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Il marito di mio fratello: lacrimuccia per il finale

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Cover del secondo e ultimo volume de Il marito di mio fratello.

La conclusione de Il marito di mio fratello, la serie rivelazione candidata al Festival International de la Bande Dessinée d’Angoulême 2017, che parla di accettazione e di famiglia con grande naturalezza.

Di quanto mi sia piaciuta questa serie edita da Planet Manga ve ne ho già parlato qua, e vi ho raccontato di come il suo autore Gengoroh Tagame sia riuscito ad affrontare il tema del pregiudizio in modo magistrale sfruttando gli occhi della piccola Kana che, grazie alla sua spontaneità, ha aiutato il padre Yaichi a conoscere suo zio Mike venuto dal Canada per incontrare la famiglia di suo marito Ryoji, ormai defunto.

Quelli che invece la seconda parte va ad analizzare sono i concetti di accettazione e di famiglia, trattati sempre con il giusto equilibrio tra ironia e serietà.

Il volume si apre con una presa di coscienza da parte di Yaichi, che prima dell’arrivo di Mike non aveva mai approfondito l’argomento dell’omosessualità.

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Yaichi immagina Kana insieme a una donna.

Quando suo fratello Ryoji fece coming out la sua reazione fu una fredda e distaccata accettazione, e questo suo modo di agire aprì tra i due fratelli un invisibile, ma profondo divario; ora un dubbio lo attanaglia, nell’ipotesi mai vagliata che un giorno Kana possa innamorarsi di una donna, come reagirebbe?
A sorprendere è la velocità con cui si arriva alla risposta: mai più ripetere l’errore fatto in passato, mai più far soffrire una persona facendola sentire sola. Se la piccola Kana dovesse innamorarsi di una donna quello che Yaichi mette a sua disposizione è amore e dialogo, il necessario a farla sentire al sicuro e protetta.

È spiazzante come questa soluzione arrivi naturale e scontata e come invece non lo fosse  per nulla all’inizio, sottolineando quanto non sia semplice applicarla nella realtà, e come l’affetto per una persona cara dovrebbe eliminare ogni dubbio su come agire anche se il background culturale in cui viviamo rende tutto difficile, complicato e a volte tragico.Il_marito_di_mio_fratello_04

La parte più toccante di tutto il volume è invece l’inclusione di Mike nella famiglia: il concetto di famiglia è un tema quanto mai attuale nel panorama politico italiano, si dibatte da molto sull’argomento e molti gli associano il significato più evidente e scontato, ovvero “nucleo sociale rappresentato da due o più individui che vivono nella stessa abitazione e legati dal vincolo del matrimonio o di parentela”.

Quello che invece Tagame ci fa capire è che la famiglia può essere intesa in senso molto più ampio come l’insieme di persone che si vogliono bene, senza vincoli giuridici o legami di sangue; un concetto genuino e semplice che spesso non è facile accogliere e trasmettere.

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La famiglia non è formata solo da persone con legami di sangue.

Affrontati i temi sostanziali di cui sopra, il finale di questa storia si dipana tra un crescendo di sentimenti nati e sviluppati tra i protagonisti, conducendoci per mano al toccante e non stereotipato finale.

Se avete apprezzato il primo volume non potrete ignorare la lettura di questo secondo, a maggior ragione perché oltre allo sviluppo della storia viviamo anche quello dell’autore stesso che, procedendo con il racconto, acquisisce sempre maggiore disinvoltura sia nella narrazione che nel tratto.

Il marito di mio fratello fa l’effetto di un arcobaleno dopo la tempesta, è difficile rimanerne indifferenti.

La giusta mezura: due punti di vista equilibrati

La giusta mezura il nuovo romanzo di Flavia Biondi pubblicato da BAO Publishing, ha generato un interessante confronto tra me e Mattia Surroz, fumettista di fama nazionale che, oltre a essere un autore Disney, insegna alla Scuola internazionale di Comics; la nostra discussione, accesa ma sempre educata, si è trasformata in quello che state per leggere, le mie impressioni saranno in nero e quelle di Mattia in blu.


Bologna è la città dei giovani, grande ma a misura d’uomo, ricca di svaghi e di opportunità ma intima e romantica come si addice a ogni universitario che la sceglie come sede, i suoi loggiati sono rifugi sicuri per i numerosi studenti che la popolano e per i turisti che la scelgono come meta. Ricca di storia e tradizione è lo scenario perfetto per molti racconti ed è proprio qui che Flavia Biondi ha deciso di ambientare il suo nuovo libro.

Flavia è un’autrice che ha dimostrato, anche nei lavori precedenti, di fondare la sua narrazione sulla verità, per questo era necessario che le vicende narrate succedessero in una città reale. A mio avviso il rapporto che i protagonisti hanno con la città è (forse?) la parte più autobiografica del libro. Flavia a Bologna ci vive, e la Bologna de La giusta mezura è autentica, proprio per questo, perché è raccontata da qualcuno che la conosce e la ama profondamente. La città, che definisce anche le sorti dei protagonisti con la sua personalità, è quindi un’altra protagonista della storia, più che un’ambientazione.

