Lady Oscar

In arrivo la colonna sonora definitiva di Lady Oscar

Splendida notizia per tutti i fan della serie Le rose di Versailles, o Una spada per Lady Oscar come è più noto in Italia: la Universal Music Japan ha rilevato i diritti della musica del cartone animato del 1979 e ha annunciato la pubblicazione di un cofanetto intitolato Le rose di Versailles – Collezione di musiche [Versione definitiva].

Copertina di "Versailles no bara - Ongakushuu [Kanzenban]".

Copertina del box Versailles no bara – Ongakushuu [Kanzenban], ovvero la raccolta definitiva delle musiche tratte e/o ispirate dall’iconico cartone animato realizzato da Osamu Dezaki a partire dall’iconico fumetto di Riyoko Ikeda. L’illustrazione non è nuova ed è l’immagine che la Ikeda disegnò per la sigla finale originale.

Nonostante il successo planetario della serie e il suo essere uno dei massimi rappresentanti del fumetto e dell’animazione giapponesi nel mondo, finora l’anime di mademoiselle Oscar non possedeva ancora una sua colonna sonora degna di questo nome. Quando uscì il cartone, a cavallo degli anni ’70 e ’80, era molto più in voga pubblicare singoli in vinile a 45 giri con la sigla iniziale sul lato A e quella finale sul lato B; la tradizione si è mantenuta intatta fino agli anni 2000 anche col passaggio al CD, con la differenza che nel tempo al singolo si è affiancata la cosiddetta OST (original soundtrack, la colonna sonora completa), un gadget via via sempre più amato dai fan a partire dagli anni ’80, ovvero il periodo in cui, grazie all’ideazione degli OAV e alla diffusione dei film per il cinema, il mondo dell’animazione giapponese conobbe il suo massimo sviluppo culturale e commerciale.

Proprio sull’onda del riscontro economico della vendita delle colonne sonore, all’inizio degli anni ’90 la casa di produzione Tokyo Movie Shinsha decise di pubblicare alcune OST di suoi vecchi cartoni animati, fra cui Le rose di Versailles: nel 1994 venne messo in vendita Le rose di Versailles – Le rose sfioriscono meravigliosamente, un album con 20 brani di cui 12 erano canzoni (sigle in versioni lunghe e corte e brani vari ispirati alla serie) e i restanti otto erano collage di numerosi brani musicali uniti per tema (tutti i brani allegri, tutti i brani tristi, eccetera). Parte di queste musiche erano in realtà composizioni standard dell’archivio della Tokyo Movie Shinsha, che le riciclava per più anime, e nei collage erano tutte mischiate insieme e comprensive anche degli effetti sonori: non esattamente un lavoro filologico. L’album è poi andato fuori commercio ed è disponibile gratuitamente su Internet.

Colonne sonore de "Le rose di Versailles".

Precedenti colonne sonore de Le rose di Versailles. In alto, a sinistra la OST pubblicata dalla TBS nel 1994 con un mix di canzoni e una selezione minima di brani; a destra uno dei vari drama CD con i doppiatori del cartone animato che recitano scene celebri. Sotto, a sinistra una delle svariate compilation di brani tratti dal trionfale spettacolo teatrale de Le rose di Versailles messo in scena dalla compagnia teatrale di sole donne Takarazuka Revue fin dal 1974 in ben 16 (sedici!) versioni diverse; a destra una rarità assoluta, ovvero la colonna sonora composta da Michel Legrand per il film su Lady Oscar recitato dall’idolo degli anni ’80 Patsy Kensit.

Ora la nuova uscita della Universal Music Japan dovrebbe sanare questa grande lacuna nella discografia di ogni vero otaku. L’album uscirà il prossimo 22 giugno e sarà un bellissimo box da tre CD contenenti nientemeno che 101 brani tutti rimasterizzati in digitale, comprese le sigle lunghe, corte e strumentali (assolutamente un must da cantare al karaoke), le canzoni ispirate al cartone, e l’integrale dell’enorme corpus di oltre 70 musiche scritte per la serie dal compositore Kouji Makaino, classe 1948, almeno tre pseudonimi, straordinariamente prolifico, uno che ha composto le OST di tutte le maghette dello Studio Pierrot, di Lupin III, dei vari Gundam, onnipresente in qualunque media e ancora oggi attivo soprattutto per la Johnny & Associates, ovvero la più importante agenzia artistica di idol maschili in Giappone che rappresenta le megastar Arashi, SMAP, eccetera: in pratica, da oltre 40 anni Makaino è una di quelle quattro-cinque persone che letteralmente mandano avanti la baracca del j-pop.

