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Ipse Dixit: l’Hulk di Bill Mantlo ci insegna la Storia

In questa rubrica raccogliamo e analizziamo quei fumetti del passato che, in qualche modo, ci hanno mostrato uno squarcio del nostro presente. Qui trovate le puntate precedenti.


Negli anni ’80, leggere fumetti di supereroi era un atto di coraggio. A seconda di dove ne leggevi uno, rischiavi gravi ripercussioni sociali: a scuola prendevi una smutandata, in biblioteca ti prendevano per deficiente, a casa ti trattavano come il figliol prodigo che sperpera il denaro faticosamente guadagnato. A guardarli da fuori, bisogna dirlo, se ne aveva sempre una pessima impressione: tizi in colorati costumi sgargianti che affrontavano improbabili nemici che parlavano in terza persona e si davano nomi ridicoli.

Era difficile far capire perché quella non fosse roba per decerebrati. Il fumetto di supereroi era una cosa strana: perché bastava grattare quella patina slapstick per trovare messaggi universali e riflessioni su temi tutt’altro che decerebrati.

In questo Ipse Dixit vogliamo mostrarvi come persino le serie più vituperate dalla critica, scritte e disegnate da artigiani di cui oggi ci si ricorda a malapena, potevano trattare di temi di tutto rispetto.

Era il 1989 in Italia e la giovane ma intraprendente casa editrice Star Comics, sotto la guida di un giovane ma determinato Marco Marcello Lupoi, aveva riportato la Marvel Comics nelle edicole italiane. L’Uomo Ragno aveva ormai superato la sua fase più critica, Il Punitore si affacciava con la sua testata personale in bianco e nero, e Fantastici Quattro si prendeva il podio come migliore serie, tenendoselo per diversi anni grazie a John Byrne e al Devil di Miller. Nelle ultime pagine, come riempitivo, mesto come il reggicandela a un appuntamento amoroso, faceva capolino l’Hulk di Bill Mantlo e Sal Buscema. La rubrica della posta, all’epoca, era un florilegio di missive indignate per la bruttezza delle storie del Gigante di Giada, che per numeri e numeri si limitava a vagare per il mondo in cerca di pace, solo per incontrare una varia umanità di supercriminali da picchiare. I non certo spettacolari disegni di Sal Buscema, fratello sfigato del ben più dotato John Buscema, non aiutavano la serie a far breccia nei cuori dei lettori.

Eppure, nella sua propria semplicità, Mantlo ci provava: e a volte ci riusciva pure.

Un piccolo prodromo delle intenzioni di Bill si incontra già nel numero 4 della serie, che pubblica Incredibile Hulk 250 dell’agosto 1980. Qui incontriamo un Silver Surfer che, nel solco della tradizione classica, si lamenta di quanto facciano schifo gli esseri umani. Per l’occasione si reca al Polo Nord, una landa solitamente desolata, ma non abbastanza da non imbattersi, appunto, in esseri umani schifosi.

Non basta ammazzarle, le foche: bisogna farlo a bastonate sul cranio.

Sembra una semplicistica morale da quattro soldi sull’uomo cattivo e natura buona: giusto, se vi pare, ma fin troppo facile per scomodare un Ipse Dixit. In effetti Silver Surfer sembra di questa opinione quando si incacchia come una biscia. Il suo intervento però non fa in tempo a giungere, perché ci pensano prima le associazioni di animalisti.

Ma Mantlo dimostra inaspettata intelligenza quando butta lì un paio di battute, in bocca agli uomini schifosi, che ti lasciano con il dubbio.

È più importante la vita di un animale o quella di un uomo? Un dilemma etico su cui si sono scritte montagne di pagine. Anni dopo, Grant Morrison prenderà posizione sulla vicenda sulle pagine di Animal Man: «Un bambino con la leucemia non ha intrinsecamente un diritto alla vita maggiore di una cavia da laboratorio» (Animal Man 26).

