Intervista

Jim Ottaviani: un italoamericano tra scienza e fumetto

Dopo Eric Shanower, abbiamo fatto qualche domanda a un altro scrittore e sceneggiatore americano, in un settore di nicchia come le biografie di scienziati.

Come ormai avranno capito gli affezionati di Dimensione Fumetto, è un settore del quale siamo grandi appassionati.

Così prendendo spunto dalla recente collana sugli scienziati pubblicata in edicola dal Gruppo Editoriale Repubblica L’Espresso, in cui ben sei delle dieci opere pubblicate sono opera di Jim Ottaviani, abbiamo realizzato questa intervista, di cui, come per quella a Shanower, qui trovate la versione originale. Jim Ottaviani è uno sceneggiatore di chiare origini italiane (anzi marchigiane), le cui storie hanno dato un grosso impulso ai fumetti di stampo storico-scientifico.

Abbiamo letto la tua biografia su Wikipedia (pubblicizzata anche sul sito ufficiale www.gt-labs-com, ndr): perché, e come, un ex caddie di golf e ingegnere nucleare diventa prima un bibliotecario e poi uno scrittore di fumetti sulla scienza?
Bè, il passo da caddie a ingegnere è stato piuttosto diretto: facevo il caddie per pagarmi gli studi di ingegneria. E credo che l’aver conosciuto un sacco di membri del club del golf mi abbia anche aiutato a ottenere una borsa di studio, che ha a sua volta aiutato a pagarmi la scuola. Per il passaggio da ingegnere nucleare a scrittore, passando per l’esperienza da bibliotecario, ho dovuto semplicemente interessarmi alle vite delle persone di cui stavo studiando le equazioni. E l’ho fatto!

Sarebbe ugualmente interessante scrivere fumetti sulla scienza e gli scienziati anche se non fossero disegnati da artisti così validi?
Probabilmente no. Se sapessi che i lettori dovessero sorbirsi dei libri disegnati da me, per esempio, lascerei perdere immediatamente la scrittura, dato che non sono un artista abbastanza bravo (e molto meno veloce).

Disegni e illustrazioni danno grande concretezza alle biografie da te scritte. In qualche modo interferisci con gli aspetti grafici del lavoro o lasci completa libertà ai tuoi co-autori?
In realtà do istruzioni chiare e dettagliate agli artisti con cui lavoro, ma sono sempre liberi di disegnare o rappresentare le scene in modo diverso, se hanno idee migliori. Fino a che la storia viene raccontata efficacemente, mi rifaccio completamente all’interpretazione dell’artista.

Pensi che un medium comunque statico come il fumetto possa aiutare a far crescere l’interesse per la cultura scientifica nel mondo? Pensi che i giovani possano essere attratti dalla scienza e dalla cultura attraverso le tue opere e quelle dello stesso tipo?
Certamente lo spero. Ci sono alcuni vantaggi nell’utilizzare un medium statico. Quello principale è che presenta poche barriere legate alla tecnologia (carta e inchiostro continuano a funzionare sempre, per lo meno durante il giorno!) e la possibilità per il lettore di controllare il ritmo del loro viaggio attraverso la storia che stanno leggendo.

In Italia c’è un interesse crescente nelle biografie dei nostri scienziati e artisti. Una casa editrice in crescita (Kleiner Flug) lavora da qualche tempo sulle biografie di italiani famosi (per lo più artisti, ma anche alcuni scienziati, uno per tutti, Galileo). Ma c’è una parte di fantasia. I tuoi lavori sono completamente documentati e didascalici, o a volte devi utilizzare scene di fantasia? Pensi sia importante usare una certa dose di fiction per amalgamare le storie, o per renderle più adatte ai lettori odierni?
Ci sono elementi romanzati nei miei libri. Sono necessari alcuni vincoli: la lunghezza del libro, la capacità di attirare l’attenzione e l’interesse del lettore. Un esempio banale è che io (e altri colleghi che producono opere simili) creo spesso dei caratteri compositi, e ho, diciamo così, una o due persone che rappresentano gli assistenti di laboratorio di uno scienziato, piuttosto che mostrare tutte le dozzine di persone che hanno lavorato su una serie di esperimenti. Non è molto carino nei confronti di quelle dozzine di persone, naturalmente, ma non c’è modo di mantenere una sorta di comprensibilità della storia e mantenere ogni singola persona che in qualche modo ha contribuito, o ha detto una cosa interessante.

