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L’importanza dell’amore – Days of Hate di Aleš Kot e Danijel Žeželj

Days Of Hate 2Tra i colori primari additivi, il colore rosso calcola dalle 15 alle 37 gradazioni, che spaziano dal carminio al terracotta, dal pompeiano al rosa shocking. Escludendo le definizioni scientifiche in base alle coordinate cromatiche, negli ultimi anni l’accezione politica del colore rosso ha subito un drastico cambiamento. Sinonimo della lotta comunista, l’accesa tonalità del rosso è stata adottata come “simbolo” da indossare per i sostenitori delle politiche del 45º Presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Un salto da un lato all’altro dello spettro – una bestemmia, per la colorimetria. Questo preambolo potrebbe risultare decontestualizzato, tuttavia è necessario notare quanto il colore rosso, che trionfa in copertina, e relativa simbologia diventino una chiave di lettura fondamentale nell’analisi dell’opera Days of Hate di Aleš Kot e Danijel Žeželj.

Pubblicato in Italia dall’audace Eris Edizioni, Days of Hate potrebbe essere considerato un thriller fantapolitico dalle sfumature distopiche. Il condizionale è d’obbligo, in quanto Days of Hate manifesta uno schiacciante e oppressivo senso di concretezza sin dalle prime pagine. Kot non riempie le pagine di città futuristiche e astratte, claustrofobiche,  Žeželj non ritrae personaggi dal look cyberpunk – non presenta una effettiva “realtà alternativa”. Al lettore, gli autori mostrano uno squarcio d’America terribilmente attuale, distorta nelle proprie narrative ultra-nazionaliste, pervasa dall’odio per chiunque la pensi in maniera diversa o mostri un lato più umano e razionale, meno aggressivo e feroce.

Tristemente, dunque, gli U.S.A. di Kot e Žeželj sono paurosamente simili alla realtà. Quella riempita di cappellini rossi, che siedono sulla testa di persone convinte che l’America possa tornare al suo splendore a discapito degli “Altri”, chiunque essi siano. Il rosso spicca, colpisce l’occhio, rispecchia la voglia di potere e l’ambizione, il fervore di chi dedica la propria vita a uno scopo, positivo o negativo che sia, come la rincorsa alla lotta, feroce e all’affermazione del proprio ego.

La storia di Days of Hate comincia nel 2022. Il primo dialogo tra due protagonisti, Arvid e Amanda, chiarisce subito il valore dell’Odio, presente anche nel titolo. Dal 2016 fino all’inizio dell’opera, i giorni dell’odio hanno avviluppato l’America in una stretta mortale, che sembra aver soffocato qualsiasi sentimento amorevole, soppresso qualsiasi forma di tolleranza e accettazione. Gli atti terroristici che scatenano gli eventi della trama sono, per Kot, un pretesto per puntare chiaramente il dito verso i movimenti di estrema destra, mascherati sotto il moniker di alt-right. Sin dalla prima vignetta della prima pagina, Kot e Žeželj mettono in bella vista una svastica dipinta sul muro, non si sa se con vernice rossa o addirittura con del sangue. Moschee, sinagoghe e raduni, feste LGBTQ+ diventano obiettivi da distruggere, da bombardare di molotov. In questo contesto va inserita l’odissea della resistenza di Arvid e Amanda, parte della “sinistra” – che Kot tiene lontana dai controversi movimenti antifa – costretta a reagire in maniera altrettanto violenta. Gli Stati Uniti del 2022 sono illustrati da una divisione profonda e lacerante, fieramente supportata da motti come America First!, invasi da campi di lavoro per «i più difficili da controllare, che rubano, si ribellano e non rispettano le leggi di questo paese».Days Of Hate 3In Days of Hate gli autori hanno creato la distopia esasperando la realtà attuale, eliminando qualsiasi forma di confronto. L’alt-right ha vinto, l’opposizione politica e pseudo-terroristica di sinistra è costretta a una guerra di reazione e l’America è di nuovo “grande” per chi ha fatto dell’intolleranza il suo modus vivendi.

Superato l’incipit della trama e quello che sarà lo scheletro degli eventi di questo primo volume, Ales Kot ramifica la narrazione presentando una seconda coppia di personaggi. Viene a crearsi uno specchio tra i protagonisti: da un lato, Arvid ed Amanda, dall’altro Huian Xing e Peter Freeman. Peter Freeman dà la caccia ai nemici dello stato, i dissidenti, i ribelli. Huian Xing ha la possibilità di  vendicarsi e consegnare Amanda, l’amor perduto della sua vita, al Governo degli Stati Uniti.

