Madama Butterfly

Benvenuti in Giappone 04 – Italia & Giappone

Il 2016 è un grande anno per gli italiani interessati al Giappone e per i giapponesi interessati all’Italia. Quest’anno cade infatti il 150esimo anniversario dei rapporti diplomatici fra i due stati, siglati dal Trattato di Amicizia e Commercio firmato il 25 agosto 1866 nella città di Edo (oggi incorporata in Tokyo, che non è una città bensì una regione). Non che prima non ci fossero già stati rapporti fra l’Italia e il Giappone: lo stesso nome del paese estremo-orientale fu coniato dall’italiano Marco Polo, il primo occidentale ad aver scoperto che c’è altra terraferma oltre la Cina, che nel suo Il Milione parla dell’elusiva isola di Cipango, nome da cui provengono i toponimi Zipang, Japan, Japon, Japão e tutti gli altri fra cui, ovviamente, Giappone. La primissima spedizione diplomatica ufficiale giapponese aveva come meta proprio Roma, dove gli ambasciatori autoctoni furono mandati da Alessandro Valignano (gesuita italiano di stanza a Nagasaki) per incontrare il Papa: arrivarono nel 1585, ricevettero in dono una chiesa, e tornarono a casa nel 1590 per morire da martiri. Più recentemente, dopo la Seconda Guerra Mondiale i due stati riconfermarono i trattati diplomatici e per l’occasione si scambiarono dei regali: l’Italia ricostruì l’ambasciata a Tokyo (riempiendola di opere d’arte) proprio sul giardino del XVII secolo dove si suicidarono i famosi 47 ronin, mentre il Giappone donò all’Italia 2’500 alberi di sakura, di cui alcuni furono messi a dimora nel parco intorno al laghetto dell’EUR, e tutti gli anni i nippofili locali vanno ad ammirare la fioritura nel periodo dell’hanami.

Romani festeggiano l'hanami sulle sponde del laghetto dell'EUR.

Romani festeggiano l’hanami sulle sponde del laghetto dell’EUR. Fra gli interventi di riqualificazione dell’area c’è anche la sostituzione di alcuni alberi di sakura, ormai invecchiati un po’ anche perché il clima dolce della Capitale è abbastanza diverso da quello praticamente subtropicale del Giappone, che comunque è un’isola oceanica e come tale il lato che affaccia sul Pacifico ha estati stremanti e inverni con 50 centimetri di neve. A onor del vero, va detto che anche in patria gli alberi secolari sono piuttosto rari e dunque conservati con tutti i crismi come tesori nazionali.

Per celebrare questo secolo e mezzo di collaborazione nel bene e nel male, sono state avviate sia in Italia sia in Giappone una gran quantità di eventi artistici, musicali, cinematografici, teatrali, culinari e altro ancora. Se nel Bel Paese le attività sono veramente moltissime e distribuite un po’ dappertutto, nel Paese del Sol Levante invece si sono preferiti meno eventi meno diffusi, ma molto più grandiosi. Nella fattispecie, nel solo mese di marzo e nella sola parte centrale della regione di Tokyo, si intersecano i periodi di esposizione di tre mostre clamorose con alcuni fra i nomi più clamorosi della storia dell’arte italiana. Al Museo d’arte della Metropoli di Tokyo c’è Botticelli e il suo tempo (proprio così in italiano) in cui si racconta il prima, durante e dopo della vita di Sandro Botticelli con moltissimi lavori del suo maestro Filippo Lippi, suoi e del suo allievo Filippino Lippi. Poi, al Museo di Edo-Tokyo è allestita Leonardo da Vinci – La sfida del genio, sottotitolata in inglese Beyond the Visible poiché fra le varie opere vi è esposta anche la Madonna dei fusi, un soggetto che Leonardo realizzò in molte versioni tutte iniziate da lui e finite da altri, e quella esposta a Tokyo (proveniente da Bowhill House, una magione sperduta nella brughiera scozzese) pare sia la più autentica perché dalle radiografie sono emerse rivelatrici immagini fantasmatiche nascoste sotto lo strato di pittura. Infine, al Museo Nazionale di Arte Occidentale si può visitare Caravaggio e il suo tempo: amici, rivali e nemici che racconta l’esperienza artistica del genio lombardo con molti suoi dipinti appesi al muro fianco a fianco con quelli ispirati, copiati o plagiati dai suoi contemporanei. In pratica sono stati svuotati i musei di mezza Italia, e non solo, per allestire mostre enormi e senza precedenti per ricchezza sia di opere sia di qualità, e siamo solo a marzo.

Mostre di artisti italiani in Giappone per le celebrazioni di 150 anni di rapporti diplomatici fra i due stati: Botticelli, Leonardo, Caravaggio.