Diversi scienziati hanno biografie interessanti, o, per lo meno, hanno avuto delle parti delle loro vite così particolari da poter essere benissimo argomento di un romanzo. Penso ad esempio a Einstein, Newton, la famiglia Bernoulli. Come scegli di quali scienziati parlare? Hai dei criteri standard?
In realtà no. Penso più a chi mi interessa di più in un dato momento. Ci sono molte persone sulle quali varrebbe la pena scrivere un libro, ma a volte non sono la persona giusta per scrivere quel libro, o perché non farei un buon lavoro, o perché non riuscirei a trovare il punto di vista giusto da quale raccontare la loro storia.

Come sviluppi il tuo lavoro? Quali sono i punti di partenza? Collabori di solito con esperti nella vita degli scienziati? Ad esempio in Italia spesso, nelle università in cui c’è una facoltà scientifica, c’è anche qualche esperto di storia della scienza, e che conosce benissimo o studia gli scienziati che hanno lavorato in quell’università. È lo stesso negli USA? E questo ti aiuta? Altrimenti, cosa ti aiuta nelle tue ricerche e nella scrittura?
Leggo moltissimo circa le persone di cui scrivo e, quando possibile, parlo direttamente con gli esperti (o a volte direttamente con i protagonisti delle mie storie). Ci sono anche qui degli studiosi come quelli che descrivi nella domanda, tuttavia io non ho mai collaborato con degli storici della scienza professionisti. Però sarebbe una esperienza interessante da fare, prima o poi!

Sfortunatamente non tutti i tuoi libri sono tradotti in Italiano (alcuni di loro lo sono stati molto recentemente per la collana appena uscita). Ho letto anche delle tue origini italiane (viviamo nella regione di cui sei originario, le Marche, solo un po’ più a sud di Sassoferrato): hai mai pensato a scrivere la vita di scienziati italiani? Immagino che alcuni di loro, penso a Galilei, o Enrico Fermi, siano estremamente famosi anche oltreoceano!
Ovviamente sono assolutamente d’accordo su Galileo e Fermi. Ci sono moltissimi libri a fumetti su Galileo, compreso quello nella collana che abbiamo citato. Per quanto riguarda Fermi, mi piacerebbe scrivere un libro su di lui. Ho letto finora pochi libri su di lui, e la sua vita sarebbe perfetta per un fumetto. Comunque lui compare nel mio libro Fallout!

In una intervista pubblicata in Italia che ho letto qualche tempo fa, hai detto che hai cominciato a scrivere queste biografie perché hai incontrato queste persone sui libri che stavi studiando e non ne trovavi delle biografie disegnate. Perché pensi non sia abbastanza avere biografie tradizionali, scritte, magari con foto e formule? Non credi che, dovendo avere due aspetti su cui lavorare, in un fumetto, cioè la storia e la parte grafica, devi essere il doppio più attento nel fare un ritratto fedele dello scienziato di cui stai parlando? Cerchi di essere sempre preciso nel descrivere le caratteristiche storiche, scientifiche e grafiche dei protagonisti delle tue opere?
Molte persone trovano i fumetti più accessibili e di più facile approccio (e lettura) di lavori scritti lunghi e privi di parti romanzate. Per esempio, ho probabilmente una dozzina di libri su Niels Bohr, alcuni pieni di equazioni, altri lunghi centinaia di pagine. A me piace quel tipo di libri, ma non tutti la pensano così! Così, le mie opere vogliono raggiungere un pubblico fatto di persone che non si sognano neanche di prendere un libro di 500 pagine, pieno di formule che parla di uno scienziato. Provo a fare una foto accurata dei personaggi di cui parlo. Come abbiamo detto sopra, devi necessariamente lasciare delle cose fuori da un libro che racconta una storia, ma anche quelle lunghe biografie che a me piacciono tanto devono per forza lasciar fuori qualche dettaglio. Ecco perché ne ho così tanti: per avere un quadro più completo.