Days Of Hate 3Freeman è l’Uomo dell’Odio, un agente governativo bello, bianco e ateo che non si preoccupa a incalzare, minacciare e insultare chi gli sta attorno. Ama la sua famiglia, ma anche l’amore, per Freeman, risulta freddo, trattato con sdegno e superbia. Una pratica burocratica vuota, senza emozione e distaccata, contrapposto alla frustrazione di Arvid, brutalmente separato dalla moglie Taraneh e dal figlio Nassim. Due personaggi ai poli opposti: il “ribelle” Arvid cerca una via, anche disperata, per riunirsi con i suoi cari, che per lui valgono piú della sua stessa vita; Freeman, al contrario, tratta con sufficienza ciò che ha, preferendo concentrarsi, al punto dell’ossessione malata, sul suo lavoro.

Un personaggio detestabile, arrogante e fiero di sé: il suo credo politico ha vinto in maniera schiacciante e la presunzione di Freeman è splendidamente giustificata dalla spocchia di chi, con troppa fiducia nelle proprie ideologie, ha guardato all’ascesa dei nazionalismi e sovranismi come una moda del momento. In un solo personaggio, Kot riassume il quadro politico e la discussione seguente alle ultime campagne presidenziali statunitensi – una critica super partes che mostra il fascino dei vittoriosi così come le loro peggiori sfumature.

Lo squallore americano prende vita su pagina grazie alle matite graffianti, appesantite dal nero delle chine di Danijel Žeželj – dalle soffocanti luci al neon cittadine, alle truppe militari a ogni angolo, con i protagonisti in giro per motel e bettole e gli ampi stralci d’autostrada, immersi nel deserto o tra le montagne, l’America di Žeželj é un paesaggio deprimente che sembra cercare ossigeno dal marcio che ne abita il territorio. Grazie ai colori di Jordie Bellaire, l’artista croato immerge le sue figure taglienti ed esili in ambientazioni amare e ricche di particolari, siano questi gradevoli o spiacevoli. Come per il paese descritto da Kot, nel tratto di Žeželj  non ci sono mezze misure: i dialoghi sono pesanti, carichi di emozioni, dalla rabbia alla tenerezza e le tavole si dividono in vignette a rapida successione, inquadrature a primo piano che mostrano i volti esasperati, stanchi e collerici dei protagonisti.

Eppure, c’è ancora spazio per la tenerezza. Kot resiste alla tentazione misantropica e si rifugia in quegli angoli di umanità che l’America nasconde nelle sue pieghe, quasi vergognosamente, in silenzio. Days of Hate si tinge con colori opachi e fumosi, colora l’amore con le sue tonalità calde. In questi giorni pieni d’odio, in cui l’amore sembra ingiusto e quasi illegale, per citare il dialogo clou di questo primo volume, il rosso torna a essere il colore della passione amorosa nei tiepidi, romantici ricordi di Amanda e Huian Xing. Un amore perduto, strappato e bugiardo. Un amore ricco di dolcezza, di comprensione, di difficoltà, ma anche di tolleranza e carica erotica.

Quanto e più dell’intreccio principale, l’amore di Amanda e Huian riempie la mente del lettore con immagini struggenti e poetiche, raccontate dalla voce di chi ha visto quell’amore infrangersi contro la triste realtà della vita. I gruppi d’odio, le parole al veleno e lo squallore diventano un triste sottofondo per un delicatissimo frangente che mostra l’Ales Kot più sensibile e il lato vellutato delle rigide matite di Danijel Žeželj. Days Of Hate 4

La chiusura di questo primo volume di Days of Hate lascia aggrappati al più classico dei cliffhanger – un colpo di fucile che rompe il silenzio, un proiettile nell’aria, ma nessuna certezza sul suo destino. Il viaggio attraverso l’America distopica – ma non troppo – degli autori ne illustra le brutture e le parti più torbide. L’analisi del mondo come lo conosciamo si trasforma in un tetro monito per il futuro: l’amore diventa un interludio dolce e amaro allo stesso tempo.

Il colore rosso che abbaglia in copertina si riflette nelle pagine – il rosso del sangue, di un cappellino Make America Great Again che c’è, ma non si vede; il rosso del cuore che batte forte, stretto tra le braccia di chi amiamo e il rosso degli occhi di ha reso l’odio la normalità.


Aleš Kot (testi), Danijel Žeželj (disegni), Jordie Bellaire (colori)
Days of Hate, vol.1
Eris Edizioni, 26 febbraio 2019
colore, € 17,00
ISBN 9788898644612

“Death or Glory”, Rick Remender & Bengal – Motori! Dramma! Azione!

Death or Glory modQuando si pensa a qualcosa di “puramente Americano”, è solito fermarsi all’immagine di una strada desolata nel mezzo del deserto. Il sole cocente che picchia incessantemente, le stazioni di servizio, i classici diner. Un gigantesco truck in viaggio verso chissà quale destinazione. Nel corso degli anni, la cultura Statunitense ha saputo costruire un vero e proprio mito attorno alla highway, al culto del motore rombante, della vita solitaria a bordo di bestie metalliche. Una glorificazione della vastità del suolo a stelle strisce e della libertà, ma anche aggiornamento e rinarrazione del mito western. Grazie ad Image Comics e Bao Publishing, la vita sull’autostrada trova nuova linfa vitale con Death Or Glory, serie scritta da Rick Remender e disegnata dalla superstar francese Bengal.