Copertina del singolo "Bara wa utsukushiku chiru/Ai no hikari to kage".

Per chi acquista l’album direttamente sullo shop online della Universal Music Japan, c’è in regalo questa riproduzione anastatica della cover originale del singolo Bara wa utsukushiku chiru (“Le rose sfioriscono meravigliosamente”)/Ai no hikari to kage (“Luci e ombre dell’amore”), ovvero le sigle OP & ED della serie tv cantate da Hiroko Suzuki.

La tracklist è già stata rivelata e purtroppo non saranno presenti né brani cantati dalla fumettista Riyoko Ikeda, che è un soprano professionista, né la sigla-valzerino dei Cavalieri del Re, né soprattutto la sigla-dramma di Cristina D’Avena che tanti fan ha spinto a lacrime inarrestabili. Pazienza, se non altro dal 22 giugno gli amanti di Oscar François de Jarjayes potranno esporre con orgoglio sulla propria libreria un vero pezzo dell’animazione giapponese.

Shounen + shoujo = Versailles of the Dead

Sul numero di febbraio della giovane rivista Hibana, costola più sperimentale e à la page della ben più storica e nota Big Comic Spirits su cui ha pubblicato la crème de la crème del fumetto giapponese (e nota per avere sempre in copertina modelle giovani, innocenti e in déshabillé), è apparsa una nuova serie dal titolo che è tutto un programma: Versailles of the Dead.

Copertina dedicata a "Versailles of the Dead" sul numero di febbraio 2016 della rivista "Hibana".

La copertina di Hibana (“Scintilla”) con Maria Antonietta sporca di non si capisce se sangue o marmellata di fragole: quando si dice un’immagine d’impatto. Sarebbe fra l’altro interessante indagare le ragioni del perché l’ultima regina di Francia sia diventata una figura così tanto amata e nota in Giappone, paese dove i personaggi storici occidentali non sono molto famosi (esattamente come in Occidente non lo sono quelli giapponesi).

Già dal titolo appare evidente che l’opera è un clash of the clichés e che si è voluto pescare da un bacino di pubblico dissociato e/o con personalità multipla, dato che mette insieme lo storico shoujo manga del 1972 Le rose di Versailles (aka Lady Oscar) e la sua fascinazione romantica che ha ispirato tutte le generazioni di autrici a seguire, con il ben più truce shounen manga del 2006 Highschool of the Dead (in originale “Apocalisse scolastica”) che ha fatto partire tutto un franchise di of the Dead caratterizzato da ninfette tettone sì e no vestite e tutte lorde di sangue.

L’autrice è Kumiko Suekane, un nome non molto noto che però in realtà ha lavorato come character designer e disegnatrice a molti prodotti anche questi estremamente variegati, sia sanguinolenti come il fumetto BLOOD+ A e il videogioco Resident Evil 3: Nemesis, sia per niente sanguinolenti come il fumetto commedia 2DK e il videogioco investigativo Ace Attorney.

Copertina del primo volume di "BLOOD+ A" e immagine promozionale di "Ace Attorney".

Opere precedenti della stessa autrice. A sinistra la copertina del primo volume del fumetto del 2006 di BLOOD+ A (quella “A” si legge “Adagio”) in cui si mettono insieme i vampiri con i Romanov; a destra un’immagine promozionale per il videogioco del 2001 Ace Attorney (in originale “Processo con colpo di scena”) in cui si mettono insieme l’arte della retorica forense con quella della parrucchieria.

Nelle prime tavole si cita in maniera esplicita il Marie Antoinette di Sofia Coppola, salvo che poi la carrozza che trasporta l’austriaca viene attaccata da un gruppo di zombie famelici: chissà con quali coup de théâtre la serie legherà insieme la parte storica con quella horror, e chissà dove l’autrice vuole andare a parare. Nell’attesa, non resta altro da fare che mangiarsi una bella brioche al grido di «Vive la Reine!».

Madoka Magica meets Ryutaro Arimura

Da un paio d’anni il gruppo musicale rock giapponese Plastic Tree ha totalmente cambiato la propria immagine, immagine che per loro è basilare essendo una band visual kei, cioè un tipo di glam rock in cui l’importanza della parte visiva non è inferiore a quella musicale. Sostanzialmente è teatro: le band visual kei pubblicano più DVD che album e scrivono più saggi, editoriali, articoli su riviste e interviste varie (corredate da mille foto) che testi di canzoni. Lo scopo finale è fornire all’ascoltatore una controparte visiva di quella sonora, come in Fantasia, e ottenere nei concerti appunto un risultato teatrale, in cui scenografie, costumi, trucco & parrucco eccetera si sposano con la proposta musicale. Concettualmente non siano lontani dall’opera lirica, insomma.

