J-Pop

Punta all’Arte! Disegna! Kakukaku shikajika!

Disegna, kakukaku shikajika, J-pop

Disegna! (Kakukaku shikajika) di Akiko Higashimura è il fumetto adatto a tutti quelli che come l’autrice amano il disegno e disegnare, che hanno sognato di diventare grandi fumettisti/pittori, che hanno sotto sotto sempre pensato di essere dei geni meglio di Van Gogh e poi si sono scontrati con la realtà.

Questo fumetto autobiografico, edito da J-Pop, ci racconta le esperienze dell’autrice, i suoi primi passi nel mondo dell’arte, le delusioni e i sogni che la porteranno a diventare un’affermata mangaka.

La giovane Akiko frequenta il liceo di una cittadina come tante in Giappone: non si cura della linea, della manicure o del trucco, in verità non si cura neanche della sua cultura personale, fregandosene fin troppo dello studio. Akiko ama solo il disegno ed è stolidamente convinta di essere un talento che aspetta solo di essere scoperto e osannato, circondata com’è dalla benevolenza e dai complimenti dell’insegnante. Il suo obiettivo è entrare in una Accademia prestigiosa, come quella di Tokyo, e da lì diventare una famosissima fumettista. Dov’è il problema, vista la sua bravura?

La sua compagna/amica Futami, che ha le stesse aspirazioni, ma i piedi ben piantati per terra, capisce benissimo che non basta la boria per percorrere la strada artistica, e la indirizza verso il suo stesso insegnante privato.

Disegna, kakukaku shikajika, J-pop

Costui, che sembra suscitare un certo tremore in chi lo sente nominare, è uno strano personaggio armato di spada di bambù che insegna a un ristretto gruppo di allievi, da bambini a vecchietti, nella sua casa in campagna, piuttosto lontana dalla città.

Il suo metodo è… il terrore. Ogni sbaglio è punito con urla e colpi di bambù. Ogni superficialità lo stesso, ogni perdita di tempo, idem. Akiko inizialmente non comprende tanta severità (visto poi che lei è così dotata!) e cerca anche di svignarsela e darsi per vinta, ma scopre anche che il maestro, nonostante non abbia frequentato accademie, è incredibilmente bravo e inaspettatamente generoso e gentile.

Tra loro si instaura un rapporto di fiducia, e Akiko si impegna davvero tantissimo, lavora assiduamente fino a provare l’esame d’ingresso il cui esito positivo le sembra addirittura scontato… e invece…

Disegna! non è solo una storia biografica, raccontata con humor (spesso nero), levità, anche nei momenti più cruenti, e malinconia, che si percepisce a tratti, ma è anche un manuale che sfata finalmente un pensiero comune, cioè che disegnare sia semplice, o che comunque venga semplice a chi possiede tale talento. La Higashimura spiega ai tanti una lezione fondamentale e spesso denigrata: per riuscire in qualsiasi ambito serve studio e tantissimo lavoro, tanto che spesso si preferirebbe mollare, ma per raggiungere il successo non c’è altra strada e il risultato non è comunque scontato.

Disegna, kakukaku shikajika, J-pop

Ovviamente tutto questo lo si racconta con lo stile tipico dell’autrice, che evidentemente con l’età ha saputo prendersi meno sul serio e ha cominciato a divertirsi con l’autoironia. È curioso riflettere su come il suo disegno sia il risultato di tanto lavoro su temi e tecniche artistiche classiche, arrivato come è all’essenzialità del tratto, che rimane fluido, arioso, ma anche incisivo e concentrato, tanto che con pochi tratti di pennino riesce a definire una testa, un viso, un abito.

Come già aveva mostrato in Kuragehime, le sue protagoniste brillano di bellezza interiore, entrando di prepotenza nella simpatia del lettore con la loro personalità ricca di pensieri inconsueti, vivaci, molto reali, mentre esteriormente sono tratteggiate come figure banalotte e tondeggianti.

Non mancano riferimenti ironici a personaggi famosi del fumetto mondiale (come il buonissimo professore del Liceo che richiama la figura di Osamu Tezuka) o alle tecniche classiche del fumetto, come i tratteggi drammatici e gli occhi bianchi alla Suzue Miuchi. Tutto reso nello stile personale e riconoscibilissimo dell’autrice.

Inoltre l’opera aumenta il proprio valore proponendosi come piccolo trattato sulla cultura giapponese per quanto riguarda l’ambito scolastico, simile per certi versi al nostro, ma con profonde differenze che si basano proprio sul peculiare spirito di sacrificio, il senso del dovere e l’ostinazione del popolo del Sol Levante.

 

Disegna, kakukaku shikajika, J-pop

 

Postilla: Il titolo originale, Kakukaku shikajika, che ha fatto sogghignare il mio fumettaro, si può tradurre come “eccetera eccetera” o “bla bla bla”, cioè è un modo di dire che si usa per non allungarsi troppo in spiegazioni (grazie a Mario Pasqualini per la consulenza), ma purtroppo la J-Pop non ha pensato di tradurlo né di spiegarlo all’interno del volume, togliendoci così la possibilità di apprezzare le varie sfumature che in questo modo il racconto assume. Ma nonostante questa mancanza dell’edizione, e il prezzo, che può portare scompensi nei portamonete, consiglio a tutti l’acquisto di questo fumetto, un piccolo gioiello di buonumore, buoni consigli di vita e curiosità.


