iron man

Quel gran pezzo dell’Ubalda – Iron Man #228

È il dicembre del 1987 e la vita di Tony Stark sta per cambiare irrimediabilmente.
Il povero Tony ne ha subite molte altre prima (e anche dopo), ovviamente; ha affrontato i propri demoni interiori e uno dei suoi migliori amici in una guerra fratricida, ad esempio, ma pochissime altre cose lo hanno segnato come l’ossessione di vedere il proprio lavoro venire usato in un modo diverso dal suo.

Stark è uno yuppie strappato dalla bambagia etica e morale in cui viveva che ha deciso di dare un senso alla propria esistenza combattendo (anche) sul piano della corsa tecnologica.
Tutto ciò che il genio miliardario, playboy e filantropo è viene messo in discussione per i sette numeri (più uno) che costituiscono il ciclo della Guerra delle Armature (o Stark Wars).

Dal dicembre del 1987 e dal numero 225 di The Invincible Iron Man, infatti, David Michelinie e Bob Layton muovono i fili di un Tony Stark con atteggiamenti sempre più simili a quelli di un vero e proprio villain, piuttosto che di un eroe. E tutto in nome del Bene Superiore.

La trama, in breve, di questo arco narrativo è la risposta a una domanda che nasce spontanea conoscendo il personaggio: – Cosa accadrebbe se i progetti di Tony Stark finissero nelle mani sbagliate?
La risposta non può essere che: di tutto.
Il Nostro scopre di essere stato derubato e per sistemare la faccenda lascia i Vendicatori, permette la morte dei suoi nemici e compie azioni che non possono che portarlo ai margini della società mondana, come Tony Stark, e supereroistica, come Iron Man.
Soprattutto, pianta il seme per qualcosa che mi piace pensare accadrà quasi venti anni dopo.

Prima ho usato l’espressione “muovono i fili”, parlando degli autori di queste storie, per un motivo preciso: la storia da cui è tratta la tavola di questa Ubalda si intitola Who Guards the Guardsmen?, facendo il verso al capolavoro di Moore e Gibbons Watchmen, il cui slogan era «Who Watches the Watchmen?», finito pochissimo prima l’uscita di questo arco narrativo.
Intendiamoci: le storie non sono paragonabili e soprattutto hanno temi fondamentalmente diversi, ma ciò che Moore e Gibbons hanno fatto in quell’opera scosse il settore come niente prima di allora.

La prima pagina di questo numero 228 infatti mette subito in chiaro con chi si confronterà Tony, chi è cioè il “Guardiano dei Guardiani”: Steve Rogers, (ex) Capitan America.
Il magnate gli ha appena preparato un nuovo scudo, ma presto scopriamo che non lo ha fatto solo per l’amicizia che lo lega al Capitano, ma anche per mero opportunismo.
Il prossimo obiettivo del nostro è infatti il Vault, prigione di massima sicurezza che è sorvegliata dai Guardiani, appunto, che sfruttano, per le loro armature, progetti Stark.
Tony spera che Steve non interferisca con le sue operazioni dopo il gradito regalo.

Ovviamente non sarà così.
Nella prigione infatti mentre infuria la battaglia c’è l’inevitabile confronto.

Il Capitano arriva nel momento in cui l’ultimo dei Guardiani si scontra con Iron Man. L’uomo esaurisce prima del previsto la sua riserva d’ossigeno, ma rifiuta di togliersi la maschera e sviene per via del gas che precedentemente Stark ha immesso nel sistema di aerazione.

A questo punto, citando un tantino Morrison e il suo Multiversity, andiamo a dissezionare quella che è la pagina cardine del numero: troviamo sei vignette rettangolari divise su due righe e tre colonne.
La prima riga ha un’altezza leggermente inferiore alla seconda, che punta ad aumentare la tensione tra i due protagonisti di questa issue.

Vignetta 1

Nel primo riquadro, su uno strano sfondo azzurro contornato da enormi casse in legno, troviamo i tre protagonisti.
Il Guardiano è inerme, mentre Cap gli tiene sollevato il busto da terra. Il buon Steve dà le spalle a Tony che è quasi in disparte a osservare la scena, immobile nella sua armatura scintillante.
Evinciamo immediatamente che questo fumetto è stato scritto negli anni ‘80 anche dalla presenza dei classici balloon del pensiero. Fosse stato scritto oggi, avremmo avuto delle didascalie  a inframmezzare i disegni.
«No, se posso salvarlo!». Sembra un urlo disperato quello di Cap, che mette in chiaro ancora una volta da che parte sta. Lui è un patriota. Morirebbe per il suo paese e per i suoi ideali. Non può non apprezzare chi come lui fa la stessa cosa.

