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“Death or Glory”, Rick Remender & Bengal – Motori! Dramma! Azione!

Death or Glory modQuando si pensa a qualcosa di “puramente Americano”, è solito fermarsi all’immagine di una strada desolata nel mezzo del deserto. Il sole cocente che picchia incessantemente, le stazioni di servizio, i classici diner. Un gigantesco truck in viaggio verso chissà quale destinazione. Nel corso degli anni, la cultura Statunitense ha saputo costruire un vero e proprio mito attorno alla highway, al culto del motore rombante, della vita solitaria a bordo di bestie metalliche. Una glorificazione della vastità del suolo a stelle strisce e della libertà, ma anche aggiornamento e rinarrazione del mito western. Grazie ad Image Comics e Bao Publishing, la vita sull’autostrada trova nuova linfa vitale con Death Or Glory, serie scritta da Rick Remender e disegnata dalla superstar francese Bengal.

É proprio l’incontro di stili, la fusione franco-americana a catturare l’occhio alla prima manciata di pagine dell’albo. Autore completo del fantasy Luminae e più volte collaboratore di Jean David-Morvan in Francia, Bengal ha saputo creare un curriculum piuttosto ricco di figure femminili aggraziate, bellissime e letali, fortissime, metabolizzando le lezioni e la sintassi del fumetto d’Oltralpe insieme alle forti influenze orientali, una sensibilità manga che si mostra nella sua versatilità nel design dei personaggi e nella loro “recitazione” sulla pagina.

Non a caso, Rick Remender opta per una protagonista femminile che favorisca i punti di forza del proprio artista: Glory è uno spirito libero, una ragazza nata a bordo di un autocarro, cresciuta girando per l’America con la madre ed il padre, Red. L’unica famiglia che abbia mai conosciuto era tutta lí, estesa esclusivamente a chi, come loro, ha scelto la strada e l’odore di benzina e asfalto come stile di vita. Biker, vagabondi, cameriere nei ristoranti, truck drivers popolano Yuma, Arizona, location che fa da sfondo a questo primo volume della serie.

Un ambiente come questo, però, porta con sé anche parecchi pericoli. All’idilliaco ritratto di America romantica e motorizzata, Death or Glory contrappone il lato oscuro di questa vita al limite, sporcata da gangster e mafiosi, trafficanti di droga – se non peggio – e sceriffi corrotti. Con tanti elementi da gestire e sviscerare, Remender predilige soffermarsi su un nucleo concentrato di personaggi e situazioni, incastri famigliari e l’immancabile, tragico passato che torna a causare problemi nel presente.

Il mDeath or Glory 2ondo di Death Or Glory gioca al confine di questa indefinita “zona grigia”, un contrasto che racchiude tutto ciò che c’è da sapere per mettere in moto la trama. Rick Remender e Bengal non vogliono sfociare spudoratamente nel western fatto di cowboy e banditi ai lati della barricata, ma provano decisamente gusto nell’avvicinarsi a queste atmosfere, dove a parlare prima erano le pistole e gli assalti alle diligenza erano all’ordine del giorno.

Sarà proprio Glory a dover decidere da che parte stare, quanto è disposta a spingersi oltre il limite pur di salvare il padre, afflitto da una terribile malattia. Quando tutto va storto e non c’è più nulla da fare, la strada criminale diventa pericolosamente facile da percorrere. È conveniente, per Rick Remender, caricare il personaggio principale con un’infanzia felice e improvvisamente spezzata, un’adolescenza ribelle e un presente carico di dubbi, tenacia e responsabilità. È un tipo di empatia fittizia, artificiale, forse fin troppo conveniente, ma funzionale allo scorrimento di queste prime 140 pagine. Una volta esplorate le radici della protagonista, la trama ha piena libertà ed ampio orizzonte per muoversi in verticale, sfrecciando freneticamente tra gli eventi.

Con Glory a fare da colonna portante della trama e da centro morale della storia, Remender può giocare con i personaggi di contorno. Pablo, un immigrato brasiliano, sarà la spalla della protagonista, una figura positiva fortemente legata alla parte più macabra della storia. La sua introduzione segnerà il punto di non ritorno che costringerà la giovane ragazza ad agire in maniera sempre più avventata, mettendosi contro l’impero criminale di Toby, suo ex-marito e viscido, pomposo redneck arricchito, disposto a tutto pur di riavere Glory al suo fianco.
Il sottobosco criminale attorno a Toby permette a Remender e Bengal di potersi scatenare nella creazione di personaggi coloriti – forse anche troppo.

Le pagine vengono improvvisamente riempite da macellai dalla Corea del Sud con il gusto per la carne freschissima, due sadiche suore dal grilletto facile, uno sceriffo con il perverso gusto del peperoncino piccante, un killer senza scrupoli che uccide con l’azoto liquido – e molto altro ancora. Impossibile negare l’influenza Tarantiniana di certe situazioni e comportamenti. Figure divertenti da leggere, terrificanti, che spezzano la narrazione con la loro natura sfacciata, ma la loro introduzione frenetica risulta quasi ingiustificata, come se gli autori avessero voluto inserire personaggi così esagerati per il puro gusto dello shock. Death or Glory 3
Non c’é niente che rovini la lettura, ben venga mettere alla prova Bengal con qualcosa di rischioso e caricaturale; eppure, avesse Death or Glory fatto a meno di questa macabra ironia, una massiccia dose di crudele realtá, fatta di uomini spregevoli e bassezze indicibili, avrebbe donato alla storia un tocco in più.

Parlando di Bengal, Death or Glory non poteva trovare interprete artistico migliore. Come già accennato, la scuola francese si fa sentire: la meticolosa divisione della tavola enfatizza e mette in risalto le grandi capacità recitative dell’artista. Glory è ricca di emozioni genuine, espressioni facciali a volte buffe, cartoonesche ma intense, drammatiche ed efficaci. Bengal sa dare spessore ad ogni personaggio grazie ad una fine eleganza nel rappresentarli su carta, dando loro voce anche quando non c’è dialogo. L’artista si piega strategicamente al gusto statunitense quando la trama lo richiede. Il climax di questo primo volume della serie cresce ed esplode in un inseguimento a folle velocità, una deflagrazione action á la Fast & Furious, valorizzata dalla frenesia di tavole, campi larghi e primi piani che si susseguono ed una gamma di colori caldi che rispecchia le emozioni e l’adrenalina pompante nei personaggi coinvolti.

Conclusa la lettura, il primo volume di questa nuova serie di Rick Remender e Bengal lascia al lettore la voglia di continuare a correre, di sfruttare l’impeto e l’energia per proseguire la corsa. Azione, dramma e il retrogusto grottesco sono benzina nel motore di una lettura presenta un sogno western e tutto americano, ribelle e romantico, corrotto dalla crudele realtà della peggior specie di criminali ed approfittatori. Un pulp crime ad alta velocità, Death Or Glory fa del suo cliff-hanger il suo manifesto: un autocarro sfrecciante sull’asfalto, gangster feroci alle costole e l’ultima speranza di rimettere a posto le cose che preme furiosa sul pedale.

“Gideon Falls”, Jeff Lemire e Andrea Sorrentino – All’Ombra del Fienile Nero

Che David Lynch sia una delle maggiori ispirazioni di Jeff Lemire non dovrebbe stupire nessuno. Del resto, in più occasioni l’autore canadese ha espresso la sua vicinanza ai temi e la sua ammirazione per la brillante, lucida follia del regista e sceneggiatore di Missoula, nel Montana. Da sempre, l’autore esprime chiaramente la voglia di raccontare la sua personale visione del mondo, portandola al pubblico tramite il cinema, la televisione, la musica, la fotografia o la pittura.
Per i fan, Lynch è una sorta di figura mistica, un elemento di ispirazione irraggiungibile ed inarrivabile, eppure sempre pronto a donare nuove visioni e modi di interpretare le sue storie.

In questo momento della sua carriera, Lemire si trova molto vicino al “modello Lynch”. Dopo anni di onorata militanza tra Marvel e  DC e una carriera costruita su graphic novel di incredibile successo – con storie che hanno catturato attimi della sua vita, se pensiamo ad Essex County, Il Saldatore Subacqueo e Niente Da Perdere Lemire ha saputo trovare una nuova dimensione in Image Comics. Pur mantenendo viva la fiammella del divertissement supereroistico in Dark Horse Comics e il suo Black Hammer, è proprio in Image che Lemire ha saputo accostarsi ancora di più a David Lynch.

Nel 1984, Lynch creò un cult con Dune, il kolossal sci-fi tratto dal romanzo di Frank Herbert, dedicato alla turbolenta guerra del Landsraad; nel 2015, insieme a Dustin Nguyen, Jeff Lemire pubblica Descender, fumetto fantascientifico costruito su un conflitto interplanetario che ha a cuore la sorte delle intelligenze artificiali. Nel 1991, David Lynch e Mark Frost rivoluzionarono la TV statunitense con Twin Peaks, thriller con le tinte paranormali che sconvolse il mondo con la morte di Laura Palmer e l’indagine dell’Agente Dale Cooper nell’omonima cittadina; nel 2018, Jeff Lemire e Andrea Sorrentino debuttano con Gideon Falls, un horror – thriller che lega le vite di due individui intorno al mistero del Fienile Nero. «Coincidenze?»

PuGideon Falls 2bblicato da Bao Publishing in formato cartonato, il primo arco narrativo di Gideon Falls, Il Fienile Nero, introduce da subito tre elementi fondamentali per la storia. La prima splash page ci presenta Norton, protagonista affetto da gravi disturbi psichici: paranoico, ossessionato e intimorito dal mondo che lo circonda, morbosamente attratto dalla spazzatura di una megalopoli opprimente, alla forsennata ricerca di qualcosa nell’immondizia.

Andrea Sorrentino, invece, si presenta da solo: chi ha letto il suo Freccia Verde o Vecchio Logan conosce le capacità di questo talento nostrano, audace storyteller che gioca con le tavole e padroneggia con destrezza il ritmo della narrazione.

Ogni occasione é buona per sorprendere il lettore ed ecco che la primissima pagina di Gideon Falls – Il Fienile Nero esterna uno dei temi portanti della serie. Norton appare per la prima volta a testa in giù, in piedi su uno sfondo urbano rosso sangue.
La prospettiva del lettore si raddrizza nella vignetta successiva, ma il primo impatto distorce il senso della pagina e costringe a guardare tutto da un punto di vista insolito, “sbagliato”.

Non ci sono POV da assumere che giustificano questa scelta, il lettore non è portato al livello di qualche elemento che osserva il protagonista da qualche strana prospettiva. L’atmosfera disturbante, inquietante e squilibrante di Gideon Falls si fa strada da subito, un manifesto che Lemire e Sorrentino affiggono affinché il lettore possa meglio capire che tipo di storia vogliono raccontare.

