Giampiero Casertano

Mercurio Loi 1, di Bilotta e Mosca – una recensione fisiognomica

Mercurio Loi lo si incontra quasi per caso. Può capitare di fare la sua conoscenza vagando per le strade di una serie antologica come Le storie, della Sergio Bonelli Editore, per poi incrociarlo di nuovo sugli scaffali di un’edicola maggiolina, capitato quasi per caso tra la squadrata mascella di un cowboy tutto d’un pezzo e lo sguardo magnetico di un indagatore dell’incubo.

Lo si incontra soltanto a pagina 22 dell’albo intitolato a suo nome: e già questo ci anticipa che non siamo di fronte alla solita serie Bonelli (Dylan Dog compare per la prima volta a pagina 10, Nathan Never fa capolino alla 3). Lo troviamo appeso a testa in giù, che cita una frase del Fiore, poemetto duecentesco d’amore che gran parte della critica attribuisce al giovane Dante Alighieri.

Ma quello che ci colpisce di più è la sua fisionomia. La faccia di Mercurio Loi, il suo aspetto fisico, non sono quelli di un tipico eroe Bonelli: ma sono, inequivocabilmente, quelli di Mercurio Loi. E così, potremmo sicuramente ammorbarvi su quanto sia bello, ben disegnato, ben colorato, ben curato, e soprattutto ben scritto questo albo: ma così facendo scriveremmo una recensione banale, e non renderemmo giustizia al personaggio.

In Mercurio Loi non c’è niente di banale. Così, improvvisandoci dei moderni Lombroso, invece di recensire l’albo, recensiremo il suo aspetto fisico.

Lombroso, per i pochi che non lo sanno, era un antropologo e criminologo, e aveva la singolare convinzione che si potesse risalire al carattere di un essere umano a partire dalla conformazione del suo cranio. La pseudo-scienza da cui traeva le sue convinzioni si chiamava fisiognomica e aveva una lunga tradizione sin dal tardo Medioevo, quindi non gliene faremo una colpa. A quei tempi si credeva a un sacco di cavolate. Quello che Lombroso non sapeva è che la fisiognomica è sì una scienza che non ha alcun diritto di descrivere il mondo reale, ma, se applicata al mondo del fumetto, diventa portatrice di verità. In quale altro mondo, infatti, le caratteristiche fisiche delle persone servono a descriverne i tratti caratteriali? Nel mondo dei fumetti un naso camuso e una fronte bassa sono davvero segni di stupidità; una mascella quadrata è davvero segno di forza; le labbra carnose sono davvero segno di concupiscenza.

Li disegnano apposta così!

Apprestiamoci dunque al nostro studio di Mercurio Loi. Eccolo, in tutto il suo anatomico splendore, negli studi di Massimiliano Bergamo pubblicati sul numero 0, ancora disponibile sul sito di Sergio Bonelli Editore.

Cosa notate?

La prima cosa che si può mettere in evidenza nella fisionomia del professor Loi sono le orecchie a sventola. Per Lombroso questo tipo di padiglioni auricolari era un segno secondario di una possibile mente criminale, ma noi non ci spingeremo fino a questo punto. Sicuramente ci dicono che Loi non è il tipo d’uomo di cui ti puoi innamorare a prima vista. Bisogna conoscerlo a fondo, per imparare ad amarlo. È un uomo pieno di difetti, anche vistosi: ma il fatto che non tenti di nasconderli dietro una folta chioma indica che non se ne cura affatto. Anzi: probabilmente il professor Loi è fiero di essere diverso dagli altri.

In questo splendido profilo del professor Loi, colto dalla mano di Giampiero Casertano, possiamo notare un altro particolare del suo volto: il naso, importante e sottile, dalle narici imponenti. Un naso alla Sherlock Holmes, direbbe qualcuno, e non sarebbe lontano dalla realtà. Il naso del professor Loi è il segno di una grande intelligenza, o meglio: segno della capacità di saper leggere il mondo al di là delle apparenze. Sarà forse per questo che aderisce a una setta di “appassionati dei misteri di Roma” chiamata Sciarada, al cui vertice siede una bambina?

Ma passiamo oltre.

