I gioielli di Elsa

Settimana Canicola Bambini – Gli autori

Dimensione Fumetto in collaborazione con Canicola Edizioni presenta la Settimana Canicola Bambini: un vasto approfondimento sugli ideatori, gli autori e le opere della collana intitolata a Dino Buzzati che l’editore bolognese dedica ai suoi giovani lettori.

Dopo aver parlato del progetto con le curatrici della collana e aver recensito i volumi Hansel e GretelLa mela mascherata e I gioielli di Elsa, in questo quinto e ultimo articolo DF intervista gli autori dei tre volumi chiedendo loro una immagine, un testo di presentazione e tre domande sul loro lavoro.

DF desidera ringraziare gli autori e la casa editrice per la loro grande disponibilità.


Sophia Martineck

Vignetta di "Hansel e Gretel" di Sophia Martineck.

Una vignetta di Hansel e Gretel di Sophia Martineck: se fosse musica, sarebbe un Notturno in re minore.

Da dieci anni a questa parte lavoro come illustratrice freelance. Quello che più mi piace del mio lavoro è la possibilità di lavorare con clienti da diversi paesi in Europa e in tutto il mondo. Tutti i differenti temi, prospettive e retroterra culturali mi sono sempre stati di fondamentale ispirazione. Hansel e Gretel è stato realizzato appositamente per Canicola. La maggior parte del lettering l’ho fatto a mano io stessa. Mi sono molto divertita a scrivere in italiano: non parlo la lingua, ma mi ha affascinato scoprire le parole e le frasi. Se non fossi diventata un’illustratrice, probabilmente oggi lavorerei come linguista.

(Sophia Martineck)

Intervista a cura di Mario Pasqualini.

In precedenti interviste hai dichiarato che è stata Canicola a proporti esplicitamente di realizzare la tua versione di Hansel e Gretel: per quale motivo credi che ti abbiamo scelta per questa storia, e che tipo di valore aggiunto puoi apportare a questa fiaba già narrata innumerevoli volte da innumerevoli illustratori negli ultimi 200 anni?

La storia di Hansel e Gretel è molto dark. I bambini devono fare i conti con l’essere abbandonati, combattere il male, e sopravvivere. Nel mio lavoro mi piace dedicarmi a temi dark come abbandono, solitudine e il dolore umano del vivere: credo che sia il motivo per cui Canicola mi ha chiesto una versione di Hansel e Gretel. Quando ho iniziato a lavorarci su, l’aspetto che mi interessava di più era come i bambini sopportano di essere abbandonati dai loro genitori nel folto della foresta, come sopravvivono al loro viaggio e alla strega cattiva. Ho trovato davvero toccante, quasi commovente la calma con cui affrontano il freddo, la fame e la paura. Per questo ho disegnato la fiaba dark come credo che sia, fisicamente (circondati dagli alberi, i bambini passano due giorni e due notti nel bosco) ed emotivamente (rischiano di morire).

Il racconto è estremamente fedele all’originale dei Fratelli Grimm fin nei minimi dettagli, come i gioielli gettati a terra al ritorno a casa, ma al contempo la narrazione è spostata alla realtà dei nostri giorni, come suggeriscono mobili e vestiti. La traslazione di eventi del passato nel presente è un tipico metodo narrativo usato dagli artisti visivi da Giotto in poi (raggiungendo un picco di realismo con Caravaggio), ma è piuttosto inusuale da trovare nei libri di fiabe per bambini, solitamente bloccati in un immaginario pre-industriale di abiti barocchi e niente elettricità. Non possiamo accusare Disney di questo, perché già da ben prima di lui artisti tradizionali come Arthur Rackham, e anche adesso avanguardisti come Lorenzo Mattotti hanno scelto di ambientare le loro versioni di Hansel e Gretel in un passato da “c’era una volta”. Credi che sia una scelta inconscia legata alla caratteristica delle fiabe di essere fuori dal tempo e dallo spazio? E perché hai scelto di ambientare il tuo Hansel e Gretel nel presente?