«Storia: una parola che rappresenta gli avvenimenti assolutamente reali del passato e allo stesso tempo un racconto. Qualcosa di esclusivamente immaginario. Ma significa anche avere una relazione», di tutto questo parla il nostro fumetto, parla di un racconto, quello che sta scrivendo Manuel ambientato in un ipotetico medioevo e infarcito da nobildonne, cavalieri e draghi che inevitabilmente si intreccia con la vita reale, con la relazione che lui ha con Mia e della loro crescita assieme. Mia e Manuel sono due ragazzi alla soglia dei trent’anni, un traguardo spesso temuto, che ti costringe in molti casi a tirare le somme della tua vita in vista dell’ingresso nella seconda età, quella adulta.

Lui è un ragazzo saggio e posato, lavora come cameriere in una pizzeria e il suo sogno è quello di fare lo scrittore, e ci sta riuscendo, il suo romanzo web sta riscuotendo molto successo e un grande editore si è interessato alla sua opera. Lei ha le idee un po’ confuse, vorrebbe diventare una scultrice, il motivo per cui è scesa da Venezia a Bologna, ma la strada non è facile, negli anni ha svolto numerosi lavori e l’ultimo, quello di commessa in un negozio di scarpe, le stava ormai stretto al punto da spingerla a un licenziamento improvviso. Entrambi hanno però un obiettivo comune, quello di lasciare la casa per studenti nella quale vivono e trasferirsi in un’abitazione tutta loro. Manuel questo lo sa bene e sta lavorando affinché possa diventare realtà, ma Mia non sa più quello che vuole, il traguardo dei trent’anni l’ha fatta sprofondare in una profonda crisi personale e tutto viene messo in dubbio, anche il loro rapporto.

In quanti hanno provato a raccontare la vita dei trentenni e dei loro sogni, delle loro paure e dei loro obiettivi? Credo sia un tema narrato un po’ ovunque e spesso usato nelle serie tv, e proprio pensando a questo media scaturisce il confronto con Ted e Robin, due dei protagonisti di How I Met Your Mother, una sitcom americana andata in onda da qualche anno anche da noi e sempre replicata. Anche in questa serie vediamo raccontati i dubbi e i timori di ragazzi giovani che si avvicinano alla soglia dei trent’anni caricandosi di obiettivi, aspettative e sogni. In questo caso però i ruoli sono invertiti: Robin è la figura sicura, forte e determinata, è una ragazza risoluta, emancipata e indipendente, il suo sogno è quello di diventare una giornalista televisiva e pian piano lo sta coronando; Ted invece è insicuro, ha la sola certezza di voler diventare un architetto e metter su famiglia, è un sognatore e un ragazzo anche ingenuo che si innamora facilmente, ma solo una sarà la donna della sua vita, e no, non è la madre dei suoi figli (come molti di voi sapranno).

Ma come raccontare un tema in fondo così delicato quanto comune? Con la bravura e la delicatezza che contraddistingue Flavia nei suoi racconti. Le similitudini tra le due storie sono moltissime e l’unico punto fermo è l’incertezza nel futuro e di come la soluzione a tutto sia quella di trovare La giusta mezura, il giusto equilibrio che fa procedere nella vita.

Io penso invece che il libro sia tutt’altro, per questo il confronto con la serie lo trovo fuorviante. Sì, è la vita di due trentenni che faticano a diventare adulti, come tutti quelli della nostra generazione, ma il cuore del libro, e della potenza di questo fumetto, è altrove. Flavia fa una scelta coraggiosa, a differenza di quello che dici tu parla di qualcosa di cui non parla mai nessuno. Si pone delle domande, anche brutali, che di solito nessuno si pone quando decide di parlare di amore. Come si sopravvive all’innamoramento? Come si riesce ad accettare che le farfalle nello stomaco siano digerite da anni? Cosa tiene insieme le coppie di lunga data? Su quali basi si devono fare progetti di vita, continuare a scegliersi ogni mattina? Come si fa a diventare adulti insieme, senza perdersi, o senza diventare tristi?
E prova a rispondere a queste domande con un gioco di equilibri magistrale. Anzi, la risposta a questi interrogativi la svela già nel titolo (e qui ci trovo una similitudine altisonante: chiunque abbia letto La terra dei figli di Gipi capirà perché penso che la scelta di questi due titoli abbiano in comune questo, il senso del libro stesso).
Concede al lettore di addentrarsi nei dubbi e nelle intemperanze di Mia, crea l’escamotage narrativo che vede far capolino di tanto in tanto le pagine del libro che sta scrivendo Manuel, che diventa la metafora di come certi ideali totalizzanti sull’amore si scontrino con la vita vera, e di come si debba farci i conti.
Gestisce le dinamiche tra i protagonisti mettendogli spesso la telecamera vicina vicina, dosa silenzi e dialoghi affilati come in pochissimi riescono a fare oggi.
Dicevo, risponde a quelle domande in maniera sorprendentemente matura, considerato che stiamo parlando di una ventinovenne, e infatti le risposte, non di certo per caso, le mette in bocca alla mamma della protagonista Mia.
Sembra davvero che l’autrice l’abbia trovata, la giusta mezura, tra narrazione e autobiografia, tra testo e disegno, tra leggerezza e profondità.