É proprio l’incontro di stili, la fusione franco-americana a catturare l’occhio alla prima manciata di pagine dell’albo. Autore completo del fantasy Luminae e più volte collaboratore di Jean David-Morvan in Francia, Bengal ha saputo creare un curriculum piuttosto ricco di figure femminili aggraziate, bellissime e letali, fortissime, metabolizzando le lezioni e la sintassi del fumetto d’Oltralpe insieme alle forti influenze orientali, una sensibilità manga che si mostra nella sua versatilità nel design dei personaggi e nella loro “recitazione” sulla pagina.

Non a caso, Rick Remender opta per una protagonista femminile che favorisca i punti di forza del proprio artista: Glory è uno spirito libero, una ragazza nata a bordo di un autocarro, cresciuta girando per l’America con la madre ed il padre, Red. L’unica famiglia che abbia mai conosciuto era tutta lí, estesa esclusivamente a chi, come loro, ha scelto la strada e l’odore di benzina e asfalto come stile di vita. Biker, vagabondi, cameriere nei ristoranti, truck drivers popolano Yuma, Arizona, location che fa da sfondo a questo primo volume della serie.

Un ambiente come questo, però, porta con sé anche parecchi pericoli. All’idilliaco ritratto di America romantica e motorizzata, Death or Glory contrappone il lato oscuro di questa vita al limite, sporcata da gangster e mafiosi, trafficanti di droga – se non peggio – e sceriffi corrotti. Con tanti elementi da gestire e sviscerare, Remender predilige soffermarsi su un nucleo concentrato di personaggi e situazioni, incastri famigliari e l’immancabile, tragico passato che torna a causare problemi nel presente.

Il mDeath or Glory 2ondo di Death Or Glory gioca al confine di questa indefinita “zona grigia”, un contrasto che racchiude tutto ciò che c’è da sapere per mettere in moto la trama. Rick Remender e Bengal non vogliono sfociare spudoratamente nel western fatto di cowboy e banditi ai lati della barricata, ma provano decisamente gusto nell’avvicinarsi a queste atmosfere, dove a parlare prima erano le pistole e gli assalti alle diligenza erano all’ordine del giorno.

Sarà proprio Glory a dover decidere da che parte stare, quanto è disposta a spingersi oltre il limite pur di salvare il padre, afflitto da una terribile malattia. Quando tutto va storto e non c’è più nulla da fare, la strada criminale diventa pericolosamente facile da percorrere. È conveniente, per Rick Remender, caricare il personaggio principale con un’infanzia felice e improvvisamente spezzata, un’adolescenza ribelle e un presente carico di dubbi, tenacia e responsabilità. È un tipo di empatia fittizia, artificiale, forse fin troppo conveniente, ma funzionale allo scorrimento di queste prime 140 pagine. Una volta esplorate le radici della protagonista, la trama ha piena libertà ed ampio orizzonte per muoversi in verticale, sfrecciando freneticamente tra gli eventi.

Con Glory a fare da colonna portante della trama e da centro morale della storia, Remender può giocare con i personaggi di contorno. Pablo, un immigrato brasiliano, sarà la spalla della protagonista, una figura positiva fortemente legata alla parte più macabra della storia. La sua introduzione segnerà il punto di non ritorno che costringerà la giovane ragazza ad agire in maniera sempre più avventata, mettendosi contro l’impero criminale di Toby, suo ex-marito e viscido, pomposo redneck arricchito, disposto a tutto pur di riavere Glory al suo fianco.
Il sottobosco criminale attorno a Toby permette a Remender e Bengal di potersi scatenare nella creazione di personaggi coloriti – forse anche troppo.

Le pagine vengono improvvisamente riempite da macellai dalla Corea del Sud con il gusto per la carne freschissima, due sadiche suore dal grilletto facile, uno sceriffo con il perverso gusto del peperoncino piccante, un killer senza scrupoli che uccide con l’azoto liquido – e molto altro ancora. Impossibile negare l’influenza Tarantiniana di certe situazioni e comportamenti. Figure divertenti da leggere, terrificanti, che spezzano la narrazione con la loro natura sfacciata, ma la loro introduzione frenetica risulta quasi ingiustificata, come se gli autori avessero voluto inserire personaggi così esagerati per il puro gusto dello shock. Death or Glory 3
Non c’é niente che rovini la lettura, ben venga mettere alla prova Bengal con qualcosa di rischioso e caricaturale; eppure, avesse Death or Glory fatto a meno di questa macabra ironia, una massiccia dose di crudele realtá, fatta di uomini spregevoli e bassezze indicibili, avrebbe donato alla storia un tocco in più.