La rock band giapponese Plastic Tree nel periodo "Ammonite".

I Plastic Tree in uno degli scatti più gioiosi e solari della loro carriera, dato che l’iconico cantante Ryutaro Arimura, noto per i capelli corvini a fungo, i cosplay di L di Death Note e le tetre canottierine sdrucite, indossa addirittura una t-shirt con un fiore rosso.

Data l’importanza dell’immagine, nessuno stupore quindi che i gruppi visual kei pubblichino album e singoli in svariate edizioni con svariate copertine per moltiplicare la loro creatività visiva. I Plastic Tree non fanno eccezione e nel biennio 2014-2015 la band si è affidata al collettivo di artisti noto come Gekidan Inu Curry, che vuol dire qualcosa come “Troupe teatrale Curry del cane” (o “al sapor di cane”, il che è inquietante), ormai celebre fra gli otaku di tutto il mondo per aver lavorato a serie come Sayonara zetsubou sensei e soprattutto a Puella Magi Madoka Magica, il majokko alternativo diventato certamente uno degli anime più importanti dai tempi di Neon Genesis Evangelion, e per i suoi stessi motivi: profondo legame con la produzione precedente, reinvenzione dei topoi del genere, trama basata non sugli eventi esterni bensì sulle scelte e svolte psicologiche dei personaggi, e finale aperto a interpretazioni e sequel. Infine, c’è un altro basilare elemento comune: la fortissima identità grafica.

Infatti, come chiunque abbia visto Neon Genesis Evangelion non può dimenticare la grafica allarmante della NERV e dei suoi sistemi di difesa, allo stesso modo chiunque abbia visto Puella Magi Madoka Magica non può dimenticare la grafica allarmante delle Streghe e dei loro sistemi d’attacco. Evidentemente è andata così anche per i Plastic Tree, che nello spot pubblicitario dei concerti di fine anno 2015 citano la serie di Hideaki Anno (enormi ideogrammi bianchi su fondo nero, Inno alla gioia di Beethoven, montaggio serrato) e nelle copertine delle loro ultime uscite citano la serie di Akiyuki Shinbou.

Copertine di album di musicisti giapponesi disegnate da fumettisti.

Quando i fumettisti incontrano i musicisti. In rigoroso ordine cronologico: in alto a sinistra la copertina dell’album Noblerot (cioè la muffa nobile della pianta di vite) degli ALI PROJECT del 1998 realizzata dalle CLAMP in piena fase Clover; al centro il singolo del 2000 dei LAREINE Bara wa utsukushiku chiru che coverizza la sigla originale di Lady Oscar ed è illustrato da Riyoko Ikeda in persona; a destra Invade del 2011 dei jealkb per cui Akira Toriyama ha lavorato gratis essendo un «amico di bevute dei membri della band». Sotto: a sinistra la copertina di Nihon chinbotsu (“Il Giappone affonda”) del gruppo visual kei R-shitei del 2012 disegnata da Suehiro Maruo nel suo raffinato stile grand-guignol; al centro la stilosissima cover dello stilosissimo mangaka Hisashi Eguchi per lo stilosissimo album del 2013 date course delle idol lyrical school; a destra la versione giapponese dell’eponimo album di debutto del 2014 della pop-rock band svedese Dirty Loops illustrata da Hirohiko Araki (e nella versione intera si vede che i personaggi sono in pose assurde e galleggiano sui fiori).

Tralasciando il grande mondo delle sigle degli anime dove spesso le copertine sono illustrate dai character designer delle serie, nonché tutta quella musica con una funzione nella trama che ha nella saga di Macross il suo massimo rappresentante, va comunque ricordato che non è assolutamente la prima volta che in Giappone il mondo della musica incontra quello di fumetti & cartoni animati. Gli esempi sono numerosi e con grandi nomi coinvolti: fra le tante collaborazioni, molte sono in ambito visual kei come quelle fra i LAREINE e la loro musa Riyoko Ikeda, fra i jealkb e il sempiterno Akira Toriyama o fra gli R-shitei e il maestro del grottesco Suehiro Maruo; anche in ambito più pop basti citare gli ALI PROJECT con le storiche collaboratrici CLAMP, le lyrical school che si fregiano di avere una cover di Hisashi Eguchi, e addirittura la band svedese Dirty Loops che per la versione giapponese del proprio album di debutto ha chiesto a Hirohiko Araki di disegnare la copertina, per non parlare dell’intera discografia degli ASIAN KUNG-FU GENERATION i cui artwork di tutti i singoli e gli album sono opera di Yusuke Nakamura (il character designer del celebrato anime The Tatami Galaxy).

