giacomo bevilacqua

Bonelli presenta: Giacomo Bevilacqua in Lavennder e Giancarlo Berardi in Julia

Il prossimo 9 novembre arrivano in libreria e in fumetteria due nuovi volumi della casa editrice di via Buonarroti. Si parte con LAVENNDER, un thriller mozzafiato scritto, disegnato e colorato da Giacomo Keison Bevilacqua, l’autore di “A Panda piace” e “Il suono del mondo a memoria”, qui alla sua prima esperienza bonelliana. E, sempre per rimanere a tema gialli, si procede con JULIA. IL MIO NOME È MYRNA HARROD, un nuovo capitolo della saga a fumetti ideata da Giancarlo Berardi, con i colori inediti realizzati appositamente per questa edizione da libreria.

In LAVENNDER, la graphic novel scritta e disegnata da Giacomo Keison Bevilacqua, ci troviamo trasportati in una vacanza in paradiso, tra le acque cristalline dell’oceano. Un’isola perfetta, incontaminata, deserta… O forse no? Cosa succede la notte all’accampamento di Gwen ed Aaron? Cosa rappresentano gli strani disegni sulla casa sull’albero? Dietro a una facciata idilliaca e uno scenario da cartolina, i due giovani intravedono qualcosa di inquietante e misterioso. Qualcosa che si muove tra le fronde, nel fitto della foresta. E sembra spiarli. C’è forse qualcun altro insieme a loro, in quel luogo remoto? Un volume a colori arricchito da un’appendice speciale dove Bevilacqua racconta come è nata questa storia a partire da una stretta di mano durante Lucca Comics e da una notte insonne a New York.

Oltre a Gwen, un’altra protagonista femminile dovrà questo mese affrontare l’orrore. Perché ci sono donne che non è facile dimenticare e altre che si desidererebbe non aver mai conosciuto… Myrna Harrod appartiene a entrambe le categorie. Serial killer intelligente e spietata, si nasconde sotto falso nome a Garden City, spiando la vita di Julia. Per catturarla, la brillante criminologa dovrà inoltrarsi nei tortuosi meandri della mente del mostro… JULIA. IL MIO NOME È MYRNA HARROD, con la copertina di Cristiano Spadoni e i disegni di Gustavo Trigo, Marco Soldi, Luca Vannini, Laura Zuccheri, raccoglie due storie di Berardi dedicate alla nemica n. 1 della dottoressa Kendall, NELLA MENTE DEL MOSTRO e BENTORNATA, MYRNA! L’introduzione, sempre a cura di Berardi, si intitola Piccoli criminali crescono e rievoca una storia personale e intima del suo autore.

 

LAVENNDER

Soggetto: Giacomo Keison Bevilacqua

Sceneggiatura: Giacomo Keison Bevilacqua

Disegni: Giacomo Keison Bevilacqua

Copertina: Giacomo Keison Bevilacqua

Colori: Giacomo Keison Bevilacqua

Uscita: 09/11/2017

Tipologia: Cartonato

Formato: 19 x 26 cm, colore

Pagine: 144

ISBN code: 978-88-6961-216-9

Prezzo: 23 euro

 

 

 

JULIA. IL MIO NOME È MYRNA HARROD

 

Soggetto: Giancarlo Berardi

Sceneggiatura: Giancarlo Berardi

Disegni: Gustavo Trigo, Marco Soldi, Luca Vannini, Laura Zuccheri

Colori: Gloria Martinelli, Spartaco Lombardo

Uscita: 09/11/2017

Tipologia: Cartonato

Formato: 19 x 26 cm, colore

Pagine: 264

ISBN code: 978-88-6961-214-5

Prezzo: 25 euro

 

Il suono del mondo a memoria – Uno, due, tre, quattro

suono2

Uno

Giacomo Bevilacqua per me è il miglior fumettista tra le “nuove leve” (ma anche alcune vecchie) che abbiamo in circolazione al momento. Non si possono usare altri giri di parole, altre espressioni. Quello che viene spontaneo dopo avere letto alcuni dei suoi lavori è niente altro che questa lapidaria sentenza. E Giacomo è un fumettista nel senso più puro della parola (non me ne vogliano gli altri nobilissimi appartenenti alla categoria), perché si scrive le storie e se le disegna, addirittura nella sua ultima fatica se le colora, anche se questo lo ha costretto a “rimettersi a studiare”, come lui stesso ammette.