Manuele Fior, copertinista della serie, ci mostra l’incipiente stempiatura del professor Loi. Una fronte così alta è tipica di chi ha già visto passare gli anni di maggior vigore fisico: ci racconta di una persona che ne ha già vissute parecchie. In effetti sappiamo già che il professor Loi ha un passato tutto da raccontare: una donna ne deve aver incrociato i sentieri, lasciando solo una statuetta a testimonianza del proprio passaggio; un assistente di nome Tarcisio deve averne condiviso pensieri e giornate, diventandone la nemesi. Mercurio Loi ha un passato interessante almeno quanto il suo presente, raccontatoci in questo primo numero. Non è difficile desiderare di intraprendere questo cammino assieme al valente Alessandro Bilotta, che come un novello Bernieri intesse l’epopea del professore.

Ma bisogna stare attenti.

Perché, come l’ottimo Matteo Mosca ci mostra, il professor Loi porta un bastone da passeggio, e non lo fa a cuor leggero. Più che un appoggio, quel bastone è un emblema. Ci dice che Mercurio Loi attraversa le strade di Roma, della Roma papalina che è uguale a quella Repubblicana che poi tanto diversa da quella Imperiale non è. E le attraversa senza puntare da nessuna parte, lasciandosi inebriare da un odore improvviso, o da un suono inatteso, oppure seguendo un incontro non programmato; prendendo strade impervie oppure semplici, così, perché ne sente il guizzo.

Che è un po’ il modo in cui anche oggi, nell’anno del signore 2017, sotto il pontificato di papa Francesco, Roma andrebbe attraversata.

Leggere questo primo numero di Mercurio Loi, la Roma dei Pazzi, è tutto questo: una passeggiata senza pensieri in un angolo della nostra storia patria, in uno scenario ricco e (per ora) solo accennato con piccole pennellate studiate per accendere il fuoco della curiosità. Seguite così un buon consiglio: mettetevi in strada, qualsiasi sia la vostra città. Guardatela con curiosità, e se vedete un angolo che non conoscevate, beh, andateci, perché è quel che Mercurio Loi farebbe. Ma soprattutto, se nel vostro peregrinare incontrate un’edicola, comprate questo numero 1: ne vale davvero la pena.

Dylan Dog 362 Dopo un lungo silenzio – Recensione

Il timore c’era. Il caro Recchioni criticò alcuni forum (piattaforme morte ma, in questo caso, un qualcosa dove posare un attimo l’occhio) che avevano alzato il sopracciglio anziché accogliere calorosamente il ritorno del papà di Dylan Dog. Tuttavia qualche timore era giustificato: non era la prima volta che Sclavi tornava, dopo anni di assenza, a scrivere una storia della sua creatura più famosa e, diciamocelo, questi ritorni non brillarono molto. Si ripresentò con Ucronia, il numero 240, nel 2006 e non fu proprio il massimo: una storia nonsense che pochi (forse neanche lui) capirono. Ha poi dichiarato che, a rileggerlo oggi, non sa precisamente cosa avesse voluto dire con un classico come Morgana, ma in Ucronia quell’alchimia che stregò gli adolescenti degli anni ’80-’90 era decisamente lontana anni luce. Abbiamo avuto grandi autori che con l’età sono stati ritenuti “bolliti” e l’impressione che il caro Tiziano rischiasse di far parte di questa poco felice categoria poteva esserci.

Copertina bianca. Nessun editoriale. In pratica le tre prime pagine senza nulla. Timore che non ci fosse davvero nulla, anche nella storia.

LA STORIA

Ho aperto l’albo con batticuore (non esagero) e, leggendo le prime pagine, ho capito che Tiziano Sclavi era tornato davvero: la storia è maledettamente semplice. Tutte le storie migliori sono in pratica rette da una idea semplice: Owen Travers è un uomo solo, ma sente la presenza di sua moglie nel salotto nonostante sia venuta a mancare. Non vuole liberarsene ma vuole che si faccia sentire davvero. Da questa idea vediamo e sentiamo la solitudine di Owen, che si accontenterebbe anche di comunicare con il fantasma della persona a lui più cara. Quel silenzio, citato nel titolo, che nasce da quel contatto-non contatto è l’elemento portante della storia. Owen arriva addirittura a chiedere a un prete se Cristo, indicando un crocifisso, gli parli. È lui l’ennesimo cliente di Dylan, ma stavolta il nostro indagatore troverà una strana simbiosi con il suo cliente, cadrà nella trappola dell’alcool mentre affronta una nuova relazione che lo fa star bene, nonostante tutto. Crystal lo rende felice, così felice da destabilizzarsi e autodistruggersi. Non penso che troveremo la donna nei numeri seguenti, almeno non con costanza, e questo sottolinea la condanna di Dylan a continuare a cercare qualcosa che, quando la trova, lo annienta. Entrambi avranno una dura prova da superare.