La fiaba originale dei Fratelli Grimm è stata per me una grande fonte per il mio adattamento. Ti dice tutto quello che devi sapere. Mi sono accorta che ogni frase è così ricca di informazioni e dettagli che non mi è stato difficile trasformare il testo nella mia versione grafica. Non ho nemmeno cercato qua e là altri adattamenti, come film o libri illustrati. Dopo aver iniziato con la prima pagina col bosco e la casetta, la storia mi ha trascinato.

Per l’ambientazione ho voluto una moderna atemporalità contemporanea. Non avevo assolutamente intenzione di tornare indietro all’immaginario del XIX secolo: volevo raccontare la fiaba per i bambini di oggi, quindi ci sono mobili moderni con forni e padelle e coltelli da cucina. Anche la casa della strega doveva sembrare deliziosa e colorata, e non come la “casetta di marzapane” ottocentesca. Non volevo fare un’altra versione da c’era-una-volta, quindi mi sono deliberatamente lasciata il passato alle spalle e ho creato qualcosa di nuovo. Suppongo che essendo una fiaba con elementi fantastici potrebbe sembrare logico lasciarla nel tanto-tempo-fa, ma preferivo realizzare qualcosa di diverso.

Per me era anche molto importante che le tasche del cappotto di Hansel fossero abbastanza capienti per contenere i sassolini così da poter realisticamente tornare a casa, e che la casa di torta fosse abbastanza grande per ospitare tre persone. Da bambina mi irritava molto quando dettagli come questi non erano verosimili.

Com’è stato possibile osservare nella mostra bolognese che ha accompagnato la pubblicazione di Hansel e Gretel, hai disegnato il fumetto a matita e poi aggiunto una colorazione a tinte piatte in postproduzione. La matita enfatizza il chiaroscuro, come nella splendide scene notturne, e al contempo sottolinea un preciso dettaglio: il nero puro. Ci sono solo tre elementi in nero puro nel tuo libro: la matrigna, la strega e gli alberi. Se i primi due sono chiaramente personaggi oscuri, cosa dire degli alberi? Poiché il bosco è totalmente muto e immoto di fronte alle sventure dei bambini, volevi forse suggerire che la natura ha un ruolo negativo, o comunque non positivo all’interno della vicenda umana, come se la natura fosse una rivale dell’uomo?

In questo caso non direi che la natura è una rivale dell’uomo. Direi piuttosto che gli alberi sono dei testimoni silenziosi. Quando mi sono resa conto che tutta la storia si svolge in una foresta mi sono leggermente preoccupata perché pensavo che non avrebbe offerto molto a livello di immagine, ma poi ho amato gli alberi, soprattutto nelle scene notturne col chiaro di luna e le ombre. Sì è vero, ho disegnato gli alberi come morti per enfatizzare la situazione disperata e la povertà dei bambini. Eppure, la natura qui è anche protettiva: Hansel e Gretel dormono sotto un albero, mangiano le bacche selvatiche, un’anatra li aiuta ad attaversare il fiume, il fuoco li tiene al caldo.

Quello che davvero mi è piaciuto è stato il modo in cui ho potuto usare i colori. All’inizio la casa della famiglia è molto povera, e quindi ho usato molti toni marroni, grigi e blu. La foresta di giorno è verde e piacevole, ma di notte diventa fredda e blu. Mi piacevano queste due atmosfere diverse. Mi sono divertita anche a dare alla casetta della strega dei colori rosa, arancioni e gialli dolci; anche all’interno tutto è caldo e zuccheroso e delizioso. Solo il giorno dopo tutto torna marrone e grigio e orribile.


Martoz

Vignetta inedita de "La mela mascherata" di Martoz.

Una prova grafica di Martoz per La mela mascherata, pubblicata qui su DF in esclusiva su concessione dell’autore.

Il fiume divenne rosa, dal vomitevole olezzo dolciastro. Quest’aria zuccherosa dava alla testa. Fu l’inizio di una rivolta!

