Kleiner Flug

Garibaldi in Francia

La prima volta di una storia in due volumi dei Prodigi fra le nuvole di Kleiner Flug è Garibaldi.

Due volumi, come due furono i “mondi” dove fu protagonista.

In realtà i due volumi si riferiscono a un momento della vita dell’eroe probabilmente meno noto in Italia. Non certo uno di quelli che fanno parte dell’immaginario collettivo risorgimentale. Dall’«Obbedisco» di Teano allo sbarco a Marsala.

E molto limitato nello spazio e nel tempo.

I fatti raccontati nei due volumi si svolgono infatti dieci anni dopo la spedizione dei Mille, durante la Guerra Franco Prussiana, combattuta dal secondo Impero Francese contro la Prussia che cercava l’egemonia sull’Europa. Garibaldi, fuggito da Caprera, si mette alla testa delle truppe francesi, coadiuvato da due dei suoi figli (Ricciotti e Menotti) e da Stefano Canzio.

In tutto meno di 20 giorni, dal 21 gennaio all’8 febbraio del 1871. In realtà tutto il primo volume riguarda i tre giorni di battaglia alle porte di Digione, per quella passata alla storia proprio come la “terza battaglia di Digione”. La seconda, partendo dalla conclusione degli scontri, si occupa delle conseguenze politiche e personali degli eventi, centrandosi sulla figura di Garibaldi politico e sui primi momenti della Terza Repubblica francese.

E sottolinea anche gli stati d’animo di Garibaldi, militare e politico, mescolando l’azione bellica con la delusione politica e la sofferenza fisica. Il tutto usando per lo più gli sguardi disegnati.

La sceneggiatura è di Francesco “Paul Izzo” Polizzo, scrittore poliedrico, con molte esperienze alle spalle, anche su fumetti storici come Diabolik. La grafica è di Lorenzo Miola, i colori di Simone Stanghini. Tutti legati alla Scuola Internazionale di Comics di Firenze e ad Alessio d’Uva, deus ex machina di Kleiner Flug. La copertina del primo volume, dal titolo L’ultimo baluardo, che è in comune con l’edizione da edicola a opera di Editoriale Cosmo, è di Luca Merli, con diverse esperienze in Francia e oltreoceano.

Partiamo proprio da questa: non è vero che le dimensioni non contano. Il formato grande e la qualità della carta rendono certo più giustizia all’evocativa figura dipinta da Merli, che porta il tricolore italiano.

Che la storia sia pensata anche per una uscita in un albo in stile Bonelli è poi evidente dalla gabbia, che presenta le canoniche tre righe, anche se con molte “sottolineature” grafiche.

Ci godiamo infatti alcuni passaggi grafici nei momenti più importanti ed emozionanti del racconto, dai primi colpi della battaglia, sottolineati da una vignetta su due pagine. O quelli dell’attacco decisivo, in cui la composizione delle vignette sottolinea la cinetica e, scusate il bisticcio, anche la cinematograficità della situazione e del modo di rappresentarla. La scelta dei punti di vista, una sorta di chiasmo grafico, con la vignetta in negativo a fondo pagina.

In altri momenti si notano vignette senza sfondo e senza bordi nelle quali si sottolineano parole ed espressioni dei personaggi.

Ho notato che questo accade con i personaggi sempre in parte voltati, mai con primi piani forti. Non che questi non ci siano. Ma in quel caso la vignetta è chiusa, anche se a volte senza sfondo per evidenziare il personaggio (che si solito è Garibaldi).

Non è infrequente l’uso delle vignette verticali, cioè che prendono due righe, ma solo per metà, o meno.

Il tratto di Miola è pulito, privo di fronzoli, ma attento ai dettagli. Gli sguardi e le espressioni dei volti vengono colti con grande precisione.

Ma anche l’utilizzo dei piani prospettici, la continua variazione del punto di vista rende estremamente interessante la lettura.

Inoltre il disegno predomina nettamente sul resto, le parole sono poche, e comunque i balloon sono piccoli. Anche le parole urlate hanno dimensioni limitate, come se il suono fosse attenuato.

Nella stessa direzione sembra andare l’uso limitato delle linee di forza e delle onomatopee. Anche queste appaiono più come echi ovattati, anche quando si parla di colpi di cannone, e magari il cannone è in primo piano.

La mancanza delle linee di movimento non limita la dinamicità, tutta a carico dei cambi di punto di vista, che danno a volte un senso simile ai piani sequenza cinematografici. Insieme alla capacità di Miola di fermare attimi significativi.

Non possiamo certo parlare di linea chiara nel senso classico di Hergé, ma la pulizia del tratto, il dettaglio sugli ambienti, si unisce alla già citata attenzione ai volti e alla caratterizzazione dei personaggi. Anche di quelli destinati a durare poche vignette, come il giovanissimo soldato prussiano.

Il colore è altrettanto lineare. Aiuta, nel modo più naturale, a distinguere i passaggi cronologici dal giorno alla notte. E vira di rosso le due pagine di ricordi dedicati all’amata Anita. Un rosso caldo di un amore che il vecchio condottiero non sente più.

Sfibrato da quello che è diventato quasi un dovere: la ricerca della libertà con tutti i mezzi, bellici e politici. Anche se è ormai malandato.

E lo dice, in sogno, proprio ad Anita: La libertà è l’unica cosa che conta.

Paul Izzo, pur concedendosi licenze, è storicamente preciso con le date, cita provvedimenti e lettere di Garibaldi, propone personaggi storicamente credibili.

E ciò lo aiuta a rendere più credibile anche l’uomo Garibaldi che emerge da questa storia. Diciotto giorni per mettere tutto se stesso in una battaglia che appariva senza speranza, finendo con la delusione di chi ha offerto i suoi servigi e viene scacciato via.

E, prima di imbarcarsi per l’amata Caprera, dove ritrova i suoi amati animali, esce da quell’Hotel, Le deux nations. Due come i mondi che ha conquistato. Due come i paesi europei nei quali ha lottato per la libertà. Due, più prosaicamente, come i tomi serviti per raccontare questa storia. Forse meno eroica e meno nota in Italia, ma che certamente ci fornisce una dimensione umana di Garibaldi.

Garibaldi
Vol. 1: L’ultimo baluardo; Vol. 2: Vittoria amara
Prodigi fra le nuvole n. 21/22
48 pagg., 14 € cadauno
Kleiner Flug 2019

Monteverdi: ancora la musica cremonese a fumetti

Stradivari, Monteverdi, Ponchielli: Cremona ha qualche dono particolare.

Non a caso è l’unica città italiana dove si trova un Dipartimento universitario di Musicologia.

Così Kleiner Flug si fa carico per la seconda volta di mostrare come si sia espresso questo genius loci, che ha fatto da sottotitolo già in un precedente volume.

Questa storia è antecedente a quella di Stradivari. Ma non senza continuità, se tra la morte di Monteverdi, protagonista di questa storia, e la nascita di Antonio Stradivari, passano pochi mesi.

Facendo così sognare il tramandarsi nella storia di un talento in qualche modo territoriale, che si incarna di volta in volta in più o meno ignari protagonisti. Una sorta di metempsicosi musicale, con una sola anima che torna in qualche modo a incarnarsi in personaggi che hanno fatto la storia della musica.

Tutti cremonesi.

Come cremonese è il Centro Fumetto Andrea Pazienza, nel cui organigramma troviamo Michele Ginevra, autore sia del presente volume che di quello già citato.

Come cremonese è la disegnatrice Francesca Follini, già nota per Superworld.

E in qualche modo i cremonesi sono consapevoli di questo genius loci, se da tempo organizzano eventi che collegano l’arte alla città, i luoghi ai loro concittadini più noti.

Quest’opera è frutto di una collaborazione tra diversi enti culturali e amministrativi, e ha richiesto una ricerca certosina sulla vita e le opere di Monteverdi, nel 450esimo anniversario della nascita.

Ne esce ancora una volta una biografia-ritratto molto emotiva. Caratterizzata dalla spinta innovatrice del genius loci, che guida l’incarnazione di turno, in modo più o meno consapevole. Mentre i conservatori si oppongono alle novità con sotterfugi e vigliaccherie.

Monteverdi racconta sua sponte tutta la sua vita a due “collezionisti” che sono venuti a trovarlo a Venezia, sua ultima dimora, quando si era già fatto sacerdote.

E parte dall’infanzia, dal suo primo incontro con Orfeo grazie a un cantastorie, e con la musica, grazie al suo stesso padre. E dai primi “scontri” con chi vedeva in lui la nuova incarnazione della novità, e quindi del pericolo.

