Luca Vanzella

Battaglia: Ragazzi di morte – Una recensione che sa

Copertina di "Battaglia: Ragazzi di morte" di Roberto Recchioni, Leomacs, Luca Vanzella, Valerio Befani e Pierluigi Minotti.Io so.

Io so perché sono un intellettuale, che legge fumetti e libri e giornali da 34 anni senza sosta, in ogni momento della giornata. Io conosco il fumetto italiano degli ultimi tre decenni, conosco la storia italiana perché la insegno e perché la amo.

Conosco l’opera e la vita di Pier Paolo Pasolini perché ho letto di lui e su di lui, ho visto i suoi film e i film su di lui.

Io so perché ho scoperto la serie di Pietro Battaglia da quando l’Editoriale Cosmo ci ha messo le mani sopra, ne ha ristampato il già edito e ne ha prodotto e continua a produrne albi nuovi, che trasudano energia, coraggio, amore. L’energia di chi affonda le mani nel corpo della storia, smonta e rimonta i miti trasformando la Storia in fiction, così da ricavarne un senso compiuto. Il coraggio di chi affronta i propri temi con la purezza dell’animo privo di pregiudizi, senza sovrastrutture: un tipo di animo che a Pasolini sarebbe piaciuto.

Io so.

Io so che trattare di Pasolini è come maneggiare una bomba innescata (così come era avvenuto per Padre Pio), come un’operazione chirurgica sulla spina dorsale dell’Italia, quando un millimetro più in là rischia di uccidere il paziente. Io so che ci vuole la sfrontatezza di un ragazzo di vita per rendere quella figura, tragica ed eroica, un personaggio della vicenda di un vampiro italiano, senza sminuirne la vicenda, senza renderlo una macchietta.

Io so che mostrarlo così, come ha fatto il team di Battaglia, soggetto Roberto Recchioni, ideazione grafica di Leomacs, sceneggiatura Luca Vanzella e disegni di Valerio Befani e Pierluigi Minotti; mostrarlo con il crudo realismo di cui costoro sono stati capaci, la sua attività artistica, il rapporto con la madre, con gli amici, la sua sessualità, la sua terribile, terribile morte senza colpevoli; io che fare tutto questo e farlo così, sembrava un’impresa impossibile.

Tavola di "Battaglia: Ragazzi di morte" di Roberto Recchioni, Leomacs, Luca Vanzella, Valerio Befani e Pierluigi Minotti.Io so chi ha ucciso Pasolini e lo sanno anche gli autori di questo fumetto. Lo so perché ho letto i suoi scritti e ho capito che non serve dare un nome ai mandanti, anzi, che farlo sminuirebbe la portata universale della sua morte. Lo so perché Pasolini è stato schiacciato e triturato da quel meccanismo sociale di depravazione di tutto ciò che è bello che ha odiato e combattuto per tutta la vita, tramite le uniche armi che possedeva, la parola e l’immagine. Io so che quelle figure mascherate che ne decretano l’omicidio non hanno bisogno di nomi e cognomi perché non sono persone, ma ingranaggi di un mondo che noi permettiamo, e che quindi in qualche modo vogliamo.

Io so che lo scioglimento finale è un triste omaggio alla storia di quest’uomo; un modo di rendergli giustizia almeno sulle pagine di un fumetto. Io so che se oggi questo albo e questa storia possono uscire nelle edicole di tutta Italia e raccontare l’enormità di quello che racconta, è anche perché a qualcosa, Pasolini, è servito.

Io so, perché scrivo su un bel sito di critica fumettistica, che se soltanto un lettore distratto leggerà questo noioso articolo, e si incuriosirà di questo bellissimo albo, e poi cercherà di conoscere l’opera e la vicenda di Pier Paolo Pasolini, e ne comprenderà anche solo un decimo di quanto dice; io so che se tutto questo accadesse, l’Italia sarebbe, per un sessantamilionesimo, un luogo migliore.

Un anno senza te: intervista a Giopota

Dimensione Fumetto dedica uno speciale in tre parti a Un anno senza te, una graphic novel tutta italiana scritta da Luca Vanzella, disegnata da Giopota e pubblicata da BAO Publishing. Dopo aver recensito il volume e intervistato lo sceneggiatore, in questo terzo e ultimo articolo DF sposta l’attenzione sul fumettista con una lunga intervista-chiacchierata che spazia fra il suo passato e il suo futuro, passando per Buñuel e Murakami e tante, tante stelle.


Bologna è una delle capitali del fumetto italiano, forse la capitale ad honorem per le sue case editrici, i negozi storici, i festival, le mostre e il fervore culturale che la città dedica da decenni alla Nona Arte. Eppure forse il dato più significativo e importante è il gran numero di fumettisti nazionali e internazionali che ci abita o ci ha abitato: dal sambenedettese Andrea Pazienza, alla giapponese Keiko Ichiguchi, i portici all’ombra delle due torri pendenti hanno accolto e accolgono tutt’ora artisti da tutto il mondo e di tutti i generi. Fra questi c’è Giopota, al secolo Giovanni Pota, che ha fatto di Bologna la sua casa sia reale sia immaginaria.

Dopo alcune storie brevi, esperimenti nippo-fantasy, vicende oscurantiste, viaggi sulla Via delle Stelle e bellissime illustrazioni, Giopota è arrivato quest’anno a pubblicare il suo primo libro completo come disegnatore su sceneggiatura di Luca Vanzella: Un anno senza te edito da BAO Publishing. È un lavoro splendido che merita di essere celebrato parlandone con i diretti interessati.

Dimensione Fumetto ha raggiunto Giopota nella sua casa bolognese, disturbandolo mentre giocava a The Legend of Zelda: Breath of the Wild con la sua nuova e amata Nintendo Switch.

"Un anno senza te" di Giopota.

Giopota regge una copia fresca di stampa di Un anno senza te.

Per prima cosa presentati ai lettori di Dimensione Fumetto.

Sono Giopota, abito a Bologna e disegno fumetti ormai da qualche anno, dopo aver fatto una serie di percorsi trasversali che pure orbitavano intorno al disegno e che mi hanno portato alle illustrazioni per ragazzi e poi infine ai fumetti. Un anno senza te è il mio primo libro e l’ho realizzato a quattro mani con lo sceneggiatore Luca Vanzella, che si è rivolto appositamente a me con un’idea che aveva e che non pensavamo sarebbe diventata un libro così lungo. BAO Publishing si è interessata velocemente al nostro lavoro: io li avevo già contattati indipendentemente e loro si erano dimostrati interessati a collaborare con me, inoltre Luca Vanzella aveva già pubblicato con loro Beta, quindi la casa editrice ha potuto cogliere due piccioni con una fava.

Tu abiti a Bologna, ma non sei di lì, giusto?

No, io sono di Caserta.

Questo tuo essere originario di altrove e residente a Bologna ci porta a Un anno senza te, perché è proprio una delle caratteristiche del protagonista. In effetti leggendo il libro ho avuto la netta sensazione che ci sia dentro una grande parte del vissuto personale degli autori: quanto c’è di Giopota dentro Un anno senza te?

