle protagoniste di Rayearth alla vista del titolo italiano

come Evangelion e Cowboy Bebop, ma nella fascia serale. Nel frattempo Italia1 si sbizzarriva acquistando serie di successo in Giappone che non ritenevano però adatte ad un pubblico italiano: la soluzione? La censura ovviamente! Entra in scena uno dei personaggi più bersagliati dagli otaku: Nicola Bartolini Carrassi.

Sotto la sua ala prendono vita i più fantasiosi titoli, come gli INDIMENTICABILI Una porta socchiusa ai confini del sole (Magic Knight – Rayearth) e Un incantesimo dischiuso tra i petali del tempo per Rina (The Slayers), insomma cose che non fai in tempo a pronunciare che è già finita la puntata. Purtroppo la vera tragedia prende luogo durante gli episodi, con un continuo taglia e incolla, a volte fatto anche male: in una scena del sopracitato Rayearth, una delle protagoniste schiaffeggia un bambino e OH MIO DIO! Violenza sui minori, taglia immediatamente! Ignoriamo Adattamento 01il fatto che lo schiaffo fosse motivato e risolviamo la questione con un dialogo inventato, e come se tutto ciò non bastasse ecco la ciliegina: nell’episodio successivo all’interno del riassunto si vede la scena dello schiaffo. E per carità non fatemi parlare del finale della serie!

Un altro epico esempio è Piccoli problemi di cuore (Marmelade Boy) che è uno dei cartoni più censurati di sempre, i tagli arrivano addirittura a ridurre il numero degli episodi da 76 a 71! Inoltre la trama fu completamente riscritta: in originale i due protagonisti s’innamorano ma non possono stare insieme in quanto fratellastri, in Italia perché (per motivi poco chiari) vivono nella stessa casa. Alla fine più che salvaguardare i bambini li hanno fatti impazzire.

La motivazione principale di tutte queste macchinazioni è probabilmente riconducibile al fatto che negli anni ’90 nella mentalità degli adulti era rimasta ancora impressa l’idea cartone animato = Tom & Jerry, in quanto erano quelli che loro avevano conosciuto nell’infanzia. Esattamente come oggi è difficile spiegare a un genitore come si usa Google, così al tempo lo era far capire che una serie animata non è solo dai dieci anni in giù.

Il risultato di questo pastrocchio però non si è fermato all’indignazione del pubblico in quanto, si sa, la rabbia porta sempre alle soluzioni peggiori. Difatti le conseguenze si sono viste negli anni a venire: se nel ’90 si snaturava l’opera distorcendone il contenuto con censure e tagli, come risultato nel 2000 si passa all’esatto opposto.

Per non incorrere nelle critiche del pubblico si è cominciato a ignorare ogni forma di adattamento, traducendo parola per parola come gli studenti di latino che poi si dimenticano di riordinare le frasi e ottengono temi senza senso. Paladino di questa corrente di pensiero è Gualtiero Cannarsi, osannato da molti per il suo lavoro con i film dello Studio Ghibli.

Adattamento 08

Cannarsi viene santificato dai fan ed ascende al cielo… probabilmente

Per spiegare al meglio prenderò diversi esempi, cominciando con qualcosa di soft: le ore zero e venti di notte. Se mai dovessi chiedere l’ora e qualcuno mi rispondesse una cosa del genere lo prenderei per pazzo: in Italia si dice mezzanotte o le ventiquattro, nessuno MAI dice zero! D’altronde se andiamo in Inghilterra le ore 20 si trasformano in 8 pm, come si dice: paese che vai usanze che trovi (e questo vale per tutto il resto dell’articolo).

Adattamento 04

Passiamo al tremendo «Papà, mi concedi la radio?» e qui concedete a me due righe sui sinonimi. Quando ero alle elementari la mia cara maestra mi spiegò che sono parole che hanno lo stesso significato, comunicanti però un messaggio diverso e come esempio usò il verbo vedere: “Ti ho visto al supermercato” esprime l’idea di aver incontrato qualcuno senza aver avuto occasione di parlarci; “ti ho notato al supermercato” denota quasi un senso di sospetto, come se il soggetto fosse implicato in azioni illecite; “ti ho osservato al supermercato” potrebbe indicare che sei uno stalker. Vedere, notare e osservare hanno lo stesso significato ma all’interno dello stesso contesto descrivono un’azione diversa. Così anche per il verbo “concedere”, è vero che è sinonimo di dare, ma nella lingua italiana viene usato in casi ESTREMAMENTE formali come il chiedere in sposa. Nessuna bambina userebbe una parola del genere per chiedere una radio! E anche se volesse essere formale nella nostra lingua abbiamo altre forme come il condizionale o la terza persona.

