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John Doe ristampa vol. 6 ovvero: come eravamo

In occasione dell’uscita del sesto volume dedicato a John Doe la Bao Publishing festeggia oggi il John Doe Day. Noi di Dimensione Fumetto collaboriamo al party portando pizzette, patatine e questo viaggio nel tempo.

Poco più di un anno fa usciva il primo volume della ristampa riveduta e corretta di John Doe. Noi ve ne parlammo qui, e già allora si capiva quanto fossimo contenti. Oggi questa ristampa si conclude con il sesto volume, che ripropone i numeri 20-24, la saga conclusiva di quella che fu la prima stagione di John Doe.

Nell’articolo già linkato siamo stati abbastanza esaurienti nello spiegare perché, senza ombra di dubbio, questa serie meritasse una ristampa di questo tipo; e timidamente abbiamo tentato di far capire, a chi non la conoscesse, quale fosse stata la sua portata innovativa nel panorama del fumetto popolare italiano. Stavolta vi invitiamo direttamente a salire sulla nostra DeLorean modificata, attivare il flusso canalizzatore e precipitarvi con noi a 88 miglia orarie verso l’edicola sotto casa, nel giorno del Signore 20 maggio, anno 2015. Lanciamoci in questo viaggio nel passato, perché siamo sicuri che là fuori ci sia ancora qualcuno che non ha capito davvero cosa significò John Doe per il fumetto italiano da edicola. E allora vediamolo, questo fumetto italiano, in quel 2005 in cui infuriava Calciopoli e ci preparavamo a vincere il nostro quarto campionato mondiale.

Nel 2005 le edicole ancora servivano a vendere giornali e riviste; non c’erano ancora i tendaggi di Gratta e Vinci che promettevano vite da turisti, il manifesto garriva ancora tra le braccia degli anziani alla bocciofila e gli albi facevano bella mostra di sé nelle prime file. Lì, tra qualche tonnellata di manga e mazzi di comics spiegazzati, ancora campeggiava il settore bonellide.

Ed eccolo lì, inossidabile, il buon Tex Willer, splendidamente in forma nel numero 535, per la penna di Nizzi e le matite dei Cestaro. Seconda parte di un’avventura iniziata nel 534, la storia vede impegnati Tex e Kit Carson nelle indagini per la morte di due pastori Navajos, rimanendo incastrati in una faida tra due famiglie di allevatori. Non siamo nel Gargano, ma nel selvaggio West, dove volano lo stesso pallottole.

Malvagi messicani maneggiano mefistofeliche mine!!

E il nostro eroico ranger non può fare a meno di spiegarci per filo e per segno quello che già vediamo con i nostro occhi.

Sparatorie, inseguimenti a cavallo, e alla fine Tex sbatte in galera il malvagio coi baffetti. Cosa chiedere altro dalla vita?

Basta guardare un po’ più in là, dove è appena uscito il nuovo sfavillante numero 278 di Martin Mystère, dal promettente e insolito titolo Gli illuminati. Numero introdotto dalle parole del nostro Castelli, che sono già tutto un programma:

Castelli spende diverse parole a spiegarci le motivazioni artistiche della scelta, e quasi ci ha convinto, ma poi in un impeto di sincerità da vero galantuomo ammette:

In altre parole, Castelli ammette candidamente che le ultime storie hanno fatto un po’ cagare e il motivo è che dopo vent’anni non sanno più che inventarsi.
Andiamo bene.

Meno male che il nostro edicolante di fiducia nel 2005 ancora non stava per chiudere e ci permetteva di sfogliare gli albi prima di comprarli! Grazie a Castelli, che ci ha risparmiato la perdita di tempo e denaro, e lasciamo i lidi Bonelli alla ricerca di qualcosa di diverso.

Basta scartabellare un po’ per trovare così il numero 699 (urgh) di Diabolik! Chissà cosa combina di bello il Diavolo col mascara. Ancora prima di aprire l’albo ci aspettiamo di leggere di un furto impossibile fatto con macchinari antiquati e rampini, travestimenti perfetti, Eva Kant rapita o in pericolo e coltelli lanciati a velocità SWISS. Avremo ragione?

