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Watson & Holmes: uno studio in nero

Watson and HolmesDice Sherlock Holmes a Watson nel primo romanzo dedicato al geniale detective della Londra vittoriana:

There’s the scarlet thread of murder running through the colourless skein of life, and our duty is to unravel it, and isolate it, and expose every inch of it.

Che suona più o meno così:

“C’è il filo rosso dell’omicidio che corre attraverso la matassa incolore della vita, e nostro dovere è svelarlo, isolarlo ed esporne ogni centimetro.”

Anche qui ci sono fili da dirimere, ma sono due, perché due sono i misteri da svelare, e si colorano di nero per tanti motivi:

  • perché Holmes e Watson sono due ragazzoni di Harlem;
  • perché tutti i personaggi principali hanno a loro volta la pelle oscura, non solo la coppia degli investigatori, ma anche quasi tutti i comprimari, compresa la signorina Hudson; di colore, nel senso che fuori da questo contesto è la versione femminile dell’Ispettore Lestrade (la detective Leslie Stroud);
  • perché si parla lo slang e si vivono molte delle situazioni che siamo abituati a vedere nelle serie TV ambientate nei condomini e nei magazzini delle zone meno raccomandabili della Grande Mela;
  • perché alcuni degli autori che hanno lavorato sui personaggi sono a loro volta black;
  • perché la storia è forse meno classicamente gialla e più noir.

La New Paradigm Studios ha lanciato oltre cinque anni fa questa revisione in chiave noir/pulp e in ambientazione newyorkese dell’investigatore più famoso del mondo.

Creata da Brandon Perlow e Paul J. Mendoza, con Karl Bollers (Emma Frost, What If?) ai testi e Rick Leonardi alle matite, vede Holmes abitare sempre in Baker Street 221B (anche se a New York non c’è nessuna Baker Street, solo un Baker Avenue nel Bronx) e Jon (senza “H”) Watson è un medico che ha combattuto in Afghanistan. Portandolo al giorno d’oggi, diventa uno specializzando, ex marine, con un fisico di conseguenza e con figlio ed ex moglie a carico.

Alcuni elementi richiamano in maniera chiara l’opera di Sir Arthur Conan Doyle: ovviamente i nomi dei personaggi, ma anche gli Irregulars di Baker Street; il fratello Mycroft Mike Holmes che staziona al Diogenes Club; le caratteristiche di osservatore deduttivo e sopra le righe di Holmes; alla relazione tra i due protagonisti, che da perfetti sconosciuti diverranno coinquilini, e Holmes offrirà a Watson di vivere con lui in Baker Street.

D’altra parte, l’opera è ben di più di una rivisitazione o attualizzazione delle storie del capostipite del cosiddetto giallo deduttivo. Il nostro Holmes è a sua volta un ottimo deduttore, ma ha anche lui, come Watson, una ex moglie.

È vero che anche nell’opera originale è Watson il narratore. Ma se in quel caso la storia è completamente centrata su Holmes, qui i due sono coprotagonisti, direi alla pari.

La storia incrocia diverse linee narrative, e ci sono diversi elementi che si sovrappongono, portando in un contesto moderno l’adagio sherlockiano per cui: «Eliminato l’impossibile, ciò che resta, per improbabile che sia, deve essere la verità».

Così ritroviamo elementi tipici della New York contemporanea: gang, sparatorie e fughe, discoteche ambulanti che aprono in posti diversi ogni notte, droga, infiltrati e informatori. Anche se, a pensarci bene, Sir Conan Doyle le aveva già utilizzate pressoché tutte nei suoi libri e racconti. Ovviamente stavolta sono un po’ aggiornate: hacker che aiutano Holmes a estrarre dati da hard disk e server virtuali, sparatorie con armi semiautomatiche sui tetti newyorkesi, flash back sulla guerra in Afghanistan, delitti in streaming e taxi al posto dei vetturini londinesi. Ci troviamo in effetti gli elementi a cui il pubblico delle odierne serie poliziesche ormai immancabili in TV è abituato. E che, a ben vedere, ancora una volta Conan Doyle aveva anticipato.