Dopo l’accattivante introduzione del povero Norton, gli autori guidano su una strada desolata che porta al centro di Gideon Falls, una città rurale di pochi abitanti che ha recentemente perso il proprio uomo di chiesa. A sostituirlo è Padre Fred, parroco dal passato turbolento che sembra aver rubato il volto a Woody Harrelson. Sarà proprio questo personaggio a fare le veci del lettore nella conoscenza di Gideon Falls, un posto orribilmente silenzioso, abitato da gente di campagna poco avvezza ai nuovi arrivati.

Proprio come Dale Cooper in Twin Peaks, che durante il corso delle indagini scoprirà l’esistenza della terribile ed onirica Loggia Nera, Padre Fred toccherà con mano le stranezze di Gideon Falls, scoprendone i lati più oscuri e venendo a conoscenza del mito sul Fienile Nero, una struttura apparentemente fuori da questo mondo, un fantasma di legno oscuro come la notte, chiodi arrugginiti e incubi da custodire, che da secoli minaccia l’esistenza stessa di Gideon Falls. Contemporaneamente, Norton si trova catturato in una spirale paranoica, circondato da reliquie del Fienile che lo richiamano compulsivamente, costringendolo a scavare tra il pattume dei sacchi di spazzatura e a condividere le sue teorie sul luogo insieme alla sua psicologa.

Il ritmo della storia rallenta, Lemire e Sorrentino si assestano in una introduzione del ‘mondo’ tramite una narrazione che scorre doppio binario. Norton e Padre Fred vivono due realtà diametralmente opposte, tuttavia accomunate dalla onnipresente sensazione che qualcosa di oscuro stia per distruggere bruscamente la “quiete” della trama.

Gli ambienti chiusi, ingrigiti e decadenti della metropoli si alternano alla campagna desolata di Gideon Falls. Non c’è niente di pittoresco nella ruralità che circonda Padre Fred, così come gli abitanti della città non sembrano accorgersi del piattume urbano che fa da sfondo alla malattia mentale di Norton. Dave Stewart, il colorista, ci tiene a non rendere le due ambientazioni troppo distanti, a voler sottolineare come Gideon Falls – Il Fienile Nero non racconti due storie distinte e separate. Gideon Falls 2

A causa di questo tedio visivo, di questa disarmante banalità urbana e contadina sapientemente illustrata su carta, l’apparizione del Fienile Nero shocka il lettore. Il cielo si fa cremisi. La griglia delle vignette utilizzata finora da Sorrentino lascia il posto ad una struttura mastodontica, che riempie la pagina e impone la sua presenza sull’intera storia.

Nei momenti che precedono la visione del Fienile Nero, Lemire e Sorrentino alternano freneticamente i due protagonisti, lontani ma legati indissolubilmente, trascinati con forza nell’orrore che questo luogo – comparso dal nulla – custodisce diabolicamente al suo interno.

Ogni manifestazione del Fienile è indimenticabile, si imprime a sangue nella mente dei protagonisti e del lettore. Segna la narrazione, interrompe bruscamente il racconto e ripartire è ogni volta destabilizzante, come riprendersi dopo un violento shock.

Fortunatamente, lo svolgere della trama non sottrae spazio allo sviluppo e alla voce dei personaggi. Non ci sono manichini sacrificati al netto dell’intreccio: Gideon Falls pullula di figure umane, devastate, irrequiete, contaminate dal mistero del Fienile Nero.
Lemire architetta con intelligenza i dialoghi, le interazioni tra membri del cast: la vera protagonista è la diffidenza, la difficoltà nell’aprirsi all’altro. Sembra che l’influenza negativa soprannaturale del Fienile scorra davvero nelle vene di questi personaggi, abbia un peso sulle loro spalle.

Grande merito del senso di costante disarmonia tra realtà ed incubo, tra tangibile ed inafferrabile, tra Gideon Falls e il Fienile Nero é da attribuire ad Andrea Sorrentino.

L’artista sembra più volte invasato dallo spirito occulto evocato da Lemire. Occasionalmente, il fumetto si apre turpi ed oniriche frenesie allucinogene, dense di simbologia, significati nascosti, presagi del futuro ma anche lente di ingrandimento per i contorcimenti psicologici dei personaggi – ancora, i paragoni con la Loggia Nera di David Lynch sono piú che azzeccati.

La tavola si spezza,  si auto-distrugge per raccogliere i propri pezzi e riassestarsi. Sorrentino non ripete mai lo stesso schema, ogni splash page è costruita in maniera diversa dalla precedente, racchiude nuovi dettagli, nuove formule per raccontare il dettaglio più insignificante e sviscerare i temi della storia. L’equilibrio tra esperimento artistico-narrativo e story-telling tradizionale è incredibile, sotto questo aspetto.

La voglia di scoprire cosa si nasconde dietro le porte del Fienile Nero muove non solo le pulsazioni dei protagonisti, ma sembra coinvolgere anche gli autori, stimola la curiosità del lettore, lo invita a girare pagina, a prendere rischi e spaventarsi.

Gideon Falls – Il Fienile Nero è un volume introduttivo che non scopre tutte le sue carte nel tentativo di catturare l’attenzione ad ogni costo. Piuttosto, Lemire e Sorrentino giocano con le tempistiche del genere thriller e l’adrenalina del genere horror, unendo i personaggi attraverso i silenzi, più che i dialoghi.  Gideon Falls 3
Come i primi 8 episodi di Twin Peaks, non a caso, Lemire offre il preludio al mistero, lo affronta di petto ma non lo comprende, non lo sviscera a pieno. Ne offre un ricco, oscuro preambolo e tuttavia non ha alcuna intenzione di risolverlo in maniera semplicistica o, quantomeno, di dare qualche indizio al lettore ed ai personaggi.
Lemire preferisce immergerli nei loro rimorsi, terribili segreti, fobie e li mette alla prova sotto il peso degli eventi che li schiaccia ed intrappola. Norton e Padre Fred sono protagonisti che rifuggono tale status, oppressi dagli eventi, alla ricerca di un modo di fuggire dal “mostro” che ha imprigionato le loro vite in un incubo perverso.

Una storia che prende il meglio dalla struttura narrativa sempre piú vicina al modello televisivo, adottando ritmi e tempistiche, utilizzo dei cliffhanger e della costruzione dei personaggi, senza dimenticare le libertà, tutte a fumetti, dello psicotico, sfrenato story-telling di Andrea Sorrentino. É una lettura che offre atmosfere difficilmente reperibili altrove. Un fumetto unico nel suo genere, forse l’unico vero horror attualmente in circolazione.

Vampiri & Texas / “Redneck” di Donny Cates & Lisandro Estherren

Ammettiamolo: attualmente, potremmo tranquillamente fare a meno di storie sui vampiri per i prossimi trent’anni e rimarremmo comunque stracolmi di pagine e pagine da leggere.

Senza scomodare Bram Stoker, potremmo passare mesi a leggere della Carmilla di Le Fanu, dell’invasione vampirica di Stephen King in Le Notti di Salem, del bizzarro dialogo di Anne Rice in Intervista Col Vampiro.
E da Intervista Col Vampiro si passerebbe al cinema, con il terrificante Nosferatu di Murnau, i Ragazzi Perduti di Joel Schumacher (che con i pipistrelli ha qualche precedente…) aggiungendoci anche gli esperimenti di Abel Ferrara in The Addiction o le atmosfere surreali di Matt Reeves in Let Me In.

Di vampiri, come ho detto, se ne sono lette e viste di tutti i colori.
È giusto, dunque, sottolineare quando un autore decide di provare nuove strade e tentare qualcosa di nuovo.


Redneck copertina

Astro nascente del fumetto americano, un po’ rockstar  e figlio del suo Texas, Donny Cates decide di lasciare la sua vena creativa scorrere liberamente e lasciare schizzi di sangue proprio sul Texas nella nuova serie Image Comics / Skybound: Redneck.

Accompagnato dal disegnatore argentino Lisandro Estherren, Cates vuole scrivere qualcosa di familiare, aggiungendo l’elemento soprannaturale: Redneck è infatti l’unione dell’esperienza texana dell’autore a Sulphur Springs, la sua città natale e ambientazione della storia, e la passione per i vampiri.

Al centro di questo primo volume di Redneck – In Fondo Al Cuore, pubblicato da SaldaPress, troviamo la famiglia Bowman: il padre-famiglia JV, lo zio sgangherato Bartlett, la piccola Perry e i figli più grandi, Slap, Seamus e Greg; nascosto, nel cuore della casa, vive ancora il Nonno… Ma, del Nonno, si parla sempre con gran timore.

Cates ed Estherren cominciano subito a storcere la formula tradizionale: questa famiglia di vampiri non vola nel cuore della notte, non cala sui passanti per mordere i loro saporiti colli umani, non si crogiola nel lusso di immense magioni tetre.

La famiglia Bowman è semplicemente una famiglia di vampiri che cerca di sopravvivere, che gestisce il ristorante barbeque in città e vive con il sangue delle mucche e dei maiali che portano al macello.
Confondersi con la gente, o almeno, evitare di tornare alla guerra costante con gli esseri umani significa sopravvivere un altro giorno; il world-building di Cates è silenzioso e, se in alcuni punti latita o sembra frettoloso una volta superate la prima ventina di pagine, risulta tutto più coeso e compatto passata la metà di questo primo volume.
C’è molto di più, in questo mondo, dietro la cittadina teatro dell’azione…

Sulphur Springs e la presenza della famiglia di vampiri si incastrano e si muovono insieme nella costruzione delle gerarchie, che, come Cates stesso racconta in varie interviste, passano tutte attraverso controverse ma familiari figure di potere come il sindaco, lo sceriffo, il prete.

La città diventa sempre più piccola e sempre più opprimente, comincia subito a porsi in secondo piano ed essere sempre più un pericolo per la famiglia: da un lato il potenziale distruttivo e sanguinario dei Bowman potrebbe venir scatenato in un istante, dall’altro abbiamo un serpeggiante senso di sfiducia e paura che rende gli animi tesi e bollenti.
Il pericolo è da entrambe le parti e coinvolge tutti.

Redneck eng
Gli stessi Phil ed Evil, aiutanti umani dei Bowman, vivono la collaborazione con i vampiri come un semplice lavoro, senza mai lasciarsi andare in esternazioni di gratitudine o di velato apprezzamento per i loro datori di lavoro.
I Landry, guidati dal capofamiglia Padre Landry, sono la frangia più violenta che mina alla tranquillità dei nostri “eroi” vampiri: Sulphur Springs si divide, dunque, tra chi “non vuole problemi e non ne cerca” e chi invece si trova sempre più infastidito e impaurito dalla presenza di mostri immortali.

È proprio questo conflitto interno a provocare il casus belli di Redneck: la cosiddetta goccia che fa traboccare il vaso arriva in maniera violenta e inaspettata a chiudere il primo capitolo della storia, lasciando i Bowman a raccogliere i cocci: i rapporti iniziano a stridere in maniera disturbante, mettendo a nudo la fragilità di esseri potentissimi eppure sempre più umani.