In questo caso però si è trattato di un progetto inedito: il gruppo artistico Gekidan Inu Curry e il gruppo musicale Plastic Tree hanno lavorato insieme e pianificato una serie di opere visivo-musicali realizzate seguendo un tema comune; nella pratica sono stati pubblicati tre singoli conclusi poi da un album (in Giappone i singoli escono prima degli album) con copertine splendide e, sorpresa, componibili.

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Il primo lavoro, risalente al settembre 2014, è stato il singolo Mime (come “mimo” in inglese) edito in quattro versioni: una conteneva il solo CD, le altre tre un DVD extra con contenuti diversi tipo il videoclip o esibizioni live. In questo primo caso le quattro cover erano concepite come un nastro infinito: messe in fila una dopo l’alta formano un’immagine continuativa, ma anche il bordo superiore della prima immagine e quello inferiore dell’ultima combaciano così che il cerchio ricomincia. In queste immagini i musicisti stessi hanno collaborato alla grafica e l’ispirazione è palesemente legata a Puella Magi Madoka Magica, con chiari riferimenti alla Walpurgisnacht.

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Anche il secondo singolo Slow è stato stampato in quattro versioni, ma poiché stavolta il tema della canzone era lo scorrere del tempo gli artisti del Gekidan inu curry hanno pensato a una spirale di piccioni psichedelici, volti che gocciolano latte e bambini dagli occhi rossi su quattro copertine che si compongono a formare un cerchio; cerchio che poi, nel merchandising della band, diventa un vero orologio.

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Il terzo e ultimo singolo della collaborazione fra i Plastic Tree e i Gekidan Inu Curry è stato Rakka (“Cadono i fiori”), col suo video in cui cadono le parole e le cover in cui cadono i fiori, gli occhi, le stelle, le farfalle, i paisley, i colori, le lacrime di Ecoline, i ricordi e tutto quanto possa cadere sulla città in questo rettangolo stretto e lungo.

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Infine, come regalo per i fan, i Plastic Tree hanno pubblicato a Natale 2015 l’album Hakusei (“Animali impagliati”), nella cui cover i volti dei quattro componenti della band appaiono all’interno di quello di un quinto individuo dalle pupille vitree, circondato da varie parti di animali altrettanto immobili e statuari, il cui collo è fissato a una cornice appesa al muro. Nell’edizione deluxe l’album è contenuto all’interno di un cofanetto di cartoncino con un libro illustrato in cui le foto dei musicisti sono state ritoccate a mano all’acquerello, tempera e collage dagli artisti per apparire come animali impagliati con pose innaturali e occhi immobili. Un’idea piuttosto inquietante, hitchcockiana, ancor di più considerando che gli animali impagliati sono un tema di Psycho e che quel corvo nero sulla testa di Ryutaro Arimura e del personaggio in copertina è chiaramente un rimando a Gli uccelli.

Chissà se i Plastic Tree e i Gekidan Inu Curry avevano in mente Morrissey e il suo motto «Meat is murder» quando hanno pensato al tema visivo dell’album: non lo sapremo mai, ma almeno agli amanti degli anime e a quelli di j-rock resta quest’interessante quartetto di dramatis personæ, tempus fugit, vanitas e et in Arcadia ego (che allegria).

Riyoko Ikeda: Mangaka, soprano e Cavaliere

Oggi (18 dicembre) è il compleanno di Riyoko Ikeda, nota autrice di manga quali Caro fratello, Orpheus, Elisabetta ed Eroica. Ma soprattutto nota a tutti i fan italiani (e mondiali) per aver dato vita ad uno dei capolavori indiscussi del fumetto mondiale: Lady Oscar (Versailles no bara).

Lady Oscar

La Ikeda è una delle 24-Gumi (ovvero nate nell’anno 24 dell’era Showa), un gruppo di artiste che ha rivoluzionato il genere shoujo. Di questo gruppo fanno parte artiste del calibro di  Yasuko Aoike, Moto Hagio, Yumiko Ōshima, Keiko Takemiya, Toshie Kihara, Ryoko Yamagishi, Minori Kimura, Nanae Sasaya e Mineko Yamada.