Anche io cerco di collegare tra loro le persone, la scienza e i fumetti con le mie (assolutamente non professionali) recensioni e alcune pillole di divulgazione scientifica che autoproduco per una piccola webradio (Radio Incredibile). Perché secondo te è così importante conoscere la scienza e gli scienziati? E pensi che i tuoi fumetti possano aiutare? Come?
Cito Mustafa Kemal Ataturk (il padre della Turchia moderna, ndr): la scienza è la guida più affidabile per la civiltà, per la vita, per il successo nel mondo. Credo nel profondo che questo sia vero. Comunque, ci sono cose con cui la scienza non può aiutare (aver a che fare con problemi emozionali, specie le tragedie) ma anche in quelle situazioni può essere una guida e un buon modo per affrontare le cose difficili. E il mondo è pieno di cose difficili.

In Italia, e a quanto posso vedere anche negli Stati Uniti, ci sono movimenti antiscientifici. Forse i più famosi sono gli antivaccinisti, ma anche sui cambiamenti climatici e altri aspetti, e sembra che questo atteggiamento si espanda (le predizioni dei terremoti, l’atterraggio sulla luna). I fumetti possono certamente aiutare: pensi sia necessario anche produrre fumetti più tecnici e con contenuto più scientifico, o storie di narrativa basate sulla scienza, o sono sufficienti le biografie degli scienziati?
Non sono certo sufficienti, ma sono un pezzo del puzzle. Qualunque cosa che aiuti le persone ad apprezzare maggiormente quanto la scienza può dirci sul mondo in cui viviamo ci aiuta a vivere meglio.

Da un punto di vista strettamente tecnico: come hai cominciato a scrivere fumetti? Hai qualche sceneggiatore a cui ti sei ispirato? Hai uno stile che reputi personale o hai dei modelli, sia come biografo che come sceneggiatore?
Mi sono ispirato a molti scrittori di fumetti, sia fiction che non-fiction. Inoltre, sono davvero troppi per citarli tutti! Non so se ho uno stile personale che si evidenzia dalle mie opere, ma neanche qui sono in grado di elencare delle persone specifiche a cui mi sono ispirato. Ho letto (e mi sono piaciuti) troppi autori, credo!

Ringraziamo di cuore Jim per averci concesso questa intervista. Per chi volesse maggiori informazioni sulle opere di Ottaviani, questo è il suo sito ufficiale.

Se invece volete leggere la versione inglese, la trovate qui!

Eric Shanower: un Premio Eisner su Dimensione Fumetto

È ormai da un po’ che con alcuni dell’Associazione si parla di eroi e supereroi, di mito, epica e fumetti. Incontri nelle scuole, progetti, ricerche.

Per chi, come me, ama il medium perché crede che possa veicolare la cultura, anche quella scientifica e storica, il lavoro di Eric Shanower è imprescindibile, da qui l’idea, che era partita come un gioco: “Pensa se Shanower mi rispondesse…”

In realtà non è stato così difficile: è bastato andare sul suo sito ufficiale e inviare una email per sentirmi dire: “Invia pure le domande, mi fa sempre piacere parlare di Age of Bronze.”