Tantissimo. Quando Luca Vanzella mi ha proposto il libro, anche se era ancora in fase embrionale io sono rimasto interdetto perché da lui mi aspettavo grandi avventure, spade, fantascienza, e invece mi ha raccontato questa storia di conigli che cadono dal cielo. Lì per lì non sapevo cosa aspettarmi da una storia del genere, e poi è venuto fuori che era anche la mia storia: qui entriamo un po’ nel personale, però prima di iniziare a fare fumetti anch’io come il protagonista di Un anno senza te ho perso un anno dietro a una persona. È stato quasi profetico. Il fatto che Luca abbia avuto quest’idea senza conoscere la mia esperienza mi ha fatto empatizzare tanto con la storia, e quindi di conseguenza ci ho messo dentro un po’ di quello che è successo a me. Nella sceneggiatura lui ha avuto tutte le idee e quindi non c’è niente di vero della mia storia, però è assolutamente simile: è assurdo come il meccanismo emotivo narrato in Un anno senza te sia così comune che mi ci sono ritrovato, e questo mi fa pensare che tante altre persone ci si possono ritrovare allo stesso modo. Al di là delle somiglianze estetiche, credo che comunque ci sia tanto di me nel libro. Anche l’editore mi ha sottolineato quanto, più ancora della somiglianza fisica con il protagonista, ci sia una somiglianza personale.

Illustrazione di "Un anno senza te" di Luca Vanzella e Giopota.

I sei personaggi principali di Un anno senza te in una bellissima illustrazione, un po’ in stile locandina cinematografica anni ’80, realizzata da Giopota in esclusiva per DF: grazie mille!

Quindi la sceneggiatura è stata scritta completamente da Vanzella o sei intervenuto anche tu?

Direttamente no, mai. È il suo libro e il suo lavoro, lui è un maestro nel suo ambito e non c’era la necessità del mio intervento in sceneggiatura; il massimo che ho fatto è stato correggere i refusi e cambiare qualche parola. Ho trovato fosse giusto che la sua storia fosse la sua e i miei disegni fossero i miei. In realtà ogni tanto ho avuto la tentazione di dirgli «Guarda, io qui farei così», ma solo perché la mia storia personale era andata in quel modo, quindi mi sono sempre trattenuto dato che la sua sceneggiatura comunque funzionava.

E a livello grafico invece lui ha avuto qualche tipo di influenza?

Direttamente no, nemmeno, però abbiamo sempre lavorato fianco a fianco fin dallo storyboard iniziale, che era molto elaborato, poi abbiamo deciso insieme di dividere la pagina in quattro vignette e lui l’ha riempita di pupazzetti per capire più o meno la composizione e dov’erano posizionati i personaggi. Vanzella non aveva idea di come sarebbero venute fuori le tavole e ognuna per lui era una sorpresa: ad esempio non sapeva come avrei realizzato il Santuario della Madonna di San Luca, che è molto modificato rispetto alla realtà, o come sarebbe apparsa Bologna con molte torri, o il dirigibile volante.

Quindi in sceneggiatura c’era già tutto, ma graficamente hai avuto carta bianca.

Sì, infatti lo ringrazio tantissimo perché mi ha permesso anche di disegnare cose che mi piacciono: come ha lui stesso dichiarato, si è prodigato per scrivere qualcosa che rientrasse nelle mie corde, come il fantasy.

In effetti sono presenti molti elementi, primo fra tutti appunto il fantasy, che sono ricorrenti nelle tue opere fin da I guardiani della luce: Vanzella ha scritto quest’opera apposta per te?

Da quel che so lui aveva già in mente questa storia prima ancora di pensare a me: al di là del fatto che il suo collaboratore usuale Luca Genovese fosse occupato e indisponibile, credo che comunque Vanzella stesse cercando un autore con un tratto più “morbido”, che ha trovato nel mio stile narrativo. Quindi credo che lui abbia unito queste due cose, ma non abbia pensato assolutamente di fare un libro per me. Siamo stati tanto fortunati a trovarci così bene insieme, dato che non è scontato questo buon rapporto fra sceneggiatore e disegnatore, tanto più perché eravamo agli albori della nostra conoscenza.

Copertina di "Un anno senza te" di Luca Vanzella e Giopota.Da quanto tempo va avanti il progetto di Un anno senza te?

Noi abbiamo firmato il contratto con BAO Publishing a metà 2015, ma Vanzella me ne parlò già a fine 2014: ormai sono più di due anni. Ovviamente un libro richiede dei lunghi tempi di lavorazione: il primo anno è stato propedeutico, ho studiato e fatto ricerche di stile che mi permettessero di lavorare nella maniera più funzionale. È stato difficilissimo, c’è stato anche un momento in cui non sapevo nemmeno se sarei riuscito a disegnare così tante pagine e cosa sarebbe venuto fuori. Poi all’inizio del secondo anno ho avuto una sorta di illuminazione: sono riuscito a mettere un punto fermo e sono ripartito a ritmo serrato ridisegnando le tavole che non mi piacevano, cioè praticamente tutte. Quindi diciamo che mi ci è voluto un anno intenso, e solo dopo aver trovato il giusto “equipaggiamento”.

Ti riferisci anche all’aspetto grafico dei personaggi?

Certo, assolutamente.

Quanto ai personaggi, sia caratterialmente sia visivamente io mi sono molto ritrovato nel protagonista Antonio. Abbiamo molti elementi in comune: anch’io sono basso e largo, anch’io ho una palla di capelli bruni con la barbetta, anch’io ai tempi facevo cosplay con la mia compagna di allora, anch’io ho «ritmi da pensionato», anch’io amo studiare, anch’io faccio la guida turistica, e anch’io sono affetto da quella che nel libro si chiama clausnoia, un neologismo bellissimo e calzante che Vanzella dovrebbe assolutamente proporre all’Accademia della Crusca. Quanto e cosa c’è invece di te in Antonio?

Tavola di "Un anno senza te" di Luca Vanzella e Giopota.Beh, il personaggio l’ha scritto interamente Luca Vanzella, comprese tutte le battute, quindi lo riconosco come una creatura di Luca e non mia. Inoltre, per quanto Antonio si lasci in balìa dei sentimenti, dei risentimenti e dell’autocommiserazione, è comunque più razionale e meno cinico e ingenuo di me. Detto questo, parte degli elementi in cui ti puoi essere ritrovato tu sono anche in me e in tante altre persone che hanno un rapporto complesso con la propria sensibilità, che non riescono bene a capire cosa hanno intorno anche se si accorgono che qualcosa sta succedendo, e questo influisce sulla loro stabilità emotiva. Credo che alla fine la storia di Antonio sia quella di qualcuno che deve capire cosa gli sta succedendo intorno, tirando fuori il sé stesso da dentro. Forse Antonio sono io quando ero nella sua stessa situazione, ora sono passato per la sua esperienza e sono molto più conscio.

Tornando all’aspetto grafico, partendo da un inizio apparentemente ordinario il fumetto vira verso un realismo magico piano piano sempre più esplicito. Come hai immaginato gli elementi non ordinari del paesaggio, degli oggetti e delle persone? Hai avuto delle ispirazioni?

Non ho avuto particolari ispirazioni, anche perché gli “effetti speciali” presenti nel libro alla fine sono molto semplici, non ci sono magie vere e proprie. Mi viene in mente Haruki Murakami: nel suo Kafka sulla spiaggia c’è un’assurda scena di pioggia di sgombri e sanguisughe che succedeva paradossalmente con estrema naturalezza. Allo stesso modo l’obiettivo che ci siamo posti è che fosse tutto naturale nella sua assurdità, quindi non mi sono mai immaginato grossi fuochi d’artificio. Ci siamo tenuti su un tono basso, ma visivamente importante, tant’è vero che i famosi conigli sono anche in copertina perché sono un elemento visivo forte benché appaia come naturale.

