Il grande sogno di Maya

Il grande sogno di Maya è mangiare cioccolato

Se c’è una caratteristica che evidenzia la grande capacità dei giapponesi di rendere veramente popolare la loro cultura pop è che sanno come venderla. Ad esempio, fra i fumetti giapponesi e quelli del resto del mondo c’è più o meno la stessa proporzione di belli e brutti, interessanti e noiosi, per bambini e per adulti, comici e drammatici, eppure in Giappone veramente tutti li conoscono e soprattutto li leggono, così che lì i personaggi dei manga diventano popolari come lo sono negli Stati Uniti i personaggi televisivi. Inoltre, e questo è proprio peculiare del Sol Levante, i fumetti si usano: lungi dall’essere considerati intoccabili opere d’arte, gli editori giapponesi non rifiutano ai loro titoli legami commerciali a volte anche eccentrici pur di aumentarne la popolarità. Questo è esattamente quello che è successo per uno dei manga più celebri, longevi e influenti di sempre: La maschera di vetro di Suzue Miuchi, noto in Italia come Il grande sogno di Maya nel suo adattamento televisivo animato a cui lavorò il grande Shingo Araki.

La sigla italiana del cartone animato de Il grande sogno di Maya cantata da Cristina D’Avena. Leggende metropolitane raccontano che eseguire il balletto di Maya produca macumbe di sicuro effetto.

In occasione di San Valentino, che (come ben sa ogni fruitore di entertainment giapponese) è un giorno festeggiato con riti sociali di offerta e risposta, la catena di grandi magazzini giapponesi Takashimaya ha organizzato nei suoi punti vendita una fiera del cioccolato svoltasi da fine gennaio al 14 febbraio. Oltre a vendere cioccolato di produzione nazionale e internazionale (fra cui quello finto italiano di Francesco Bellissimo e quello vero italiano della Majani), la fiera è stata caratterizzata dalla partnership totalmente illogica con La maschera di vetro, un fumetto sì celeberrimo, ma che non parla né di San Valentino né d’amore e nei cui 49 volumi probabilmente la parola “cioccolato” non è presente nemmeno una volta. Questo però è del tutto irrilevante per le logiche commerciali giapponesi, che in maniera sottilmente geniale tendono proprio a mettere insieme ambiti commerciali diversi, così che il pubblico dei rispettivi prodotti venga a conoscenza dell’altro e, in questa maniera, ne diventi un consumatore. Logiche che funzionano, e anche molto bene.

Poster della fiera del cioccolato di San Valentino "Amour du Chocolat!" ai grandi magazzini Takashimaya di Okayama.

Ecco il poster della fiera del cioccolato di San Valentino Amour du Chocolat! (il titolo è in francese perché ai giapponesi piace usare il più possibile lingue straniere a casaccio). Dato che lo spazio è interamente preso dai personaggi, sembrerebbe ragionevolmente un evento de La maschera di vetro, e invece.

Fiera del cioccolato di San Valentino "Amour du Chocolat!" ai grandi magazzini Takashimaya di Okayama.

Eccoci nel sud del Giappone nei grandi magazzini Takashimaya di Okayama all’ottavo piano (cioè settimo), che è l’ultimo piano e come tutti gli ultimi piani di tutti i punti vendita Takashimaya è sempre un ampio spazio privo di negozi così che possa ospitare eventi temporanei. Nonostante la partnership con La maschera di vetro, la fiera non aveva assolutamente nulla in comune con il fumetto della Miuchi: semplicemente, tutta la grafica (poster, volantini, catalogo, striscioni, materiali sulle bancarelle, nomi degli espositori, cartelli vari, videoclip promozionale, eccetera) sfruttava le immagini dei personaggi del manga. Il banale stratagemma è stato più che sufficiente per attirare il pubblico otaku.

Pannelli de "La maschera di vetro" alla fiera del cioccolato di San Valentino "Amour du Chocolat!" ai grandi magazzini Takashimaya di Okayama.