Buon vecchio Diabolik, già prima di comprarlo l’hai già letto, almeno in questo caldo 2005. Cerchiamo altrove, nella speranza di trovare qualcosa che non sappiamo ormai a memoria.

In quel caldo 2005 Ratman era ancora un’isola felice, sebbene facesse un po’ storia a sé. Purtroppo in questo infausto maggio Ratman esce con questo numero speciale in cui vari autori umoristici si cimentano con una breve avventura del nostro Deboroh Walker, dimostrando una volta per tutte che i personaggi di Ortolani possono funzionare soltanto se a scriverli e disegnarli è, appunto, Ortolani.

Cos’altro accade nel mondo del fumetto italiano? Lazarus Ledd percorre il viale del tramonto, con un’avventura intimista incentrata su una sua possibile paternità (LL n.142); tornando ai lidi Bonelli, dobbiamo passare attraverso serie come Zagor, che nel suo numero 529 ci presenta ancora, nel terzo millennio, albi con uno stile di questo tipo:

…o Dylan Dog, che nel suo duecentoventicinquesimo mese di uscita viene contattato dalla sua duecentesima cliente giovane e bella che finisce a letto con lui, coinvolgendolo nel frattempo nella duecentoventicinquesima indagine che si conclude con il duecentoventicinquesimo finale aperto.

Non tutte le speranze sono perdute: se in quel triste maggio non usciva Napoleone, la splendida serie di Ambrosini, potevamo consolarci con Julia numero 80, in cui la splendida Audrey Hep… ehm criminologa americana ritrova la sorella Norma e vive un’indagine parigina nello sfavillante mondo della moda, benedetta dalle magnifiche matite di Sejas.

Il maggio 2005 del fumetto italiano da edicola ha alti e bassi, grandi professionalità, storie terribilmente rassicuranti, eroi che vivono avventure da cui usciranno indenni e immutati. Eh sì, in questo maggio il fumetto italiano ha scelto il mega televisore del cavolo, ha scelto la carriera, la lavatrice, ha scelto un futuro; ha scelto la vita.

E John Doe, cosa ha scelto?

Perché John Doe dovrebbe fare una scelta del genere? In fondo, ha tutto un altro ordine di problemi.

D’altra parte è questo quello che succede quando passi 24 numeri a farla in barba alla Morte, alla Guerra, alla Fame e alla Pestilenza. Quando ti muovi nel mezzo di personificazioni ontologiche come il Destino, quando ti porti a letto il Tempo e ordisci piani machiavellici per tenere nascosta la Falce dell’Olocausto grazie all’aiuto di un Giannizzero Nero di nome Dago. Alla fine non puoi evitare troppo a lungo la resa dei conti.

È ardua la salita su per questa Torre Nera, ma sappiamo già che John Doe non si tirerà indietro. Ha già vinto, ma c’è una cosa ancora che deve fare: vendicare un amico.

Burchielli graffia la tavola con ferite nere come la pece, immergendo l’epopea di John Doe in una sorta di rarefatto scenario western. La pagina ha infranto le sbarre della gabbia bonelliana, riempiendosi di un’aria strana, malsana e  fresca, velocizzando il ritmo della narrazione, ma concedendo allo sguardo ampi spazi su cui soffermarsi.

Lo storytelling scandisce i tempi narrativi, rallentando e accelerando alla bisogna, e accompagnando la lettura in un montaggio che restituisce al fumetto quelle che ci avevano fatto credere fossero prerogative del cinema.

Eccolo lo scioglimento, la Morte in tutta la sua sensuale bellezza. E qui noi ci fermiamo, che al mondo c’è ancora qualcuno che non ha letto questa storia, né nel 2005 né oggi. John Doe chiude la sua prima serie qui, e, che dire, Ninetta mia, finire di maggio, e finire così, ci vuole tanto, troppo coraggio.

A John Doe, come ormai speriamo di avervi dimostrato, il coraggio, in quell’ingessato 2005, non mancò. Bartoli, Recchioni, e Carnevale, Rosenzweig, Burchielli e la Barletta, Mammuccari e Venturi, Fortunato e Di Gianfelice, Accardi e tutti gli altri, che hanno reso unica questa prima stagione di John Doe, seppero spaccare il fumetto italiano e dimostrare che si poteva osare. Quello che di buono c’è in edicola oggi, in questo freddo dicembre 2017, deve qualcosa a quelle pagine e a quegli autori.