Akiko Higashimura
Disegna! Kakukaku shikajika
serie di 5 volumi
genere: josei, autobiografia
cm 15×21, b/n, 160 pagg., € 7,90

Die wergelder: il ritorno violento di Samura

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Questo fumetto nasce da una battuta dell’editor di Hiroaki Samura, ai tempi de L’immortale, che si domanda come mai il mangaka non abbia ancora realizzato un’opera «d’azione con abiti cinesi». Così si evince dalla postfazione che conclude il primo volume di Die wergelder (letteralmente, dal tedesco “guidrigildo: l’indennizzo pagato ai familiari di una vittima di omicidio, dall’assassino o dai familiari”) edito da Star Comics. Per chi conosce Samura, al di là del suo titolo più famoso, la domanda dell’editor pare scontata, così come il titolo della serie raccoglie in sé tutti gli elementi che sembrano affascinare l’autore: violenza, assassinii, denaro, vendetta e, per libera associazione, sesso.

Quindi: no, non è un fumetto per ragazzi. Dopo aver letto La carrozza di Bloodharley (edito da J-Pop) tutti abbiamo capito che Samura è un fan del genere Pinky violence, cioè opere basate su erotismo e azione, ricche di toni splatter, volgarità, tortura e sesso estremo. Die wergelder si presenta come un esemplare tipico, ma con i disegni meravigliosi dell’autore e una trama piuttosto complessa. Tanto complessa che si fa fatica a tirarne i fili da questo primo numero.

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Protagoniste sembrano essere le donne. In una realtà distopica, o forse nella nostra, la confusione è voluta, una prostituta con un occhio solo sente parlare dal suo cliente dell’isola di Ishikunagijima, un luogo segreto in Giappone, dove le donne che vendono il loro corpo hanno un trattamento di favore. Questa non è la prima volta che i due si incontrano, flashback ci hanno mostrato un passato in cui l’uomo ha abusato brutalmente della donna, ed ora lei sta cercando vendetta. Ha una cicatrice a croce al posto dell’occhio sinistro e lunghi guanti nascondono una mano meccanica dall’incredibile potenza: il suo desiderio di rivalsa che va ben oltre l’eliminazione di colui che un tempo l’ha fatta soffrire.

Nel guidrigildo sono coinvolte anche delle famiglie della mafia russa e giapponese. Un’altra donna, Shinobu, una ragazza sfortunata come tante, ma furba e senza scrupoli più di altre, viene precettata dagli yakuza per partecipare a un’azione di spionaggio che li porta proprio sull’isola misteriosa. E qui per la prima volta incontriamo la famigerata combattente con l’abito cinese: una macchina mortale che usa un nunchaku modificato, in cui sono applicate delle pistole, scaltra, velocissima e senza pietà. Nella confusione di immagini che si riferiscono a presente, passato, e momenti paralleli, capiamo che queste tre donne, insieme e sopravvissute allo scontro su Ishikunagijima, saranno i perni su cui ruoterà l’intero intreccio.

In questo primo numero Samura butta dentro una miriade di elementi che troveranno una loro spiegazione nel corso dello svolgimento. Dovremo scoprire il passato della vendicatrice bionda e della cinese, e capiamo già che non sarà qualcosa per stomaci deboli. Al di là della storia e della sua impostazione, è un piacere ritrovare i disegni dell’autore: l’immagine della donna con un solo occhio non può che far tornare in mente l’immortale Manji, che abbiamo amato nel suo primo titolo, e l’agilità della cinese ci riporta direttamente all’azione stupefacente delle scene di combattimento, che già aveva portato a perfezione lì.

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La qualità delle tavole è sempre molto alta, sia quando la divisione delle vignette è fitta, per permettere lo sviluppo della storia, sia quando le pagine si aprono a riquadri ampi e luminosi in cui esprimere il movimento e la velocità dei gesti. Certo, a momenti è complicato riuscire a seguire i salti temporali del racconto, non segnalati da nessuna convenzione grafica (come l’uso di rappresentare i flashback scurendo il fondo della pagina), ma questo rende il lettore più ricettivo, gli fa venir voglia di sbrogliare al più presto la matassa, e di capire quale mistero si cela dietro le vicende, che promettono una complessità ancora maggiore.

Samura è poi sempre bravo ad alleggerire i toni con il suo stile sempre ironico, mai troppo convinto di sé, come se dicesse “vi faccio vedere questo, ma mica lo so se è davvero così”. Che, per me, è l’elemento che salva la storia, visto che non tutti amiamo la Pinky violence e io in particolare detesto la violenza gratuita sulle donne. Un’opera che piacerà o dispiacerà molto, ma di ottima qualità, che mi stimola un paragone con il libro Uomini che odiano le donne, non tanto per i contenuti quanto per i modi.

E Samura è sempre Samura.

