Go Nagai

Devilman Grimoire: tremate, tremate, le streghe son tornate!

Una rivisitazione pop e aggiornata del grande classico di Go Nagai, ricca di citazioni nerd, tutto questo è Devilman G, nuova opera dedicata al demone Amon.

Il 2018 in Italia sembra essere l’anno di Devilman, forte del successo della serie Crybaby (di cui Dimensione Fumetto ha parlato qui e qui), prodotta da Netflix, arriva, grazie a Star Comics, un’altra serie prodotta nel 2012 in occasione del quarantennale della serie classica, così come Devilman vs Hades.

Il plot iniziale prende spunto dal manga classico, ma se ne discosta subito, la protagonista dell’opera è infatti Miki Makimura che si fregia del ruolo di strega grazie all’anello di Salomone. Regalatole dai suoi genitori, questo pare essere l’anello che l’Arcangelo Gabriele donò all’omonimo re e che ha il potere di soggiogare i demoni; è proprio questa nuova caratterizzazione del personaggio di Miki a dare il nome all’opera. Grimoire infatti sta per Grimorio, che altro non è se non un libro di magia che racchiude in sé corrispondenze astrologiche, liste di angeli e demoni, incantesimi, pozioni e tutto ciò che può essere utile a una strega, una sorta di diario/manuale che nel Medioevo le maliarde erano solite scrivere.

A sinistra tavola del Devilman classico di Nagai, a destra tavola di Devilman G di Rui Takato.

Mentre nella serie classica troviamo un forte rapporto, direi morboso, tra Akira Fudo e Ryo Asuka, uno scontro tra luce e ombra, uno scambio di ruoli (Devilman è un demone ma difende gli uomini, Ryo è l’incarnazione di Lucifero, un angelo decaduto che invece vuole annientarli), in questa l’attenzione è posta sul rapporto tra il timido Akira e la giovane e prorompente Miki. Se nella storia classica Amon si fonde con un umano grazie a un’evocazione a opera di Asuka, qui il ruolo di evocatore è dato alla giovane Makimura che improvvisa un incantesimo di salvataggio e ottiene lo stesso effetto, la creazione di un Devilman.

Tavola di Devilman G

I toni questa volta sono smorzati, il target viene abbassato, e le vicende modernizzate, ma pur se cambia la formula il risultato non cambia e l’antica lotta tra bene e male ne esce comunque vincitrice. Le atmosfere più scanzonate vengono spesso interrotte bruscamente da eventi tragici che rimandano subito allo spirito che da sempre caratterizza il titolo, ritroviamo molti dei personaggi storici in vesti diverse, prima tra tutte l’arpia Silen, e il manga è infarcito fin da subito di rimandi all’opera originale e di un grande numero di citazioni a opere note.

La storia sempre in mano a Go Nagai, viene affiancata dal disegno di Rui Takato che ha un tratto meno stilizzato e iconico di quello del Sensei, ma che risulta comunque funzionale e accattivante, un buon uso del pennino e dei chiaroscuri rendono la narrazione molto piacevole e coinvolgente.

Che dire, l’opera sarà composta da cinque volumi bimestrali e io fossi in voi un occhio ce lo butterei, lo svago sarà assicurato!

 

Devilman G – Grimoire: la genesi del demone

Comunicato stampa – È in dirittura d’arrivo lo spin-off di DEVILMAN che ripercorre le origini del celeberrimo antieroe: il primo volume di DEVILMAN G – GRIMOIRE, di Go Nagai e Rui Takato, sarà disponibile in fumetteria, libreria e Amazon dal 14 Marzo.

Il grido di una ragazzina fa alzare il sipario su una nuova leggenda: la bestia infernale si risveglia e il suo nome è Amon! Quando risplendono le zanne e gli artigli dell’implacabile demone e si dispiegano le sue ali, il mondo viene avvolto nuovamente dalle fiamme e da fiumi di sangue fresco…

A metà fra la parodia del genere majokko e la classica, disturbante storia nagaiana a base di splatter, erotismo e lacerazione, il manca che approfondisce la storia di Akira.

Dal 14 Marzo DEVILMAN G – GRIMOIRE n. 1 sarà disponibile in fumetteria, libreria e Amazon!

Go Nagai non ha bisogno di presentazioni. Nato a Wajima, Giappone, nel 1945, è il creatore dei più famosi “mecha”, giganteschi robot guidati da piloti che li manovrano dall’interno, il cui capostipite è MAZINGA Z, e l’autore dell’uomo diavolo Devilman. Tra le sue opere Edizioni Star Comics ha pubblicato DEVILMAN VS HADES, GOMADEN SHUTENDOJI e SATANIKUS ENMA KERBEROS.

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DEVILMAN G – GRIMOIRE 1
Go Nagai, Rui Takato
13×18, B, col-b/n, pp. 208, con sovraccoperta, € 5,90

Devilman Vs Hades: scontro tra titani

Cover primo volume italiano.

Devilman Crybaby, la nuova serie Netflix di cui abbiamo parlato qui e qui, ha portato di nuovo alla ribalta il nome del demone con il cuore umano, e spinto dalla rinnovata curiosità ho scoperto questa opera uscita qualche anno fa per la Star Comics.

Go Nagai è un nome che per tutti gli appassionati vuol dire molto, è grazie a lui se si è dato vita a un vero e proprio genere, quello dei robottoni, ma le sue opere non sono limitate solo a questo: innumerevoli i temi trattati, ma è il sovrannaturale a fare da filo conduttore tra tutte.

Il primo manga sul genere fu Mao Dante pubblicato nel 1971, ma lasciato incompiuto fino al 2002: in questa opera troviamo molte delle tematiche care al Maestro, temi che ritroveremo in Mazinga Z e, soprattuto, in Devilman.

La storia di Akira Fudo e della sua fusione con il demone Amon la conosciamo in tanti, soprattutto quelli come me della vecchia guardia: più nota è senza dubbio la trama della serie animata, che fu però molto edulcorata nei toni e nelle tematiche; il vero spirito dell’uomo diavolo lo ritroviamo infatti nel manga con tinte forti, a tratti splatter, e con temi molto più profondi legati all’esistenza dell’uomo, all’eterna lotta tra luce e ombra rappresentata dallo scontro con Satana, le cui vesti terrene sono impersonificate da Ryo Asuka, nonché una spiccata critica alla società moderna.

Quella che ci viene proposta in Devilman vs Hades, opera creata in collaborazione con il Team Moon in occasione del quarantennale di Devilman, è un ipotetico seguito ambientato dopo il finale del manga.

La storia prende il via senza troppi preliminari: troviamo Amon negli Inferi alla ricerca dell’anima della sua amata Miki, convinto che solo il sovrano di questo luogo possa riportarla in vita. Molte sono le divinità infernali a cadere sotto la sua mano e tra queste anche la regina Persefone, la leggendaria compagna di Hades.

Dopo un avvio un po’ incerto la storia esplode all’inizio del secondo volume dove entra in scena niente meno che il Great Mazinger. Il sapiente intreccio ci porta a conoscenza di come la vittoria di Tetsuya fu inconsapevolmente agevolata proprio da queste vicende. Nella serie animata di Great Mazinger l’Imperatore delle Tenebre si ritira e lascia il comando al Dottor Hell: la trama di Devilman vs Hades ci spiega che la causa della sua ritirata è proprio l’arrivo dell’uomo diavolo negli Inferi. Infatti il sovrano del mondo dei morti altri non è che l’Imperatore delle Tenebre, storico nemico del Great Mazinger, raffigurato da una massa informe avvolta nelle fiamme, che qui ha una figura meglio delineata e con sembianze umane.