John Doe scelse di non scegliere la vita: scelse qualcos’altro. Le ragioni? Non ci sono ragioni. Chi ha bisogno di ragioni, quando ha il coraggio?

John Doe, la fine e l’inizio

La Morte non è esattamente un argomento piacevole da trattare, quando devi scrivere di un fumetto popolare italiano. La prassi vorrebbe sentirti parlare di disegni, storie, autori, case editrici; di qualità di stampa, distribuzione, prezzo.

Potremmo farlo, ma in quel caso non parleremmo di John Doe. Perchè la serie di Bartoli e Recchioni fa della finitezza la sua ragion d’essere. In un modo che, col senno di poi, ci mette anche un brivido.

La Morte, l’universo e tutto quanto

La Morte è il compimento della vecchiaia.

Siamo nel 2002 e il mercato del fumetto italiano da edicola è dominato da più di mezzo secolo dal benevolo ma autorevole sguardo del papà Sergio Bonelli. Chi conosce il mondo del fumetto pensa alla casa editrice milanese come ad un mito inarrivabile di professionalità di livello mondiale. Pochi al mondo riescono a produrre tante pagine di fumetti all’anno, con tanta cura editoriale, e a vendere tante copie, ad un prezzo così contenuto.

Non esiste una sola casa editrice in Italia che possa soltanto sognare di inserirsi nel mercato delle edicole senza scimmiottare la Bonelli, adeguandosi ai suoi standard editoriali. Sembra che il mercato del fumetto italiano da edicola debba durare per sempre, immutabile, sotto l’amorevole sguardo del Papà Bonelli.

Ma niente dura per sempre. Ogni cosa, non importa quanto sia grande, forte, benevola, ogni cosa deve prima o poi morire.

Siamo nel 2002 e nelle edicole italiane compare il primo numero di John Doe, una serie in formato bonelliano ma pubblicato dalla Eura Editoriale. Come un dolorino nel petto del fumetto italiano da edicola, John Doe ne annuncia la Morte.

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La Morte è una carta dei tarocchi

La Morte non è mai soltanto la fine.

Come ben sanno gli amanti dei Tarocchi, la Morte simboleggia il cambiamento, evoluzione, apertura al futuro. La Morte, come tutti i cambiamenti autentici, porta in sé un germe di distruzione e uno strascico di dolore. Quello che rinasce dopo la Morte è qualcosa di nuovo che conserva in sé ciò che lo ha preceduto, nella forma della tradizione.

Il fumetto popolare italiano da edicola ha dei canoni scolpiti nella pietra come i Dieci comandamenti. Bianco e nero, gabbia bonelliana, mensilità, colpo di scena ogni trenta pagine. Sono questi i canoni che gli hanno permesso di sopravvivere per decenni e prendere a schiaffi tutte le altre soluzioni editoriali. Ma il tempo passa comunque, anche se sei Tex.

Siamo nel 2002 e nelle edicole italiane compare il primo numero di John Doe, una serie in formato bonelliano ma pubblicato dalla Eura Editoriale. Come la seconda linea su quel maledetto test, John Doe annuncia un Cambiamento.

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Vi presento John Doe

John Doe è la creatura che deve la sua miracolosa genesi al combinarsi di una serie di eventi forse irripetibili.

Da un lato abbiamo una casa editrice con una certa storia, l’Eura Editoriale, leader italiana nella pubblicazione dei fumetti di scuola sudamericana e europea da edicola, delle mai troppo lodate serie Scorpio e Lanciostory. È proprio con quelle serie che si cimenta con l’autoproduzione, storie brevi che affiancano i più blasonati Dago, Cybersix, Nippur, prodotte da autori italiani giovani e meno giovani.

Dall’altro lato abbiamo Lorenzo Bartoli, eclettico sceneggiatore che aveva già incantato le edicole con il suo Arthur King; ed è proprio a Bartoli che l’Eura chiede di occuparsi di una serie originale per le edicole; con lui Roberto Recchioni, giovane promessa che già aveva lavorato con la Eura e scalpitava per andare a giocare con i grandi.