E così è partita l’avventura di una intervista impegnativa (anche perché per me è la prima in assoluto): “E adesso? Cosa gli chiedo? Sarà banale? Sarà troppo complesso? Si annoierà a leggere le mie domande? Cosa si chiede a un Premio Eisner senza fare brutta figura?”

Ed ecco il (lungo ma entusiasmante) risultato.

Hai mai visitato i posti in cui hai ambientato la storia? Oppure hai semplicemente immaginato come potessero essere il Mare Egeo, le sue isole e i suoi paesaggi, l’Ellesponto, sulla base di mappe e fotografie? Come hai interagito con l’Università di Cincinnati, il suo Dipartimento di Studi Classici e l’Istituto per gli Studi Mediterranei (che operano negli scavi su Troia, n.d.r.)? Ti hanno aiutato direttamente?
Quando ho cominciato a lavorare su L’Età del Bronzo, ho lavorato su foto, mappe, video e descrizioni scritte. Ho infine visitato il sito di Troia (Hissarlik) e l’area circostante, compresa l’isola di Tenedo (Bozcaada) e il Monte Ida (Kaz Dag) nel 2006. Ho visitato anche i siti archeologici di Delfi, Micene, Pilo, Tiryns e Nauplia nel 2010. Ho contattato l’Università di Cincinnati a metà degli anni ’90, quando ho scoperto che gli scavi presso il presunto sito di Hissarlik erano stati riaperti nel 1988. Ho potuto scambiare delle informazioni con Getzel Cohen (scomparso nel 2015, n.d.r.). Nel 2005 sono stato invitato da Jack Davis a tenere una presentazione nel Dipartimento di Studi Classici e, in quella occasione, ho incontrato tutti insieme, in una sola volta, gli studiosi che si occupavano di Troia. Jack è poi diventato Direttore alla American School of Classical Studies ad Atene (ASCSA). Lui e sua moglie, Shari Stocker, a sua volta archeologa, mi hanno invitato per un periodo ad Atene nel 2010 e mi hanno mostrato i siti Micenei in Grecia. Ho tenuto una presentazione anche alla ASCSA. Tutte queste persone e istituzioni mi hanno dato un aiuto e un sostegno immenso nella realizzazione de L’Età del Bronzo.

Ho contato qualcosa come 267 referenze solo nel primo volume dell’opera, e quasi 400 nei tre successivi. Hai usato sia sorgenti scientifiche, come Studia Troica, ma anche cose come le canzoni degli ABBA (Cassandra, n.d.r.). Come sei riuscito a far coesistere fonti così eterogenee? Qual è la più strana che hai usato? L’utilizzo di così tante fonti ha certamente influenzato i tempi per la stesura della sceneggiatura. Come?
Hai pensato a una specie di edizione critica in cui collegare le fonti alle pagine e alle singole illustrazioni?
Nella postfazione del volume 1 hai sottolineato che i miti sono confusi e creano confusione, e che hai dovuto mescolarli e fare delle scelte. Visto che il numero delle fonti cresce nel tempo, e il lavoro prosegue da sedici anni, hai trovato qualche incoerenza o discrepanza importante tra quanto avevi già scritto e delle fonti che hai scoperto successivamente? Avresti fatto qualcosa diversamente, in base a scoperte successive? Tra le fonti ci sono anche fonti iconografiche (vasi). Lo stile grafico ne è stato influenzato? Hai cercato di essere coerente con lo stile in cui i Greci e gli Assiri si rappresentavano?

Tutte le fonti storiche sono state messe in un calderone, le ho mescolate e ho tirato fuori la storia nel modo che mi è sembrato il più ragionevole. Alcune fonti forniscono molte informazioni sulla storia, altre poche. Ma ho cercato di prendere un qualche briciolo di ispirazione da ciascuna di esse, non importa quanto la fonte fosse strana o marginale.