Come abbiamo potuto apprendere in Shin Mazinger Zero (qui la nostra recensione del seguito Shin Mazinger Zero vs Il Generale Oscuro), le varie storie di Nagai con protagonista Mazinger Z sono ambientate in universi paralleli, e grazie a questa trovata ci sembra plausibile lo sviluppo della storia di Devilman vs Hades ambientata in un mondo parallelo a quello del Great Mazinger, e dove l’Imperatore delle Tenebre deve far ritorno proprio perché la comparsa di Devilman ha destabilizzato l’ordine e messo fine alla vita della sua consorte.

In questa versione ritroviamo molti dei personaggi cari a Nagai: Silen, Jinmen, ma anche tutti i personaggi dell’universo “robotico”, Koji, Boss, Tetsuya e tutti gli altri, che trovano la loro giusta collocazione in questa trama che cerca di dare una spiegazione a molte vicende lasciate in sospeso nelle vecchie storie, ma che, purtroppo, apre anche nuovi interrogativi ai quali, per il momento, non abbiamo avuto risposta. Certo è che i fan del Maestro sono abituati a questo suo modo di fare, ma in questo caso l’opera che aveva raggiunto un ottimo sviluppo di trama e che aveva gettato le basi per delle interessanti vicende, si interrompe nel punto di massima tensione lasciando aperti molti interrogativi.

***SPOILER***

In cosa si trasforma Great Mazinger dopo l’attivazione del motore a energia fotonica? Persefone e Miki sono sul punto di risvegliarsi, ma chi delle due si sveglierà? Lo faranno entrambe? Ritroveremo l’anima umana di Miki nel corpo divino di Persefone? E soprattutto chi avrà la meglio nello scontro tra Devilman e Hades?

***FINE SPOILER***

A sinistra il Devilman di Nagai, a destra l’Akira del Team Moon.

La controparte grafica è ottima e il lavoro svolto dal Team Moon è davvero eccellente, il disegno graffiante e molto dettagliato ben si sposa con le tematiche proposte e anche i pochi intermezzi comici non stonano e ci riportano alla mente quelli già proposti anche nelle serie storiche. Inevitabile il confronto con il tratto del maestro Nagai che aveva connotazioni più caricaturali e abbozzate, al contrario di questo nuovo stile molto più realistico che va a delineare delle figure plastiche e accattivanti. Evidente è anche la scelta di rappresentare i personaggi femminili con tratti più dolci e sinuosi, decisione che strizza fortemente l’occhio al genere hentai.

Benché l’opera sia un chiaro anello di giunzione tra la vecchia e la nuova guardia dei fan, la lettura è consigliata a entrambe le categorie in quanto gli uni ritroveranno dei personaggi molto amati e ben rappresentati, gli altri verranno a conoscenza di un universo fumettistico molto appassionante e si troveranno davanti un buon fumetto, coinvolgente e appassionante, che però lascerà la bocca amara, con un senso di incompiuto, un po’ come un coito interrotto.


Go Nagai, Team MOON
Devilman vs Hades
Serie completa in 3 volumi
Editore: Star Comics
Brossurato con sovraccoperta, cm 13×18, 224 pagg., b/n, € 5,90 a volume

Devilman Crybaby – L’apoteosi di Go Nagai

Cosa si potrebbe aggiungere all’ottima recensione di Devilman Crybaby scritta da Fabrizio Nocerino? È un onore per me, nagaiano di ferro non girellaro, al netto dell’inevitabile nostalgia, affrontare un palcoscenico del calibro di Dimensione Fumetto proponendo una serie di considerazione sparse proprio su un’opera così divisiva e che tanto ha fatto discutere nelle ultime settimane.

Immagine promozionale di "Devilman Crybaby" di Masaaki Yuasa.

Per parlare di Devilman Crybaby, ultima fatica del regista Masaaki Yuasa, salito alla ribalta per opere come Mind Game, Kaiba e le trasposizioni animate di The Tatami Galaxy e Ping Pong, bisogna parlare della genesi dello sconvolgente Devilman e del suo celebre papà, il Maestro Go Nagai.

Giappone, anni ’70 del XX secolo: la Toei Animation, avendo apprezzato il manga Mao Dante di Go Nagai, propone a questo autore di creare una serie animata ispirata a quest’opera, ma edulcorata, quasi supereroistica, in quanto rivolta a un pubblico di bambini. Parallelamente alla serie TV Devilman, Nagai sviluppa un omonimo manga dai toni maturi e orrorifici; quest’opera, ideata dall’autore per condannare tutte le guerre e alimentata dall’astio di Nagai nei confronti di coloro che avevano attaccato il suo lavoro precedente, Harenchi gakuen (in Italia La scuola senza pudore), entra con prepotenza nell’olimpo mondiale dei fumetti e influenza profondamente moltissimi manga e anime successivi. Un nome su tutti? Neon Genesis Evangelion di Hideaki Anno.

Go Nagai e Masaaki Yuasa davanti al poster di "Devilman Crybaby".

Go Nagai e Masaaki Yuasa posano orgogliosamente davanti al poster di Devilman Crybaby.

Molti anni dopo, XXI secolo: Netflix, il colosso dello streaming, distribuisce in tutto il mondo Devilman Crybaby, prodotto dallo Studio Science Saru, con Masaaki Yuasa alla regia, Ichiro Okouchi alla sceneggiatura, Ayumi Kurashima al character design e Kiyotaka Oshiyama al “devil design”, ovvero il design non solo del protagonista dell’opera, ma anche degli altri demoni.

Devilman Crybaby È il Devilman di Masaaki Yuasa, regista che ha come cifre stilistiche un continuo dinamismo e una plasticità totale: le animazioni in Devilman Crybaby sono particolari, talvolta eccessive all’occhio di uno spettatore non rimasto al passo con l’animazione moderna, ma rimangono sempre al servizio dell’opera e sono, nella quasi totalità, di una qualità sopraffina, anche tenendo conto del fatto che la serie è stata prodotta in sei mesi e che per ben tre episodi le animazioni chiave sono state realizzate da un unico animatore (Tomohisa Shimoyama per l’episodio 4, Kiyotaka Oshiyama per l’episodio 5 e Takashi Kojima per l’episodio 9).

Animazione di "Devilman Crybaby" di Masaaki Yuasa.

Anche il character design è all’altezza di questa ambiziosa operazione: all’inizio delle vicende i personaggi sono tratteggiati in modo molto moderno e kawaii, soprattutto l’imbelle protagonista Akira; con l’ingresso in scena di Devilman il contrasto è a un primissimo impatto stridente ed estraniante, ma subito dopo la dolcezza del tratto si sposa meravigliosamente con la crescente e inarrestabile violenza.

Fotogrammi di "Devilman Crybaby" di Masaaki Yuasa.

L’aspetto dei demoni è un tuffo in una follia psichedelica dai colori accecanti, mentre per il protagonista c’è poco da dire: il Devilman di Oshiyama e Yuasa è bellissimo e quanto più nagaiano possibile.

Poster di "Devilman Crybaby" di Masaaki Yuasa.

L’approccio di Yuasa al capolavoro di Nagai è fortemente autoriale, ovvero omaggia fedelmente l’opera originale e parallelamente la fa sua uscendo a testa alta da questo confronto, esattamente come hanno fatto in precedenza due altri grandi registi d’animazione, da una parte Mamoru Oshii con Ghost in the Shell e Lamù – Beautiful Dreamer, dall’altra Hideaki Anno con Shin Godzilla: in questa chiave dovrebbe essere letto il trasferimento dell’elemento focale di Devilman, il conflitto, dall’esterno verso l’interno, incarnandolo nella figura di Akira/Devilman che soffre per l’infinita crudeltà umana e -non tanto inaspettatamente, in quanto il “crybaby” del titolo significa “piagnone”- versa copiose lacrime in molteplici occasioni.