Osamu Tezuka: “Versailles no Bara è il manga che mi consigliò mia figlia di leggere, e “Orpheus no mado” è il manga che io consigliai a mia figlia di leggere”.

Il suo lavoro le ha fatto ricevere, nel 2009, la Legione d’onore: la più prestigiosa onorificenza data dal governo francese in quanto il suo lavoro ha contribuito a divulgare la storia e la cultura francese in Giappone. Per un periodo ha abbandonato la carriere da mangaka per perseguire quella di soprano incidendo due album e si è esibita anche durante il Romics del 2010.

Qui possiamo ammirare alcune delle sue illustrazioni:

Piccola guida per moderne lettrici di shoujo manga

Come il titolo credo spieghi semplicemente, quella che mi accingo a proporre è una Guida orientativa per le moderne ragazze di oggi che, nonostante l’apparenza di tormentate fashion victim e ammiratrici, ma sdegnose, di belli e dannati da palcoscenico, sono inconfessabilmente sentimentali e nascondono sotto il letto i peluche puffosi di quando erano non-adolescenti e i fumetti romantici fabbricati in Sol Levante.

Perché, a parte tutto, una guida ce la vuole nel vasto, vastissimo panorama degli shoujo manga pubblicati da quasi tutte le case editrici esistenti. E lo so bene io, che mi vedo passare sotto gli occhi tutti, ma dico davvero tutti, i primi numeri delle storie per ragazze che arrivano sul mercato.

Non troverete nella guida la storia di questo genere a fumetti (non sarei comunque la persona più adatta a farlo) né celebrazioni di autori a discapito altri: posso soltanto ricordare brevemente come i tempi e i fasti di storie d’amore inserite in contesti storici, in qualche modo rappresentativi di un’epoca, un paese, un evento – per intenderci i Lady Oscar (La rosa di Versailles), i Candy Candy, i Madamoiselle Anne (Una ragazza alla moda) – non tornano più.

Mdemoiselle Anne (titolo italiano) racconta dell'occidentalizzazione del Giappone.

Mademoiselle Anne (titolo italiano) racconta dell’occidentalizzazione del Giappone.

Oggi le storie e le ambientazioni che vedono nascere e sviluppare amori giovanili e strappalacrime si svolgono prevalentemente tra i banchi di scuola, il luogo dove, d’altra parte, gli adolescenti nipponici trascorrono la maggior parte della loro giornata. Parentesi: sono stata in Giappone e posso assicurare che tutto ciò che è illustrato nei manga, usi, abiti, luoghi, costumi, è assolutamente realistico (a meno che non stiamo leggendo un fantasy) ed è così realistico perché uno degli scopi del fumetto è quello della catarsi, coinvolgere il lettore tanto da farlo identificare con i personaggi, e in questo modo, paradossalmente, farlo separare dalla propria realtà quotidiana e farlo sognare di essere qualcun altro, in altre situazioni, piacevoli o emozionanti. Lo sapevamo già, no? È lo scopo stesso della letteratura.

Lady Oscar ha insegnato a tutti la storia e la Rivoluzione Francese

Lady Oscar ha insegnato a tutti la storia e la Rivoluzione Francese

Anche le signorine italiane, anche se non vivono nella medesima realtà scolastica, possono identificarsi e sognare con i sentimenti delicati e sublimi che questi volumetti propongono. Eppure, bene o male, le situazioni presentate sono sempre quelle: un ragazzo incontra a scuola una ragazza (o viceversa), dopo vicissitudini ed equivoci capiscono di piacersi, la realizzazione del loro sogno d’amore è però ostacolata da un rivale (o una rivale) o da una situazione drammatica (una separazione, una morte ecc.) ma alla fine tutto si risolve per il meglio (oppure no) e nel frattempo sono maturati e sono pronti ad affrontare la loro vita post-adolescenziale. Questo è lo schema tipico del genere e va benissimo così, l’importante è saperlo, non aspettarsi nulla di troppo diverso, e se non piace leggere qualcos’altro.

Ma perché dunque dovremmo comprare (mi ci metto pure io) altri shoujo dopo aver letto il primo, sapendo benissimo quello che succederà mano a mano che i numeri vengono editati? Bèh, se una cosa ti fa star bene, ti fa sognare, ti insegna anche qualcosa, perché NON dovresti leggerla o comprarla? Finché è legale, shoujo e sogni d’amore a manetta, la vita è già tanto brutta e deludente! La ripetitività dà quel senso di sicurezza e tranquillità che ci manca nella vita, per il resto basta essere abbastanza con i piedi per terra da capire che si tratta solo di sane, innocenti, illusioni per non farsi troppo male e godersela.