Le prime mostre di artisti italiani in Giappone nel 2016 per le celebrazioni di 150 anni di rapporti diplomatici fra i due Stati: da sinistra, Botticelli, Leonardo e Caravaggio. La prima e la terza si svolgono in musei all’interno del Parco di Ueno, che presenta tutto un raggruppamento di svariati centri culturali tipo l’Isola dei musei a Berlino, e come per quell’area della capitale tedesca i giapponesi stanno pensando di rendere il parco Patrimonio dell’Umanità almeno parzialmente candidando al riconoscimento il Museo Nazionale d’Arte Occidentale progettato dal celebre architetto svizzero Le Corbusier.

Ma come per tutti i fenomeni di costume non passeggeri, è necessario che la conferma della sua diffusione arrivi dal basso, dal popolare e dal commerciale, e questa cosa sta accadendo. A quanto pare il Giappone si sta innamorando dell’Italia, di nuovo: era già successo durante gli anni fine ’80 inizio ’90 del secolo scorso, il periodo della cosiddetta Bubble in cui i giapponesi hanno vissuto un effimero tenore di vita così clamorosamente alto da permettersi facilmente di comprare beni di lusso occidentali a prezzi folli, primi fra tutti italiani come Bulgari e Versace, quest’ultimo diventato così popolare da essere protagonista di una celebre gag di Kamikaze Girls. È in quel periodo che si è impresso a fuoco nella testa dei locali che Italia = lusso sfrenato, mentre le nuove generazioni sono più orientate verso Italia = cultura artistica e alimentare, il che è un enorme passo avanti rispetto ai francesi che sono ancora considerati “mangiatori di baguette sulla Tour Eiffel fischiettando Les Champs-Élysées” (in giapponese, ovviamente).

I Golden Bomber sono un gruppo musicale parodico che ironizza di volta in volta su vari aspetti della società giapponese con un umorismo degno di Mai dire banzai. Nel «trendy music video» della canzone del 2013 Dance My Generation, ispirata per testo, musica e immagine alla moda durante il periodo della Bubble, i membri della band sventagliano soldi come fossero del Monopoli e buttano via bracciali di Bulgari tempestati di brillocchi. Notare quanto i look siano simili a quelli dei personaggi del contemporaneo Yu degli spettri.

L’immagine dell’Italia ultimamente sta molto progredendo, dove con “progredendo” non s’intende “migliorando” (d’altronde era già buona, nonostante i continui tentativi degli italiani di distruggerla), bensì che si sta scendendo nei dettagli e comprendendo meglio un paese che prima era inteso dall’opinione pubblica come un’unica spianata di pizza. Per esempio, i giapponesi sono ormai entrati nell’ottica d’idee che mentre la Francia è composta da una sola grande città circondata dalla campagna, l’Italia invece presenta luoghi d’interesse distribuiti ovunque, e la cosa si vede bene dalle offerte delle agenzie di viaggi che propongono una settimana a Parigi o una settimana in tour per l’Italia.

Hotaru di "Dagashi kashi" esclama «Ottimo!!».

Hotaru di Dagashi kashi mangia una qualche schifezza preconfezionata nel primo capitolo del fumetto, e impazzendo di gioia grida «OTTIMO!!» in italiano, con tanto di Torre di Pisa e bandiera tricolore (tricolore che, nell’anime, diventa quello francese, d’altronde il giapponese medio confonde tutti gli europei come l’italiano medio confonde tutti gli asiatici).

Per chi non può permettersi un viaggio in Italia, può almeno viaggiare per due ore al cinema. Ultimamente i film italiani spuntano dalla neve come margherite: benché la distribuzione di pellicole nostrane nelle sale cinematografiche nipponiche sia decisamente poco diffusa e limitata al circuito d’essai (esattamente come per i film giapponesi in Italia), dal 2001 è attivo il Festival del cinema italiano, partito come un piccolo evento itinerante e diventato nel tempo una manifestazione culturale e mondana di richiamo nazionale, tant’è vero che è stata stabilizzata in due sedi prestigiose del quotidiano Asahi shinbun a Tokyo e Osaka, dove si svolge ogni anno fra la fine di aprile e l’inizio di maggio col supporto dell’Istituto Luce e del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo italiano. Chi non ha modo di partecipare al Festival nelle grandi città, può comunque fruire la cinematografia nella lingua del sì in home video, dato che molti titoli vecchi e nuovi figurano nei videonoleggi, attività commerciale ancora diffusissima in Giappone, spesso nello scaffale dei consigliati.

Film italiani a noleggio nei negozi della catena Tsutaya.