La miniserie è concepita come un granitico unicum, un titanico film d’animazione: lo si può desumere non solo dal fatto che lo spettatore sia praticamente costretto dalla bellezza della storia e delle animazioni a una fruizione vorace e compulsiva, ma anche dal fatto che la sequenza di apertura, disegnata da Abel Gongora e accompagnata dal brano Man Human di Denki Groove, non sia presente in ogni episodio, ma solo una volta, nella seconda puntata.

Sesso e violenza, inevitabilmente e come nel manga originale, vengono mostrati in abbondanza, ma senza compiacimento, morbosità né perversione. Allo sguardo dello spettatore, guidato con abilità da Yuasa, gli eccessi vengono proposti in modo grottesco e inumano al punto tale da sfociare in una freddezza quasi documentaristica e distaccata: che cosa sono i demoni, se non la controparte nuda e sfrenata degli infimi istinti dell’uomo? Che cosa possono fare, se non uccidere e accoppiarsi indulgendo in questi piaceri?

L’unico appunto che forse si può muovere a una serie come Devilman Crybaby è che dieci episodi siano troppo pochi: forse sarebbe stato il caso di avere un paio di episodi in più per approfondire ulteriormente il drammatico confronto con l’arpia Silen e il rapporto tra il protagonista Akira Fudo e la sua controparte Ryo Asuka.

Fotogramma di "Devilman Crybaby" di Masaaki Yuasa.

Se Devilman Crybaby ha profondamente turbato numerosi nostalgici oltranzisti, d’altro canto ha riscosso successo e consensi in tutto il mondo: il mangaka e character designer Yoshiyuki Sadamoto, che più volte ha dichiarato che Evangelion si è profondamente ispirato al manga di Nagai stilisticamente e concettualmente, ha mostrato apprezzamento nei confronti della serie animata di Yuasa tramite un tweet e uno schizzo del protagonista e del suo antagonista.

Fanart di "Devilman Crybaby" di Masaaki Yuasa disegnata da Yoshiyuki Sadamoto.

Per quanto riguarda il confronto con le precedenti opere del franchise, questa nuova serie animata omaggia anche quella degli anni ’70, che nell’universo di Devilman Crybaby esiste proprio come cartone rivolto ai bambini: in più occasioni sono inseriti riferimenti a essa, come i poster nelle camere dei personaggi e l’inserimento nel primo episodio della opening classica, la celeberrima Devilman no uta (“La canzone di Devilman”), potentemente remixata in chiave dance elettronica da Abu-chan e Kensuke Ushio, quest’ultimo curatore di tutta la colonna sonora.

Infine, Devilman Crybaby È anche e soprattutto il Devilman di Nagai, un tributo che rende onore a un mostro sacro del fumetto mondiale trascinandolo con violenza nel XXI secolo. Devilman è eterno e universale, il suo messaggio devastante è attuale ancora oggi, e Yuasa lo ripropone con successo in chiave ultracontemporanea: un esempio su tutti, nel manga anni ’70 il sabba, la festa pagana che conduce all’evocazione dei demoni, è accompagnato da un complesso rock/metal, all’epoca la “musica del demonio”, mentre ora, nel 2018, la controparte animata del sabba è sostanzialmente un rave party condotto verso la follia da un ossessivo e irresistibile ritmo tribale/elettronico.

Pagina di "Devilman" di Go Nagai.

Yuasa ha riletto il classico immortale di Nagai sulla base della consapevolezza del fatto che «il mondo è andato avanti» (cit.), e se se ne è reso conto anche Mark Renton in Trainspotting, ci auguriamo che anche chi è rimasto fino ad adesso bloccato solipsisticamente in un universo di 40 anni fa possa infine apprezzare Devilman Crybaby per quello che è, una serie contemporaneamente classica e attualissima, degna trasposizione del comunque inarrivabile originale di Nagai.

Devilman Crybaby – L’infernale recensione

Quando il colosso dello streaming-service Netflix annunciò la sua prima serie anime, Castlevania, l’attenzione si spostò verso le nuove possibilità che si erano improvvisamente aperte per gli studi d’animazione, giovani e veterani, che avevano tutta l’intenzione di spostarsi su una piattaforma globale, digitale e pronta a investire.

Poco più di un mese dopo, infatti, Netflix decise subito di spingere l’acceleratore, rivelando al mondo Devilman Crybaby, una produzione che si proponeva di modernizzare e riportare alla luce il pilastro dello shonen Devilman di Go Nagai; alle redini del progetto il giovane studio d’animazione Science SARU di Masaaki Yuasa, autore dell’acclamatissimo, splendido Mind Game e delle serie animate di The Tatami Galaxy e Ping Pong The Animation.

Flash forward, avanti veloce fino agli inizi del 2018 e Devilman Crybaby debutta su Netflix nella formula standard della piattaforma, dieci episodi adatti al binge-watching compulsivo.
Ma dopo quasi cinquant’anni dalla prima apparizione di Devilman, rimanevano dubbi sulla possibilità di mantenere vivo lo spirito oscuro e corrotto, nero pece dell’opera originale.

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Akira Fudo vive la sua vita timidamente, senza dare troppo nell’occhio: i suoi genitori sono all’estero e lui abita insieme ai Makimura, famiglia che lo ha accolto a braccia aperte e nasconde l’interesse amoroso del ragazzo, Maki, “la strega dell’atletica”, una ragazza amorevole e gentile.
Come nella più tradizionale delle storie, e come Nagai comanda, la quiete viene interrotta dal ritorno di Ryo Asuka, amico d’infanzia di Akira pronto a rivelargli un mortale segreto: i demoni sono tra gli umani, si sono adattati dalla creazione del pianeta a oggi e intendono distruggere l’umanità.
Per sconfiggerli, Ryo ha un piano: infiltrarsi in un Sabba, un drug-party di moda in Giappone, e nel tumulto della musica e del sesso invocare Amon, il più potente dei demoni, per far sì che si fonda con Akira; secondo Ryo, il cuore puro del suo amico è l’unico in grado di sottomettere la volontà di Amon, creando così un potente ibrido uomo/demone… un Devilman.

La premessa originale, quella del manga e non dell’anime del ’72 adattato per un pubblico piú infantile, viene mantenuta seppur con qualche marcato cambiamento, mostrando la forza dell’idea di Nagai.
Mantenendosi su questa scia, l’intera storia ricalca lo spirito del primo Devilman, esplorando il concetto di bene e male, compassione e crudeltà, applicando questi termini, dividendoli e ridistribuendoli successivamente quando la lotta tra umanità e demoni si farà più intensa e sanguinosa, cominciando a creare momenti davvero densi nella trama.

Ciò che cambia, e non si poteva fare altrimenti, è il contesto in cui le vicende di Akira Fudo si muovono: il Giappone di Devilman Crybaby è assorbito dai social network, dalle riviste con modelli amatoriali, fotografi viscidi, bombardamento televisivo costante e assillante.
I ragazzi sono sboccati, volgari, concentrati sul sesso, le droghe e la musica, vie di fuga da una opprimente gabbia di norme sociali.
Le ossessioni del mondo contemporaneo sono splendidamente inserite nella storia originale, mostrando un’ambientazione più giovane, ma non per questo fastidiosa o accentuata per sottolineare ancora di più le differenze con Nagai.
Devilman Crybaby sa di dover adattare una storia “vecchia” a un mondo che ha corso a grandi velocità dagli anni ’70 in poi e cerca di farlo al meglio delle sue possibilità, riuscendoci.