 

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Il mondo di Ran: questa recensione s’ha da fare

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Quanti di voi nel novembre del 2012 hanno iniziato a seguire la serializzazione, by J-Pop, de Il mondo di Ran, con quella copertina così attraente, l’albero colorato con sopra una gran bella ragazza pronta a divorare una fragola? Quella cover diceva già molto, se non della storia almeno del disegno: tratto sottile e ricco di particolari, sinuoso; il tronco del ficus che si arrotola su se stesso, l’intrico delle foglie (tra cui è infilato di tutto, da una torta farcita, a una vecchia valigia con catena annessa), ma anche la successione delle tegole di porcellana del tetto sullo sfondo, e la coperta a rombi del kotatsu a destra, tutto questo crea un macramè, una decorazione tanto piacevole quanto ipnotica per chi guarda. E l’autrice di tanta delizia è Aki Irie, nome nuovo a quei tempi, e quella bella ragazza sull’albero non poteva che essere Ran. Possiamo già da qui capire qualcosa del suo mondo…

Invece no, perché la copertina non ci rivela che Ran è una strega e, sorpresa sopresa, è una bambina! Una di quelle che dormendo riesce a far volare tutti gli oggetti nella stanza. Ma non solo: tutta la famiglia di Ran è magica, suo fratello Jin (anche lui bellissimo) si può trasformare in lupo; il papà, così dolce, materno e delicato, in realtà è uno stregone potentissimo, capo della famiglia delle Ali nere (corvi); e la madre…. resta un mistero per un po’. Tutto ciò lo capiamo leggendo, perché in realtà la storia inizia in medias res, con una situazione che appare quanto più quotidiana e normale possibile: Ran fa un gran pasticcio e il fratello esasperato la punisce, portandole via delle scarpe da ginnastica, troppo grandi per i suoi piedi, ma che sono le preferite della ragazzina; che poco dopo per vendetta le indossa e… si trasforma in una sventola di una bellezza sconvolgente, con tutte (tante) curve al punto giusto! Ma Ran, anche se con le sneakers può far crescere il proprio corpo, dentro rimane una bambina con tutte le ingenuità, le paure e le debolezze che la rendono ancora più irresistibile e simpatica.

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Non pensate che la storia sia tutta qui: da scoprire ci sono tantissimi personaggi appartenenti al mondo magico e al mondo umano, che circondano e movimentano la vita di Ran, tra cui un giovane ricchissimo e viziato che si innamora della sua versione adulta e che ne combina di tutti i colori. Tra le tante, riesce a farsi infettare da un insetto malvagio e a mettere in pericolo tutto il mondo, anzi i mondi, terreni e non. Le pagine si leggono davvero con estremo piacere, la sceneggiatura è impostata con mano sicura, senza bisogno di “spiegoni” e di passaggi didascalici: il lettore vede arrivare un nuovo personaggio o si vede catapultato in una situazione, ma continuando a leggere riesce ad intuire gli aspetti che servono per non perdersi, e questo aumenta il senso di coinvolgimento. La trama si evolve gradualmente da un semplice intrattenimento ad un dramma con toni quasi horror, mantenendo sempre la voglia di far sorridere e l’umorismo delle situazioni ben sott’occhio, e riuscendo a venir fuori con originalità nonostante il tema della magia non lo sia del tutto.

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Al primo incontro questo manga fa pensare a Rensie la strega e anche a Lamù: c’è una famiglia formata da esseri sovrannaturali che vivono a contatto con il mondo umano, questa loro diversità crea situazioni esilaranti, delle gag divertenti sullo sfondo di una storia più complessa, ma abbastanza episodica (Ransie si trasforma in altre persone e si mette nei guai, Ran si trasforma in adulta e si mette o riesce a salvarsi dai guai); oppure, la tranquilla quotidianità giapponese viene scossa dalla presenza di personaggi bislacchi e chiassosi che creano scompiglio, come succede nella strampalata famiglia allargata di Ataru e Lamù. Sicuramente questo paragone si pone, ma dura giusto qualche attimo, non regge, perché la famiglia di Ran, i comprimari, perfino le comparse, hanno una personalità così solida e unica che i confronti non esistono: Ran è davvero un personaggio iconico e adorabile, tanto come bellezza inconsapevole, ma ancor di più come bambina tenera e sfortunata, insicura, sola e maltrattata, che non ha ancora trovato il suo posto nel mondo. In nessuno dei due mondi, per essere esatti.

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E il disegno di Aki Irie… faccio fatica a descriverlo perché niente rende l’idea: potrei dire che è del tutto personale, riesce ad essere abbozzato e allo stesso tempo accuratissimo: i visi difficilmente sono simmetrici, le linee sono poco precise, eppure il risultato generale è praticamente perfetto perché “modella” il personaggio. Il tratto del pennino sottile e sicuro cesella figure e oggetti (ambienti, paesaggi, particolari) vividi, ricchi, completi, che hanno una perfetta tridimensionalità, sono plastici, attraenti, eppure, ancora, così poco realistici e kawaii. Non dovrei neanche parlarne perché mi rende poco oggettiva, visto che lo adoro e ritengo il suo uno dei segni più belli visto nella storia del manga (insieme a quello di Samura e di Inoue).

Nonostante la mia mancanza di obiettività, questa recensione “s’ha da fare” perché Il mondo di Ran, uscito nei primi tre volumi nel 2012 e poi interrotto, è tornato in fumetteria da pochi mesi, ripartendo da dove si era fermato, cioè dal n. 4, ed è già stato distribuito il n. 6, così che, speriamo, si completerà la serializzazione visto che è formata da sette volumi! Inoltre, la storia si è fatta particolarmente matura e interessante, con un capovolgimento piuttosto drammatico che inevitabilmente porterà la piccola Ran a decidere su cosa veramente vuole e come vuole usare la sua immensa carica magica. Dopo diversi anni di oblio, e sofferenza per i fan, dunque, un’altra serie sta per vedere la sua conclusione: sicuramente, se chiedessimo al lettore di darci il titolo di un’opera che è rimasta sospesa, e che probabilmente non vedrà mai il suo completamento sul ripiano delle librerie, avremmo una lunga lista di rimpianti. Non possiamo fare molto per cambiare le cose, il mercato, per quanto florido, rivendica le sue vittime, ma se c’è un solo buon motivo per cui scriviamo una recensione, è questo: diffondere il nostro pensiero su cosa vogliamo continuare a leggere, su cosa merita di essere pubblicato.  