In tutti i suoi lavori (e ne parlerò ancora su Dimensione Fumetto) è possibile trovare una profondità che è difficile riscontrare in altri autori. Ogni suo volume richiede almeno due letture, per poterne apprendere appieno il significato, per poterselo gustare e goderne pienamente. Bisogna sedersi, perdere due/tre ore del proprio tempo, e immergersi nella lettura di quello che scrive, per non perdere il flusso della storia, per non perdere la visione di tutto ciò che viene raccontato. Come quando si ascoltano i vecchi vinili, non ci si può alzare dalla poltrona fino a che la puntina non sta gracchiando sul solco, oramai vuoto, del disco.

Due

suono1Il suono del mondo a memoria, edito da Bao Publishing, è l’ ultima fatica dell’autore romano; 192 pagine che ti prendono e non ti lasciano più andare, che ti rapiscono nella loro narrazione, nella loro descrizione e che a ogni rilettura diventano sempre più belle da vedere.

La storia, rigorosamente spoiler-free, è quella di Sam, giornalista mandato a New York per scrivere un articolo. Il problema è che l’articolo deve trattare come sia vivere per due mesi a New York senza parlare con nessuno. Un’impresa apparentemente semplice, che Sam sa di poter portare a termine. Ma ovviamente non tutto va come ci si aspetta. E con le cose non previste Sam potrebbe scriverci un libro. Da questo punto in poi è impossibile dare qualche informazione in più sulla trama senza rovinare l’esperienza di poterla leggere.

Il protagonista però non è solo, è costantemente accompagnato da un silenzioso e onnipresente comprimario: New York.

Mai in altri fumetti (salvo forse Sin City di Miller) la città ha avuto un ruolo così importante nella narrazione degli eventi; ogni elemento di questa metropoli sembra avere vita propria: i suoi cittadini, i suoi paesaggi, le sue peculiarità. Spesso è lo stesso Sam che ci lascia qualche nota, come se fosse a fondo pagina, su quello che sta osservando, sul suo punto di vista della città; in altri casi ci sono semplicemente delle immagini stupende, che ti colpiscono all’improvviso, proprio nei momenti in cui ci si estrania dall’ambiente attorno alla storia. Ora, io non sono mai stato a New York, ma nel vedere i disegni di Giacomo mi sono sentito davvero dentro la città, e adesso sento una necessità estrema di andarci.

Tre

suono4

Questa non è la prima opera da solista di Bevilacqua, già con A Panda piace l’avventura o l’ottimo Metamorphosis, il fumettista romano aveva scritto e disegnato delle storie a tutto tondo, senza l’ausilio di sceneggiatori esterni, dimostrando quanto la sua maturità artistica fosse cresciuta rispetto ai tempi dell’editoriale Eura, per cui aveva illustrato un numero della terza stagione di John Doe.

Con questa opera decide di superarsi ulteriormente, aggiungendo la fase di colorazione del fumetto, a cui si avvicinava da “inesperto”, e con la quale ha decisamente raggiunto degli ottimi risultati. In particolare nelle scene in cui si vede New York nella sua interezza, nei suoi momenti quotidiani, c’è una riproduzione dei colori e delle luci quasi maniacale. Anzi, mi correggo. C’è una riproduzione dei colori e delle luci che dimostra il massimo amore dell’autore per questa città. Bevilacqua pochi mesi fa, relativamente a una puntata di Fumettology di Rai2 , dichiarava su Facebook : «Ho fatto vedere il processo di colorazione di una tavola. Alla 200esima finestra che coloravo credo che l’operatore volesse spararsi in bocca». A questo punto non fatico a crederlo, data l’attenzione posta nel colorare ogni singola tavola.