Da questo turbamento e questa rottura di status quo, la scrittura di Cates comincia a brillare davvero; anche in famiglia si inizia a respirare aria diversa, rarefatta quasi: gli istinti primordiali e bramanti sangue dei Bowman iniziano a spingere e a mettere in dubbio la stessa natura che la famiglia ha duramente costruito.
Testa contro testa, il capo-famiglia JV inizia a sentirsi scivolare il mondo dalle mani…C’è voluto davvero così poco per rompere l’equilibrio? Sarà possibile ricacciare indietro il mostro o per i Bowman il cambiamento è definitivo? Perché ci si fida così tanto dei nostri fratelli, anche quando questi continuano a deluderci?Redneck burn

Le matite di Estherren distorcono i volti e rendono tutto grottesco, cupo, quasi fosse davvero uscito da Nosferatu; a valorizzarli ancora di più troviamo i colori di Dee Cuniffe, che variano dalle calde tinte dei tramonti al rovente calore del fuoco, cullando poi i sogni di sangue nel blu notturno.
La combinazione dei due crea un’atmosfera orrorifica, raggiungendo picchi da vero incubo una volta conosciuto il Nonno, figura che si rivela fondamentale nelle dinamiche famigliari e che inizierà a scatenare angoscia non solo nei Bowman, ma anche nel lettore stesso.

La lettura di Redneck – In Fondo Al Cuore scorre freneticamente e cattura sin dalle prime battute, forte della sua natura in crescendo; un necessario flash-back costringe l’escalation a una battuta d’arresto improvvisa, necessaria alla già citata costruzione del mondo, in grado di rivelare importanti retroscena sull’origine della famiglia Bowman e su quanto profondo possa celarsi il seme del male, del dubbio, ma soprattutto del contrasto e del dissidio in una sola famiglia.

Gli ultimi due capitoli permettono al team creativo di chiudere in bellezza questo primo volume, con tanta azione, quasi inaspettata visto il ritmo della storia, e una rivelazione cruciale all’intero primo arco narrativo, impostando la rotta per il futuro della serie e cambiando parecchie carte in tavola.

Una consigliata lettura, non solo per l’originalità del concept iniziale, che mescola le atmosfere BBQ-southern drama di Southern Bastards di Jason Aaron, di cui Cates è pupillo, ma anche per la semplicità e la classe nell’esecuzione di un dramma familiare sapientemente costruito.
Aggiungeteci un buon mistero e il piatto è pronto… Al sangue, preferibilmente.

Rat Queens: Chiappa e spada – Le regine delle risse

Rat Queens - saldaPress

Oggi è il giorno di pubblicazione di Rat Queens, il nuovo titolo edito negli USA dalla Image Comics e portato in Italia dall’ottima saldaPress che è stato presentato come un originale e sboccato fantasy con protagonista, facile da dedurre, un gruppo di ragazze pronte a menare le mani e tracannare alcol.

Questa presentazione ha decisamente messo di buonumore colei che scrive, soprattutto le definizioni “fantasy” e “sboccato” sono apparse in accordo con i suoi gusti, tanto che ha deciso di recensirlo senza neanche aver visto un’immagine e senza conoscerne gli autori.

Solo dopo averlo letto e goduto, da buona nerd non-così-nerd, è andata a informarsi sulla sua genesi e quindi, per chi come lei si sta avvicinando al fumetto americano indipendente, ecco alcuni retroscena dell’opera che magari non tutti conoscono (immagino).

Il giovane autore di origine canadese Kurtis J. Wiebe ha ricevuto diverse nomination a premi come lo Shuster Award e l’Eisner Award (per Rat Queens) e ha ammesso di essersi ispirato alle atmosfere di D&D, suo amore di gioventù, mescolandole a elementi classici del fantasy in stile Il Signore degli Anelli. Il disegnatore Roc Upchurch invece, che troviamo in questo primo numero della serie, è stato estromesso dal progetto dopo che nel 2014 è stato condannato per violenza domestica e sostituito da Stjepan Šejić. Il titolo inizialmente doveva partire attraverso il crowdfunding di Kickstarter, ma la Image Comics ne ha acquistato i diritti; purtroppo però dal 2015, quando anche Šejić abbandona il lavoro per motivi di salute, i disegnatori si alternano senza rimanere per più di un anno e la serie passa a diventare una webcomic per poi ritornare in formato cartaceo lo scorso anno, con le matite affidate a Owen Gieni, già visto su Manifest Destiny.

Questi erano i “fun (ehm) facts” riguardanti l’opera, ma: allora, com’è? Abbastanza sboccata e fantasiosa? Assolutamente sì.

Rat Queens - saldaPress

Ecco le Queens nel loro originale schieramento: da sinistra Dee, Violet, Betty e Hannah. Sappiamo già che nei prossimi numeri aumenterà anche il numero delle “regine”…

Le Queens sono quattro tipe sopra le righe e simpaticissime: Hannah è un’elfa con il pugno facile e uno sfrenato amore per le bevande alcoliche, Violet è una nana sui generis che ha lasciato il suo popolo per cercare la sua strada, Dee è una bellissima chierica (atea) capace di poteri di guarigione, che le richiedono purtroppo la perfetta castità, e Betty è un mezzuomo dolcissima, ma abilissima ladra, che ama fare l’amore e i funghetti allucinogeni. Deliziose.

Rat Queens - saldaPress

Se questo non vi basta, dietro c’è anche una storia: catapultati in questo mondo medieval-fantasy ci troviamo nella città di Palisade, dove il Sindaco, ormai esasperato dalla “esuberanza” dei gruppi di mercenari, tra cui, le più “vivaci”, le Queens che non avendo altro da fare si prendono a cazzotti con tutti distruggendo e insultando cose e persone sulla loro strada, affida a ognuno un incarico “utile”, che serva a rinsaldare la sicurezza della “città delle mura”. Ma qualcosa va molto, molto storto, e le ragazze, unendosi agli altri mercenari coinvolti, diventano molto, molto pericolose mentre cercano chi e perché sta cercando di farle fuori.

Wiebe non inventa niente, prende elementi e genti dal mondo fantasy preesistente, come orchi, goblin, vampiri e quant’altro, senza cercare di snaturarli per renderli più originali, e questa è una gran cosa (per capirci, vedi i vampiri che luccicano) anche perché è perfettamente in grado di pescare nel classico per trasformare la pasta madre in altro, solo attraverso la caratterizzazione fisica e psicologica dei personaggi. Grazie anche al disegno di Upchurch, le varietà umane e meno umane sono molto belle da guardare, con i loro abiti tematici, il colore di pelle e capelli sapientemente utilizzato, e da vedere agire. Il tono dei dialoghi è sempre scanzonato e ironico, e riescono a far ridere anche quando ci viene presentata una di quelle gag che sembrano quasi scontate (come il grande classico: – Hey vecchia! – Non sono vecchia, ho trentanove anni!). Il gruppo delle Queens inoltre è un misto di orgoglio femminista e cortese attenzione al non offendere nessuno (compreso nelle preferenze sessuali): a vederle sono quasi delle Spice Girls della dimensione brutal, ognuna a rappresentare un popolo e un colore (anche se ne manca una, secondo me Mel C.), orgogliose della loro femminilità, messa anche bene in mostra mentre nascondono le loro fragilità, ma anche indipendenti, forti e cazzute (scusate) che non se le fanno dare da nessuno. Sicuramente senza peli sulla lingua, ma di cosa dovrebbero aver timore? La loro libertà sessuale, mai volgare, le completa e le rende sempre più concrete e vicine a noi, da entrare nelle grazie di lettori e lettrici indiscriminatamente. Sono così complesse e allo stesso tempo comprensibili da perderci la testa a cercare di spiegarlo, segno che Wiebe sa fare molto bene il suo lavoro.

Rat Queens - saldaPress

I disegni, come accennato, sono molto ben riusciti e completano il tutto tondo dei personaggi. Sono anche molto allietanti occhio e spirito, grazie, come dicevamo, all’uso del colore, ma soprattutto alla capacità dell’artista di creare linee avvolgenti, che si prestano bene sia alla staticità che alle scene dinamiche. Non che siano perfetti, tutt’altro: il vestito elasticizzato rosso di Hannah fa spesso pieghe strane e spigolose, i fianchi di Violet sono fin troppo forti e naneschi, ma direi che nella vita, soprattutto se stai facendo una rissa, il vestito non può essere fresco di lavanderia e le cosce grosse assicurano stabilità negli affondi con la spada. Insomma, il comparto artistico è più che soddisfacente, a parte una tendenza a trascurare lo sfondo creato spesso da sole evocative sfocature di colore.

L’importante è che il tutto sia funzionale alla narrazione e al ritmo, che è anch’esso vivace. Partendo da una griglia inizialmente convenzionale troviamo le vignette che si sovrappongono come se avessero fretta di farsi avanti e armi (praticamente solo armi) che sfondano la quarta dimensione e puntano direttamente alla gola del lettore, che non può così non sentirsi coinvolto.

Insomma, Rat Queens, le parolacce non ci spaventano, con tutte quelle diciamo anche noi, da oggi in vendita; un ottimo prodotto che si allontana dalle major e che soddisfa diversi tipi di palato: che state aspettando?

ODY-C – Un’odissea fantascientifica al femminile

Copertina di "ODY-C" di Matt Fraction e Christian Ward.ODY-C è un fumetto della Image Comics che la saldaPress pubblica in volume intitolato Verso Ithicaa raccogliendone i primi cinque numeri.

L’autore è il veterano Matt Fraction che riprende il mito dell’Odissea con vari protagonisti di altri classici delle tragedie greche, facendone una trasposizione tutta personale, in un contesto fantascientifico e sfruttando il talento del giovane Christian Ward per farne una versione coloratissima al limite dello psichedelico. I nomi dei protagonisti sono modificati rispetto all’opera originale e nessuno è di sesso maschile, o almeno non completamente.

La storia riprende, come abbiamo detto, l’Odissea, ma ne mantiene solamente lo svolgimento generale: Odyssa, Gamen e Ene, (versioni femminili di Ulisse, Agamennone e Menelao) dopo un’estenuante guerra a Troiia, vogliono tornare a casa (Itichaa) e il viaggio di ritorno, per mezzo della loro astronave ODY-C, sarà pieno di insidie per mano degli dei che si divertiranno a creare ostacoli, ma questo porterà anche squilibri e un punto di rottura tra di loro. Incontreremo versioni fanta-assurde di Polifemo, dei Ciconi ed Eolo.

Tavola di "ODY-C" di Matt Fraction e Christian Ward.Sia Fraction che Ward fanno un lavoro decisamente contrastante in vari aspetti: la caratterizzazione dei personaggi è abbastanza buona e Fraction si affida spesso a monologhi interiori e primi piani per lo scavo psicologico. Personalmente preferisco che un personaggio, almeno nel fumetto, si caratterizzi attraverso azioni e interazioni con altri, ma il famoso sceneggiatore utilizza un tipo di prosa che vorrebbe riprendere quella di Omero. Probabilmente la lingua inglese e la conseguente traduzione, sicuramente fa perdere tante sfaccettature, come normale che sia, ma penso che più di un lettore troverà il tutto abbastanza ostico.