Giusto per quei quattro gatti che non conoscono La maschera di vetro, ai pilastri erano appesi dei pannelli riassuntivi di trama e personaggi: utili per il neofita e commoventi per il fan. Per i succitati quattro gatti: La maschera di vetro racconta la storia di Maya che brucia di passione per la recitazione e vuole diventare una grande attrice; nella strada verso la gloria sarà aiutata e al contempo ostacolata da tre personaggi ricorrenti, ovvero la sua maestra Chigusa Tsukikage, la sua rivale Ayumi Himekawa, e il produttore artistico Masumi Hayami.

Cartonati de "La maschera di vetro" alla fiera del cioccolato di San Valentino "Amour du Chocolat!" ai grandi magazzini Takashimaya di Okayama.

C’erano poi dei contentini per i fan del fumetto assolutamente inutili, ma più che sufficienti per risvegliare la loro felicità, tipo questi cartonati a dimensione originale dei personaggi piazzati sui pilastri.

Cartonato della signora Tsukikage alla fiera del cioccolato di San Valentino "Amour du Chocolat!" ai grandi magazzini Takashimaya di Okayama.

Ovviamente il signor Maiale non ha perso l’occasione per farsi una foto con il suo mito, l’immortale signora Tsukikage che ormai ha un piede nella fossa da 40 anni (il fumetto iniziò nel 1976) ed è sempre lì lì per tirare le cuoia, eppure non crepa mai.

Video promozionale alla fiera del cioccolato di San Valentino "Amour du Chocolat!" ai grandi magazzini Takashimaya di Okayama.

Un televisore trasmetteva video in cui le qualità dei cioccolatini erano decantate da baloon in stile fumetto o da vere vignette de La maschera di vetro a cui veniva cambiato il testo originale, com’è successo alla celeberrima splash page dei manjuu (arrivata seconda nella classifica delle scene più famose del manga). Mentre sta recitando in un dramma, Maya a un certo punto deve mangiare dei manjuu (polpette dolci tradizionali giapponesi), ma le sue compagne cattive sostituiscono le polpette dolci con polpette di terra, però Maya è così brava che nonostante lo schifo di mangiare la terra divora i finti manjuu a quattro palmenti per non uscire dal personaggio di fronte al pubblico. Alla fiera Amour du Chocolat! c’era la vignetta di Maya che divora i manjuu di terra, ma nel baloon il testo originale è stato cambiato in qualcosa tipo «Yum, che buono questo cioccolato!». È il tipico atteggiamento dei giapponesi: scherza coi fanti e pure con i santi, tanto non essendoci i santi ci si può permettere di ironizzare su tutto, proponendo persino variazioni religiose. D’altronde non è nemmeno la prima volta che La maschera di vetro viene parodiata, anzi: nel 2012 per reclamizzare l’uscita del 48esimo volume furono realizzati dei poster in cui attori comici interpretano scene celebri del fumetto (fra cui quella dei manjuu di terra), e nel 2013 uscirono degli ONA con un umorismo ai limiti del nonsense.

Cioccolatini abbinati ai personaggi de "La maschera di vetro" alla fiera del cioccolato di San Valentino "Amour du Chocolat!" ai grandi magazzini Takashimaya di Okayama.

Dovendo mettere insieme due cose che non c’entrano nulla come il cioccolato di San Valentino e La maschera si vetro, i giapponesi si sono inventati tre stratagemmi geniali (geniali = ottimi per fare soldi). Il primo è un metodo molto comune che consiste nell’abbinamento di varianti del prodotto con i vari personaggi. È una tecnica che i fan di tanti cartoni animati conoscono bene: basti pensare a Neon Genesis Evangelion che ogni volta che si lega ad aziende di occhiali, scarpe o collanine, sforna variazioni stilistiche dello stesso prodotto in base alle caratteristiche di Shinji/01, Rei/00, Asuka/02 eccetera. Qui gli abbinamenti sono del tutto pretestuosi: a quanto pare a Maya piace il cioccolato bianco e al latte, ad Ayumi quello fondente ed extra-fondente, e allo spietato affarista Masumi Hayami i cioccolatini a forma di rosa (soprattutto viola come i suoi fiori).

