Kitarou dei cimiteri

Natsume Mito e la post-modernità degli anime

L’animazione giapponese sta lentamente morendo e i segnali sono molti, forti e chiari: il ritiro dalle scene di Hayao Miyazaki aka il più importante regista d’animazione autoctono, le dichiarazioni di Hideaki Anno, il fatto che l’anime più importante del 2014 sia stato un remake commemorativo (e pure brutto) di una serie vecchia di 20 anni, la continua riproposizione di Dragon Ball che ogni volta diventa sempre peggiore, eccetera eccetera eccetera. Mentre i fumetti continuano a progredire, l’animazione sta involvendo. Ovviamente non mancano le eccezioni positive e il business è ancora economicamente florido (forse più che mai), ma il quadro generale è comunque compromesso in maniera difficilmente recuperabile.

C’è però un altro aspetto che testimonia la decadenza dell’animazione giapponese e che è tipico di tutte le decadenze partendo dall’ellenismo e passando per il manierismo: il linguaggio formale si è ormai totalmente cristallizzato. Fatte salve anche qui le eccezioni (che ci sono e sono splendide), non esiste più una ricerca della forma che superi la convenzione grafica nota con l’orribile nome di “stile manga”, una definizione che fino a qualche anno fa sarebbe suonata indifendibile e che invece oggi è comprovata dallo sfogliare una qualunque fra le molte riviste di animazione che mostrano un’allarmante omogeneità come l’entertainment giapponese non aveva mai avuto.

In tutto questo, però, spunta un aspetto così positivo da riabilitare l’appiattimento narrativo e visivo degli anime: la decennale proposta continua e massiva di fumetti e cartoni animati, perlopiù sovrapponibili, li ha resi in Giappone, più che in qualunque altra parte del mondo, un tipo di linguaggio quotidiano e noto a tutti.

Il recente e inarrestabile fenomeno statunitense dei cinecomic, in cui si portano al cinema i fumetti americani nel tentativo di renderli popolari al grande pubblico, in Giappone non ha una controparte diretta perché lì i fumetti sono già popolari al grande pubblico e hanno storicamente goduto di assoluta fluidità nel passaggio fra i media. L’esempio più calzante è rappresentato dai grandi titoli storici come Dragon Ball, Doraemon o soprattutto Kitarou dei cimiteri, che hanno superato lo status di “fumetti” diventando “fenomeni sociali” e sono presenti in qualunque incarnazione tecnica: come fumetto in formato seriale, episodico e a strisce umoristiche, come cartone animato in versione seriale televisivo, home video e cinematografico, come videogame per qualunque piattaforma, e anche come ripresa dal vivo in forma di telefilm e film per la tv e per il cinema, e chi più né ha più né metta. Col tempo, questa onnipresenza del linguaggio del fumetto e dell’animazione è stata assorbita totalmente da parte dei giapponesi che ormai non distinguono più fra testo solo scritto e testo scritto & disegnato.

Documenti giapponesi ultragraficizzati.

Documenti giapponesi ultragraficizzati. Da sinistra: oggetti che piangono per essere stati abbandonati dai loro proprietari nel cartello per avvisare gli utenti di fare attenzione a non dimenticare i propri averi, affisso nei bagni delle strutture pubbliche della prefettura di Okayama; libretto sanitario; confezione di antibiotico azitromicina (questa la scatola dello stesso farmaco in Italia); la coniglietta Maina-chan, mascotte del codice fiscale.

I risultati sono visibili ovunque, sfogliando una rivista, camminando per strada, riempiendo un documento ufficiale e anche ascoltando musica. Per esempio, per il suo debutto musicale la giovane modella di street fashion Natsume Mito ha pubblicato sul suo canale YouTube, fra metà marzo e metà maggio 2015, qualcosa come undici versioni differenti del videoclip di Maegami kirisugita (“Mi sono tagliata la frangetta troppo corta”) che spaziano dalla parodia dei film di detective, così popolari in Giappone fin dagli anni ’60, alla citazione nonsense della celebre ginnastica mattutina televisiva nipponica, e dallo sport surrealista fino alla reinvenzione delle divinità shintoiste. Il progetto ha avuto successo fra i fan di idol (cantanti giovani e carini/e, tendenzialmente effimeri/e e con un rapporto molto intimo coi loro fan), ma non è riuscito a sfondare il muro della popolarità di nicchia come invece hanno fatto le precedenti creature dello stesso produttore, ovvero quello Yasutaka Nakata che è il pigmalione dei fenomeni Perfume e Kyary Pamyu Pamyu.