Parlando di Bengal, Death or Glory non poteva trovare interprete artistico migliore. Come già accennato, la scuola francese si fa sentire: la meticolosa divisione della tavola enfatizza e mette in risalto le grandi capacità recitative dell’artista. Glory è ricca di emozioni genuine, espressioni facciali a volte buffe, cartoonesche ma intense, drammatiche ed efficaci. Bengal sa dare spessore ad ogni personaggio grazie ad una fine eleganza nel rappresentarli su carta, dando loro voce anche quando non c’è dialogo. L’artista si piega strategicamente al gusto statunitense quando la trama lo richiede. Il climax di questo primo volume della serie cresce ed esplode in un inseguimento a folle velocità, una deflagrazione action á la Fast & Furious, valorizzata dalla frenesia di tavole, campi larghi e primi piani che si susseguono ed una gamma di colori caldi che rispecchia le emozioni e l’adrenalina pompante nei personaggi coinvolti.

Conclusa la lettura, il primo volume di questa nuova serie di Rick Remender e Bengal lascia al lettore la voglia di continuare a correre, di sfruttare l’impeto e l’energia per proseguire la corsa. Azione, dramma e il retrogusto grottesco sono benzina nel motore di una lettura presenta un sogno western e tutto americano, ribelle e romantico, corrotto dalla crudele realtà della peggior specie di criminali ed approfittatori. Un pulp crime ad alta velocità, Death Or Glory fa del suo cliff-hanger il suo manifesto: un autocarro sfrecciante sull’asfalto, gangster feroci alle costole e l’ultima speranza di rimettere a posto le cose che preme furiosa sul pedale.

Black Science – Sci-Fi dagli anni ’50

BLACKSCIENCE1Parliamo del primo volume di Black Science pubblicato dalla Bao Publishing, che raccoglie i primi sei numeri della serie realizzata da Rick Remender e Matteo Scalera per la Image.

Subito siamo catapultati nel pieno dell’azione, in questo nuovo fumetto che racconta i viaggi spazio-temporali di un gruppo di esploratori che, con la classica teoria dei mondi alternativi e della scienza quantistica, si trovano in mezzo a guai davvero grossi, e nessuno ne uscirà indenne. Questi viaggi saranno una vera prova di carattere per tutti e i rapporti tra loro arriveranno a un punto di non ritorno.

Il genere non è dei più nuovi (da “Lost in Space” al vecchio telefilm “Cronos”), ma è un evergreen che può essere sempre adatto per ogni periodo. L’atmosfera da fantascienza anni ‘50 si contrappone al carattere dei personaggi, non proprio semplici, se non addirittura senza scrupoli, ove proprio in questi viaggi emergeranno i conflitti tra di loro, molto più degli scontri con mostri e umani che non hanno una locazione storica logica nel nostro mondo. Anche dove sono accolti con benevolenza, la sensazione di disagio, di qualcosa di brutto che sta per accadere, è sempre in agguato.

Senza spoilerare altro, passiamo ai disegni di Scalera: sono dinamici, anzi cinetici, decisi e senza sbavature, quasi sempre nervosi. Matteo è ormai padrone del mestiere e anche le splashpage hanno il loro effetto. I colori forti e caldi, realizzati da Dean White, sanno affogare il lettore nell’atmosfera malsana, quasi da Apocalisse, dei mondi alternativi. Le sequenze d’azione sono ben studiate e ben sceneggiate.Clipboard06

Tutto perfetto? Non proprio. Remender rivela una pecca di non poco peso: qualche personaggio appare un po’ troppo stereotipato, specie il cattivo Kadir, ma al di là di questo lo sceneggiatore vuole caratterizzare i personaggi non tanto con delle gestualità, o con risposte brevi ma efficaci, o con azioni, ma con dei monologhi interiori che spesso appaiono prolissi. Sappiamo che è più difficile caratterizzare un personaggio con pochi ed essenziali elementi (che evocano invece di dichiarare) piuttosto che con l’utilizzo di flussi di pensiero. Ovviamente non sempre è così (la pagina che mostra l’indecisione di Grant a lasciare la moglie per Rebecca è esemplare e funziona benissimo), ma leggere quelle cosiddette “seghe mentali”, così spesso presenti, smorza la narrazione, e diciamo che sono davvero pochi gli sceneggiatori di fumetto che possono permettersi questo lusso. E non è detto che quei pochi ci azzecchino sempre…

L’Invincible leggerezza dell’essere Kirkman, una recensione indegna

Premessa: un recensore è un recensore è un recensore

C’è un momento nella vita in cui ti accorgi di non essere più giovane. È un momento che capita a tutti quanti, e non dipende certo dall’età: c’è chi se ne accorge a 25 anni e chi se ne accorge a 55.