A proposito di elementi che appaiono naturali ai personaggi e assurdi al lettore, Luca Vanzella ha scritto un breve saggio intitolato BLOOD TYPE BLUE: la biologia metafisica e il fascino delle tecnociarle per il volume Evangelion Impact, a cui anche noi di DF abbiamo collaborato. Nel suo saggio Vanzella afferma che in Neon Genesis Evangelion c’è una gran quantità di «tecnociarle», ovvero parole parascientifiche incomprensibili che però stanno lì per dare un senso di pseudo-verosimiglianza: anche in Un anno senza te succede proprio la stessa cosa, sembra la Terra però non è proprio proprio la Terra. Pensi che Neon Genesis Evangelion vi abbia in qualche modo influenzato?

Neon Genesis Evangelion è stato il primo anime con cui ho realizzato che gli anime non erano solo quelli che vedevo su Italia 1, che non erano solo un prodotto per ragazzini, ma andavano anche oltre. Io l’ho visto la prima volta su MTV, avrò avuto 11-12 anni, ero nella fascia d’eta dei protagonisti e sono letteralmente impazzito: nonostante non ci capissi assolutamente nulla, cercavo di spiegarmi delle cose che però sapevo che non avrebbero avuto spiegazione, e quindi alla fine non sono rimasto nemmeno tanto sconvolto quando è finito/non finito. La mia impressione è che anche se c’erano un sacco di cose che non riuscivo a spiegarmi, a me andava bene così, per via di tutto il resto: l’animazione, l’empatia coi personaggi, le loro turbe, e tanti altri elementi che andavano a tappare i buchi che per me non erano nemmeno così fondamentali. Forse in questo c’è la similitudine con il nostro libro. Ad esempio, una critica che abbiamo ricevuto è che non spieghiamo che malattia ha il padre di Antonio: la accetto come critica, ma non la condivido dato che forse spieghiamo anche già troppo. Trovo molto più bello quando io lettore posso immaginare cose c’è dietro, e di conseguenza sono intrigato più dal non detto che dal detto. Credo che il lettore non debba essere sempre imboccato, che gli vadano lasciati spazio e libertà, e che stia all’intelligenza del lettore la volontà di rimanere o meno in questa zona grigia, questo “mondo di sotto” senza poterlo toccare perché non è il nostro. Bisogna assistere attentamente e poi tirare le proprie conclusioni senza che ci venga spiegato sempre tutto, anche perché così è la vita.

In effetti mentre leggevo Un anno senza te non potevo fare a meno di pensare che questa è un’opera post-Evangelion: esattamente come dici tu, nel vostro libro succedono delle cose “strane” e non c’è bisogno di spiegarle dato che appaiono “normali” ai personaggi e di conseguenza, dopo un po’, appaiono “normali” anche al lettore. Più le pagine nella mano destra si fanno sottili e più è chiaro che siamo in un altro mondo e non c’è bisogno di spiegarlo, e quando si arriva al finale si capisce perfettamente quanto gli autori siano riusciti a incamerare in maniera intelligente e personale la lezione di Neon Genesis Evangelion, ovvero usare una storia misteriosa per veicolare una storia di vita.

È esattamente così, e infatti l’unico spoiler che mi sento di fare è che Antonio non si sveglierà da nessun sogno e non c’è nessuna dimensione parallela: tutto quello che c’è da leggere è lì sulle pagine. Credo che alla fine molti accetteranno il libro così com’è, dato che stiamo raccontando una storia di crescita: c’è un mondo che non esiste tutto attorno, sì, ma non è l’elemento fondamentale.

Fotogramma di "Neon Genesis Evangelion" di Hideaki Anno.

Shinji si strugge di dolore sulla sua sediolina negli ultimi due episodi di Neon Genesis Evangelion, proprio come accade ad Antonio in Un anno senza te (però sul divano).

Quanto ai mondi che non esistono, quali sono i mondi che non esistono che ti hanno influenzato?

Prima di iniziare con i fumetti credevo che manga e anime non mi avrebbero aiutato a nobilitare il lavoro che volevo fare. Volevo essere indipendente dalle influenze che avevo ricevuto, forse proprio perché vedevo Neon Genesis Evangelion come un’eccezione in un mare di roba da non tenere in considerazione, sia come ideali sia come storia. È stato un rifiuto adolescenziale e stupido, perché poi mi sono reso conto che andava contro la mia naturale crescita creativa. Ho riabbracciato gli anime, più ancora dei manga, perché poi ho scoperto che c’era tutto un mondo che non avevo approfondito e che ho scoperto essere meraviglioso, una scuola di narrazione fondamentale. Per esempio, ho scoperto abbastanza tardi i film dello Studio Ghibli, e solo allora ho capito che quello che volevo fare risiedeva tutto lì. Non intendo dire che voglio imitarli, ma che la mia intenzione è riuscire a creare con la stessa delicatezza, non violenza e magia: credo che in Occidente ci sia bisogno di quell’approccio così gentile alle storie. Io sono stato abituato o a fumetti/cartoni umoristici, oppure a opere estremamente virili e rudi: queste cose ci sono anche in Giappone, certo, ma è stato il mondo fantastico dello Studio Ghibli che mi ha fatto capire quanto sia possibile reinventare le fiabe in maniera avventurosa con realismo magico. Le fiabe che abbiamo visto in Occidente sono i riadattamenti delle fiabe di Andersen o quelle della Disney, ma non c’è paragone con le possibilità di andare oltre che ha mostrato Hayao Miyazaki.

Due illustrazioni di Giopota.

Impliciti ed espliciti omaggi allo Studio Ghibli nelle illustrazioni di Giopota.

Quand’eri piccolo cosa leggevi e vedevi?

Beh, ovviamente mi sono visto tutti i film Disney, poi leggevo PK e un po’ di Topolino, ma come passatempo. In effetti ero più attratto dall’animazione che dal fumetto, e il fatto stesso che io sia approdato al fumetto è forse un po’ un caso fortuito. Detto questo, è un mezzo che mi piace e con cui riesco a esprimermi al meglio.

Come mai avete scelto proprio Bologna per ambientare la storia di Un anno senza te?

Oltre al fatto che è la nostra città (per quanto acquisita) e quindi potremmo averla scelta per comodità, credo che sia perché comunque è adatta alla storia: si parla di studenti, di giovani, e Bologna è al contempo una città grande e giovane. Credo inoltre che si presti bene per gli elementi fantastici: una città con le torri, il caos, e che è anche un po’ silenziosa e cupa quando non c’è nessuno.

Una città un po’ magica?

Forse sì: nasconde un po’ di magia e tirarla fuori è stato un esercizio molto appagante.

Vignetta di "Un anno senza te" di Luca Vanzella e Giopota.

L’ambientazione di Un anno senza te è una Bologna onirica, in cui dozzine di torri fanno da fari notturni e da attracchi per i dirigibili, come si vede nella seconda vignetta preferita di Giopota.

Come hai scelto gli elementi da modificare in chiave fantastica per la tua storia?

Li abbiamo scelti insieme Luca Vanzella e io. Per esempio, all’inizio del capitolo Luglio, per realizzare il dirigibile ho messo un tram di Bologna sotto un pallone. Per il faro del capitolo Novembre, all’inizio lui voleva che fosse una torre qualunque, nemmeno alta, solo con lanterna e attracco, ma penso che un faro sia un elemento meraviglioso e nella mia immaginazione è diventato il santuario della Madonna di San Luca, dato che si prestava bene a essere modificato: ho estruso la cupola in una torre altissima umanamente impossibile e a Luca è andato benissimo. Non sempre le mie proposte coincidevano con le sue, ma le ha sempre accettate di buon grado e comunque le scelte finali le abbiamo sempre fatte insieme.