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La regia di Yuasa e la scrittura di Ichiro Okouchi rendono la fragilità emotiva e il pianto facile di Akira un modo per distinguerlo da una massa assorbita dalle già accennate ossessioni, paranoie e routine di vita quotidiana: con gli altri ragazzi, ma specialmente se posto agli antipodi di Ryo, Akira è un vero frignone, un crybaby che mostra la sua voglia di proteggere chi gli sta a cuore, emozionandosi e mettendosi in prima linea per difenderli da un mondo che rotola, freneticamente, verso la follia.

Con solo dieci episodi a disposizione, la psicologia e la caratura emozionale dei personaggi viene spesso compattata e rimpicciolita a fronte dei più pressanti, e sicuramente coinvolgenti, eventi di trama: il cast di contorno ha uno spazio veloce, breve per esprimersi e per mostrare la propria personalità, le proprie motivazioni e, sebbene nessuno risulti fuori posto o fondamentalmente banale, la storia gioca al meglio delle sue possibilità con questi elementi.
L’intreccio emotivo risulta comunque efficace e funzionale alla carica di sentimenti che esploderà nel crescendo finale, quando tutta la visione del mondo diventerà nichilista e senza possibilità di redenzione.

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Tecnicamente, Devilman Crybaby può risultare audace, così come indigesto: non è un segreto che lo stile essenziale di Yuasa sia un mezzo per far risaltare le animazioni folli e slegate da qualsiasi fisica. La corsa dei protagonisti da umana diventa bestiale, le esplosioni dei corpi posseduti dai demoni divampano in un mix di sangue giallo, colori acidi e arti, seni, vagine e teste che mutano in maniera mostruosa e raccapricciante.

Come accennato, però, lo stile e le animazioni rimangono controverse, piazzandosi perfettamente in quella larga categoria del de gustibus che varia di persona in persona: a chi tocca adattarsi, al pubblico o al regista? Non sapremo mai la risposta.

Le scene d’azione che coinvolgono Devilman sono sempre interessanti da guardare e la battaglia finale mantiene fede al pathos brutale e apocalittico di Go Nagai; la colonna sonora unisce una deriva elettronica, un massiccio uso di sintetizzatori, quasi da club, con musica orchestrale ed epica, creando ancora di più una ideale unione tra le atmosfere oscure dello shonen e l’atmosfera urbana moderna.

Devilman Crybaby non è un prodotto perfetto, sia per la formula adottata, che magari aveva bisogno di più spazio per far respirare i personaggi, sia per la qualità dell’animazione spesso e (mal)volentieri altalenante.
Tuttavia, è difficile trovare un anime che, a quasi mezzo secolo di distanza dalla fonte originale, sia in grado di mantenere lo spirito cinico, maledetto, aggressivo e, nascosto sotto questi strati di violenza, positivo.
Questo, ancora una volta, a dimostrazione dell’importanza e della potenza del concept originale di Nagai, talmente valido e qualitativamente incredibile che, nonostante cambiamenti e adattamenti nel tempo, resta uno scheletro solidissimo sul quale ricostruire la storia di Devilman.
Il giorno del giudizio scatenato da Ryo e Akira osserva l’umanità in tutto ciò che può essere e non essere, mostrando cosa sia giusto e chi sia il vero demone, chi può definirsi umano o meno.
A noi il compito di osservare… e giudicare a nostra volta.

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Il ritorno, supersonico, di Mazinga Z – Infinity!

Dopo mezzo secolo arriva al cinema Mazinga Z, da tutti considerato come l’origine e lo zenith dei cartoni animati sui robot! Dal 31 ottobre al cinema!

Torna uno dei cartoni animati giapponesi più leggendari di sempre, Mazinga Z, con un reboot intitolato Mazinga Z – Infinity, distribuito da Key Films.

Era il 1972 quando dalla fantasia del geniale Gō Nagai nasceva quello che sarebbe stato il primo robot pilotato da un uomo nella storia degli anime giapponesi: Mazinga Z, un personaggio amatissimo da intere generazioni e destinato all’immortalità.

E proprio quest’anno il grande mangaka Gō Nagai festeggia il 50° anniversario della sua carriera.

Dunque, non poteva esserci momento più propizio per questo grande e attesissimo ritorno, che sta già catturando l’attenzione di tutti gli agguerritissimi fan in giro per il mondo!

Il giovane Koji Kabuto è diventato uno scienziato e Mazinga Z riposa in un museo.

Un giorno vengono scoperte delle gigantesche e misteriose rovine all’interno del Monte Fuji chiamate Infinity, opera del Dottor Inferno e delle sue forze malvagie. A causa dell’enorme potere distruttivo dell’Infinity, l’umanità rischia l’estinzione. Koji è quindi costretto, dopo 10 anni, a riprendere i comandi di Mazinga Z e ad affrontare ancora una volta il dilemma della sua vita “Diventare Dio o Demone”.

Oggi più che mai il futuro dell’umanità è nelle sue mani.

 

È ancora il mio eroe, e lo sarà per sempre.

 

Mazinga Z ha fatto il suo sensazionale esordio nel 1972. Questo titolo leggendario non ha avuto successo solo in Giappone, ma in tutto il mondo. Dopo mezzo secolo, la Toei Animation riporta questo celebre robot sul grande schermo, con Mazinga Z – Infinity.

Il produttore del film, Yu Kanemaru, torna indietro con lo sguardo agli inizi di questo grande progetto: l’idea di creare un film di animazione tratto dalla leggendaria serie TV Mazinga Z, che la Toei Animation ha creato 45 anni fa, era in cantiere da 10 anni. Credo che sia il momento migliore per riportare in vita Mazinga Z. La popolazione mondiale continua a crescere e la tecnologia progredisce giorno dopo giorno, e più che mai è forte la convinzione che ogni individuo sia unico. C’è una grande varietà di persone, d’idee e di valori. Viviamo in un’era in cui la diversità ha grande importanza. In questo film volevamo esprimere i valori, i meriti e i pericoli della diversità. Quando l’umanità viene messa di fronte alla possibilità di scegliere ed ha a disposizione una gran varietà di opzioni, ci si può trovare di fronte a una crisi. Il tema principale di questo film riflette il mondo in cui viviamo oggi. Abbiamo cercato di fare di Koji Kabuto l’eroe col quale ci identificheremmo, dandogli quei valori a cui tutti aspiriamo.

Il regista del film è Junji Shimizu che ha diretto moltissime serie di animazione televisive e film d’ animazione, tra cui le serie “Yu-Gi-Oh”, “Gashbell!!”, “One Piece” e “Pretty Cure”.

Lo stesso Shimizu descrive le tematiche del film: “Il film è ambientato dieci anni dopo la storia originale, quindi, adesso, Koji Kabuto è più adulto. All’epoca era solo un pilota, c’era lui ai comandi di Mazinga Z, ma ora, ha una posizione molto più influente. Nella serie originale era un ragazzino, ora è adulto. Nel film deve confrontarsi con delle difficoltà e si trova di fronte a delle scelte, ma ancora una volta riuscirà a ritrovare se stesso. Come in passato, sarà lui l’eroe della storia. Sono certo che tutti abbiano avuto un’esperienza simile nella loro vita. Spero che gli spettatori possano identificarsi con Koji Kabuto quando guarderanno questo film.”

