Jiro Taniguchi

Quartieri Lontani… E si torna bambini

Jiro Taniguchi Quartieri lontani

Il maestro Jiro Taniguchi se ne è andato. Ci lascia un’eredità immensa e talmente tante opere che sceglierne una ed elevarla a propria preferita sarebbe un’impresa alquanto ardua.

Dopo aver riletto Uno zoo di inverno mi sentivo particolarmente propenso a voler recensire questo lavoro, ma critica e pubblico hanno ritenuto (e il pubblico ha sempre ragione) che forse la sua opera migliore potrebbe essere Quartieri Lontani (recentemente ristampato in una nuova edizione dalla Coconino Press). Pertanto di questo specifico lavoro andremo a occuparci con questa recensione, con la speranza che coloro i quali non si sono mai imbattuti in un’opera del Maestro possano presto approcciare alla sua arte, fatta di illustrazioni superbe e storie sature di iconografia e poesia.

La storia ha inizio nel momento in cui Hiroshi Nakahara, adulto sulla quarantina con famiglia a carico e tendenzialmente proclive all’assunzione di alcool, si trova a dover prendere il treno per tornare da lavoro ma, accidentalmente, si imbatte sul mezzo sbagliato e, non assumendo mai piena contezza del come, si ritrova nel suo paese di origine. Appena giunto in situ il nostro protagonista visita la tomba della madre e di lì (non vi rivelo troppi dettagli poiché il rischio spoiler è altissimo) ripercorre (ma ancora non vi rivelo come e perché) la sua infanzia trovandosi da adulto nel suo corpo di ragazzo e dovendo affrontare l’adolescenza con una nuova mentalità e con nuove prospettive.

L’idea è semplice ma geniale. C’è tutto, da un’accurata indagine introspettiva dei singoli personaggi a una piena disamina della psiche di ciascuno di loro. Il protagonista viene mostrato in tutte le sue debolezze, fragilità e vizi che sono propri di un uomo adulto ma non pienamente soddisfatto della sua vita, che affoga sovente la sua frustrazione nell’alcool ma al quale, per ragioni che vi lascio scoprire, è affidata una seconda possibilità. La possibilità di intraprendere un nuovo percorso, di rivivere le emozioni affrontate da ragazzo e ripercorrerle, questa volta da uomo maturo (almeno nella mente), cercando di evitare quegli errori che l’ingenuità e la fanciullezza in passato avevano determinato. Si innamora, riscopre vecchi amici mostrandosi loro in una veste inedita e…

Jiro Taniguchi Quartieri lontani

Credo di avervi detto fin troppo della trama, sarebbe bene che, armati del vostro portamonete, vi rechiate in fumetteria ad acquistare una graphic novel sicuramente meritevole di attenzione.

E ora la nota che a noi appassionati di fumetti interessa di più: il comparto grafico. Sebbene sia un lettore attento mi sento un po’ in imbarazzo a commentare la qualità grafica dei lavori di Taniguchi, sarebbe come se un pianista alle prime armi si permettesse di criticare o giudicare la produzione di Mozart. Lo stile di Taniguchi è piuttosto tradizionale e attinente con quello che è il trend dell’illustrazione nipponica.

Quel che sorprende è la cura maniacale per i dettagli (capita spesso soprattutto nei manga di vedere illustrazioni accurate, a meno che non si parli di shonen e in tal caso il discorso si pone in una prospettiva diversa) ma credo che Taniguchi sorprenda soprattutto per i suoi soggetti e per la poesia sottesa ai suoi lavori più che per il disegno la cui qualità è, e rimane, indubbiamente altissima.

I disegni sono pregevoli e ricchi di dettagli, le tavole sono cariche ma non troppo da risultare vistosamente barocche, ciò non di meno quello che colpisce è ovviamente altro… La magia di Taniguchi va scoperta e io vi ho rivelato fin troppo, vi basti sapere che il volume oggi è facilmente reperibile a un prezzo accessibile e comunque modesto in proporzione alla qualità eccelsa dell’opera. Ancora qui? Correte a leggerlo!