Fatto sta che su undici versioni, ben tre sono realizzate con il linguaggio dei fumetti e cartoni animati, senza contare quelli che, pur essendo girati dal vivo, presentano comunque elementi di animazione (non CG: proprio animazione a mano o addirittura in stop motion) che porta il totale a sette videoclip, cioè i due terzi. Due terzi dei linguaggi narrativi immaginabili dalla gioventù giapponese contemporanea sono legati all’animazione: una proporzione così alta da non essere riscontrabile altrove e che è figlia di una penetrazione culturale altrettanto non riscontrabile altrove.

Il primo videoclip a tema manga & anime è quello in “versione scarabocchi”. Si tratta di un lavoro delizioso che mette insieme ripresa dal vivo, fumetto e animazione: la cantante è ripresa su fondo neutro con maglione a collo alto dello stesso colore così che spicchi solo la testa, e sopra le è stato disegnato in trasparenza un fumetto animato grossolanamente e disegnato da Ryou Fujii, un fumettista off e creativo multimediale. La studentessa Natsume Mito incontra per strada il senpai Mitoyama, ma quando questi non riesce a sconfiggere un teppista (coi suoi sgherri André e Samohan) ecco che da sotto la frangetta di Natsume spunta il suo potere segreto, inarrestabile anche dal dottor Hakase con la mascotte Poko e la sua squadra di aiutanti.

La seconda è la «versione aggregazione» ed è forse la più surreale e a tratti inquietante di tutte e undici. Realizzata dal giovane designer Tsubasa Kouji con una tecnica mista in cui si sposano il vecchio (disegno a matita) e il nuovo (montaggio al computer), il video mostra i capelli eccessivamente tagliati di Natsume Mito che prendono vita e invadono le teste di altri individui.

Il terzo e ultimo video è la «versione scolastica» dell’illustratore Katsuyuki Iseda. L’opera è praticamente un collage dadaista di piccoli spezzoni di scene apparentemente senza senso né connessione, che potrebbero venire da una qualunque commedia scolastica, disegnate male e animate peggio, tutto fatto a mano con penna biro e pennarelli del discount, così che alla fine sembrano disegni del diario di scuola. Ecco il punto: si tratta di ricordi di gioventù, confusi e affastellati, dei mille cartoni animati visti dall’animatore che hanno lasciato in lui un bagaglio di immagini standardizzate e, in fondo, molto malinconiche dato che si tratta di qualcosa di irreale, incomprensibile, ormai passato. Anche lo stile di disegno è legato a qualcosa che andava di moda tempo fa, collocandosi a metà strada fra Miho Obaba e Yuu Watase. Iseda ha poi ripetuto l’esperienza con la “versione del principe” per i videoclip del secondo singolo di Natsume Mito, 8bit Boy, che in Giappone è stato usato come sigla finale del film Pixels di Chris Columbus… ma sì, certo, non lo sapevate?, in Giappone cambiano le sigle dei prodotti stranieri, non solo i cartoni animati, ma anche i film al cinema! Ah, gli italiani che si lamentano di Cristina D’Avena: dovremmo imparare dai giapponesi, così delicati e rispettosi, ad esempio la sigla finale di The Prestige, che in originale è una ballata ambient introspettiva di Thom Yorke, in Giappone è diventata un brano rock di Gackt con strumenti tradizionali giapponesi che non c’entra niente col film.

Il singolo di Maegami kirisugita, ovvero perché i giapponesi continuano a produrre e comprare singoli e album fisici: perché sono bellissimi. La facciona della cantante è impressa sul CD e incorniciata dal booklet stampato coi capelli, mentre il nome della cantante e il titolo della canzone sono stampati sugli adesivi tondi che disegnano le guanciotte rubiconde: veramente kawaii.

Il singolo di Maegami kirisugita, ovvero perché i giapponesi continuano a produrre e comprare singoli e album fisici: perché sono bellissimi. La facciona della cantante è impressa sul CD e incorniciata dal booklet stampato coi capelli, mentre il nome della cantante e il titolo della canzone sono stampati sugli adesivi tondi che disegnano le guanciotte rubiconde: veramente kawaii.