In realtà Monteverdi racconta episodi di cui non sempre è stato testimone, ma che gli sono probabilmente stati raccontati dai suoi mentori e protettori, o dal genius loci stesso. Questi, consapevoli della novità portata da Monteverdi, lo difendono e gli fanno conoscere un mondo strano e fantastico. Addirittura popolato da creature non del tutto umane. In questo modo nell’opera si sottolinea la soprannaturalità della fiamma divina dello spirito della musica, che arde in Monteverdi.

Stavolta, poi, gli oscurantisti non sono gli ecclesiastici. Se è vero che il suo mentore Padre Ignazio è un gesuita, che «vuole servire la Chiesa guardando al futuro» visto che «chi deve sapere, sa e approva la sua azione». E si fa affiancare dal cantastorie che ha il mantello ornato con le scene della storia di Orfeo, e nasconde qualche altro segreto.

A opporsi a Monteverdi è un Ordine di cui fa parte Don Magio, esponente di una famiglia nobile cremonese con origini dalla Gens Magia, che ha scelto il lato oscuro (si dice proprio così nel fumetto, eh!). E arriva ad attentare alla vita del giovanissimo Monteverdi, appena adolescente, che sta già pubblicando i primi importanti lavori.

Con lo spostamento a Mantova, alla corte dei Gonzaga, la situazione sembra placarsi, ma solo perché le sue opere sono «volutamente ossequiose rispetto alla pratica vigente».

In realtà anche a Mantova, Claudio si trova tra due fuochi. Da una parte Padre Ignazio, suo padre (che sapeva più di quanto credesse) e la giovane moglie, dall’altra Cesare Clemente Magio con Francesco, figlio del duca Vincenzo I, di cui era ospite, appoggiati dal musicista Giovanni Artusi.

Alla corte di Mantova, Monteverdi trovò però appoggio nella Accademia degli Invaghiti, che patrocinò la prima de L’Orfeo.

Questa fu, a quanto ci dice il fumetto, la reale e completa manifestazione del genius loci in Monteverdi.

La manifestazione della natura in perenne divenire, come dice Padre Ignazio.

E lo stesso Monteverdi se ne rende conto, se dice ai suoi interlocutori «Sarebbe riduttivo dire che  sia stato un trionfo… Il genius loci si era manifestato attraverso di me! Avevo creato un nuovo modo di fare musica, sia recitata che cantata!».

Pertanto dopo un modo tutto personale di fare strumenti musicali, ecco la nascita del melodramma. Monteverdi infatti per primo utilizzò tutti gli strumenti messi a disposizione dalla musica dell’epoca, compresa la polifonia delle voci umane e un utilizzo fortemente teatrale dell’opera.

Dopo un rapido passaggio sulle altre tappe della vita, la storia si conclude con la morte (anzi, l’ascensione al cielo, come dice una rassicurante figura dalla lunga barba bianca, la stessa che sovrasta i personaggi in copertina…).

Nella storia si vede la mano di Michele Ginevra, che abbiamo conosciuto nel fumetto dedicato a Stradivari: la passione per il genius loci, la ricerca dei dettagli storici e non solo. I personaggi reali sono verosimili, anche se si percepisce continuamente questa lotta tra bene e male che sembra avvenire su un piano ulteriore.

I buoni sono fin troppo buoni, i cattivi sono anche fisiognomicamente riconoscibili. Un manicheismo che semplifica le cose, ma forse toglie un po’ di spessore alle figure. In conclusione però un gran bel lavoro.

La parte grafica è fatta di colori pastello, per lo più con toni caldi. Di una gabbia che presenta una certa regolarità, sulle quattro righe e dodici vignette. Anche se ricchissime di variazioni sul tema, con qualche splash page e una bella dinamicità per metterla al servizio delle necessità della storia. Unendo righe o colonne, sia in orizzontale che in verticale, e facendo spesso allargare le vignette “non regolari” sullo sfondo della pagina.

Il registro grafico cambia solo quando si racconta di Orfeo, nei colori e nei modi, nel mostrare all’inizio l’interno del mantello del cantastorie, con le dodici vignette disegnate in ocra su sfondo nero. Soprattutto nell’organizzazione delle pagine, quando viene riportata nell’albo la rappresentazione del melodramma.

Queste pagine non modificano sostanzialmente lo stile grafico e dei colori, anche se la pagina corrispondente al primo atto è quella con i colori più chiari dell’intero albo. Pur mantenendo l’ordine delle quattro righe, la forma e l’organizzazione delle vignette diventa del tutto particolare.

Prima ornando le vignette con cornici di stampo rinascimentale-barocco adatte all’epoca, poi semplificandole, fino alla forma triangolare.

E con una concessione alla teatralità di Gianni De Luca, che per primo ha fatto muovere e parlare i personaggi in un’unica tavola, peraltro nella trasposizione a fumetti di opere di Shakespeare. Nel quarto atto, quello del tentativo di Orfeo di liberare la sua Euridice.

Da notare anche la progressione cromatica, dai colori chiari, ai freddi scuri, fino al rosso delle Baccanti.

Ancora una volta Kleiner Flug fa centro. Dando tanti spunti di interesse, storici, artistici e di curiosità. Un altro italiano prodigioso, con un legame forte con il territorio, che non è quello toscano in cui la casa editrice è ben radicata. Ma il legame con Cremona, anche grazie al Centro Andrea Pazienza, si sta facendo sempre più forte… Un vero e proprio genius loci.


Michele Ginevra, Francesca Follini
Monteverdi – Genius loci

Kleiner Flug 2018
64 pagg, colore, € 15

Cyrano a fumetti: una nuova proposta

Hercule Savinien de Cyrano de Bergerac è stato un personaggio tra la realtà e la fantasia: uno scrittore/spadaccino realmente esistito dalla vita piuttosto avventurosa, che ha stimolato la fantasia di chi cercava storie interessanti da raccontare. E il suo nome francese ha sicuramente più fascino di quello italianizzato in Ercole Savignano.

In realtà la prima versione della storia di Rostand che ho visto è stata quella con protagonista Steve Martin in Roxanne, per anni riproposto tra i film del periodo natalizio. Non una pietra miliare della storia del cinema, salvo forse per il monologo sul naso, che modernizza quello nel primo atto dell’opera. Altre versioni cinematografiche sono state prodotte, fin dagli anni ’50 del secolo scorso.

In Italia, oltre alle grandi interpretazioni teatrali di Gigi Proietti e alla canzone di Guccini, anche il fumetto se ne è occupato.

Nel 2013 Stelio Fenzo ha portato a compimento una riduzione dell’opera di Edmond Rostand, ideata già venti anni fa, all’interno della collaborazione con Il Giornalino, ma mai conclusa con le Edizioni Paoline.

Il tratto carnale dell’autore veneziano ben ha sposato la fisicità irriverente dello spadaccino guascone.

E l’opera era comunque incanalata nel binario delle “riduzioni a fumetti” de Il Giornalino che, fin dai primi anni ’90, proponevano didascalicamente i contenuti dei capolavori della letteratura mondiale.

Grande fedeltà all’originale e un tratto che renda l’opera il più verosimile possibile, anche per un personaggio dall’aspetto grottesco come Cyrano. Una sorta di “invito alla lettura”, indirizzato agli adolescenti dell’epoca (tra cui il sottoscritto), con una corretta caratterizzazione storica del contesto e dei personaggi, dei vestiti e degli sfondi, come d’altra parte aveva fatto Rostand.

In questo recentissimo lavoro, invece,  Genny Ferrari, fumettista volterrana che fa parte del Tatai Lab, dà una versione forse più poetica.

Fin dalla copertina.

Il poeta dà le spalle alla battaglia combattuta a fil di spada.

Aprendo l’albo, diviso in atti, mantenendo la struttura teatrale, si evidenzia subito come il carattere della commedia prevalga sull’aspetto della tragedia sentimentale.

La storia è nota. Cyrano, poeta e spadaccino, innamorato di Rossana sua cugina (in realtà Maddalena Robin), aiuta invece Cristiano, di cui lei gli confida di essere innamorata.

Cristiano, cadetto dei guasconi, è però più bravo con la spada che con la penna. Cyrano diventa in tutto e per tutto il suo ghost writer ante litteram. Il giovane ottiene il successo amoroso che cerca, non senza rendere onore al suo mentore.

