Kyary Pamyu Pamyu

Il McDonald’s è il nuovo posto preferito degli otaku

Il Giappone è il paese degli otaku e le aziende lo sanno bene: a partire dai diffusissimi negozietti conbini per arrivare alle capillari campagne pubblicitarie televisive, non c’è aspetto dell’arte del commercio giapponese che non sia inclinato sul versante fumetti & animazione. L’ultima azienda in ordine di tempo a essersi interessata a una campagna pubblicitaria illustrata e animata è la catena di fast-food statunitense McDonald’s, che ultimamente si trova in cattive acque.

Campagna pubblicitaria della Coca-Cola per Halloween 2015 con Kyary Pamyu Pamyu.

Kyary Pamyu Pamyu nella campagna pubblicitaria della Coca-Cola per Halloween 2015: per essere un cartone animato non le manca assolutamente niente a parte l’essere disegnata, e anche su quello ci stanno lavorando, dato che nel videoclip della canzone dello spot tv le escono gli occhi dalle orbite come a un personaggio dei Looney Tunes.

McDonald’s è presente sul territorio giapponese fin dal luglio 1971 ed è contemporaneamente amatissima e odiatissima dai nipponici. Se con i suoi 2’975 ristoranti, una media di uno ogni 40’000 persone, la grande M in Giappone è terza per diffusione mondiale dietro solo a USA e Canada (in Italia il rapporto è 1/110’000), ed è ormai così comune che nel Kansai s’è meritata il soprannome accorciativo di Makudo, è anche vero che dal luglio 1972, ovvero a un anno esatto dall’apertura del primo negozio di Ginza, gli autoctoni per protesta vararono la catena MOS Burger, che ancora oggi si pone come rivale ufficiale, dichiarato e autarchico agli invasori yankee, usando per i propri panini solo ingredienti, tecniche di cottura e nomi giapponesi.

In questa battaglia degli hamburger, mentre MOS Burger approfondisce il suo legame con agricoltori & allevatori locali e costruisce i suoi ristoranti solo con travi di legno naturale di provenienza nazionale, McDonald’s Japan ha deciso di usare la strategia opposta rendendosi sempre più pop. Per prima cosa, ovviamente ci sono gli Happy Meal (in Giappone rinominati Happy Set) collegati a ogni franchise possibile immaginabile, e in particolare ai Pokémon della Nintendo e ai videogiochi della Bandai; per esempio, durante il mese di maggio 2016 gli Happy Set erano abbinati proprio alle cardass Bandai (carte collezionabili contenenti dati in chip, bande magnetiche o QR code) di Dragon Ball Super per i maschietti e Aikatsu! per le femminucce, cardass con cui poi i bimbi possono andare a giocare proprio con specifici cabinati Bandai proprio nelle sale giochi SEGA, vicino a cui spesso c’è proprio un ristorante McDonald’s in virtù di specifici rapporti commerciali: un circolo vizioso che si chiude benissimo e al cui interno girano tanti soldi.

Fotogramma della scena del McDonald's dal film "Dark Shadows" del 2012.

Nella scena più celebre del film Dark Shadows del 2012, diretto da Tim Burton e interpretato da Johnny Depp, il vampiro Barnabas Collins scambia la grande M del McDonald’s per l’iniziale di Mefistofele: potrebbe non avere tutti i torti.

Nonostante il genio diabolico riversato nell’ideazione di nuovi stratagemmi commerciali, McDonald’s Japan è comunque piagata dal problema della ricerca di nuovo personale, fattore cruciale per la catena dato che, esattamente come Tokyo Disneyland, ha la pessima fama di pagare poco e far lavorare tanto. Il problema è alla radice del sistema lavorativo giapponese, in cui oltre ai comuni contratti a tempo determinato/indeterminato e full time/part time, esiste una forma di assunzione nota come arubaito che corrisponde in tutto e per tutto a un lavoro a nero legalizzato, poiché non esistono tutele sindacali, orari fissi, ferie, salari minimi, scatti di carriera, assistenza sanitaria, tasse da pagare da parte del datore di lavoro né contributi da versare per il lavoratore (che quindi non matura la pensione); l’unica differenza con il nero è che si firma un “contrattino” dov’è specificata la paga oraria, per il resto il datore può manipolare il lavoratore come vuole finanche a licenziarlo seduta stante, e il lavoratore può andarsene altrettanto seduta stante se non è più a suo agio. Di conseguenza, nonostante la grande quantità di possibilità lavorative e la facilità di assunzione, il sistema dell’arubaito comporta che le grandi catene, quelle in cui si lavora molto, tendono a essere sempre a corto di personale perché i lavoratori, dopo esserci cascati una volta, preferiscono cercare posti meno stressanti. Questo vuol dire che McDonald’s Japan paradossalmente deve impegnare più risorse per cercare personale che non per cercare clienti, e nel tentativo di arginare questo problema enorme la catena ha ideato uno stratagemma semplicissimo: convincere i bambini a diventare clienti e tutti gli altri a diventare lavoratori.

In questo recente spot tv c’è la famiglia del Mulino Bianco che va da McDonald’s, la bimba ordina dei McNuggets e alla domanda della commessa «Quanti ne vuoi?», che in giapponese è omofona di «Quanti anni hai?», la bimba risponde «Quattro anni»! Ne conseguono infiniti awww da parte delle mamme, che dopo la visione dello spot diventano disponibilissime ad accompagnare i figli nel tempio del junk food.

Oltre alle sponsorizzazioni e collaborazioni esterne per un pubblico di bambini amanti dei videogiochi, la catena di fast-food ha infatti deciso di realizzare in proprio un prodotto che potesse attirare anche il target di adolescenti e adulti per poterli arruolare come lavoratori, e per farlo ha messo insieme i rispettivi interessi delle due fasce d’età con l’equazione (anime + idol) × campanilismo = ¥¥¥. Equazione che riporta perfettamente. McDonald’s Japan ha infatti commissionato allo Studio Colorido, un giovane studio di animazione con un giovane staff di animatori, una campagna pubblicitaria per la ricerca di nuovo personale composta da pubblicità cartacea, poster da affiggere nei negozi e spot virali da diffondere sul web.

Poster promozionale della campagna assunzioni 2016 di McDonald's Japan.

Il poster realizzato dallo Studio Colorido e appeso in tutti i ristoranti McDonald’s giapponesi per invitare una fetta di pubblico quanto più ampia possibile a venire a lavorare da loro: in alto c’è scritto «Diventiamo crew». Qui sono presenti le cinque categorie principali ricercate, ovvero (dall’alto a sinistra): gli studenti delle superiori, gli studenti universitari, i freeter (un eufemismo per chiamare i lavoratori occasionali e disoccupati di fatto, leggermente diverso dai NEET che sono disoccupati totali), le casalinghe (o i casalinghi, come specificato fra parentesi), e infine i senior ovvero gli anziani, una categoria di persone che in Giappone non raramente è costretta a lavorare anche in età avanzata perché le pensioni sono miserabili e devono arrotondare in qualche modo. I poster dei cinque personaggi sono affissi anche singolarmente insieme ad altre categorie, tipo coloro hanno già un altro arubaito, oppure gli stranieri: poiché in Giappone far lavorare uno straniero è molto complicato per le aziende, perché devono sobbarcarsi le pratiche per il permesso di soggiorno e comunicare all’Ufficio Immigrazione il motivo esplicito per cui vogliono assumere proprio uno straniero invece di un giapponese (razzismo, anyone?), molte aziende desistono; se McDonald’s Japan si sorbisce anche questo fastidio burocratico vuol dire che è davvero con l’acqua alla gola.