Prime tavole dell'episodio fuori serie "Il metodo dell'amore" del fumetto "La maschera di vetro" nel catalogo della fiera del cioccolato di San Valentino "Amour du Chocolat!".

Il secondo stratagemma, molto meno comune e quindi molto apprezzabile, è quello di dare un senso quanto più possibile artistico agli abbinamenti commerciali. In questo caso, la maestra Miuchi ha disegnato apposta per la fiera un episodio autoconclusivo de La maschera di vetro la cui prima metà è nel catalogo cartaceo e la seconda metà è accessibile tramite l’applicazione per smartphone di Takashimaya. La storiella è totalmente pretestuosa e irrilevante ai fini della serie, tanto più che (come sa chi legge il fumetto) negli ultimi volumi sono successi velocemente dei colpi di scena molto importanti che hanno modificato fortemente la trama che fino a quel momento proseguiva monotona da anni. Comunque, nell’episodio speciale la signora Tsukikage propone a Maya e Ayumi l’ennesima prova per scegliere chi delle due interpreterà il capolavoro leggendario La dea scarlatta: la prova si chiama Il metodo dell’amore e consiste nel preparare cioccolatini di San Valentino. Ed ecco la genialità commerciale della cosa: i cioccolatini a cui sono state abbinate Maya e Ayumi sono proprio quelli che le due realizzano nel fumetto, così che l’episodio non è un banale spot pubblicitario di prodotti già esistenti, ma bensì ne ha inventati di nuovi.

Cioccolatini dei personaggi de "La maschera di vetro" alla fiera del cioccolato di San Valentino "Amour du Chocolat!" ai grandi magazzini Takashimaya di Okayama.

Terzo e ultimo stratagemma: spremere i fan come limoni, ma con classe, cioè tentandoli con qualcosa di bello e desiderabile. Spendendo almeno 10’000 ¥ (circa 80 €) alla fiera, si poteva partecipare all’estrazione del volume in edizione limitata in 1’000 copie Il metodo dell’amore in cui è raccolta l’intera storia breve fuori serie in una bella edizione di lusso. Per chi non poteva spendere tanto, erano disponibili in fiera gadget ancora più appetibili (al palato): i veri cioccolatini fatti a mano di Maya, Ayumi e Masumi, sui 15 € la confezione da quattro pezzi.

Cioccolato artigianale giapponese e statua di cioccolato di San Valentino alla fiera "Amour du Chocolat!" dei grandi magazzini Takashimaya di Okayama.

D’altronde quando si parla di cioccolato artigianale giapponese c’è sempre da aspettarsi il piccolo capolavoro, come nei cioccolatini fatti a mano a forma di animali o di pianeti, per non parlare delle confezioni sempre curate di latta o di cartone con dettagli carini tipo gli onnipresenti micini. Bonus per i filologi e i fan dei giochi di parole: alla fiera del cioccolato di San Valentino, c’era un San Valentino di cioccolato (che il bimbo nella foto ha toccato e slinguazzato ripetutamente).

Cosa può esserci di più romantico del regalare alla persona che si ama una bella scatola di cioccolatini artigianali fatti a mano? Se poi quel cioccolato è abbinato a una serie infinita, immortale e immarcescibile come La maschera di vetro, ecco che diventa un augurio per una lunga storia d’amore di cui non si veda la fine. Buon San Valentino a tutti i lettori di fumetti del mondo!

Benvenuti in Giappone 02 – Interno & esterno

La storia del genere umano ci insegna che i conflitti non avranno mai fine in un interminabile ciclo di corsi e ricorsi definiti dalle peculiarità dei popoli. Di queste peculiarità, la più forte è forse la religione dato che si propone di dare un senso a tutto quello che esiste (al contrario della scienza che vuole darne una spiegazione), e proprio perché si occupa di tutto quello che esiste la religione occupa un posto principale nella mentalità di un popolo. Non fa eccezione quello giapponese, dove la tradizione religiosa ha forgiato il pensiero di generazioni.