Tra il materiale più strano in cui mi sono imbattuto circa Troia, c’è un libro che sostiene che in realtà la Bretagna era Troia, basandosi sugli scritti di Dictys Cretensis (in italiano Ditte Candiotto, un presunto partecipante della guerra di Troia al servizio di Idomeneo, n.d.r.) e di Dares il Frigio (avrebbe scritto un De Excidio Trojae Historia, i lavori di questi due autori sarebbero alla base dei rimaneggiamenti medievali della storia di Troia, n.d.r.). Per qualche motivo l’autore di questo libro ritiene che questi scritti siano più antichi e più veritieri di quelli omerici (in realtà ne abbiamo solo le versioni latine, n.d.r.). Poi c’è un libro che sostiene che molti dei personaggi della guerra di Troia si siano reincarnati in figure del mondo moderno, ad esempio Diomede si sarebbe reincarnato in Saddam Hussein. Non credo che inserirò Saddam Hussein ne L’Età del Bronzo.

Di solito scrivo l’intera sceneggiatura di 20 pagine de L’Età del Bronzo in una o due settimane, ma poi faccio continue piccole revisioni della sceneggiatura mentre disegno. Per un certo periodo L’Età del Bronzo è stato pubblicato digitalmente per iPad: per quella versione Tom Beasley della Bucknell University ha scritto delle eccellenti note per ciascuna pagina, includendo dei riferimenti da fonti sia letterarie che archeologiche. Purtroppo l’editore digitale è fallito e questo tipo di annotazioni sono finite. Sarebbe davvero bello avere una edizione annotata de L’Età del Bronzo, ma per adesso non è nei miei piani. Per fortuna non ci sono state scoperte che hanno invalidato il mio lavoro precedente su L’Età del Bronzo. Ho fatto qualche piccolo aggiustamento qua e là al modo in cui rappresento alcune cose, ma finora non ci sono state delle grosse discrepanze con le nuove informazioni che sono venute fuori successivamente. Non credo che il mio lavoro sia influenzato dagli stili dell’arte antichi. Ci sono alcuni casi in cui ho deliberatamente usato l’arte antica per dare forma all’opera, ma non nella sua interezza. Naturalmente, nell’arte antica a volte ci vuole un po’ di capacità interpretativa per decifrare l’intento originale dell’artista. Ho dovuto fare delle scelte su vestiario, armature, acconciature, e cose di questo tipo, che naturalmente un’altra persona avrebbe potuto interpretare diversamente.

Su quale punto dell’Iliade stai lavorando? E qual è la parte più bella per te? Hai cercato di essere coerente soprattutto con l’Iliade anche quando hai narrato episodi “paralleli” come quello di Troilo e Cressida?
In realtà, l’Iliade copre solo un breve periodo vicino alla fine della guerra di Troia, anche se contiene riferimenti ad eventi sia nella parte iniziale che finale della guerra. Non sono arrivato ancora al materiale dell’Iliade in L’Età del Bronzo. Attualmente sto lavorando all’episodio di Elena e Achille che si incontrano sulla vetta del Monte Ida, un episodio che è quasi alla fine dei Canti Ciprii, il poema che precede l’Iliade nel Ciclo Troiano. Poi scriverò e disegnerò l’episodio della Morte di Troilo, che è l’accadimento finale dei Canti Ciprii. Ho ancora dell’altro materiale su cui lavorare prima di arrivare all’Iliade, però, come il processo a Palamede e il saccheggio da parte di Achille di una serie di città attorno a Troia. La mia parte preferita dell’Iliade è certamente lo scontro tra Achille ed Ettore. Una delle sfide del materiale di Troilo e Cressida è stata quella di riuscire a inserire in modo coerente quella che essenzialmente è una storia di amor cortese medievale nel contesto della tarda età del bronzo nel Mar Egeo. La tecnica che ho usato è stata quella di focalizzarmi sugli intrecci della storia che sono nell’esperienza umana universale, cercando di eliminare tutte le influenze Cristiane e medievali.