Gō NAGAI

È nato nel 1945 a Wajima-City, nella Prefettura di Ishikawa. Nel 1967 ha esordito con “Meakashi Porikichi”. E’ uno dei più leggendari artisti manga del Giappone, tra i suoi titoli ricordiamo la serie di “Mazinga Z”, di “Devilman”, di “Ufo Robot Goldrake” e di “Harenchi Gakuen”, solo per citarne alcuni. Ha introdotto espressioni di sesso e di violenza nelle sue opere, ed ha portato lo shonen manga[1] ad un livello superiore, influenzando qualsiasi altro artista successivo. Gō Nagai è l’unico artista manga ad aver avuto 5 manga diversi pubblicati a cadenza settimanale contemporaneamente (Shonen Jump, Shonen Magazine, Shonen Sunday, Shonen Champion e Shonen King). E’ un vero e proprio mito vivente per i fan dei manga di tutto il mondo.

 

 

[1] Gli shōnen (lett. “ragazzo”) sono una categoria di manga ed anime indirizzati a un pubblico maschile, generalmente dall’età scolare alla maggiore età.

 

Lo chiamavamo Koutetsu Jeeg, lo chiamavano Jeeg Robot

Durante il periodo Shouwa c’era in televisione una fascia oraria in cui mandavano i cartoni animati in replica¹, e quando facevo le scuole elementari al rientro a casa trovavo sempre in questa fascia le repliche continue di Mazinga Z e di altri titoli rappresentativi dei robottoni della Toei. Fra questi c’era anche Jeeg robot d’acciaio, io lo guardavo e ancora me lo ricordo. Era un anime a evidente contenuto morale in cui il buono con grande sforzo sconfiggeva i cattivi, ma ancora oggi che sono cresciuto e sono diventato un uomo di mezza età quelle serate durante gli anni delle elementari sono rimaste un indelebile ricordo di gioventù.

Benché sapessi che gli anime giapponesi sono famosi in Italia, quando ho letto una news in cui si diceva che Jeeg robot d’acciaio era diventato il tema di un film di grande successo, francamente la prima reazione che ho avuto è stata di spaesamento. Sarà sicuramente un ridicolo anime per bambini. Non posso nemmeno pensare che sia un film dal vivo. Davvero va bene questa cosa?

Ma adesso, dopo aver visto in anteprima questo film a Tokyo², i dubbi sono scomparsi e al loro posto provo una sensazione di enorme gratitudine per aver usato Jeeg robot d’acciaio in questo meraviglioso capolavoro.

Poster giapponese di "Lo chiamavano Jeeg Robot".

Il poster giapponese di Lo chiamavano Jeeg Robot, identico a quello italiano a parte per l’inversione di dimensione fra il titoli.

Per prima cosa ho molto apprezzato che il protagonista sia un uomo di mezza età, ingrassato, recidivo al furto e allo scippo, che si è infilato in un vicolo cieco fatto di giornate in cui si consola con budini e video porno. Situazioni simili erano già presenti in uno dei miei film preferiti, ovvero quel Trainspotting in cui Ewan McGregor interpreta Renton che annega fra la droga e un “senso di blocco” che gli impedisce di vedere il domani, ma quel Renton era un giovane che riusciva comunque a essere in qualche modo affascinante: ecco perché nel finale del film il suo lasciarsi alle spalle la droga e il salto nell’età adulta sono credibili. Qui però il personaggio di Enzo, interpretato da Claudio Santamaria, è un adulto che ormai ha già superato l’adolescenza da un bel po’, e la scena della corsa all’inizio del film con il corpo grasso in vista comunica una sensazione di bruttezza che non ha proprio nulla di affascinante.

Per aprire uno squarcio in questa storia su cui galleggia il “senso di blocco”, il regista Gabriele Mainetti lancia una palla veloce chiamata Jeeg robot d’acciaio: l’anime robotico giapponese diventa un mondo di sogno al cui interno vive Alessia, interpretata da Ilenia Pastorelli, una ragazza figlia di un uomo ucciso durante una trattativa di vendita di stupefacenti. All’inizio Jeeg robot d’acciaio sembra il sogno animato in cui si è rifugiato l’animo malato di una trentenne zitella con problemi mentali, ma poi man mano lo spettatore capisce che Alessia ha scelto quel mondo perché possiede il cuore puro di un bambino, e al contempo quello stesso mondo viene usato in maniera effettiva e convincente per risvegliare in un uomo di mezza età come Enzo il suo spirito da eroe. Come spettatore giapponese ne sono entusiasta. In una trama del tutto assurda, il regista vi ha inserito dentro Jeeg robot d’acciaio in un modo che riesce a dar vita a questo lavoro.

Regista e protagonisti di "Lo chiamavano Jeeg Robot".

Il regista del film con i tre attori principali: da sinistra Luca Marinelli, Claudio Santamaria, il regista Gabriele Mainetti e Ilenia Pastorelli.

Qualche decennio fa, in Giappone, la sera c’era un bambino delle elementari che stava davanti alla TV a guardare Jeeg robot d’acciaio, e adesso quel bambino è diventato un otaku di mezza età che ancora oggi legge fumetti e guarda cartoni animati. Allo stesso modo, qualche decennio fa, anche in Italia c’erano bambini che guardavano Jeeg robot d’acciaio, quei bambini sono cresciuti, e anche se sono diventati uomini di mezza età sono sicuro che conservano ancora lo stesso spirito di quel periodo.

Al regista Mainetti e a tutto lo staff che ha realizzato questa meravigliosa opera, e a tutti gli italiani che hanno saputo accogliere la cultura degli anime giapponesi, a tutti loro sono profondamente grato.


Note

1: in Giappone le repliche televisive sono estremamente rare e la stragrande maggioranza degli anime viene trasmessa una volta sola. Durante il periodo Shouwa, quindi fino al 1989, il numero di serie animate per la televisione era ancora sufficientemente contenuto da consentire le repliche, ma attualmente l’enorme quantità di serie prodotte non lascia spazio ai vecchi titoli. Per maggiori informazioni consultare l’articolo Il secondo Second Impact sulla ritrasmissione celebrativa di Neon Genesis Evangelion.

2: il film uscirà in tutto il Giappone il prossimo 20 maggio.

La Toei annuncia il film di Mazinga Z

Giovedì scorso la Toei Animation ha annunciato tramite un comunicato stampa l’imminente produzione di un film dedicato a Mazinga Z, popolarissimo robot gigante creato da Go Nagai (padre di Goldrake, Jeeg, Devilman e tanti altri). Il comunicato non specifica se si tratterà di un live action o di un film di animazione. Il film uscirà in occasione delle celebrazioni per i 45 anni del franchise ed è intitolato, temporaneamente, Gekijōban Mazinger Z (Mazinger Z il Film). Toei Animation sta producendo il film e sempre la Toei si occuperà della distribuzione.

Toei ha anche lanciato il sito ufficiale del film e ha già annunciato un evento all’AnimeJapan 2017 del prossimo 26 Marzo a Tokyo.

Quel gran pezzo dell’Ubalda – X di CLAMP

Torna Quel gran pezzo dell’Ubalda, la rubrica di critica fumettistica dedicata all’analisi di singole pagine di straordinario valore: stavolta è il turno del sofisticato fantasy X del quartetto di autrici CLAMP.

I precedenti articoli di questa rubrica sono consultabili a questo link.


Apparentemente c’è molto poco da dire che non sia già stato detto su una delle opere più discusse, analizzate, sviscerate, lodate e ovviamente anche disprezzate del fumetto giapponese contemporaneo: X delle CLAMP è ormai così ampiamente entrato nel mito da essere diventato uno stereotipo, l’opera incompiuta, l’opera maledetta, l’opera al nero.

Illustrazione di "X" delle CLAMP.

Il bianco e il nero e il rosso: bevenuti nel mondo di X. Il protagonista Kamui Shirou posa ricoperto di sazanka, un tipo di camelia giapponese che fiorisce d’inverno, nella neve, fino a 1’000 metri d’altitudine. È una cultivar artificiale creata dall’uomo nel XVII secolo. È un fiore bellissimo, ed è anche il simbolo del trionfo dell’uomo sulla natura. È al contempo naturale e innaturale. È un’incognita: x.