Se però in Occidente le grandi religioni monoteiste hanno influenzato le genti con la loro presenza del divino, in Giappone è stata la sua non presenza a caratterizzare le abitudini degli abitanti, tant’è vero che una buona parte degli stereotipi e dei modi di fare dei nipponici sono spiegabili dalla frase:

In Giappone Dio non c’è quindi nessuno vede il tuo dentro, ma tutti vedono il tuo fuori.

Per quanto possa sembrare spiazzante, a ben vedere questa è quella che, parlando di Giappone, è la risposta alla domanda fondamentale sulla vita, l’universo e tutto quanto.

Sette dèi della Fortuna.

Gli Shichifukujin, letteralmente “Sette dèi della Fortuna”, sono citati in molte opere come Lamù, mentre in altre come Yu degli spettri e Abenobashi sono presenti le Quattro bestie sacre.

La tradizione religiosa giapponese, ovvero lo Shintou “via del divino” (dove con «via» si intende “percorso iniziatico”, esattamente come il kendou è la “via della spada”) contempla un esteso pantheon di divinità che hanno le proprie storie e i propri intrecci narrativi esattamente come il pantheon degli antichi greci-romani, ed esattamente come per gli antichi greci-romani queste divinità se ne stanno in cielo o in mare o nei boschi e hanno un comportamento umano con umani vizi & virtù e non interferiscono con la moralità degli esseri umani, cioè non vedono dentro il cuore degli esseri umani, cioè per i giapponesi l’essere umano è libero dal giudizio divino. Questi vuol dire che mentre la caratteristica principale del dio delle religioni monoteiste occidentali è proprio il suo essere trascendente e immanente insieme, gli dèi giapponesi sono solo trascendenti e non bisogna rendere conto loro di nulla. Invece, ed ecco il nocciolo della questione, è agli altri che bisogna rendere conto, perché gli altri mi vedono e mi giudicano. Nessuno vede il mio aspetto interiore, ma tutti vedono il mio aspetto esteriore.

Ponyo e Sosuke in barca.

Ponyo e Sosuke salpano verso la morte, stando all’interpretazione alternativa del film.

L’assenza di Dio, di religioni oppressive e di chiese-marionettiste sembrerebbe il sogno di John Lennon, un mondo senza religioni, e invece paradossalmente la mancanza di un dio superiore con cui confrontarsi ha impedito quel processo storico per cui i cristiani, gli ebrei e gli islamici si sono riconosciuti tutti inferiori a Dio e quindi tutti suoi figli, tutti fratelli, tutti uguali. Che poi questa idea sia costantemente disattesa da continue guerre è palese, ma almeno il concetto c’è. In Giappone invece non c’è un dio sotto il quale tutti gli uomini sono uguali, anzi le diseguaglianze sociali sono terribili e la legge non è uguale per tutti (proprio nel senso forense dell’espressione), il che si è trasformato nei secoli in una ripidissima piramide sociale come in Occidente non si vede dai tempi dei vassalli, valvassori e valvassini. Eppure, l’assenza di un dio a cui rivolgere le proprie grida di dolore ha forgiato la popolazione giapponese alla resistenza a tutto. Se prima le scene post-tsunami nel film Ponyo sulla scogliera mi sembravano assurde e ridicole, con tutte quelle persone sulle navi tutte festanti nonostante avessero appena subito una catastrofe, oggi realizzo che non sono poi così distanti dalla realtà giapponese: i nipponici hanno questo modo di reagire davanti ai problemi con la parola shouganai che letteralmente vuol due “non c’è rimedio”, ma che si usa per dire “eh pazienza” o “che ci vuoi fare” o “ormai è andata così”.