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Natsume Mito e la post-modernità degli anime

L’animazione giapponese sta lentamente morendo e i segnali sono molti, forti e chiari: il ritiro dalle scene di Hayao Miyazaki aka il più importante regista d’animazione autoctono, le dichiarazioni di Hideaki Anno, il fatto che l’anime più importante del 2014 sia stato un remake commemorativo (e pure brutto) di una serie vecchia di 20 anni, la continua riproposizione di Dragon Ball che ogni volta diventa sempre peggiore, eccetera eccetera eccetera. Mentre i fumetti continuano a progredire, l’animazione sta involvendo. Ovviamente non mancano le eccezioni positive e il business è ancora economicamente florido (forse più che mai), ma il quadro generale è comunque compromesso in maniera difficilmente recuperabile.

C’è però un altro aspetto che testimonia la decadenza dell’animazione giapponese e che è tipico di tutte le decadenze partendo dall’ellenismo e passando per il manierismo: il linguaggio formale si è ormai totalmente cristallizzato. Fatte salve anche qui le eccezioni (che ci sono e sono splendide), non esiste più una ricerca della forma che superi la convenzione grafica nota con l’orribile nome di “stile manga”, una definizione che fino a qualche anno fa sarebbe suonata indifendibile e che invece oggi è comprovata dallo sfogliare una qualunque fra le molte riviste di animazione che mostrano un’allarmante omogeneità come l’entertainment giapponese non aveva mai avuto.

In tutto questo, però, spunta un aspetto così positivo da riabilitare l’appiattimento narrativo e visivo degli anime: la decennale proposta continua e massiva di fumetti e cartoni animati, perlopiù sovrapponibili, li ha resi in Giappone, più che in qualunque altra parte del mondo, un tipo di linguaggio quotidiano e noto a tutti.

Il recente e inarrestabile fenomeno statunitense dei cinecomic, in cui si portano al cinema i fumetti americani nel tentativo di renderli popolari al grande pubblico, in Giappone non ha una controparte diretta perché lì i fumetti sono già popolari al grande pubblico e hanno storicamente goduto di assoluta fluidità nel passaggio fra i media. L’esempio più calzante è rappresentato dai grandi titoli storici come Dragon Ball, Doraemon o soprattutto Kitarou dei cimiteri, che hanno superato lo status di “fumetti” diventando “fenomeni sociali” e sono presenti in qualunque incarnazione tecnica: come fumetto in formato seriale, episodico e a strisce umoristiche, come cartone animato in versione seriale televisivo, home video e cinematografico, come videogame per qualunque piattaforma, e anche come ripresa dal vivo in forma di telefilm e film per la tv e per il cinema, e chi più né ha più né metta. Col tempo, questa onnipresenza del linguaggio del fumetto e dell’animazione è stata assorbita totalmente da parte dei giapponesi che ormai non distinguono più fra testo solo scritto e testo scritto & disegnato.

Documenti giapponesi ultragraficizzati.

Documenti giapponesi ultragraficizzati. Da sinistra: oggetti che piangono per essere stati abbandonati dai loro proprietari nel cartello per avvisare gli utenti di fare attenzione a non dimenticare i propri averi, affisso nei bagni delle strutture pubbliche della prefettura di Okayama; libretto sanitario; confezione di antibiotico azitromicina (questa la scatola dello stesso farmaco in Italia); la coniglietta Maina-chan, mascotte del codice fiscale.

I risultati sono visibili ovunque, sfogliando una rivista, camminando per strada, riempiendo un documento ufficiale e anche ascoltando musica. Per esempio, per il suo debutto musicale la giovane modella di street fashion Natsume Mito ha pubblicato sul suo canale YouTube, fra metà marzo e metà maggio 2015, qualcosa come undici versioni differenti del videoclip di Maegami kirisugita (“Mi sono tagliata la frangetta troppo corta”) che spaziano dalla parodia dei film di detective, così popolari in Giappone fin dagli anni ’60, alla citazione nonsense della celebre ginnastica mattutina televisiva nipponica, e dallo sport surrealista fino alla reinvenzione delle divinità shintoiste. Il progetto ha avuto successo fra i fan di idol (cantanti giovani e carini/e, tendenzialmente effimeri/e e con un rapporto molto intimo coi loro fan), ma non è riuscito a sfondare il muro della popolarità di nicchia come invece hanno fatto le precedenti creature dello stesso produttore, ovvero quello Yasutaka Nakata che è il pigmalione dei fenomeni Perfume e Kyary Pamyu Pamyu.

Fatto sta che su undici versioni, ben tre sono realizzate con il linguaggio dei fumetti e cartoni animati, senza contare quelli che, pur essendo girati dal vivo, presentano comunque elementi di animazione (non CG: proprio animazione a mano o addirittura in stop motion) che porta il totale a sette videoclip, cioè i due terzi. Due terzi dei linguaggi narrativi immaginabili dalla gioventù giapponese contemporanea sono legati all’animazione: una proporzione così alta da non essere riscontrabile altrove e che è figlia di una penetrazione culturale altrettanto non riscontrabile altrove.