Ma il cattivo di turno, il conte De Guiche, infatuato della stessa Rossana  e suo comandante, lo manda a morire, per poi pentirsene anni dopo. E Rossana scoprirà la verità solo in prossimità della morte del secondo dei suoi innamorati. Leali con lei, e anche fra loro, forse ben più del lecito.

Genny Ferrari non modifica le battute e la scrittura in rima, più adatta al teatro. In effetti si tratta di un palcoscenico su carta: non a caso la collana di Kleiner Flug prende il nome di Teatro fra le nuvole. La storia è ambienta in una Francia che, nonostante sia in piena Guerra dei Trent’anni, ha colori pastello, frequenta i teatri e lascia spazio a difficili relazioni amorose. L’allestimento è realistico, ma poco sfarzoso. I personaggi caratterizzati con pochi tratti e una grafica piuttosto semplice.

E la guasconeria di Cyrano emerge fin dal suo ingresso in scena, insieme al suo naso. Parossisticamente lungo, segno di riconoscimento e fonte di ironia, con l’attenzione che si deve nell’irridere un grande spadaccino.

Il naso di Cyrano da solo fa capire che l’elemento della commedia è comunque prevalente. Le rime di Rostand completano l’opera. L’ironia e le sottolineature in rima, infatti, alleggeriscono anche gli eventi tragici.

Genny Ferrari propone infatti una versione delicata e attenta.

Oserei dire leggera.

Un po’ come Calvino nelle sue Lezioni americane cita lo “scrittore” Cyrano quando parla della leggerezza nella letteratura.

Il tratto e le fisionomie dei personaggi confermano questa leggerezza, in modi diversi.

Da una parte anche in situazioni drammaticamente critiche come gli scontri di cappa e spada, oppure dietro le linee della guerra, o in presenza della morte, le linee e i colori non cambiano registro.

Dall’altra la caratterizzazione grafica dei personaggi, le espressioni, ricordano, con le dovute proporzioni, i tratti di Miyazaki e Taniguchi, che sono mangaka la cui leggerezza è proverbiale. Anche se in relazione al primo, somigliano forse più ad alcuni suoi anime, e con una ulteriore semplificazione del tratto.

Basti guardare ad esempio agli uomini spesso baffuti. Oppure le espressioni dei visi, che sembrano prive di sentimenti negativi o di durezza.

Questo rende il lavoro accessibile a tutti i lettori, di qualsiasi età. E rievoca anche confronti piacevoli e schemi grafici in qualche modo consueti.

Anche la gabbia delle vignette e i balloon privi di contorni vanno nello stesso senso. A delimitare le vignette sono infatti gli stessi spazi bianchi, mentre i balloon sono colorati a tinta unita, in contrasto con i colori della vignetta in cui si trovano. Bianche, dove è possibile. Altrimenti con colori pastello molto tenui.

L’effetto è quello di una omogeneità e continuità anche grafica, per cui anche i giochi grafici, come le gabbie molto varie (interessante il fatto che i tre personaggi principali vengono introdotti con vignette circolari) e i balloon che aiutano lo scorrere del tempo, sono immersi in questa complessiva morbidezza.

Mancano quasi completamente, se si eccettuano rare eccezioni, le linee dinamiche e le onomatopee. Non che se ne senta la mancanza, proprio in virtù della leggerezza con cui viene affrontata l’opera. In questo modo il fumetto sembra una sequenza di immagini statiche.

Il contro di questo approccio è, a volte, l’affievolirsi nelle sottolineature dei sentimenti. Ad esempio, il bacio che Cristiano ruba a Rossana, non è il proverbiale apostrofo rosa tra le parole “T’amo”, ma una scena, che passa e quasi fugge senza lasciare traccia.

Lo stesso perdono di Rossana nei confronti di De Guiche a quindici anni di distanza dalla morte di Cristiano rimane piatto. In questo modo è Cyrano ad avere quasi il monopolio dell’emotività. Sottolineato dal rosso di cui veste.

Emotività che va di pari passo al senso dell’onore, anche questa prerogativa dei guasconi.

Una bella riduzione, con un taglio piacevolmente femminile. Ben scritta, ben disegnata. Non banale e con personalità, anche se evoca piacevoli sensazioni già provate.

Un’opera certamente originale, nei modi, anche se non nei contenuti, e un lavoro ben fatto!


Genny Ferrari
Cyrano

Kleiner Flug, marzo 2019
64 pagg, colore, cm 21×28,5, € 15,00

San Francesco: una conversione grafica

Ringrazio San Francesco per aver amato Dio e grazie a Dio per tutto!

Strano essere colpiti, nel leggere un fumetto, dai ringraziamenti nel colophon e quindi farsi ben disporre nella lettura e nell’apprezzamento.

D’altra parte Astrid ha già lavorato su storie in qualche modo legate al cattolicesimo, e ne abbiamo già parlato. E anche stavolta non si tira indietro. Dal San nel titolo, ai ringraziamenti a Don, frati e infine quello riportato sopra.

Ci racconta una storia nota, raccontata da tanti. Già nel medioevo di vite di Francesco ne erano state prodotte diverse al punto che nel 1500 già si cercava di fare un po’ di ordine.

Nelle sole Fonti Francescane si contano le Vite di Tommaso da Celano, le Leggende di San Bonaventura, insieme a due biografie non ufficiali. 1

Altri media si sono fatti affascinare dalla storia di Giovanni figlio di Pietro di Bernardone. Il cinema (dal 1911), il teatro (da Dario Fo a Forza Venite Gente), fino ai fumetti. Anche per la Nona arte, grandi maestri si sono fatti coinvolgere, da Dino Battaglia a John Buscema.  Nel 2015 il Cartoon Club di Rimini ha organizzato una mostra in proposito.

Fino ad oggi, ad Astrid Lucchesi, toscana di Barga, comune che ha per frazione Castelvecchio Pascoli, ai piedi dell’Abetone. In quella Lucchesia considerata spesso la zona bianca della Toscana.

In un tempo in cui è molto più facile dissacrare, e ne abbiamo migliaia di esempi, Kleiner Flug  propone invece una vera e propria agiografia, che rende umanissimo il percorso di Francesco.

Cimentandosi sia nella sceneggiatura che nei disegni (e nella copertina), Astrid si limita al periodo del cambiamento di vita del minor per eccellenza.

Che era tale per le sue origini non nobili, e quindi considerato inferiore dai majores.

Anche se il cambiamento modifica tutto, tranne proprio la sua minorità. È interessante infatti che questo suo essere minor, che gli veniva rinfacciato dai nobili assisani mentre si indebitavano con la sua famiglia, sarà poi il percorso della sua vita.

Questa è, in fondo, il centro della conversione di san Francesco: dall’aspirazione alla majoritas al percorso verso la affermazione finale:

andrò nudo incontro al Signore.

Dal voler dimostrare il proprio valore in combattimento, all’umiliarsi anche dentro la casa di suo padre.

Si accenna appena in un paio di passaggi al carattere festaiolo che invece tante leggende ci propongono. Giovanni di Bernardone, detto Francesco perché la madre era Francese e il padre commerciava con la Francia. Figlio tra i più ricchi di Assisi, certamente dedito al lusso e ai ricchi passatempi, ma ancor di più alle storie di uomini valorosi.

Le prime venti pagine ci raccontano della passione per le armi e le imprese, che però si scontrano con sconfitte e una salute  non certo marmorea.

Della prigione dopo la battaglia di Collestrada (1202) da cui, secondo Tommaso da Celano, parte il cammino di conversione.

Fino alla Crociata, indetta da Innocenzo III, con destinazione Puglia, poi Gerusalemme, che però Francesco conclude a Spoleto, ancora una volta per la sua salute cagionevole.

E proprio lì il cambiamento ha un momento decisivo.

In quattro pagine cambia tutto: la frase della donna che a Spoleto ospita i crociati …è quel ragazzo! Se ne sta andando! dà il LA.

La vita di Francesco si converte. Etimologicamente conversione: da converterecum rafforzativo e vértere: volgere. Una vera e propria inversione a U.

E non solo metaforica, ma quella che avviene nelle tre pagine intensissime dell’incontro con il lebbroso.

La conversione “fisica”

Francesco ferma il cavallo e torna indietro (si con-verte, appunto). E cambia definitivamente il suo cuore (biblicamente forse da cuore di pietra a cuore di carne, Ez 11,19).

Allo stesso modo si converte anche la parte grafica dell’opera. Il disegno ben delineato e con colori definiti e pieni diventa quasi schizzato, con una mescolanza di tecniche diverse, e passaggi molto evidenti nelle dimensioni del tratto. Le pagine finora colorate utilizzando viraggi sempre intensi o colori che ricordano affreschi o arazzi medievali, sbiadiscono. Bianco e nero diventano assolutamente predominanti, con l’aggiunta di colori caldi (principalmente ocra e rosso).