La questione cadrà lì, ma è evidente che Mantlo non accetta di fornire soluzioni semplici a problemi complessi (non potrebbe mai candidarsi in Italia, vero?). Ci si aspetterebbe uno scioglimento della vicenda, una presa di posizione sullo sfruttamento umano del mondo animale, ma Mantlo si sfila, forse perché non ha una risposta (e chi ce l’ha?). Quello che gli preme sottolineare è il colpo di fucile, e l’incapacità dell’uomo di ragionare, capire assieme, e giungere a un compromesso.

Niente male, eh? Dopo di questo, Hulk e Silver Surfer si prenderanno a legnate. Ma non è questa la storia di cui si occupa questo Ipse Dixit. Saltiamo avanti di qualche mese.

Siamo al numero 8 di Fantastici Quattro, che si apre in modo strano: nelle note a firma di Lupoi, splendido e rimpiantissimo compendio agli albi dell’epoca, si parla della storia di Hulk.

Sabra è il nome di una città del Libano dove avvenne un massacro di Palestinesi con la complicità dell’esercito Israeliano. Lupoi rinfaccia questa infelice scelta a Mantlo, ma il povero sceneggiatore non poteva saperlo visto che la storia fu scritta due anni prima di questi tragici eventi. Lupoi all’epoca non poteva ricorrere al fantastico potere di Wikipedia e scoprire che “Sabra” è il nome ebraico del fico d’india e viene usato per indicare gli ebrei nati in Israele.

Vogliamo prescindere dall’indignazione di Lupoi, che preferiamo non riportare, e andare a leggere la storia. Non sono molti gli autori che, da allora fino a oggi, si sono occupati della questione palestinese in un fumetto di supereroi. Oggi che lo leggiamo negli anni ’10 del terzo millennio, però, non possiamo evitare di prescindere persino dalla situazione socio-politica di quella disgraziata area del mondo e cogliere un messaggio ancor più universale.

Siamo a Tel Aviv, capitale (Trump non era ancora diventato il Presidente degli USA) dello stato di Israele. Una nave approda nel porto, portando un carico inatteso.

Bruce Banner, con i suoi vestiti stracciati d’ordinanza, ha lasciato gli Stati Uniti d’America in cerca di pace. Visto che nella classifica dei personaggi dei fumetti sfigati Banner campeggia al primo posto, superando persino Paolino Paperino, i sacchi di merce dove dorme vengono tirati su da un argano. Sfido chiunque a non svegliarsi in una situazione simile senza dare in escandescenze. Ma quando Banner dà in escandescenze, le cose si mettono male.

Hulk, ovviamente, spacca tutto e si allontana, finché non si ritrasforma nel buon Banner. Il poveretto, affamato e nudo, finisce in un mercato all’aperto, dove fa un incontro particolare.

Un ragazzetto affamato si fa beccare a rubare un cocomero. I due si incrociano per un istante.

Bannera «si identifica» con il piccolo arabo solo, perseguitato, e affamato. Questo meccanismo di identificazione si chiama empatia, che è uno di quei sentimenti che, se esercitato, basterebbe a salvare il mondo, perché ne fa scattare un altro: la solidarietà. Banner si sente spinto ad aiutare il ragazzino, anche se è un ladro. Ma andiamo avanti.

Il meccanismo della solidarietà ha una potenza tutta particolare perché ha una caratteristica unica: è auto-replicante, vale a dire che si diffonde tra le persone. Così il piccolo ladruncolo decide di condividere quel cocomero con Banner. I due parlano della Palestina, una questione di una complessità assoluta poiché affonda le radici letteralmente in millenni di storia: ma il piccolo Sahad, che è un bambino analfabeta, ne rende un’idea semplicissima, ma pura, carica dell’innocenza infantile che è gravida di verità (non erano forse i bambini ad accorgersi che l’imperatore era nudo?): «Sia la mia gente che gli Israeliani dicono che questa terra è loro. E due libri antichi ordinano loro di uccidersi per essa. Io non leggo libri».