(Martoz)

Intervista a cura di Silvia Forcina.

Ciao Alessandro, piacere di conoscerti, anche se in verità abbiamo già parlato di te sul nostro sito tempo fa: sei giovanissimo eppure sei già un artista apprezzato e impegnato in tantissime attività (illustrazioni, serigrafie, scenografia, street art, pittura) e con diversi titoli di fumetti alle spalle; cosa ti ha affascinato di questo progetto di Canicola dedicato ai bambini? Ti piaceva l’idea di avere un pubblico giovane da malleare o in realtà volevi far felice il bambino che è in te?

Devo ammettere che la sfida più intrigante era quella di misurarsi con la letteratura per l’infanzia, un terreno del tutto nuovo per me. Una bella sfida. Chi mi conosceva, al tempo, avrebbe potuto dire «Martoz? Col suo segno… e coi suoi precedenti? È inadatto», ma Canicola ha visto lontano. Per dire di più, i ragazzi di Canicola mi hanno conosciuto di persona e hanno capito che il fumetto per l’infanzia era nelle mie corde, era nelle mie possibilità. Per il resto, del progetto Canicola Bambini mi hanno affascinato la sfida, il rischio, l’inizio. Sì, l’inizio, perché io sono stato apriporta in tante situazioni, non perché io sia speciale, ma perché è quello che succede ai giovani di talento, si cerca di prendere due piccioni con una fava. Mi sono sempre divertito a partecipare a queste sanguinose prime linee, ma ci sono diversi modi di vedere la questione. Io vedo, in queste situazioni nuove, la possibilità di spaziare. Mi piace l’idea di avere un pubblico giovane, ma non da malleare, e sicuramente faccio felice anche me stesso perché è stato divertente, benché difficile, lavorare a La mela mascherata. Credo che tra queste due opzioni ci sia una terza sfumatura. Il bello è capire quanto ci somigliamo, creare una connessione reale. Non siamo io -scrittore grande e maestro, che deve immedesimarsi- e loro, bambini che hanno bisogno di un linguaggio alla loro portata. Ci siano noi, coi nostri punti in comune. Ne La mela mascherata si accendono delle spie presenti sia in me che nei bambini. È un fumetto molto sincero, dove, se c’è una magia, è quella di scoprire quelle spie e abbattere il dualismo grandi-piccini.

Anche se La mela mascherata è dedicato ai bambini, abbiamo notato con piacere che non hai modificato niente del tuo stile per disegnarlo: pensi che i piccoli lettori sapranno apprezzare le immagini che hai creato e perché? Magari ci siamo sbagliati, ma nel tuo immaginario abbiamo creduto di ravvisare una somiglianza con i disegni di Picasso, che non è esattamente un nome per l’infanzia: le opere dell’artista spagnolo sono tra le tue ispirazioni?

Beh, dopo un anno dall’uscita, abbiamo la fortuna di non dover parlare al futuro, sperando di essere compresi. Possiamo parlare di ciò che è già successo. Siete sicuri che Picasso non sia un nome per l’infanzia? Andiamo con ordine. Non è propriamente vero che non ho cambiato niente del mio stile, è stato invece quello l’aspetto più complicato, trovare una giusta evoluzione del mio stile. Volevo alleggerirmi, senza banalizzare il mio segno. Volevo rimanere me stesso, ma diventare agile e cedere alla simpatia. È significativo pensare che ho deciso di portare un po’ di questa agilità anche nei prossimi fumetti per grandi, è qualcosa su cui riflettere. Tornando all’inizio, i bambini lo hanno capito. Lo hanno apprezzato. Forse qualcuno ha detto «È un po’ strano, ma mi piace» e spero che qualcuno abbia detto «Non mi piace, lo odio». Piacere a tutti sarebbe la peggior sconfitta. Ma, grazie al dio dei gatti giganti, molti bambini lo hanno apprezzato. Perché? Non lo so. Forse perché per realizzarlo ho fatto un percorso di onestà. Forse perché non ho fatto un libro che finge di parlare ai bimbi, ma in realtà rassicura i genitori. Ho attinto alla mia età dell’oro e gli omini d’oro l’hanno capito.