A ognuno capita in modo diverso. Ecco come capitò a me.

Ero con mia figlia. Non ricordo di cosa parlavamo: io la rimproveravo bonariamente di qualcosa, qualcosa che lei non capiva. Non poteva capirlo perché era troppo piccola, così le ho detto: “Beh, un giorno ripenserai alle mie parole e capirai che avevo ragione.

Porca vacca, pensai tra me e me. Questo me lo dicevano sempre i miei. È la frase che dici a qualcuno quando già credi di sapere come andrà la sua vita, cosa sia giusto e sbagliato; è la frase che dici a qualcuno quando tu hai già vissuto quello che stanno vivendo loro.

È la frase del disincanto, del “già visto, già fatto”. È la frase di uno che sta scrivendo una recensione della vita.

"Ho tanti rimpianti nella vita, ma il più grande di tutti è stato spendere denaro per comprare Heroes Reborn"

“Ho tanti rimpianti nella vita, ma il più grande di tutti è stato spendere denaro per comprare Heroes Reborn”

Già, questo ero diventato: uno che ha letto già un milione di pagine di quel fumetto sfaccettato che è la vita di un giovane e non ci vede niente di nuovo. Uno che, non potendo (non sapendo) più apprezzare quelle pagine con lo sguardo innocente, si accontenta di recensire le vite altrui.

Ecco: invecchiare, in fondo, è diventare un recensore della vita.

1- Un fumetto è un fumetto è un fumetto

Recensire i fumetti di supereroi, oggi, è più o meno la stessa cosa. L’incanto è finito e ormai ci sembra di aver visto tutto quanto e anche il suo contrario. Può capitarti di imbatterti in qualcuno che spalanca gli occhi di fronte ad una pellicola Marvel (o ad un fumetto) e allora lo guardi con tenerezza, pensando al giorno in cui si accorgerà che è tutto una grossa burla, il ripetersi sempiterno degli stessi meccanismi riciclati e riciclati e riciclati ancora finché non ti viene la nausea. Così recensisci i suoi fumetti con l’urgenza di avvertirlo di non starci a spendere troppe energie.

e l'universo non sarà mai più lo stesso. Seee, come no

…e l’universo non sarà mai più lo stesso. Seee, come no!

Però poi, sotto sotto, lo invidi pure: invidi lo sguardo innocente, e vorresti tornare a quando avevi 15 anni e ci credevi davvero, che Hobgoblin avesse tolto il senso di ragno a Peter Parker.

2- E poi arriva Kirkman

«È bello avere una nemesi principale e una battaglia ricorrente tra due forze. È buono e giusto, ma quando hai combattuto il Dottor Octopus 4000 volte e il risultato è sempre lo stesso, la cosa comincia a diventare poco realistica. Con Invincible sto provando a fare supereroi in modo fantastico, pazzo e bizzarro, ma allo stesso tempo, sto provando a dargli più sostanza rispetto al tipico albo Marvel e DC. Una parte di questa sostanza è non avere personaggi che escono fuori e fanno praticamente la stessa cosa ogni volta che appaiono.»

Ora voi dovete capire l’effetto di queste parole sull’animo rattrappito di un recensore di 40 anni. Sono state pronunciate da Robert Kirkman in un’intervista rilasciata ad IGN. Andatevela a leggere, se conoscete l’inglese. Per quanto mi riguarda se Kirkman avesse camminato sull’acqua moltiplicando pani, pesci e patatine fritte davanti ai miei occhi, lo avrei venerato di meno.

Ecco come vedo Kirkman dopo quelle dichiarazioni

Ecco come vedo Kirkman dopo quelle dichiarazioni

Ora, la maggior parte di voi conosce Kirkman per i suoi zombie. Pochi conoscono Invincible, serie supereroistica giunta finora negli Stati Uniti al numero 124 e pubblicata in Italia, in volumi e spillati da edicola, indovinate un po’ da chi, dalla SaldaPress. I disegni sono di Cory Walker e Ryan Ottley, e se questi nomi non vi dicono niente, beh, è un problema vostro.

Ora, se non è ben chiaro quello che vogliamo dirvi, proveremo ad usare un’iperbole: Kirkman sta al genere supereroistico come Leone sta al genere Western. Così vi accorgerete che il genere supereroistico non è morto. La Marvel e la DC ci stanno provando da anni a ucciderlo, picchiandolo dietro un vicolo e dandosi il cambio. Ma quello niente, è più forte, resiste.

Prima legge Kirkman: se si fa a cazzotti, esce il sangue. Se i supereroi fanno a cazzotti, esce una marea di sangue.

Prima legge Kirkman: se si fa a cazzotti, esce il sangue. Se i supereroi fanno a cazzotti, esce una marea di sangue.