L’impressione che nasce dalla visione di questi videoclip è che l’animazione giapponese abbia ormai raggiunto la condizione non di maturità (a quella era già arrivata negli anni ’80) e nemmeno di modernità (dimostrata dagli anni ’90), ma bensì di post-modernità, cioè una situazione in cui, in mancanza di effettive novità e di direttrici teoriche chiare, si riesumano gli elementi del passato senza gerarchia di qualità e li si ricompongono nel tentativo (più o meno conscio) di ottenere qualcosa di nuovo.

I video di Natsume Mito insomma non sono poi così diversi da quelli del Nihon animator mihon’ichi (“Esposizione degli animatori giapponesi”), il progetto ideato da Hideaki Anno che intende scoprire i nuovi talenti in erba e che però finora ha prodotto fondamentalmente opere di alto livello tecnico e basso livello creativo, dove con «creativo» non s’intende privo di idee, ma piuttosto che le idee sono poi al servizio di qualcosa di già noto e senza sorprese. Ad esempio, il video in “versione scarabocchi” usa questa bellissima idea del fumetto in trasparenza applicandola poi a una storia molto carina e non molto originale, coi tipici topoi del caso: il senpai, il bullo, la mascotte, la squadra di eroi, la conquista del mondo. Tutto molto bello, ma anche molto retrò, a conferma della teoria per cui chi crea entertainment oggi si basa fondamentalmente sull’entertainment che vedeva e ha assimilato da bambino. Esattamente la post-modernità, aspettando un nuovo genio creatore.

Benvenuti in Giappone 03 – Aldiquà & aldilà

La religiosità giapponese non si riconosce in un singolo culto, bensì oscilla fra lo Shintoismo e il Buddhismo in virtù di un fenomeno storico noto come sincretismo, e solitamente si fa riferimento allo Shintoismo soprattutto per gli eventi gioiosi o quotidiani come nascite, matrimoni e preghiere, e al Buddhismo per le faccende luttuose o straordinarie come morti, cimiteri o esorcismi. In particolare, la versione giapponese della religione buddhista conosce due cerimonie funebri: la prima è il funerale, che si svolge uno o due giorni dopo la morte della persona (e successive veglia funebre, cremazione e inumazione nella tomba familiare) presso il tempio a cui è legata la famiglia del defunto, dove i familiari e solo i familiari si presentano vestiti rigorosamente ed esclusivamente di nero dalla testa ai piedi (una regola che in Occidente sta venendo meno, ma che in Giappone è ancora rigidissima), con la sola eccezione degli studenti che si presentano in divisa scolastica essendo considerata in tutto e per tutto un abito formale. Finito il funerale, i familiari vanno a mangiare tutti insieme un ricco pasto a casa o al ristorante; amici, colleghi e conoscenti del trapassato possono intervenire solo alla veglia, come si vede anche nel film del 2008 Departures: a loro la presenza nel tempio è vietata.

Confezioni di tè da regalare in occasione di cerimonie buddhiste.

Confezioni di tè da regalare in occasione di cerimonie buddhiste, aka funebri: si parte dai 30 € per arrivare ai 150 €.

La seconda cerimonia funebre è il cosiddetto Shijuukunichi, cioè “giorno numero 49” perché si svolge appunto il 49esimo giorno dopo la morte, giorno del decesso incluso, in quanto il 7×7=49esimo giorno è quello in cui l’anima del defunto raggiunge il luogo dove si trova il Buddha, l’equivalente orientale dei Campi Elisi. La cerimonia dello Shijuukunichi è molto più informale: i familiari si possono presentare vestiti come preferiscono, alla fine del rito in memoria del caro estinto ci si scambiano dei doni (tradizionalmente scatole di tè pregiato avvolte in stoffa viola, il colore del lutto per il Buddismo) e poi di nuovo si va a mangiare in allegria. Questo festoso convivio post-cerimonia deriva dal semplice fatto che per le famiglie giapponesi è molto raro trovarsi tutti insieme, dato che invece è storicamente molto comune, molto più che per quelle italiane, essere disperse per tutto il territorio nazionale, soprattutto per motivi di lavoro: le aziende tendono infatti a spostare i propri dipendenti in sedi quanto più lontane da quella dove sono stati assunti (non ho idea del perché).

La sigla iniziale della prima serie animata del 1968 di Gegege no Kitarou, la cui canzone, scritta da Mizuki in persona, è diventata così celebre da essere stata mantenuta anche nelle successive produzioni del 1971, 1985, 1996 e 2007.