A livello di testi il lavoro svolto è decisamente poco riuscito, ma la sceneggiatura è spesso piena di grandi trovate che mostrano grande azione con una sequenza di vignette molto dinamiche. Sicuramente Ward ha messo il suo contributo.

Ovviamente il confine di competenze nelle sceneggiatura nei fumetti americani è spesso labile e il merito penso che vada anche per il giovane disegnatore.

Tavola di "ODY-C" di Matt Fraction e Christian Ward.

Il lavoro effettivo di Ward è altrettanto contrastante: il suo modo di realizzare macchinari, astronavi, mostri, cabine di guida, al limite dell’assurdo, sono un viaggio mentale come poche volte ho mai visto. Anche i colori forti e accesi e definiti rendono il tutto un viaggio allucinante.

Potrei definire la sua immaginazione senza limiti, ma ovviamente anche qui abbiamo il rovescio della medaglia: mentre le trovate visive sono da rimanere a bocca aperta, Ward ha molte incertezze nella definizione delle anatomie e soprattutto dei volti. Il ragazzo è giovane e penso che queste incertezze con i prossimi lavori saranno superate, se non addirittura nei prossimi volumi di questa serie. Insomma grande spettacolo verso le cose inanimate, ma incertezze nei dettagli dei personaggi.

Un fumetto che non si erge rispetto a tanti altri, alla fine, anche se al primo impatto sembrerebbe scioccante. Non lo considero un bluff, assolutamente, ma solo un prodotto che spero si affini con l’andare dei numeri. Le possibilità ci sono. Fraction non è un imberbe e ha fatto fumetti davvero belli, e Ward è una promessa alla fine.

Un fumetto che non boccio, ma che lo rimando ai prossimi numeri.


Matt Fraction, Christian Ward
ODY-C, volume 1: Verso Ithicaa
cm 16,8×25,6, brossurato con alette, 120 pagine, colore, € 14,90
ISBN 9788869193507

Negan è qui! – L’origine del villain più famoso di The Walking Dead

Caffè nero, genziana, cicoria selvatica, rucola, radicchio, bergamotto… Niente di tutto ciò mi ha mai lasciato tanto amaro in bocca quanto aver mancato l’incontro a Lucca Comics & Games 2017 con il creatore della saga a fumetti The Walking Dead, l’illustrissimo Robert Kirkman. Cose che succedono! Vorrei poter dire con calma serafica, invece no. Ahimè! Questo è uno di quegli eventi sfortunatissimi che minano il quieto vivere. Mi congratulo con tutti coloro che non sono mancati al raro evento e ora possono vantare una copia di Negan è qui! autografata dal genio Kirkman. Vi stimo e vi rispetto!

Edito da Saldapress, il volume dal titolo Negan è qui! è arrivato nei negozi lo scorso 24 novembre 2017, in diverse edizioni oltre alla variante a tiratura limitata realizzata per il Robert Kirkman Signing Pack di Lucca Comics & Games 2017. C’è l’edizione base, quella esclusiva per fumetterie e un’altra realizzata appositamente per Amazon. Un volume in edizione cartonata da 72 pagine che raccoglie le 64 tavole disegnate da Charlie Adlard, che svelano il passato del temibile Negan, perché la sua mazza da baseball si chiama  Lucille e come è diventato il capo dei Salvatori. 

Ma chi è Negan? Appare per la prima volta nel numero 100 di The Walking Dead della Image Comics. Il suo arrivo è violento e distruttivo. Niente è più come prima. Il suo nome significa PAURA e  SOTTOMISSIONE. Negan è un personaggio sadico e scurrile, ama gli altri, ma solo se strisciano ai suoi piedi. Curato nell’aspetto, ha un umorismo depravato e non muove un passo senza la sua inseparabile compagna Lucille, avvolta nel filo spinato, con cui adora spappolare teste. In breve tempo Negan diventa uno dei personaggi più rappresentativi della saga a fumetti e della serie tv, focalizzando l’interesse del pubblico su di lui. I fan sono rapiti dai suoi modi da antieroe e inevitabilmente sviluppano una crescente curiosità riguardo le sue peculiarità e il suo passato.

Nascono così i presupposti per la realizzazione di Negan è qui! un prequel che racconta la nascita di un personaggio. La vita quotidiana, il dramma, la disperazione, il disorientamento, la consapevolezza e infine la rinascita. Queste fasi si alternano nel corso della storia.

All’inizio, prima che il mondo come noi lo conosciamo finisca, Negan è un insegnante particolare, fuori dagli schemi. I suoi rapporti con gli alunni sono bruschi e moralmente scorretti. La sua vita privata è un disastro. Il suo rapporto con sua moglie è logorato e irrimediabilmente compromesso dai continui tradimenti extra coniugali.

Poi il suo fare strafottente subisce un brusco arresto quando improvvisamente riceve un grosso pugno nello stomaco all’apprendere che la moglie è malata di cancro. Mentre si trova al capezzale di un letto di ospedale, l’apocalisse ha inizio e Negan, impotente e frastornato, assiste alla morte prima e alla trasformazione poi della sua compagna di vita. Da questo momento in poi Negan deve affrontare eventi e subirne altri che lo portano a scegliere di sopravvivere a ogni costo, aggrappato al ricordo di sua moglie.

Kirkman ci fa conoscere un Negan del passato che non è affatto diverso da quello che conosciamo. È rimasto l’insegnante che cerca di far capire agli altri che il mondo è cambiato, le regole non esistono più e lui ne è consapevole. La trasformazione della mazza da baseball con il filo spinato rappresenta la presa di coscienza di Negan.

Adlard ha saputo mettere in risalto la psicologia del protagonista con tavole ben strutturate con le giuste inquadrature che ben evidenziano debolezze e drammi. Il suo tratto tondeggiante e realistico rappresenta efficacemente scene crude e violente.

Con questo albo Kirkman conferma l’idea che ha della saga. The Walking Dead non è un racconto sulla sopravvivenza, è l’insieme di storie di uomini che rinascono. Io ho appena letto la storia di una rinascita bellissima. Negan è qui!

The Goddamned – La redenzione del primo assassino della storia

The Goddamned – Prima del diluvio

“L’uomo che ha inventato l’omicidio”

The Goddamned racconta la storia di Caino, il figlio di Adamo ed Eva, «l’uomo che ha inventato l’omicidio, l’uomo che non può morire».

Jason Aaron è un ateo atipico, un ateo che non può fare a meno di confrontarsi con Dio, o quantomeno non può fare a meno di confrontarsi col concetto del divino, e per farlo sceglie un protagonista che non lascia possibilità di fuga da questo confronto. Caino non può negare l’esistenza del proprio creatore onnipotente, lo conosce e si confronta con la maledizione che questo ha scagliato sulla sua testa condannandolo a una vita immortale sulla Terra, una vita fatta di rancore e sofferenza.

È l’uomo che si è inimicato Dio e non avendo la possibilità di negarne l’esistenza lo odia e ne viene odiato.

«Qual io fui vivo, tal son morto.
Se Giove stanchi ‘l suo fabbro di cui
crucciato prese la folgore aguta
onde l’ultimo dì percosso fui;
o s’elli stanchi li altri a muta a muta
in Mongibello alla focina negra
chiamando “Buon Vulcano, aiuta, aiuta!”
sì com’el fece alla pugna di Flegra,
a me saetti con tutta sua forza:
non ne potrebbe aver vendetta allegra.»
Dante Inferno XIV, 51-60.

Caino diventa così la versione aaroniana del Capaneo dantesco: afferma se stesso e la propria immutabilità ergendosi a nemico del proprio creatore.

La speranza

The Goddamned #1

A differenza del personaggio descritto nella Divina Commedia però il nostro protagonista sembra ancora sperare in una forma di redenzione: pur non potendo tornare all’Eden e nelle grazie del Signore può ancora sperare di morire per mano di un gigante.
Questo è il primo motore che spinge il protagonista della storia di Aaron e Guéra ad alzarsi dal pozzo di fango ed escrementi in cui lo troviamo nelle prime pagine: la speranza.
Quella di Caino è una parabola difficile da affrontare per uno scrittore: il protagonista di una qualunque storia deve avere una motivazione sufficientemente forte a muoverlo lungo le pagine del racconto e deve avere quantomeno la possibilità di un’evoluzione, di un cambiamento, che dia un senso al nostro leggere. Nessuno è interessato alle vicende di un personaggio immobile, immutabile e privo di motivazioni o scopi.
Ma è possibile raccontare l’evoluzione di un personaggio che ha subìto una condanna eterna? Come detto, Aaron trova l’escamotage per far muovere il nostro personaggio: la ricerca della fine delle proprie sofferenze per mano di una creatura mitologica.
E già riesce a incuriosirci: inserendo il proprio racconto in quella zona grigia della mitologia ebraico-cristiana che sta tra la cacciata dall’Eden e il Diluvio Universale, Aaron offre un contesto di possibilità a quella che altrimenti sarebbe una storia priva di speranza.
Ma non si ferma qui.

“Qualcuno ti ha amato un tempo”

Aaron, e R.M. Guéra con lui, riesce a costruire in modo credibile una storia di redenzione e questa, come sempre, passa per un incontro. Caino in questo primo volume (al quale speriamo seguiranno altri) incontra due figure determinanti: Noè, l’uomo di Dio, che gli offre la possibilità di morire per mano di un gigante e Aga, una mamma alla ricerca del proprio bambino.
Qui c’è la prima svolta determinante e ironica del racconto: tra le due figure incontrate quella che realmente spinge al cambiamento, all’evoluzione, il protagonista non è quella mandata da Dio, Noè che offre a Caino quello che ha sempre desiderato, ma l’altra, la donna, la madre.
Per quanto possa sembrare stucchevole e smielato la risposta di Aaron al suo dilemma esistenziale è una sola: la redenzione è possibile solo tramite l’Amore.

“Qualcuno ti ha amato un tempo, lo so. Sai cosa significa. È per questo che mi aiuti”

Ma non è l’amore nato dall’eros quello che cambia la dinamica all’interno della storia, l’amore che lascia intravedere una speranza di redenzione è quello di una madre nei confronti del proprio figlio. Caino è stato il primo essere umano della storia a sperimentare in prima persona l’amore materno ed è in virtù di questo, dell’eco dell’amore di Eva, che abbandona il suo desiderio di morte per cercare qualcosa di più.

The Goddamned #1

“Tutto il mondo tanfa di escrementi”

Il mondo in cui si muove il nostro anti-eroe è un mondo sporco, duro e tormentato. È un mondo giovane in continuo fermento e dominato dalla violenza: animali contro animali, uomini contro uomini… è la perversione del “cerchio della vita” cantato da Elton John ne Il re leone.
R.M. Guéra interpreta questo mondo in maniera superba, adottando un tratto sporco, ricco di tessiture, che riflette le asperità di questo mondo (ne abbiamo parlato in maniera dettagliata QUI). Le inquadrature non sono quasi mai neutre, ma sempre drammatiche: semisoggettive, dall’alto, dal basso, panoramiche oppure dettagli. Non c’è spazio per il riposo, per la pace.