Quattro dei molti film italiani disponibili nei videonoleggi della popolare catena Tsutaya. Otre ovviamente ai vari Fellini e Tornatore, ben noti anche in Giappone, è interessante notare sullo scaffale dei consigliati titoli storici come Sacco e Vanzetti (qui uscito come Melodia del patibolo) o Profondo rosso (il film preferito di Banana Yoshimoto, noto in Giappone come Suspiria part 2 perché uscì dopo Suspiria e i distributori pensarono bene di sfruttarne l’acquista popolarità), ma anche opere più recenti come Si può fare (reintitolato La vita è qui) o Il rosso e il blu (distribuito in Giappone col titolo Nella classe romana nel tentativo di riverberare il sempre amatissimo Vacanze romane, espediente sfruttato anche per Habemus Papam reintitolato Le vacanze romane del papa e Sacro GRA diventato Circonvallazione romana). Evidentemente questa tendenza a dare ai film titoli anche molto diversi dall’originale pur di colpire il pubblico non è una moda né recente né solo italiana.

Inoltre, benché non rientrino nei progetti per le celebrazioni per il 150enario, è curioso notare che in Italia verrà allestito uno spettacolo teatrale musicale “giapponese” e in Giappone uno “italiano”, ovvero rispettivamente Madama Butterfly e Vacanze romane. L’opera scritta da Illica & Giacosa e musicata da Puccini è ovviamente in cartellone tutti gli anni in svariate località d’Italia e del mondo, ma in questo caso la regia curata dallo spagnolo Àlex Ollé brilla per inventiva, proponendo una messinscena di fortissimo gusto pop, quasi j-pop considerando il tema, che ha avuto grande successo l’anno scorso alle Terme di Caracalla a Roma e quest’estate verrà riallestita sfruttando la scenografia esistente, ovvero i ruderi romani usati come fondo per proiezioni mapping. Nel frattempo, sempre d’estate, la celebre Compagnia teatrale Takarazuka, composta da sole attrici donne divise in sei troupe specializzate ognuna in ballo, canto, recitazione eccetera, metterà in scena la sua versione del classico hollywoodiano Vacanze romane, trasformando il capolavoro del cinema romantico, storicamente molto amato dal pubblico giapponese, in un musical con canzoni originali. Entrambe storie molto sentimentali e idealistiche, entrambe non a lieto fine, entrambe a teatro ed entrambe cantate: entrambe imperdibili.

Poster di "Madama Butterfly" e "Vacanze romane".

Italiani interpretano il Giappone e giapponesi interpretano l’Italia. A sinistra l’immagine promozionale del 1904 di Leopoldo Metlikovitz per la Madama Butterfly di Giacomo Puccini rappresentata alla Scala di Milano, e a destra il poster per lo spettacolo Vacanze romane della Compagnia Takarazuka allestito al Teatro Chuunichi di Nagoya: non è lo stesso campo da gioco, non è lo stesso campionato, e non è nemmeno lo stesso sport.

Infine, oltre alle manifestazioni artistiche dell’Italia, sono molto diffuse anche e soprattutto quelle culinarie, sia con veri ristoranti e vere pizzerie italiane, sia con becere imitazioni tipo Saizeriya, catena di family restaurant (ristoranti semplici ed economici in cui si ordinano solo set completi e non singoli piatti) con al muro foto di Piazza San Pietro e gigantografie degli angeli di Rosso Fiorentino. Nei menù di questi posti opinabili figurano rivisitazioni della gastronomia italiana che farebbero venire un colpo alle nostre nonne, nonché complete invenzioni tipo il “doria“, una sorta di risotto al gratin inventato a Yokohama nel 1927 da uno chef svizzero che per un misterioso scherzo del destino è ormai diventato per tutti gli autoctoni un piatto tipico italiano. Ma è a un livello ancor più popolare, ancor più accessibile anche da chi non mangia fuori e non spende nemmeno 100 yen per noleggiare un film, che si vede il vero recente successo dell’Italia in Giappone: gli spot televisivi, che sono l’autentica conferma della fama di qualcuno o qualcosa. Per esempio, Haruka Ayase è al momento l’attrice giapponese più celebre e richiesta in patria, letteralmente ubiqua e presente in mille film al cinema, programmi tv, spot pubblicitari e anche copertine di riviste di fumetti. Il grande successo è arrivato quando ha recitato la parte della protagonista Stilly nel film Lo specchio magico tratto dall’omonimo cartone animato, quello la cui sigla è il liscio dei Cavalieri del Re, e da allora è ovunque… anche in Italia.

Nella nuova campagna pubblicitaria dei cosmetici SK-II, Haruka Ayase è andata a Taormina, in Sicilia, a prendere la tintarella al teatro greco e con l’occasione si è anche fatta un bel giro in bici, e pedala pedala, dallo scorso primo gennaio la Ayase è arrivata nei cinema italiani col film Little Sister (nel trailer del film è la prima che appare, quella che dice «Vieni a stare da noi!»), ovvero quell’Umimachi diary che ha vinto il premio come Miglior Film agli scorsi Oscar giapponesi.