Inutile stare a piangere, e non lo fanno: durante le alluvioni a Ibaraki dello scorso settembre, delle migliaia di sfollati visti in tv non c’è n’era uno che è uno che versava una singola lacrima. Anche gli anziani che avevano perso tutto, la casa, la terra, i ricordi di intere generazioni, al massimo raccontavano quanto si erano impauriti e preoccupati di riuscire a sopravvivere, ma non erano disperati, non piangevano gridando pietà a un dio e in generale tutti erano già nello spirito di rimboccarsi le maniche e ricostruire. La forza d’animo dei giapponesi è straordinaria, sono dotati di una tempra incredibile e di una volontà fuori dal comune, come i molti fumetti e cartoni animati sportivi mostrano da decenni: gli allenamenti disumani dei personaggi di Mimì e la nazionale di pallavolo o della Signorina in Punta al Top! GunBuster forse non vengono eseguiti davvero dai ragazzi giapponesi (o almeno lo spero per loro), ma sono un riferimento narrativo di primaria importanza per la formazione morale esattamente come lo sono le fiabe in Europa. Da questo punto di vista il culmine dell’insegnamento è dato da Tommy, la stella dei Giants, risalente al 1966 eppure ancora notissimo per l’incredibile e stoica tenacia con cui il protagonista affrontava i più duri allenamenti sotto la neve o indossando telai di molle per rendere più difficili i movimenti e fortificarsi, nonché per essere l’anime dove è stato inventato il cosiddetto chabudaigaeshi o table-flip, cioè l’azione di ribaltare il tavolino a causa di un improvviso accesso di rabbia come viene fatto dal padre di Tommy, e che in Giappone è diventato ormai così proverbiale e così noto da aver generato anche un campionato di ribaltamento del tavolino.

Non sono poi solo gli sportivi a impegnarsi al massimo: il tema del dare tutto sé stessi (evidentemente perché non c’è un dio che ti aiuta) è tipico anche degli shoujo manga, cioè dei fumetti per ragazze, rappresentato in pieno da Maya Kitajima, la protagonista de La maschera di vetro – Il grande sogno di Maya in sequenze impressionanti/deliranti come la preparazione al ruolo teatrale di una immobile bambola di porcellana per il quale Maya si riveste di una corazza di taglienti bambù così da impedirsi i movimenti.

Tommy in imbracatura.

Tommy is not amused.

Siccome in Giappone non c’è Dio, fino a prova contraria nessuno conosce veramente le mie vere intenzioni. Proprio per questo la lingua giapponese ha elaborato due paroline di basilare importanza per capire la società nipponica, o quantomeno il modo in cui essa vede sé stessa: hon’ne (“origine + suono = suono originale”) e tatemae (“costruzione + davanti = facciata”) sono le parole con cui i giapponesi identificano quello che veramente pensi di una cosa, ma non lo dici, e quello che dici pubblicamente di una cosa. L‘hon’ne te lo tieni per te, il tatemae è quello che fai quando conversi con gli altri, ed è un’abitudine così radicata da non avere mai, mai, mai la certezza di star parlando onestamente con il proprio interlocutore, a volte anche con le persone più intime e fidate. C’è sempre un tatemae che impedisce di scorgere l’hon’ne, che d’altronde è ignoto a tutti, compreso a Dio che non c’è e alle divinità che non leggono nel cuore. I fumetti e i cartoni animati hanno sublimato spesso questo tatemae: due esempi celebri e vistosi li si ritrovano nella “maschera di vetro” del già citato Il grande sogno di Maya e soprattutto nell’A.T. Field di Neon Genesis Evangelion, che non a caso sta per “Absolute Terror Field”, cioè la barriera invalicabile non tanto per una questione fisica, ma di personale e insormontabile fobia sociale, un elemento cruciale tramite il quale l’anime dello studio Gainax viene percepito dal pubblico giapponese come una storia di formazione più che di fantascienza.