Il primo videoclip a tema manga & anime è quello in “versione scarabocchi”. Si tratta di un lavoro delizioso che mette insieme ripresa dal vivo, fumetto e animazione: la cantante è ripresa su fondo neutro con maglione a collo alto dello stesso colore così che spicchi solo la testa, e sopra le è stato disegnato in trasparenza un fumetto animato grossolanamente e disegnato da Ryou Fujii, un fumettista off e creativo multimediale. La studentessa Natsume Mito incontra per strada il senpai Mitoyama, ma quando questi non riesce a sconfiggere un teppista (coi suoi sgherri André e Samohan) ecco che da sotto la frangetta di Natsume spunta il suo potere segreto, inarrestabile anche dal dottor Hakase con la mascotte Poko e la sua squadra di aiutanti.

La seconda è la «versione aggregazione» ed è forse la più surreale e a tratti inquietante di tutte e undici. Realizzata dal giovane designer Tsubasa Kouji con una tecnica mista in cui si sposano il vecchio (disegno a matita) e il nuovo (montaggio al computer), il video mostra i capelli eccessivamente tagliati di Natsume Mito che prendono vita e invadono le teste di altri individui.

Il terzo e ultimo video è la «versione scolastica» dell’illustratore Katsuyuki Iseda. L’opera è praticamente un collage dadaista di piccoli spezzoni di scene apparentemente senza senso né connessione, che potrebbero venire da una qualunque commedia scolastica, disegnate male e animate peggio, tutto fatto a mano con penna biro e pennarelli del discount, così che alla fine sembrano disegni del diario di scuola. Ecco il punto: si tratta di ricordi di gioventù, confusi e affastellati, dei mille cartoni animati visti dall’animatore che hanno lasciato in lui un bagaglio di immagini standardizzate e, in fondo, molto malinconiche dato che si tratta di qualcosa di irreale, incomprensibile, ormai passato. Anche lo stile di disegno è legato a qualcosa che andava di moda tempo fa, collocandosi a metà strada fra Miho Obaba e Yuu Watase. Iseda ha poi ripetuto l’esperienza con la “versione del principe” per i videoclip del secondo singolo di Natsume Mito, 8bit Boy, che in Giappone è stato usato come sigla finale del film Pixels di Chris Columbus… ma sì, certo, non lo sapevate?, in Giappone cambiano le sigle dei prodotti stranieri, non solo i cartoni animati, ma anche i film al cinema! Ah, gli italiani che si lamentano di Cristina D’Avena: dovremmo imparare dai giapponesi, così delicati e rispettosi, ad esempio la sigla finale di The Prestige, che in originale è una ballata ambient introspettiva di Thom Yorke, in Giappone è diventata un brano rock di Gackt con strumenti tradizionali giapponesi che non c’entra niente col film.

Il singolo di Maegami kirisugita, ovvero perché i giapponesi continuano a produrre e comprare singoli e album fisici: perché sono bellissimi. La facciona della cantante è impressa sul CD e incorniciata dal booklet stampato coi capelli, mentre il nome della cantante e il titolo della canzone sono stampati sugli adesivi tondi che disegnano le guanciotte rubiconde: veramente kawaii.

Il singolo di Maegami kirisugita, ovvero perché i giapponesi continuano a produrre e comprare singoli e album fisici: perché sono bellissimi. La facciona della cantante è impressa sul CD e incorniciata dal booklet stampato coi capelli, mentre il nome della cantante e il titolo della canzone sono stampati sugli adesivi tondi che disegnano le guanciotte rubiconde: veramente kawaii.

L’impressione che nasce dalla visione di questi videoclip è che l’animazione giapponese abbia ormai raggiunto la condizione non di maturità (a quella era già arrivata negli anni ’80) e nemmeno di modernità (dimostrata dagli anni ’90), ma bensì di post-modernità, cioè una situazione in cui, in mancanza di effettive novità e di direttrici teoriche chiare, si riesumano gli elementi del passato senza gerarchia di qualità e li si ricompongono nel tentativo (più o meno conscio) di ottenere qualcosa di nuovo.

I video di Natsume Mito insomma non sono poi così diversi da quelli del Nihon animator mihon’ichi (“Esposizione degli animatori giapponesi”), il progetto ideato da Hideaki Anno che intende scoprire i nuovi talenti in erba e che però finora ha prodotto fondamentalmente opere di alto livello tecnico e basso livello creativo, dove con «creativo» non s’intende privo di idee, ma piuttosto che le idee sono poi al servizio di qualcosa di già noto e senza sorprese. Ad esempio, il video in “versione scarabocchi” usa questa bellissima idea del fumetto in trasparenza applicandola poi a una storia molto carina e non molto originale, coi tipici topoi del caso: il senpai, il bullo, la mascotte, la squadra di eroi, la conquista del mondo. Tutto molto bello, ma anche molto retrò, a conferma della teoria per cui chi crea entertainment oggi si basa fondamentalmente sull’entertainment che vedeva e ha assimilato da bambino. Esattamente la post-modernità, aspettando un nuovo genio creatore.

Madoka Magica meets Ryuutarou Arimura

Da un paio d’anni il gruppo musicale rock giapponese Plastic Tree ha totalmente cambiato la propria immagine, immagine che per loro è basilare essendo una band visual kei, cioè un tipo di glam rock in cui l’importanza della parte visiva non è inferiore a quella musicale. Sostanzialmente è teatro: le band visual kei pubblicano più DVD che album e scrivono più saggi, editoriali, articoli su riviste e interviste varie (corredate da mille foto) che testi di canzoni. Lo scopo finale è fornire all’ascoltatore una controparte visiva di quella sonora, come in Fantasia, e ottenere nei concerti appunto un risultato teatrale, in cui scenografie, costumi, trucco & parrucco eccetera si sposano con la proposta musicale. Concettualmente non siano lontani dall’opera lirica, insomma.