La Ayase non è l’unica giapponese a girare in bici le città storiche italiane: l’anno scorso il gruppo di idol giapponesi Denpagumi.inc ha tenuto un concerto all’Expo di Milano e, visto che c’era, ha fatto tappa a Lodi per girare fra le stradine del capoluogo lombardo il videoclip del nuovo singolo Ashita Chikyuu wa konagona ni nattemo (“Se anche la Terra andasse in frantumi domani”). Non è uno spot tv, ma comunque un prodotto esplicitamente promozionale che come tale vuole dare una bella immagine di sé, e anche qui è stata scelta l’immagine dell’Italia e delle sue viuzze medievali.

E quanto a stradine italiane, ecco Ken’ichi Matsuyama, celebre per Nana, Death Note e Detroit Metal City, in un angolino di Roma (riconoscibile dai sanpietrini e dallo stemma dei Chigi nella chiave di volta di un portale) alle prese con due gemelli che pronunciano male in giapponese la frase «Futte maru de iretate», cioè “Se lo agiti sembra appena preparato” perché fa la schiumetta come la macchina al bar.

Insomma, è già da un po’ che in Giappone l’Italia è negli occhi e nella bocca di tutti, basti pensare a un altro patrimonio nazionale come i motori, offesi coloritamente sia nel segmento giapponese di Kill Bill («Le Ferrari sono spazzatura italiana») sia in Tokyo kazoku («La Fiat 500 è un catorcio italiano»): che se ne parli bene o male, purché se ne parli. Un risveglio d’interesse che parrebbe quasi un piccolo Rinascimento: speriamo solo che duri.


Lo stesso testo è pubblicato anche qui.

Pharrell è lolicon, Gwen gyaru, Madonna boh

Sarebbe affascinante scrivere qualcosa di evocativo come “La storia dei rapporti culturali fra il Giappone e l’Occidente si perde nella notte dei tempi”, ma non è così: fino alla fine del XIII secolo in Europa, dove pur si aveva più o meno cognizione della Cina («il Paese della Seta», come la Yourcenar fa dire ad Adriano), l’esistenza del Giappone era totalmente ignorata al pari del continente americano, e fu Marco Polo il primo occidentale a sentirne parlare (nonché a battezzarlo Cipango da cui il termine inglese Japan). Poi, molto altro tempo passò fino all’instaurazione di contatti reciproci effettivi, prima limitatissimi e poi regolari a partire dal 1853, sia a livello commerciale sia culturale con la diffusione dell’ukiyoe, la Madama Butterfly eccetera. Ma è stato a partire dalla Seconda Guerra Mondiale che il nome del Giappone ha cominciato a essere pronunciato quotidianamente in Occidente, prima per i tristemente noti luttuosi eventi bellici, e poi per l’esportazione di prodotti di cultura pop. Mentre l’Europa ne ha sperimentato l’ingresso fin dagli anni ’70, in particolare in Spagna, Francia e soprattutto Italia che hanno vissuto il First Impact dei vari UFO Robot Goldrake e Jeeg robot d’acciaio, gli Stati Uniti d’America hanno dovuto attendere fino al Second Impact di Neon Genesis Evangelion nei tardi anni ’90 per conoscere una effettiva diffusione dell’animazione giapponese su suolo nordamericano. Le prime VHS della serie di Hideaki Anno uscirono a partire da agosto 1997, come in Italia, e già cinque anni dopo la serie aveva raggiunto sufficiente popolarità da ricevere un piccolo cameo nel film One Hour Photo con Robin Williams. Il ritardo ventennale degli USA sull’Europa non è la sola differenza nella fruizione dell’animazione giapponese sulle due sponde dell’Atlantico: la produzione animata televisiva statunitense è così ricca e numerosa da aver confinato per anni quella giapponese al solo mercato dell’home video (e ancora oggi sono pochi i canali come Cartoon Network che ospitano anime), mentre invece in Italia il grande pubblico ha conosciuto Heidi e Remì proprio sulle emittenti più o meno locali. Inoltre, l’opinione pubblica americana combatte con maggior forza i prodotti stranieri rispetto a quelli autoctoni, con gruppi di attivisti di varia estrazione che puntualmente spuntano fuori ogni volta che un prodotto straniero si impone sul mercato locale: basti citare i celebri casi dei Pokémon accusati di favorire crisi epilettiche, o di Harry Potter diffusore del satanismo (accuse peraltro di provenienza esclusivamente statunitense, dato che il Vaticano stesso ha approvato la saga del maghetto).