Bartoli conosce il mestiere, Recchioni ha l’entusiasmo di chi non ha nulla da perdere. John Doe sembra la sintesi perfetta delle personalità dei suoi due padri (con buona pace di Adinolfi).

In John Doe c’è qualcosa di compulsivo, come se fosse frutto di un’urgenza narrativa. Bartoli e Recchioni vi riversano uno spesso strato di richiami culturali, archetipi e idiosincrasie personali, tutto insieme, come se fosse un’ultima spiaggia. È come se i due avessero deciso di dare corpo, in un solo colpo, a tutte le proprie aspirazioni narrative, al loro bagaglio culturale, mescolandole in modo da forgiare una sola serie.

Come se John Doe potesse essere, più che l’inizio o una tappa di una carriera lunga, un testamento artistico.

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Poteva essere differente, in un fumetto che parla della Morte?

Soltanto chi ha la presunzione della gioventù può credere di poter rispondere, a quarant’anni, alla domanda sulla Morte, il Fumetto, e tutto quanto. Eppure Bartoli e Recchioni non sembrano scherzare quando progettano una serie dividendola in archi narrativi autoconclusivi ed estremamente diversi l’uno dall’altro; quando ci narrano di un eroe che è un bastardo egoista dal bel sorriso, che si fa nemiche le grandi potenze dell’Universo soltanto perché si comportano in modo poco professionale. Fanno sul serio quando affidano le matite a disegnatori praticamente esordienti, spesso acerbi, ma completamente dediti al loro progetto.

Fanno sul serio, e lo capisci perché dietro al vento innovativo che fa frusciare queste pagine si sente il respiro della tradizione, il rigore del lavoro di chi sa come si fa un fumetto, del sudore, della tecnica.

A rileggere oggi i primi quattro numeri di John Doe, ristampati dalla Bao Publishing, ci corre un brivido sulla schiena a ripensare a quanto tutto quello che è seguito era già contenuto in queste pagine. E non parliamo soltanto di quello che è seguito sulla serie di John Doe fino alla conclusione: ma parliamo anche di ciò che è accaduto al fumetto italiano intero, a partire da quel 2002.

I nomi di quei disegnatori esordienti ora sono sulla Hall of Fame del fumetto italiano (e, in qualche caso, internazionale). La Grande Bonelli, oggi, pubblica serie a colori e divise in archi narrativi. Dopo John Doe, e per un periodo forse troppo breve, le edicole italiane si sono riempite di sperimentazioni e personaggi e serie innovativi (mi vengono in mente Valter Buio e Dr. Morgue, ad esempio) ma fortemente ancorate a una tradizione ben precisa, quella che ha fatto del fumetto d’avventura popolare italiano un marchio di fabbrica di cui andar fieri.

Lo stesso Recchioni è oggi uno degli attori dell’evoluzione del fumetto italiano. E Bartoli? Beh, Lorenzo Bartoli è morto il 5 Ottobre 2014. Dove sarebbe oggi non possiamo dirlo, ma dove siamo noi oggi, che ci divertiamo un mondo a leggere i fumetti in Italia, lo dobbiamo anche a lui.

Questa ristampa è il giusto tributo a una generazione di artisti e a una casa editrice che hanno saputo rischiare il proprio, provando a guardare avanti.

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Perché se guardi troppo avanti non puoi vedere che la Morte. E, se non si fosse capito, è della Morte che parla John Doe.

 

 

Le Storie infinite: quando i fumetti non possono morire

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Un Preambolo

Nel XIII secolo dopo Cristo la Morte era vista come una cosa abbastanza seria.

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Non proprio una fan dei Cure col visetto carino, eh?

Erano anni in cui se non avevi assistito alla morte di almeno un tre quattro fratellini, allora non eri nessuno. Si crepava per un’influenza, per le continue guerre, carestie, per gli sghiribizzi del potente di turno. Uscivi di casa e non era raro vedere morti per la strada, in attesa di qualcuno che li caricasse su un carro per portarli all’ossario. Sulla Morte la Chiesa aveva creato un business solido: tutti potevano crepare da un momento all’altro, e tutti avevano paura dell’Inferno, dal mendicante all’Imperatore. Si pagavano bei quattrini per un lasciapassare per il Paradiso; e se non c’erano i quattrini, la chiesa s’accontentava della devozione assoluta.