È morto il mangaka Jiro Taniguchi

Senza fare baccano, proprio come i suoi fumetti, se n’è andato il fumettista giapponese Jiro Taniguchi. L’annuncio è stato dato dal quotidiano Mainichi shinbun che specifica solo che l’artista è morto il giorno 11 febbraio a 69 anni compiuti, e che le esequie si terranno in forma privata. Non sono per ora noti altri dettagli sulla morte di Taniguchi.

Jiro Taniguchi nel 2011.

Jiro Taniguchi nel 2011, nel periodo dell’uscita di Furari – Sulle orme del vento, opera storica in un volume pubblicata in Italia da Rizzoli Lizard.

Jiro Taniguchi è considerato già da tempo uno dei massimi fumettisti di sempre, non solo nell’ambito dei manga, ma in generale di tutta la cultura fumettistica mondiale. Ne sono prova i numerosissimi premi internazionali vinti fin dal 1992, le collaborazioni con istituzioni prestigiose come il Museo del Louvre di Parigi, il sodalizio artistico con un altro nome enorme come quello del francese Moebius, le molte mostre ed esposizioni dedicategli (fra cui una nel 2014 a Venezia), e ultimo ma non meno importante il successo persino commerciale dei suoi lavori niente affatto commerciali. Opere come L’uomo che cammina, Al tempo di papà e soprattutto Gourmet (quest’ultima particolarmente nota in patria) sono state pubblicate nel mondo dagli autori più prestigiosi e lodati dai critici più severi.

Poster di una mostra dedicata a Jiro Taniguchi.

Il poster di una delle tante mostre dedicate a Taniguchi, questa svoltasi nel 2010 nella sua nativa prefettura di Tottori, la stessa che ha dato i natali a un altro genio del manga, Shigeru Mizuki.

Se ne va insomma un altro pezzo del fumetto giapponese come era successo due anni fa al suo conterraneo Shigeru Mizuki, tanto diverso per stile quanto altrettanto amato dai lettori. Fortunatamente, Taniguchi è riuscito a lasciare al mondo una quantità enorme di tesori che l’hanno consacrato nella memoria e nel cuore di tanti lettori in tutto il mondo.

Vignetta di "Furari - Sulle orme del vento" di Jiro Taniguchi.

Una vignetta di Furari – Sulle orme del vento del 2011 mostra il tipico stile di Taniguchi, molto simile alla ligne claire francese, leggero e dettagliato. Un’immagine di bellezza che resta nel tempo.

Un anno: primavera. Taniguchi alla francese

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Un anno: primavera © Rizzoli Lizard

Soffia la brezza leggera della primavera; soffia l’aria tiepida e si fa strada dolcemente tra le nuvole dell’inverno, diffondendo ovunque il profumo d’erba e di mare. Si risveglia la natura, ma non sboccia la piccola Capucine, ancora avvolta nel torpore dell’infanzia che non cede il passo a una nuova età. Un fiore tardivo che richiede attenzione e riguardo, perché possa anch’esso dispiegare i petali e lasciarsi carezzare dal caldo vento di un’estate imminente.

Che Jirô Taniguchi sia un uomo dal cuore sensibile ce lo testimoniano tutte le sue opere.

Che riesca a riversare questa sensibilità nelle sue tavole, è evidente sfogliando uno qualsiasi dei volumi che ha disegnato.

Quindi non è una sorpresa che dai disegni e dai colori pastello di questo libro trasudi poesia.

Non una poesia aulica e magari un po’ metafisica, come quella de I Guardiani del Louvre, ma la poesia che permea la vita reale. La vita della famiglia di Capucine Touret, una bambina di otto anni, affetta da Sindrome di Down.

Seguiamo questa vita per una stagione, la primavera. Questo è infatti il primo di una serie di quattro volumi (purtroppo i successivi tre non sono stati ancora pubblicati a distanza di sette anni dal primo), la cui idea è quella di raccontare un intero anno.

Di Capucine sentiamo i pensieri, che fanno spesso da didascalia alle immagini. Pensieri di una bambina diversamente abile, come con grande ipocrisia diciamo oggi, ma che nella sua semplicità ci guida attraverso gli eventi e le emozioni della storia. Lei che non si sente ritardata, ma che si trova in un mondo che la tratta come tale, a volte brutalmente.

Che poi storia non è…. Come spesso Taniguchi ci ha abituato, tutto sembra normale, quasi senza una sceneggiatura.