Questo però non vuol dire che tutto quello che troviamo in fumetteria, reparto rosa/rose, è buono e giusto, esistono delle caratteristiche che distinguono un buon prodotto shoujo da uno di cui si può anche fare a meno, elementi semplici ma che assicurano quell’effetto morfina  a cui aneliamo.

Come può fare, dunque, una signorina che ha solo sentito parlare di Georgie e di Kiss me Licia (Love me Knight) a capire quali sono i titoli che meritano di essere acquistati e che produrranno indimenticabili batticuore? Stringendo ben bene, i punti cardinali per orientarsi sono essenzialmente tre.

In Italia Kiss me Licia è diventato un must

In Italia Kiss me Licia è diventato un must

Prima di tutto, e fondamentale per me: il buon disegno. Non voglio dire che se le protagoniste hanno occhi che coprono metà del viso ci troviamo di fronte a una cattiva realizzazione, ma dico che l’espediente di ingigantire l’occhio, riempiendolo di grazie e stelline, è utilizzato spessissimo per semplificare la resa delle espressioni del viso. Fateci caso: occhi giganteschi, naso che serve a dare un baricentro al tutto, sopracciglia perse dentro la romantica frangia, e bocca che può essere sorridente, dritta, all’ingiù. Per capire si capisce, ma… Insomma, se vi piacciono ben venga, ma un tratto delicato, l’abilità della mano, l’effetto delizioso di alcune opere vale già di per sé il costo dell’albo; oltre questo, naturalmente, nel campo “disegno” vanno inseriti anche la regia , la varietà delle inquadrature, dei tagli, delle pause riflessive ecc.

Occhioni a profusione! bocca a triangolo! Il naso c'è?

Occhioni a profusione! Bocca a triangolo! Il naso c’è?

Secondo: il carattere dei personaggi. Ormai per movimentare le storie si creano characters che presentano particolarità utili allo sviluppo del plot: lei più alta di lui, lei incredibilmente piccola, lui con problemi di socializzazione, lei che sembra Sadako di Ring, lui che ha un trauma infantile (se li avete collocati tutti nominando mentalmente il titolo siete dei veri appassionati di shoujo, complimenti!). Ci sta bene tutto, siamo favorevoli, anche perché così si offrono maggiori spunti di identificazione, ma almeno che questi personaggi siano simpatici! Si rendano indimenticabili! Ci facciano riflettere! Parentesi personale: io quelle che piangono in continuazione o reagiscono da dementi ad una situazione semplicissima, dove basterebbe dire una parola per chiarire un equivoco, proprio non le sopporto! Aggiungono pathos e commozione alla storia, ma sono deleterie! Anche perché, e torniamo agli espedienti usati dai meno dotati, avere un personaggio così semplifica tutto, non ti serve creare qualcosa di originale, basta buttare là ostacoli a caso (spesso faziosi) e diventano drammi di Euripide e il volumetto è composto. E tutto ciò ci porta al punto tre…

Anche se ci sono lacrime non c'è dramma, e il tratto è incantevole...

Anche se ci sono lacrime non c’è dramma, e il tratto è incantevole…

L’intelligenza della sceneggiatura: la trama non deve essere per forza originalissima (uno sforzo che potrebbe provocare danni più seri) la tranquillizzante ripetizione dei meccanismi ci va bene, ma ci sono dei titoli che mancano del tutto di quella scintilla che basterebbe a rendere unica l’opera.  Spesso basta la sensibilità giusta nel raccontare, l’impostazione di un “cast” con protagonisti e comprimari convincenti e coinvolgenti, e lo schema, per quanto già visto, può apparire nuovo e indimenticabile. Non sempre è bene  l’espediente del vezzo, un leitmotiv divertente che accompagna il protagonista, l’ho visto usare molte volte con effetti stucchevoli, ma non significa che un bravo autore non riesca ad introdurlo in maniera più che positiva. Inoltre il senso dell’umorismo non sta per forza nelle battute, in scenette comiche o ridicole, il senso dell’umorismo sta anche nel portare a risoluzione un evento in maniera originale, simpatica, edificante.

 no Haru ride

Ecco la parola che ho procrastinato per tutta la Guida. Uno shoujo manga ben fatto dovrebbe essere E d i f i c a n t e, dovrebbe essere chiuso con il sorriso sulle labbra, e magari con ancora in mente un passaggio, una vignetta, una frase. Per questo, e concludo, evito tutte le storie che intuitivamente promettono un finale triste. Quelli li vedo fin troppo spesso, non mi servono, mi serve invece lo sguardo con gli occhietti a cuore, almeno per dieci secondi dopo aver chiuso l’albo.