Non è la prima volta che lo Studio Colorido accetta una commissione commerciale, dato che l’anno scorso si è fatto conoscere proprio per i graziosi e riusciti spot tv del videogame per smartphone Puzzle & Dragons diretti da Youjirou Arai, e che precedentemente aveva lavorato a svariati progetti sempre per conto terzi. Fondato nel 2011, lo studio è finalmente approdato al primo lavoro originale, completo e autoprodotto Il tifone Noruda nel 2015, che ha mostrato come in soli quattro anni di lavoro gli animatori avevano già sviluppato uno stile ben definito e riconoscibile, con disegni morbidi palesemente debitori dello Studio Ghibli, ma personalizzati da una colorazione gentile dalle tinte aquerellate, grande presenza di luce bianca e totale assenza del colore nero puro, sostituito da tinte scurissime blu o marroni o grigie, ma mai completamente nere.

Trailer per due lavori realizzati nel 2013 dallo Studio Colorido per un produttore esterno: il primo Shashinkan (“Lo studio fotografico”) chiaramente debitore di Isao Takahata, e il secondo Hinata no aoshigure (“Pioggia col sole”, ma contiene dei giochi di parole) chiaramente debitore di Hayao Miyazaki.

Anche in questo caso lo spot animato è una mini-storia: una ragazza delle superiori viene introdotta a lavorare da McDonald’s da una studentessa universitaria, la quale diventerà la sua senpai e lascerà il lavoro, così che poi la ragazza delle superiori diventerà a sua volta la senpai di un’altra ragazza e la storia si ripete. Il McDonald’s è mostrato come il posto più bello della Terra, dove i dipendenti sono professionali sul lavoro e poi teneroni al party d’addio della collega: tutto meraviglioso.

Sarebbe stato semplicemente uno spot animato, se non fosse stato inserito un altro elemento particolarmente forte: le idol, che tirano più di un carro di buoi. Per il doppiaggio dello spot, McDonald’s Japan è andata a colpo sicuro ingaggiando il celebre gruppo canterino AKB48, composto da una marea di ragazzine con un enorme seguito di fan pronti a gettarsi col loro corpo sulle pozzanghere pur di non far sporcare le scarpette alle loro beniamine, e quindi tanto più disposti a lavorare da McDonald’s se gli viene chiesto con voce gentile come accade alla fine dello spot.

Dato che le voci recitanti sono solo due, si potevano scegliere i due membri più popolari del gruppo e assegnare a loro le parti, ma poiché le AKB48 sono in tutto quasi un centinaio e poiché ogni fan ha la sua preferita, la mente machiavellica dei giapponesi ha moltiplicato il già alto potenziale della combo anime + idol aggiungendo un elemento amato dai giapponesi quanto se non più degli italiani: il campanilismo. All’interno del gruppo di idol sono state selezionate nove ragazze in rappresentanza delle loro rispettive aree di provenienza, ovvero le otto regioni del Giappone più la zona di Kyoto tradizionalmente considerata socialmente, culturalmente ed economicamente una realtà a sé stante, un po’ come Napoli in Italia. Ecco quindi che le otto ragazze di Hokkaidou, Touhoku, Kantou, Chuubu, Kansai, Chuugoku, Shikoku e Kyuushuu doppiano la ragazzina delle superiori con il loro dialetto tradizionale in otto distinte versioni dello spot, e la ragazza di Kyoto doppia la studentessa universitaria in dialetto di Kyoto nella nona e ultima versione. È un successone: in un mese le otto versioni locali ricevono una media di 25’000 visualizzazioni, e la versione standard supera il milione, il tutto senza alcuna promozione esterna o passaggio televisivo.

Lo spot in versione standard della campagna assunzioni 2016 di McDonald’s Japan, dove con “standard” si intende la versione del Kantou, cioè nel dialetto di Tokyo, in quanto in realtà non esiste una vera e propria “lingua giapponese ufficiale” confermata dall’equivalente nipponico dell’Accademia della Crusca (fatti salvi i registri tecnici e formali), e si considera generalmente come “lingua giapponese standard” il dialetto di Tokyo. La cosa dipende dal fatto che oltre 30 milioni di persone abitano nel Kantou, cioè un quarto dell’intera popolazione giapponese, e anche chi non ci abita ci si reca ogni tanto perché ci sono concentrati tutti gli uffici, i divertimenti e i servizi del paese. È come se in Italia 15 milioni di persone abitassero tutte concentrate a Roma dentro il GRA e gli altri 45 comunque ci andassero spesso per lavoro o altro: ovviamente il dialetto romano spadroneggerebbe incontrastabile su tutti gli altri e si imporrebbe come lingua, ed è esattamente quello che succede in Giappone.

Per vedere se l’iniziativa di McDonald’s Japan e dei suoi pubblicitari ha avuto successo bisognerà aspettare le statistiche dell’anno prossimo e vedere se il numero dei ristoranti e degli impiegati sarà in aumento o in calo. Nel frattempo, però, sull’Internet giapponese sono partiti i commenti acidi, perché sulle BBS tipo 2channel o Matome i giapponesi si svestono completamente della loro celebre cortesia e si rivelano estremamente diretti o peggio; l’anno scorso sono addirittura partite delle indagini ufficiali sul servizio di chat LINE perché la sua diffusione fra i minorenni fece schizzare alle stelle i già numerosissimi casi di bullismo, violenza psicologica e suicidio giovanile che tormentano il Giappone. I commenti più gettonati sono stati:

Se il McDonald’s è davvero un posto così meraviglioso come viene rappresentato, allora perché la senpai lascia il lavoro?

Come mai la senpai si dimette? Forse perché nel frattempo si è laureata e quindi finalmente può trovarsi un lavoro migliore che friggere patatine? O, peggio ancora, forse perché si sposa e/o è rimasta incinta e McDonald’s Japan non offre il congedo di maternità?

Ma il più comune e al contempo più cattivo è:

Ma le AKB48 hanno mai lavorato al McDonald’s?

Il gruppo musicale femminile giapponese AKB48.

Gotta catch ‘em all!

In pratica alla fine haters gonna hate, come si suol dire. Nel frattempo McDonald’s Japan si trova in una grottesca situazione di crisi non perché non ha abbastanza gente davanti al bancone, ma dietro: viene quasi voglia di non andarci più per non soffocare di lavoro i dipendenti, le coronarie intasate di colesterolo ringrazieranno sicuramente.