E Morvan segue un po’ lo stesso stile, riesce a scrivere una storia e una sceneggiatura che si adattano benissimo al disegno e alla poetica di Taniguchi: è la vita stessa che scorre, con eventi quotidiani. E somiglia alla nostra vita, con le piccole e grandi situazioni, le piccole e grandi paure, i piccoli e grandi tradimenti, i momenti di crescita che si nascondono nelle piccole e grandi cose di tutti i giorni.
È una primavera in cui succedono cose normali: la festa di compleanno, il cagnolino avuto in regalo, la scuola, le quotidiane tensioni tra i genitori, le attività pomeridiane dalla terapista. Ma le cose normali sono quelle che ci caratterizzano, che viviamo più spesso, e ci formano. E magari fanno da sfondo alle cose speciali che ci capitano (o che decidiamo di fare).

unanno3Di Capucine vediamo i disegni, a loro volta didascalici, che rappresentano solo quelli a cui vuole bene: maa, paa, i nonni, la tata Sandrine, il cane Maschietto e Durududù, l’amico immaginario che conosciamo nella prima pagina e che Capucine decide di abbandonare nell’ultima, perché così «tutti penseranno che ho fatto progressi».

Di Capucine quasi non vediamo l’handicap perché Cap non ha i tratti caratteristici della sindrome, e tutti sono preoccupati di farle «fare progressi». Ma non può essere ignorato, fa da sfondo a tutto, è presente in ogni dialogo, anche quando Capucine non c’è, e determina anche quello che succede (è per riprendere lei dalla terapista che il paa mette in discussione la sua fedeltà…).

E in fondo di Capucine, per tutto il libro, abbiamo il punto di vista. Anche se nella narrazione ci sono eventi di cui la ragazzina non è protagonista, o dove non è neppure presente.

Dal punto di vista grafico, nel disegno dei personaggi, nel tratto, nei dettagli delle scene, nella colorazione delicata che sottolinea i passaggi della storia è il Taniguchi che conosciamo. La differenza rispetto ad altre opere si nota nel taglio delle vignette e nella gabbia delle pagine. Si capisce che il fumetto è pensato con uno stile più europeo: non ci sono splash page, le vignette sono tutte ben delineate. Ma anche qui Taniguchi riesce a interpretare in modo personale ed efficace. Ad esempio utilizza la gabbia per aiutare il lettore a dare il ritmo alla storia: nelle pagine in cui la divisione è fittissima (ho contato anche quindici vignette in una sola tavola) le inquadrature cambiano continuamente, dando grande dinamicità al racconto, anche se magari gli eventi in sé non sono così significativi.

Infatti, nella trama non ci sono momenti drammatici o particolari, è una specie di flusso di coscienza, che si alterna tra la infantile inconsapevolezza di Capucine e la figura del padre, che sembra un po’ l’antagonista della situazione, il personaggio negativo.

Nel corso del volume piano piano è proprio lui ad arretrare sempre di più dal piano aulico e sereno dell’inizio. I suoi primi piani si fanno prima tristi e poi duri. Vive con distacco la quotidianità della figlia, è stanco del lavoro, è l’unico che vuole tirarsi fuori dalla vita di Capucine, che sente il peso del suo status.

È lui a trattare con durezza la figlia, a non accettarne il ritardo, a farsi sopraffare dai problemi di tutti i giorni, a rompere l’equilibrio infatuandosi della terapista.

È l’elemento di realtà in una quotidianità che si specchia attraverso lo sguardo semplice e per questo sognante di Capucine.

La madre Stephanie sembra voler fare da collante tra il mondo pratico e dinamico dei normali, come suo marito, e quello fantastico e semplice di sua figlia. Due mondi che in una sola primavera, da adiacenti che erano, si allontanano progressivamente. E Stephanie si sfilaccia sempre di più, fino a scomparire anche fisicamente nelle ultimissime pagine, in cui i sogni di Capucine, che dice addio al suo amico immaginario per mostrare anche a se stessa di essere cresciuta, si alternano con la praticità del padre Stephane (solo una “i” di differenza dalla moglie), che si sente lontano dalle donne della sua famiglia, ma non riesce a fare il passo per rompere definitivamente.