Il mantenimento del tatemae è una necessità sociale assoluta di origine storicizzata come ben spiegato qui: mi limiterò a riportare il dato di fatto che, stando alle dichiarazioni dei giapponesi stessi (e alle storie brevi di Rumiko Takahashi), per gli uomini sposati avere l’amante è più comune che non averla, ma il fenomeno è tollerato perché finché non si danneggia effettivamente la moglie allora la relazione extraconiugale è accettabile. In Occidente si dice che per i giapponesi non esiste il concetto di peccato, ma non è vero: Dio non c’è quindi non esistono i sette peccati capitali cristiani, non esiste il peccato morale, ma esiste il peccato come colpa sociale dovuta al danneggiamento altrui, perché gli altri ti guardano e ti giudicano. Come dice Satsuki in X delle CLAMP, non si uccidono gli altri esseri umani perché poi porteresti danneggiamento ad altri esseri umani rendendoli tristi, e non perché compi un atto orribile che lacera la tua anima come dice il professor Lumacorno in quel corso di catechismo che è Harry Potter e il Principe Mezzosangue.

Satsuki eremita.

Satsuki l’eremita fa chiaramente parte degli Illuminati.

Se davvero Dio non c’è, per logica non è più il giudizio divino, ma bensì il giudizio umano, il giudizio altrui a definire il comportamento. Per questo i giapponesi tendono a mostrarsi sempre perfetti, e per questo anche le città giapponesi sono sempre pulite e ordinate, fra l’altro tenute pulite e tenute ordinate dai cittadini stessi e non dall’amministrazione cittadina (il che dovrebbe fare da esempio ai cittadini italiani, sempre in attesa che sia “qualcun altro” a svolgere il proprio lavoro). Un’altra conseguenza positiva del peso del giudizio altrui è che la microcriminalità è bassissima, ma in questo caso il rovescio della medaglia è l’inumana e sproporzionata umiliazione pubblica a cui viene sottoposto chi delinque, non solo i criminali, ma anche i ragazzini beccati a commettere piccoli furti. Forse questo dipende dal fatto che, come mi è stato detto una volta, «la base della società giapponese è la vergogna»: si è portati a non delinquere per l’incredibile gogna pubblica a cui si è sottoposti per qualunque sciocchezza. Poiché l’umiliazione con i vicini di casa, con i colleghi, con i compagni di scuola, con i genitori, con tutti gli altri può raggiungere livelli così forti, ecco che tutti tendono a dare il meglio di sé stessi, a impegnarsi di più, a studiare di più, a lavorare di più, in una competizione che porta il Giappone a eccellere a livello mondiale in molti campi, ma che al contempo non trova sfogo nella meditazione o nella consolazione religiose e che sfora nel patologico e nelle relative tragiche conseguenze, molto note anche agli occidentali e ai lettori di fumetti, come sa bene chi legge Bakuman. ripensando allo zio del protagonista.

Rei e Asuka in ascensore.

Ecco LA scena.

Per fortuna non tutti sono allineati su questa strada autodistruttiva: Eikichi Onizuka di GTO con aspetto malavitoso e cuore puro offre un modello virtuoso di superamento della convenzione sociale, e un altro insegnante tanto inquietante fuori quanto sensibile dentro è Korosensei di Assassination Classroom, così metaforicamente alieno alla società da essere un alieno vero e proprio. A ben vedere il dualismo fra dentro e fuori è forse uno dei temi in assoluto principali e più caratteristici della narrativa giapponese e, quindi, di fumetti e cartoni animati: i robot dentro umani e fuori meccanici, le maghette che cambiano di età o talento quando si trasformano, e gli orfanelli dall’aspetto angelico benché rosi dal tormento interiore sono esempi di come il mascheramento dell’aspetto interiore, sconosciuto agli dei e agli uomini, sia stato il cardine su cui si è mosso l’intrattenimento giapponese da mezzo secolo a questa parte. Il culmine è rappresentato ovviamente da Neon Genesis Evangelion, che è il culmine di molte cose, e le cui protagoniste Rei e Asuka sono i prototipi e al contempo i modelli perfetti dei tipi di personaggio noti rispettivamente come tsundere (fredda fuori, ma calda dentro) e yandere (brillante fuori e oscura dentro). Una continua recita, un continuo interpretare un ruolo, un continuo giuoco delle parti sul teatro della vita, lo stesso dell’episodio 26, i cui spettatori sono gli altri uomini e non Dio, perché in Giappone Dio non c’è.


Una versione diversa dello stesso testo è pubblicata qui.