Apparentemente si sa tutto di X. Concepito fra i banchi di scuola dalla futura sceneggiatrice del collettivo di autrici CLAMP Nanase Ookawa, che probabilmente in vita sua non ha mai letto uno shoujo essendo cresciuta con Go Nagai, il fumetto debutta nel 1992 sulle pagine della rivista-contenitore Asuka della Kadokawa Shoten, la casa editrice giapponese SF per eccellenza (è quella di Mobile Suit Gundam e Neon Genesis Evangelion) e otaku per eccellenza (è quella di Lucky☆Star e Keroro), che con quella rivista punta a sfondare nel pubblico femminile, settore in cui difetta. Per femminile che possa essere il target, la Kadokawa ha comunque un nome da difendere e non pubblica nulla che non sia in area fantasy e che non abbia un certo grado di complessità interna che rende le sue opere studiabili: X non solo non fa eccezione, ma anzi non è secondo a nessuno in quanto a complessità, ed è stato di grande ispirazione per tutto quel filone apocalittico-religioso-horror-metafisico tipicamente anni ’90 che va da Kaori Yuki coi suoi angeli a Neon Genesis Evangelion coi suoi Angeli (e X è stata la prima opera a sfruttare l’Albero della vita della Cabala ebraica, ben prima di Anno). Dopo undici anni di pubblicazione e a pochi capitoli dal finale, nel 2003 il fumetto è stato interrotto dalla Kadokawa stessa a seguito di divergenze artistiche: più le CLAMP trasformavano la trama in una carneficina, più le lettrici mandavano lettere di protesta alla casa editrice.

Confronto fra "Vanishing Vision" degli X JAPAN e "X" delle CLAMP.

X è figlio di padri nobili. Due le principali ispirazioni del fumetto: Devilman di Go Nagai (di cui le CLAMP hanno realizzato nel 1991 una doujinshi intitolata Divina Commedia, proprio così in italiano) e la band glam metal X JAPAN, con le loro composizioni epiche e i testi a base di eros e thanatos, i quali scriveranno anche Forever Love, il brano dei titoli di coda per il film di X del 1996. In alto: la sobria copertina del primo album degli X JAPAN Vanishing Vision del 1988; notare che il font della X in alto a destra è Monotype Modern, cioè lo stesso che sarà poi usato dalle CLAMP per le copertine del fumetto. In basso: Kamui appare spesso nelle illustrazioni con ferite sanguinolente a forma di X, meglio ancora se angelicato e circondato da Alberi della vita.

Tutto e il contrario di tutto

In realtà non si sa quasi niente di X. Non è chiaro ad esempio che cosa vogliano comunicare le autrici, una domanda che il lettore non può non porsi di fronte ai dialoghi che i personaggi hanno con lui quando sfondano la quarta parete e lo guardano dritto negli occhi. Non è chiaro dove le CLAMP vogliono portare la trama, dato che a un passo dal finale l’intreccio dei rapporti fra i personaggi si sta complicando sempre più invece di semplificarsi. Non è chiaro quale sia il significato di quest’opera così nera (anche d’inchiostro), e i riferimenti cosmogonici e astrologici e religiosi ne rendono la lettura ostica e stratificata. Infine, non è chiaro perché X sia ancora interrotto dopo 14 anni dato che l’ultraviolenza che avrebbe shockato il pubblico nel 2003 è una scusa molto labile, soprattutto perché l’editor di Asuka conosceva già la storia fin dal principio in quanto le CLAMP sono solite elaborare interamente la trama prima di iniziare a sceneggiare e disegnare.

In realtà c’è ancora molto da dire su X e sul suo valore, percepito in maniera così diversa da persona a persona. Le critiche più comuni poste a questo fumetto sono il ritmo insopportabilmente lento, i mille personaggi introdotti uno dopo l’altro, la ripetitività di certe situazioni, e lo stile grafico trionfale che impantana la lettura invece di favorirla. È tutto vero, ma gli apparenti difetti di X vanno visti all’interno della poetica radicale delle CLAMP, ovvero: lo shoujo come ribaltamento dello shounen. X è esattamente uno shounen al contrario.

Uno shounen al contrario

Prendiamo lo shounen per eccellenza, Dragon Ball: comincia con un ritmo veloce e incalzante per poi rallentare pian piano cristallizzandosi in saghe dallo svolgimento lento, all’inizio ha un cast minimo strettamente legato che via via si espande sempre più perdendo in coesione, le situazioni si ripetono salendo di livello, e le tavole passano dall’avere vignette piccole e compatte al diventare grandiose con profusione di splash page e doppie paginone. Un modello shounen che si manterrà standard fino a oggi e che ha trovato un vertice artistico in Yu degli spettri, molto amato dalle CLAMP. X funziona all’esatto opposto: comincia con un ritmo ossessivamente lento per poi accelerare pian piano finché negli ultimi volumi la narrazione si fa frenetica, molti personaggi slegati vengono introdotti in blocco all’inizio e poi si riducono man mano che le relazioni si fanno più strette, le continue reiterazioni scompaiono a favore di forti colpi di scena, e le tavole iniziali che abbondano di paginone mute ultradettagliate (più simili a illustrazioni che a pagine di fumetto) lasciano il posto a una narrazione graficamente semplificata e molto scorrevole. In pratica, in un processo di ribaltamento dei generi accuratamente valutato, le CLAMP propongono una sorta di sfida morbosa al lettore: superare la difficoltà della prima parte per potersi poi immergere nella seconda.

Costine dei volumetti giapponesi di "X" delle CLAMP.

Le costine dell’edizione giapponese di X con i personaggi del fumetto hanno generato una delle maggiori speculazioni dei fan. Le CLAMP hanno dichiarato di aver pianificato l’opera in 22 volumi totali, ognuno abbinato alle 22 carte dei tarocchi; il tarocco 0 Il Matto è abbinato alla raccolta di illustrazioni, gli altri 21 sono distribuiti uno a volume. Osservando le costine però si nota che già nel volume 18 spuntano ciuffi di capelli di Fuuma, il co-protagonista della storia e quindi teoricamente destinato al volume finale come il protagonista Kamui era su quello iniziale. Ma allora, se Fuuma sarà sul volume 19, cosa saranno i volumi 20 e 21?

Sogni di carta

La difficoltà di lettura di X è voluta. Oltre a cosa si racconta, la fatica per il lettore nasce da come si racconta: ecco quindi che le tavole di X sono fatte in modo da mettere a disagio il lettore, anche nelle scene più tranquille, con una impostazione grafica spesso di ostacolo alla fruizione fluida del racconto. Ne è un esempio calzante la scena della visione onirica del futuro nel quarto volume, fra le più famose del fumetto.

Kamui torna a Tokyo dopo molti anni d’assenza come richiesto dalle ultime volontà di sua madre, morta in circostanze misteriose. Lì apprende che a breve ci sarà la fine del mondo e che una veggente l’ha indicato come possibile salvatore dell’umanità: lui pensa siano sciocchezze, ma alla fine si fa convincere da vari personaggi a incontrare questa veggente, una ragazza cieca, sorda e muta di nome Hinoto. Ecco la scena dell’incontro:

[lettura da destra a sinistra]

Tavole di "X" di CLAMP.

Kamui è titubante, ma si avvicina a Hinoto. Quando le tocca la mano, il mondo reale va in pezzi…

Tavole di "X" di CLAMP.

… in pezzi…

Tavole di "X" di CLAMP.