La Biondi nasce a Castelfiorentino in provincia di Firenze nel 1988 e i suoi studi l’hanno vista impegnata nei corsi dell’Accademia di belle arti di Bologna e nello specifico in quello di illustrazione e fumetto. Da sempre la sua passione è quella del racconto, storie le sue che narrano di personaggi modesti ma dal grande cuore, e diverse sono le pubblicazioni che raccolgono la sua passione. Con la casa editrice Renbooks pubblica Barba di perle (2012), L’orgoglio di Leone (2014) e L’importante è finire (2015), tre grapich novel a tematica LGBT. Nel 2015, per i tipi di BAO Publishing, pubblica il graphic novel La generazione e quest’anno La giusta mezura, sempre quest’anno partecipa all’antologia Melagrana di Attaccapanni Press. Il suo tratto è armonico e spontaneo, è caratterizzato da un uso sapiente delle tinte nette, dei colpi di luce e delle chiusure dell’ombra, un tratto raffinato e ricercato che ben si adatta alle sue storie.

Flavia è uno di quegli autori di cui non si riesce a decidere se sia più brava a scrivere o a disegnare. In realtà penso sia stupido chiederselo, perchè i fumetti sono quello, scrivere per immagini. La cosa certa, parlando del disegno, è la crescita esponenziale rispetto a La generazione. Riconferma e affina la sintesi, ribadisce un gusto raro (e funzionale alla narrazione, soprattutto) nella scelta delle inquadrature, nella gestione della gabbia e del ritmo, e sorprende per l’intensità della recitazione dei personaggi.

La BAO le dà molta fiducia confezionando per La giusta mezura un’edizione di lusso con copertina retinata blu e una stampa a pressione bianca. Un volume che rende confortevole la lettura lasciandoci immergere in questo piacevole ed emozionante racconto.

Quante canzoni, libri, film, raccontano di amori che iniziano e finiscono. A parlare di tutto quello che c’è tra questi due estremi , come ironizza l’autrice con una punta di amarezza, sembra ci siano solo certi rotocalchi femminili, o le barzellette della settimana enigmistica. La Biondi ci fa un grandissimo regalo, da oggi, per fortuna, a parlare di tutto quello che ci sta nel mezzo, e di come sopravviverci, c’è anche questo prezioso fumetto, La giusta mezura.

La Generazione, storia di una famiglia

imageEdito dalla Bao, questo volume fa parte della collana “Le città viste dall’alto”, una raccolta di storie che non potrebbero succedere altrove, ma potrebbero succedere a te.

Il protagonista della storia è Matteo, un ragazzo poco più che ventenne che torna nel suo paese toscano, dopo aver vissuto tre anni a Milano, portando con sé un grande peso, quello di essere tornato perdente: lui stesso si considera un fallito, non ha più l’amore, non ha un lavoro, col suo babbo non parla dalla partenza e l’unico posto pronto ad accoglierlo è casa di sua nonna, un’abitazione un po’ affollata che vede, oltre all’ultranovantenne ormai sulla sedia a rotelle, tre zie A, B e C (casualmente le iniziali dei loro nomi) e sua cugina Sara. Matteo era fuggito da una vita che pensava gli stesse troppo stretta, ma scoprirà presto che quella vita da cui era fuggito sarà il motivo che lo farà crescere e maturare, scoprirà che a tendergli la mano in un momento di bisogno può essere qualcuno a cui non pensava, scoprirà che suo padre non ha mai smesso di amarlo nonostante la sua omosessualità e scoprirà che i frutti, quando sono maturi, si staccano, ma che l’albero continua a crescere.

Una storia semplice, lineare, ben scritta, nella quale può essere facile rivedersi: in fondo le famiglie sono tutte simili, hanno pregi, hanno difetti, è facile trovare la zia burbera, quella buffa, la zia più pacata; è facile trovare una nonna che dietro un viso segnato dal tempo, e lo sguardo severo, nasconde l’affetto per i suoi figli; è facile anche trovare l’amore, quello tra Sara e l’infermiere “cowboy” Francesco, e quello tra il biondo Matteo e il moro e barbuto milanese Massimo; per certi versi una storia alla Özpetek, in cui il fulcro del racconto è spesso la famiglia, quella bella e calorosa, quella italiana.

Ben disegnata con un tratto pulito, essenziale, ma al tempo stesso fresco e comunicativo, la penna di Flavia Biondi trova un buon mix tra lo stile shojo dei manga e quello delle graphic novel italiane.

Un volume che vi trascinerà nella sua lettura dalla prima all’ultima pagina, vi farà ridere e vi farà anche versare qualche lacrima, alla riscoperta dei valori e dei sentimenti umani.