Natsume Mito e la post-modernità degli anime

L’animazione giapponese sta lentamente morendo e i segnali sono molti, forti e chiari: il ritiro dalle scene di Hayao Miyazaki aka il più importante regista d’animazione autoctono, le dichiarazioni di Hideaki Anno, il fatto che l’anime più importante del 2014 sia stato un remake commemorativo (e pure brutto) di una serie vecchia di 20 anni, la continua riproposizione di Dragon Ball che ogni volta diventa sempre peggiore, eccetera eccetera eccetera. Mentre i fumetti continuano a progredire, l’animazione sta involvendo. Ovviamente non mancano le eccezioni positive e il business è ancora economicamente florido (forse più che mai), ma il quadro generale è comunque compromesso in maniera difficilmente recuperabile.

C’è però un altro aspetto che testimonia la decadenza dell’animazione giapponese e che è tipico di tutte le decadenze partendo dall’ellenismo e passando per il manierismo: il linguaggio formale si è ormai totalmente cristallizzato. Fatte salve anche qui le eccezioni (che ci sono e sono splendide), non esiste più una ricerca della forma che superi la convenzione grafica nota con l’orribile nome di “stile manga”, una definizione che fino a qualche anno fa sarebbe suonata indifendibile e che invece oggi è comprovata dallo sfogliare una qualunque fra le molte riviste di animazione che mostrano un’allarmante omogeneità come l’entertainment giapponese non aveva mai avuto.

In tutto questo, però, spunta un aspetto così positivo da riabilitare l’appiattimento narrativo e visivo degli anime: la decennale proposta continua e massiva di fumetti e cartoni animati, perlopiù sovrapponibili, li ha resi in Giappone, più che in qualunque altra parte del mondo, un tipo di linguaggio quotidiano e noto a tutti.

Il recente e inarrestabile fenomeno statunitense dei cinecomic, in cui si portano al cinema i fumetti americani nel tentativo di renderli popolari al grande pubblico, in Giappone non ha una controparte diretta perché lì i fumetti sono già popolari al grande pubblico e hanno storicamente goduto di assoluta fluidità nel passaggio fra i media. L’esempio più calzante è rappresentato dai grandi titoli storici come Dragon Ball, Doraemon o soprattutto Kitarou dei cimiteri, che hanno superato lo status di “fumetti” diventando “fenomeni sociali” e sono presenti in qualunque incarnazione tecnica: come fumetto in formato seriale, episodico e a strisce umoristiche, come cartone animato in versione seriale televisivo, home video e cinematografico, come videogame per qualunque piattaforma, e anche come ripresa dal vivo in forma di telefilm e film per la tv e per il cinema, e chi più né ha più né metta. Col tempo, questa onnipresenza del linguaggio del fumetto e dell’animazione è stata assorbita totalmente da parte dei giapponesi che ormai non distinguono più fra testo solo scritto e testo scritto & disegnato.

Documenti giapponesi ultragraficizzati.

Documenti giapponesi ultragraficizzati. Da sinistra: oggetti che piangono per essere stati abbandonati dai loro proprietari nel cartello per avvisare gli utenti di fare attenzione a non dimenticare i propri averi, affisso nei bagni delle strutture pubbliche della prefettura di Okayama; libretto sanitario; confezione di antibiotico azitromicina (questa la scatola dello stesso farmaco in Italia); la coniglietta Maina-chan, mascotte del codice fiscale.

I risultati sono visibili ovunque, sfogliando una rivista, camminando per strada, riempiendo un documento ufficiale e anche ascoltando musica. Per esempio, per il suo debutto musicale la giovane modella di street fashion Natsume Mito ha pubblicato sul suo canale YouTube, fra metà marzo e metà maggio 2015, qualcosa come undici versioni differenti del videoclip di Maegami kirisugita (“Mi sono tagliata la frangetta troppo corta”) che spaziano dalla parodia dei film di detective, così popolari in Giappone fin dagli anni ’60, alla citazione nonsense della celebre ginnastica mattutina televisiva nipponica, e dallo sport surrealista fino alla reinvenzione delle divinità shintoiste. Il progetto ha avuto successo fra i fan di idol (cantanti giovani e carini/e, tendenzialmente effimeri/e e con un rapporto molto intimo coi loro fan), ma non è riuscito a sfondare il muro della popolarità di nicchia come invece hanno fatto le precedenti creature dello stesso produttore, ovvero quello Yasutaka Nakata che è il pigmalione dei fenomeni Perfume e Kyary Pamyu Pamyu.

Fatto sta che su undici versioni, ben tre sono realizzate con il linguaggio dei fumetti e cartoni animati, senza contare quelli che, pur essendo girati dal vivo, presentano comunque elementi di animazione (non CG: proprio animazione a mano o addirittura in stop motion) che porta il totale a sette videoclip, cioè i due terzi. Due terzi dei linguaggi narrativi immaginabili dalla gioventù giapponese contemporanea sono legati all’animazione: una proporzione così alta da non essere riscontrabile altrove e che è figlia di una penetrazione culturale altrettanto non riscontrabile altrove.

Il primo videoclip a tema manga & anime è quello in “versione scarabocchi”. Si tratta di un lavoro delizioso che mette insieme ripresa dal vivo, fumetto e animazione: la cantante è ripresa su fondo neutro con maglione a collo alto dello stesso colore così che spicchi solo la testa, e sopra le è stato disegnato in trasparenza un fumetto animato grossolanamente e disegnato da Ryou Fujii, un fumettista off e creativo multimediale. La studentessa Natsume Mito incontra per strada il senpai Mitoyama, ma quando questi non riesce a sconfiggere un teppista (coi suoi sgherri André e Samohan) ecco che da sotto la frangetta di Natsume spunta il suo potere segreto, inarrestabile anche dal dottor Hakase con la mascotte Poko e la sua squadra di aiutanti.

La seconda è la «versione aggregazione» ed è forse la più surreale e a tratti inquietante di tutte e undici. Realizzata dal giovane designer Tsubasa Kouji con una tecnica mista in cui si sposano il vecchio (disegno a matita) e il nuovo (montaggio al computer), il video mostra i capelli eccessivamente tagliati di Natsume Mito che prendono vita e invadono le teste di altri individui.

Il terzo e ultimo video è la «versione scolastica» dell’illustratore Katsuyuki Iseda. L’opera è praticamente un collage dadaista di piccoli spezzoni di scene apparentemente senza senso né connessione, che potrebbero venire da una qualunque commedia scolastica, disegnate male e animate peggio, tutto fatto a mano con penna biro e pennarelli del discount, così che alla fine sembrano disegni del diario di scuola. Ecco il punto: si tratta di ricordi di gioventù, confusi e affastellati, dei mille cartoni animati visti dall’animatore che hanno lasciato in lui un bagaglio di immagini standardizzate e, in fondo, molto malinconiche dato che si tratta di qualcosa di irreale, incomprensibile, ormai passato. Anche lo stile di disegno è legato a qualcosa che andava di moda tempo fa, collocandosi a metà strada fra Miho Obaba e Yuu Watase. Iseda ha poi ripetuto l’esperienza con la “versione del principe” per i videoclip del secondo singolo di Natsume Mito, 8bit Boy, che in Giappone è stato usato come sigla finale del film Pixels di Chris Columbus… ma sì, certo, non lo sapevate?, in Giappone cambiano le sigle dei prodotti stranieri, non solo i cartoni animati, ma anche i film al cinema! Ah, gli italiani che si lamentano di Cristina D’Avena: dovremmo imparare dai giapponesi, così delicati e rispettosi, ad esempio la sigla finale di The Prestige, che in originale è una ballata ambient introspettiva di Thom Yorke, in Giappone è diventata un brano rock di Gackt con strumenti tradizionali giapponesi che non c’entra niente col film.