… in pezzi…

Tavole di "X" di CLAMP.

… finché Kamui si ritrova nel mondo dei sogni, dove Hinoto gli mostra un modello della Terra e gli racconta la sua profezia.

A questo punto parte la lunga scena del sogno, in cui Hinoto racconta che il mondo sarà o salvato da sette personaggi detti Sigilli, o distrutto da altri sette personaggi detti Messaggeri; Kamui è l’eletto e deve scegliere se capeggiare l’uno o l’altro gruppo, salvare la Terra o distruggerla, conservare o rinnovare, ma Kamui è anche un personaggio bipolare che salva i cagnolini e uccide le persone, e non si sa da che parte vuole stare. Kamui è un’incognita: x.

I tre livelli di lettura

A prescindere dalla trama fanta-apocalittica che rientra negli standard del genere, a partire dalla Bibbia per arrivare a Matrix, l’aspetto più interessante del fumetto delle CLAMP è la sovrapposizione dei livelli di lettura. Ogni pagina di X presenta infatti almeno tre elementi da tenere in considerazione se si vuole fruire interamente dell’opera.

Composizioni

Il primo livello è quello della composizione grafica delle pagine: riprendendo un testo base della narrativa horror giapponese, ovvero il capolavoro Kami no hidari te Akuma no migi te di Kazuo Umezu, le CLAMP sviluppano la narrazione attraverso pagine impostate sull’uso delle linee diagonali nelle giustapposizione di personaggi, volumi, pieni/vuoti e nella disposizione delle vignette (o la loro mancanza), ottenendo nella maggioranza dei casi strutture a x, alludendo al titolo del fumetto, ma anche al suo senso: l’incognita, l’inconoscibilità del futuro, l’inconoscibilità del cuore umano.

Analisi grafica di due tavole di "X" di CLAMP.

Ecco quindi che le due tavole con l’ingresso nel mondo dei sogni sono di fatto un’unica doppia tavola in cui tutti gli elementi presenti, compresi persino i capelli dei personaggi, tendono a far sprofondare il lettore verso il basso, trainati dal braccio della veggente Hinoto.

Analisi grafica di due tavole di "X" di CLAMP.

Mentre la realtà va in frantumi, la composizione diventa un’unica grande x sottolineata dalla forte prospettiva centrale e dalla disposizione dei frammenti.

Analisi grafica di due tavole di "X" di CLAMP.

Anche nella doppia splash page successiva, benché sembri vuota, in realtà mostra di nuovo la x con la disposizione dei corpi dei personaggi e con lo spazio definito dai frammenti (pure messi a x).

Analisi grafica di due tavole di "X" di CLAMP.

La composizione a x, così visivamente instabile e sottilmente irritante, domina l’intero fumetto. Tutto X è a forma di x. Due tavole qualunque in cui non c’è azione: in alto la sorella consola il fratello per la perdita del padre, in basso tre personaggi parlano mentre fanno cena. A volte vistosamente a volte meno, l’intera narrazione della prima metà del fumetto (fino al volume 10) è basata su un senso sghembo di instabilità che sfavorisce il lettore e lo costringe a una fatica della lettura anche fisica, data dai numerosi movimenti compiuti dagli occhi e dalla quantità di dettagli distraenti. Dalla seconda parte in poi (dal volume 11) lo schema diagonale smette di essere contrario al lettore e inizia a venirgli incontro favorendo la dinamicità delle rapide scene d’azione.

Dimensioni

Il secondo livello di lettura di X riguarda la moltiplicazione dei piani narrativi, ed è comprensibile attraverso il modo in cui sono messi in scena i sogni. Si tratta di un tema molto comune nella narrativa di tutti i tempi e i luoghi, che ovviamente ha avuto modo di esprimersi anche nel media del fumetto con grandi risultati espressivi.

Due tavole da "Little Nemo" di Winsor McCay e da "Sandman" scritto da Neil Gaiman e illustrato da Sam Kieth.

Incursioni nel mondo dei sogni in due fumetti occidentali le cui tavole meriterebbero un approfondimento a parte. A sinistra: il grande classico Little Nemo di Winsor McCay, un fumetto straordinario composto da episodi della durata di una singola pagina con la prima e l’ultima vignetta fisse (Nemo si addormenta, Nemo si sveglia) e qualunque cosa nel mezzo, sia a livello narrativo sia grafico. A destra: una tavola tratta dal primo episodio di Sandman, la serie Vertigo tutta scritta da Neil Gaiman e illustrata di volta in volta da numerosi autori, in questo caso Sam Kieth. L’atmosfera onirica consente ai fumettisti di tutto il mondo di distorcere a piacimento la struttura narrativa e grafica delle loro storie.

Oltre a usare in maniera molto libera i vincoli grafici standard del fumetto, come la gabbia e la closure, le CLAMP svolgono un’operazione concettuale piuttosto complessa in cui moltiplicano i piani della narrazione. La gabbia grafica delle CLAMP non è semplicemente libera: è tridimensionale.

Schema dei piani narrativi di "X" di CLAMP.

La pagina di X lavora su tre distinti piani: extranarrativo, narrativo e intranarrativo. Il primo piano è quello reale, del lettore, a cui i personaggi si rivolgono indirettamente o direttamente con il comune espediente dello sfondamento della quarta parete (come accade in Devilman). Il secondo è il piano comune della narrazione, quello in cui dei personaggi si muovono in un mondo immaginario (verosimile o meno): è un mondo ideato dall’autore, ma reale per i personaggi che lo abitano. È il piano narrativo standard della fiction. All’interno di questo secondo piano ne esiste un terzo, quello dei sogni, del tutto inaccessibile se non a certe condizioni: è un mondo immaginario anche per i personaggi, dato che quello che vi avviene non è reale per loro. Il concetto sembra simile a quello del teatro nel teatro (o film nel film, libro nel libro, ecc.), ma in questo caso i sogni non sono una fiction, bensì uno spazio a parte con regole a parte in cui i personaggi entrano ed escono sfondando (anche graficamente) la prima parete. Potrebbe sembrare anche semplicemente un luogo magico, come la Stanza dello Spirito e del Tempo in Dragon Ball o la Stanza delle Necessità di Hogwarts, ma quelli sono luoghi fisici, mentre il luogo dei sogni in X non esiste però esiste; da questo punto di vista è più simile alla simulazione semi-virtuale usata per allenarsi dai personaggi di Matrix, non a caso un’opera fortemente influenzata dalla narrativa giapponese, X incluso (basti pensare ai combattimenti di Neo con l’agente Smith fra i grattacieli). In questa maniera X coinvolge le tre dimensioni reale, fiction, irreale: l’opera più simile che presenta simili caratteristiche è La storia infinita di Michael Ende, in cui i personaggi del libro-nel-libro (fiction) si rivolgono ai personaggi del libro (realtà) per aiutarli contro il Nulla (irrealtà), un altro mondo che esiste però non esiste, con la differenza che nel Nulla non c’è azione mentre invece nei sogni di X sì. D’altronde, le CLAMP mostreranno ancora interesse per Ende nel finale della loro opera Magic Knight Rayeart 2.

Previsioni

Alla composizione diagonale e all’uso di un triplice piano narrativo realtà-fiction-irrealtà si aggiunge un terzo livello di lettura: la previsione del futuro. Si tratta di un elemento chiave di X che le autrici usano nella trama (due personaggi entrambi capaci di prevedere il futuro vedono due cose opposte) e al contempo fanno trasparire in maniera molto sottile nelle pagine con lo stratagemma delle composizioni diagonali.

Analisi grafica di due tavole di "X" di CLAMP.