Invincible, come serie, eredita un po’ quello che era stato il Savage Dragon dei bei tempi: Supereroismo con la S maiuscola, senza le pastoie delle major che devono far quadrare i conti e salvaguardare le proprietà intellettuali. Tematiche tipiche del genere esplorate però con realismo e, soprattutto, convinzione.

Mark Grayson è un liceale che si ritrova padrone di poteri strabilianti. Come il “C’era una volta” delle fiabe, non c’è storia di supereroi che non possieda, in qualche forma, questa premessa. Ci sono i cattivi, dotati di superpoteri; ci sono le grandi battaglie, i dilemmi morali, e tutto il cucuzzaro. Eppure non una sola volta, in 124 numeri, arriva il momento-recensione, quando pensi che questo l’hai già letto o quest’altro sai già come andrà a finire. Ogni singolo tema tipico dei fumetti dei supereroi è affrontato così come raramente è stato fatto.

Seconda legge Kirkman: se mangi, ingrassi

Seconda legge Kirkman: se mangi, ingrassi

Non abbiamo detto una sola parola sulla trama perché, per una volta, rovinarla sarebbe un delitto imperdonabile. I disegni sono moderni e funzionali, e tanto basti. Ma tutto quello che è necessario sapere è che, quando finisce un numero, non vedi l’ora che esca il prossimo.

Quanto durerà? Chi può dirlo. 124 numeri sono tanti, Fantastic Four, ai tempi d’oro, non resse il ritmo tanto a lungo. Correte a leggere Invincible, finché dura: con lo sguardo di un quindicenne, la bocca spalancata, quella stessa Meraviglia che, per Aristotele, era la madre della Filosofia, e che per noi, più umilmente, è madre del piacere puro di leggere di supereroi.

 

E poi Battle Beast è il personaggio più fico degli ultimi 200 anni

E poi Battle Beast è il personaggio più fico degli ultimi 200 anni

 

’68: “Corri nella Giungla” & “Cicatrici” – Bravissimi porco diavolo!

68: SaldaPress e Image Comics presentano: Vol. 1, “Corri nella Giungla” – Vol. 2, “Cicatrici”

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Scritto da: Mark Kidwell, che è bravissimo, porco diavolo! – Disegnato da: Nat Jones (idem) – Colori di: Jay Fotos, che poi ha anche portato avanti il progetto nei momenti difficili.

Per un totale di oltre 300 pagine, i due volumi di “68” raccolgono la serie splatter a tema zombie e guerra del Vietnam, in breve divenuta di culto.
Il 1968 è un anno cruciale specie per la storia americana. Lo è ancora di più nella parodica serie che vi aggiunge gli zombie e la corsa verso un’apocalisse, iniziata, chissà come.168-vol2
E per fortuna non si sa bene come, perché gli zombie sono un’idea banale, che urla a paure e desideri umani ancestrali, irrazionali, più cerchi di spiegarla, più annaspi nelle spesse sabbie mobili dell’idiozia.
All’inizio il soggetto del testo può sembrare dubbioso (zombie e Vietnam?) ma discende da una domanda semplice e sensata: cosa sarà successo nel resto del mondo mentre in Pennsylvania accadevano i fatti di “La notte dei Morti Viventi” di Romero, proprio del 1968? –“Primo” e -secondo molti- imbattuto film del genere.

Se non sono un appassionato di fumetti posso però definirmi un appassionato di zombie, “risorsa di intrattenimento” che da quanto è stata concepita ha avuto costante successo e attenzioni, ma che da qualche anno a questa parte ne ha ricevute anche troppe, fino a diventare stucchevole e noiosa. Fioccano maledette soap opera di “ritardati viventi”!
Al contempo sono abbastanza appassionato di intrattenimento e cultura americana, discontinuamente attratto dal fumetto yankee, mi sono veramente goduto tutta l’opera!

68-vol01_011Per una volta funzionano un po’ tutti gli aspetti sia della serie originale che dell’edizione specifica italiana. Ottimi voti a: disegno, colori, idea, storia, redazione, ma anche traduzione, cura dei dettagli e persino approfondimenti! Questi ultimi hanno un ruolo affatto marginale.

I tomi sono infatti curatissimi, l’italiano del traduttore è eccellente e riproduce assai bene il gergo americano, con note azzeccate e dirimenti -e addirittura, per esempio, in nota traduzioni di cartelli lasciati in inglese nel disegno-.
L’opera è inoltre arricchita da belle gallerie di tavole a fine albo. Che valgono la pena perché i disegni sono un gran lavoro!
Il disegno è curato, con carattere, e una personalità “spigolosa” al contempo  dettagliata, e piena di riferimenti. Inoltre è truce e splatter come deve essere: all’estremo. Si indulge molto su sangue, anatomie, viscere, primi piani, dettagli truculenti e crudeli, nei limiti del possibile (è il 2015 abbiamo visto tutto!) c’è anche una certa originalità nella proposta.