P.S.: la questione Picasso viene tirata fuori spesso ed è una semplificazione tipica del nostro tempo. Picasso era troppo grande per farne un semplice motivo di ispirazione. Il mio stile è troppo piccolo per farlo derivare da questa singola fonte. Io mi ispiro a tanti e a nessuno. Disegno con la pancia. Mi piacerebbe che si smettesse di vedere Picasso in ogni cosa stramba.

Personalmente la storia de La mela mascherata mi è sembrata molto gradevole e divertente, arrivando alla fine del volume si scopre anche che i personaggi non sono esattamente inventati, ma fanno parte della storia della città di Cotignola: è stato divertente costruire una trama così fantasiosa basata su elementi reali o è stata una pesante responsabilità?

Ti ringrazio! Anche qui, forse è divertente perché ci siamo divertiti a farlo, io, Canicola e Cotignola. Ebbene sì, i personaggi della storia risultano essere ispirati, in nome e caratteristiche, a personaggi realmente esistiti nella storia del comune di Cotignola. Un mash-up di tanti tempi diversi. Mi è piaciuto parecchio dimenticare la distanza storica e far interagire tutti questi personaggi in un unico contenitore, che poi è quello che fa la memoria, solo che in questo caso la fantasia ha unito i puntini della memoria e lo ha fatto proprio come lo avrebbe fatto un bambino, a piacimento! È stato divertente ed è stato interessante scoprire e utilizzare le tante storie racchiuse in Cotignola. Quasi nulla è inventato, tutto rende omaggio ad aneddoti, fatti storici, pubblici e privati, leggende, cose antiche e attuali. Non ho vissuto questa trasposizione con pesantezza, nessuno mi ha chiesto di farlo, è avvenuto naturalmente. Quando mi è stata raccontata la storia di Cotignola, ho istantaneamente creato delle connessioni tra i vari fatti. Lontani nel tempo magari… ma uniti nell’immaginazione e, soprattutto, tutti vivi nel presente grazie agli abitanti di Cotignola, culturalmente iperattivi!


Sarah Mazzetti

Illustrazione di Sarah Mazzetti che ha ispirato "I gioielli di Elsa".

Il disegno di Sarah Mazzetti datato dicembre 2015 che l’ha ispirata per la creazione de I gioielli di Elsa, pubblicato qui su DF in esclusiva su concessione dell’autrice.

Quando il bambino era bambino,
le bacche gli cadevano in mano come solo le bacche sanno cadere,
ed è ancora così,
le noci fresche gli raspavano la lingua,
ed è ancora così,
a ogni monte,
sentiva nostalgia per una montagna ancora più alta,
e in ogni città,
sentiva nostalgia per una città ancora più grande,
ed è ancora così.

(Peter Handke – Elogio dell’infanzia)

Intervista a cura di Maura Pugliese.

Perché hai scelto di diventare una disegnatrice? Quale percorso hai fatto? Quali sono le opere della tua produzione a cui sei più affezionata e perché?

Disegno da quando sono nata, quindi è un po’ strano per me pensare che sia una “scelta” il disegnare in sé, certo il decidere di farlo come professione è stato un po’ roccambolesco forse, mi ero già laureata in Scienze della Comunicazione, e invece di continuare in percorso universitario ho deciso di punto in bianco di iscrivermi all’Istituto Europeo di Design. Non so spiegare com’è andata, mi piace studiare, non avevo rimpianti rispetto al mio percorso, ma in quel momento non avevo nessun dubbio sul fatto che fare Illustrazione fosse la cosa giusta, è andata così, mi sa che sono fatta così. L’opera a cui sono più affezionata è I gioielli di Elsa naturalmente, quando scrivi una storia i personaggi per te diventano gente vera, per cui provi affetto. Per il resto l’unica cosa per cui provo attaccamento sono certi disegni del mio sketchbook, non le cose che faccio per lavoro.