La progressiva consunzione della serenità iniziale è forse imputabile all’origine europea dell’opera.
Fa pensare a tanti fumetti o film italiani e francesi in cui a prevalere è una forma di angoscia di cui non ci si libera mai.

Spesso invece le opere di Taniguchi, magari anche aventi per protagonisti dei perdenti, si chiudono con un seme di speranza.

Quindi, sospesi tra queste due possibili evoluzioni, dobbiamo aspettare di leggere le altre stagioni per sapere se prevarrà la poesia di un mondo a misura di una bambina down o dovremo arrenderci alla realtà.

Dati editoriali:

Autore: Jean-David Morvan (storia), Jiro Taniguchi (disegni)
Editore
: Rizzoli Lizard
Provenienza
: Francia, 2009
Formato
: 21,5×28,7, cart., 72 pag., col.
Data di Pubblicazione: 2011

I Guardiani del Louvre – Un artista tra le opere d’arte

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Chi conosce Jirô Taniguchi non si stupirà nel sentire che ancora una volta la storia di un suo fumetto nasce da una sua esperienza personale.

Infatti, nonostante l’autore abbia attraversato nella sua carriera moltissimi generi, dalla fantascienza al giallo, dal western al pulp, secondo me dà il meglio di sé nella produzione più poetica e intimista.

Come è accaduto nel suo primo fumetto in cui mi sono imbattuto, L’uomo che cammina, la sensazione che crea la lettura è quella che l’autore si identifichi completamente nel personaggio principale, che è una «persona qualunque», e per questo crea un immediato contatto con il lettore, che a sua volta è portato a identificarvisi. Pertanto il personaggio diventa in qualche modo elemento profondo di contatto con il mondo dell’autore.

È una modalità che il maestro ha utilizzato più volte nelle opere di cui è stato anche scrittore e sceneggiatore, e che, insieme alla «normalità» dei disegni, crea in lettori «normali» come il sottoscritto una sensazione di pace e di serenità. Sembra di leggere storie profondamente ancorate alla realtà (che Taniguchi studia attentamente prima di proporre nelle sue opere), ma sapientemente portate in una dimensione introspettiva, fino a diventare onirica, grazie alle situazioni e ai personaggi delicati, ai disegni puliti e rassicuranti. Basti pensare a racconti brevi come L’olmo, o a storie più complesse come Quartieri lontani.

© Christophe Beauregard http://www.christophe-beauregard.com/en/jan-2015/

Taniguchi studia maniacalmente le inquadrature, gli sfondi, le atmosfere, cerca di renderle nel modo più realistico, che la storia sia ambientata in Giappone o altrove. Lo ha fatto in passato ad esempio ne La vetta degli dei, ambientata nell’Himalaya, e lo fa qui, con I Guardiani del Louvre, riproducendo gli scorci di Parigi, le sale del Louvre e le altre ambientazioni con dettagliato e poetico realismo. Inoltre da sempre i suoi personaggi hanno un aspetto realistico ma occidentale, a testimoniare la profonda passione nei confronti del fumetto europeo, specie quello franco-belga. E in questo caso sono anche perfettamente coerenti con l’ambiente…

La storia è semplice: un fumettista giapponese, di ritorno dalla Fiera Internazionale del Fumetto di Barcellona (che si tiene effettivamente ogni anno a maggio ed è giunta alla 34a edizione nel 2016) decide di fermarsi a Parigi per altri cinque giorni per visitarla. Viene però preso da una forte influenza ed è costretto a trascorrere i primi giorni nel letto dell’albergo, con tutte le difficoltà di comunicazione e organizzazione del caso. Già in questa premessa e nelle pagine che descrivono la malattia si intravede la dimensione onirica, con gli stessi colori e le stesse forme grafiche che poi ritroveremo nel corso della storia.

Rimessosi in salute, decide di dedicare tutto il tempo rimasto alla visita del Louvre, perché, come dice lui stesso, «per qualche motivo non vi ha mai messo piede». Pur convalescente, si avventura tra la folla e, in preda alla febbre, scivola in una «dimensione che esiste solo nella sua mente, assai più vicina alla realtà che al sogno».