Ecco come poteva la Chiesa, che non aveva lo straccio d’un esercito, far sì che gli Imperatori s’inchinassero ai loro piedi.

Poi nella metà del 1200 circa Francesco d’Assisi ti piazza questo colpo tra capo e collo, scrivendo il Cantico delle Creature in una lingua che tutti comprendevano.

«Laudato si’ mi’ Signore per sora nostra morte corporale, da la quale nullu homo vivente pò skappare».

M’immagino i vescovi cadere dallo scranno: come si permetteva costui di lodare il signore per nostra “sorella Morte”? Sorella? La Morte doveva incutere paura, non familiarità. La paura è la madre della fedeltà.

Ma Francesco era davvero così ammirato, così estasiato per l’Universo intero che anche la Morte gli piaceva. Nessun uomo poteva sfuggirle, ma nessun uomo doveva temerla, se fosse morto con cuore innocente.

Ci voleva un gran coraggio ad amare la Morte.

Da Francesco d’Assisi ad Akira Fudo

Facciamo un salto in avanti di circa 750 anni. È il 1991 e, scartabellando nella mia edicola di riferimento tra i Marvel della Star Comics, mi capita tra le mani un albo in bianco e nero, smilzo, intitolato Devilman.

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Ora, io Devilman me lo ricordavo così:

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Ma devo dire che non è che avessi mai seguito attentamente la serie tv, quindi non mi accorsi subito della differenza. Certo, tutte quelle tette, fredda violenza e squartamenti solo nel primo numero avrebbe dovuto vagamente insospettirmi ma oh, avevo 14 anni, le tette obnubilavano qualsiasi capacità di giudizio, anche se poi si trasformavano in tette-serpenti (giuro).

Nei mesi che seguirono divorai il primo manga della mia vita con una voracità straziante. Quel fumetto si rivolgeva a una parte di me che non credevo di avere mai avuto, trattandomi come un adulto cui scuotere ogni certezza. Credo che Devilman sia stato scritto e disegnato da Go Nagai con lo scopo preciso di essere letto da un quattordicenne per trasformarlo in un uomo.

Quando vidi quei brandelli di cadavere innalzati sulle picche e Akira Fudo abbracciare quella testa mozzata, simbolo della fine di ogni suo rapporto con la cosiddetta “umanità”, non credevo ai miei occhi. Ancora mi aspettavo da un momento all’altro, che so, che fosse tutto un sogno, un reboot, un deus ex machina, qualcosa, accidenti!

E invece, poco dopo, uscì l’ultimo, straziante albo, e la serie morì.

Non morì per scarse vendite, ma morì perché quella era la sua fine naturale, perché senza quella fine tutta la storia non avrebbe avuto alcun senso.

“Nostra sora morte d’una serie, da la quale nulla historia a fumetti dovrebbe skappare”.

Il mio primo manga fu Devilman e fu allora che imparai che una serie a fumetti poteva finire e che anzi, una fine poteva essere bellissima.

Da Akira a Peter, e ritorno

Ora qualcuno forse conoscerà la canzone di Elio “Mio Cugino”. Favoriamo il video.

Ecco, immaginate che io vi venga a raccontare che mio cuggino una volta è morto.

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Poi un’altra volta è ancora morto e stava nel bozzolo;

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poi mio cuggino aveva una fidanzata bionda che una volta è morta;

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poi aveva anche un migliore amico che una volta è morto;

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e anche il papà del suo migliore amico una volta è morto;

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poi mio cuggino s’è sposato con una modella, che una volta è morta con l’aereoplano; e ha una zia che una volta è morta;

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poi una volta è stato sposato; poi mio cuggino una volta ha fatto un patto col diavolo. E una volta s’è messo un vestito che era alieno. Anche il vestito alieno una volta è morto. Mio cuggino è stato punto da un ragno radioattivo che una volta è morto. Ah, e poi mio cuggino un’altra volta ancora è morto, ma nessuno se ne è accorto perché nel suo cervello è entrato un tizio che, beh, una volta è morto.