Il colore viene usato non solo per dare vita alle scene cittadine, ma anche per dare un ritmo specifico alla lettura e per mettere in evidenza le parti salienti della storia. Non mancano infatti dei momenti in cui i colori o sono poco presenti o si predilige il semplice bianco e nero; questi momenti sono spesso caratterizzati da un utilizzo della gabbia non convenzionale, anche con un’unica vignetta che va ad occupare un’intera pagina bianca. In questi frangenti il lettore è spinto a fermarsi e ad esaminare quell’unico elemento, esattamente come accade a Sam, che nello stesso istante osserva, si stupisce e vive qualcosa di irripetibile.

Una messa in scena funzionale alla storia, ma anche alla lettura, con vignette che non hanno un netto segno di separazione con il bianco della pagina; semplicemente si interrompono, e noi siamo costretti a seguirne il flusso o nella vignetta o nella pagina successiva.

Il tratto di Giacomo è molto pulito e va fatto un plauso all’espressività che viene data ai singoli personaggi, secondo me sempre molto realistica e mai caricaturale.

Quattro

La storia di Sam non è quella che ci si potrebbe aspettare. Io ne sono rimasto rapito e, proprio quando pensavo di aver capito tutto, spiazzato. In alcuni momenti mi sono quasi commosso, in altri ho riso di gusto. Fidatevi quando vi dico che non è facile riuscire a veicolare tutte queste sensazioni tramite una “semplice” storia a fumetti. Anche qui è impossibile aggiungere dettagli senza trattarne in parte lo svolgimento, quindi preferisco fermarmi e lasciare a voi la scoperta.suono3

Io, appena conclusa la prima lettura, ho chiuso il volume e mi sono fermato un secondo a riflettere su ciò che avevo appena visto, come se avessi appena finito di degustare un ottimo vino. Poi ho riaperto il volume, sono tornato alla prima pagina, e ho riletto tutto una seconda volta. Ci sono davvero tanti livelli su cui soffermarsi per comprendere a 360 gradi l’ultima fatica di Giacomo, e sarebbe davvero un peccato perdersene alcuni a causa di una lettura superficiale o frettolosa.

Come ho già scritto sopra, è evidente l’amore spassionato di Bevilacqua per la città di New York; un amore che non è quello del semplice turista, ma quello di una persona che ci ha vissuto per un tempo significativo, al punto di coglierne le tante sfaccettature. Si nota un che di autobiografico nella narrazione, che ti fa capire quanto possa essere importante questo libro per il suo autore, quanto egli stesso si sia messo in gioco, e questo non può che aumentarne il valore intrinseco.

P.S. Il fumetto, se comprato da Feltrinelli, è disponibile anche in una variant edition, con la copertina che potete ammirare qui al lato.

 

NO GUNS LIFE N. 1 LIMITED EDITION: LA VARIANT COVER DI GIACOMO BEVILACQUA!

– Comunicato Stampa –

nogunslifeA TUTTI GLI AMANTI DEL BIOMECCANICO (e non solo): il 9 Novembre arriva in Italia il primo volume di NO GUNS LIFE, manga di Tasuku Karasuma, in edizione limitata con una speciale doppia cover: su un lato quella regular e sull’altro un’eccezionale copertina appositamente disegnata da Giacomo Bevilacqua autore della fortunata serie A Panda piace!

La variant cover sarà disponibile in anteprima a Lucca Comics and Games presso lo stand Star Comics (Pad. Napoleone E159) e con noi ci sarà anche lo stesso Giacomo Bevilacqua pronto a disegnare e firmare per voi le copie di NO GUNS LIFE. Gli orari degli incontri con il pubblico, saranno disponibili a breve nel sito Star Comics e sui nostri canali social.