A quali artisti ti sei ispirata per lo stile grafico del fumetto I gioielli di Elsa?

A nessuno che io sappia, anche se i riferimenti interiorizzati sono sicuramente tanti, come per ogni disegnatore.

Se un bambino entrasse in libreria, prendesse dallo scaffale il tuo fumetto e lo sfogliasse, per quali ragioni potrebbe piacergli e potrebbe leggerlo?

Chi lo sa! Da quello che ho visto i bambini si fanno molto prendere dalla narrazione, dal fatto che c’è un mistero da risolvere, e graficamente devo dire che lo assimilano senza nessuna difficoltà, per loro è assolutamente normale entrare in un linguaggio grafico nuovo, sono veramente magnifici in questo rispetto agli adulti.

[ Il progettoHansel e GretelLa mela mascherataI gioielli di ElsaGli autori ]

Settimana Canicola Bambini – I gioielli di Elsa

Dimensione Fumetto in collaborazione con Canicola Edizioni presenta la Settimana Canicola Bambini: un vasto approfondimento sugli ideatori, gli autori e le opere della collana intitolata a Dino Buzzati che l’editore bolognese dedica ai suoi giovani lettori.

Dopo aver parlato del progetto con le curatrici della collana e aver recensito i primi due volumi Hansel e Gretel e La mela mascherata, in questo quarto articolo si parla del terzo e finora ultimo titolo edito: I gioielli di Elsa di Sarah Mazzetti.


L’atmosfera natalizia che grandi e piccini aspettano per lunghi mesi è fatta di alcuni fondamentali ingredienti: i parenti, il presepe, l’albero, i regali, i dolci. Nell’infinita varietà di questi ultimi si distinguono per diffusione e gradimento il torrone, il pandoro e il panettone, che piacciono a tutti o quasi…Sì, perché la calorosa gioia della festa può essere turbata da un problema che affligge da tempo immemore le mamme, le nonne e le zie: i canditi. Nella stragrande maggioranza, i bambini odiano i canditi, quei pezzetti viscidi e gelatinosi che si celano in mezzo al soffice impasto del panettone e, se incidentalmente finiscono in bocca, lasciano nel loro palato un senso di fastidio che accompagnerà la loro crescita come un trauma indelebile. Le pasticcerie e le industrie dolciarie, consapevoli del dramma che attanaglia da decenni le famiglie alla fine di dicembre, si sono prodigate in varianti “depurate” e così, al pari dei dolci senza glutine, oggi si possono trovare panettoni “canditi free”. Ma anni di lotta per la sopravvivenza hanno affinato pure le armi di cui i pargoli, all’apparenza teneri e indifesi, si sono dotati per combattere contro le strane imposizioni degli adulti, usando nel caso in questione strategie di difesa infallibili: asportazione segreta dei corpi estranei, eliminazione metodica delle prove, occultamento dei relitti in luoghi sperduti.

Ma ecco che una nuova, sensazionale soluzione apre le porte a scenari impensati: se una bambina prendesse i canditi chirurgicamente asportati dai panettoni e ne facesse dei gioielli? Se le sue creazioni suscitassero l’interesse dello sfavillante mondo della moda? Se la bambina fosse così brava da divenire un’acclamata designer di gioielli?

Da questa idea nasce il fumetto I gioielli di Elsa, disegnato da Sarah Mazzetti, a cui ho avuto l’opportunità di rivolgere alcune domande sulla sua opera, le cui risposte saranno disseminate nel corso dell’articolo per supportare, completare e arricchire la mia analisi.

Riguardo allo spunto iniziale del libro l’autrice mi ha raccontato che è derivato da un disegno natalizio di un paio di anni fa; aveva appunto disegnato una bambina su un panettone gigante che guarda un candito come se fosse un gioiello. Ha sempre voluto fare qualcosa con quell’idea, ma poi invece è rimasta lì, fino a quando Liliana (Cupido, ndr) non le ha chiesto se voleva fare una storia per Canicola Bambini.