La doppia pagina con l’inizio della profezia del futuro è costruita graficamente su una doppia x basata sulla disposizione e sugli sguardi dei personaggi, entrambi raddoppiati a sinistra e a destra, ma la parte più interessante è dove i bracci di queste x si incontrano. Se nel caso di Hinoto infatti l’attenzione è focalizzata sulla Terra, Kamui invece sta guardando il balloon con il suo nome dentro, come in uno specchio. Si tratta di uno spoiler grafico fortissimo, perché la presenza di “due Kamui” e “due Hinoto” sono svolte di trama che arriveranno solo dopo tre volumi nel primo caso e addirittura oltre dieci nel secondo. Il destino è un’incognita: x.

Analisi grafica di due tavole di "X" di CLAMP.

Kamui scopre dalla profezia che in base alle sue scelte il futuro cambierà e che quindi lui è l’ago della bilancia del futuro della Terra. Da questo punto in poi il corpo di Kamui diventa fisicamente e graficamente il centro dell’attenzione, definendo la composizione e tutti gli altri oggetti. Nelle due tavole: gli edifici e i dettagli seguono l’andamento dei due assi delle x.

Analisi grafica di due tavole di "X" di CLAMP.

In molti casi Kamui diventa non solo centro grafico, ma anche subliminale. In queste due tavole Kamui è presente cinque volte ognuna: unendo i punti in cui compare si formano di nuovo delle x, le quali definiscono le composizioni e al cui centro, ovviamente, c’è lui.

Analisi grafica di due tavole di "X" di CLAMP.

La composizione a x domina l’intero fumetto col suo senso di variabilità e contemporaneamente svolge una funzione narrativa. Nella doppia tavola: Hinoto racconta a Kamui delle due fazioni Sigilli (contenuti in un triangolo nelle sue mani, altro spoiler grafico) e Messaggeri (in un triangolo contrapposto a quello dei Sigilli), entrambi contenuti nel grande cerchio che è la Terra, ovvero l’oggetto del loro contendere.

Opera molto pretenziosa e pesante, eppure al contempo molto affascinante e raffinata, X è soprattutto il fumetto che a inizio anni ’90 ha saputo rompere i canoni del cosiddetto “stile manga” giapponese: ne ribalta il ritmo, propone al lettore un’immagine ultragrafica, pone domande esistenziali, decima i suoi personaggi, richiede una lettura concentrata, e soprattutto non si rivolge a un target di genere preciso preferendo mischiare le carte in tavola. Questi elementi erano già presenti in opere di nicchia come The Five Star Stories, ma grazie a questo lavoro delle CLAMP sono stati sdoganati verso un pubblico più ampio e poi successivamente incamerati anche nei manga mainstream, rendendo di fatto X un’opera importante per l’evoluzione e la diffusione del fumetto giapponese (fu uno dei primi shoujo importati negli USA con il titolo X/1999). Dopo 14 anni di pausa e conversioni in qualunque media visibile, udibile o giocabile, i lettori sono ancora in attesa di poter leggere un finale ormai più favoleggiato che realistico, ma continuano a pazientare. Il futuro è un’incognita: X.

SHIN MAZINGER ZERO VS IL GENERALE OSCURO – Una recensione robotica!

UN CORPO D’ACCIAIO CON UN CUORE UMANO

La fantascienza è senza ombra di dubbio uno dei cardini dell’immaginario mondiale che, attraverso le sue innumerevoli declinazioni, ha visto nascere altrettante opere. Per chi è dentro il mondo del fumetto e dell’animazione da un po’ di tempo, nomi come Daitarn 3, Daltanious e Jeeg sono sicuramente conosciuti e apprezzati. Spesso però si è talmente legati a questi personaggi che l’idea di un remake è da molti considerata un’eresia.

Non devono essere stati di questa opinione però gli autori Yoshiaki Tabata e Yuuki Yogo che hanno invece fatto di tutto per stravolgere, nel senso buono del termine, quello che è il simbolo dei manga robotici: Mazinga Z.

ORIGINALE VS REMAKE

Per quelle poche persone che non dovessero conoscere la storia originale di Mazinga Z, dico semplicemente che è il capostipite dei manga dove un robot è pilotato dall’interno da un essere umano, alla stregua di un qualsiasi mezzo militare. Nato da un’intuizione di Go Nagai, nei primi anni ’70 è stato il protagonista, oltre che dell’omonimo fumetto, anche di un anime e diverse rivisitazioni, alcune delle quali ad opera dello stesso Nagai, che però non sempre sono riuscite ad avvicinarsi e men che meno a eguagliare la forza dell’opera originale.

Questo manga nasce come il seguito naturale di quello Shin Mazinger Zero di cui avevamo dato un consiglio di lettura non troppo tempo fa, sfruttando in parte lo stesso intreccio della trama originale che vedeva il Great Mazinger soccorrere Mazinger Z in estrema difficoltà, sotto i colpi dell’esercito di Mikenes ed in parte quello del film d’animazione Mazinga Z contro il GeneraleNero che fungeva proprio da collegamento tra le due serie. I punti di contatto fra i due intrecci però finiscono qui infatti gli autori, già durante la stesura di Shin Mazinger Zero, avevano fatto capire molto bene al lettore di volerlo stupire, fino al punto da riscrivere il mito del robot nagaiano.

Koji Kabuto viaggia nello spazio tempo come una novella versione asiatica di Marty McFly ma, invece di salire su di una DeLorean a 88mph, sfrutta i raggi fotonici resettando l’universo innumerevoli volte nel tentativo di evitare la sua distruzione a opera del Dottor Hell. Nei suoi viaggi, altrettante versioni del mondo da lui conosciuto si cancellano a causa degli scontri. Grazie alla conoscenza degli errori commessi dai suoi alter ego nelle dimensioni parallele, l’estremo tentativo di Koji sarà quello di impedire a Hell di impadronirsi della tecnologia necessaria alla creazione delle Bestie Meccaniche…

L’INNOVAZIONE

shinmazingerzero_1aL’aspetto più apprezzabile di questo lavoro è senza ombra di dubbio quello grafico. Yuuki Yogo ha saputo rendere appieno la caratterizzazione originale dei
personaggi aggiornandola a uno stile moderno ma senza stravolgerne le linee fondamentali, mentre Yoshiaki Tabata li ha saputi descrivere al meglio anche dal punto di vista del loro background: il mecha-design è particolarmente riuscito, enfatizzato soprattutto durante le numerose e spettacolari scene di combattimento. Molto spesso l’occhio del lettore si perde nella maestosità delle tavole e nel dettaglio grafico con cui sono state curate. Gli autori sono stati davvero capaci di rinnovare il mito della saga dei Mazinger senza sentire il bisogno di scimmiottare lo stile narrativo di Nagai: l’opera infatti può essere letta anche da chi non conosce quella originale ma in quel caso buona parte del divertimento verrà meno…

Infatti Shin Mazinger è un manga che gli stessi autori hanno definito come «un omaggio a tutte le opere robotiche». Senza spoilerare troppo, vi invito a leggere la storia fino all’ultimo capitolo e riconoscere tutte le citazioni delle robot opera riportate in esso.

THE END

Da grande fan di Nagai e di tutta la sua produzione artistica, sono rimasto totalmente soddisfatto e affascinato da questo fumetto che riesce in tutto quello dove altri mangaka hanno arrancato.

Forse il finale poteva essere scritto un po’ meno frettolosamente e dall’intreccio narrativo sviluppato durante gli otto volumi che compongono la serie e che JPOP ci ha proposto in un’ottima edizione come ormai loro tradizione, ci si poteva aspettare qualcosa in più; ma una cosa è certa, le aspettative dei fan di vecchia data come quelle dei più giovani non rimarranno deluse!