Vignetta 2

Stark sembra leggergli nella mente mentre afferma che avrebbe fatto lo stesso; intanto l’inquadratura si stringe fino a mostrare solo i volti di un Cap costernato e del Guardiano a cui è stata sfilata la mano.
Sullo sfondo questa volta giallo canarino, la mano di Iron Man si posa su quella dell’amico, che stranamente non ha reazioni scomposte. Forse si aspetta già quella mossa. Gli occhi di Steve sono infatti chiusi, come a prepararsi per ciò che di lì a pochissimo accadrà.

Vignetta 3

E infatti, una scarica elettrica lo attraversa nella terza vignetta. Il Guardiano, svenuto, gli scappa dalle mani.
Notare che anche questa volta lo sfondo cambia colore. Diventa arancione per distinguersi nettamente dall’elettricità che circonda Cap.

Vignetta 4

 

Si passa alla parte inferiore della pagina, quarta vignetta. Stark, nell’ultimo balloon della pagina si giustifica per l’atto di tradimento vero e proprio appena commesso.
La “telecamera” è di nuovo lontana e obliqua, mentre mostra oltre al miliardario, anche i due suoi avversari svenuti.

                                                                   Vignetta 5
Le ultime due vignette non hanno, come detto, bisogno di dialoghi: Iron Man prende l’ultimo dei suoi neutralizzatori e lo collega all’armatura del Guardiano. Nel farlo incrocia lo sguardo del suo amico, ancora a terra.

Vignetta 6

Nell’ultimissimo riquadro della pagina c’è infine il vero confronto tra i due, che non è mai sfociato in una volgare rissa da bar, ma si combatte su livelli più alti.
Sopra, la maschera di Stark, quasi un teschio di metallo. Sotto, Steve Rogers, costretto dalla paralisi a non poter reagire in alcun modo. Lo sguardo glaciale del secondo fulmina il primo.
Un’antica amicizia si è incrinata.

È interessante, infine, notare che all’alba della Civil War, i due si scontreranno definitivamente a posizioni invertite.
Qui Iron Man combatte contro il sistema pur di risolvere un problema di cui egli stesso si riteneva responsabile. Dopo qualche anno sarà Capitan America a trovarsi fuorilegge per non aver appoggiato l’Atto di Registrazione Superumano e quindi a scagliarsi contro l’amico di vecchia data e il Sistema da lui rappresentato.

Insomma, questa piccola perla dei cotonatissimi anni ’80 (basti dare un’occhiata alle capigliature sfoggiate dai protagonisti di questi albi), merita almeno una lettura, soprattutto in questi ultimi anni in cui il nostro Uomo di Ferro sta vivendo una vera e propria rinascita sotto ogni punto di vista.

La Marvel ritira la variant cover di Campbell per Iron Man

Due giorni fa, il 19 Ottobre, MarvelMidtown Comics avevano pubblicizzato le variant cover dedicate in esclusiva al famoso negozio Newyorkese per Invincible Iron Man #1 che vedevano protagonista Riri Williams. Il disegno di J. Scott Campbell di una delle due è stato al centro di diverse critiche in quanto forniva una versione “sessualizzata” del personaggio.

iron-man

Nella giornata di ieri Marvel e Midtown hanno deciso in comune accordo di ritirare la suddetta cover e mantenere solo la “armored version” sottostante.

iron-man-variant

Anteprima Invincible Iron Man #1 (Bendis, Caselli)

Il prossimo nove novembre uscirà negli Stati Uniti il primo numero di Invincible Iron-Man che vedrà al timone dell’armatura di Iron-Man non più il beniamino dei fan Tony Stark ma una nuova eroina Riri Williams.

invincible-iron-man-1-cover

Invincible Iron Man #1 vede ai testi Brian Michael Bendis e il “nostro” Stefano Caselli ai disegni:

 

“Dalle strade violente di Chicago nasce un nuovo eroe in armatura! Rivestita dalla sua armatura da Iron Man Riri Williams è pronta a mostrare al Marvel Universe cosa può fare in qualità di eroe del domani. Ma è pronta  a rivestire i panni di Iron Man e ad affrontare tutti i problemi che questo comporta? Dov’è un genio miliardario playboy filantropo quando te ne serve uno?”