Ken'ichi Matsuyama interpreta L nei film tratti da "Death Note".

Lettera aperta al produttore del film americano di Death Note: egregio signore, per il ruolo di Light le consiglio caldamente Zac Efron, ma per quello di L prenda in considerazione la inconfutabile incontrastabile incontrovertibile verità che nessun altro attore al mondo può rimpiazzare Ken’ichi Matsuyama. Cordialità.

Quindi negli States gli anime sono arrivati in forte ritardo, hanno una distribuzione limitata ai soli fan e vengono molto criticati. Nonostante ciò, la capacità comunicativa dell’entertainment giapponese è riuscita a fare breccia anche negli ostili lidi americani: le comics convention (quelle che in Italia si chiamiano “fiere”) si riempiono di cosplayer, la stragrande maggioranza dei fansub proviene dagli USA (dove evidentemente vive un sufficiente numero di bilingue anglo-giapponesi), e anche Hollywood che sta esaurendo i fumetti americani sta volgendo lo sguardo al Sol Levante (dopo l’incommentabile Dragon Ball Evolution, sono ormai anni che girano fumose notizie su adattamenti di Akira, Battle Angel Alita, Cowboy Bebop, Death Note, Neon Genesis Evangelion e altri ancora). Ma c’è un’industria a stelle & strisce che lavora più velocemente di quella del cinema, in cui spesso passano molti anni fra l’idea iniziale e il prodotto finito, ed è quella della musica. I riferimenti nipponici non sono poi così rari nei musicisti europei fin da tempi non sospetti, soprattutto in ambiti colti come ad esempio nella collaborazione di David Sylvian & Ryuichi Sakamoto, nei video e testi dei Bluvertigo, nella musica elettronica dei Röyksopp, e nell’interesse per la moda e il teatro tradizionale di Björk, ma è stato proprio a partire dalla seconda metà degli anni ’90, cioè proprio dall’arrivo in quantità apprezzabili di anime negli USA, che l’industria discografica americana ha cominciato a sviluppare una sensibilità squisitamente pop verso il Giappone.

Shinji Ikari nel film "Evangelion 1.0".

Peccato che il regista di Scream non abbia scelto la scena di Shinji che grida mentre brucia vivo, avrebbe dato un tocco di classe al video.

Nel tracciare un breve percorso fra i punti cardine di questo avvicinamento fra le due coste del Pacifico, le prime avvisaglie di una fascinazione orientale si potevano già vedere nel celeberrimo videoclip di Scream di Michael e Janet Jackson, uno dei più costosi della storia se non il più costoso in assoluto: costoso, sì, ma almeno il risultato è stato e-pi-co con un’astronave fuori in CG e dentro vera in cui i fratelli Jackson giocano, ballano e fanno pipì davanti a un megaschermo su cui scorrono immagini di grida di personaggi tratti da Akai koudan Zillion, Akira e Fuuma no Kojirou: nonostante siano ancora un elemento più esotico e decorativo che altro, con Scream gli anime entrano ufficialmente nella musica americana e dalla porta principale, quella del re del pop. Poi, come per tante altre mode, la prima artista a usare consapevolmente l’immagine pop del Giappone è stata Madonna: nel videoclip della canzone del 1998 Nothing Really Matters, la cantante si mostra abbigliata con un kimono rosso con obi di lattice ton-sur-ton di Jean Paul Gaultier in un ambiente inquietante in cui non è difficile riconoscere un misto fra l’architettura tradizionale giapponese e il béton brut di Tadao Ando, immersi in un’atmosfera oscura da videogioco survival horror; il fatto che Madonna abbia dichiarato che l’ispirazione viene da Memorie di una geisha per farsi bella davanti ai giornalisti è del tutto irrilevante: quello è palesemente un ospedale di Silent Hill. Nel frattempo i Beastie Boys pubblicano Intergalactic: il testo non c’entra nulla col Giappone, ma il videoclip sì, dato che è una splendida parodia dei film kaijuu, cioè quelli con Godzilla e i vari mostri giganti/pupazzi di gommapiuma che distruggono palazzi di cartone. L’apparente povertà realizzativa è un omaggio al genio di Eiji Tsuburaya (celebrato anche lo scorso 7 luglio da Google con uno splendido doodle), mentre nelle sequenze girate nella stazione di Shinjuku il trio di rapper indossa le divise con le bande riflettenti tipiche degli operai stradali nipponici: è più che un riferimento pop, è un tributo documentato ed estremamente accurato, nonché la prima volta in cui immagini reali del Giappone vengono usate in un videoclip americano non underground.

La band giapponese D nella foto promozionale per il singolo "HAPPY UNBIRTHDAY".

La rock band D è composta da uomini che si vestono con abiti ripresi dalla moda femminile lolita, a sua volta ricca di elementi ispirati da Alice nel Paese delle Meraviglie.