Il poeta greco Kostantin Kavafis, nella sua opera Troiani, scrive:
Sono, gli sforzi di noi sventurati,
sono, gli sforzi nostri, gli sforzi dei Troiani.
Qualche successo, qualche fiducioso
impegno; ed ecco, incominciamo
a prendere coraggio, a nutrire speranze. Ma qualche cosa spunta sempre, e ci ferma.

Spunta Achille di fronte a noi sul fossato
e con le grida enormi ci spaura. Sono, gli sforzi nostri, gli sforzi dei Troiani.
Crediamo che la nostra decisione e l’ardire
muteranno una sorte di rovina.
E stiamo fuori, in campo, per lottare. Poi, come giunge l’attimo supremo,
ardire e decisione se ne vanno:
l’anima nostra si sconvolge, e manca;
e tutt’intorno alle mura corriamo,
cercando nella fuga scampo.La nostra fine è certa. Intonano, lassù;
sulle mura, il corrotto.
Dei nostri giorni piangono memorie, sentimenti.
Pianto amaro di Priamo e d’Ecuba su noi.

Concordi con questa visione? O vedi la guerra di Troia in modo diverso? Cosa pensi dell’umanità in questa storia? Quali dei valori descritti nel Ciclo Troiano (coraggio, onore, fedeltà, ospitalità, rispetto per le entità “esterne” come gli dei) valgono ancora per i nostri tempi? Quali aspetti del poema (e della tua opera) li rendono attuali anche al giorno d’oggi?

Certamente i Troiani hanno perso la guerra, ma non credo che fossero destinati a fallire chiaramente già prima della fine. Avevano le stesse possibilità di vincere, come chiunque in qualsiasi guerra. Ma d’altra parte, a causa di chi sono i Troiani, di chi è Priamo, di chi è Ettore, i Troiani effettivamente perderanno la guerra.

Spero di riuscire a mostrare l’intero campionario delle capacità umane, sia nel bene che nel male ne L’Età del Bronzo. Credo che tutte le possibilità umane siano già lì, nella storia della guerra di Troia, ed è uno dei motivi per cui questa storia è durata per migliaia di anni e ha ancora così tanto significato per tutte le generazioni. Ho progettato L’Età del Bronzo per mostrare la storia al livello umano, per eliminare gli dei come attori agenti direttamente.

Credo che tutti i valori positivi, compresi quelli che citi nella domanda, abbiano valore in tutte le epoche. Sono universali per l’umanità. È l’umanità dei personaggi in qualsivoglia versione della storia della guerra di Troia che cattura l’attenzione del pubblico e continua a rendere la storia vitale ed interessante.

Sui personaggi: in Achille c’è l’eroe coraggioso e giovane, e descrivi la sua relazione con la madre Teti e il suo amore con Patroclo. Credi che sia coerente con il personaggio delle leggende greche o hai costruito il tuo Achille? Hai fatto lo stesso anche con gli altri personaggi (Paride, Elena, ecc)? Dove hai preso spunto per le caratteristiche dell’aspetto (colore dei capelli, altezza, ecc)? Quali sono le fonti principali che hai usato per le caratteristiche grafiche (in aggiunta a quanto hai scritto nella postfazione del primo volume)?
Sei stato fedele alle fonti (a quali in particolare?) o ne hai dato una interpretazione personale? Nel secondo caso, come e perché?
La mia versione di Achille è la somma di tutte le versioni di cui ho letto. Credo davvero che sia riconoscibile come l’Achille dell’Iliade di Omero, ma va anche oltre, dato che mi sono basato su altre sorgenti, oltre all’Iliade. Penso di essermi comportato con tutti i personaggi in modo analogo. Non voglio renderli diversi da come li troviamo in Omero, ma certamente voglio che siano significativi, sia nei pensieri che nelle azioni, anche per un lettore moderno. In generale, per l’aspetto fisico, mi sono basato sull’arte egea dell’Età del Bronzo, soprattutto sugli affreschi e le pitture sugli oggetti. Per caratteristiche specifiche, ho usato quanto sono riuscito a ricavare dalla tradizione letteraria. Sebbene Elena e Achille a volte siano descritti come biondi, li ho disegnati con i capelli scuri, dato che non ho trovato persone bionde tra gli artefatti dell’arte Egea dell’Età del Bronzo. Alcuni personaggi sono ispirati a degli artefatti, come Agamennone, che è basato sula famosa maschera mortuaria della tomba a tumulo micenea chiamata proprio la Maschera di Agamennone. Clitennestra è basata su un affresco miceneo, Chirone su un affresco pompeiano. Ma l’aspetto della maggior parte dei personaggi l’ho semplicemente creato. Per alcuni personaggi è stato necessario disegnare solo un paio di schizzi per arrivare a un aspetto che mi soddisfacesse. Per altri ci son voluti un numero maggiore di tentativi.