In effetti il faro è uno dei vari elementi ricorrenti nella tua opera, che sono sempre molto belli e sottilmente poetici, forse anche metaforici. Ad esempio ricorrono spesso le stelle, i pois e in generale i motivi moltiplicati. A volte sono solo piccoli pattern, ma messi in punti strategici, come nel cappellino di Capodanno di Antonio nel capitolo Dicembre. Sono io che noto i pattern perché mi piacciono o è una tua scelta che nasconde qualcosa di più profondo?

Francamente non ci avevo mai fatto caso e me lo stai facendo notare adesso. Forse c’è un motivo per cui faccio queste cose. Anche per le stelle, ad esempio: sì certo, mi piacciono, ma dovrei stare lì a capire perché uso proprio così tanto le stelle quando potrei riempire con qualsiasi altra cosa. Credo che i pattern nei miei disegni siano comunque sempre un po’ caotici. Io non sono una persona molto perfezionista e non riesco a essere perfettamente geometrico, infatti l’unico grosso pattern che c’è in Un anno senza te, ovvero il pavimento di Atlantide nel capitolo Febbraio, l’ho fatto fare a un’altra persona perché sapevo che non sarei stato capace di realizzare un pavimento geometrico. Per quanto non l’abbia disegnato con le mie mani, comunque, l’intenzione di metterci un pattern è stata mia, quindi alla fine tutto torna. Credo che i pattern rendano bene con i miei disegni.

Due illustrazioni di Giopota.

Due illustrazioni di Giopota di qualche anno fa che già contenevano in germe buona parte di Un anno senza te: a sinistra la relazione fra il biondo & il bruno di cui quest’ultimo lettore di fantasy medievali coi draghi, mentre a destra la città, le torri, la notte, i pattern geometrici, la fusione fra individuo e ambiente, la surrealtà, e dappertutto stelle e stelline.

In effetti il tuo stile grafico composto da linee morbide, campiture piatte, gradazioni e pattern non geometrici riccorrenti è gia molto caratterizzato. Pensi di essere arrivato, se non a una forte riconoscibilità, quantomeno a una tua identità grafica?

Non lo so, perché nel caso di Un anno senza te se avessi lavorato senza Luca Vanzella avrei fatto tutto un altro percorso del tutto diverso; per il mio prossimo libro infatti sto pensando di usare elementi che appartengono più al mio immaginario. Quindi per ora non penso di essere arrivato da nessuna parte. Invece, mi sono scoperto capace di fare cose che non pensavo di saper fare: una veduta aerea, un parcheggio, una determinata prospettiva. A livello tecnico sono cose che si imparano, però credo che non sia ancora sufficiente. Anche se sono molto soddisfatto di Un anno senza te, non penso di essere ancora arrivato alla vera prova del nove: un libro nato da me, con un’idea mia, di cui posso dire «Questo è completamente il mio immaginario e l’ho espresso nella maniera più simile a come l’avevo ideato». Questo tipo di opere totalmente mie si limita a qualche illustrazione, ma fare un fumetto del genere penso sia ancora presto per me. Quando ci riuscirò allora potrò dire se mi sento in qualche maniera arrivato o meno. Rispetto a quello che vorrei fare, Un anno senza te, per quanto magico, è ancora troppo reale.

Questo mi fa tornare in mente la parabola creativa del regista surrealista Luis Buñuel. Dopo decenni di film realizzati sotto le costrizioni dei produttori e tagliuzzati dalla censura, Buñuel ebbe un grande successo personale e commerciale con Bella di giorno nel 1967 che gli diede la chance di realizzare un film con completa carta bianca; eppure, il successivo e magico La via lattea si rivelò un film creativamente molto meno libero dei precedenti. Alla stessa maniera, in questo Un anno senza te, benché costretto da limiti esterni quali la sceneggiatura non tua e le logiche produttive editoriali, si sente moltissimo la tua presenza autoriale. Se avessi completa carta bianca per realizzare un’opera del tutto tua, che cosa faresti e su che media? In pratica: cosa vuoi fare da grande?

È una domanda che si apre a tantissime risposte! Per prima cosa, La via lattea si avvicina tantissimo a quello che vorrei fosse il mio prossimo libro. Per quanto riguarda quello che farò da qui a dieci anni, beh, non ci sto pensando, non sono così lungimirante. Ho perso la mia capacità di previsione del futuro che avevo da bambino, quando pensavo che avrei fatto fumetti, poi ho cambiato strada e poi alla fine li ho fatti davvero. Arrivato a questo punto non faccio più piani a lunga distanza perché probabilmente cambieranno, ma il mio obiettivo principale resta quello di creare una storia che racconta qualcosa che nasce da me. Voglio essere in grado di scrivere un fumetto da solo che generi la stessa bellissima empatia che si sta creando fra i lettori e Un anno senza te: io ne sono contentissimo, ma non è interamente merito mio. Con Vanzella siamo andati un po’ sul sicuro perché quella di Antonio è un’esperienza che capita a tutti, ma con le storie che ho in mente non so che tipo di empatia si possa creare col lettore! Sarà una sfida difficile, grande ed emblematica, ma è una di quelle cose che davvero voglio fare da grande. Sarà come scalare una montagna, e voglio riuscirci. Se poi devo dirti cosa vorrei fare davvero, ti direi un film d’animazione su un mio fumetto: già mentre lavoro me li immagino animati, perché quello è il mio background. Fra le idee che ho in mente ce se sono alcune che si prestano a diventare film d’animazione, magari animazione francese che ultimamente si è anche un po’ giapponesizzata.

In Europa c’è anche l’irlandese Tomm Moore che realizza opere meravigliose e molto personali.

Ah, certo, lui lo adoro, ho anche un poster della selkie de La canzone del mare appeso in camera! Credo sia il Miyazaki d’Occidente. Ho visto tutti i suoi film e li ho sempre trovati di una grande poeticità e senso dell’avventura, oltre all’eccezionale resa grafica e alle splendide scelte musicali. Credo che abbia quella morbidezza nel raccontare le cose che è proprio la grande lezione dell’Oriente, che lui ha saputo incamerare senza scimmiottare o imitare nessuno. Lo seguirò sempre con grandissimo entusiasmo.

Fotogramma di "Song of the Sea" di Tomm Moore.

Questo splendido fotogramma della selkie de La canzone del mare di Tomm Moore fa bella mostra di sé incorniciato e appeso al muro in camera di Giopota.

Grazie mille per averci concesso questa lunga intervista!

Grazie a voi! Spero che i vostri lettori continuino a leggervi, perché siete una realtà super-interessante e il vostro interesse per il fumetto è davvero coinvolgente. A differenza di altre testate, apprezzo il vostro porvi in prima persona: già il fatto di contattare direttamente gli autori come me mi fa sentire una grande vicinanza. Continuiamo insieme a diffondere la cultura del fumetto, che non è una cosa scontata!


L’autore desidera ringraziare personalmente Giopota per aver concesso parte del suo tempo a DF con straordinaria disponibilità e cortesia.

Un anno senza te: “Non sono omofobo, ma…” una brutta intervista

Dimensione Fumetto dedica uno speciale in tre parti a Un anno senza te, una graphic novel tutta italiana scritta da Luca Vanzella, disegnata da Giopota e pubblicata da BAO Publishing. Dopo aver recensito il volume, scambiamo quattro chiacchiere con Luca Vanzella partendo dalla prospettiva più antipatica che ci potesse venire in mente.