Se lo Shijuukunichi è un evento gioioso, allora tanto vale festeggiarlo: il 17 gennaio 2016 cade lo Shijuukunichi di Shigeru Mizuki, morto lo scorso 30 novembre a 93 anni, una di quelle persone che ha letteralmente costruito l’intera cultura pop giapponese dal secondo dopoguerra in poi. Mizuki non era un cantante o un attore, ma uno scrittore e disegnatore: qualche volta ha fatto solo il primo mestiere, qualche volta solo il secondo, ma la maggior parte delle volte li ha svolti entrambi insieme scrivendo fumetti che oggi sono dei capisaldi mondiali della Nona arte, in particolare a tema bellico come il dramma Verso una nobile morte e a tema folk come la commedia Kitarou dei cimiteri. Dire che Mizuki è famoso in Giappone è riduttivo: è celeberrimo, e Kitarou dei cimiteri è una di quelle quattro-cinque cose che tutti, ma proprio tutti hanno letto almeno una volta nella vita, nonché il punto di partenza di tutti, ma proprio tutti i fumetti giapponesi a tema fantasy-horror, a partire dal di dopo successivo Bem il mostro umano per arrivare alla grande stagione horror anni ’80 col suo vertice nella saga delle sirene di Rumiko Takahashi, passando per Hayao Miyazaki e Yu degli spettri, fino al recente xxxHOLiC delle CLAMP e a tutti quei fumetti in cui i protagonisti vedono gli spiriti e chiunque altro no (ormai uno stereotipo), compresi quelli di shinigami tipo BLEACH.

La nascita dell’opera si deve alla fusione di vari elementi: tornato dalla seconda guerra mondiale, Mizuki cominciò a mettere su carta quelle storie fantastiche che la vecchia matta del paese gli raccontava da bambino, e integrandole con le leggende narrate nel kamishibai (una sorta di teatrino per bambini con figurine di carta al posto delle marionette) e con profondi e rigorosi studi di entoantropologia, le convertì dal 1959 al 1969 nel racconto episodico di Kitarou e di suo padre (resuscitato in forma di bulbo oculare antropomorfo), esseri sovrannaturali che abitano fra il mondo degli umani e quello degli spiriti. Il risultato è Kitarou dei cimiteri (o Gegege no Kitarou a seconda delle versioni), ovvero il più vasto, ricco e affascinante affresco sul folklore giapponese, un’opera di assoluto valore letterario, narrativo e documentario paragonabile alle raccolte dei fratelli Grimm o di Calvino, con la differenza che le storie raccolte da Mizuki non sono distinte fra loro, ma continuative poiché inserite in una cornice narrativa generale come nel Decameron di Boccaccio. Inoltre, Kitarou dei cimiteri illustra meglio di qualunque saggio tecnico quanto la popolazione giapponese viva a contatto diretto con l’aldilà. Non c’è giapponese giovane o vecchio che non creda nel sovrannaturale o che non abbia storie di personali incontri ravvicinati del terzo (se non addirittura del quarto) tipo con gli obake, che letteralmente vuol dire “i trasformati” ed è il nome generico per indicare qualunque tipo di ente non dimostrabile scientificamente, immateriale o no, diviso dai giapponesi nelle tre categorie principali:

  1. 幽霊 yuurei (“spirito flebile”), ex esseri umani la cui anima dopo la morte continua a vagare sulla Terra, l’equivalente dei fantasmi occidentali;
  2. 妖怪 youkai (“mistero inquietante”), ex esseri umani o animali che hanno sofferto una qualche terribile sofferenza e, spinti dalla rabbia o dall’odio o dal dolore o comunque da un motivo interno, si sono mutati in creature altre tramite l’intercessione del divino;
  3. 怪物 kaibutsu (“cosa misteriosa”), ex esseri umani o animali che per una maledizione, o l’interazione con il male, o il contatto con un oggetto, o comunque per un motivo esterno si sono trasformati in mostri; sono le creature della saga delle sirene della Takahashi, ma anche i mostri in senso occidentale e quindi anche le creature di Carletto il principe dei mostri, il cartone animato di Fujiko Fujio che non a caso in originale si chiama Kaibutsu-kun.