Il singolo di Maegami kirisugita, ovvero perché i giapponesi continuano a produrre e comprare singoli e album fisici: perché sono bellissimi. La facciona della cantante è impressa sul CD e incorniciata dal booklet stampato coi capelli, mentre il nome della cantante e il titolo della canzone sono stampati sugli adesivi tondi che disegnano le guanciotte rubiconde: veramente kawaii.

Il singolo di Maegami kirisugita, ovvero perché i giapponesi continuano a produrre e comprare singoli e album fisici: perché sono bellissimi. La facciona della cantante è impressa sul CD e incorniciata dal booklet stampato coi capelli, mentre il nome della cantante e il titolo della canzone sono stampati sugli adesivi tondi che disegnano le guanciotte rubiconde: veramente kawaii.

L’impressione che nasce dalla visione di questi videoclip è che l’animazione giapponese abbia ormai raggiunto la condizione non di maturità (a quella era già arrivata negli anni ’80) e nemmeno di modernità (dimostrata dagli anni ’90), ma bensì di post-modernità, cioè una situazione in cui, in mancanza di effettive novità e di direttrici teoriche chiare, si riesumano gli elementi del passato senza gerarchia di qualità e li si ricompongono nel tentativo (più o meno conscio) di ottenere qualcosa di nuovo.

I video di Natsume Mito insomma non sono poi così diversi da quelli del Nihon animator mihon’ichi (“Esposizione degli animatori giapponesi”), il progetto ideato da Hideaki Anno che intende scoprire i nuovi talenti in erba e che però finora ha prodotto fondamentalmente opere di alto livello tecnico e basso livello creativo, dove con «creativo» non s’intende privo di idee, ma piuttosto che le idee sono poi al servizio di qualcosa di già noto e senza sorprese. Ad esempio, il video in “versione scarabocchi” usa questa bellissima idea del fumetto in trasparenza applicandola poi a una storia molto carina e non molto originale, coi tipici topoi del caso: il senpai, il bullo, la mascotte, la squadra di eroi, la conquista del mondo. Tutto molto bello, ma anche molto retrò, a conferma della teoria per cui chi crea entertainment oggi si basa fondamentalmente sull’entertainment che vedeva e ha assimilato da bambino. Esattamente la post-modernità, aspettando un nuovo genio creatore.

Release! 20 anni di Card Captor Sakura!

Com’era ampiamente prevedibile, il 2016 sarà l’anno di Card Captor Sakura! Festa! Petali, piume e stelline a profusione!

Logo del 20esimo anniversario del fumetto "Card Captor Sakura".

Il logo ufficiale del 20esimo anniversario di Card Captor Sakura, o meglio del fumetto visto che il cartone animato arrivò due anni dopo, nel 1998, e venne realizzato addirittura dalla Madhouse con cui le CLAMP avevano già lavorato per l’ambizioso, visionario e sgangherato film di X.

Il fumetto della catturacarte ideato dal quartetto CLAMP raggiunge infatti quest’anno la maggiore età in Giappone, cioè 20 anni, una data nota come hatachi e che corrisponde ai 18 anni in Italia, ovvero dà responsabilità legale nonché la possibilità di sposarsi senza il consenso dei genitori e anche di bere alcolici, come insegna il celeberrimo videoclip sul tema di Kyary Pamyu Pamyu.

Le celebrazioni di Card Captor Sakura si collocano all’interno di un progetto molto più ampio per i 60 anni di Nakayoshi, la storica rivista di fumetti giapponesi della casa editrice Kodansha nata nel 1954 che è attualmente la più vecchia pubblicazione del settore ancora in attività. Per le stesse celebrazioni vennero varati a partire dal 2014 i progetti per il 20ennale di Sailor Moon, ovvero la ristampa del fumetto in volumoni enciclopedici, il cartone animato remake Sailor Moon Crystal (attualmente giunto alla terza serie) e la mostra. Attività non ancora annunciate sono previste per altri titoli storici della rivista, come La principessa Zaffiro o Hello! Spank.

Logo del 60esimo anniversario della rivista "Nakayoshi".

Il logo del 60esimo anniversario di Nakayoshi: si riconoscono i personaggi che hanno fatto la gloria della rivista, da Zaffiro a Usagi a Sakura passando per Spank, Chocola di Sugar Sugar Rune, Terry & Maggie, la ladra Saint Tail e altri ancora.

Per festeggiare degnamente l’anniversario di quello che si è rivelato nel tempo uno degli shoujo più celebri e importanti di sempre, nonché l’unico titolo della casa editrice a non essere mai andato fuori catalogo, le CLAMP e la Kodansha hanno iniziato già da tempo una serie di iniziative: a novembre 2014 aprì lo shop online coi gadget piu disparati, dagli occhiali da riposo per PC alle cover per cellulare a forma di Carta di Clow (purtroppo non più disponibili); poi, da dicembre 2014 a marzo 2015 si è tenuta a Tokyo, Nagoya e Osaka una mostra itinerante di tavole originali del fumetto (dove si potevano acquistare ulteriori gadget esclusivi); dall’inizio del 2015 si tengono regolarmente delle pésche presso le fumetterie in cui anche il premio più scrauso è comunque stupendo; infine, l’anno scorso è partita una ristampa della serie in nove volumi in Edizione Anniversario super deluxe con nuove splendide copertine disegnate apposta per l’occasione.

Entrati nell’anno vero e proprio della festa, le novità non si sono fatte attendere: per prima cosa dal 24 marzo sarà nelle librerie un libro commemorativo didascalicamente intitolato Card Captor Sakura: Raccolta di illustrazioni per il 20esimo anniversario dall’inizio della serie contenente le illustrazioni preferite delle CLAMP scelte da loro stesse. Inoltre, a 18 anni esatti di distanza dalla prima messa in onda, dalle 18:30 del 6 aprile verrà ritrasmessa sul canale satellitare NHK BS Premium la prima serie dell’anime di Card Captor Sakura (noto in Italia come Pesca la tua carta Sakura), evento più unico che raro dato che in Giappone non è affatto usuale che un anime venga riproposto in tv: paradossalmente è più comune produrre una nuova serie (come è stato fatto per Sailor Moon Crystal), se non altro perché giustifica nuovo merchandising.

La storica sigla iniziale dell’anime, oltre a essere un saggio di bravura degli animatori della Madhouse, presenta la canzone Catch You Catch Me che è diventata un imprescindibile classico del karaoke in Giappone.