Il personaggio principale, la bimba Elsa, si muove con la schiettezza propria dell’infanzia nella nuova realtà adulta in cui si trova per caso catapultata dal momento in cui la sua intuizione trova il sostegno delle zie e le dà la possibilità di scoprire nel mondo della moda persone eccentriche e fuori dall’ordinario. La domanda spontanea è se nella protagonista l’autrice abbia trasposto o proiettato qualche aspetto della sua infanzia, infatti a questo proposito la Mazzetti ha confermato che somiglia molto a lei quando era bambina. Del resto, ha sottolineato che non si è ispirata a nessuno in particolare, ma voleva giocare sui gesti piccoli e apparentemente insensati dei bambini, perché invece proprio quei gesti contengono dei piccoli mondi immaginati, quei mondi sono ciò che le interessa.

Nelle sue avventure Elsa è sempre affiancata da Karl, un cagnolino che somiglia a un topolino per la sua forma minuta e a un gattino per la sua insaziabile voglia di dormire, creando con le sue azioni un sottile racconto nel racconto. Di lui la disegnatrice mi ha detto che è sempre più contenta di averlo disegnato così perché sia coi bambini che a volte con gli adulti spesso parte questa conversazione: «-che cos’è lui? – è un cane – ma sembra un topo! – eh sì, è un cane che sembra un topo – silenzio/accettazione», insomma il fatto che non rientri nel prototipo del cane, prima crea stupore, e poi una pacifica accettazione di Karl per quello che è, e le sembra un processo molto bello nel suo piccolo! Lui comunque non fa niente, è il compagno di Elsa ma non l’aiuta affatto nella storia, però poi ha tutta una sua storia personale fuori dalla narrazione principale.

Come in ogni fiaba che si rispetti, nel suo percorso di formazione la bambina affronta degli ostacoli e subisce un danno da parte dell’antagonista, l’invidiosa signora Antéf, i cui gioielli sono messi in ombra dai bracciali, dalle collane e dagli anelli tutti tempestati di canditi di Elsa. Come al solito, un mezzo magico tira fuori dai guai la piccola designer agevolandola nelle sue ricerche, anche se al posto della classica bacchetta fatata, in linea con i tempi moderni, la soluzione del caso è affidata a una sportina biodegradabile che vaga per la strada. In merito a questa singolare scelta la Mazzetti ha affermato che è stata casuale, però in quel punto voleva un personaggio che desse un limite temporale a quella fase, quindi la sportina nel suo scomparire progressivamente è come la mezzanotte per Cenerentola, il limite oltre il quale non si può andare.

Anche il lieto fine è d’obbligo, con l’insegnamento che da cose insignificanti si possono trarre grandi soddisfazioni e, tutto sommato, una bambina non può agire come i grandi e diventare una stilista, ma ha bisogno di vivere una vita tranquilla con la sua famiglia e il suo cagnolino. Ma poi sarà proprio vero che questa fiaba debba insegnare qualcosa? A sentire l’autrice no, anzi, come ha precisato, proprio non le interessa l’aspetto “funzionale” delle storie, però certo ci sono valori importanti per lei, come quello sull’esaminare, fare attenzione ai piccoli gesti, le piccole cose, il fatto che è una storia in cui i protagonisti e gli “extra” sono creature minime, fino al batuffolo di polvere e sporco, che anche lui ha il suo piccolo excursus – e la capacità di vedere altro nelle cose che abbiamo attorno, l’avere voglia di trasformarle e reinventare sempre, tutto. Trovare valore al di là di quello che socialmente viene definito di valore.