Sahad non ne sa niente dei motivi storici, culturali, religiosi, ideologici, per cui due popoli si contendono una striscia di terra con tanto accanimento, senza riuscire a trovare una soluzione pacifica che gli permetta di convivere. Come solo i bambini sanno fare, Sahad accetta lo stato delle cose senza farsi grandi domande. Poi decide di offrire un caffè a Banner, utilizzando dei soldi che ha appena mendicato.

Buroom.

Sahad improvvisamente muore, vittima di un attacco terroristico. Da questo momento in poi, la questione palestinese scompare dietro un tema più grande, quello della violenza come soluzione delle controversie, che schiaccia gli innocenti. Ma la violenza genera solo altra violenza, e questa violenza qui, ha la sorte di generare la violenza più grande che c’è: Hulk.

«Uomini con maschere hanno ucciso amico di Hulk… ora Hulk ucciderà loro!!!» Come dicevamo, la violenza può generare solo altra violenza, detto da un mostro con il cervello di un bambino.

Interviene la supereroina israeliana Sabra, con cui Hulk scambia qualche cazzotto. Ma Mantlo vuole ricordarci di cosa parla la storia.

«Il mondo è tutto pazzo?» detto da uno come Hulk, assume un significato davvero particolare.

Le pagine che seguono hanno un certo sapore di letteratura. Hulk si stufa di combattere, prende il corpo di Sahad e compie uno dei suoi balzi per andarsene: ma Sabra, che lo crede complice dell’attentato, lo insegue. Le tavole che seguono meritano di essere riportate per intero.

Il discorso di quel bruto che è Hulk non si riferisce soltanto alla situazione palestinese. La morte di Sahad è la morte di tutti gli innocenti schiacchiati nei meccanismi muti e violenti della Storia (da poveri scemi quali siamo, non possiamo non immaginare il piccolo Sahad, nell’Immateria, assieme al piccolo Useppe de La storia di Elsa Morante, a ridere e giocare).

Sal Buscema disegna un Hulk disperato, piangente, folle di rabbia come non si era mai visto.

Con buona pace di Lupoi, e con tutti i limiti e i distinguo, questa storia finisce per toccare il cuore di chi sa aprirlo.

Epilogo

Bill Mantlo continuerà a scrivere Incredibile Hulk per altri 60 numeri, con risultati a volte decenti, altre volte davvero scadenti. Oltre a Hulk si occuperà di centinaia di altre storie e personaggi per la Marvel: da L’Uomo Ragno a Rom Spaceknight, passando per Alpha Flight e Micronauti. Nel 1992 veniva investito da un pirata della strada, subendo gravi danni cerebrali che lo constringono ancora oggi in un letto d’ospedale. Rimasto senza un soldo, le sue spese mediche per anni furono pagate da iniziative benefiche promosse da autori amici, finché l’inatteso successo commerciale di una sua creazione non gli ha garantito una certa percentuale di royalties, che oggi gli permette di vivere dignitosamente. Quel personaggio è Rocket Raccoon, che creò assieme a Keith Giffen.

Sal Buscema, amatissimo in Marvel per la velocità con cui sfornava pagine su pagine, è forse l’unico disegnatore ad aver prestato la sua opera per quasi tutti i personaggi principali della Casa delle Idee. Sicuramente non dotato del talento del fratello John, ha saputo negli anni ritagliarsi comunque uno spazio nel cuore dei lettori grazie alle sue matite, sui testi di Jean Marc DeMatteis su Peter Parker, the Spectacular Spider-Man: una delle run più riuscite del personaggio. Oggi lascia la sua meritata pensione solo per qualche inchiostratura.