Riuscirà Caino a trovare la redenzione in questo mondo? È possibile una pace per il primo criminale della storia? Scopritelo leggendo The Goddamned.


The Goddamned – Prima del Diluvio
Panini Comics
Jason Aaron, R.M. Guéra
152 pag, 17X26
Cartonato, Colori
€ 16.00
ISBN: 9788891233424

Nameless: in viaggio verso Xibalba

-Ma sei sicuro di voler fare una recensione su Nameless? Sicuro sicuro?

-Lo chiamerei più un articolo, ma sì, voglio farlo.

-Ma sei in grado di fare un articolo su una storia di Morrison? E neanche una minore come Happy. Io ci ripenserei.

-Che ne so se sono in grado. Io ci provo comunque.

-Morrison ha già scritto tutto ciò che riguarda Nameless nelle note a fine volume cartonato. Prendile da lì, le info, e risparmiati un lavoro inutile.

-Nah, quello lo possono fare tutti. Ho letto le note e ne parlerò sicuramente, ma voglio comunque cercare altro. Non sai mai quello che si trova spulciando il web.

-Vabbè, contento tu.

Questo è uno stralcio di conversazione tra i due miei emisferi cerebrali, con l’emisfero sinistro (quello razionale) che tenta di convincere quello destro (quello creativo) a non cimentarsi in un lavoro simile, dopo una pausa dalla scrittura lunga più di un mese.
I due si sono incontrati in campo neutro, lungo quella Striscia di Gaza chiamata “corpo calloso” che divide la ragione dalla fantasia pura.
Alla fine ha vinto la fazione a destra, ma mi serviranno entrambe per parlare di un fumetto come Nameless, tanto complesso tecnicamente quanto strabordante di magia e mistero.
Eviterò la sola analisi ed eviterò di raccontare la storia come un telecronista. Vi racconterò invece la mia esperienza di ricercatore dell’ignoto e delle varie suggestioni e influenze che hanno portato alla genesi di Nameless.

Nameless è una storia in sei capitoli, a colori, edita in Italia da SaldaPress, scritta dall’autoproclamatosi mago del caos Grant Morrison, e disegnata da Chris Burnham; ai colori Nathan Fairbairn.

Lo si potrebbe definire un horror esoterico con location sci-fi, ma sarebbe in parte fuorviante. Magari si potrebbe parlare di un horror lovecraftiano, ma chiara intenzione di Morrison è proprio quella di creare una propria mitologia, simile al ciclo di Cthulhu, ma più legata a miti preesistenti come quelli Maya e Babilonesi.
Come vedete Nameless è un corpo estraneo, non facilmente collocabile in alcun filone specifico, e questo lo rende misterioso almeno quanto le reference da cui trae ispirazione.

Nameless è anche un racconto con almeno tre chiavi di lettura.

1: Una chiave di lettura reale in cui nulla di tutto ciò che viene narrato è mai successo. La storia di un bambino morto nel grembo materno.
2: Una chiave di lettura basata sul tema delle possessioni demoniache, sull’esorcismo e le sedute spiritiche.
3: Una chiave di lettura di stampo sci-fi, con un viaggio sulla Luna e la conseguente apertura delle porte dell’Inferno.

Ogni chiave di lettura si concatena alle altre al punto da non capire più quando termina una e inizia l’altra. Un gioco di scatole cinesi in cui ogni storia contiene ed è contenuta nelle altre, in cui ogni trama ne origina un’altra e finisce per esserne originata.
Per chi conosce Grant Morrison questa è la normalità, ci si stupirebbe semmai di una narrazione lineare e non stratificata.
Ho letto le note di Morrison in appendice all’edizione cartonata di Nameless e ho trovato interessantissime le basi su cui ha lavorato per questo fumetto. Come detto prima, però, avrei fatto un semplice lavoro di copia e incolla riadattato a un articolo, se mi fossi limitato a lavorare su quelle note. Questo lo potrebbe fare chiunque.
Mi sono messo dunque al pc appena riparato e ho fatto tesoro delle mie esperienze passate con le opere di Morrison. Ogni nome ha un suo perché, più le parole che vengono dette dai personaggi sono strane, più significheranno qualcosa, nulla è lasciato al caso, neanche gli sfondi nei “tempi morti” della narrazione.

Nelle prime quattro tavole troviamo un layout parecchio inusuale, con strane vignette arrotondate. Semplice vezzo artistico fine a se stesso? Non secondo un blogger americano il quale, dopo averli riprodotti su un foglio con un pennello nero, si è accorto di una certa somiglianza tra quei quattro panel e l’alfabeto ebraico.
Nulla di verificato ma si nota effettivamente una certa somiglianza tra la seconda forma e le lettere Beit e Kaf, e tra la terza forma e Pei.
Tutto questo non dovrebbe stupire conoscendo la teoria di Morrison secondo cui anche una tavola di fumetto può essere trasformata in un sigillo e caricata di energia magica. La sua personale concezione di chaos magik.
Queste stesse prime tavole ci mostrano dei baloon privi di frecce (per suggerire voci estemporanee di notiziari sparsi per tutto il mondo) che ci raccontano di episodi di cronaca nera tutt’altro che incredibili o lontani da noi.
Morrison ci presenta un mondo uguale al nostro, come in altre sue opere (vedi The Invisibles e The Filth), di cui noi conosciamo solo la punta dell’iceberg, ignorando tutti i mostruosi misteri più in profondità.

Vediamo subito dopo per la prima volta il nostro protagonista, il Senza nome del titolo, impegnato nella ricerca di una chiave in un luogo sperduto in una sorta di giungla palustre.
Entriamo così, senza saperlo, in uno dei filoni principali di Nameless: la mitologia di popoli antichi tra quelli micronesiani, polinesiani e sud americani (per l’esattezza i Maya).
Il luogo è Nan Madol, realmente esistente nell’Oceano Pacifico meridionale.
Leggenda vuole che a creare Nan Madol siano stati due gemelli divini (occhio, il tema dei gemelli salterà fuori parecchie volte) Olisihpa e Olosohpa, grazie al loro drago volante (anche i draghi salteranno fuori di nuovo). Alla morte di Olisihpa il fratello sposò una donna dando vita a ben dodici generazioni (il 12 sarà un tema ricorrente per tutto Nameless).
Nan Madol è collegato a un altro elemento di cui si parla in questo fumetto: Nan Samwhol.
Nan Samwhol è il dio murena cui la gente di Nan Madol sacrifica tartarughe in tono propiziatorio. La murena compare a tavola 4, 8, 9, 11 del primo capitolo e a tavola 19 del terzo capitolo.
La Dama velata sembra urlare qualcosa di simile a “Illithiu”, che mi riporta solo agli Illithid, creature di Dungeons & Dragons dalla forte influenza cthulhuiana. Un vicolo cieco. Forse.
La statuetta a due teste che sorregge la chiave onirica che Nameless ruba potrebbe essere un rimando a Giano Bifronte, che osserva sia a destra sia a sinistra con entrambi i capi, e possiede una chiave. La chiave è un chiaro rimando a Lovecraft (vedi Attraverso le porte della chiave d’argento), e il fatto che serva ad aprire le porte dell’asteroide Xibalba si collega perfettamente al dualismo lovecraftiano di chiave e montagna (cos’è l’asteroide, se non una grossa montagna alla deriva nello spazio?).
È stato interessante scoprire che Nan Madol sia stata usata come modello da Lovecraft per la sua R’lyeh.
«La città-cadavere, da incubo, chiamata R’lyeh … fu costruita incalcolabili eoni prima della storia conosciuta, da enormi, ripugnanti forme che gocciolarono dalle stelle oscure. Ivi si stabilirono il grande Cthulhu e le sue orde, nascosti in verdi, limacciosi sotterranei…»
Limaccioso, verde, enorme, tutte caratteristiche compatibili con enormi pietre accalcate a creare strane strutture in mezzo a un verde incontaminato e a paludi piene di murene.
Nan Madol.

Nella stanza di Nameless si trova poi un altro degli elementi ricorrenti nella storia (specialmente nei capitoli con la Dama velata, se fate caso ai colori dominanti nelle sequenze in cui appare la misteriosa donna), cioè la dream machine. Questo oggetto è stato creato nel 1960 e permette di vederne i colori anche con gli occhi chiusi, generando una situazione di apparente sogno. Il sogno è un altro filo comune di Nameless, come si vedrà ad esempio nel caso del sogno dell’astronauta (ci torneremo a tempo debito).
Aggiungo un dettaglio in post produzione: i due colori della dream machine, rosso e blu, verranno più volte utilizzati, nel corso della storia, per rappresentare due diversi e sovrapposti livelli di esistenza. Uno rappresenta il piano della casa dei rasoi, l’altro il piano del viaggio verso l’asteroide Xibalba.
Morrison riesce, in questo modo, a far convivere nella stessa tavola più piani contemporaneamente, come nelle ultime pagine dell’ultimo capitolo. Insomma, un genio.

Arriva poi una tavola che mostra una di queste due cose: la genialità di Morrison nell’inserire elementi simbolici e subliminali negli sfondi o la mia suggestionabilità che si tramuta in autentiche “seghe” mentali.
Mentre Nameless viene condotto in un luogo segreto su un carrello della spesa da quattro uomini mascherati, ho notato le insegne dei negozi e, conoscendo il mio pollo, ho provato a decifrarne i nomi.
Ixaxar, nella prima insegna, sta per Ixaxaar, ossia la Pietra 60 che si vedrà più avanti nella storia, ma perché Pietra 60? Dalle mie ricerche ho trovato, su Reddit, uno scambio tra utenti che esulava totalmente da questo fumetto.
Ixaxaar è il cammino verso il caos, un cammino che allontana da Dio, ma è anche una pietra che reca incisi 60 demoni, è collegata all’apertura delle porte dell’Inferno e – cito testualmente – il suo valore numerico è 333, come Choronzon.
Nell’insegna accanto vediamo qualcosa del tipo Ario’s Place. Ario è stato un presbitero e un teologista berbero, condannato come eretico durante il concilio di Nicea (325) per le sue idee poco in linea col pensiero dominante cristiano.
Senza andare troppo per le lunghe, sfruttando ciò che ho dovuto studiare per l’esame di Estetica in Accademia, ricollego Ario alle dottrine gnostiche che si basavano sull’esistenza degli Eoni e del Demiurgo. Queste dottrine negano la divinità di Cristo e parlano di un Demiurgo creatore del mondo e degli Arconti (chi ha letto The Invisibles di Morrison troverà questo nome molto familiare). Tra gli Eoni ne troviamo uno femminile che, secondo le scritture apocrife, dovrebbe aver donato (sotto forma di serpente) la conoscenza all’uomo sfidando il Demiurgo. Questo Eone femminile si chiama Sofia, proprio come la coprotagonista di Nameless (e come la protagonista di Promethea di Alan Moore, e non è per nulla un caso).
Inutile dire che il tema degli Eoni e delle dottrine gnostiche tornerà più volte nel corso dell’opera, risultando un filone fondamentale.
Ecco, qui credo di aver calcato la mano con il simbolismo ma, nell’insegna di Ario’s Place e in quella successiva vi sono due lettere greche. Sigma e xi. Per sigma non ho trovato nulla ma per xi si parla di valore numerico 60 all’interno del sistema di numerazione greco. Non so cosa voglia dire ma il 60 è il numero della Pietra 60, l’esacontalito, Ixaxaar.