La conversione “grafica”

Astrid usa delle vere e proprie pietre miliari della Leggenda francescana. Frasi e parole di san Francesco e dei suoi interlocutori, umani o trascendenti, prese dalla tradizione ed entrate nell’immaginario collettivo. Attinge alle biografie (saranno questi i libri di cui ringrazia Don Luca nel colophon?) e a fonti più tradizionali. Sappiamo che l’agiografia è sempre stata ricca di storie popolari, che sono servite per avvicinare le figure dei santi a noi “normali” (che siamo cristianamente comunque chiamati a somigliare loro, no?) .

E usa anche le parole scritte da San Francesco, dal Cantico delle Creature, alla forse meno famosa ma almeno altrettanto poetica Preghiera davanti al Crocifisso.

E le usa in particolare proprio nel momento della conversione, quando appunto l’immagine perde definizione e colori.

L’uso del bianco e nero, con gli inserti colorati, non impoverisce l’immagine, ma si ha lo stesso passaggio che si ha dalla prosa alla poesia. Quando si fa una parafrasi, occorre usare molte parole per spiegare dei versi. Qui succede circa lo stesso, alla rovescia. Il messaggio grafico diventa un compendio di umanità.

La seconda parte dell’opera è pertanto più essenziale. E lo è tanto più quanto si riducono i colori. La tavola più piena di senso non solo per chi crede, ma anche solo per l’esperienza umana è la 39, la più bianca dell’intero albo. E viene alla fine di un altro trittico, in cui è quasi tutto bianco e nero. Ancora tre tavole per una conversione…

… che qui si completa, e San Francesco tornerà nel mondo.

Il fumetto recupererà definizione, e anche un po’ di colore, ma restando nella nuova prospettiva. Fino all’abbraccio finale con il Vescovo di Assisi, che non si limita a coprire per pudore le nudità, ma condivide, con lo stesso abbraccio del lebbroso.

Che San Francesco abbia convertito anche lui?

1. Le biografie ufficiali sono quelle commissionate dall’Ordine Francescano o dalla Curia Romana, in particolare quelle di San Bonaventura da Bagnoregio.

La conversione di San Francesco
Prodigi fra le nuvole n. 18
Astrid
Ottobre 2018, Kleiner Flug
Brossura, 62 pagg., colore

San Domenico: Kleiner Flug va all’estero

CopertinaSe a chiedere di raccontare la storia di San Domenico di Guzman a fumetti fosse lo stesso ordine dei Domenicani?

E se fosse in particolare la comunità presente nella chiesa vicina alla stazione di Firenze?

E se lo chiedesse, ovviamente, alla casa editrice toscana che in questi ultimi anni maggiormente si è occupata di biografie di personaggi famosi, con l’intenzione (anche) di diffondere la storia nelle principali lingue europee?

Accadrebbe che, con i testi di Marco Rocchi e i disegni di Edoardo Natalini, Kleiner Flug pubblicherebbe un albo, tradotto in quattro lingue, in collaborazione con l’Opera per Santa Maria Novella.

Come dice lo stesso sito del convento fiorentino:

Non si tratta certamente di un’opera di ricostruzione scientifica né di una biografia filologica di questo personaggio storico.[…] Un uomo che ha influenzato il suo tempo e di cui ancora oggi possiamo apprezzare il grande contributo che ha dato alla storia del Cristianesimo e della società in cui ha operato.

I domenicani non sono certo simpatici ai più. Collegati tradizionalmente (ma non per questo correttamente) all’Inquisizione medievale, sono spesso visti come sinonimo di chiusura mentale e rigidità.

In effetti nel 1235, dopo alcuni anni in cui le deleghe per ricercare gli eretici erano numerose, papa Gregorio IX affidò definitivamente tali deleghe ai domenicani. Principalmente per il profondo legame tra i domenicani e il Papa, che li svincolava da poteri e influenze vescovili. Sarebbe da approfondire, già solo il significato del termine inquisizione, ma non è questo il luogo (o meglio il sito).

Un secolo prima dei fatti che abbiamo incontrato recentemente in un altro fumetto, in cui appunto un inquisitore domenicano faceva la ormai solita figura da stolto oscurantista e assetato di sangue, viveva il protagonista dell’albo.

Che di stolto oscurantista non ha avuto granché…

È un anziano Domenico a raccontare la sua storia. L’occasione gliela dà un giovane confratello, inviato da Giovanni da Salerno, che insediò i domenicani a Firenze ed era alla ricerca di una sede adatta al crescente ordine.

Per rispondere alla sua disperazione dell’essere senza una chiesa, Domenico racconta la sua vita. Di come si è affidato alla Provvidenza e al Vangelo, fin dalla sua missione danese insieme al suo vescovo e confratello agostiniano Don Diego de Acevedo.

Così dedicherà la sua vita alla predicazione e alla missione, fondando un nuovo ordine, nonostante i Papi in quel periodo non vedessero di buon occhio il proliferare di famiglie religiose. A causa delle eresie dilaganti.

Ma Domenico prese l’anelito alla povertà e alla vicinanza con il popolo dagli eretici catari, nelle cui terre predicò per quasi dieci anni, mantenendo sempre un fortissimo legame con Roma e con i Papi che ha conosciuto.

Ovviamente l’albo presenta Domenico in modo amichevole, mescolando la sua forza d’animo con una grande mitezza. Sottolineando la preghiera continua (Domenico propugnò fortemente la pratica del Rosario) e l’estrema sobrietà. E facendo il parallelo con San Francesco. Centrale infatti è l’episodio della visione di Domenico e il successivo incontro con il poverello di Assisi in occasione del riconoscimento dell’ordine, raccontati da Gerardo di Frachet nelle Vitae fratrum, che prende le dieci tavole centrali.

Lo stile, proprio per rendere la biografia con la leggerezza del  fumetto, è quello tipico delle prime e più semplici agiografie: raccontare alcuni eventi miracolosi e storie confortanti che abbiano per protagonista il santo. Solo gli eventi fondamentali, presi dalla storia o dalla tradizione. Rendendo il santo estremamente simpatico. Anche quando racconta i momenti più tragici, come l’uccisione del suo amico e confratello Pietro.

Estremamente consolante è la naturalezza in cui viene raccontata la morte (gli ultimi anni della vita di Domenico sono stati comunque molto intensi e ricchi di spostamenti ed eventi).

Il continuo ricorso ai flashback non appesantisce la lettura, anzi, le dà la piacevole sensazione del nonno che in qualche modo racconta la sua vita al nipote.

Il linguaggio è accessibile a tutti (si parla di pecorelle smarrite) ma altrettanto attento (ad esempio riporta le parole esatte del Salmo 28).

L’operazione simpatia viene supportata fortemente anche dalla parte grafica. La descrizione di San Domenico fatta da una monaca (Suor Cecilia Romana) del 1240 è:

Statura mediocris, tenuis corpore, facies pulchra et parum rubea, capilli et barba modicum rubei, pulcher oculis. De fronte eius et inter cilia quidam splendor radiabat […] Manus longas et pulchras habebat, magnam vocem pulchram et resonantem habebat. Numquam fuit calvus, sed coronam rasilem totam integram habebat paucis canis respersam.

Ovvero

Di statura media e corporatura magra, un viso bello e un po’ rubicondo, i capelli e la barba rossicci, dei begli occhi. Dalla sua fronte e tra le ciglia si irradiava una certa luce […] Aveva mani lunghe e belle, una bella voce possente. Non è mai stato calvo, ma aveva una tonsura integra a mo’ di corona appena imbiancata.

Invece il nostro San Domenico è quasi un super deformed, con l’aggiunta di un bel nasone (e i nasi fantasiosi sembrano una caratteristica di Natalini).

Probabilmente per una concessione alla fisiognomica, per cui aspetto e caratteristiche morali sono in qualche modo legate. Così l’umiltà e la forza morale vengono meglio rappresentate da un aspetto tozzo e solido, che rendono il santo in qualche modo normale.

Oltre ai nasi, colpiscono gli occhi. Solo quelli dei personaggi più significativi hanno la parte bianca (sclera): Domenico, Maria e Gesù, San Francesco. Gli altri hanno solo le pupille, che a volte ricordano quelli dei fumetti della Disney degli inizi. E sono sempre estremamente espressivi. A volte non compaiono affatto (il Papa quando indice la Crociata o accetta l’Ordine, i frati nella casa di Tolosa, dove Pietro da Castelnuovo ostenta ricchezza parlando di disagiate condizioni). Perché nei disegni gli occhi possono essere effettivamente lo specchio dell’anima.