Marco Marcello Lupoi oggi è il dominus della Panini Comics. All’epoca non apprezzò la storia di cui parliamo, né le successive visto che di punto in bianco decise di saltare circa 60 storie rimaste della coppia Mantlo/Buscema per arrivare a quelle di Byrne, prima, e David/McFarlane poi (chiamalo scemo). Per l’occasione, nelle note al numero 16, scrisse:

Ebbene, i lettori avrebbero dovuto aspettare un po’ più che «i prossimi mesi», e la parola «momentaneamente» assume tutto un altro significato se riflettiamo sul fatto che Lupoi manterrà la sua promessa 25 anni dopo, nella collana Panini Hulk, gli anni perduti.

Non è mai troppo tardi!

Ipse Dixit: Warren Ellis ci insegna il ventunesimo secolo

In questa rubrica raccogliamo e analizziamo quei fumetti del passato che, in qualche modo, ci hanno mostrato uno squarcio del nostro presente. Qui trovate la puntata precedente.

È l’anno del signore 2002 e un prolifico inglese di nome Warren Ellis ci stava regalando l’epopea di uno di quei personaggi che restano anche se non ci sono più.

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Spider Jerusalem è un giornalista drogato che si muove in un futuro distopico talmente iperbolico da risultare altamente probabile: un mondo in cui si usa il virus Ebola per produrre una bibita gassata e dove la gente paga bei soldoni per farsi trasformare in una nuvola senziente di nano-bot sessuomani. Un mondo in cui il progresso scientifico è servito soltanto a dar sfogo alle peggiori pulsioni dell’uomo, dal cannibalismo al sesso estremo; un mondo in cui il nostro Spider Jerusalem sguazza come un pesce, venerando l’unica divinità in cui ancora valga la pena credere: la Verità.

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È il suo profondo amore per la Verità che mette Spider Jerusalem nei guai, perché, ammettiamolo, la Verità è da sempre la peggior nemica del Potere.

E il Potere sa essere un gran figlio di puttana.

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Nel numero 56 della serie, il Potere, qui incarnato dall’orrendo Smiler, Presidente degli Stati Uniti, ha intenzione di farla finita con la Verità. E lo fa nell’unico modo che conosce: negandola, finché non gli arriva sotto casa.

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Quante volte abbiamo visto scene come questa?

Forse non molte. Anche Spider Jerusalem vorrebbe saperne di più, così accende la televisione per restare informato.

La televisione coprirà di certo un evento del genere, non è così?

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E mentre ci si chiede se Madre Natura sia una terrorista, le situazione precipita.

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Nel numero 57 scopriamo cosa accade. Lasciamo parlare la lunga sequenza d’apertura, muta e bellissima, disegnata da Darick Robertson.

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“E ora, su Amfeed… lo sport.”

E se pensate che una cosa del genere non potrebbe mai accadere, beh, ho una cattiva notizia per voi: è già accaduto.

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Kent State University, 1970

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E ne ho una peggiore: accadrà ancora.

Ipse Dixit: Osamu Tezuka ci insegna il 2016

Osamu Tezuka

Autoritratto di Osamu Tezuka

Un classico è un libro che non ha mai finito di dire ciò che ha da dire

Sulla quarta di copertina di tutti i libri della Mondadori. Sulla bacheca Facebook della sedicenne illetterata. Sul muro della stazione, scritta con le k. Quante volte avrete letto questa frase?

E’ una di quelle frasi che si è sentito così tante volte che, per quanto l’abbia scritta quel genio assoluto che risponde al nome di Italo Calvino, alla fine un po’ ti viene sulle palle. Come le filastrocche in inglese che ti fanno ripetere fino alla nausea alle elementari, ben presto cessa di avere un qualsivoglia significato.

Però poi capitano quei giorni lì che, in una sonnacchiosa mattina di pendolare, su un autobus Cotral tutto scassato, mentre rileggi un classico, comprendi il significato autentico di quella frase. È un’esperienza che ha qualche tratto mistico.

Siamo nell’annus domini 2016; in molti si sforzano di capire questa epoca, e di spiegarla agli altri. Ecco, quaranta anni fa un giapponese dall’aria mite di nome Osamu Tezuka ne aveva colto l’essenza, e aveva affidato la sua intuizione alle pagine di un manga.