Morrison, in una vignetta, inserisce due pesci morti, infilzati su un galletto segnavento (ma senza galletto), sottolineando il carattere funesto di quel simbolo.
Dice che nun, in ebraico, significhi pesci, ma in realtà è il nun arabo ad avere questo significato, e nun non si può tradurre anche come morte ma come sfortuna.
Dietro i pesci vi è una quantità spropositata di leggende, miti, simbologie e numerologie varie: a partire da Atargatide, la dea siriana resa successivamente Afrodite per gli antichi Greci, metà donna metà pesce. La stessa Afrodite si trasforma in pesce insieme al figlio Eros per sfuggire al titano Tifone. (Tifone salterà fuori spesso nelle mie ricerche, mentre i Titani in Nameless sono coloro che hanno affrontato le divinità, imprigionandone una dentro Xibalba).
I pesci sono raffigurati in coppia, uguali, come due gemelli: come detto prima, un tema ricorrente.
La costellazione dei Pesci si dice sia stata ereditata dai Babilonesi e, avete indovinato, anche i Babilonesi salteranno fuori almeno un paio di volte.
Tornando al Cristianesimo si dice che la nascita di Cristo sia avvenuta orientativamente nel 7 a.C. sotto un fenomeno astronomico particolare: la congiunzione di Giove, Saturno e Marte. Questo fenomeno sarebbe apparso, ai tempi, come la strana e speciale stella di Betlemme.

Ultima cosa da dire circa questa tavola: Nameless parla di Daath, dicendo che significa morte.
In realtà credo si tratti solo di un gioco di parole con Death, perché in realtà Daath è un “non Sephirot”.

Nell’albero sefirotico esistono dieci sfere di cui due verranno più volte citate in Nameless, ossia Malkuth e Yesod. Daath invece è una sfera ombra, che non compare nelle normali versioni dell’albero sefirotico e si colloca nell’unico punto dell’albero in cui non vi sono vie di collegamento. Il suo significato è il vuoto, l’abisso, l’ignoto, non molto dissimile dal salto nel mistero che compirà Nameless durante il suo viaggio nello spazio.
Si dice, infine, che sia la sfera che contiene lo Spirito Santo che, secondo la Trinità, dovrebbe identificarsi con Dio e… leggete la storia e vedrete cosa ci fa Dio in un abisso.
Altro elemento ricorrente, oltre all’albero sefirotico, è quello dei Tarocchi.
Morrison introduce i due argomenti parlando dell’arcano 18 e di Malkuth che finisce su Yesod (quando invece la sfera di Yesod si trova sopra Malkuth, nell’albero sefirotico).
L’arcano 18 è la Luna, e la Luna rivestirà una funzione fondamentale nel finale della storia. Come detto prima, nulla è lasciato al caso.
Malkuth non è nient’altro che il nostro mondo, mentre Yesod è la sfera sefirotica che viene identificata con – guarda guarda – proprio la Luna.
Il ribaltamento tra Terra e Luna, tra mondo fisico e mondo eterico, verrà confermato verso la fine di Nameless, quando verrà introdotto il Qlippoth: l’albero sefirotico sottosopra. La sua versione oscura.

Ho cercato qualcosa sulla Dama velata ma non ho trovato nulla, se non una band metal molto discutibile di nome Black Veil Brides. Non correte ad ascoltarli. Non fatelo!
Sempre nella sequenza di dialogo con la dama velata vediamo la donna parlare del Palazzo dell’Assenzio, probabilmente riferito a The Green Goddess, saggio in otto capitoli di Alisteir Crowley sugli effetti dell’assenzio, composto nell’Old Absinthe House di New Orleans, durante il periodo del Proibizionismo. Crowley difendeva l’assenzio e le sue facoltà allucinatorie.
Inutile dire che Grant è un ammiratore di Crowley e della sua “magia sexualis”.

Morrison unisce poi i quattro elementi ai quattro Arcangeli, ma successivamente parlerà anche della Teoria umorale e dei quattro umori: malinconico, collerico, flemmatico, sanguigno.

Ancora numerologia e altro numero che si ripeterà più volte: il 33.
A parte la facile corrispondenza con gli anni di Cristo, ci sono altri 33 importanti nella storia.
Il 33 Polyhymnia è un asteroide nella costellazione dei Pesci, ma il 33 è anche il più alto grado nel “rito scozzese antico e accettato” della Massoneria (e Morrison è scozzese, figurati se non ne sa nulla).
Sulla barca, sempre nel primo capitolo, Nameless parla degli spazi vuoti, parla dell’antiuniverso, tutti concetti che si esprimono nella Teoria di Tonal e Nagual di Carlos Castaneda, che il pelatone nominerà nelle note alla fine dell’edizione cartonata della sua opera.

La porta di AZ non è la porta dell’Arizona (non è una mia battuta, ahimé) ma si può riferire ad Azathot, un personaggio creato da Lovecraft nei suoi Miti di Cthulhu, una divinità antica che riposa da qualche parte e che, se venisse risvegliata, distruggerebbe il creato (come una divinità imprigionata in un asteroide).
Nelle note Morrison dice che AZ è la dea del caos conosciuta come Lilith, Tiamat, Gorgo e Mormo, e che nel suo aspetto maschile si tramuta in Choronzon, che ho citato prima quando ho parlato della pietra 60, ossia Ixaxaar.

Nel secondo capitolo il simbolismo diventa meno preponderante e Morrison si sofferma di più sulla narrazione, ma c’è anche qui diversa roba interessante.
Marduk viene identificato con il Pianeta 5, che di norma sarebbe Giove.
Chi è Marduk? Marduk è il padre degli dei Babilonesi, quindi come vedete anche Babilonia torna. Marduk viene pertanto chiamato Pianeta 5 al posto di Giove proprio per la similitudine tra i due padri degli dei delle due diverse mitologie.
Marduk, in Nameless, combattè gli dei malvagi e, dal suo sacrificio, si ottenne l’imprigionamento di uno di essi in Xibalba. Nella mitologia babilonese, invece, Marduk imprigionò il drago Tiamat, e Tiamat è anche AZ.
Sì, so che è complicato, ma che pretendete da una storia di Morrison?

Sofia dice che la donna posseduta nella stazione spaziale presentava una trasmissione in tv: caos e cosmo.
Beh, caos e cosmo sono due elementi collegati al Demiurgo delle dottrine gnostiche che tornano, ancora una volta, alla ribalta nell’opera.
Se il Dio cristiano crea dal nulla, il Demiurgo dà forma alla massa informe e caotica, creando l’universo.

Nameless scopre che le strane parole scritte con il sangue da alcuni civili divenuti improvvisamente pazzi (e da un membro dello staff nello spazio) sono in lingua Enochiana.
L’Enochiano è stato inventato tra il Sedicesimo e Diciassettesimo secolo dallo scienziato John Dee, e dovrebbe essere la lingua parlata dagli Angeli, anche se successivamente sarà utilizzata nell’occultismo e nella magia nera.
La prima volta che feci ricerche per Nameless, mesi fa, mi imbattei in strani siti asettici, con sfondo bianco, pieni di parole in Enochiano miste a simboli che sembravano codici html. A parte un pizzico di cagarella e uno strano episodio di poltergeist in casa mia, non trovai nulla di particolare.
Questa volta è andata diversamente. Ho trovato una specie di vocabolario Enochiano, che mi ha permesso, più o meno, di tradurre le varie parole sparse nell’opera. Mi limito a confermare le traduzioni di Nameless circa draghi (elemento ricorrente) e la morte che cade dall’alto (l’impatto imminente dell’asteroide Xibalba sulla Terra).

Fate caso a come i membri della White Valiant sappiano qualcosa di un evento avvenuto tredici anni prima riguardante Nameless. Parlano della casa dei rasoi, dell’omicidio di tredici persone, parlano della morte di… beh, se lo avete letto saprete di che parlo e capirete la geniale circolarità del tempo e la concatenazione delle chiavi di lettura di cui parlavo a inizio articolo.

Non ho trovato nulla sulla chiave di Fa e di Mi, purtroppo, ma ho trovato ovviamente parecchia roba su Xibalba.
Xibalba è l’inferno dei Maya, con le sue sei stanze (tra cui la Casa dei rasoi), ed è il luogo che i due gemelli Hunahpu e Xbalanque (il tema dei gemelli onnipresente) tentano di espugnare per vendicare il padre morto. Il tutto viene raccontato nel Popol Vuh, l’insieme di miti e leggende del popolo Maya.
Leggenda vuole che Xibalba fosse collocato in Guatemala, ma anche nella Via Lattea, e questo rende l’ubicazione dell’asteroide perfettamente sensata secondo le leggende.
Xibalba sarebbe governata da dodici signori (dodici come gli apostoli ma anche come i membri dello staff della White Valiant).

Morrison chiude le note sul secondo capitolo ribadendo ciò che ho detto prima, ossia che Sofia (saggezza) è un Eone donna che si rivolta contro il Demiurgo e dona la conoscenza agli uomini. Il Demiurgo ha un nome, ossia Sabaoth, Yaldabaoth o Samael, il creatore degli Arconti identificato con lo Yahweh Ebraico (il nome Yahweh si troverà successivamente su una parete, scritto con il sangue di un qualche poveretto a caso), e tutti sanno che Yahweh non è altro che il nome ebraico per il Dio dell’antico testamento (che sarebbe anche quello del Nuovo).

Nel terzo capitolo si fa riferimento all’Architettura Brutalista, corrente artistica nata nel 1950 circa, in cui l’utilità prevale sullo stile, anzi si fa stile, e in cui elementi quali tubature e piloni vengono esibiti piuttosto che coperti. Si fa riferimento a Le Corbusier quale esponente del Brutalismo, ma è un altro il riferimento che mi ha fatto battere forte il cuoricino.
Piranesi, un nostro connazionale vissuto nel ‘700: è stato lui a creare le Carceri d’invenzione, una raccolta di sedici incisioni (e io che ho fatto incisioni per tre anni forse sono particolarmente coinvolto emotivamente) che mostrano strutture impossibili e ciclopiche, labirintiche e oniriche (un po’ come la quasi totalità dei luoghi descritti da Lovecraft nei Miti di Cthulhu). Sembra quasi che Piranesi e Le Corbusier abbiano visto nei loro sogni l’eterna prigione dell’asteroide Xibalba e, grazie a essi, abbiano dato origine alle loro opere fondamentali.