Gli dei non sembrano essere una presenza reale nella storia, almeno finora. I loro nomi sono stati usati complessivamente forse tre o quattro volte, e mai nel primo volume. Gli esseri umani sembrano molto più spaventati della vendetta degli dei di quanto sembri effettivamente necessario. Perché gli dei sono così lontani sullo sfondo, mentre in Omero sono assai più immanenti? Sarà lo stesso fino alla fine?
Non ho nessun interesse a che gli dei siano parte della storia. Sono interessato solo ai personaggi umani e alle loro interazioni. Uno degli scopi principali de L’Età del Bronzo è mostrare come gli esseri umani possano giustificare il farsi cose terribili l’un l’altro. Voglio che questo sia completamente chiaro al lettore, anche se non attirerà necessariamente le sue simpatie. L’elemento sovrannaturale della storia della guerra di Troia non emergerà mai per tutta L’Età del Bronzo. Naturalmente però i personaggi credono negli dei – e ovviamente qualcuno ci crede più di altri. Gli Achei venerano il pantheon greco, e i Troiani quello ittita. Uso solo i nomi degli dei greci che sappiamo erano già venerati nella tarda età del Bronzo. Non ho menzionato nessuno dei nomi degli dei ittiti, poiché nella tradizione letteraria i Troiani veneravano il pantheon greco, e non volevo andare contro questo aspetto.

Hai dato molto spazio alle storie secondarie: Filotete, Troilo, Criseide. Come le hai selezionate? Nella postfazione del primo volume c’è scritto che volevi dare spazio a tutte le storie che fanno parte della tradizione della guerra di Troia. È stato ed è difficile trovare un equilibrio tra le storie della tradizione classica e le storie che vengono da scrittori più recenti (da Shakespeare a Chaucer)? Hai provato a inserire storie e personaggi più vicini alla tradizione Anglo-Americana?
Ogni evento della guerra di Troia che sono riuscito a trovare è finito ne L’Età del Bronzo. Non ho fatto una selezione di alcuni, li ho usati tutti. A volte ho dovuto limitarli a mere citazioni, come l’idea che Elena è stata lasciata in Egitto prima che Paride tornasse a Troia. Non sono sempre riuscito a integrare completamente gli episodi che sono diametralmente opposti alla versione tradizionale. Ma ho provato sempre a trovare un modo per usarli, anche se ho dovuto trasformarli in modo radicale. Il mio scopo non è concentrarmi su episodi o personaggi che siano più vicini alla tradizione anglo-americana. Ho provato (e sto provando) a inserire ogni storia e personaggio della guerra di Troia ne L’Età del Bronzo. Il mio intento è raccontare l’intera storia della guerra di Troia, come si è sviluppata nel corso dei secoli.