 

Benvenuti in Giappone 01 – Matrimonio & felicità

Vivere in Giappone può essere al contempo un’esperienza meravigliosa e snervante, e lo dico a ragion veduta dato che ci abito da ormai quasi due anni. Poiché i due aspetti combaciano in maniera inscindibile senza mai prevalere l’uno sull’altro, è utile ogni tanto mettere nero su bianco i flussi di coscienza e i corto circuiti che si generano nella mia mente dallo scontro fra la mia cultura italiana e la cultura giapponese, per valutarne i sinonimi e i contrari: per questo motivo ho aperto tempo fa un blog, e a partire da oggi riporterò qui sul sito di Dimensione Fumetto quei post che si intrecciano con i fumetti, i cartoni animati e più in generale con l’intrattenimento del paese del Sol Levante.


Un giorno, chiacchierando del più e del meno con una studentessa delle scuole superiori, siamo finiti a parlare del mio matrimonio quando lei ha notato la mia fede nuziale. Si è molto stupita per il prezzo elevato e perché ci sono la data delle nozze e il nome di mia moglie incisi all’interno dell’anello (non so se perché in Giappone non si usa o perché è lei che non lo sapeva), poi alla mia domanda se anche lei avesse intenzione in futuro di sposarsi o meno mi ha risposto testuale:

Certo! Voglio sposarmi presto ed essere felice!

Ora, in realtà la traduzione letterale della sua frase è «Certo! Voglio sposarmi presto e diventare felice!», ma in giapponese spesso si usa “diventare” come un sostituto del verbo “essere”, e la forte ambiguità congenita della lingua giapponese non mi ha permesso di capire con precisione se la ragazza intendeva dire che vuole sposarsi e inoltre diventare felice oppure se vuole sposarsi e quindi di conseguenza diventare felice. Fatto sta che, più o meno diretta che sia, evidentemente per i giapponesi, e in particolare per le donne giapponesi e in particolare per le giovani donne giapponesi, c’è un evidente legame diretto fra il matrimonio e la felicità, e posso affermarlo con certezza perché non è la prima volta che sento affermazioni di questo genere e tutti i telefilm commedia in tv, come pure i fumetti per ragazze in età scolare, hanno come scopo finale per i protagonisti non di arrivare al lieto fine, ma di arrivare al matrimonio e quindi di conseguenza al lieto fine.

Matrimonio = felicità. Uhm. Forse sono solo un mostro materialista col cuore di ghiaccio, ma trovo questa visione quantomeno ingenua, e -attenzione- lo dico da uomo felicemente sposato.

Le protagoniste di "Wedding Peach" in abito da sposa.

Wedding Peach: mi piacerebbe commentarlo, ma non si spara sulla Croce Rossa.

L’idea per cui il matrimonio e la felicità siano connessi, o addirittura che il matrimonio sia la causa stessa della felicità è terribilmente medievale, o prima ancora dato che già dai tempi degli antichi romani il matrimonio era un puro contratto legale che serviva per ufficializzare la prole: etimologicamente il matrimonio è il luogo dove si svolge “il compito della madre”, cioè accudire i figli, la felicità non è presa in considerazione. Anche l’etimologia della parola giapponese per “matrimonio” non è diversissima: 結婚, kekkon, dove 結 musubu è “legare” e 婚 kon da solo è effettivamente “matrimonio”, come si vede anche in “divorzio” che si dice 離婚 rikon, dove 離 hanasu è “slegare”, quindi “legare in matrimonio” e “slegare dal matrimonio”. L’ideogramma del “matrimonio” presenta di nuovo la figura femminile come nell’etimologia latina (le coincidenze fra la cultura giapponese e quella antica romana sono innumerevoli, è incredibile, gli antichi romani sono senza dubbio il popolo più paragonabile ai giapponesi): la parte sinistra dell’ideogramma è 女 on’na “donna” e la destra è 昏 kurai “sera”, quindi la donna dove il marito e i figli tornano la sera dopo il lavoro (a sua volta 昏 è scomponibile in 氏 che indica il cognome, la famiglia e 日 che indica il giorno, la giornata).

Le protagoniste di "Magic Knight Rayearth" in abito da sposa.