L’argomento dell’intervista rende indispensabile una premessa. So bene che Un anno senza te non riguarda espressamente il tema dell’omosessualità, ma è il racconto di un sentimento universale. Nondimeno si tratta di un elemento importante all’interno della storia che volevo provare ad affrontare in maniera un po’ ruvida. All’inizio pensavo di porre domande aggressive per ricevere delle risposte che lo fossero altrettanto, ma poi ho realizzato che, se è vero che è ingiusto rappresentare gli omosessuali tramite degli stereotipi, è altrettanto giusto non descrivere un omofobo stereotipato (grazie a Zerocalcare e a Rita Petruccioli per la Masterclass all’ARF!).  Mi piacerebbe poter dire «Eh, ho fatto fatica a scrivere queste domande perché io non sono assolutamente omofobo», invece mi accorgo che è stato molto difficile per me buttare giù queste domande perché mi rendo conto che certi dubbi, certe diffidenze e certi pregiudizi sono radicati anche dentro di me, magari sepolti e addormentati in un angolino, ma sempre pronti a uscire fuori ringhiando. Accedere a quella parte di me, svegliare il can che dorme, è brutto perché ti rendi conto di non essere quella bella persona che credi di essere. Ma vale la pena farlo.

Andrea Gagliardi

Faccio una nota introduttiva anch’io: quando si risponde a domande sull’argomento omosessualità e simili uno dovrebbe sempre cercare di dare risposte costruttive, che provano a far capire la situazione anche ai peggio bigotti, perché una risposta calma che ascolta davvero la domanda può fare più di mille parate e manifestazioni. A volte però uno proprio non c’ha voglia. Per questo ci saranno due risposte: una poco costruttiva (ma che spesso è quella che si vorrebbe dare) e una si spera più utile e produttiva.

Luca Vanzella

Perché hai deciso di raccontare una storia di un amore omosessuale? Forse perché è un tema di attualità in questo periodo storico, e quindi pensavi potesse darti una maggior probabilità di pubblicazione e di promozione?

RISPOSTA 1: Perché sì. Perché sono frocio (io lo posso dire e tu no, ricorda) e mi va di raccontare i froci. Non lo faccio da ieri, ho creato un personaggio gay nel 2003 (il caro Aleagio). E poi non vedo tutta ‘sta attenzione per tematiche gay, se volevo cavalcare l’attualità puntavo a qualcosa di più scottante, che so, i vaccini.

RISPOSTA 2: Quando si scrive si parte da istinti e sensazioni personali, si segue un po’ la musa, se vogliamo, ma a un certo punto ci si deve fermare e fare delle considerazioni più razionali. Ha senso per me raccontare una storia di amore tra uomini? Se fosse tra un uomo e una donna come sarebbe? E dopo queste considerazioni personali e intrinseche alla storia ci si chiede: ha anche senso aggiungere una storia come questa nel mare delle storie pubblicate? Per me aveva senso parlare di un amore gay perché sapevo che avrei potuto dargli un’autenticità maggiore, banalmente sarebbe venuta meglio, e la mia lealtà va sempre e comunque alla storia. C’è poi la considerazione che, per quanto i titoli dei giornali possano aver distorto un po’ la prospettiva, di fatto non ci sono molte storie con protagonisti gay. Per qualcuno quei tre o quattro titoli che escono dalla nicchia possono sembrare tanti, ma per molti sono solo una goccia in un mare di uscite.

Antonio, a quanto leggo, è un bear. Non credi sia superficiale categorizzare le persone in base al proprio aspetto fisico?

RISPOSTA 1: Beh non hai letto che Antonio è un bear nel fumetto perché non c’è scritto, quindi forse l’hai riconosciuto tu come tale. Che va bene così eh, le etichette servono per capirsi in fretta, ma ce l’hai messo tu. Ok, viene menzionata una festa che si chiama Orsolandia, ma parliamoci chiaro, anche gli etero hanno le loro serate con una specifica demografia per il rimorchio, solo che la chiamano “serata latino-americana” invece che “quarantenni in forma”.

RISPOSTA 2: Le etichette denotano gruppi e appartenenze, quindi includono ed escludono. L’etichetta bear, o orso, nasce con un intento se non nobile almeno positivo, quello di creare uno spazio per chi non combacia con lo stereotipo del gay giovane, magro e fashion, un posto dove chi è peloso, sovrappeso e disinteressato alla moda possa trovare qualcuno che lo apprezza. Posso dire che andare alle prime serate e vedersi rifiutato perché troppo giovane, troppo magro e troppo “carino” è stato un po’ uno shock, ma anche molto istruttivo: certi ideali di bellezza e figaggine non sono così assoluti come uno potrebbe credere. Certo con il tempo il bear è diventato un suo stereotipo e quel messaggio di accettazione e celebrazione della differenza si è sbiadito, tanto che a volte pare che bear sia solo una categoria “merceologica”. Nel libro Antonio non viene mai definito orso, proprio per non cadere nello stampo, ma è un orso nel senso che è un ragazzo cicciotto e desiderabile.

Copertina di "Un anno senza te" di Luca Vanzella e Giopota.

In un paio di situazioni descritte nel libro sembrerebbe che le dinamiche delle relazioni sentimentali tra omosessuali siano parecchio “sbrigative” e circoscritte all’interno di un gruppo ristretto (penso agli ex di Antonio che si frequentano tra loro): ci si incontra, magari su Rimorchier, qualche convenevole e si va subito a letto. È così anche nella realtà?

RISPOSTA 1: Si vede che non sei un “gggiovane” single, che se eri “gggiovane” e single avevi Tinder (che è il Rimorchier etero) e trombavi a destra e a manca con solo qualche convenevole.

RISPOSTA 2: Penso che sia la realtà di una fascia di età, a prescindere dall’orientamento sessuale. Lo stereotipo del “gay promiscuo” è sempre di più una cosa del passato, in parte perché il mondo etero è molto più onesto sulla sua promiscuità: dei ragazzi all’università escono, si ubriacano e rimorchiano, come hanno sempre fatto e ora ne parlano liberamente (sopratutto le ragazze). L’altro motivo è che con il riconoscimento prima morale e poi di diritto delle coppie gay è chiaro che se uno va a letto con tanti partner lo fa perché è lui che vuole così, non perché è qualcosa di intrinseco all’essere gay. Riguardo al fatto che i personaggi si conoscono un po’ tutti, è quasi inevitabile: Bologna non è così grande e i gay sono un piccola percentuale.

Nella vostra storia si percepiscono una serie di rapporti omosessuali narrati come se fossero la cosa più naturale del mondo. Non ti sembra di raccontare in maniera troppo disinvolta quello che in realtà è un fenomeno più complesso?

RISPOSTA 1: No, perché non è un argomento complesso.

RISPOSTA 2: Siamo giunti al punto in cui non si deve più trattare l’argomento dell’omosessualità solo come una qualche questione delicata. Certo, si può affrontare il lato sociale, il fatto che ancora un sacco di ragazzi non sono accettati dalla famiglia, sono oggetto di discriminazione se non addirittura di violenza; ma per fortuna ci sono sempre più spazi in cui essere gay è considerato normale, e penso che sia importante fa vedere che i progressi ci sono stati e che si può trovare un posto dove essere sé stessi.

Nevicano conigli: sono il solo a essersi stupito di non trovare una doppia splash-page di Bologna coperta da sangue e interiora di coniglio? È una conferma della mia eterosessualità?

RISPOSTA 1: Sei una brutta persona.

RISPOSTA 2: Sei una brutta persona.

Un anno senza te: riuscirò a superarlo

Dimensione Fumetto dedica uno speciale in tre parti a Un anno senza te, una graphic novel tutta italiana scritta da Luca Vanzella, disegnata da Giopota e pubblicata da BAO Publishing. In questo primo articolo (mamma che emozione essere il primo) proverò a spiegarvi a parole mie perché è bello e dovete comprarlo e leggerlo!