Gli sfondi sono semplici, sia nei tratti che nei particolari che ancora nei colori. Ma danno un senso di familiarità, e leggibilità.

La gabbia è regolare, tutte le vignette sono rettangolari, ma il numero del loro numero per pagina è a servizio della storia. Alcuni passaggi importanti richiedono l’utilizzo della pagina intera: l’inizio, il viaggio verso Roma, il riconoscimento dell’ordine.

Tutte molto belle e significative, molto ben disegnate. Quella che mi ha colpito maggiormente è quella dei domenicani in Europa. Che è un po’ una carta programmatica dell’Ordine. Il parlato, che quasi si sente, la carta europea, disposta stranamente in direzione Est-Ovest, i due inserti. Uno con Domenico giovane, l’altro anziano.

I bordi, anche qui, servono a differenziare il racconto regolare dai flashback.

Insomma, piccoli artifici che non distolgono dalla storia e danno grande leggibilità e scorrevolezza.

È in effetti un fumetto per tutti con diversi piani di lettura, sia dal punto di vista del contenuto che della parte grafica.

Assolutamente nella linea (altamente) qualitativa finora segnata dalla collana Prodigi tra le nuvole.

Questo volume segna anche un momento importante per Kleiner Flug.

Non è il primo volume dedicato a una figura della Chiesa. Anche qui abbiamo già parlato di Caterina da Siena e di Girolamo Savonarola (peraltro entrambi domenicani). Ma colpisce il “San” nel titolo (prima volta).

E pur non essendo il primo volume che la casa editrice toscana traduce per il mercato estero, è il primo che ha come protagonista un uomo non nato in Italia, anche se, come tutti i religiosi cattolici, fortemente legato al nostro paese.

Il volume ha vinto il Premio Fede a Strisce – Roberto Ramberti all’ultima edizione di Cartoon Club Rimini.

Nel 2017 è uscita un’altra biografia a fumetti dello stesso Domenico, molto più agiografica e destinata a un mercato forse più di nicchia, dell’editrice cattolica milanese IPL.

San Domenico
Marco Rocchi, Edoardo Natalini
Prodigi fra le nuvole
Fleiner Flug, 2017
44 pag, colore, brossura

Nausicaa: il femminile ancestrale

CoverQuali sentimenti suscita nel cuore di Nausicaa il racconto di Odisseo?

È quello che si chiede Bepi Vigna in questo lavoro già pubblicato nel 2012 da Pavesio Editore e riproposto ora da Kleiner Flug.

Prova, come ammette lui stesso nella prefazione, a proporre una lettura femminile dell’Odissea, in opposizione e completamento alla lettura patriarcale, cercandovi i valori della fantasia, della sensualità, dell’accettazione del diverso. In contrasto con il maschile di Ulisse, del quale mai si capisce fino a che punto dica la verità, o se stia giocando con le reazioni di chi lo ascolta.

Da dove è venuto Ulisse, perché e come è arrivato sulla spiaggia, perché ha affrontato il mare che trasporta echi di suoni lontani?

Odissea è ormai sinonimo di avventura. Cosa spinge un uomo a lasciare la sicurezza della propria casa, dove è apparentemente osannato, per dirigersi verso l’ignoto?

Ulisse motiva l’aver abbandonato Itaca con la curiosità, l’orgoglio di comandare un esercito, la volontà di misurare il proprio valore.

Questo attira Nausicaa, ma allo stesso tempo le suscita sentimenti contrastanti, perché il lato oscuro di Ulisse emerge dai suoi racconti fin dall’inizio.

È evidente fin da subito il conflitto nella giovane principessa, che oscilla tra l’estatica ammirazione e la difficoltà di capire fino in fondo il misterioso ospite…

Affascinata, ammaliata persino, dal tenebroso straniero salvato dal mare, che ha vissuto avventure inenarrabili, da cui si è salvato con la forza e l’astuzia. Lo sguardo di lui rapisce completamente prima il cuore, poi la mente, infine il corpo della principessa di Scheria, ben oltre quanto raccontato da Omero nella versione ufficiale dell’Odissea.

Così l’abbandono, l’illusione, la paura dell’inganno alla fine si materializzano. E Nausicaa si trova nella più classica delle condizioni di sedotta e abbandonata. Si sono concretizzate le paure, che pure lei ha espresso al naufrago nell’ultima delle notti passate insieme:

È la paura dell’inganno… la paura che quello che credo di avere sia solo un’effimera illusione.

Ma non resta a lungo a compatirsi, reagisce, e si mette alla ricerca del suo uomo. C’è un cambiamento della condizione e dell’atteggiamento femminile, e anche la madre Arete, sovrana di riconosciuta saggezza, appoggia il suo gesto. E da qui parte la versione femminile dell’Odissea, quella della ricerca per capire. Nausicaa non parte all’avventura, per mettersi alla prova, ma alla ricerca di sé.

Il suo viaggio non è un ritorno, come quello Odisseo, ma una esplorazione, una ricerca, una iniziazione, come quella di tanti eroi antichi e moderni. Giovane abbandonata, cerca il suo essere donna abbandonando le certezze di una vita standard.

Una serie di tappe, che le permettono di scoprire se stessa, il suo destino. La prima è il punto di partenza (e inaspettatamente non quello di arrivo) di Ulisse: Itaca. E qui scopre che l’uomo che l’ha ammaliata è un vigliacco, approfittatore, infingardo.

Ma impara anche che

gli occhi di una donna vedono quello che una fanciulla non riesce a immaginare

…grazie a Penelope, che le regala uno sguardo di donna adulto e disilluso. Questo modifica il suo punto di vista: salpa da Itaca con una consapevolezza diversa. Pur avventurandosi poi verso l’ignoto, scopre che le storie che l’hanno affascinata in realtà sono solo illusioni: le sirene sono scogli, Circe una prostituta. C’è voluto poco per farsi trarre inganno, specie da parte di un uomo che ha fatto della fuga e dell’inganno il suo modo di vivere. Ma non si farà più irridere così facilmente, e continua il suo viaggio, per scoprire tutte le illusioni…

Fino a Napoli, dove tutto trova sintesi: Ulisse è in realtà sospeso tra Pulcinella e Omero, tra l’Odissea e il Margite, tra l’eroe e lo sciocco che molte cose sapeva, ma tutte male.

E Nausicaa trova se stessa, e conclude il suo viaggio di iniziazione: il suo essersi fidata e donata non è stato un errore, e il suo viaggiare alla ricerca di sé non è stato vano. Mentre l’uomo ha viaggiato per sfuggire alla guerra, per continuare a trovare terreno vergine per le sue menzogne, lei alla fine del suo viaggio ha trovato la sua forza, la verità di ciò che è.

Mai nella letteratura classica una donna viaggia da sola, lo hanno fatto tanti uomini, eroi e no. Ma una donna mai. È la prima volta che il viaggio iniziatico è compiuto da una donna, così i due autori danno una lettura al femminile del viaggio in generale, e dell’Odissea in particolare. Con Nausicaa che trova in Penelope quello che al maschile sarebbe stato un mentore e le apre lo sguardo. Una guida che le riapre gli occhi, rimasti fin lì chiusi (anche nei disegni) dopo la perdita di quello che sembrava il grande amore.

Una lettura femminile, ma anche fortemente caratterizzata dal mare, orizzonte libero per chi voglia partire. D’altra parte lo scrive lo stesso autore nella sua prefazione:

i disegni di Andrea Serio sarebbero stati perfetti per raccontare una storia ambientata nel bacino del Mediterraneo, che riflettesse i miti e i valori più autentici della nostra cultura.

I tratti dei visi ricordano le fisionomie tipiche delle popolazioni marinare. Non solo di quelle mediterranee. Infatti, se tanti sono i profili classicheggianti dei greci, se Penelope ha tratti egiziani, Circe la folta chioma bruna e riccioluta delle donne latine, Alcinoo sembra quasi un re vichingo, e l’algore di Nausicaa è quello dei Normanni che pure giunsero a Napoli (anche la nave su cui parte ricorda da vicino un drakkar normanno).

I colori pastello su carta ruvida sono in effetti molto efficaci per raccontare i paesaggi del Mediterraneo. Sono morbidi per l’effetto sgranato e le sfumature create dalla diversa pressione ma hanno comunque definizione e vividezza. Consentono di modificare continuamente il livello di dettaglio, e di passare dalla definizione netta delle figure a una sorta di fusione.