Queste pilotano robot, ma sempre lì andranno a finire.

Quindi la domanda è: se sia per gli antichi romani sia per gli antichi cinesi (che hanno inventato gli ideogrammi) il matrimonio era l’ufficio che regolamenta la gestione familiare, da dove nasce questa felicità? Ovviamente se ci si sposa si immagina che il partner sia una persona con cui si sta bene e con cui si potrà essere felici, non metto in discussione la semantica della cosa, quello che mi chiedo è come la felicità sia diventata una parte costituente di quello che alla fine è un contratto (e che quindi se la legge è uguale per tutti dovrebbe essere valido e disponibile per tutti come ogni altro normale contratto, ma adesso non divaghiamo). Credo che la risposta sia che in Giappone c’è molta propaganda su questo, a tutti i livelli.

Serenity ed Endimion di "Sailor Moon" in abito da matrimonio.

Ho scoperto che nel milanese si dice “essere pronta per il coltello”, in riferimento sia al simbolo fallico del coltello sia al bisturi del taglio cesareo.

Una volta lessi, non ricordo più dove, che i giapponesi sono il popolo più indottrinato del mondo: concordo. Dalle canzoncine dell’asilo fino ai cartelli segnaletici per non parlare delle divise scolastiche/lavorative, i messaggi più o meno subliminali alla popolazione sono continui e ovunque. C’è un esempio semplice: persino i fumetti (le cose più lette dai giovani) considerati più progressisti per la condizione femminile sono in realtà schiavi della figura della donna angelo-del-focolare, e sì sto parlando chiaramente di Sailor Moon. Il fatto che le guerriere Sailor combattano e salvino il mondo è una facciata dietro cui ci sono loro, la cui massima aspirazione è trovare quanto prima un uomo, sposarlo, avere dei bambini e restare a casa a fare la calzetta per il resto della vita; significativo che l’unica eccezione sia quella di Sailor Mercury aka Sailor Inutile™ che vuole diventare un medico e in battaglia è proprio la più debole di tutte. Non a caso Sailor Moon è odiata dalle femministe giapponesi, che comunque esistono: già all’inizio del XX secolo il gruppo protofemminista Circolo delle Calze Blu sbarcò anche in Giappone, dove i membri applicarono alla lettera il nome del circolo indossando non calze bensì stivaletti blu (dato che le calze non sono visibili sotto il kimono).

La principessa Zaffiro a cavallo.

Negli anni ’50 Osamu Tezuka inventò Il cavaliere col fiocco, cioè la principessa Zaffiro, cioè il primo personaggio transgender dell’intrattenimento giapponese: avantissimo.

Per quanto riguarda i fumetti ci fu un’esplosione di emancipazione negli anni ’70: sono celebri le figure ribelli di Waki Yamato, e alcune fra le fumettiste del celebre Gruppo del 24 sono ancora oggi avanguardiste in termini di accettazione sociale della donna (penso alla Oscar di Riyoko Ikeda o ai molti fumetti di Moto Hagio su quella che oggi chiamiamo “parità di genere”); e non va dimenticata Cutie Honey, che pur essendo un personaggio ironico è comunque non inquadrata in un’ottica matrimoniale. Eppure, oggi non c’è un fumetto per under 20 in cui l’eroina, qualunque cosa faccia, non desideri comunque più o meno esplicitamente di esaudire il suo sogno d’amore; le eccezioni sono pochissime e comunque polemiche, tipo in Hatarakiman di Moyoco Anno in cui la protagonista che non vuole lasciare il lavoro per sposarsi viene presa in giro dai colleghi maschi. Nonostante quindi sia esistita una spinta parificatrice, col tempo è venuta meno e ora praticamente tutte le donne giapponesi che conosco ammettono senza problemi che il loro scopo è sposarsi, una cosa che penso inorridisca la maggior parte delle donne (e degli uomini) occidentali.

Godai, Kyoko e Haruka di "Maison Ikkoku".

Godai e Kyoko hanno avuto una bambina: fine della loro storia.

La maggior parte, ma non tutte: lasciando perdere gli USA dove gli episodi di fanatismo sono all’ordine del giorno, anche in Europa esistono rigurgiti maschilisti propagandati anche da donne come mostrato dall’intera redazione del quotidiano La Croce (che bel titolo) e dalla giornalista Costanza Miriano col suo libro dall’inequivocabile titolo Sposati e sii sottomessa. Speriamo solo non ne traggano un cartone animato.


Una versione estesa dello stesso testo è pubblicata qui.