20 cose (di cui forse non vi importava niente) su Spider Man! – Parte 2, (6-10)

Eccoci giunti alla seconda parte di questo viaggio enciclopedico dietro le quinte della storia del nostro amichevole Uomo Ragno di quartiere. Giunti a metà strada ci rendiamo conto di come la storia di Spider-Man sia emblematica della storia della Marvel tutta.

6- L’arrivo di John Romita coincise quindi con un cambiamento del carattere di Peter e di tutti i comprimari. Peter entrò a far parte del gruppone e poco poco ci mancava che si mettesse lui a fare le smutandate ai secchioni. Soprattutto Gwen Stacy smise di essere un’algida stronza (copyright di DocManhatthan) per diventare la ragazza dallo stivaletto a mezza gamba che tutti quanti amiamo.

gwen-stacy-romita-dancing-124789

Romita la vestì alla moda, le ficcò un cerchietto nero in testa e voilà, eccoti servito l’unico vero amore di Peter. Essì, perché, nelle intenzioni di Stan Lee, Gwen doveva rimanere l’unico vero amore di Peter.

D’altra parte Lee aveva un certo debole per le stanghe bionde, visto che ne aveva sposata una: Joanie Lee, a detta di molti, era una specie di incrocio tra Susan Storm e, appunto, Gwen Stacy. Quando Lee e Romita decisero di svelare il volto della misteriosa Mary Jane Watson, quindi, era soltanto perché mancava il vertice del classico triangolo amoroso puzzone che piaceva tanto agli adolescenti dell’epoca.

Praticamente, se negli anni ’60 avevano questa

romita_sr_spiderman

… noi negli anni 2000 abbiamo questo:

tl4

Mala tempora!

E infatti, Mary Jane finì fidanzata con quello sfigato, drogato ed esaurito dai capelli a tapparella (però milionario) di Harry Osborn.

7- Quando leggi le storie della Marvel è tutto un chiedersi perché Kirby lasciò pinco, perché Ditko lasciò pallino, persino perché Herbe Trimpe lasciò caio e sempronio. Pochissimi si sono chiesti perché Stan Lee lasciò la scrittura dei fumetti pressoché definitivamente in quel 1972.

La verità è che Stan Lee lavorava nel campo dei fumetti da tantissimo tempo. Nato nel 1922, aveva iniziato prestissimo attraversando la guerra, la crisi economica, sempre dentro la Marvel, mettendoci la faccia anche quando doveva licenziare. Nel ’72 aveva 50 anni e quella è un’età in cui cominci a fare dei bilanci della tua vita.

A leggere alcuni suoi interventi dell’epoca ci si rende conto che il bilancio che l’Uomo doveva aver fatto sembrava fortemente in deficit. Ecco cosa diceva parlando del lavoro nei fumetti:

“Anche se hai successo, anche se raggiungi il vertice del successo nei comics, sarai comunque meno famoso e con minori certezze e minor potere di un professionista qualunque della televisione, alla radio, nel cinema o in qualsiasi altro settore. È un ambiente in cui il creatore… non è proprietario di ciò che crea.[…] Ciò che direi ad un cartoonist con un’idea è di pensarci due volte prima di darla ad un editore”.

Proprio in quel periodo il suo ufficio si stava svuotando delle facce che aveva amato. Kirby aveva mollato per un contratto più remunerativo alla DC; Ditko, come abbiamo visto, era alla Charlton; la mitica segretaria Flo Steinberg aveva cambiato lavoro; Sol Brodsky era andato a dirigere una rivista in bianco e nero. Tutti crescevano, tutti andavano altrove, e le pareti di quell’ufficio dovettero sembrare improvvisamente una prigione per il cinquantenne Stanley Lieber.

Il favoloso Bullpen... oh mio Dio, ma Herb Trimpe era Frankenstein!

Il favoloso Bullpen… ditemi se Don Heck non è uguale a Frankie di Carletto Principe dei mostri

Lee, alla fine, prese il coraggio a due mani e decise di provarci. Lasciò le serie che ancora scriveva (Thor, Capitan America, Fantastic Four, Spider-Man) e si mise a scrivere una sceneggiatura con il suo amico Alan Resnais, regista di un certo calibro. The Monster Maker, storia di uno scrittore di titoli-spazzatura che decide di dedicarsi a qualcosa di culturalmente più profondo, sarà una sceneggiatura vagamente autobiografica. Lee riuscirà a venderla per 25000 dollari, anche se poi non se ne farà nulla.