Si annuncia quindi un 2016 all’insegna di piogge di petali, famiglie non convenzionali e costumini arcobaleno. Prossima data da tenere d’occhio: il primo aprile, compleanno di Sakura Kinomoto nonché anniversario della fondazione del collettivo CLAMP. Negozio on-line, mostra, riedizione del fumetto, nuovo libro, ritrasmissione del cartone, chissà cos’altro: una ciliegia tira l’altra.

Gli anime sono l’anima del commercio

La televisione giapponese vive fondamentalmente di orribili talk show stile La vita in diretta, però 1’000 volte più trash, con scenografie super kitsch e BGM camp, trasmessi a nastro continuo a qualunque ora del giorno e della notte, indistinguibili fra di loro, in cui gli ospiti in studio sono tutti inutili opinionisti e mediocri comici che mangiano, chiacchierano, ridono di sciocchezze e piangono per i drammi della vita, mentre guardano video di gente che mangia, chiacchiera, ride di sciocchezze e piange per i drammi della vita. Tutto questo 24/7, senza requie. A interrompere questo flusso insopportabile c’è la pubblicità, e verrebbe da dire per fortuna dato che almeno quella è fatta veramente bene, così bene che non è esagerato dire che un artista del mondo dello spettacolo può dirsi arrivato se partecipa a uno spot televisivo e, soprattutto, se e quanto riesce a rimanere nel business. Sono esemplari da questo punto di vista i casi di Gackt e Kyary Pamyu Pamyu, due celeberrimi cantanti/attori/modelli/star giapponesi i cui periodi di maggiore e minore popolarità combaciano non coi loro migliori album o ruoli cinematografici, ma bensì con i loro migliori spot TV (fra l’altro molto belli e molto divertenti).

Copertine degli album "TV Asahi Anime Songs" Gold e Silver.

Doraemon guarda la televisione d’inverno sotto il kotatsu coi mikan e d’estate davanti al ventilatore col cocomero nelle copertine degli album TV Asahi Anime Songs Gold e Silver.

In un panorama in cui l’esposizione mediatica commerciale è quindi imprescindibile, è bizzarro notare come i prodotti culturali giapponesi in assoluto più esportati all’estero, ovvero manga & anime, siano relativamente assenti. I fumetti hanno una rivincita su Internet nei banner pubblicitari (soprattutto di app e giochi on-line) e nelle campagne promozionali (tipo recentemente quella stupenda dell’azienda di collirio che ha prodotto le mascherine cosmetiche e quelle per dormire de La maschera di vetro), ma l’uso della tecnica del cartone animato per pubblicizzare qualcosa non ha ancora grande diffusione; forse produrre 15 o 30 secondi di animazione costa troppo e prende troppo tempo rispetto a girare uno spot con attori o in CG. Recentemente però alcuni interessanti spot TV animati stanno cominciando a fare capolino nella tv nipponica: per i nomi coinvolti e per i risultati raggiunti, vale la pena elencarne qualcuno.

La storia di Makoto Shinkai è ormai celebre: da fan degli anime a creatore di anime egli stesso con il cortometraggio La voce delle stelle, realizzato interamente da lui con le sue sole mani dall’inizio alla fine, e poi tanti altri. Storie delicate che ora sono diventate anche spot televisivi: nel video c’è un montaggio dei suoi lavori per AC Japan/NHK (pubblicità progresso), Taisei (azienda di edilizia pesante) e Z-kai (libri scolastici e di preparazione universitaria), tutti caratterizzati dal suo solito stile trasognato, con coppie dai destini tangenti, tramonti in technicolor ed exploitation dei mezzi di trasporto.

I mezzi di trasporto sono anche il fulcro dello spot di Yoshiyuki Sadamoto per Mercedes Benz del 2012, più valido tecnicamente che artisticamente. L’anno scorso l’artista è tornato a lavorare per l’azienda tedesca collaborando col trio di cantanti Perfume e trasformandole in piloti delle unità Eva, ma rinunciando stavolta all’animazione tradizionale a favore della più comune ed economica CG.

Lo Studio Ghibli è probabilmente l’unico studio d’animazione giapponese a vantare un’esperienza ultradecennale nel campo degli spot TV animati, più che altro però per la sua popolarità e il suo nome: come si vede nel video collage, la metà sono video autopromozionali e dell’altra metà alcuni sono poco più che divertissement, come nel celebre spot coi gatti prodotto da Toshio Suzuki per l’azienda alimentare Nisshin: carino, eh, ma come lavoro scolastico più che come prodotto pensato per il pubblico, anche perché non presenta alcun rapporto col prodotto reclamizzato e potrebbe adattarsi a qualunque cosa.

Youjirou Arai viene dallo Studio Ghibli, dove ha fatto l’animatore per Arrietty – Il mondo segreto sotto il pavimento, La collina dei papaveri e Si alza il vento, poi nel 2015 ha debuttato come regista col cortometraggio Il tifone Noruda e ha prodotto questo grazioso spot per il gioco per smartphone Puzzle & Dragons, in cui si ribadisce la scuola di pensiero, molto popolare in Giappone, che gli smartphone uniscano invece che dividere.

A proposito di smartphone, una serie di spot non animati, ma basati su alcuni celeberrimi (almeno in patria) personaggi dei fumetti e cartoni animati giapponesi: ci sono attori, cantanti, scrittori, sportivi eccetera che nella loro “vita precedente” erano un personaggio, da Sailor Moon a Rocky Joe, il tutto per promuovere telefonini customizzati dentro (grafica e sticker di LINE) e fuori (cover).

Altro abbinamento fra il mondo reale e quello dei cartoni animati è proposto dalla Suzuki, che per pubblicizzare la sua automobile utilitaria Hustler mette insieme i personaggi di Dottor Slump & Arale con quei personaggi che sono le Momoiro Clover Z, un gruppo di idol molto ironico e autoironico composto da cinque ragazze che si vestono solo ed esclusivamente coi loro rispettivi colori rappresentativi.

Ma nessuna pubblicità con attori in carne e ossa ispirata ad anime è celebre e riuscita tanto quanto quella della Toyota con i personaggi di Doraemon, il celeberrimo fumetto e relativo cartone animato della coppia Fujiko F. Fujio. Gli spot sono molto carini, con la distinzione infanzia animata/maturità non animata, un umorismo leggermente nonsense e soprattutto l’assurda presenza dell’attore francese Jean Reno a interpretare il gattone robot.

In pratica, anche negli spot TV il Giappone si conferma il regno di quello che gli autoctoni chiamano 2.5D, un modo di dire inventato dalla coppia di musicisti kanon×kanon e che rappresenta un mondo a metà strada fra l’animazione (2D) e la realtà (3D). Un buon modo per sganciarsi un po’ dalla grigia realtà ed entrare un po’ nella colorata immaginazione.