Adattamento 05

Un’altra cosa che mi fa partire l’embolo sono le continue ripetizioni: è ovvio che in un testo lungo come una sceneggiatura ci siano cose che ricorrono, ma tre o quattro volte nella stessa frase fa sanguinare le orecchie! In Giappone non hanno i pronomi? Pazienza, noi li abbiamo e ci piace usarli!

Adattamento 06

Insomma, in Italia ne abbiamo viste di tutti i colori, ma non dimentichiamoci che ci sono anche ottimi adattamenti. Inoltre alla fine della fiera stiamo parlando di un lavoro di esseri umani che sbagliano come chiunque altro, e allora “perintanto” vanno bene anche Bunny, Morea, Tinetta e Rossana, che poi i cartoni li guardiamo lo stesso!

Adattamento 07

Giuro che non ho idea di cosa stia dicendo

E poi in fondo ci poteva andare peggio, almeno da noi Profondo Rosso non si chiama Suspiria 2.

Benvenuti in Giappone 01 – Matrimonio & felicità

Vivere in Giappone può essere al contempo un’esperienza meravigliosa e snervante, e lo dico a ragion veduta dato che ci abito da ormai quasi due anni. Poiché i due aspetti combaciano in maniera inscindibile senza mai prevalere l’uno sull’altro, è utile ogni tanto mettere nero su bianco i flussi di coscienza e i corto circuiti che si generano nella mia mente dallo scontro fra la mia cultura italiana e la cultura giapponese, per valutarne i sinonimi e i contrari: per questo motivo ho aperto tempo fa un blog, e a partire da oggi riporterò qui sul sito di Dimensione Fumetto quei post che si intrecciano con i fumetti, i cartoni animati e più in generale con l’intrattenimento del paese del Sol Levante.


Un giorno, chiacchierando del più e del meno con una studentessa delle scuole superiori, siamo finiti a parlare del mio matrimonio quando lei ha notato la mia fede nuziale. Si è molto stupita per il prezzo elevato e perché ci sono la data delle nozze e il nome di mia moglie incisi all’interno dell’anello (non so se perché in Giappone non si usa o perché è lei che non lo sapeva), poi alla mia domanda se anche lei avesse intenzione in futuro di sposarsi o meno mi ha risposto testuale:

Certo! Voglio sposarmi presto ed essere felice!

Ora, in realtà la traduzione letterale della sua frase è «Certo! Voglio sposarmi presto e diventare felice!», ma in giapponese spesso si usa “diventare” come un sostituto del verbo “essere”, e la forte ambiguità congenita della lingua giapponese non mi ha permesso di capire con precisione se la ragazza intendeva dire che vuole sposarsi e inoltre diventare felice oppure se vuole sposarsi e quindi di conseguenza diventare felice. Fatto sta che, più o meno diretta che sia, evidentemente per i giapponesi, e in particolare per le donne giapponesi e in particolare per le giovani donne giapponesi, c’è un evidente legame diretto fra il matrimonio e la felicità, e posso affermarlo con certezza perché non è la prima volta che sento affermazioni di questo genere e tutti i telefilm commedia in tv, come pure i fumetti per ragazze in età scolare, hanno come scopo finale per i protagonisti non di arrivare al lieto fine, ma di arrivare al matrimonio e quindi di conseguenza al lieto fine.

Matrimonio = felicità. Uhm. Forse sono solo un mostro materialista col cuore di ghiaccio, ma trovo questa visione quantomeno ingenua, e -attenzione- lo dico da uomo felicemente sposato.

Le protagoniste di "Wedding Peach" in abito da sposa.

Wedding Peach: mi piacerebbe commentarlo, ma non si spara sulla Croce Rossa.

L’idea per cui il matrimonio e la felicità siano connessi, o addirittura che il matrimonio sia la causa stessa della felicità è terribilmente medievale, o prima ancora dato che già dai tempi degli antichi romani il matrimonio era un puro contratto legale che serviva per ufficializzare la prole: etimologicamente il matrimonio è il luogo dove si svolge “il compito della madre”, cioè accudire i figli, la felicità non è presa in considerazione. Anche l’etimologia della parola giapponese per “matrimonio” non è diversissima: 結婚, kekkon, dove 結 musubu è “legare” e 婚 kon da solo è effettivamente “matrimonio”, come si vede anche in “divorzio” che si dice 離婚 rikon, dove 離 hanasu è “slegare”, quindi “legare in matrimonio” e “slegare dal matrimonio”. L’ideogramma del “matrimonio” presenta di nuovo la figura femminile come nell’etimologia latina (le coincidenze fra la cultura giapponese e quella antica romana sono innumerevoli, è incredibile, gli antichi romani sono senza dubbio il popolo più paragonabile ai giapponesi): la parte sinistra dell’ideogramma è 女 on’na “donna” e la destra è 昏 kurai “sera”, quindi la donna dove il marito e i figli tornano la sera dopo il lavoro (a sua volta 昏 è scomponibile in 氏 che indica il cognome, la famiglia e 日 che indica il giorno, la giornata).