Charlotte: «Per dimenticare ci vuole almeno la metà del tempo che si è stati insieme».
Carrie: «Quindi la matematica è una certezza anche in amore?»

(da Sex and the city)

Ovviamente no, mia cara Carrie, «non esistono leggi d’amore», anche Marco Ferradini lo diceva.

Non importa quanto una storia possa esser durata, tre anni, due settimane, ognuna necessita di un tempo di metabolizzazione. La soluzione potrebbe essere perdonare chi ti ha fatto del male, smettere di portare rancore e decidere di conservare solo i ricordi belli di una storia conclusa. Oppure ci si potrebbe buttare in un nuovo lavoro, una nuova vita, un trasferimento, con il rischio però di fuggire dal dolore e ritrovarselo lì quando meno te l’aspetti.

Antonio è un ragazzo di provincia, semplice, laureando in Storia a Bologna, giovane e per molti versi inesperto nei confronti della vita e dell’amore, come quello con Tancredi che si è appena concluso; il dolore è forte, il rapporto breve ma intenso ha lasciato un segno indelebile e note di tristezza cospargono il pavimento di casa. Zeno, Anita e Tobia sono tre fidati amici che lo aiuteranno a rialzarsi assistendolo lungo il suo percorso di interiorizzazione, un percorso in cui lo vedremo cadere più volte, dove spesso un messaggio verrà inviato immediatamente seguito da pentimento, dove il ricordo è un emofene, un fischio continuo, una nota costante, un sentimento che continua a riemergere e che solo il tempo aiuterà a non sentire più. La stretta al cuore che si ha rivedendo il proprio ex è forte, ma come potrebbe essere quella di vedere due tuoi ex che stanno assieme? E allora giù di gin tonic, un abbraccio e tutto passa.

La storia raccontata da Vanzella è delicata, le vicende sono dolci, poetiche… La cosa che più ho apprezzato leggendo questa graphic novel è stata la totale assenza di riferimenti al mondo LGBT, nonostante l’amore raccontato fosse tra due uomini: quello a cui assistiamo è solo il percorso di crescita di Antonio e il fatto che sia innamorato di Tancredi è solo un particolare non essenziale alla storia. Il rischio che il libro potesse essere un manifesto dell’amore rainbow era alto, ma la bravura degli autori ha evitato un’inutile ghettizzazione dell’opera, la naturalezza con cui tutto viene raccontato rende la lettura piacevole e scorrevole. L’impronta di Vanzella è ben evidente, tutte le sue opere sono sempre un mix bilanciato tra realtà e surrealismo e questa non fa eccezione, la metafora dei fiocchi di neve che cadono grossi come conigli è di una raffinatezza unica.

Tavola di "Un anno senza te" di Luca Vanzella e Giopota.Perfettamente abbinato risulta il tratto di Giopota, Giovanni Pota, che nonostante sia alla sua prima pubblicazione lunga, non sembra minimamente temere l’accostamento a un veterano del settore come Vanzella. Il suo tratto delicato ma deciso, dalle forme sinuose e non spigolose, riescono a trasportare su carta con molta maestria gli stati d’animo del protagonista, e a delineare perfettamente le location dove si svolge la storia, per prima Bologna, che in questo libro viene rappresentata magica e surreale.

Numerose sono poi le citazioni nerd sparse qua e là per tutto il racconto a partire dal monumento celebrativo a Lady Oscar (nel finale del primo capitolo ci avevo visto una citazione a Dragon Ball, ma sono stato smentito dall’autore, probabilmente la mia formazione nerd mi devia).

L’edizione BAO è sempre pregiata, ormai questa casa editrice ci sta viziando e anche questa pubblicazione è stata curata sotto ogni aspetto, la carta interna è corposa, di buona grammatura e garantisce una resa di stampa molto buona, la copertina in cartonato ha dei particolari evidenziati in vernice UV e alcuni sottolineati da una stampa a secco che genera un piacevole effetto di bassorilievo.

In conclusione consiglio la lettura a tutti, di qualsiasi orientamento voi siate, perché l’amore è universale, come i sentimenti e questa graphic novel li racconta molto bene!

Editore: BAO Publishing
Autori: Luca Vanzella, Giopota
Genere: Imparare a impararsi
Pagine: 224
ISBN: 978-88-6543-878-7
Formato e rilegatura: Cartonato 16×23
Data di pubblicazione: 25/05/17
€ 20.00

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“Da Beta a Orfani” con Luca Vanzella e Luca Genovese

Luchi

Luca Vanzella e Luca Genovese

Dimensione Fumetto organizza un evento da non perdere per gli appassionati di Fantascienza ma non solo.

Sabato 4 Giugno, nella Sala dei Savi, nel Palazzo dei Capitani, in Piazza del Popolo ad Ascoli Piceno, alle ore 17.30, Luca Vanzella e Luca Genovese (qui potete leggere la loro biografia) saranno gli ospiti d’eccezione dell’incontro dal titolo: “Da Beta a Orfani – La fantascienza nel Fumetto”.

Orfani-Beta-Vanzella-Genovese

Il duo di creativi, collaboratori per case editrici come Bonelli (Dylan Dog, Orfani), Eura Editoriale (Long Wei), Bao Publishing (BETA) e Renbooks (Aleagio! Tutte le avventure di Aleagio Vaccarezza), si racconteranno agli intervenuti, discuteranno con il pubblico del fumetto italiano e di come è cambiato l’approccio di autori ed editori nei riguardi di un genere che da sempre appassiona e fa volare la fantasia: la Fantascienza.

Seguirà il consueto spazio dedicato ai fan e ai giovani autori, in stile Dimensione Fumetto, con revisione dei portfolio e sketches con dediche.

Sossoddisfazioni (con le unghie e con i denti)

A distanza di cinque mesi dall’ultimo editoriale torno a scrivere qualche riga sull’andamento dell’Associazione Culturale Dimensione Fumetto.

Andiamo con ordine:

Abbiamo fatto quanto ci eravamo prefissi a inizio anno?

Qualcosa sì, qualcosa lo stiamo preparando e qualcos’altro si è perso negli abissi delle cose che “vorremmo ma chi ce li passa i quattrini?” (E Renzi che fa?! ecc… ecc…).

In questi ultimi anni la nostra Associazione è cambiata parecchio, la crisi (che pare non ci sia più, ma noi continuiamo ancora a sentire i suoi morsi sulle nostre chiappe) ha portato altri soci lontano dalla nostra Ascoli: adesso ne abbiamo a Kansas City (Virio), Okayama (Mario), Manchester (Valerio e Veronica), Firenze (Sabrina e Giulia), Terni (Francesco), Roma (Mauro), Macerata (Maurizio) e Dio solo sa dove andrà a finire Riccardo. Stiamo diventando sempre più un gruppo virtuale e mai come oggi siamo contenti dell’esistenza di Internet che ci permette di rimanere comunque uniti, in qualche modo.

Abbiamo pure vissuto un periodo caratterizzato da forti divergenze interne, punteggiato da litigi e accese discussioni, sfociato nell’addio di alcuni dei nostri soci che hanno preferito organizzarsi autonomamente, in un’altra associazione, per seguire le proprie passioni: nello specifico Cosplay, Maid Café, Boardgames e Videogiochi. Fa brutto dirlo ma da questa scissione ne hanno giovato tutti, soprattutto quelli che adesso si trovano a godere di un panorama variegato di offerte culturali per tutti i gusti. E anche il mio fegato è molto più sano ora.