Pharrell è lolicon, Gwen gyaru, Madonna boh

Sarebbe affascinante scrivere qualcosa di evocativo come “La storia dei rapporti culturali fra il Giappone e l’Occidente si perde nella notte dei tempi”, ma non è così: fino alla fine del XIII secolo in Europa, dove pur si aveva più o meno cognizione della Cina («il Paese della Seta», come la Yourcenar fa dire ad Adriano), l’esistenza del Giappone era totalmente ignorata al pari del continente americano, e fu Marco Polo il primo occidentale a sentirne parlare (nonché a battezzarlo Cipango da cui il termine inglese Japan). Poi, molto altro tempo passò fino all’instaurazione di contatti reciproci effettivi, prima limitatissimi e poi regolari a partire dal 1853, sia a livello commerciale sia culturale con la diffusione dell’ukiyoe, la Madama Butterfly eccetera. Ma è stato a partire dalla Seconda Guerra Mondiale che il nome del Giappone ha cominciato a essere pronunciato quotidianamente in Occidente, prima per i tristemente noti luttuosi eventi bellici, e poi per l’esportazione di prodotti di cultura pop. Mentre l’Europa ne ha sperimentato l’ingresso fin dagli anni ’70, in particolare in Spagna, Francia e soprattutto Italia che hanno vissuto il First Impact dei vari UFO Robot Goldrake e Jeeg robot d’acciaio, gli Stati Uniti d’America hanno dovuto attendere fino al Second Impact di Neon Genesis Evangelion nei tardi anni ’90 per conoscere una effettiva diffusione dell’animazione giapponese su suolo nordamericano. Le prime VHS della serie di Hideaki Anno uscirono a partire da agosto 1997, come in Italia, e già cinque anni dopo la serie aveva raggiunto sufficiente popolarità da ricevere un piccolo cameo nel film One Hour Photo con Robin Williams. Il ritardo ventennale degli USA sull’Europa non è la sola differenza nella fruizione dell’animazione giapponese sulle due sponde dell’Atlantico: la produzione animata televisiva statunitense è così ricca e numerosa da aver confinato per anni quella giapponese al solo mercato dell’home video (e ancora oggi sono pochi i canali come Cartoon Network che ospitano anime), mentre invece in Italia il grande pubblico ha conosciuto Heidi e Remì proprio sulle emittenti più o meno locali. Inoltre, l’opinione pubblica americana combatte con maggior forza i prodotti stranieri rispetto a quelli autoctoni, con gruppi di attivisti di varia estrazione che puntualmente spuntano fuori ogni volta che un prodotto straniero si impone sul mercato locale: basti citare i celebri casi dei Pokémon accusati di favorire crisi epilettiche, o di Harry Potter diffusore del satanismo (accuse peraltro di provenienza esclusivamente statunitense, dato che il Vaticano stesso ha approvato la saga del maghetto).

Ken'ichi Matsuyama interpreta L nei film tratti da "Death Note".

Lettera aperta al produttore del film americano di Death Note: egregio signore, per il ruolo di Light le consiglio caldamente Zac Efron, ma per quello di L prenda in considerazione la inconfutabile incontrastabile incontrovertibile verità che nessun altro attore al mondo può rimpiazzare Ken’ichi Matsuyama. Cordialità.

Quindi negli States gli anime sono arrivati in forte ritardo, hanno una distribuzione limitata ai soli fan e vengono molto criticati. Nonostante ciò, la capacità comunicativa dell’entertainment giapponese è riuscita a fare breccia anche negli ostili lidi americani: le comics convention (quelle che in Italia si chiamiano “fiere”) si riempiono di cosplayer, la stragrande maggioranza dei fansub proviene dagli USA (dove evidentemente vive un sufficiente numero di bilingue anglo-giapponesi), e anche Hollywood che sta esaurendo i fumetti americani sta volgendo lo sguardo al Sol Levante (dopo l’incommentabile Dragon Ball Evolution, sono ormai anni che girano fumose notizie su adattamenti di Akira, Battle Angel Alita, Cowboy Bebop, Death Note, Neon Genesis Evangelion e altri ancora). Ma c’è un’industria a stelle & strisce che lavora più velocemente di quella del cinema, in cui spesso passano molti anni fra l’idea iniziale e il prodotto finito, ed è quella della musica. I riferimenti nipponici non sono poi così rari nei musicisti europei fin da tempi non sospetti, soprattutto in ambiti colti come ad esempio nella collaborazione di David Sylvian & Ryuichi Sakamoto, nei video e testi dei Bluvertigo, nella musica elettronica dei Röyksopp, e nell’interesse per la moda e il teatro tradizionale di Björk, ma è stato proprio a partire dalla seconda metà degli anni ’90, cioè proprio dall’arrivo in quantità apprezzabili di anime negli USA, che l’industria discografica americana ha cominciato a sviluppare una sensibilità squisitamente pop verso il Giappone.

Shinji Ikari nel film "Evangelion 1.0".

Peccato che il regista di Scream non abbia scelto la scena di Shinji che grida mentre brucia vivo, avrebbe dato un tocco di classe al video.

Nel tracciare un breve percorso fra i punti cardine di questo avvicinamento fra le due coste del Pacifico, le prime avvisaglie di una fascinazione orientale si potevano già vedere nel celeberrimo videoclip di Scream di Michael e Janet Jackson, uno dei più costosi della storia se non il più costoso in assoluto: costoso, sì, ma almeno il risultato è stato e-pi-co con un’astronave fuori in CG e dentro vera in cui i fratelli Jackson giocano, ballano e fanno pipì davanti a un megaschermo su cui scorrono immagini di grida di personaggi tratti da Akai koudan Zillion, Akira e Fuuma no Kojirou: nonostante siano ancora un elemento più esotico e decorativo che altro, con Scream gli anime entrano ufficialmente nella musica americana e dalla porta principale, quella del re del pop. Poi, come per tante altre mode, la prima artista a usare consapevolmente l’immagine pop del Giappone è stata Madonna: nel videoclip della canzone del 1998 Nothing Really Matters, la cantante si mostra abbigliata con un kimono rosso con obi di lattice ton-sur-ton di Jean Paul Gaultier in un ambiente inquietante in cui non è difficile riconoscere un misto fra l’architettura tradizionale giapponese e il béton brut di Tadao Ando, immersi in un’atmosfera oscura da videogioco survival horror; il fatto che Madonna abbia dichiarato che l’ispirazione viene da Memorie di una geisha per farsi bella davanti ai giornalisti è del tutto irrilevante: quello è palesemente un ospedale di Silent Hill. Nel frattempo i Beastie Boys pubblicano Intergalactic: il testo non c’entra nulla col Giappone, ma il videoclip sì, dato che è una splendida parodia dei film kaijuu, cioè quelli con Godzilla e i vari mostri giganti/pupazzi di gommapiuma che distruggono palazzi di cartone. L’apparente povertà realizzativa è un omaggio al genio di Eiji Tsuburaya (celebrato anche lo scorso 7 luglio da Google con uno splendido doodle), mentre nelle sequenze girate nella stazione di Shinjuku il trio di rapper indossa le divise con le bande riflettenti tipiche degli operai stradali nipponici: è più che un riferimento pop, è un tributo documentato ed estremamente accurato, nonché la prima volta in cui immagini reali del Giappone vengono usate in un videoclip americano non underground.

La band giapponese D nella foto promozionale per il singolo "HAPPY UNBIRTHDAY".