La rock band giapponese Plastic Tree nel periodo "Ammonite".

I Plastic Tree in uno degli scatti più gioiosi e solari della loro carriera, dato che l’iconico cantante Ryuutarou Arimura, noto per i capelli corvini a fungo, i cosplay di L di Death Note e le tetre canottierine sdrucite, indossa addirittura una t-shirt con un fiore rosso.

Data l’importanza dell’immagine, nessuno stupore quindi che i gruppi visual kei pubblichino album e singoli in svariate edizioni con svariate copertine per moltiplicare la loro creatività visiva. I Plastic Tree non fanno eccezione e nel biennio 2014-2015 la band si è affidata al collettivo di artisti noto come Gekidan Inu Curry, che vuol dire qualcosa come “Troupe teatrale Curry del cane” (o “al sapor di cane”, il che è inquietante), ormai celebre fra gli otaku di tutto il mondo per aver lavorato a serie come Sayonara zetsubou sensei e soprattutto a Puella Magi Madoka Magica, il majokko alternativo diventato certamente uno degli anime più importanti dai tempi di Neon Genesis Evangelion, e per i suoi stessi motivi: profondo legame con la produzione precedente, reinvenzione dei topoi del genere, trama basata non sugli eventi esterni bensì sulle scelte e svolte psicologiche dei personaggi, e finale aperto a interpretazioni e sequel. Infine, c’è un altro basilare elemento comune: la fortissima identità grafica.

Infatti, come chiunque abbia visto Neon Genesis Evangelion non può dimenticare la grafica allarmante della NERV e dei suoi sistemi di difesa, allo stesso modo chiunque abbia visto Puella Magi Madoka Magica non può dimenticare la grafica allarmante delle Streghe e dei loro sistemi d’attacco. Evidentemente è andata così anche per i Plastic Tree, che nello spot pubblicitario dei concerti di fine anno 2015 citano la serie di Hideaki Anno (enormi ideogrammi bianchi su fondo nero, Inno alla gioia di Beethoven, montaggio serrato) e nelle copertine delle loro ultime uscite citano la serie di Akiyuki Shinbou.

Copertine di album di musicisti giapponesi disegnate da fumettisti.

Quando i fumettisti incontrano i musicisti. In rigoroso ordine cronologico: in alto a sinistra la copertina dell’album Noblerot (cioè la muffa nobile della pianta di vite) degli ALI PROJECT del 1998 realizzata dalle CLAMP in piena fase Clover; al centro il singolo del 2000 dei LAREINE Bara wa utsukushiku chiru che coverizza la sigla originale di Lady Oscar ed è illustrato da Riyoko Ikeda in persona; a destra Invade del 2011 dei jealkb per cui Akira Toriyama ha lavorato gratis essendo un «amico di bevute dei membri della band». Sotto: a sinistra la copertina di Nihon chinbotsu (“Il Giappone affonda”) del gruppo visual kei R-shitei del 2012 disegnata da Suehiro Maruo nel suo raffinato stile grand-guignol; al centro la stilosissima cover dello stilosissimo mangaka Hisashi Eguchi per lo stilosissimo album del 2013 date course delle idol lyrical school; a destra la versione giapponese dell’eponimo album di debutto del 2014 della pop-rock band svedese Dirty Loops illustrata da Hirohiko Araki (e nella versione intera si vede che i personaggi sono in pose assurde e galleggiano sui fiori).

Tralasciando il grande mondo delle sigle degli anime dove spesso le copertine sono illustrate dai character designer delle serie, nonché tutta quella musica con una funzione nella trama che ha nella saga di Macross il suo massimo rappresentante, va comunque ricordato che non è assolutamente la prima volta che in Giappone il mondo della musica incontra quello di fumetti & cartoni animati. Gli esempi sono numerosi e con grandi nomi coinvolti: fra le tante collaborazioni, molte sono in ambito visual kei come quelle fra i LAREINE e la loro musa Riyoko Ikeda, fra i jealkb e il sempiterno Akira Toriyama o fra gli R-shitei e il maestro del grottesco Suehiro Maruo; anche in ambito più pop basti citare gli ALI PROJECT con le storiche collaboratrici CLAMP, le lyrical school che si fregiano di avere una cover di Hisashi Eguchi, e addirittura la band svedese Dirty Loops che per la versione giapponese del proprio album di debutto ha chiesto a Hirohiko Araki di disegnare la copertina, per non parlare dell’intera discografia degli ASIAN KUNG-FU GENERATION i cui artwork di tutti i singoli e gli album sono opera di Yusuke Nakamura (il character designer del celebrato anime The Tatami Galaxy).

In questo caso però si è trattato di un progetto inedito: il gruppo artistico Gekidan Inu Curry e il gruppo musicale Plastic Tree hanno lavorato insieme e pianificato una serie di opere visivo-musicali realizzate seguendo un tema comune; nella pratica sono stati pubblicati tre singoli conclusi poi da un album (in Giappone i singoli escono prima degli album) con copertine splendide e, sorpresa, componibili.