La storia ha due linee narrative.

Una, pur sviluppandosi per tutto l’albo, a un certo punto arriva a un empasse e viene sospesa, evidentemente troppo complessa per finire in poco più di cento pagine (oltre che per convincere i lettori, se ce ne fosse bisogno, a comprare il secondo volume).

L’altra, che aveva dato inizio al fumetto, viene ripresa e conclusa nell’epilogo.

La prima è piuttosto intricata, aggiunge elementi su elementi, e quando sembra chiarirsi in realtà la coppia di investigatori perde tutti gli elementi che ha in mano.

La seconda ha le caratteristiche di uno dei racconti brevi delle raccolte di Conan Doyle. Stavolta è Watson che, quando il caso principale stagna, nota quasi per caso la foto di un neonato e lo collega all’inizio della storia. Dà così il la alla soluzione del caso minore e portando a scoprire chi e come rapisce bambini appena nati.

Entrambe le storie hanno origine nel Centro Ricoveri Urgenti di Harlem, dove il dottor Watson lavora e dove Holmes va a trovare il secondo paziente di Watson, che è la vittima da cui parte l’investigazione principale.

Ovviamente i fatti si legano alle vite private dei due protagonisti, fino alla convivenza.

Vite che sono anch’esse in un momento di empasse, almeno dal punto di vista relazionale. E come il caso dei neonati è un modo per superare il momento di difficoltà del caso in cui sono coinvolti Shon e Trina, i due sembrano utilizzare l’amicizia che nasce tra loro come palliativo di una situazione sentimentale difficile per entrambi, che vedono le rispettive ex-mogli costruirsi una nuova vita con nuovi “fidanzati”.

Anche questa è una modalità ormai frequente nelle storie a cui siamo abituati in TV, in cui spesso le vicende personali dei protagonisti non sono solo di contorno, ma diventano il filo principale dell’intreccio.

La serie è partita come web comic, ma attraverso il crowdfunding ha raccolto oltre 15000 $, grazie anche al supporto di storiche società di fan di Holmes, come le Baker Street Babes, famoso collettivo di fan di Los Angeles. E ha avuto successo, se è vero che i diritti cinematografici dei personaggi sono già da tempo stati venduti e c’è stata una nomina per gli Eisner Awards e la vittoria dei Glyph Award 2014.

I disegni di un artista di più che trentennale esperienza, che ha attraversato tutte le major, danno spessore grafico alla storia. Lo stile è dinamico e pulp, anche nell’epilogo, disegnato da Larry Stroman. Infatti nonostante il cambio di matite, la parte grafica mantiene una sostanziale omogeneità. Molto fa anche il colore nero della carta, che dà una sensazione di “oscurità” diffusa, anche di giorno. Come succede, per fare ancora una volta un riferimento televisivo, in quelle puntate di CSI in cui, anche se sembra sia giorno, i detective usano le torce elettriche per esaminare la scena del crimine.

Comunque il cambio un poco si nota, sia nel tratto, che nella gabbia, decisamente più regolare e con pochissime concessioni a splash page o altre estemporaneità grafiche da parte dell’autore di origini italiane. Ma il registro risulta infine abbastanza omogeneo.

L’opera, anche se arriva tardi in Italia, merita. L’intreccio tiene ben alta la tensione, gli eventi e i colpi di scena si susseguono, e quando sembra che si arrivi al punto, la storia si resetta.

La parte grafica accompagna la storia in maniera adattissima.

Insomma, la speranza è che questo fumetto faccia venire voglia di leggere anche gli originali, perché Conan Doyle è stato davvero l’iniziatore del genere e nelle sue opere troviamo in nuce tutte le caratteristiche delle serie che oggi tengono davanti alla TV tante persone.