La narrazione si sviluppa in tavole a pagine piene, senza bordi e campiture, con una struttura molto variabile delle vignette, separate tra loro da sottili closures e talvolta inserite a fianco di vignette scontornate che, insieme con le pagine intere o doppie, sono quelle di maggiore impatto visivo, in cui l’artista sembra avere più agio nell’esprimere la propria abilità grafica. Infatti, come lei stessa ha suggerito, ha deciso di lasciare tutto il più libero possibile, non avere una griglia fissa di riferimento, semplicemente perché non le era utile. Non nascendo come fumettista, per lei (nel senso di “quando lavora lei sulle sue cose”) la griglia fissa è sempre un elemento che definisce il fumetto “a priori”, se la usa è per definire un ritmo preciso, mentre per questa storia voleva sentirsi assolutamente libera di cambiare impostazione delle vignette e della pagina a seconda delle esigenze. L’unica parte che ha un ritmo preciso e sempre la stessa dimensione sono le strisce di Karl, che appunto ha queste avventure solitarie in una dimensione narrativa altra rispetto alla storia. Per il resto è di nuovo un discorso di gusto personale e modo di lavorare, questo fumetto è stato disegnato e colorato nel modo per lei più istintivo e naturale possibile.

A proposito delle soluzioni cromatiche, sono stati impiegati solo tre colori, il rosso, il verde e il marrone, anzi quest’ultimo, come mi ha fatto notare la disegnatrice, deriva in realtà dalla sovrapposizione dei primi due. Il tono d’insieme risulta pieno e uniforme e permette di concentrarsi più sui personaggi e sulla vicenda che sulle sfumature dei colori. Riguardo a questa scelta, che potrebbe apparire rassicurante ma forse anche un po’ monotona per gli occhi dei bambini, Sarah Mazzetti mi ha dato una precisa spiegazione, che permette di comprendere anche la passione per il suo lavoro: il colore per lei è uno strumento di lavoro, una cosa familiare e quotidiana, che quasi per scontata, ed è molto bello vedere che chi invece non ci ha tanto a che fare per mestiere, magari può scoprire qualcosa attraverso una scelta cromatica “diversa”. Ha dunque optato per questi colori perché funzionano bene, e il rosso naturalmente è perfetto per i canditi. Probabilmente è un po’ difficile spiegare come li ha gestiti, nel senso che per lei è una cosa molto istintiva, sa che vuole un certo ritmo ed equilibrio formale nella pagina – e nella sequenza di pagine – e agisce di conseguenza, aggiusta il tiro fino a quando non ci sono, ma è proprio un po’ come comporre una melodia, una cosa per cui si forma una certa consapevolezza, ci si fa l’occhio. E lei è ossessiva in questo, non riesce a tradire il suo occhio, se una cosa non va bene lo sa.

Lo stile grafico è caratterizzato da linee spesse e pochi tratti per le figure, che risaltano in ambienti definiti con elementi essenziali su sfondi vuoti, in una varia combinazione dei due colori, usati anche per i bordi delle nuvolette e per il lettering manuale. Si possono avvertire vari influssi, dalle pubblicità futuriste fino a Blexbolex, però bisogna riconoscere che questa ricerca dei modelli, legata all’indagine dei recensori, di fatto interessa poco agli artisti, che non creano miscelando con il misurino un po’ di questa e un po’ di quella fonte, ma si lasciano guidare dal loro estro e dalla loro ispirazione. A conferma di ciò, la Mazzetti mi ha risposto che non saprebbe definire il suo stile, per lei è tutto molto naturale, sicuramente porta con sé molti riferimenti a cose e autori che ama, ma sono elementi da lei interiorizzati, che fa fatica ad esaminare. Lo stile in questo caso è davvero un modo di disegnare che per lei era molto naturale. Dopo la fatica del pensare e strutturare/progettare la pagina, disegnarla poi era la parte facile, quella che viene istintivamente.

E così mi auguro che per voi possa essere facile e piacevole la lettura de I gioielli di Elsa e che magari dal prossimo Natale le bambine più intraprendenti si divertano a utilizzare in qualche altro fantasioso modo quei colorati, insopportabili canditi.


Sarah Mazzetti
I gioielli di Elsa
2017, Canicola Editore, Canicola Bambini, collana Dino Buzzati
cm 17×24, 48 pagg., colore, € 16
ISBN9788899524227

[ Il progettoHansel e GretelLa mela mascherataI gioielli di ElsaGli autori ]