Il lavoro di Andrea Serio è stato molto preciso. Egli stesso ammette, nella sua parte di prefazione, di aver disegnato una tavola ogni due settimane circa. Sicuramente per inesperienza e indolenza, ma anche per la cura certosina.

La tecnica usata consente anche di definire i bordi dei soggetti in modo dettagliato mantenendo la morbidezza dei riempimenti. I colori stessi fanno da contorno delle figure e da linee di movimento. Vengono anche usati con un contrasto continuo tra il rosso e il blu, ancora una volta i colori che rappresentano tradizionalmente il femminile e il maschile.

Anche nella parte grafica troviamo citazioni, oltre al fatto che Serio è allievo di Mattotti e oltre alla lunga serie di citazioni esplicitate nella prefazione.

I soldati greci che prendono Ilio ricordano per aspetto e colori quelli del Leonida di Frank Miller; alcuni passaggi mi hanno fatto pensare alle regge hyperboreane di Conan.

Altre citazioni, sempre aggiungendosi a quelle che Serio elenca, mi sembrano meno fumettistiche e più dotte: i dettagli nei lineamenti, nelle espressioni, nelle sfumature dei colori e delle ombre hanno un che di futurista. Le ombre e i visi senza dettagli sembrano essere un riferimento a de Chirico o ad altri pittori italiani (Ivo Pannaggi ad esempio). Il passaggio continuo dal figurativo ricco di dettaglio a dei paessaggi quasi astratti possono forse essere collegati all’origine di illustratore di Andrea Serio.

Nausicaa L’altra odissea è anche un cortometraggio presentato a Venezia 2017, diretto dallo stesso Bepi Vigna (qui il trailer) e realizzato con la tecnica del motion comic. Come ammette lo stesso autore, sta “girando il mondo”, selezionato in diversi festival.

Anche se la trasposizione è avvenuta cinque anni dopo la prima edizione del fumetto, fin da subito le inquadrature, la dinamicità delle figure, lo spostamento dei punti di vista tra le vignette risultano molto cinematografici. La gabbia stessa, che nelle prime tavole è molto regolare, poi si fa via via più dinamica, a dettare il ritmo, proprio come in un film. E fa da ulteriore elemento di distinzione tra la parte maschile e quella femminile del viaggio.

Il volume aggiunge nella parte finale sedici pagine di bozzetti, schizzi e altre illustrazioni, per lo più in bianco e nero, che completano bene l’opera.

Un lavoro significativo, che trova una nuova edizione a distanza di oltre sei anni, senza perdere nulla dell’evocativa forza originale. Una lettura moderna del viaggio come scoperta, fisica ma anche interiore. Se è vero, come dice lo stesso Vigna, che Nausicaa parte

spinta dal desiderio di comprendere le ragioni dell’abbandono e per capire è anche disposta a perdonare.

Perché solo avendo il coraggio di partire si può provare a cambiare, e, cercando gli altri, trovare sé stessi.

 

Vigna, Serio
Nausicaa, l’altra Odissea

Collana: Narrativa fra le nuvole
72 pag., Brossurato, colori
formato 21 x 28,5 cm
prezzo: 17,00

Modigliani Principe bohémien

Modigliani.

La prima traduzione tra i Prodigi fra le nuvole mantiene comunque la promessa della collana, che si concentra sulle biografie di italiani famosi.

Ancora una volta si parla di un toscano, il primo livornese della serie. Ed è anche il personaggio della collana (almeno finora) più vicino ai nostri giorni.

La sceneggiatura è di Laurent Seksik, medico e romanziere francese, che si è saltuariamente dedicato ai fumetti raccontando la vita di due protagonisti della prima metà del ‘900. Stefan Zweig, scrittore austriaco, e Modigliani, appunto. E concentrandosi in entrambi i casi sulla parte finale.

I disegni invece sono ad opera di Fabrice Le Henanff.

L’opera racconta gli ultimi anni della vita del pittore e scultore, dal 1917, da poco prima della conclusione della Grande Guerra, fino alla sua morte nel 1920. Quando ormai la sua vita era minata dalla tubercolosi, ma aveva finalmente trovato il grande amore.

L’albo si concentra proprio sul rapporto con Jeanne Hebuterne, che diede al pittore l’unica progenie riconosciuta e che si suicidò il giorno dopo la morte del livornese.

La giovane (poco più che ventenne) visse con Modigliani a Parigi, nonostante l’opposizione della famiglia, instaurando un connubio sentimentale e artistico che li portò entrambi alla morte.

Infatti Modigliani, distrutto dalla tisi, preferì tornare nella fredda Parigi, abbandonando Nizza, dove il fisico migliorava, ma arte e animo no. E Jeanne non riuscì a vivere senza l’istrionico compagno, al punto che l’epitaffio sulla tomba comune a Père Lachaise cita (in italiano) compagna devota fino all’estremo sacrifizio.

Modigliani è in tutto e per tutto un artista, apparentemente menefreghista, critico nei confronti dell’arte passata, assolutamente autoreferenziale. Anche di fronte a Renoir, invecchiato e non del tutto lucido, non esitò a criticarne la pittura, in un episodio raccontato anche in questo libro. Senza tener conto neppure della devozione della sua donna, che appare completamente succube, al punto di non resistere neppure un giorno senza il suo Pigmalione.

E i suoi biografi a fumetti non gli risparmiano nulla. Nella lettura rimane una sorta di sottofondo di critica e impossibilità di condividere le scelte umane di Dedo. Nonostante l’utilizzo del nomignolo, infatti, Modigliani rimane spigoloso, spesso sgradevole. E la drammatica evoluzione dei fatti appare come la naturale conseguenza del suo comportamento.

Il centro dell’opera è certamente il carattere e la vita del pittore, ma anche il quartiere parigino di Montmartre, per la cui fama il maledetto italiano è stato peraltro fondamentale. Un richiamo ineluttabile per gli artisti, nonostante il clima, la guerra, le tentazioni verso l’autodistruzione.

In realtà la sceneggiatura di Seksik è tratta da una sua piece teatrale dal titolo Modì. E l’origine teatrale si nota: nei dialoghi, nel ritmo con i passaggi di scena, l’ingresso e l’uscita dei personaggi, che sono fortemente caratterizzati, anche quelli cosiddetti minori. La regina madre della giovane Jeanne, Zbo (Leonard Zborowski) promotore della personale di Dedo nella galleria di Madame Weill, che fece scandalo.

L’autore infatti, pur mantenendo moltissimi riferimenti storici, personali e collettivi, con pochi decisi tratti evidenzia le caratteristiche dei personaggi. Quelli famosi, ma anche dei comprimari.

Anche la parte grafica ripropone la teatralità dell’opera originale. Le pagine con gabbie estremamente differenti, quasi volatili fanno muovere rapidamente l’occhio del lettore, come spazia quello dello spettatore sul palco di un teatro. Dove l’attenzione viene richiamata dalle parole degli attori, dalle luci che si spostano, dai rumori, a volte anche da immagini ed eventi lontani dal centro dell’azione o dai personaggi.

Così a ogni tavola cambia la struttura: a tre o quattro righe, o uno sfondo unico con le altre vignette incastonate sopra, spesso anche senza bordo. Un modo certo anche per tenere viva l’attenzione. Ma la forma delle vignette rimane estremamente regolare, sempre rettangolare, senza alcuna concessione, se si eccettua qualche piccola sbordatura.

Le parole sono spesso voci fuori campo, proprio come nelle opere teatrali, in cui i dialoghi possono raccontare di fatti lontani nello spazio e nel tempo rispetto all’azione. O in cui gli attori si fanno portavoce di parole non loro: dell’autore o in un contesto più generale, spesso esplicitando i pensieri che solitamente restano nella testa. Consentono alla fantasia dello spettatore di spaziare proprio come delle didascalie.

Pur essendo parti parlate, perfettamente comprensibile dal contesto, spesso manca la parte della nuvoletta che la collega alla bocca che parla. Pertanto, grazie anche alla forma rettangolare, a rafforzare il senso di regolarità dato dalle vignette, le voci danno l’impressione di essere impostate, ovattate, come quelle di attori ascoltati dal loggione.

Le tavole di Le Henanff sono personali, costruite con uno stile proprio. Pur raccontando la storia di un pittore, e di uno dei più famosi, in nessun modo ne ricalcano lo stile.