Mizuki si concentrò soprattutto sugli youkai, che sono le creature in qualche modo più drammaticamente e narrativamente affascinanti essendo il frutto di una mutazione generata dai sentimenti e dalle pulsioni umane, e questo gli ha consentito di scrivere per dieci anni un’opera ancor oggi continuamente adattata per il piccolo e il grande schermo, in animazione e anche dal vivo. Al lavoro di questo autore geniale, che da mancino ha reimparato a scrivere e disegnare con la destra dopo aver perso il braccio sinistro in guerra, il suo paesello natale nella prefettura di Tottori ha dedicato un grande museo e spazi celebrativi. Inoltre, vari luoghi a memoria sono sorti più o meno spontaneamente in diverse località del Giappone: uno di questi si trova a Kurashiki, amena cittadina storica della prefettura di Okayama.

Il quartiere Bikan chiku di Kurashiki è un unicum per l'archeologia urbana giapponese dato che presenta miracolosamente conservata una zona piuttosto vasta sopravvissuta negli ultimi secoli a incendi, terremoti, guerre, modernizzazioni e bombardamenti americani che in Giappone (per via dell'alta quantità di edifici in legno) hanno letteralmente raso al suolo le città, anche quelle non colpite da bomba atomica. Il quartiere è facilmente riconoscibile per la peculiare soluzione di rivestimento degli edifici, intonacati di bianco e poi decorati con quadrettature ortogonali o a 45°. Non fa eccezione il palazzo dove si trova lo spazio dedicato a Kitarou dei cimiteri, chiamato molto didascalicamente 妖怪 youkai "spirito sovrannaturale" + 館 yakata "palazzo" = 妖怪館 youkaikan "palazzo degli spiriti".

Il quartiere Bikan chiku di Kurashiki è un unicum per l’archeologia urbana giapponese dato che presenta miracolosamente conservata una zona piuttosto vasta sopravvissuta negli ultimi secoli a incendi, terremoti, guerre, modernizzazioni e bombardamenti americani, che in Giappone (per via dell’alta quantità di edifici in legno) hanno letteralmente raso al suolo le città, anche quelle non colpite da bomba atomica. Il quartiere è facilmente riconoscibile per la peculiare soluzione di rivestimento degli edifici, intonacati di bianco e poi decorati con quadrettature ortogonali o a 45°. Non fa eccezione il palazzo dove si trova lo spazio dedicato a Kitarou dei cimiteri, chiamato molto didascalicamente 妖怪 youkai “spirito sovrannaturale” + 館 yakata “palazzo” = 妖怪館 youkaikan “palazzo degli spiriti”.

All'ingresso si trova questa nostalgica saletta con arredamento di legno, sedie Thonet 214 e stufetta con bollitore dell'acqua calda come in Ranma ½ o Kamikaze Girls, dove bere birra locale accompagnata d'inverno da yaki'imo (patate dolci abbrustolite) e d'estate da kakigoori (l'equivalente della granita).

All’ingresso si trova questa nostalgica saletta con arredamento di legno, sedie Thonet 214 e stufetta con bollitore dell’acqua calda come in Ranma ½ o Kamikaze Girls, dove bere birra locale accompagnata d’inverno da yaki’imo (patate dolci abbrustolite) e d’estate da kakigoori (l’equivalente della granita).

All'interno c'è un bel negozietto che vende roba sia collegata a Okayama patria di Momotarou e delle pesche, sia a tema cartoni animati però declinati in stile Okayama patria del jeans: ecco quindi i prodotti ufficiali dello Studio Ghibli e di molti altri franchise realizzati a forma di pesca o in stoffa denim, le cui prime fabbriche giapponesi aprirono appunto in questa prefettura.

All’interno c’è un bel negozietto che vende roba sia collegata a Okayama patria di Momotarou e delle pesche, sia a tema cartoni animati però declinati in stile Okayama patria del jeans: ecco quindi i prodotti ufficiali dello Studio Ghibli e di molti altri franchise realizzati a forma di pesca o in stoffa denim, le cui prime fabbriche giapponesi aprirono appunto in questa prefettura.

In un angolo c'è una statua a grandezza naturale di Kitarou e suo padre che ci invitano a entrare. Il cartello recita "La magione dei mostri è al primo piano" (o secondo per il modo di contare dei giapponesi).

In un angolo c’è una statua a grandezza naturale di Kitarou e suo padre che ci invitano a entrare. Il cartello recita “La magione dei mostri è al primo piano” (o secondo per il modo di contare dei giapponesi).