La rock band D è composta da uomini che si vestono con abiti ripresi dalla moda femminile lolita, a sua volta ricca di elementi ispirati da Alice nel Paese delle Meraviglie.

Passano gli anni e nel 2004 Gwen Stefani pubblica What You Waiting For?. Il testo della canzone è autobiografico e racconta del blocco dello scrittore della cantante, conscia che venendo profumatamente pagata deve produrre qualcosa; l’ispirazione le arriva dal Giappone incarnato dalle Harajuku Girls, quattro performer che vestono alcuni dei molteplici stili espressi dalle ragazze che popolano l’omonimo quartiere di Tokyo, visitato dalla Stefani fin dal 1996. È un trionfo: nel videoclip-capolavoro diretto da Francis Lawrence, la cantante e le ballerine finiscono nel Paese delle Meraviglie, dove vagano fra labirinti vegetali allucinogeni fasciate in abiti post-vittoriani di John Galliano. Le Harajuku Girls parlano nella loro lingua madre, la Stefani canta i nomi delle città di Tokyo e Osaka con languore sensuale, il Brucaliffo sbuffa fumo a forma di ideogramma 愛 ai “amore”, e lo stile di Alice è un riferimento basilare dei manga per ragazze e delle subculture giovanili come il gothic lolita: con What You Waiting For? il Giappone pop è ufficialmente sdoganato. Nelle foto promozionali la cantante è ritratta a un mad tea party stranamente in compagnia non di un bianconiglio bensì di un cerbiatto, ed è curiouser and curiouser notare come il creatore dei manga come li conosciamo oggi Osamu Tezuka abbia sempre dichiarato che la sua intera ispirazione deriva dal Bambi disneyano e dai suoi occhioni: forse è una coincidenza, o forse no. Dal 2004 in poi la gyaru (pronuncia giapponese di “girl”) Gwen Stefani ha continuato a portarsi dietro le Harajuku Girls come muse ispiratrici in tutti gli album e tour solisti, trasformate in svariati gadget, divinizzate a ogni occasione e immortalate nel 2015 nella serie animata Kuu Kuu Harajuku, le cui protagoniste sono appunto le versioni grafiche della cantante e delle quattro giapponesine: dai promo non sembra un capolavoro.

Mello sulla copertina del volume 8 di "Death Note".

Sembra Raffaella Carrà seduta sulla poltrona di The Voice, guantini compresi, e invece è Mello.

Due anni dopo l’exploit di Gwen Stefani, Madonna era in Giappone per il Confessions Tour e ne ha approfittato per girare il videoclip del singolo Jump, in cui c’è lei che salta su un telaio mentre dei ragazzi saltano sui palazzi. Tutto nella norma se non fosse che i palazzi sono quelli di Tokyo e lei è in cosplay di Mello, un androgino personaggio del fumetto Death Note che ironicamente si circonda di statue e monogrammi della Madonna (quella vergine): Madonna interpreta Mello che interpreta la Madonna, un cerchio che si chiude. Il successivo videoclip del 2012 Give Me All Your Luvin’ è a tema Super Bowl, ma contiene un piccolo riferimento nelle inquietanti maschere animegao indossate dalle ballerine con scena lesbo en passant. Ancora, il 18 giugno 2015 Madonna pubblica sul suo canale Vevo il videoclip di Bitch I’m Madonna che, con i suoi 140 milioni on going di visualizzazioni, è di gran lunga il brano più popolare della cantante da dieci anni a questa parte. Di nuovo la fascinazione pop giapponese è vistosa, ma stavolta non è più né horror-architettonica né cosplay-atletica: è otaku-arcobaleno. Madonna e Nicki Minaj sfoggiano capelli in technicolor fucsia e rosa come negli anime, le ballerine asiatiche dal rossetto nero sembrano un mix fra una doujinshi hentai di Bakuretsu hunter e delle otaku di divise naziste (molto apprezzate in Giappone), i costumi sono della casa di moda italiana Moschino che è attualmente guidata dallo stilista americano Jeremy Scott da sempre influenzato dalla pop culture, e la ricchezza visiva e cromatica del video non può non rimandare all’unica artista al mondo che ne realizza di ancora più ricchi, ovvero quella Kyary Pamyu Pamyu diventata così follemente celebre da essere arrivata anche a farsi recensire da Pitchfork. Giusto per completare il quadro nippofilo, nella scena finale Madonna sale le scale e si crocifigge al muro proprio sull’immagine del corridore della Glico, l’azienda giapponese produttrice degli stick ricoperti di cioccolato Mikado, il cui storico enorme pannello pubblicitario a Osaka è divenuto così celebre da essere ormai un vero monumento della città. In parole povere mediamente Madonna ogni otto-nove anni realizza un video di ispirazione nipponica sempre diversa (altrimenti non sarebbe la sempre multiforme Madonna): attendiamo il prossimo intorno all’anno 2023, quando la cantante avrà 65 anni, magari vestita da contadina del Giappone medievale a raccogliere il riso.

Tomoko Kawase il 15 agosto 2015.

Nell’immagine, un recente autoscatto di Tomoko Kawase detta Tommy, classe 1975, età: 40 anni. Ma com’è possibile.

La giappomania americana ha toccato il picco, o il fondo, l’anno scorso quando Avril Lavigne ha pubblicato il videoclip per la canzone Hello Kitty. Il video è diventato nel giro di poche ore così incredibilmente chiacchierato in negativo che la casa discografica l’ha subito rimosso (cancellando di conseguenza anche i commenti), per poi ripubblicarlo a mente fredda ripartendo da zero commenti e zero visualizzazioni (che nel frattempo sono arrivate quasi a 100 milioni nonostante la perdita delle decine di milioni di visualizzazioni iniziali). Il brano è molto brutto: il testo non parla affatto della mascotte antropomorfa della Sanrio bensì di party osé (con “kitty” a doppio senso), e la musica è una pura concessione senza fantasia agli stili musicali alla moda, cioè EDM e dubstep, con la sola graziosa idea di usare la campana del passaggio a livello come intro e outro; ma non è stato tanto il brano a indignare il mondo quanto il video, ferocemente accusato di razzismo, stupidità, infantilismo, stereotipicità e in generale di quella che gli americani chiamano “appropriazione culturale”, cioè (come ben spiegato qui) «l’assimilazione, attraverso stereotipi, letture colonialiste e inferiorizzanti, di culture considerate altre rispetto a quella occidentale», perché nel video Avril Lavigne fondamentalmente si comporta da giappominchia™. Certo, come la canzone anche il video è molto brutto, ma la domanda da farsi è: che cos’è la cultura giapponese, solo geisha, samurai e sushi? Gli americani, essendo americani, non possono toccare il Giappone se non in maniera rispettosa dato lo sgancio delle bombe atomiche del 1945? La Lavigne è canadese e probabilmente conosce bene Kyary, che è giapponese purosangue eppure proprio come Avril sfoggia anche lei pacchi di M&M’s e gonne di cupcake e acconciature da Barbie Capelli Arcobaleno (anzi, chi dovrebbe essere accusato di appropriazione culturale è proprio Kyary dato che le M&M’s, i cupcake e la Barbie sono americani). Il problema di Hello Kitty sta negli occhi degli occidentali, perché commenti come «Le ballerine identiche e inespressive rinforzano lo stereotipo della donna-oggetto» o «Avril dimostra di non sapere nulla della cultura tradizionale giapponese» o anche «La Lavigne non sa parlare giapponese quindi non dovrebbe nemmeno provarci dati i pessimi risultati» sono smentiti dalla stessa cultura pop giapponese, nei cui spot le ballerine sono identiche e inespressive, nei cui programmi tv si dimostra di non sapere nulla di nulla della cultura occidentale e nella cui musica c’è un abuso di parole in lingua inglese spesso scritte male e pronunciate malissimo. A conferma di ciò c’è il fatto che il video sia stato realizzato in loco con troupe locale, che evidentemente non si è sentita offesa nel pubblicizzare in Occidente il Giappone come una folle accozzaglia di plastica colorata, dato che i giapponesi stessi fanno di peggio. Infine, è interessante ricordare che il Giappone conosce già una Avril Lavigne locale, ovvero Tomoko Kawase in arte Tommy, vocalist dei the brilliant green e solista con pezzi da plagio e capolavori camp, che esattamente come la cantante canadese sta ringiovanendo invece che invecchiando. Molto probabilmente vanno dall’estetista insieme.