Solo nella riproduzione delle opere, ovviamente, usa lo stile pittorico di Modigliani. Peraltro solo 4, delle oltre 500 conosciute, ma significative. Il ritratto frontale di Jeanne Hebuterne, di cui si vede anche il lavoro preparatorio, a percorrere la loro storia. Il grande nudo disteso, che esposto nella galleria Weill fece grande scandalo. Albero e case, che nel racconto testimoniano la mancanza di ispirazione lontano da Parigi. E l’ultimo autoritratto, in cui l’autore si raffigura emaciato, al di là della deformazione che usualmente dà ai suoi volti, proprio perché vicino alla morte.

Per il resto lo stile è realistico, acquerellato. Coerente con le altre opere di Le Henanff, che si è cimentato in lavori a sfondo storico (Ostfront e Westfront) o biografie (Elvis).

La tecnica si sposa benissimo con i cambi di registro cromatico che sottolineano i passaggi della storia e gli stati d’animo dei personaggi.

Così i riferimenti alla guerra sono sempre virati tra il grigio del fango e dell’inverno e il blu-nero del ferro dei cannoni e dei fucili.

I colori caldi sono destinati principalmente al periodo trascorso in Costa Azzurra, con l’apoteosi di tricolori (italiani!) per la vittoria della Grande Guerra. E concludono l’opera, in Italia, dove la piccola Jeanne Modigliani viene portata da Zbo per essere cresciuta dalla zia Margherita.

Cromaticamente il fil rouge (è proprio il caso di dirlo) è il rosso, che per tutta l’opera ha un’unica tonalità. Quella della sciarpa di Modigliani, che indossa dalla quinta tavola in poi. Del vino, del sangue dovuto alla tisi, della tenda de La Rotonde, fino alle foglie che accompagnano l’incontro della regina madre con Zbo sulla tomba ormai congiunta di Amedeo e Jeanne.

Una lettura impegnativa, come impegnativo è il protagonista. A cavallo tra i prodigi fra le nuvole e il teatro fra le nuvole dell’editore fiorentino.Un’opera che prova a umanizzare un artista poco conosciuto in Italia e spesso mitizzato, bohemien, violento, alcolizzato, difficile da inquadrare anche nel complesso mondo dei movimenti artistici del primo Novecento.

Forse troppo solo e debole, che ha consumato in soli 36 anni tutta la sua grandezza.

Modigliani, principe bohemien
Laurent Seksik, Fabrice Le Henanff
Kleiner Flug, 2018
72 pagine, brossurato, colori – 16,00 €

Cosimo de’ Medici: come tutto è cominciato

Un nemico che precipita da una torre non giova a nessuno, ma neanche può recar di danno!

Il vecchio o Pater patriae, questo è il soprannome con cui Cosimo de’ Medici è storicamente noto.

Nonno del forse più famoso Lorenzo il Magnifico, ma tra i più intelligenti e brillanti politici del tempo e protagonista assoluto dell’ascesa di Firenze e, con essa, della sua famiglia.

Pur non essendo il capostipite, infatti, fu colui che trasformò la famiglia di banchieri nella casata egemone sulla città toscana.

La casa editrice fiorentina Kleiner Flug arriva al diciassettesimo volume dei suoi Prodigi fra le nuvole. E lo fa continuando a esplorare i personaggi fiorentini.

Così dopo gli artisti (Cellini, Giotto), i letterati (Dante, Petrarca), questo numero si innesta nel filone delle figure storiche di Firenze. Insieme a Farinata, Pier Capponi, Savonarola.

E il suo discendente Giovanni, già protagonista su queste pagine.

Alex Lucchesi, sceneggiatore, regista, attore, si cimenta nella sceneggiatura di una storia a fumetti tra politica e storia, tra omicidi e trame di potere.

Affidando le matite e i colori a Davide Susini.

I due ripercorrono la storia dell’ascesa della famiglia più potente di Firenze con dovizia di particolari. Certo non con pretese filologiche, ma raccontando le relazioni, gli intrecci, i giochi di potere fra le famiglie, come negli scacchi.

E i giocatori sono i Medici e gli Albizzi, che muovono, e più frequentemente eliminano fisicamente, i pezzi sullo scacchiere fiorentino, che in realtà si espande fino a Padova. Così partendo da Niccolò da Uzzano, il primo degli alfieri abbattuti, incontriamo Bernardo Guadagni, gonfaloniere legato agli Albizzi che deciderà l’esilio di Cosimo, provando a dare scacco al re.

Poi il carceriere Malavolti, il Capitano Giuliani, i De Luca, il noto architetto Michelozzo e lo stesso Luca degli Albizzi tra i bianchi medicei; Palla Strozzi, il mercenario Baldiaccio d’Anghiari e il già citato Guadagni tra gli antimedicei.

Tutti personaggi storici, che si muovono su uno scacchiere che va da Firenze a Padova. E i pezzi bianchi e neri ricordano i guelfi bianchi e neri, già protagonisti di una lotta intestina a Firenze alla fine del 1200.

D’altra parte l’epopea dei Medici non ha tanti segreti. Quella dei libri di storia, ma anche quella della serie TV prodotta dalla RAI (dove peraltro Cosimo aveva le stesse fattezze di Robb Stark).

Quindi Alex Lucchesi si muove sui binari di un soggetto già definito, volendo rimanere nell’ambito della realtà storica.

Ma riempie di dettagli la sua sceneggiatura, arricchendo di particolari la cornice storica. La storia avanza con numerosi variazioni di ritmo, qualche volta rischiando di addentrarsi in dettagli troppo particolari, portando il lettore al punto di perdere il filo, ma dando in conclusione una dinamicità sostanzialmente piacevole.

Riesce a delineare i caratteri dei personaggi con poche pennellate, nascondendo efficacemente trame e doppiogiochismi.
Con altrettanta efficacia in poco tempo riesce a modificare non solo il quadro sociale e politico, ma anche quello dei sentimenti personali, all’interno della storia.

Proprio come può succedere nelle partite a scacchi, in cui una sola mossa può far cambiare l’esito, anche quando la fine sembra scontata. Così l’esilio padovano di Cosimo, che doveva essere l’inizio della sua fine, in realtà non è mai cominciato, e in qualche modo tutta la partita risulta truccata.

E come nelle partite a scacchi i giocatori stessi possono tenere in serbo delle mosse a sorpresa, dissimulando la loro tattica, nascondendo dei pezzi rispetto al centro del proscenio. E per questo sono decisive le figure incappucciate. Che rovesciano la situazione proprio quando gli Albizzi e i loro mercenari sembravano sul punto di scoprire il gioco dei Medici.

Così l’intera partita dell’egemonia a Firenze si rovescia con poche, semplici mosse. Che hanno alcune conseguenze immediate ma anche, come sulle scacchiere più interessanti, effetti a lungo termine, nascondendo sorprese fino all’ultimo.

Lucchesi infatti ci fa credere che la longa manus dello scacchista Cosimo colpisca i pezzi avversari ben oltre la fine della partita per l’egemonia fiorentina, ricordandoci che la storia dell’uomo è fatta più di vendette che di gioie, anche nella vittoria.

Se la storia ha dei confini ben precisi, all’interno dei quali ci si può muovere quasi esclusivamente con dettagli ed episodi, anche la parte grafica è in qualche modo definita.

I pittori dell’epoca hanno ritratto molti dei personaggi della storia, e anche i paesaggi, per lo meno gli scorci fiorentini.

Susini ha un bell’approccio: il ritratto estremamente espressivo di Cosimo in copertina, l’approccio alla città con lo scontro anche sportivo tra due fazioni di colore diverso, i dettagli sui vestiti e sulle vie cittadine.

Il tratto è descrittivo al punto giusto, e fa gustare anche i suoni caratteristici di chi Firenze l’ha visitata. Rende quasi tangibile l’accento della parlata toscana.

Ma dopo un avvio più che promettente, quella sensazione un po’ si perde. Ci sono alcuni passaggi a vuoto, il più evidente nell’unica splash page di tutto il volume, peraltro ben posizionata. Infatti riguarda una scena collettiva: l’assedio di Lucca da parte dei fiorentini.

Ma, invece di essere l’apice, anche grafico, della storia, concretizza una sensazione che cresce da qualche pagina addietro: il tratto e la definizione dei particolari si fanno meno attenti. E la scena, che poteva essere ben più epica, viene appena tratteggiata. Anche i lineamenti di Rinaldo nel riquadro sono grezzi, quasi sfocati.