Passano gli anni e nel 2004 Gwen Stefani pubblica What You Waiting For?. Il testo della canzone è autobiografico e racconta del blocco dello scrittore della cantante, conscia che venendo profumatamente pagata deve produrre qualcosa; l’ispirazione le arriva dal Giappone incarnato dalle Harajuku Girls, quattro performer che vestono alcuni dei molteplici stili espressi dalle ragazze che popolano l’omonimo quartiere di Tokyo, visitato dalla Stefani fin dal 1996. È un trionfo: nel videoclip-capolavoro diretto da Francis Lawrence, la cantante e le ballerine finiscono nel Paese delle Meraviglie, dove vagano fra labirinti vegetali allucinogeni fasciate in abiti post-vittoriani di John Galliano. Le Harajuku Girls parlano nella loro lingua madre, la Stefani canta i nomi delle città di Tokyo e Osaka con languore sensuale, il Brucaliffo sbuffa fumo a forma di ideogramma 愛 ai “amore”, e lo stile di Alice è un riferimento basilare dei manga per ragazze e delle subculture giovanili come il gothic lolita: con What You Waiting For? il Giappone pop è ufficialmente sdoganato. Nelle foto promozionali la cantante è ritratta a un mad tea party stranamente in compagnia non di un bianconiglio bensì di un cerbiatto, ed è curiouser and curiouser notare come il creatore dei manga come li conosciamo oggi Osamu Tezuka abbia sempre dichiarato che la sua intera ispirazione deriva dal Bambi disneyano e dai suoi occhioni: forse è una coincidenza, o forse no. Dal 2004 in poi la gyaru (pronuncia giapponese di “girl”) Gwen Stefani ha continuato a portarsi dietro le Harajuku Girls come muse ispiratrici in tutti gli album e tour solisti, trasformate in svariati gadget, divinizzate a ogni occasione e immortalate nel 2015 nella serie animata Kuu Kuu Harajuku, le cui protagoniste sono appunto le versioni grafiche della cantante e delle quattro giapponesine: dai promo non sembra un capolavoro.

Mello sulla copertina del volume 8 di "Death Note".

Sembra Raffaella Carrà seduta sulla poltrona di The Voice, guantini compresi, e invece è Mello.

Due anni dopo l’exploit di Gwen Stefani, Madonna era in Giappone per il Confessions Tour e ne ha approfittato per girare il videoclip del singolo Jump, in cui c’è lei che salta su un telaio mentre dei ragazzi saltano sui palazzi. Tutto nella norma se non fosse che i palazzi sono quelli di Tokyo e lei è in cosplay di Mello, un androgino personaggio del fumetto Death Note che ironicamente si circonda di statue e monogrammi della Madonna (quella vergine): Madonna interpreta Mello che interpreta la Madonna, un cerchio che si chiude. Il successivo videoclip del 2012 Give Me All Your Luvin’ è a tema Super Bowl, ma contiene un piccolo riferimento nelle inquietanti maschere animegao indossate dalle ballerine con scena lesbo en passant. Ancora, il 18 giugno 2015 Madonna pubblica sul suo canale Vevo il videoclip di Bitch I’m Madonna che, con i suoi 140 milioni on going di visualizzazioni, è di gran lunga il brano più popolare della cantante da dieci anni a questa parte. Di nuovo la fascinazione pop giapponese è vistosa, ma stavolta non è più né horror-architettonica né cosplay-atletica: è otaku-arcobaleno. Madonna e Nicki Minaj sfoggiano capelli in technicolor fucsia e rosa come negli anime, le ballerine asiatiche dal rossetto nero sembrano un mix fra una doujinshi hentai di Bakuretsu hunter e delle otaku di divise naziste (molto apprezzate in Giappone), i costumi sono della casa di moda italiana Moschino che è attualmente guidata dallo stilista americano Jeremy Scott da sempre influenzato dalla pop culture, e la ricchezza visiva e cromatica del video non può non rimandare all’unica artista al mondo che ne realizza di ancora più ricchi, ovvero quella Kyary Pamyu Pamyu diventata così follemente celebre da essere arrivata anche a farsi recensire da Pitchfork. Giusto per completare il quadro nippofilo, nella scena finale Madonna sale le scale e si crocifigge al muro proprio sull’immagine del corridore della Glico, l’azienda giapponese produttrice degli stick ricoperti di cioccolato Mikado, il cui storico enorme pannello pubblicitario a Osaka è divenuto così celebre da essere ormai un vero monumento della città. In parole povere mediamente Madonna ogni otto-nove anni realizza un video di ispirazione nipponica sempre diversa (altrimenti non sarebbe la sempre multiforme Madonna): attendiamo il prossimo intorno all’anno 2023, quando la cantante avrà 65 anni, magari vestita da contadina del Giappone medievale a raccogliere il riso.