Mio cuggino si chiama Peter Parker. La sua serie a fumetti non è mai morta. E quando devi fargli succedere qualcosa per circa 50 anni, più volte al mese, senza mai vederne la fine, beh, questo è quello che capita.

Capita che la serie non sarà mai morta, ma tutto quello che c’era dentro, quello una volta è morto.

Il punto, dicevamo, è che ci vuole un gran coraggio ad amare la Morte.

Non solo Parker

Per fortuna gli americani non sono soltanto mieicuggini. Sì, di norma qualsiasi serie venda abbastanza sopra al punto di pareggio è deputata al proseguimento ad libitum. Qualsiasi. Cioè, Witchblade è arrivata al n. 187!

Però Watchmen finì dopo 12 numeri. Non uno di più: e non perché non vendesse. Non perché la DC non avesse provato a farla continuare. Watchmen finì perché i suoi autori ritenevano che una buona storia non è poi così tanto buona se non contempla una fine.

Una volta sentii un tizio in una fumetteria dire che Watchmen non lo leggeva perchè era disegnato male. Aveva in mano un manga delle CLAMP. Non so dove sia oggi, ma mi auguro che non abbia trasmesso i suoi gusti a nessun figlio

Una volta sentii un tizio in una fumetteria dire che Watchmen non lo leggeva perché era disegnato male. Aveva in mano un manga delle CLAMP. Non so dove sia oggi, ma mi auguro che non abbia trasmesso a nessuno il suo corredo genetico.

(Bisogna dire che Dave Sim, nel pubblicare il suo Cerebus, già nel 1976 disse che avrebbe avuto una fine: ma avendola datata al numero 300, non fa testo).

Watchmen rappresenta, almeno per quanto riguarda le serie mainstream americane (cioè il 99% del mercato) un cambiamento fondamentale nel modo di concepire il fumetto dell’industria americana: dalla concezione McDonald alla concezione Karamazov.

La concezione McDonald concepisce gli albi come hamburger: basta impacchettarli tutti più o meno alle stesso modo, metterci un marchio sopra e voilà, venderanno sempre a prescindere. In questo ambito gli autori valgono più o meno come il cuoco del fast-food: se fa male, è licenziato, se fa bene, non è licenziato. Quello che conta è il brand: Spider Man, Batman, X-Qualcosa. I personaggi scompaiono e non importa più cosa gli accada: sono un’etichetta da attaccare. Il prototipo del personaggio McDonald, nemmeno a dirlo, è lui:

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La concezione Karamazov concepisce invece le storie come un’unità irripetibile che ha un’inizio e una fine. Gli autori valgono come Dostojevskij: se non ci fosse stato lui non ci sarebbe stata l’opera. Pioniera in questo campo fu Karen Berger con la sua Vertigo e coraggiosissima fu la scelta di porre fine al Sandman di Gaiman, serie di punta dell’etichetta DC che garantiva buoni guadagni e che fu comunque chiusa. Un fumetto seriale, di successo, che non ha avuto paura di sacrificare il guadagno all’importanza di dare un senso alla storia, chiudendola quando era giunto il momento narrativamente giusto.

Tra queste due concezioni c’è una via di mezzo, la McDonald-Karamazov. L’autore prende il personaggio e A: ne fa quel che vuole, purché sia un What If (ad esempio Il ritorno del Cavaliere Oscuro), e B: ne fa quel che vuole, purché alla fine ci restituisca il personaggio pronto per altre storie (per decenni la serie di Devil è stata gestita in questo modo).

In tutti e tre i casi la nostra cara Morte, la Morte, la Morte, la Morte puttana, è la discriminante: tutte le serie che prevedono una fine sono serie Karamazov, tutte le altre sono serie McDonald. Persino le case editrici si sono ormai polarizzate: le big two insistono sulla filosofia McDonald mentre le altre, prima tra tutte la Image (con le dovute eccezioni), editano solo storie a termine.

E il bello è che per gli autori, andare a scrivere per Marvel e DC non è più un punto di arrivo ma, piuttosto, un trampolino di lancio. Se funzioni sulle serie McDonald ti paghi il mutuo, ti fai un nome e poi puoi permetterti il grande salto verso la tua serie Karamazov, che ti dà libertà, soddisfazione, e diritti d’autore sulle trasposizioni televisivo-cinematografiche.