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Il primo lavoro, risalente al settembre 2014, è stato il singolo Mime (come “mimo” in inglese) edito in quattro versioni: una conteneva il solo CD, le altre tre un DVD extra con contenuti diversi tipo il videoclip o esibizioni live. In questo primo caso le quattro cover erano concepite come un nastro infinito: messe in fila una dopo l’alta formano un’immagine continuativa, ma anche il bordo superiore della prima immagine e quello inferiore dell’ultima combaciano così che il cerchio ricomincia. In queste immagini i musicisti stessi hanno collaborato alla grafica e l’ispirazione è palesemente legata a Puella Magi Madoka Magica, con chiari riferimenti alla Walpurgisnacht.

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Anche il secondo singolo Slow è stato stampato in quattro versioni, ma poiché stavolta il tema della canzone era lo scorrere del tempo gli artisti del Gekidan inu curry hanno pensato a una spirale di piccioni psichedelici, volti che gocciolano latte e bambini dagli occhi rossi su quattro copertine che si compongono a formare un cerchio; cerchio che poi, nel merchandising della band, diventa un vero orologio.

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Il terzo e ultimo singolo della collaborazione fra i Plastic Tree e i Gekidan Inu Curry è stato Rakka (“Cadono i fiori”), col suo video in cui cadono le parole e le cover in cui cadono i fiori, gli occhi, le stelle, le farfalle, i paisley, i colori, le lacrime di Ecoline, i ricordi e tutto quanto possa cadere sulla città in questo rettangolo stretto e lungo.

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Infine, come regalo per i fan, i Plastic Tree hanno pubblicato a Natale 2015 l’album Hakusei (“Animali impagliati”), nella cui cover i volti dei quattro componenti della band appaiono all’interno di quello di un quinto individuo dalle pupille vitree, circondato da varie parti di animali altrettanto immobili e statuari, il cui collo è fissato a una cornice appesa al muro. Nell’edizione deluxe l’album è contenuto all’interno di un cofanetto di cartoncino con un libro illustrato in cui le foto dei musicisti sono state ritoccate a mano all’acquerello, tempera e collage dagli artisti per apparire come animali impagliati con pose innaturali e occhi immobili. Un’idea piuttosto inquietante, hitchcockiana, ancor di più considerando che gli animali impagliati sono un tema di Psycho e che quel corvo nero sulla testa di Ryuutarou Arimura e del personaggio in copertina è chiaramente un rimando a Gli uccelli.

Chissà se i Plastic Tree e i Gekidan Inu Curry avevano in mente Morrissey e il suo motto «Meat is murder» quando hanno pensato al tema visivo dell’album: non lo sapremo mai, ma almeno agli amanti degli anime e a quelli di j-rock resta quest’interessante quartetto di dramatis personæ, tempus fugit, vanitas e et in Arcadia ego (che allegria).

Uscite J-Pop ed Edizioni BD del 18/11

RealIN REAL LIFE – Edizioni BD
Autori: Cory Doctorow (sceneggiatura) – Jen Wang (disegni) – 18,5 euro
Anda è una ragazzina appassionata di videogiochi. Un giorno le viene proposto di giocare a Coarsegold Online, un massively-multiplayer role playing game. Entra così in contatto con giocatori di tutto il mondo, e scopre che la realtà dei videogiochi, che lei credeva sicura e divertente, nasconde retroscena complessi che hanno a che fare con la politica, l’economia e il tessuto sociale. Le viene offerto di partecipare a delle missioni pagate, ad esempio: ma pagate da chi? E chi sono realmente questi gold farmer che le è stato chiesto di eliminare? Le cose si complicano ulteriormente quando diventa amica di Raymond, un gold farmer appunto: o meglio, nella vita reale, un ragazzino cinese che si guadagna da vivere farmando – cioè raccogliendo oggetti di valore all’interno del gioco e poi rivendendoli a giocatori più facoltosi. Il che ovviamente è contro le regole di Coarsegold: ma che valore possono avere le regole di un videogioco, quando il videogioco stesso diventa un sistema di sfruttamento, e la posta in gioco la salute e la vita di altri esseri umani?
CorvoIL CORVO. LIBRO SECONDO – Edizioni BD
Autori: James O’Barr (sceneggiatura); Antoine Dodé e Jim Terry (disegni) – 15,9 euro
James O’Barr torna al personaggio che lo ha reso un’icona della cultura pop contemporanea, con due storie inedite che spingono il mito del Corvo verso orizzonti nuovi e sempre più oscuri.
In una notte straziante, i passeggeri di un treno viaggiano come fossero bestiame verso la più macabra delle destinazioni. È il 1945. Ma per uno solo dei passeggeri, il viaggio avrà un inaspettato ritorno… sulle ali del Corvo.
Joe Salk è un poliziotto in pensione, ancora angosciato dalla ricerca degli assassini di una bimba innocente. Un’ossessione totalizzante, che gli ha scavato il vuoto attorno. Ma dalla quale potrà finalmente essere sollevato dalla vittima stessa, ritornata dal mondo dei morti come lo spirito della vendetta!
Due racconti intensi, ideali complementi all’opera originale, e illustrati da due stelle emergenti del comic book a tinte horror.
CaneIL CANE CHE GUARDA LE STELLE – J-Pop
Autore: Takashi Murakami – 6,9 euro (volume unico)
(disponibile nei Mondadori Store la variant cover disegnata da Elisa Macellari).
Il volume racconta la commovente storia del cane Happy e del suo padrone, chiamato affettuosamente “Papà”, nel loro viaggio per il Giappone.
Un racconto tenero, splendidamente disegnato, dedicato a tutti gli amanti del migliore amico dell’uomo (e non solo).
Un successo in patria, con oltre 400.000 copie vendute e una trasposizione cinematografica.
Arrivato negli Stati Uniti sull’onda di Hachiko, ha ricevuto ottime recensioni dalla stampa di settore (Publisher’s Weekly) ed è stato inserito nella lista dei dieci migliori manga pubblicati nel 2011 dal sito di riferimento “Comics Worth Reading”.
Go NagaiLA SCUOLA SENZA PUDORE vol. 1 – J-Pop
Autore: Go Nagai (serie completa in 6 volumi)
1968. La storica rivista Weekly Shonen Jump fa la sua apparizione il primo successo esplosivo di Go Nagai: La scuola senza pudore.
Considerato il capostipite del manga “ecchi”, questa serie provocatoria e ricca di umorismo scollacciato ha superato gli scandali e le polemiche del passato ed è diventata un vero e proprio fenomeno sociale. Per la prima volta in Italia, l’edizione completa che raccoglie tutte le esilaranti sfide tra studenti e professori ideate dal papà di Mazinger Z.