Il dio acefalo di cui parla Morrison è Akephalos, identificato con Seth (che si ricollega al tunnel di Set di cui parla Morrison nelle sue note) o Tiphon/Tifone, di cui ho parlato abbondantemente prima.

C’è un momento in cui Nameless sembra entrare in trance e dice qualcosa del tipo “Barat atkial”. Ho trovato solo diversi siti con vecchie notizie e ritagli di giornale stile New York Herald. Strano.
Larry, Moe e Curly, i tre droni, non sono altro che i tre marmittoni (i tre stooges della comicità dagli anni Venti ai Settanta). Non chiedetemi perché li abbia inseriti.
Anche i riferimenti a Harry Potter (storpiato in Eric Potter) non mi convincono.

La porta a forma di nove di spade ha un suo significato nei Tarocchi. Significa incubi, depressione, problemi psicologici, tutti elementi perfettamente sensati in Nameless.
Non trovo però crudeltà, caratteristica attribuita da Morrison all’arcano.

Tornando agli scritti gnostici ho trovato anche i Barbelognostici, un ramo dei Sethiani (Seth ricorrente, uh uh). Barbelos sarebbe la saggezza, ossia l’Eone Sofia che ha affrontato il Demiurgo per dare la conoscenza agli uomini (e Sofia, come sapete, è anche il nome della coprotagonista di Nameless, come ho già detto).
Vi viene per caso in mente, nella produzione di Morrison, una forza saggia e creatrice con un nome simile a Barbelos? Forse dovreste cercare nella serie The Invisibles.

Quando Nameless si risveglia in ospedale trova, sul mobiletto accanto al letto, un biglietto di auguri di pronta guarigione da parte di “papà”.
Chi è il padre di Nameless? In molti non se lo sono chiesto, tanti non lo hanno capito. I più svegli ci sono arrivati. Di sicuro non ve lo dirò io.

Quarto capitolo e iniziamo con una battuta che mi ha fatto ridere.
«Alleluja.» «Piovono uomini.» Il riferimento alla canzone It’s raining men delle Weather Girls, reinterpretata poi dalla ex Spice girls Geri Halliwell è chiaro. L’ho pure canticchiata mentre la leggevo, ma credo che questo dettaglio c’entri poco con l’articolo.

Morrison parla di un fantomatico sogno dell’astronauta. Mi ha incuriosito al punto da cercare in giro e ho trovato un video in cui un’astronauta britannica raccontava la sua esperienza nello spazio attraverso scene virtuali in movimento. Ve lo consiglio e linko qui.

Una voce chiusa in balloon rettangolare nero dice «viziata schifosa rauch».
Rauch sta per Spirito Santo in ebraico, ma letteralmente sarebbe respiro, soffio vitale, aria.
In pratica la creatura che parla dice una specie di bestemmia. Che carino.
Sulla Teoria umorale ho già detto tutto prima. Bilioso, collerico, flemmatico, sanguigno.

Ora arriva una parte interessante, cioè la sequenza di Sofia dallo psicologo.
A una prima lettura non ci ho fatto caso ma, facendo attenzione alle immagini, agli sfondi soprattutto, ho potuto notare per l’ennesima volta la grandezza visionaria di Grant.
Ci sono solo sei vignette per la seduta psicanalitica. Nella prima è tutto normale, vediamo il classico ufficio di uno psicologo. Nella seconda si nota come se la carta di parati nell’angolo della stanza si scollasse lasciando intravedere una superficie blu acceso. Nella terza vignetta i cerchi sul tappeto sembrano diventare occhi puntati su Sofia, e lo stesso vale per i bottoncini del divanetto su cui è coricata la ragazza. Nella quarta vengono uniti l’elemento degli occhi fissi e della carta da parati mossa per mostrare un altro sfondo. Nella quinta vignetta è il soffitto a cedere strutturalmente lasciando il posto al blu e alle strane facce, probabilmente di stampo Maya. Nell’ultima vignetta la stanza dello psicologo crolla su se stessa, come se fosse solo una quinta teatrale, una finzione. Inquietante.

Di nuovo i Tarocchi, in questo caso gli Amanti, il Mago, il Carro, e la Giustizia. I loro numeri però non corrispondono a quelli reali.
Gli Amanti sono indicati col numero 17 quando in realtà sarebbero l’arcano 6.
Il Carro è indicato col numero 18, quando sarebbe il 7.
Il Mago col 12, quando sarebbe l’1 e la Giustizia col 31 quando sarebbe l’arcano 20.
Come vedete aumenta ogni arcano di 11.
Morrison fa questo per indicare una sorta di Tarocchi oscuri, al rovescio, rifacendosi al concetto di Qlippoth, l’albero sefirotico oscuro sottosopra.
Nelle note Grant dice di aver accostato la carta degli Amanti al dio Babilonese dalla testa di maiale Chozzar, identificato con Choronzon, già nominato più volte.

Nel quinto capitolo, nello studio del medico in cui il dottore conversa con Nameless, vediamo un poster appeso al muro contenente un albero sefirotico fatto di organi umani.

Passando alla lunga sequenza nella Casa dei rasoi si rivedono diversi elementi accennati in precedenza. Dalla storpiatura di Harry Potter in Eric Potter al luogo chiamato Nan Madol, dal dio murena Nan Samwhol al quinto pianeta (Giove o Marduk) collegato alla lotta tra Titani e dei Estranei. Si ritorna a parlare di universo B o antiuniverso gemello oscuro del nostro e della lingua Enochiana, dei due gemelli Hunahpu e Xbalanque di Xibalba, del numero 12 (più uno, nel caso degli Apostoli più Cristo, o dello staff della White Valiant più Paul Darius).
Rivediamo anche Ixaxaar, la Pietra 60 o esacontalito.
Ritroviamo anche lo psicologo di Sofia, nelle vesti di medico di Nameless, e la Dama velata nella sua casa calda.

Ultimo capitolo, il viaggio e la ricerca stanno finendo.
Nella prima tavola si vede un palcoscenico, forse un programma televisivo. Il suo nome è Zed.
Zed (o Djed) è il nome della spina dorsale di Osiride, dio dei morti ucciso da Seth.
L’io incapsulato nella pelle di cui fa cenno Morrison non è scritto da Ram Dass, il cui vero nome è Richard Alpert, ma da Alan Watts.
Ram Dass (servo di Dio) è uno psicologo statunitense che ha condotto studi sull’LSD e sulle sostanze psichedeliche, che nel ’67 si è trasferito in India presso il guru hindu Maharaji. L’India, la meditazione e le droghe sono elementi molto comuni nella produzione di Grant Morrison.

Nel dialogo con la Dama velata Nameless parla ancora in Enochiano, ma la traduzione ci viene data molto prima, quando per la prima volta Nameless interpreta le parole della donna posseduta nella base spaziale.
Anche l’Appeso, il Mondo, la Morte e la Torre hanno dei numeri diversi dagli originali Tarocchi, 23 invece di 12, 32 invece di 21, 24 invece di 13, 27 invece di 16. Solo l’Imperatore non segue questo schema.

A tavola tre Nameless incrocia il dito medio e l’anulare mentre la Dama velata dice che il segno di voor non serve a nulla. Il segno di voor serve a difendersi da incantesimi lanciati ai propri danni, e credo sia un po’ l’antenato del segno delle corna che facciamo in Italia per scongiurare il malocchio.
Il sole nero di cui parla Nameless mentre prova a staccarsi gli occhi riporta a un simbolo esoterico usato dai nazisti, ma di cui ho trovato poco, se non un riferimento a un’altra storia di Morrison, Zenith.
Ps. Leggere “sole nero” mi ha fatto anche molto ridere, ma questa la capiranno in pochi.

Namu amida butsu è un mantra buddista che Nameless ripete mentre gli astronauti posseduti lo tengono fermo, una sorta di preghiera.

Al termine della storia vediamo un sacrificio simile a quello di Marduk per distruggere gli dei estranei. Il mondo è salvo. Una specie di lieto fine suggellato dalle parole della dama velata, ottimiste e stranamente positive visto il tenore della narrazione fino a quel momento.

Nameless è finito, la mia ricerca è finita. È stato un lavoraccio ma qualcuno doveva farlo, e sono soddisfatto perché penso di aver aggiunto qualche tassello per meglio comprendere i vari elementi della storia. Morrison ne ha spiegati alcuni tacendone altri, nelle famose note alla fine del cartonato.

Cosa rimane da questo lungo viaggio?
Morrison in Nameless ha unito miti e leggende di luoghi e tempi lontani, trovando spesso e volentieri un filo conduttore, come se ogni religione avesse una base comune (la prima religione unica da cui derivano tutte le altre, quella Animista secondo alcune teorie).
Ha cercato di ricreare i miti di Cthulhu senza usare Cthulhu (al contrario di Alan Moore che ha scritto probabilmente l’omaggio definitivo al filone principale di Lovecraft con Providence) e in parte pare esserci riuscito.
Se dal punto di vista della documentazione e della tecnica di montaggio e di narrazione non posso che togliermi il cappello, penso ancora che Nameless sia più un manifesto che una storia con un messaggio.
È un manifesto di Grant Morrison, della sua immensa cultura, dei suoi gusti, dei suoi temi ricorrenti e del suo britpop martellante (citazione di un amico).

In Italia non sembra ancora aver attecchito, Nameless, ma in America sembra essere già un piccolo cult, con tanti articoli e recensioni, innumerevoli domande su piattaforme come Reddit e addirittura un paio di brevi composizioni musicali che allego qui sotto.
Spero che questo articolo servirà a spingere qualcuno a fare ulteriori ricerche, a studiare più a fondo ciò che legge, a considerare il fumetto tutt’altro che semplice intrattenimento o lettura da gabinetto. Il fumetto può essere anche quello, ma volete mettere con un prodotto cool e nel frattempo tanto stratificato come Nameless?
Sarete stanchi, ora, con tanta roba in testa e con qualche strumento in più per giudicare questa fatica dello scozzese calvo, che personalmente ringrazio per questo grande fumetto. Vi lascio dunque con queste due brevissime ma interessanti composizioni musicali chiamate Xibalba e Ziron Trian Ipam Ipamis.

Airboy, una meta-recensione

Quando il buon Maurizio ci ha proposto una recensione di Airboy, il nuovo volume targato saldaPress, non ho saputo resistere. Il fatto è che con James Robinson, scrittore di questa miniserie così insolita, ho una strana storia.

La prima volta che sentii parlare di James Robinson, il mio cervello partorì un’immagine mentale ben precisa:

Indovinate perché…

Ho creduto che Robinson fosse un giovane di colore per diversi anni: probabilmente per tutta la durata del suo capolavoro, quello Starman che fu pubblicato dalla Play Press in volumi smontabili. Fu la diffusione di Internet a risvegliarmi dal mio sonno della Ragione, quando vidi per la prima volta la sua foto e mi accorsi che somigliava più a Richie Cunningham.