In tutto questo riuscire a organizzare le attività è sempre il solito sbattimento, in bilico tra “è una cosa fichissima!” e il “ma chi m’ha ciecato a fa’ sta cosa!”. Nonostante tutto, con le unghie e con i denti, si va avanti.

Il sito sta andando meglio di quanto avessimo pronosticato: sia da un punto di vista di accessi che da quello qualitativo e pare che lettori, editori e autori ci stiano considerando come seri interlocutori (poveri sprovveduti). Sì lo so, mi sto dicendo da solo che siamo bravi, che ci volete fa’? Già in passato l’avevo detto che sono uno stronzo borioso e ne sono ancora convinto.

La scelta di incentrare maggiormente le nostre attività sul fumetto, in senso più stretto, ha generato un’inaspettata curiosità da parte di diverse realtà più o meno interessate alla Nona Arte: manifestazioni musicali (ZapFest), fiere del libro (tipo questa qui), altre associazioni culturali (come Das Andere e gli amici di lunga data di Radio Incredibile), altri siti/blog con i quali è nato un rapporto di collaborazione e amicizia (Lo Spazio Bianco, Gli Audaci) e addirittura le scuole.

Una vicenda in particolare merita di essere raccontata un po’ più nel dettaglio: abbiamo collaborato con un’insegnante del Liceo Classico di Montalto Marche alla realizzazione di un corso dedicato ai fumetti, e siamo stati presenti nella scuola stessa per una lezione sul linguaggio del fumetto. Perlopiù gli studenti erano ragazzi non interessati ai comics o lettori occasionali. Il corso però è andato talmente bene che gli alunni hanno chiesto, e ottenuto, di poter andare “in gita scolastica” (così si diceva ai miei tempi, però mi sa che adesso usano altri termini più ricercati) all’Arf Festival. Adesso sto cercando di convincere Maura, l’insegnante di cui sopra, di scriverci qualcosa su quest’esperienza (corso, gita ecc…) ma di base resta il fatto che queste, per la nostra Associazione, sono grandi soddisfazioni.

Sottolineo il dato: portare il fumetto nelle scuole (cosa impensabile fino a qualche anno fa) e far appassionare i ragazzi (e gli insegnanti) a tal punto di organizzare una trasferta romana per capirne di più. Grazie. Davvero.

Beta

Last but not the least: per il prossimo 4 Giugno, nell’ambito del Picchiòmics, siamo riusciti ad accalappiare altri due sprovveduti fumettisti, sventolando davanti i loro nasi abbondanti porzioni di olive all’ascolana, che saranno presenti alla conferenza Da Beta a Orfani – La Fantascienza nel Fumetto.

Luca Vanzella e Luca Genovese (di cui abbiamo parlato qui) saranno a disposizione degli appassionati di fumetto di Ascoli e dintorni per parlare delle loro esperienze con i più grandi editori nostrani (Bao Publishing, Bonelli, Cosmo…) e della loro passione per la fantascienza e i robottoni giganti. Gli aspiranti disegnatori potranno inoltre portare i loro portfolio per farsi dare un po’ di consigli da professionisti rodati.

Sì, è vero, spesso siamo in affanno e cercare di proporre attività culturali nella nostra città sembra più difficile di una scalata del K2 ma quando ce la facciamo, magari con le unghie e con i denti, ci godiamo il panorama e sussurriamo “queste sossodisfazioni”.

Genovese e Vanzella: fantascienza e fumetto ad Ascoli Piceno

Uno dei generi più popolari per letteratura, cinema e fumetto è senza ombra di dubbio quello della Fantascienza. Nata nel Novecento come costola del filone scientifico, l’idea di creare un’unione tra il fantastico e la scienza si è man mano estesa a tutti i media. Essendo i paladini della Nona Arte non possiamo che affrontare questa tematica attraverso il linguaggio a noi più congeniale: i fumetti!

Ma di che stiamo parlando? Come lo affronteremo? Facile! Ospitando ad Ascoli Piceno, il 4 giugno 2016, un duo che la Fantascienza la rivolta ormai come un calzino, e che nel corso degli anni si è ricavato una discreta fama tra le fila degli appassionati, dedicando loro uno spazio chiamato Da Beta a Orfani: la fantascienza e il fumetto.

GenoveseCome nella migliore tradizione dell’entertainment, non ci resta che presentare i nostri ospiti: in scrupoloso ordine di vecchiaia abbiamo Luca Genovese, il rosso disegnatore nato a Montebelluna (TV) nel 1977 e diplomato nel 2000 alla Scuola di Comics di Firenze. Esordisce con Della nebbia e altre storie nel 2001 su Schizzo Presenta (antologia di storie brevi per il Centro Fumetti Andrea Pazienza), prosegue nel 2003 con Zero zèlo per la Indie Press Comics e per la stessa pubblicherà anche Ely è là, sceneggiato da Luana Vergari. Nel 2003 per Onipress pubblica The Awakening su testi di Neal Shaffer.

Poi c’è Luca Vanzella, uno sceneggiatore italiano nato nel 1978 a Conegliano (TV), che nel 2004 si laurea a Bologna in VanzellaScienze della Comunicazione con una tesi sul Cosplay che viene pubblicata dalla Tunué nel 2005. Il suo esordio avviene nel 2001 con la pubblicazione per la Indie Press di Dottor Massacro scritto con Alberto Polita e disegnato da Sandro Pizziolo.

E fino a qui tutto bene, giovani artisti italiani che si fanno i fatti loro dedicandosi al lavoro con passione. Il caso vuole però che i due nel 2003 fondino la Self Comics, un’etichetta indipendente e con il loro Gloria, ovvero il giorno in cui… vincono il premio La Torre di Vittorio – Capo Officina Reparto Pensieri 2006 come Miglior Libro, assegnato dal Centro Fumetti Andrea Pazienza. Le storie Self Comics sono poi state raccolte in un’antologia nel 2005. Nel 2004 partecipano alla mostra Comix Against Global War e, nel 2005, a quella intitolata Vite Precarie, svoltasi durante lo Sherwood Comix Festival, a Padova.

Nel 2008 collaborano per la Becco Giallo nella realizzazione di Luigi Tenco – una voce fuori campo e tra il 2009 e il 2011 collaborano a John Doe. La grande notorietà arriva, sempre nel 2011, con la miniserie in due volumi BETA (di cui abbiamo parlato qui!) pubblicata da Bao Publishing, e questa vetrina porterà il duo a lavorare prima su Long Wei (di cui Genovese è ideatore grafico oltre che disegnatore), per la Eura Editoriale, poi ad Aleagio! Tutte le avventure di Aleagio Vaccarezza, per Renbooks, e all’attuale collaborazione con Sergio Bonelli Editore, per cui curano alcune storie di Orfani e Dylan Dog.

Beh che dire, con due autori così il 4 giugno non venite ad Ascoli Piceno a farci compagnia e parlare allegramente di fumetti?!

Beta – Fan di Goldrake di tutto il mondo unitevi!

Avete dai 30 ai 40 anni e siete cresciuti con Goldrake, Mazinga, Jet Robot, Jeeg e compagnia? Vi commuovete quando sentite le sigle scritte dal duo Tempera/Albertelli? Vi trovate spesso a dire “eh… ma i cartoni dei tempi miei erano meglio di ‘sta roba che passano ora in TV”? Allora andate subito al paragrafo in fondo all’articolo segnato con l’asterisco (*)

Coloro che, invece, non soffrono l’effetto nostalgia possono continuare a leggere.BETA-(M2)-001

L’Editoriale Cosmo ristampa in edizione economica Beta di Luca Vanzella e Luca Genovese già edito dalla Bao Publishing qualche anno fa.