Ed ecco quindi la scala per salire al primo/secondo piano (quello che è). La ringhiera di legno è foderata con quella tipica stoffa verde a riccioli bianchi vista in tanti cartoni animati (e spesso usata da ladri e ninja, chissà perché) e alle pareti sono appresi numerosi poster delle serie tv, film e quant'altro è stato tratto da Kitarou dei cimiteri.

Ed ecco quindi la scala per salire al primo/secondo piano (quello che è). La ringhiera di legno è foderata con quella tipica stoffa verde a riccioli bianchi vista in tanti cartoni animati (e spesso usata da ladri e ninja, chissà perché) e alle pareti sono appresi numerosi poster delle serie tv, film e quant’altro è stato tratto da Kitarou dei cimiteri.

Pareti dello Youkaikan di Kurashiki.

Eccoci al piano superiore. Il visitatore viene subito accolto da gadgettistica (tipo i cuscini a forma di testa di Kitarou o le cartoline) appoggiata a degli inquietanti shouji (pannelli scorrevoli di carta) da cui ci guardano innumerevoli occhi. Forse questo museo (chiamiamolo “museo”, ma ripeto, non è un museo ufficiale, ma uno spazio allestito in onore di Mizuki) è in riorganizzazione dato che fino a qualche mese fa c’erano molti più prodotti, nonché un angolo video dove un televisore trasmetteva a loop gli episodi del cartone animato. Per fortuna invece sono ancora presenti alle pareti le stupende stampe (non originali) in cui Shigeru Mizuki riprende i soggetti paesaggistici tradizionali delle immagini di viaggio ukiyoe, declinandoli secondo il suo gusto e inserendovi mostri che spaventano gli umani. Sono immagini di grande qualità grafica che svelano il profondo studio compiuto da Mizuki non solo sul folklore, ma anche sull’arte giapponese. Sotto le riproduzioni delle stampe c’è un oggetto così brutto che fa il giro e diventa bello: un orologio a forma di Padre/bulbo oculare immerso come suo solito a fare il bagno in una coppa di sake caldo (il modo tradizionale di berlo). Le tavole bianche rettangolari sugli shouji mostrano le creature fantastiche non inventate da Mizuki (cioè praticamente tutte a parte il ristretto gruppo dei protagonisti) e le fiammelle azzurre mettono a confronto l’iconografia degli spiriti con la loro rappresentazione nel fumetto.

Questa mappa mostra dove vivono alcuni youkai celebri nelle varie zone del Giappone. È bellissima.

Questa mappa mostra dove vivono alcuni youkai celebri nelle varie zone del Giappone. È bellissima.

Ma la parte più interessante (e anche abbastanza folle) del museo è la galleria fotografica, che non è una galleria di foto: è una galleria per farsi le foto. All'ingresso c'è questo tendone nei colori rappresentativi di Kitarou, le bande gialle e nere. Notare sul soffitto i lampadari a forma di Padre/bulbo oculare e il terrificante spettro chiamato 一反 ittan "unità di misura del terreno corrispondente a un decimo di ettaro (10×100 metri)" + 木綿 momen "cotone" = 一反木綿 ittan momen, che come tutti gli spettri di Mizuki è basato e documentato sul folklore popolare e, come dice il nome, è uno spettro in forma di lungo nastro di stoffa che vola e spira per le notti ventose. Nel fumetto Kitarou lo usa spesso come cavalcatura: inquietantissimo, ma non il più inquietante, che invece aspetta dentro.

Ma la parte più interessante (e anche abbastanza folle) del museo è la galleria fotografica, che non è una galleria di foto: è una galleria per farsi le foto. All’ingresso c’è questo tendone nei colori rappresentativi di Kitarou, le bande gialle e nere. Notare sul soffitto i lampadari a forma di Padre/bulbo oculare e il terrificante spettro chiamato 一反 ittan “unità di misura del terreno corrispondente a un decimo di ettaro (10×100 metri)” + 木綿 momen “cotone” = 一反木綿 ittan momen, che come tutti gli spettri di Mizuki è basato e documentato sul folklore popolare e, come dice il nome, è uno spettro in forma di lungo nastro di stoffa che vola e spira per le notti ventose. Nel fumetto Kitarou lo usa spesso come cavalcatura: inquietantissimo, ma non il più inquietante, che invece aspetta dentro.