Graficamente, perché hai scelto il bianco e nero? È stato difficile mantenere lo stesso registro grafico per un’opera durata così tanto? Cosa hai cambiato in questi anni? Ci sono delle parti che oggi ridisegneresti in modo completamente diverso?
Ho scelto il bianco e nero per L’Età del Bronzo perché ci avrei messo troppo tempo a colorare l’intero progetto e anche perché il bianco e nero è più economico da stampare. Comunque, l’edizione digitale de L’Età del Bronzo (non più disponibile, n.d.r.) è stata colorata da John Dallaire sotto la mia supervisione. Anche se la versione digitale è stata interrotta quando l’editore è fallito, io e John stiamo continuando a colorare L’Età del Bronzo, e un giorno ci sarà una edizione a colori. Di proposito non ho cambiato nulla del mio stile di disegno durante L’Età del Bronzo fin dall’inizio. Ho solo cercato di disegnare nel miglior modo possibile e spero che l’opera stia migliorando con il tempo. Ci sono alcuni dettagli nei vestiti e nell’architettura che avrei potuto scegliere di disegnare in modo diverso, rispetto a quanto ho fatto anni fa, ma sono aspetti marginali. Un cambiamento che ho fatto nella versione a colori è stato quello di inserire dei disegni artistici sulle pareti della stanza del trono di Priamo. Sapevo già quando ho disegnato per la prima volta la sala del trono che le pareti avrebbero dovuto essere decorate, ma sembrava troppo gravoso dover disegnare tutte quelle decorazioni tavola dopo tavola, ogni volta che avrei disegnato la stanza del trono di Priamo. Così ho deciso di lasciare bianche le pareti. È semplice poi inserire le pitture sulle pareti nell’edizione digitale, e devo fare i disegni una volta sola.

Eroi e supereroi: secondo te, in qualche modo, i supereroi sono in qualche modo gli eroi di una epica moderna? Quali sono le differenze che trovi? È ancora possibile costruire un’epica al giorno d’oggi?
Non vedo un gran parallelismo tra i supereroi moderni e gli eroi dell’epica greca. Immagino che invece altre persone ce lo vedano, ma io no. Non credo che i temi sono posti nello stesso modo per i supereroi moderni, e se ci sono temi analoghi all’inizio delle storie supereroistiche, poi spesso si perdono nel passaggio da uno scrittore all’altro e da un disegnatore all’altro. I supereroi moderni sono marchi che vengono di tanto in tanto degradati dall’accumulo di una quantità sempre maggiore di materiale, che deve essere prodotto per mantenere il marchio lucido e splendente agli occhi di un pubblico spesso volubile. Non sono sicuro di sapere cosa ci voglia per costruire un’epica, così non so dire con certezza se sia possibile costruirne una oggi. Immagino che la cosa più vicina a un’epica a cui riesco a pensare oggi sia la serie di George R.R. Martin Cronache del Ghiaccio e del Fuoco. Questa sembra in effetti avere la struttura di un’epica. Immagino che alla fine vedremo qual è la lezione conclusiva che vuole impartire e che sta costruendo.

Vuoi provare a essere anche didattico, portando a più persone possibile le storie classiche e la storia reale? O vuoi semplicemente raccontare una bella storia, mantenendo un legame formale con le fonti?
Non voglio essere didattico con L’Età del Bronzo. Voglio solo provare a raccontare una tragedia eccitante e che emozioni. Voglio che il lettore pensi e si senta come i personaggi della storia, non che pensi a cosa c’è voluto per fare L’Età del Bronzo, o da dove venga.

Un’ultima domanda: quando vedremo la fine de L’Età del Bronzo?
Quando arriverò alla fine.

Ringrazio di cuore la collega e co-associata Maura Pugliese per avermi suggerito alcune domande (sperando di non averle interpretate troppo).

Nella traduzione, dove non è stato possibile tradurre letteralmente, ho cercato di cogliere il senso della risposta, per chi volesse leggere l’originale in inglese, può leggere domani questo articolo.