Struttura e il ritmo delle storie funzionano benissimo. Esse si svolgono su più piani (Vietnam-California-New York) dando un’ottima dinamicità e intrappolando l’attenzione; nonostante il soggetto sia quello che è (zombie) e per forza di cose tenda ad essere ripetitivo, il rischio è scongiurato, c’è tensione quasi continua, una narrazione asciutta, essenziale che non si perde in fronzoli  e tanto meno in saccenteria!

Anche le storie brevi sono eccellenti: “la voce dell’innocenza” e “Sissy” sono disegnate da Tim Vigil, “avversità” è disegnata da Jeff Zornow, magnificamente in entrambi i casi, seguono e mantengono qualità e standard del resto dell’albo, conferendo varietà. Sono piccoli gioielli: difficile essere così lineari, efficaci, estremamente truculenti, con tutto ciò che ne discende, ironia, raccapriccio.68-vol01_012

Le brevi digressioni storiche spezzano dove serve, senza interrompere il flusso, ma anzi conferendo pause necessarie, con contenuti appropriati e interessanti. Accrescono enormemente la portata dell’albo rendendo la lettura qualcosa di più che intrattenimento privo di scopo. Il padre di uno dei realizzatori ha fatto il Vietnam, le situazioni sono spesso sfigurate a partire da una realtà di cui in genere gli italiani sanno poco: una guerra malvista dai connazionali stessi e dai media.

Tra tanto, mi limiterò ad elogiare la proposizione interessantissima di pagine estratte dal “Manuale del Vietnam” (Handbook, for U.S. Forces in Vietnam) che avverte il soldato dei pericoli delle trappole.

Per evitare di essere preso dal troppo entusiasmo, ho aspettato un paio di giorni prima di scrivere; a freddo la considerazione dell’albo non è cambiata! Assegnerei un dieci su dieci.

Voglio concludere, però, sconsigliando di imitarlo, forse si tratta di un tipo di fumetto e soggetto che solo un americano può mettere in scena senza risultare ridicolo, c’è bisogno davvero di essere nati là per poter girare con autorità e competenza su questioni di guerra, sociali, razziali, evitando di irritare o sembrare arroganti o fuori luogo.
Un esempio? Il quarto di sangue Cherokee di uno dei personaggi, secondo la regolamentazione americana, conferisce titolo minimo per considerarsi nativi e chiedere di vivere nelle riserve.
Vi sarebbe tanto di cui parlare, lascio al lettore di togliersi curiosità e approfondire in modo facile e divertente.

Outcast 1- 4 ovvero: The Kirkman connection

Stavamo per scrivere una recensione di Outcast, la nuova serie di Kirman pubblicata in Italia dalla Kirkmanpress… ehm, volevamo dire Saldapress. Per estensione ci saremmo occupati anche dell’ultimo periodo di The walking dead, finchè i nostri canali di informatori infiltrati nelle agenzie di spionaggio cinesi non ci hanno passato il nastro di un’interessante intercettazione. La pubblichiamo talquale, limitandoci a tradurla, perchè è più esplicita di qualsiasi recensione.

 

1

(corvi inquietanti! foglie secche! siore e siori, l’orrore è servito)

(rumore di sottofondo, sembrano i macchinari di una fabbrica) – Pronto, mr. Kirkman? Sono Joe…

(verso incomprensibile a metà strada tra un rutto e uno sbadiglio) – Ah, Quesada, finalmente ti sei deciso, eh? Aspettavo da tempo questa chiamata. Ti ricordi quando mi davi da scrivere Ant Man, eh? E ora vorresti che scrivessi Spider Man? Vorresti che salvassi il tuo personaggio di punta da quella pippa di Slott, eh? Allora sai che ti dico? VA BENE! Ho questa idea meravigliosa di Peter Parker che viene morso da uno zomb…

– No, signore, non sono Quesada. Sono Joe… Joe, ha capito?

– Ah certo, certo, Joe. Ti giuro, non lo sapevo che quella era tua moglie.

– Ma no, signore, no! Sono Joe, dalla Factory!

– Ahhhh, certo! Perchè non l’hai detto subito? Scusami non ho molto tempo. Ho una riunione con lo staff della Image, poi la supervisione delle puntate di Fear the Walking Dead… che vuoi?

– Signore, io non ce la faccio più. Pensavo che farle da ghostwriter per i fumetti sarebbe stata una cosa interessante, ma non ci sono le condizioni…

– Che vuoi dire? Forse non ti pago bene?

– No, signore, lei mi paga bene, però… c’è questa cosa di Outcast.

– Sì! Sai che ci facciamo la serie TV? Ho appena firmato il contratto e ho già sperperato tutto l’acconto!