Tomoko Kawase il 15 agosto 2015.

Nell’immagine, un recente autoscatto di Tomoko Kawase detta Tommy, classe 1975, età: 40 anni. Ma com’è possibile.

La giappomania americana ha toccato il picco, o il fondo, l’anno scorso quando Avril Lavigne ha pubblicato il videoclip per la canzone Hello Kitty. Il video è diventato nel giro di poche ore così incredibilmente chiacchierato in negativo che la casa discografica l’ha subito rimosso (cancellando di conseguenza anche i commenti), per poi ripubblicarlo a mente fredda ripartendo da zero commenti e zero visualizzazioni (che nel frattempo sono arrivate quasi a 100 milioni nonostante la perdita delle decine di milioni di visualizzazioni iniziali). Il brano è molto brutto: il testo non parla affatto della mascotte antropomorfa della Sanrio bensì di party osé (con “kitty” a doppio senso), e la musica è una pura concessione senza fantasia agli stili musicali alla moda, cioè EDM e dubstep, con la sola graziosa idea di usare la campana del passaggio a livello come intro e outro; ma non è stato tanto il brano a indignare il mondo quanto il video, ferocemente accusato di razzismo, stupidità, infantilismo, stereotipicità e in generale di quella che gli americani chiamano “appropriazione culturale”, cioè (come ben spiegato qui) «l’assimilazione, attraverso stereotipi, letture colonialiste e inferiorizzanti, di culture considerate altre rispetto a quella occidentale», perché nel video Avril Lavigne fondamentalmente si comporta da giappominchia™. Certo, come la canzone anche il video è molto brutto, ma la domanda da farsi è: che cos’è la cultura giapponese, solo geisha, samurai e sushi? Gli americani, essendo americani, non possono toccare il Giappone se non in maniera rispettosa dato lo sgancio delle bombe atomiche del 1945? La Lavigne è canadese e probabilmente conosce bene Kyary, che è giapponese purosangue eppure proprio come Avril sfoggia anche lei pacchi di M&M’s e gonne di cupcake e acconciature da Barbie Capelli Arcobaleno (anzi, chi dovrebbe essere accusato di appropriazione culturale è proprio Kyary dato che le M&M’s, i cupcake e la Barbie sono americani). Il problema di Hello Kitty sta negli occhi degli occidentali, perché commenti come «Le ballerine identiche e inespressive rinforzano lo stereotipo della donna-oggetto» o «Avril dimostra di non sapere nulla della cultura tradizionale giapponese» o anche «La Lavigne non sa parlare giapponese quindi non dovrebbe nemmeno provarci dati i pessimi risultati» sono smentiti dalla stessa cultura pop giapponese, nei cui spot le ballerine sono identiche e inespressive, nei cui programmi tv si dimostra di non sapere nulla di nulla della cultura occidentale e nella cui musica c’è un abuso di parole in lingua inglese spesso scritte male e pronunciate malissimo. A conferma di ciò c’è il fatto che il video sia stato realizzato in loco con troupe locale, che evidentemente non si è sentita offesa nel pubblicizzare in Occidente il Giappone come una folle accozzaglia di plastica colorata, dato che i giapponesi stessi fanno di peggio. Infine, è interessante ricordare che il Giappone conosce già una Avril Lavigne locale, ovvero Tomoko Kawase in arte Tommy, vocalist dei the brilliant green e solista con pezzi da plagio e capolavori camp, che esattamente come la cantante canadese sta ringiovanendo invece che invecchiando. Molto probabilmente vanno dall’estetista insieme.

Confezioni di caffellatte Yukijirushi Coffee.

C’è piu lolicon nelle mascotte su queste confezioni di caffellatte che in tutto il videoclip di It Girl.