Detto questo, scrivere una recensione di una sua opera, qualsiasi fosse, mi sembrava un buon modo per fare ammenda per la mia confusione mentale. Pensavo che avrei potuto dipingere Robinson per quello che le sue opere di maggior pregio sembrano farci pensare di lui: un raffinato scrittore amante della letteratura e dell’antiquariato, una specie di Neil Gaiman hipster.

Anche stavolta mi sbagliavo alla grande, il che dimostra che, in primo luogo, ho guardato troppa TV negli anni ’80 e, in secondo luogo, sono un idiota.

Leggere questo Airboy è stato un po’ come guardare un documentario su una delle tue rockstar preferite, soltanto per scoprire che nella vita è un tizio banale come il vicino di casa. Robinson non passa le sue giornate a sorseggiare tè davanti a un buon libro di letteratura inglese dell’800: è piuttosto un tossico e alcolizzato, che è giunto a un punto della sua carriera di scrittore di fumetti in cui rischia di sparire del tutto.

Quando Eric Stephenson, editor in chief della mai troppo osannata Image, gli propone di scrivere qualche pagina su un eroe Golden Age divenuto di dominio pubblico, Robinson inizia una sorta di trip onirico assieme al disegnatore Greg Hinkle in cerca dell’ispirazione (che evidentemente deve essere nascosta molto a fondo in una bustina di cocaina). Nello svolgersi della loro vacanza nel Paese delle Meraviglie, i due incontrano proprio Airboy e la sua ghenga di assi dell’aviazione.

Ora, leggere il fumetto nell’edizione saldaPress è stato un po’ come bere un bel bicchier d’acqua: scorre giù che è una bellezza, il che è molto più di quanto si possa dire della maggior parte dei fumetti pubblicati oggi. Ma recensirlo? Quello sì che non mi riusciva.

Ho rimuginato questa recensione per settimane, andando al lavoro, lavorando, tornando dal lavoro. Ho rischiato tre volte di lasciare mio figlio a scuola, e per due volte mi si è scotta la pasta, mentre mi si torcevano le budella nella consapevolezza che questa recensione proprio non mi veniva. I facili paragoni con il metafumetto di Animal Man e di John Doe avrebbero solo dimostrato che non avevo un parere originale da dare su Airboy; i riferimenti al film Il ladro di Orchidee me li aveva bruciati Robinson stesso nella prefazione.

È strano come la semplice difficoltà a scrivere un pezzo di critica su un fumetto possa portarti a mettere in discussione un sacco di cose. A che pro sforzarmi di scrivere questa recensione? D’accordo, me l’ha chiesto Maurizio; tra l’altro per scriverla io l’ho tolta ad altri che, magari, chissà, avrebbero da dire cose più intelligenti. E poi, insomma: perché la recensione dovrebbe essere intelligente? Chi la leggerà mai? Airboy non è certo quel tipo di fumetto che smuove le masse: che io dica che è un capolavoro, o una ciofeca, venderà quel tanto che basta per (spero) non mandare la saldaPress in perdita.

E perché non scrivere una cosa semplice e generica, come la stragrande maggioranza delle recensioni online? Vi confesserò il segreto: tutta quella roba è lì soltanto perché, su Internet, bastano due giorni senza aggiornamenti perché il tuo sito sia dato per morto e sparisca dai preferiti di chiunque. Piuttosto che morire, preferiamo tutti scrivere quattro parole di circostanza per dire che siamo ancora qui, cliccateci.

Pure se non ci guadagniamo niente, cliccateci.

E pure se non ci cliccate: fanculo, io scrivo su una testata online di critica. Ho anch’io la mia fetta di visibilità.

Bah, la verità è che avrei voluto scriverli, i fumetti, come Robinson, ma non mi ci sono mai messo. Ho passato troppo tempo a cazzeggiare, nella mia vita: è un miracolo che sia riuscito ad arrivare dove sono, figurarsi se mi sarei mai sottoposto a tutto quello sbattimento. Avrei amato anche pubblicarli, come il buon Ciccarelli, ma è infinitamente più facile, più comodo, e assolutamente meno rischioso parlarne bene o male comodamente seduto nel salotto di casa e nascosto dietro a una tastiera.

Se siete arrivati fin qui, arriverete anche alla fine di Airboy; scoprirete che James Robinson non è nero e non sorseggia tè. Forse vi verrà voglia di recensirlo, e forse ci riuscirete meglio di quanto abbia fatto io. Ma lasciate che vi dica una cosa: se non avessi letto Airboy, adesso sarei un po’ meno consapevole del perché scrivo su Dimensione Fumetto; e se la consapevolezza di sé rende le persone migliori, beh, allora Airboy mi ha reso una persona migliore.

Poteva andarmi peggio, no?

Plutona – una recensione archetipa

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Plutona, per la penna di Jeff Lemire, matite di Emi Lenox e colori di Jordie Bellaire.

Una premessa, as usual

Se ci si riflette un attimo si scopre che non ci vuole granché per scrivere delle storie che piacciano.

Prima che scatti il linciaggio, però, lasciatemi spiegare. Non dico che ci vuol poco a diventare un buon scrittore, dico proprio che non ci vuole granché per scrivere delle storie che piacciano.

È che il nostro cervello è un organo incredibilmente complesso, composto da circa 100 miliardi di neuroni che se li metti tutti in fila arrivi sulla Luna. Il numero di collegamenti tra i neuroni (che è poi quello che conta) è così grande e vario e può ottenere effetti così diversi che cloniamo topi a partire dalla coda, ma di capire bene come funzioni la mente non se ne parla.

Vi presento Hans Delbruck

Vi presento Hans Delbruck

Un organo così affascinante, così profondo, così misterioso, e così incredibilmente scemo che basta uno stupido ritornello per mandarlo in tilt. Avete presente, no? Quelle canzoncine di tre o quattro note e testi dementi che però occupano le sinapsi per giorni, mesi e anni. È un effetto che gli scienziati chiamano “la sindrome Claudio Cecchetto” (non è vero, ma potrebbero farlo davvero).

Bene, con le storie è uguale. Ci sono una manciata di storie fondamentali che ci mandano in pappa il cervello.

Elencarli tutti sarebbe difficile, ma prendete qualsiasi storia sia resistita più di un annetto nella memoria culturale, e potrete con sicurezza trovare:

l’amore contrastato;

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il bene piccolo e indifeso che sconfigge un male soverchiante;

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il viaggio verso casa pieno di peripezie;

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il figlio che deve sostituire il padre;

Se qualcuno prova ad arrabbiarsi per lo spoiler lo vado a cercare sotto casa

Se qualcuno prova ad arrabbiarsi per lo spoiler lo vado a cercare a casa

lo sfigato che scopre di essere un prescelto.

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Il 99% di questi archetipi capaci di attrarre il cervello come il miele con le mosche è nato in tempi preistorici; cioè, praticamente nel momento in cui è nato il cervello umano così come lo conosciamo.

Ma c’è un archetipo che è nato negli ultimi decenni e che oggi ha un seggio accanto a tutti gli altri, giovane cronologicamente ma già grande.

(A pensarci bene tutto questo preambolo è un archetipo. Dannazione.)

Di che parliamo? Ma ovviamente, di loro:

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Stiamo parlando del gruppo di preadolescenti dei sobborghi che vive un’avventura straordinaria. Un archetipo che soltanto apparentemente sembra sciocco, confrontato agli altri; e che invece fa leva su interruttori potentissimi nel nostro stupido cervello: la nostalgia per la gioventù, la cerchia di amici delle medie, i giochi a far finta di essere gli esploratori. Questa è roba seria. Lo sapeva Spielberg, lo sapeva Stephen King quando ha scritto quel capolavoro assoluto che è It, e lo sa anche Jeff Lemire, che ha voluto tentarne una variante in questo Plutona, miniserie di cinque albi per la Image Comics, che sta per uscire in volume per i tipi della Bao Publishing.

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Archetipi, archetipi, archetipi!

Lemire, come fanno un sacco di scrittori in America quando vogliono assicurarsi che la loro idea venga pubblicata, ambienta la sua storia in una scenografia supereroistica, giusto per vedere cosa succede. Si sceglie una disegnatrice dal tratto pop e deliziosamente pupazzoso, Emi Lenox, abbassa la testa e dipinge un gruppo di Peanuts troppo cresciuti alle prese col cadavere della più grande supereroina vivente, Plutona.

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Quello che colpisce, in primo luogo, sono la ormai assodate capacità di Lemire di creare personaggi credibili, e di immergerli in una storia costruita con maestria. Plutona è sì una variazione su un tema che ormai conosciamo come le nostre tasche, ma non è forse così quasi sempre?

I suoi personaggi sembrano voler saltare fuori dalla pagina, sedersi accanto a noi e raccontarci di come quello che leggiamo sia davvero possibile. Intendiamoci, però: gli attori della commedia ci sono tutti, con minime variazioni. La sovrappeso insicura, la relazione d’amicizia da manuale con la personalità preponderante e quella gregaria; il ragazzo disadattato e nerd che ha perso la mamma; il teppistello dal cuore d’oro; la storiella d’amore; i messaggi sul cellulare e i riferimenti alla cultura giovanile sono tutti lì, come presi da una cassetta degli attrezzi condivisa.

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Ma Lemire è un cuoco sopraffino, di quelli che sanno usare gli ingredienti della cucina povera, e la gran parte del banchetto scorre senza intoppi, liscia come olio di bruschetta. La variazione sul tema è ben riuscita, l’elemento supereroistico si mischia con l’archetipo in un dosaggio quasi perfetto, in salsa noir.

Quasi, appunto. Se vogliamo fare una critica a questo Plutona è che la premessa del fumetto, la realisticità dei personaggi e della situazione, a dispetto dell’elemento fantastico, cede il passo a una conclusione che sembra rompere la magia. È difficile scriverne senza rischiare di rovinare l’effetto di una miniserie che comunque lavora sulla creazione di un climax; in questa sede ci limiteremo quindi a notare come sia proprio il finale a rovinare l’archetipo trasformandolo in uno stereotipo.

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Non un peccato di minor conto, ma che non ci rovina il piacere di aver letto un’opera che per la maggior parte del suo svolgimento coinvolge e sorprende.

Lasciateci concludere con delle istruzioni per l’uso, dunque: mangiate Plutona a piccoli morsi, una storia alla volta, magari a distanza di un giorno. Lasciate che il climax si spalmi nel tempo, permettetevi di sentire la mancanza di quei ragazzi e concedetevi il privilegio di aspettare di poterli ritrovare, come quando ci si saluta la sera con dei buoni amici sapendo che li si rivedrà l’indomani.

Così facendo potrete gustare questo fumetto al massimo delle sue possibilità; e se poi il finale a voi, come al sottoscritto, avrà lasciato l’amaro in bocca, non crucciatevi: non tutte le storie finiscono come vorremmo.