Da quel momento attraversa nei due versi, continuamente, una soglia che lo porta a visitare il Museo nella realtà e nel sogno, pertanto passa dalle sale affollatissime a parti chiuse al pubblico («il sistema di condizionamento»!), dall’incontro con personaggi del passato, anche personale, ai dialoghi con il suo cicerone, che scoprirà essere la Nike di Samotracia.

Così il Louvre diventa un vero e proprio tempio (Taniguchi stesso lo chiama così nel titolo del Capitolo 5) della cultura e dell’arte, di cui la Nike, nelle vesti di una donna dominata dal colore rosa e vestita come in epoca Tudor, è il guardiano-guida, quasi una dantesca Beatrice senza la quale l’autore non riesce a orientarsi. Lei ne conosce i segreti, sia inteso nel senso di loci, sia inteso nel senso dell’essenza del Museo. È lei a dire «il Louvre è un labirinto onirico che esiste al confine tra sogno e realtà».

E il protagonista incontra, in questo labirinto in cui si perde ogni volta che entra, nei giorni successivi, santi e sacerdoti di questo tempio. I santi sono soprattutto i pittori, che, in una escalation, vanno dal giapponese Asai Chū, in qualche modo antesignano dello stesso Taniguchi per il rapporto con l’arte e la cultura occidentale, fino all’incontro con Van Gogh. In realtà quest’ultimo non compare nel Museo, ma quando il protagonista decide di spostarsi a Auvers-sur-Oise, ultima residenza del pittore olandese. Così emerge un altro fattore: è il sogno a seguire l’uomo, non è legato al luogo, ma sembra essere una dimensione che l’uomo porta dentro di sé, proiettandola sui luoghi che visita.

Al suo ritorno al Louvre, il giorno successivo, incontra Antoine de Saint-Exupery, vestito da aviatore ma identificato come «lo scrittore», uno dei sacerdoti del tempio, che gli racconta la storia di Jaujard e Schommer, salvatori delle opere del Louvre dall’invasione nazista. E tra le opere salvate c’è la Nike, che infatti in questa parte del racconto diventa molto più reale, quasi carnale, perché se ne sente il coinvolgimento fisico in questa parte della storia.

L’ultimo incontro del protagonista è con la moglie morta, alla quale aveva promesso di andare insieme a visitare il Louvre, senza però averne avuto la possibilità. E in qualche modo c’è, nel tempio del Louvre, una redenzione, una storia di salvezza. Lei lo “libera” dalla sensazione di tristezza ovattata, che, ce se ne accorge solo qui, permea tutta la storia. La tristezza viene a galla solo nell’ultimo capitolo, dopo averci accompagnato sottotraccia per tutta l’opera. Quando se ne capisce il motivo, con le lacrime agli occhi, si scioglie il senso di angoscia, si comprende il significato di questa visita parigina, che all’inizio della storia sembrava quasi una forzatura. Nelle prime pagine, in una didascalia, l’autore-protagonista dice «ho salutato gli altri e sono andato a Parigi», con un senso di rottura improvvisa ed incompresa, che si ricompone qui. Nonostante sia la «terza volta a Parigi», non ha mai visto il Louvre perché doveva vederlo con la moglie. La Nike glielo profetizza: «presto arriverà la persona che lei sta aspettando».

È nel momento in cui si realizza la promessa fatta che si torna nella realtà; una realtà dalla quale il protagonista si è sentito lontano per tutta la storia, tanto che a un certo punto è lui stesso a esprimere i dubbi del lettore: «chissà… forse non mi sono mai mosso dal letto dell’hotel e sto delirando in preda alla febbre…». Il dubbio viene al lettore, e se lo trascina, fino quasi alla fine. Il labirinto del Museo è in realtà il labirinto che ognuno ha dentro di sé, misterioso ma popolato di guide e di guardiani, che restano punti fermi, come l’olmo di un altro racconto di Taniguchi. Così alla fine il dubbio si scioglie, nel modo meno doloroso: in realtà non importa se le cose siano successe fisicamente o no, perché è quello che noi sentiamo a succedere realmente.

Taniguchi sa essere come al solito delicato e commovente, senza essere stucchevole, in questo seguendo le orme di altri maestri giapponesi, come Miyazaki, e contribuendo egli stesso a tracciare un solco che lo distanzia dalla visione occidentale. Il tema della morte è trattato con rispetto e sollievo, perché il ricordo e l’arte possono essere entrambe forme di immortalità.