Festa J-POP 10 a LUCCA COMICS AND GAMES 2015

Comunicato Stampa – 

Festeggia con noi un decennio di grandi successi manga!

J-POP 10 a LUCCA COMICS AND GAMES 2015

JPOP 10 Logo

Per festeggiare la decima partecipazione di J-Pop alla fiera di Lucca, una super festa riservata ai lettori e dieci numeri uno a prezzo speciale, in edizione limitata

Dieci edizioni di Lucca Comics, grandi successi a catalogo, prestigiosi ospiti e appuntamenti riservati ai fan italiani dell’editoria manga: per festeggiare il decimo anniversario dalla nascita dell’etichetta J-Pop, il Gruppo Edizioni BD lancia il progetto J-Pop 10.

Sarà la prestigiosa cornice di Lucca Comics and Games 2015 ad ospitare i primi festeggiamenti di questo importante traguardo della casa editrice, con una serie di eventi e iniziative pensate per il pubblico di lettori, a partire da un’iniziativa editoriale unica.

Dieci storici numeri uno di titoli che hanno segnato la storia della casa editrice e ne rappresentano lo spirito. I dieci volumi saranno in vendita a 2,9 euro l’uno e disponibili già a Lucca Comics con una cover variant celebrativa: IKKITOUSEN, SUN KEN ROCK, HELLSING, TRIGUN MAXIMUM (il cui autore sarà presente come ospite J-Pop in fiera), THE CLIMBER, 666 SATAN, UBELBLATT, DEFENSE DEVIL, TORADORA, LA MALINCONIA DI HARUHI SUZUMIYA. In alcuni dei volumi saranno presenti anche le dediche personalizzate degli autori per celebrare l’anniversario.

Tutte le serie legate a questi numeri uno torneranno integralmente disponibili in fiera e in distribuzione, per permettere ai nuovi lettori di scoprire questi gioielli e ai fan di completare le loro collezioni.

Inoltre, acquistando presso lo stand J-Pop di LuccaCG15 un minimo di 30 euro (comprendente almeno 5 titoli J-Pop 10), sarà possibile ottenere anche un gadget speciale: i manga saranno infatti confezionati in un tradizionale furoshiki giapponese realizzato ad hoc per l’anniversario, in due coloratissime varianti.

Ma non finisce qui: il decennale sarà infatti festeggiato ufficialmente a Lucca la sera di sabato 31 ottobre, a partire dalle ore 21.30, con il J-POP MATSURI (presso il Franklin 33 – Via San Giorgio 43). Una festa pensata in primis per i lettori, che potranno ritirare l’invito esclusivo presso il nostro stand: un evento tra gadget esclusivi, spettacoli in collaborazione con il Maid Okaeri Café, musica J-Pop e drink a tema ispirati ai titoli più famosi, durante il quale i fan potranno anche incontrare gli autori ospiti della nostra casa editrice.

Lucca Comics 2015 – J-Pop presenta “Il cane che guarda le stelle” di Takashi Murakami

Comunicato Stampa – 
J-Pop pubblica la nuova graphic novel “Il cane che guarda le stelle” di Takashi Murakami
 (15×21, brossurato con sovraccoperta, 176 pagine, b/n, venduto a 6,9 euro).
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Oltre all’edizione normale, sarà realizzata un’edizione speciale ad hoc per le librerie Mondadori con una variant cover realizzata da Elisa Macellari (cosa molto particolare, perché generalmente gli editori giapponesi non consentono variant realizzate da altri autori, soprattutto non occidentali).
Il volume nella versione normale sarà in anteprima a Lucca Comics (e disponibile in libreria e fumetteria dal 04/11); la variant sarà disponibile nelle librerie Mondadori dopo il 4 novembre. 
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Il volume racconta la commovente storia del cane Happy e del suo padrone, chiamato affettuosamente “Papà”, nel loro viaggio per il Giappone.
Un racconto tenero, splendidamente disegnato, dedicato a tutti gli amanti del migliore amico dell’uomo (e non solo).
Un successo in patria, con oltre 400.000 copie vendute e una trasposizione cinematografica.
Arrivato negli Stati Uniti sull’onda di Hachiko, ha ricevuto ottime recensioni dalla stampa di settore (Publisher’s Weekly) ed è stato inserito nella lista dei dieci migliori manga pubblicati nel 2011 dal sito di riferimento “Comics Worth Reading”.