L’ultimo caso in ordine di tempo della contaminazione fra il mainstream americano e la cultura pop giapponese è rappresentato dal videoclip di Pharrell Williams per il suo brano It Girl. Se Hello Kitty ha ricevuto disprezzo dal pubblico, It Girl ha ricevuto disprezzo dai critici perché il cantante ha abbinato una canzone dal testo molto spinto a un video a cartoni animati in cui flirta (a distanza di sicurezza) con una bambina, facendo alzare il sopracciglio a molti americani che vi hanno subito visto il crimine innominabile: la pedofilia. Il video è stato realizzato dallo studio Kaikai Kiki, cioè l’atelier artistico di Takashi Murakami, il più quotato artista giapponese vivente, ed è quindi teoricamente è un’opera d’arte a tutti gli effetti che come tale va analizzata e criticata, per esempio: Balthus era pedofilo? E il Domenichino? E Caravaggio? Ma a prescindere dalla rappresentazione lasciva dei bambini nella storia dell’arte, il punto è che It Girl è il videoclip più otaku mai realizzato. Pharrell è di casa a Tokyo da decenni, dal 2005 gestisce la casa di moda Billionaire Boys Club con lo stilista giapponese Nigo e in generale non è affatto digiuno di cultura pop giapponese, quindi è conscio del significato di quel video, che fondamentalmente riprende alcuni stereotipi delle subculture otaku legate ai manga (la rappresentazione di personaggi con un aspetto più giovane di quello della loro età per il cosiddetto lolicon, il “complesso di Lolita”), agli anime (gli episodi ambientati al mare e al matsuri sono dei must dei cartoni animati fin dagli anni ’80) e ai videogiochi (in particolare i dating game). It Girl è Akihabara condensata in cinque minuti e sette secondi, con tocchi quasi commoventi per il fan come il frame sbagliato nella sequenza in cui l’onda del mare bagna i piedi della bimba, cioè quello che era un errore tecnico viene qui meticolosamente ricostruito: art for art’s sake. Livello tecnico maniacale a parte, l’odore di pedofila in manga e anime è effettivamente percepito anche in Giappone, ma non in quanto tale bensì come «danno per i bambini». In pratica il problema non è se questi prodotti siano troppo forti, ma solo che non giungano nelle mani dei bambini, per il resto il grande pubblico pur conoscendo il fenomeno lo bypassa, relegandolo a una fra le mille subculture più o meno opinabili esistenti in Giappone: per esempio, chissà cosa direbbero gli americani se sapessero che la rock band visual kei R-shitei, il cui pubblico è composto per oltre il 50% da ragazzine minorenni, pubblica canzoni intitolate Gioventù è tagliarsi i polsi, Ho ucciso i miei amici, Sadomaso e Addio pu**ana (e questi sono solo i titoli). I giapponesi applicano la regola che se non danneggia gli altri, se non si applica nella realtà, se resta fiction allora va bene: anche nella miniserie animata documentaristica Otaku no video viene specificato che un otaku di armi mai e poi mai ama le vere armi, perché la parte interessante sta nel suo funzionamento ingegneristico, nel design eccetera, e allo stesso modo il lolicon è visto come dimostrazione di tecnica grafica più che come vero interesse verso il bambini; fra l’altro il Giappone è noto per il suo progressivo disinteresse alla sessualità e gli otaku preferiscono sposare cuscini piuttosto che toccare bambine. Pharrell è salvo, almeno in Giappone.

Kazuma Kuwabara del fumetto "Yu degli spettri".

Sulla schiena di Kuwabara c’è la scritta “La salute prima di tutto”, sulla fascetta sulla fronte di Rettore invece solo segnacci senza senso.

Infine, #ceunpodItalia. Sarà l’effetto farfalla dagli USA, ma anche nel Bel Paese i riferimenti nipponici nel mainstream sono aumentati proprio da fine anni ’90. Ad esempio, nel 2000 il singolo di debutto della band romana Velvet è stato Tokyo Eyes nel cui testo il cantante dice di sentirsi «come Ataru con Lamù» e che ha avuto sufficiente successo da essere usata come musica per lo spot della Coca-Cola, cioè il massimo riconoscimento possibile subito dopo l’essere usata per il Cornetto. In tempi più recenti si sono avventurati nelle metafore estremorientali il cantautore toscano Matteo Becucci e le due dive sorelle Paola & Chiara: in entrambi i casi i risultati sono stati terribili. Ma il più terribile dei risultati non può offuscare il massimo risultato internazionale mai raggiunto dalla contaminazione fra un artista pop occidentale e la cultura giapponese: il concept album Kamikaze Rock’n’roll Suicide, capolavoro di Donatella Rettore del 1982. Nato da un viaggio della cantante veneta in Giappone, il disco è un esperimento di fusione fra il prog rock, il pop, il cantautorato e la disco music basato su un mix di influenze oscure e drammatiche su temi totalmente alieni alla musica da classifica come il suicidio, la guerra e la paranoia, il tutto tenuto insieme da un grottesco senso della leggerezza e del gioco, come mostrato dalla cantante nei concerti in cui indossa abiti fluorescenti e cerchietti da aliena dei cartoni animati, e nelle performance televisive dove si presenta vestita da teppista come Kuwabara di Yu degli spettri e accompagnata dal teschio Timoteo Yamamoto che «si è fatto male la barba stamattina, ha usato delle cattive lamette». Nell’anno del debutto di Madonna c’era già in Italia chi produceva capolavori come Lamette, recentemente apprezzato anche da Patrick Wolf: lunga vita a Rettore, banzai!