Fin dalle prime pagine si mette subito in risalto la solitudine dell’uomo, l’atmosfera inquieta, lo scavo psicologico fatto con poche immagini e testi, pregni di significato. Mi azzardo a dire che si ritorna a respirare le atmosfere che forse solo Sclavi riesce a creare. Ritrovo un lato di Dylan che mi mancava da tempo. Non che senza il Tiziano non ci fosse stato nulla di buono, ma quell’inquietudine, quel domandarsi dei significati della vita, erano, per me, ormai rari. Non è semplicemente una riproposta, o un riciclo, che dir si voglia, del vecchio Dylan Dog, ma si riprendono certi aspetti come solo il suo creatore può fare, in modo così esemplare: il suo modo di rappresentare con le storie il rapporto con il mondo, con la vita e quello che gli sta attorno, che sono entrate nell’anima di almeno due generazioni di ragazzi svegliati dal torpore del benessere della prima metà degli anni ’80, e che trovarono nell’Indagatore dell’incubo uno specchio su cui riflettere.

LA SCENEGGIATURA

Capiamo che Tiziano Sclavi è in splendida forma anche a livello di sceneggiatura. Prendiamo due vignette e sei parole che bastano per caratterizzare una situazione e un rapporto a due:

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Ecco, già ci incuriosisce e ci fa entrare nella vicenda. Tiziano era un maestro in questo e qui lo ribadisce come non lo faceva da parecchi anni. Forse è presto per dirlo ma parrebbe che il papà di Dylan abbia trovato una seconda giovinezza. Ovviamente non fa gli sperimentalismi che alcuni degli autori più giovani hanno realizzato, specie nei Color Fest, ma si concede un esperimento che raramente abbiamo visto sulle pagine di Dylan: fa realizzare un paio di pagine con sole foto di repertorio di casi di fantasmi, mettendo in discussione, nella storia, la loro effettiva esistenza (anche se tutti i lettori di Dylan Dog sanno che il loro protagonista ha avuto a che fare con loro parecchie volte).

 

I DISEGNI

Dimostrano una ritrovata sinergia con le matite di Giampiero Casertano (devo ribadire che Memorie dell’invisibile è un capolavoro della letteratura disegnata? Siamo tutti d’accordo, vero?)

Il caro Giampiero ha un tratto leggermente più morbido rispetto ai primi numeri che disegnò, ma non per questo è meno oscuro, anzi in questa storia ha illustrato due vignette, tra l’altro simili e con stessa inquadratura, che spiegano da sole cosa intendo:

 

Un’atmosfera lugubre pervade le pagine e Giampiero usa sapientemente i neri per sottolinearla. Sfrutta molto bene la sceneggiatura, già di per sé cupa, rincarando la dose, specie nelle immagini dove c’è una pausa narrativa. Ma non c’è solo questo: l’espressività è sempre stato un punto di forza per Casertano e qui, senza dubbio, ha realizzato una delle sue prove migliori. Provare per credere (come diceva qualcuno anni fa):

 

Mi voglio riferire a Sclavi come se potesse leggere questa recensione: Tiziano torna ancora a farci emozionare come hai fatto questo mese e fallo con la tua prossima serie annunciata con il titolo Le storie di Dylan Dog che, ora più che mai, attendiamo. Non importa se non vuoi creare un nuovo personaggio. Le ultime generazioni hanno davvero bisogno di qualcosa da leggere che li scavi nel profondo e che, una volta girata l’ultima pagina, inizino a chiudere gli occhi e ad analizzarsi dentro, come hanno fatto orde di ragazzi che resero il tuo fumetto un fenomeno di costume.