Salve, sono Mark Millar, e mi sorride questa prospettiva.

Ciao, mi chiamo Mark Millar, e mi sorride questa prospettiva.

 

Se l’America starnutisce, l’Italia prende il raffreddore

E l’Italia, come sta messa?

Sempre restando nell’ambito mainstream (leggi Bonelli, ma anche Astorina e Max Bunker Press) la concezione McDonald è stata rigida e dominante molto più a lungo di quanto sia accaduto negli Stati Uniti. Praticamente la totalità delle serie italiane da edicola usciva con lo specifico intento di arrivare a +Tex con la numerazione, e il pubblico italiano, ormai, considera la chiusura un vero e proprio smacco, come la retrocessione. Basti pensare agli alti lai lanciati per la chiusura di serie come Saguaro e Adam Wild.

Pionieri nel campo furono case editrici come la Eura editoriale e la Star Comics, che nel corso degli anni ’10 del terzo millennio si lanciarono in proposte che adoravano la Morte nel modo più corretto.

L’Eura con John Doe (a breve ristampato per la BAO), e, in seguito, con Detective Dante, sperimentò un formato editoriale più snello e una concezione a “stagioni”, con diversi falsi finali seguiti, infine, da un finale vero, con il numero 99.

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Non è un caso che in due delle serie fin qui citate, John Doe e Sandman, la Morte sia un personaggio vero e proprio

La Star Comics dal canto suo riempì le edicole con vere e proprie miniserie in formato Bonelli, alcune delle quali restano nel cuore di chi le ha lette.

Anche nel meraviglioso Valter Buio di Bilotta la Morte è un tema importante, anche se non un protagonista

Anche nel meraviglioso Valter Buio di Bilotta la Morte è un tema importante, anche se non un protagonista.

 

Addirittura, nel bellissimo Dr. Morgue la parola Morte appare nel titolo di ognuno dei numeri

Addirittura, nel bellissimo Dr. Morgue la parola Morte appare nel titolo di ognuno dei numeri.

Se tre indizi fanno una prova, il legame stretto che si crea tra quei fumetti che, per primi, hanno osato presentarsi come opere conchiuse, opere-Karamazov, e la Morte come concetto o protagonista non deve essere un caso.

Star Comics e Eura hanno smesso di fare questo tipo di proposta. D’altra parte per confezionare un albo popolare italiano, con tutte quelle pagine, quella cura, e il delirante sistema distributivo, ci vogliono spalle fortissime, grandi professionalità e bei soldoni da investire. Troppi per le disponibilità delle due case editrice, ma non per realtà più importanti come la Panini Comics e, infine, della Bonelli che sembra più avanti dei suoi stessi lettori.

Da anni, infatti, la Bonelli sembra aver imparato la lezione e ha sposato la filosofia Karamazov (ben prima dell’arrivo di Recchioni: guardate che non tutto quello che non vi piace è colpa sua, eh). Alcune tra le serie migliori degli ultimi anni sono nate come miniserie e, se non ci inganniamo, un giorno la filosofia-Karamazov balzerà in testa alla classifica, mentre le serie McDonald saranno sempre meno.

Laddove però noi fumetti la tendenza sembra in parte andare verso la concezione Karamazov, sia detto per inciso che nel cinema si va esattamente in direzione opposta.

Saghe che sembravano chiuse perfettamente sono state riesumate con l’intento di renderle infinitamente riproducibili; e se vi viene in mente Star Wars, ci avete azzeccato. Ma l’opera di Lucas è solo uno dei tentativi di riportare in vita quello che era meglio tenere “morto”. L’ultimo Indiana Jones, il nuovo Ghostbusters; e, più tardi ma mai abbastanza, il già annunciato ritorno di Harry Potter.

Alla fine della fiera, il sottoscritto ha utilizzato un metodo tutto personale per far finire l’infinito: smettere di leggere nel punto più adatto. E in fondo, per quanto oggi mi strapperei le palle degli occhi piuttosto che leggere un altro albo dell’Uomo Ragno; in fondo, dico, è bello sapere che è ancora lì, pronto a riempire gli occhi di altri bambini troppo poveri per comprarsi lo smartphone.