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Jean-Baptiste-Camille Corot, Souvenir de Mortefontaine

Dal punto di vista grafico, in quest’opera il colore, delicato, quasi acquerellato, sostituisce il tratto che ha definito i dettagli in altre opere di Taniguchi dal profondo carattere poetico.

Tuttavia non si perde il gusto del particolare: le tavole, in questo formato anomalo perché edito in Francia dalle stesse Edizioni Louvre, permettono il contatto con la realtà fisica anche nei momenti in cui la storia è più onirica.

Si distinguono infatti nei disegni le cesellature delle decorazioni barocche dei soffitti del museo, i dettagli delle statue sui palazzi parigini, ma anche alcune minuzie tecniche, come le tubature della centrale termica del Louvre o i particolari della stanza dell’hotel. Questo crea anche il contrasto con gli eterei guardiani, di forma indistinta e di colori irreali.

Le inquadrature, come d’altra parte il taglio delle vignette nelle pagine, sono molto dinamiche, cambiano continuamente, nell’ambito della stessa pagina. Contribuiscono entrambe, da una parte a dare il senso del sogno, perché sono irregolari e variabili, dall’altra a mantenere il contatto con la realtà, perché toccano ed evidenziano, anche se in modo fuggevole, i dettagli fisici delle scene.

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© Jirô Taniguchi/Futuropolis – Musée du Louvre

Il registro cromatico cambia per raccontare con le immagini i diversi momenti storici in cui si ritrova il personaggio. Così nella foresta dove incontra Jean-Baptiste-Camille Corot, il tratto e il colore ricordano lo stile del paesaggista francese. Durante l’incontro con Van Gogh i colori e lo stile dell’artista olandese tornano nelle pagine di Taniguchi. Perfino il personaggio Van Gogh sembra tratteggiato con lo stile del Van Gogh pittore. I colori mancano solo nel racconto del salvataggio delle opere nel 1939, sostituiti con un seppia che sa di storia e di “età oscura”. Taniguchi sottolinea forse che in quell’epoca l’arte e il sogno sono stati oscurati dalla grettezza umana, visti solo nel loro valore monetizzabile.

E i guardiani del titolo non sono stati sufficienti a preservare il sogno e l’arte dalla barbarie umana. Al punto da non comparire mai nella parte della storia che fa riferimento al 1939, sostituiti dagli efficientissimi guardiani in carne ed ossa che hanno imballato e portato via le opere d’arte. Solo in una delle vignette virate seppia compaiono i guardiani indistinti e colorati, quella in cui la Nike ricorda come è stata salvata lei stessa, quasi a sottolineare il legame con il presente e con un sogno che neppure la brutalità della guerra ha spento.

Il fumettista, alter ego dell’autore, si trova realmente tra le opere di uno dei musei più famosi al mondo, al quale ha voluto rendere omaggio. In effetti il Louvre può essere considerato uno dei luoghi dove è concentrata la massima espressione dell’arte occidentale, alla quale Taniguchi rende onore, e di cui non nasconde l’influenza sulla sua opera.

Credo che sia per questo che ne ha fatto il luogo deputato al contatto tra la realtà e il sogno. Un contatto che diventa fruttuoso e rigenerante per la vita dell’uomo soltanto se non si perde né, da una parte, in un materialismo becero e insensibile, né, dall’altra, in un astrattismo irreale. Questo il ruolo dell’artista, e quindi anche del fumettista: riuscire a tenere vivo questo contatto, sempre in equilibrio, facendolo percepire a tutti gli uomini.

Quindi in qualche modo, tra i guardiani del Louvre, insieme agli «spiriti che dimorano nelle cose», possiamo annoverare Taniguchi, tutti gli artisti, ma anche un po’ tutti coloro che vogliono vivere la propria vita, vagando nella «realtà onirica», lasciando una traccia reale nel sogno degli altri.

Premio Tezuka 2016 – Le Nomination

Sul quotidiano Asahi Shimbun sono state pubblicate le sette nomination per la ventesima edizione del Tezuka Osamu Cultural Prize. Il premio, conosciuto anche come Premio Tezuka, intitolato al dio dei manga Osamu Tezuka (Astro Boy, Kimba, Black Jack) viene assegnato annualmente all’opera che meglio ha rappresentato il fumetto giapponese.