Le protagoniste di "Magic Knight Rayearth" in abito da sposa.

Queste pilotano robot, ma sempre lì andranno a finire.

Quindi la domanda è: se sia per gli antichi romani sia per gli antichi cinesi (che hanno inventato gli ideogrammi) il matrimonio era l’ufficio che regolamenta la gestione familiare, da dove nasce questa felicità? Ovviamente se ci si sposa si immagina che il partner sia una persona con cui si sta bene e con cui si potrà essere felici, non metto in discussione la semantica della cosa, quello che mi chiedo è come la felicità sia diventata una parte costituente di quello che alla fine è un contratto (e che quindi se la legge è uguale per tutti dovrebbe essere valido e disponibile per tutti come ogni altro normale contratto, ma adesso non divaghiamo). Credo che la risposta sia che in Giappone c’è molta propaganda su questo, a tutti i livelli.

Serenity ed Endimion di "Sailor Moon" in abito da matrimonio.

Ho scoperto che nel milanese si dice “essere pronta per il coltello”, in riferimento sia al simbolo fallico del coltello sia al bisturi del taglio cesareo.

Una volta lessi, non ricordo più dove, che i giapponesi sono il popolo più indottrinato del mondo: concordo. Dalle canzoncine dell’asilo fino ai cartelli segnaletici per non parlare delle divise scolastiche/lavorative, i messaggi più o meno subliminali alla popolazione sono continui e ovunque. C’è un esempio semplice: persino i fumetti (le cose più lette dai giovani) considerati più progressisti per la condizione femminile sono in realtà schiavi della figura della donna angelo-del-focolare, e sì sto parlando chiaramente di Sailor Moon. Il fatto che le guerriere Sailor combattano e salvino il mondo è una facciata dietro cui ci sono loro, la cui massima aspirazione è trovare quanto prima un uomo, sposarlo, avere dei bambini e restare a casa a fare la calzetta per il resto della vita; significativo che l’unica eccezione sia quella di Sailor Mercury aka Sailor Inutile™ che vuole diventare un medico e in battaglia è proprio la più debole di tutte. Non a caso Sailor Moon è odiata dalle femministe giapponesi, che comunque esistono: già all’inizio del XX secolo il gruppo protofemminista Circolo delle Calze Blu sbarcò anche in Giappone, dove i membri applicarono alla lettera il nome del circolo indossando non calze bensì stivaletti blu (dato che le calze non sono visibili sotto il kimono).

La principessa Zaffiro a cavallo.

Negli anni ’50 Osamu Tezuka inventò Il cavaliere col fiocco, cioè la principessa Zaffiro, cioè il primo personaggio transgender dell’intrattenimento giapponese: avantissimo.

Per quanto riguarda i fumetti ci fu un’esplosione di emancipazione negli anni ’70: sono celebri le figure ribelli di Waki Yamato, e alcune fra le fumettiste del celebre Gruppo del 24 sono ancora oggi avanguardiste in termini di accettazione sociale della donna (penso alla Oscar di Riyoko Ikeda o ai molti fumetti di Moto Hagio su quella che oggi chiamiamo “parità di genere”); e non va dimenticata Cutie Honey, che pur essendo un personaggio ironico è comunque non inquadrata in un’ottica matrimoniale. Eppure, oggi non c’è un fumetto per under 20 in cui l’eroina, qualunque cosa faccia, non desideri comunque più o meno esplicitamente di esaudire il suo sogno d’amore; le eccezioni sono pochissime e comunque polemiche, tipo in Hatarakiman di Moyoco Anno in cui la protagonista che non vuole lasciare il lavoro per sposarsi viene presa in giro dai colleghi maschi. Nonostante quindi sia esistita una spinta parificatrice, col tempo è venuta meno e ora praticamente tutte le donne giapponesi che conosco ammettono senza problemi che il loro scopo è sposarsi, una cosa che penso inorridisca la maggior parte delle donne (e degli uomini) occidentali.

Godai, Kyoko e Haruka di "Maison Ikkoku".

Godai e Kyoko hanno avuto una bambina: fine della loro storia.

La maggior parte, ma non tutte: lasciando perdere gli USA dove gli episodi di fanatismo sono all’ordine del giorno, anche in Europa esistono rigurgiti maschilisti propagandati anche da donne come mostrato dall’intera redazione del quotidiano La Croce (che bel titolo) e dalla giornalista Costanza Miriano col suo libro dall’inequivocabile titolo Sposati e sii sottomessa. Speriamo solo non ne traggano un cartone animato.


Una versione estesa dello stesso testo è pubblicata qui.