Ecco l'interno: un corridoio stretto pieno di sagome dei personaggi, costumi, parrucche, maschere, scenografie, oggetti di scena, spettri ovunque, chincaglieria e prendipolvere vari. Lungo il corridoio sono distribuiti alcuni set, tipo quello con lo youkai più inquietante di tutti: il 塗り nuri "copertura" + 壁 kabe "muro" = 塗り壁 nurikabe "muro intonacato", che per via del gioco di parole del verbo nuru che indica " ricoprire" sia in senso reale sia metaforico, nurikabe può essere inteso sua come "muro ricoperto [di intonaco]" sia come "muro che ricopre [il malcapitato che ci si appoggia]". Il nurikabe è un muro che abbraccia, avvolge e pian piano assimila la persona che ci si appoggia. Brivido.

Ecco l’interno: un corridoio stretto pieno di sagome dei personaggi, costumi, parrucche, maschere, scenografie, oggetti di scena, spettri ovunque, chincaglieria e prendipolvere vari. Lungo il corridoio sono distribuiti alcuni set, tipo quello con lo youkai più inquietante di tutti: il 塗り nuri “copertura” + 壁 kabe “muro” = 塗り壁 nurikabe “muro intonacato”, che per via del gioco di parole del verbo nuru che indica ” ricoprire” sia in senso reale sia metaforico, nurikabe può essere inteso sua come “muro ricoperto [di intonaco]” sia come “muro che ricopre [il malcapitato che ci si appoggia]”. Il nurikabe è un muro che abbraccia, avvolge e pian piano assimila la persona che ci si appoggia. Brivido.

Allo Youkaikan non c'è il cartello "non toccare", anzi tutto è messo lì apposta per essere usato. Pareti e i mobiletti della galleria sono pieni di oggetti terribili come lampade e soprammobili di gusto macabro, e soprattutto tanti, tantissimi GATTI MORTI. Cioè, sono gatti di peluche, ma buttati lì per essere usati come oggetti di scena per le foto fanno veramente paura.

Allo Youkaikan non c’è il cartello “non toccare”, anzi tutto è messo lì apposta per essere usato. Pareti e i mobiletti della galleria sono pieni di oggetti terribili come lampade e soprammobili di gusto macabro, e soprattutto tanti, tantissimi GATTI MORTI. Cioè, sono gatti di peluche, ma buttati lì per essere usati come oggetti di scena per le foto fanno veramente paura.

L'ultima parte fotografabile della galleria è quest'angolo col vecchio-bambino e armadietti vari che non ho aperto. Il cartello in alto a sinistra recita "Sola andata per quel mondo": inutile dire che «quel mondo» è l'oltretomba.

L’ultima parte fotografabile della galleria è quest’angolo col vecchio-bambino e armadietti vari che non ho aperto. Il cartello in alto a sinistra recita “Sola andata per quel mondo”: inutile dire che «quel mondo» è l’oltretomba.

L'ultima parte della galleria è infotografabile (a parte se non si hanno adeguate attrezzature) perché è totalmente all'oscuro: è allestita come un cimitero pieno di lapidi, tele di ragno, ombrelli rotti, scheletri vari e anche qui ovviamente ittan momen e gatti morti a pacchi. L'unica fonte di luce sono delle fioche lucine di Natale blu e delle lampade sparse qua e là. Fra gli oggetti di scena sono presenti questo specchio dove appare un sorriso altrui e la casetta dove dorme il Padre.

L’ultima parte della galleria è infotografabile (a parte se non si hanno adeguate attrezzature) perché è totalmente all’oscuro: è allestita come un cimitero pieno di lapidi, tele di ragno, ombrelli rotti, scheletri vari e anche qui ovviamente ittan momen e gatti morti a pacchi. L’unica fonte di luce sono delle fioche lucine di Natale blu e delle lampade sparse qua e là. Fra gli oggetti di scena sono presenti questo specchio dove appare un sorriso altrui e la casetta dove dorme il Padre.

Insomma non un vero museo, ma più un posto dove passare un’oretta in allegria, nonché un buon modo per mantenere la memoria di Shigeru Mizuki, come giustamente merita, e addentrarsi nel mondo degli spiriti giapponesi che abitano sia questo sia l’altro mondo.


Una versione estesa dello stesso testo è pubblicata qui.