Confezioni di caffellatte Yukijirushi Coffee.

C’è piu lolicon nelle mascotte su queste confezioni di caffellatte che in tutto il videoclip di It Girl.

L’ultimo caso in ordine di tempo della contaminazione fra il mainstream americano e la cultura pop giapponese è rappresentato dal videoclip di Pharrell Williams per il suo brano It Girl. Se Hello Kitty ha ricevuto disprezzo dal pubblico, It Girl ha ricevuto disprezzo dai critici perché il cantante ha abbinato una canzone dal testo molto spinto a un video a cartoni animati in cui flirta (a distanza di sicurezza) con una bambina, facendo alzare il sopracciglio a molti americani che vi hanno subito visto il crimine innominabile: la pedofilia. Il video è stato realizzato dallo studio Kaikai Kiki, cioè l’atelier artistico di Takashi Murakami, il più quotato artista giapponese vivente, ed è quindi teoricamente è un’opera d’arte a tutti gli effetti che come tale va analizzata e criticata, per esempio: Balthus era pedofilo? E il Domenichino? E Caravaggio? Ma a prescindere dalla rappresentazione lasciva dei bambini nella storia dell’arte, il punto è che It Girl è il videoclip più otaku mai realizzato. Pharrell è di casa a Tokyo da decenni, dal 2005 gestisce la casa di moda Billionaire Boys Club con lo stilista giapponese Nigo e in generale non è affatto digiuno di cultura pop giapponese, quindi è conscio del significato di quel video, che fondamentalmente riprende alcuni stereotipi delle subculture otaku legate ai manga (la rappresentazione di personaggi con un aspetto più giovane di quello della loro età per il cosiddetto lolicon, il “complesso di Lolita”), agli anime (gli episodi ambientati al mare e al matsuri sono dei must dei cartoni animati fin dagli anni ’80) e ai videogiochi (in particolare i dating game). It Girl è Akihabara condensata in cinque minuti e sette secondi, con tocchi quasi commoventi per il fan come il frame sbagliato nella sequenza in cui l’onda del mare bagna i piedi della bimba, cioè quello che era un errore tecnico viene qui meticolosamente ricostruito: art for art’s sake. Livello tecnico maniacale a parte, l’odore di pedofila in manga e anime è effettivamente percepito anche in Giappone, ma non in quanto tale bensì come «danno per i bambini». In pratica il problema non è se questi prodotti siano troppo forti, ma solo che non giungano nelle mani dei bambini, per il resto il grande pubblico pur conoscendo il fenomeno lo bypassa, relegandolo a una fra le mille subculture più o meno opinabili esistenti in Giappone: per esempio, chissà cosa direbbero gli americani se sapessero che la rock band visual kei R-shitei, il cui pubblico è composto per oltre il 50% da ragazzine minorenni, pubblica canzoni intitolate Gioventù è tagliarsi i polsi, Ho ucciso i miei amici, Sadomaso e Addio pu**ana (e questi sono solo i titoli). I giapponesi applicano la regola che se non danneggia gli altri, se non si applica nella realtà, se resta fiction allora va bene: anche nella miniserie animata documentaristica Otaku no video viene specificato che un otaku di armi mai e poi mai ama le vere armi, perché la parte interessante sta nel suo funzionamento ingegneristico, nel design eccetera, e allo stesso modo il lolicon è visto come dimostrazione di tecnica grafica più che come vero interesse verso il bambini; fra l’altro il Giappone è noto per il suo progressivo disinteresse alla sessualità e gli otaku preferiscono sposare cuscini piuttosto che toccare bambine. Pharrell è salvo, almeno in Giappone.

Kazuma Kuwabara del fumetto "Yu degli spettri".

Sulla schiena di Kuwabara c’è la scritta “La salute prima di tutto”, sulla fascetta sulla fronte di Rettore invece solo segnacci senza senso.

Infine, #ceunpodItalia. Sarà l’effetto farfalla dagli USA, ma anche nel Bel Paese i riferimenti nipponici nel mainstream sono aumentati proprio da fine anni ’90. Ad esempio, nel 2000 il singolo di debutto della band romana Velvet è stato Tokyo Eyes nel cui testo il cantante dice di sentirsi «come Ataru con Lamù» e che ha avuto sufficiente successo da essere usata come musica per lo spot della Coca-Cola, cioè il massimo riconoscimento possibile subito dopo l’essere usata per il Cornetto. In tempi più recenti si sono avventurati nelle metafore estremorientali il cantautore toscano Matteo Becucci e le due dive sorelle Paola & Chiara: in entrambi i casi i risultati sono stati terribili. Ma il più terribile dei risultati non può offuscare il massimo risultato internazionale mai raggiunto dalla contaminazione fra un artista pop occidentale e la cultura giapponese: il concept album Kamikaze Rock’n’roll Suicide, capolavoro di Donatella Rettore del 1982. Nato da un viaggio della cantante veneta in Giappone, il disco è un esperimento di fusione fra il prog rock, il pop, il cantautorato e la disco music basato su un mix di influenze oscure e drammatiche su temi totalmente alieni alla musica da classifica come il suicidio, la guerra e la paranoia, il tutto tenuto insieme da un grottesco senso della leggerezza e del gioco, come mostrato dalla cantante nei concerti in cui indossa abiti fluorescenti e cerchietti da aliena dei cartoni animati, e nelle performance televisive dove si presenta vestita da teppista come Kuwabara di Yu degli spettri e accompagnata dal teschio Timoteo Yamamoto che «si è fatto male la barba stamattina, ha usato delle cattive lamette». Nell’anno del debutto di Madonna c’era già in Italia chi produceva capolavori come Lamette, recentemente apprezzato anche da Patrick Wolf: lunga vita a Rettore, banzai!