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Black Jack esce per la prima (e ultima) volta in Italia nel 2003, per i tipi della Hazard Edizioni. In un paese dove si ristampa Dragon Ball ogni tre giorni, questo caposaldo del fumetto mondiale è assente dagli scaffali delle librerie da più di dieci anni. Ce lo meritiamo, Alberto Sordi.

Le avventure del medico senza licenza, sfigurato in volto e accompagnato dalla tenera e incredibile Pinoko, sono una summa dell’umana avventura su questo povero pianeta. Non c’è uno solo di questa serie di brevi episodi narrati con grazia, passione, competenza, e soprattutto con la pura semplicità del linguaggio tezukiano, che non sia in grado di far sbocciare un pensiero nuovo, un punto di vista differente, una consapevolezza inedita, in questi nostri “ragnatelosi” cervelli.

Qui e oggi vogliamo parlare dell’episodio 23, pubblicato nel terzo volume dell’edizione italiana e intitolato Capitan Paku.

Black Jack - vol 03 112

Il Capitan Paku ci viene presentato come il barbuto comandante di una nave che non se la sta passando granché bene. Nel tentativo di portarla in salvo, il capitano ha un brutto incidente. Guarda caso, la nave passava proprio sotto la casa di Black Jack, che vive su una scogliera a picco; da qui ad andarlo a chiamare, è un attimo.

Pinoko sembra una tenera bambina pucciosa, ma il suo aspetto in realtà contrasta con la tragedia della sua storia. E' un tratto tipico di Tezuka, quello di mischiare dramma e comicità nel contesto di un linguaggio quasi infantile. Il risultato è sempre tale da dare lezioni di fumetto a chiunque. come dite, volete sapere qual è la storia di Pinoko? Beh... accattatevi il fumetto, se riuscite a trovarlo. O incatenatevi davanti ai cancelli di qualche casa editrice finchè non la ristampa, grazie.

Pinoko sembra una tenera bambina pucciosa, ma il suo aspetto in realtà contrasta con la tragedia della sua storia. Un tratto tipico di Tezuka è quello di mischiare dramma e comicità nel contesto di un linguaggio quasi infantile. Il risultato è sempre tale da dare lezioni di fumetto a chiunque. Come dite: volete sapere qual è la storia di Pinoko? Beh… accattatevi il fumetto, se riuscite a trovarlo. O incatenatevi davanti ai cancelli di qualche casa editrice finché non la ristampa, grazie.

Il povero dottore viene tratto con l’inganno verso la nave che sta colando a picco. Il mare è nero e la notte oscura: cosa potrà mai spingere degli esseri umani a percorrere una strada tanto spaventosa?

Black Jack 3

Black Jack trova il paziente veramente inguaiato, e vorrebbe tornare a terra a prendere degli strumenti medici più adatti. Peccato che il Capitano non sia d’accordo: basta una medicazione d’emergenza, tutto quello che vuole è poter portare la nave a riva.

E poter scaricare i clandestini che trasporta.

La tavola che segue merita di essere riportata nella sua interezza.

Black Jack - vol 03 120«Non è più strano non fuggire? Eh?»

La situazione è molto difficile. Black Jack insiste che è il caso di mandare un SOS per farsi salvare al più presto. Il Capitano Paku non è d’accordo.

Le operazioni di sbarco proseguono. Con sprezzo della propria vita, proseguono, e Black Jack deve assistervi inerme. Quando l’ultimo dei profughi è salito sul gommone di salvataggio, non restano sulla nave che Paku e il dottore.

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Ma il Capitano non scenderà a terra.

Sarà servito il suo sacrificio?

Era l’anno del Signore 1973. È l’anno del Signore 2016. Niente è cambiato sotto il sole.

Un classico è un fumetto che non ha mai finito di dire quel che ha da dire.

E Tezuka, bontà sua, nel 1973 ha indovinato persino il mio volto, oggi, mentre attraverso le sue pagine io vivo il presente.

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