Vanzella imbastisce uno sci-fi d’altri tempi ambientato in un “futuro posteriore” (degli anni Settanta futuristici) nel quale la guerra fredda è basata sulla minaccia dei Robot Gbeta-vanzella-genoveseiganti invece che sul terrore dell’atomica. USA ed Unione Sovietica devono però mettere da parte le proprie divergenze e far fronte comune per contrastare l’arrivo di mostri Bio-Meccanici che minacciano la terra.

Il protagonista è il giovane e ribelle Dennis Beta (modellato sulle fattezze di Hayato Jin di Getter Robot) pilota di robot giganti, prima dello Spartacus e successivamente di Beta, nonché figlio dell’inventore dei suddetti robot. La storia è adrenalinica e appassionante condita da un pizzico di romance e mistero.

Genovese disegna il tutto con uno stile molto personale senza cercare di scimmiottare gli autori nipponici puntando molto sulla dinamicità delle tavole sacrificando, a volte, la leggibilità di alcune scene d’azione. Il tutto in perfetta sintonia con i testi di Vanzella. Il risultato è quello di un fumetto che trascina il lettore dalla prima all’ultima pagina senza eccessive sbavature o incertezze.

Chi si fosse fatto spaventare in passato dal prezzo del volume della Bao può adesso recuperare questo bel fumetto pensato sia per i fan di Go Nagai che per quelli di fantascienza in generale.

*Dovete comprare Beta: robot giganti, mostri alieni, robot giganti, pugni a razzo, robot giganti, superscienziati che complottano per impadronirsi del mondo, robot giganti, storie d’amore in tempo di guerra e l’ho già detto che ci sono i robot giganti? Qualunque cosa stiate facendo interrompetela, uscite di casa e compratelo! Ora!

Due preview del fumetto:

Orfani: Nuovo Mondo n.1 – L’aliena – Una umile recensione

Io mi ricordo bene quando mi sono avvicinato ad Orfani. All’epoca conoscevo poco, pochissimo Roberto Recchioni come autore. E ancora meno Emiliano Mammuccari.

Mi sono avvicinato al fumetto per caso, prendendo l’oramai mitico numero 0 che si trovava solamente da Gamestop. E fui folgorato. Un libretto di una manciata di pagine in cui, senza nessuna parola, solo attraverso le immagini e qualche citazione, veniva raccontato l’incipit di una storia. Una storia che oramai è entrata nel suo terzo anno di vita.

Quella sensazione la conservo, e mi tornerà utile, vi tornerà utile per questa recensione con cui umilmente proverò a cimentarmi.

Giunta alla sua terza stagione, il fenomeno Orfani non accenna a fermarsi, sfoderando sempre storie avvincenti e ottimamente realizzate. La divisione in “stagioni”, per adesso ha dato ottimi frutti, creato delle macro storie che riescono ad avere rimandi le une con le altre, ma che sono perfettamente godibili anche come entità a sé stanti, e cosa ancora più importante, ti invogliano a recuperare quanto non è stato letto in precedenza.

La serie è audace e spiazzante. Solo negli ultimi 3 numeri di Ringo c’è stata una vera e propria ecatombe dei personaggi principali, culminata con il sacrificio stesso del beniamino delle folle, Ringo appunto, con una delle sequenze di chiusura più belle che mi sia capitato di leggere in un fumetto recentemente.

Ma così è stato scritto, e così deve essere raccontata la storia.

Senza fare troppi spoiler sul volume in questione, ma dovendone fare necessariamente, per quanto avvenuto precedentemente, la storia riprende esattamente dove la avevamo lasciata un mese fa, con Rosa che orfana del proprio padre viene spedita nello spazio su di una delle nuove colonie terrestri. Non c’è lo sbalzo temporale di venti anni fra la fine di Orfani e Ringo, dove potrebbe essere accaduto di tutto, ma semplicemente c’è una continuazione diretta della narrazione. Senza neanche un attimo di tregua la navicella su cui viaggia la nostra nuova eroina viene abbattuta, e lei si ritrova su di un pianeta sconosciuto con animali che cercano di farle la pelle e nuovi antagonisti robotici che le danno la caccia.

Lo dico senza remore: ero partito prevenuto. Primo perché sono un nostalgico, e Ringo, dopo essere diventato praticamente il Solid Snake/Big Boss dei fumetti, non doveva andarsene così. Secondo perché Rosa non mi convince(va),  persino lo stesso Nuè o Seba mi sembravano più adatti a continuare l’avventura.

E invece, niente: Rosa è davvero cazzuta. Senza se e senza ma. Regala delle scene d’azione memorabili, con una naturalezza incredibile, e afferma solo per un breve secondo di essere stanca, il tutto mentre è incinta.

Al momento i comprimari introdotti sono pochi, Cesar (che aveva stretto il patto con Ringo alla fine della seconda stagione per salvare Rosa) e Host, un robot sferiforme che ricorda un incrocio fra una palla numero 9 del bilardo e Wheatley di Portal 2 (e che se non erro è lo stesso che aveva aiutato Ringo quando si pensava fosse morto in Orfani). Rimane inalterato il “villain” principale, ossia la presidentessa Juric, che ci regala anche un piccolo colpo di scena, piuttosto prevedibile, in chiusura albo.

Gli altri nemici robotici, i Cani, che vanno a sostituire i Corvi di Ringo, non mi hanno particolarmente convinto, anzi sembrano più che altro una copia carbone degli Orfani originali, ma sono convinto che anche questa cosa verrà spiegata o quantomeno motivata nei numeri a venire.

Anche perché le tematiche accennate solo nel primo numero sono tante, e fanno presagire una stagione molto interessante. Si parla di immigrazione, di ambienti ostili e di maternità con la sempre onnipresente tematica del trovare un luogo, sotto un regime totalitario e fascista, da chiamare “casa” e dove veramente sentire il senso di appartenenza ad una famiglia e ad una comunità.

Alle matite troviamo un ottimo Gigi Cavenago, che avevamo visto all’opera l’ultima volta sul volume “Orfani: Ringo n.11 – Tutti giù per terra”, sul cui tratto c’è davvero poco da dire, se non che la sua espressività mi lascia sempre sbalordito; mentre ai colori troviamo Annalisa Leoni, oramai abbonata a tutti i primi numeri delle stagioni di questa serie.

Anche qui abbiamo un lavoro impeccabile, con colori che mi sono sembrati più accesi rispetto agli altri numeri, più vibranti di carica cromatica e, per quanto sembri impossibile, in grado davvero di dare vita a tavole che anche in bianco e nero parlerebbero da sole.

Poco prima scrivevo delle sensazioni datemi dal numero 0 di Orfani, ricordate? Ecco, in questo numero ho potuto provare la medesima sensazione, durante cinque pagine magistralmente orchestrate, senza che ci fosse un dialogo ad interrompere il flusso della scena.

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E questa sopra è solo un semplice esempio.

Anche il cambio dell’artista che si occupa delle copertine, passate di mano da Emiliano Mammuccari a Matteo De Longis, l’ho trovato comunque molto piacevole, ho amato quelle delle stagioni precedenti, e anche questa, che comunque è la prima dei dodici numeri che ci aspettano, introduce perfettamente le atmosfere e l’ambiente in cui si svolge la storia.

In conclusione la strada imboccata è fra le migliori, e sono convinto che anche quelle pochissime cose che non mi hanno convinto da subito, troveranno una loro dimensione anche in questa terza stagione.

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