– Sì ecco signore… il problema è questo. Siamo arrivati al numero 8.

– Già! Ma batterò il record di Sim su Cerebus, vedrai! E lo faremo proprio su Outcast! E tu sarai il mio ghost per tutti e 301 i numeri, giuro!

– Sì signore, ma mi servono indicazioni.

– Te le ho scritte le indicazioni, non hai ricevuto il mio biglietto?

– Come no, signore. L’ho ricevuto. Il problema è proprio il biglietto.

– Non riesci a leggere la calligrafia? Lo so, è che avevo appena firmato un’ottantina di contratti TV e mi tremava la mano…

– No signore, la calligrafia la leggevo. Almeno credo. C’era scritto “‘na serie su uno che fa gli esorcismi dei demoni. Col prete.'”

– Quindi?

– Eh signore, 8 numeri su queste due righe è un po’ tanto… cioè, ho ricamato come dice lei, ho ricamato per tutti i numeri… ma io credo che sia giunto il momento di quagliare, non so se mi spiego.

 

(che ci crediate o no, questa occupa 3/4 di pagina)

(che ci crediate o no, questa occupa 3/4 di pagina)

 

– Quagliare? In che senso?

– Nel senso di far succedere qualcosa, che so io?

– Fai succedere una splash page! Azaceta non ti soddisfa?

– No signore Azaceta è bravissimo, davvero. È che non è che si può andare avanti con le splash page del primo piano di un tizio che dice -d’accordo-. Manco Liefeld…

– Come ti permetti! Su The walking Dead facciamo così da almeno 100 numeri e nessuno si lamenta!

– Va bene signore ma come dire… sono otto numeri che questo gira le case e trova gente e le tocca, non succede altro praticamente!

– Ci hai messo i dialoghi intimisti che esplorano il carattere dei protagonisti?

– Signore, ci ho messo SOLO i dialoghi intimisti.

 

(è una vignetta! no, è una splash page! no, è una DOPPIA SPLASH PAGE!)

(è una vignetta! no, è una splash page! no, è una DOPPIA SPLASH PAGE!)

 

– E i demoni?

– E i demoni cerco di centellinarli perché se no tutto subito…

– Buttaci dentro i demoni! Tanti demoni vaganti che sbranano la gente, eh? Che dici?

– Ma signore…

– Metticeli, e mi raccomando, non spiegare perché ci stanno i demoni vaganti. Ti assicuro che funziona. Dialoghi intimisti, splash page e mostri senza spiegazione. E ora non disturbarmi più. Ho da firmare contratti…

– Ma signore, non è che mi sposterebbe su altro? Che so, Invincible! Quella sì che è una serie piena di azione e idee!

– Alla larga. Quello lo scrivo ancora io.

(sospiro) – E si vede, signore.

 

Torna la fantaecologia visionaria di Great Pacific

Comunicato Stampa – 
GreatPacific_Vol02_piattaUna grande isola di rifiuti galleggia in mezzo all’Oceano Pacifico sta mettendo a repentaglio la salute dell’ecosistema marino. È un fatto, esiste davvero. Un fatto che ha ispirato una delle serie a fumetti targate Image Comics più inusuali e originali degli ultimi tempi: s’intitola Great Pacific e in Italia è pubblicata da saldaPress.

Dopo l’uscita di Rifiuti!, primo capitolo della serie, venerdì 2 ottobre sbarca finalmente in libreria e in fumetteria il secondo volume, intitolato Costruire una nazione (pagg. 160, euro 15.90).

A che punto siamo? È passato più di un anno dalla fondazione del New Texas, lo Stato creato sulla Grande Chiazza di Immondizia del Pacifico dal giovane industriale visionario Chas Worthington. Durante l’anno trascorso, Chas e i suoi collaboratori hanno creato il nucleo di una nuova nazione e molti pionieri hanno raggiunto il nuovo Stato. Ma le cose non filano certo lisce. È necessario stabilire alleanze, definire il ruolo del New Texas nel mondo e prevenire pericoli che provengono dall’interno e dall’esterno. Pericoli molto più gravosi del previsto e che potrebbero compromettere definitivamente la stabilità del nascente Stato. Servono alleati, amici e il coraggio di continuare a sognare.

Great Pacific è una serie sorprendente, che unisce elementi classici, tipici dell’avventura e del western, a intuizioni fantascientifiche e a una profonda vocazione ecologista. Firmata dall’acclamato scrittore Joe Harris e dal talentuoso disegnatore Martin Morazzo, è caratterizzata da una scrittura moderna e coinvolgente, in cui ecologia e geopolitica si mescolando a sci-fi e avventura.

Costruire una nazione è disponibile in libreria, in fumetteria e nello shop online del sito saldapress.com da venerdì 2 ottobre.