Forse serve anche graficamente a sfocare la figura di Albizzi, ma il cambio di registro, se di questo si tratta, appare eccessivo. Nelle pagine centrali, forse a sottolineare da una parte il momento di difficoltà di Cosimo in fuga verso Venezia, e dall’altra la confusione in cui si trova Firenze, si nota una diminuzione del dettaglio e una minore efficacia nella resa. Che nella pagina a cui si faceva riferimento sopra è però eccessivamente grezza. Parallelamente la storia non è più centrata su Cosimo: per diverse pagine, dopo il suo approdo a Venezia, la storia si concentra su cosa accade in Toscana e a Firenze in sua assenza. Queste pagine sembrano meno curate graficamente, anche se la storia mantiene un registro di tensione elevata.

È vero che poi la grafica in qualche modo recupera, anche se sembra tornare pienamente efficace solo nell’ultima parte con la sconfitta di Rinaldo e il ritorno di Cosimo a Firenze da trionfatore.

Questa disomogeneità non trova riscontro peraltro né nei colori, né nella struttura delle tavole. Le pagine iniziali sono certamente anche più vivide di colori, luminose. Progressivamente anche i colori, con l’inizio della prigionia e dell’esilio di Cosimo si ingrigiscono, le scene si svolgono sempre più frequentemente di notte o all’interno. E anche quelle all’esterno non hanno più l’ariosità e la freschezza di quelle iniziali.

La struttura delle pagine è abbastanza regolare. Le vignette, disposte per lo più su 4 righe, hanno tutte una forma rettangolare, anche quando si sovrappongono.

Anche questo aspetto nella parte centrale diventa meno regolare. La notte del trasferimento a Padova di Cosimo è una notte concitata, con avvenimenti inattesi, e anche la gabbia lo evidenzia. In queste pagine si trovano le gabbie meno regolari, con degli inserti che non si trovano in nessun’altra parte.

Perché le scacchiere sono squadrate, e solo su questo campo si può giocare, fino alla fine, fino alla cattura di tutti i pezzi dell’avversario. E chi vince prende tutto.

Come negli scacchi.

Cosimo de’ Medici
Alex Lucchesi, Davide Susini
Collana Prodigi tra le nuvole n. 17
Kleiner Flug 2018
€ 16

La linea d’ombra che separa dalla luce della consapevolezza

La linea d’ombra, oltre a essere il titolo del noto romanzo breve di Joseph Conrad, è un’espressione di valenza metaforica che indica quel passaggio che va da una giovinezza ancora incerta e insicura a quella adulta e consapevole, il passaggio obbligato che non sempre riconosciamo, ma che tutti affrontiamo o dobbiamo affrontare andando avanti nelle nostre vite.

Il racconto in sé è così ricco di chiavi di lettura e di livelli che ridurlo obbligatoriamente solo a tanto è un peccato, eppure questo passaggio verso una presa d’atto fondamentale è anche la sua parte più bella e riconoscibile, ed è su questo contrasto di ombre e luci a venire che gioca anche il fumetto realizzato da Andrea Laprovitera e Valentina Raddi per la collana Narrativa tra le nuvole di Kleiner Flug.

Il giovane protagonista lascia il suo incarico su una prima nave perché sente il bisogno di nuove sfide e di impegni con cui mettersi alla prova e poco dopo trova un fortunato incarico da capitano su un veliero… maledetto. Il defunto capitano della sua nuova nave è infatti morto pazzo, augurando al legno e all’equipaggio di non sopravvivergli. E questo è quello che sembra succedere: dal primo ufficiale in giù tutti i marinai si ammalano di colera, le scorte di chinino sono finite e la nave rimane ferma in una bonaccia di calma piatta che sembra annunciare la loro morte. Solo il giovane capitano e il cuoco malato di cuore sono in forze e quando tutto sembra perduto finalmente i venti portano la nave verso il porto e la salvezza.

Nei giorni più disperati il giovane protagonista ha potuto fare i conti con se stesso, con le sue insicurezze e disperazioni, sapendo di non avere nessuno su cui contare, tanto meno la propria esperienza o decisione. Eppure una volta superato il peggio ecco che le ombre oscure dell’animo si dissipano e il capitano può guardarsi allo specchio sapendo di essere un uomo diverso, con certezze e nuove conoscenze come zavorra.

Dal blog di Valentina Raddi

Molto semplicemente, ma anche molto efficacemente i disegni e i colori della Raddi sottolineano la presenza delle ombre, sensibili e sensitive, per tutta la durata della vicenda: la griglia ricca e densa, dalle cinque alle dieci vignette, è riempita di colori polverosi che vanno dall’ocra a tutte le sfumature di grigio. I volti dei personaggi e in particolare quello del protagonista sono costantemente tagliati dalla linea di un’ombra più scura. Molto spesso è il fondo a essere in luce mentre le figure sono silhouette scure che si stagliano nette e tondeggianti sulla base più chiara. Il disegno infatti è bozzettistico e semplificato, ma ricco di particolarizzazioni per cui ogni personaggio è molto diverso dall’altro, e nell’insieme della realizzazione rimanda al fascino delle ombre cinesi.

La sceneggiatura di Laprovitera è lineare e riesce ancora una volta (i miracoli degli autori di Kleiner Flug) a sintetizzare la storia senza perdere nessun aspetto importante, anche se si allontana dall’impostazione del testo originale. Di nuovo un ottimo lavoro da leggere con la testa tra le nuvole.

La locandiera a fumetti, che bella idea!

Per la collana Teatro fra le nuvole la casa editrice Kleiner Flug propone La locandiera, tratto dalla commedia teatrale di Carlo Goldoni, targata 1753. La sceneggiatura è adattata da Mariangela Sena, che ha compiuto un ottimo lavoro di sintesi mantenendo intatto il colore e la struttura degli avvenimenti; e i disegni sono affidati a Gabriele Di Caro (anche ai colori, insieme a Irene Maurini) che costruisce personaggi caricaturali al punto giusto e allegramente espressivi.

La storia ci racconta della locandiera Mirandolina cha alla morte del padre eredita la gestione dell’albergo fiorentino, che svolge da sola, da padrona, aiutata dal cameriere Fabrizio. La ragazza è perfettamente consapevole della sua posizione, ha molto a caro la sua libertà e la sua capacità di condurre il lavoro, ma sa anche che le sue grazie femminili possono risultare utili, tanto quanto possono metterla in pericolo.

Tra i suoi clienti, infatti, deve vedersela in particolare con l’indesiderata corte del Conte d’Albafiorita, un parvenu che ha comprato il titolo a suon di soldoni e che non esita a tentare la virtù della ragazza con doni molto ricchi, e con le richieste di protezione del Marchese di Forlinpopoli, nobile di nascita, ma completamente senza mezzi, che ha solo la sua pomposità e il suo orgoglio da offrirle. Ai due si unisce, ma come contraltare, il Cavaliere di Ripafratta, che si dichiara convintamente ostile a tutto il sesso femminile, ritenendo ridicolo il concetto di amore e di devozione verso un’altra persona. Chiaramente Mirandolina decide di far crollare questa sua arrogante immagine di misogenia e con grande furbizia e intelligenza lo fa innamorare nel giro di pochi giorni, ma la sua scelta si rivela fonte di guai…

Mentre nel libro le tre figure di nobili, volutamente dileggiate da Goldoni che li dipinge ridicoli, anacronistici, vanagloriosi, prendono il ruolo principale nella storia, nel fumetto è Mirandolina che si pone al centro dell’universo narrativo con il suo carattere anticonvenzionale e capriccioso. Emergono perfettamente la sua mente brillante, la sua voglia di divertirsi alle spalle di chi si fa ridere dietro, la sua capacità di sgusciare tra le maglie degli obblighi del tempo che volevano le donne in un ruolo subalterno e secondario.

Il disegno sa rappresentarla proprio così, smorfiosa, civetta, ma anche cosciente della sua posizione e delle potenzialità del suo ruolo, e infine coscienziosa e avveduta. La Sena riesce a costruire dialoghi e pensieri mantenendo il linguaggio aulico e poetico goldoniano, rendendolo meno ostico che sulla carta scritta, e il disegno dei baloon riesce a separare le battute recitate (con contorni dritti) da quelle che il personaggio pensa (con contorni merlettati): soluzione che lascia intatto l’effetto teatrale delle scene.

In conclusione, vien da pensare che qualche insegnante illuminato potrebbe adottare quest’opera ed evitare alle classi l’onere di leggere il testo originale, in quanto il succo di quel che Goldoni voleva raccontare ai suoi contemporanei e ai posteri è qui perfettamente rappresentato.