Più ricco, ma sconfitto, Lee tornò a scrivere Spider-Man dopo l’interregno di Roy Thomas, ma non durò a lungo. Per sua fortuna, forse, qualcosa poi cambiò. La Marvel aveva venduto i diritti di sfruttamento dei suoi personaggi ad un tal Lemberg, il quale mise in atto una campagna promozionale faraonica che faceva di Stan Lee l’uomo di punta. Fu organizzato addirittura un evento alla Carnegie Hall con momenti imbarazzanti come Herbe Trimpe, Barry Smith e Roy Thomas che suonano, l’uomo più alto del mondo, lettura di poesie di Lee e Brian Wilson dei Beach Boys.

La locandina però era fighissima

La locandina però era fighissima

Lee non ci fece una gran bella figura, ma il ruolo di uomo-immagine gli piacque molto. La Cadence, società che aveva acquistato la Marvel da Goodman, aveva una grossa divisione di riviste e una cosa tira l’altra, Lee finì ad occuparsi del settore Hollywood con la direzione della rivista Celebrity. Hollywood gli piacque così tanto che, beh, ci rimase fino ai giorni nostri.

8- Ma lasciamo Stan Lee e torniamo al nostro amichevole Uomo Ragno di quartiere. Dopo la seconda e definitiva fuga dell’Uomo, Amazing finì sorprendentemente nelle mani del poco più che ventenne Gerry Conway, che aveva già lavorato su Ka-Zar e Thor. erano cose che accadevano in America negli anni ’70.

Conway, come molti giovanotti impertinenti, si ritrovò per le mani la seconda serie più venduta (all’epoca il primato era ancora di Fantastic Four) con il desiderio di spaccare il mondo. Anzi, più precisamente, con il desiderio di spaccare zia May.

Sì, perchè Conway prese in mano la serie con il preciso intento di far fuori zia May. Chi poteva dargli torto? Quella vecchia scassamaroni aveva avuto così tanti infarti in manco 100 numeri che tutti sapevano che persino Peter, sotto sotto, sperava di togliersela di torno il prima possibile. Pare che la filastrocca “ammazza la vecchia col crick” sia stata inventata da fan di Spider-Man.

Così Conway propone la cosa a Romita che invece aveva un’idea migliore. Ammazzare la vecchia potrà anche essere liberatorio, ma quanto sarà drammatico? Tutti la vogliono vedere morta. Ammazziamo qualcun altro. Ammazziamo qualcuno che non sia già con un piede nella fossa!

Ora, le testimonianze si fanno confuse. Romita qualche volta dice di essere stato lui a proporre Gwen, altre volte che l’idea sia stata di Conway. Fatto sta che a quest’ultimo scatta un meccanismo mentale e comincia a gasarsi. Ammazzare Gwen? Ma certo!

14llr2d

Conway disse in diverse interviste che a lui Gwen non era mai piaciuta. Come già detto, Gwen era la tipica donna dei fumetti di Lee: fondamentalmente una sciacquetta lamentosa e anche un po’ ottusa, completamente dipendente dagli uomini. Conway invece non aveva occhi che per Mary Jane.

e come dargli torto?

e come dargli torto?

«Avevamo un personaggio esplosivo come Mary Jane» disse «e Stan l’aveva relegata a fare la fidanzata del migliore amico. Non ebbi più dubbi: era Gwen che doveva andarsene».

E così, Gwen se ne andò.

9- I fan non la presero poi così bene. Erano tempi pioneristici, quando coraggiosi ricercatori come Conway sperimentavano la tenuta della sanità mentale dei nerd, e facevano scoperte che non piacevano a nessuno. Tipo che qualcuno può minacciarti di morte perché hai ucciso un personaggio inesistente.

Annie_Wilkes

Quando la realtà supera la fantasia

Dice: ma Conway sarà stato difeso dalla Marvel tutta, che intanto contava i dollaroni delle vendite senza precedenti del numero 121 di Amazing. O no? Beh, no. Stan Lee stava tenendo una conferenza all’Università quando gli chiesero conto della morte di Gwen. L’Uomo cadde dalle nuvole e rispose:

«Se lo hanno fatto, io dovevo essere fuori città».