Questi i candidati:

OrangeOrange di Ichigo Takano pubblicato da Futabasha

Naho Takamiya è una timida sedicenne che riceve una lettera dalla sé stessa dal futuro. Qui trova istruzioni dettagliate sulle azioni da intraprendere per evitare che Kakeru Naruse, una nuova studentessa appena trasferita nella sua scuola, sprofondi nella depressione e si suicidi.

 

 

 

 

 

 

Golden KamuyGolden Kamuy di Satoru Noda pubblicato da Shueisha
Un soldato del conflitto Russo-Giapponese è diretto in Hokkaido in cerca del tesoro nascosto degli Ainu, si confronta con criminali e schiaccianti forze della natura. Qui incontra una ragazza Ainu che gli salva la vita.

 

 

 

 

 

 

 

Kodoku no GourmetKodoku no Gourmet scritto da Masayuki Kusumi e disegnato da Jiro Taniguchi pubblicato da Fusosha
Storie brevi incentrate sulle vicende gastronomiche di un venditore in giro per il Giappone.

 

 

 

 

 

 

 

ChihayafuruChihayafuru di Yuki Suetsugu pubblicato da Kodansha
Chihaya Ayase è una ragazza schietta e vivace che rimane affascinata dall’oscuro mondo del karuta, un gioco di carte basato sulla poesia giapponese. Viene introdotta ad uno stile di gioco aggressivo dalla riflessiva e silenziosa compagna di classe Arata Wataya con la quale diventa rapidamente amica. Cominciano a giocare in gruppo insieme a Taichi Mashima, un  amico di infanzia di Chihaya, fino a quando si debbono separare durante le scuole medie. I Tre si reincontrano una volta alle superiori.

 

 

 

 

 

Cho-no-MichiyukiCho-no-Michiyuki di Kan Takahama pubblicato da Leed Publishing
Nel distretto di Maruyama di Nagasaki, una storia d’amore e morte coinvolge una cortigiana ed un uomo molto malato.

 

 

 

 

 

 

 

Hanagami SharakuHanagami Sharaku di Kei Ichinoseki pubblicato dalla Shogakukan
Ambientato nel periodo edo, il secondogenito di un ufficiale della città lavora come flautista al teatro Nakamura-za per il maestro kabuki Ichikawa Danjūrō V. Alla morte del fratello maggiore deve però imparare a diventare un guerriero. Allo stesso tempo un serial killer sta assassinando le giovani ragazze di Edo.

 

 

 

 

 

 

Yotsuba&!Yotsuba&! di Kiyohiko Azuma  pubblicato da MediaWorks
La famiglia Koiwai, composta dalla piccola Yotsuba e da suo padre, si è trasferita in una nuova città. Diventa subito chiaro ai nuovi vicine che la piccola è una ragazzina davvero strana…

 

 

 

 

 

 

 

Le nomination sono state scelte tra titoli raccomandati da specialisti del settore e dipendenti delle librerie. Per essere candidato il manga deve aver pubblicato almeno un volume nel 2015. Il titolo più raccomandato è stato Orange.

I vincitori verranno annunciati dall’Asahi Shimbun all’inizio di Aprile e la cerimonia di premiazione si terrà il 29 Maggio.

Questa settimana nel comic web…

Vi segnaliamo gli articoli che abbiamo letto questa settimana nei siti che si occupano di fumetti. Buttateci un occhio!

Comicus ha letto i primi albi dell’ All-New, All-Different Marvel Now

Lo Spazio Bianco propone un’interessantissima serie di articoli dedicata ai 75 anni di The Spirit di Will Eisner

Fumettologica ci offre un elenco di 13 manga sui mangaka

Gli Audaci recensiscono il primo numero della terza stagione di Orfani: Nuovo Mondo #1

Badcomics traduce un’intervista ad Axel Alonso sulla nuova direzione della Marvel

C4 Comics recensisce Uno Zoo d’inverno di Jiro Taniguchi

ritorna  su Il Bar del Fumetto Thank God is Wednesday la rubrica sulle nuove uscite USA

Mangaforever recensisce Winterworld di Dixon e Zaffino

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