Stan Lee se l’era fatta addosso.

Conway ci rimase malissimo. Praticamente l’azienda lo aveva scaricato, lasciandolo tutto solo a prendersi gli insulti e le lettere minatorie dei fan che non ci stavano troppo con la testa. Ma era davvero possibile che Lee non sapesse della morte di Gwen Stacy? Il punto è che in quel periodo Lee faceva sì da supervisore capo, ma era anche impegnatissimo con le sue sgambate a Hollywood, e stava diventando sempre più distante dai fumetti. È emblematico il caso del naso di Iron Man.

Un giorno gli mostrarono i disegni di Mike Esposito di Iron Man, e Lee, che chissà a cosa pensava, chiese agli assistenti dove fosse il naso. Ad oggi nessuno sa cosa volesse dire, ma gli assistenti corsero a far disegnare il naso sull’armatura di Iron Man.

nose

Qualche mese dopo, Stan vide quel naso e disse: «Ma che è sta roba? Chi ce l’ha messa?», «Ma Stan, ce l’hai detto tu!» gli rispose un assistente. «Non dite stupidaggini. Levate questa roba.»

Lee se l’era semplicemente dimenticato. La sua attenzione per i fumetti andava scemando di giorno in giorno, così come la sua memoria.

10- Flash forward. Il povero Stan Lee perse il pelo ma non il vizio, e fece la stessa identica cosa molti anni dopo.

Si era in piena seconda saga del clone (che approfondiremo tra un po’) e nello staff dedicato a Spider Man era scattata una sorta di furia iconoclasta. L’idea di uccidere zia May stavolta non trovò nessun Romita a rilanciare, e così la decisione fu presa. L’albo scelto fu Amazing Spider-Man 400, scritto da Jean Marc DeMatteis e disegnato da Mark Bagley. Ancora oggi ce lo ricordiamo con le bruschette nell’occhio.

Seconda stella a destra... DeMAtteis quando voleva sapeva darci dei cazzotti in faccia

Seconda stella a destra… DeMatteis quando voleva sapeva darci dei cazzotti in faccia

L’albo raggiunse le edicole, tra l’altro, dietro questa copertina che, nell’intenzione dei grafici Marvel, doveva essere una sparafleshante figata e invece risultò essere la cosa più rattusa mai vista anche per gli standard degli anni ’90.

E pensate che per una cover del genere ebbero il coraggio anche di aumentare il prezzo. La Panini la ripropose tale e quale. Ricordo ancora che il mio edicolante ci mise due ore a capire che quello era un numero dell'Uomo Ragno

E pensate che per una cover del genere ebbero il coraggio anche di aumentare il prezzo. La Panini ovviamente evitò di riproporla, dimostrando ancora una volta che l’Italia è meglio dell’America

Fatto sta che la vecchia tirò le cuoia, e ovviamente molti fan corsero da Wallmart a comprare torce e forconi per fare la pelle alla Marvel. Stan Lee passava per una convention e in un istante fu circondato da gente inferocita.

E indovinate cosa disse?

«Io non ne so nulla. Se me lo avessero detto, l’avrei impedito!»

E invece Bob Budiansky, allora editore capo del settore Spider-Man (in quegli anni la Marvel era stata essenzialmente divisa in 5 sotto-case editrici), aveva lasciato un memo per l’Uomo. Semplicemente non se l’era sentita di fare una cosa del genere senza avvertirlo; o forse aveva parlato con Conway, chissà.

Fatto sta che numerosi testimoni riportano della risposta “da gentleman” di Stan che gli aveva augurato buona fortuna dandogli la sua benedizione.

Alla faccia del gentleman!

(2- continua)

Nota: le fonti da cui sono tratte le notizie per questi articoli sono troppe per essere elencate minuziosamente. Principalmente ho utilizzato svariate interviste pubblicate su riviste come The Comics Journal, Comic Collector, Back Issue; su siti come Comic Book Resources, Newsarama, Bleedin’Cool; e svariati blog tra cui Dial B for Blog, The Ben Reilly Tribute, Spiderfan.org; e infine libri come Marvel, una storia di eroi e supereroi di Sean Howe e pubblicato in Italia da Panini.

Ci tengo inoltre a citare una fonte preziosissima per chiunque voglia scrivere articoli di approfondimento sui comics in Italia, ovvero l’archivio di ComicsBox.