In un mondo devastato dalle guerre combattute dagli extend, soldati il cui corpo è stato ibridato con armi biomeccaniche, Juzo Inui, un reduce tornato alla vita civile, è uno di loro. Incapace di ricordare il proprio passato prima dell’operazione che lo ha trasformato, vive ai margini della società occupandosi di crimini in cui sono coinvolti i suoi simili. Un giorno un uomo irrompe nel suo ufficio: ricercato come criminale dall’Ufficio di Sicurezza, questi lo incarica di proteggere Tetsuro, un bambino da lui stesso rapito in grado di interagire in modo molto particolare con le “estensioni”…

 

 

Il nostro ARF! 2016

ARF! 2016: Dimensione Fumetto era lì, come curiosi, appassionati, entusiasti fruitori di questa nuova fiera, alla 2^ edizione, che volevamo vedere e vivere in prima persona. Quali sono state le nostre impressioni? Beh, vi basta leggere…

Arf 2016 01

Elisa

Quando arriva l’ARFestival (o più brevemente ARF!) c’è sempre un po’ di agitazione.

Ma cos’è l’ARFestival?
Semplice, è un festival di storie, segni & disegni che si tiene a Roma, quest’anno negli spazi de La Pelanda – MACRO Testaccio. Un evento voluto, ideato e organizzato da disegnatori, sceneggiatori e designer per dare la giusta importanza e dignità alla narrazione disegnata.

Il primo anno era il primo anno. Eravamo carichi di speranze e di voglia di conoscere ma con i piedi ben appoggiati a terra per paura di cadere. Fu splendido.

Quest’anno, il secondo, eravamo pieni di aspettative, insomma sarebbe stato semplice rimanere delusi visto il successo passato.

Abbiamo partecipato a workshop, a incontri, conferenze. Seguito autori, comprato decine di libri. Fatto foto e chiacchierato un po’. Ci siamo fermati al sole a bere una birra con uno scalpitante e scalmanato sottofondo di Bruti nel pieno di un torneo. Abbiamo sorriso e ci siamo lasciati coinvolgere dalla splendida atmosfera.

Per noi l’ARFestival si conferma una risorsa preziosa. Un weekend perfetto in compagnia di autori bravissimi ma soprattutto disponibili e gentili. E ne abbiamo incontrati davvero molti: Sergio Algozzino, Giacomo Bevilacqua, Federico Rossi Edrighi, Gipi, Gud, Mattia Iacono, Grazia La Padula, LRNZ, Maicol&Mirco, Emiliano Mammucari, Martoz, Leo Ortolani, Prenzy, Rita Petruccioli, Sara Pichelli, Roberto Recchioni, i fratelli Rincione, Laura Scarpa, Valerio Schiti, Emanuel Simeoni, Sio, Sualzo, Riccardo Torti, Zerocalcare e molti molti altri.
Per cui, all’anno prossimo ARF!
…iniziamo a risparmiare.

Arf 2016 02

Giulia

Sono appassionata di fumetto e graphic novel solo da qualche anno, mentre il disegno non credo di aver mai passato un giorno della mia vita senza amarlo.
Sono pigra, discontinua, mi ci rifugio ogni tanto odiando il fatto che non mi esercito abbastanza.
Hanno fatto un festival, l’anno scorso, a Roma. Si chiama ARF ed è un festival del fumetto.
Ne esistono ormai migliaia in Italia, dal Lucca Comics al Romics, ma nessuno è come ARF! perché ARF! ha un solo protagonista: il disegno.
Non ci sono i cosplay, non ci sono distrazioni. All’ARF! c’è quel clima che puoi tranquillamente definire intimo fra te e i mondi che i fumettisti creano.
Entri con una lista in mano ed esci che nello zaino hai decine di volumi completamente diversi da quelli che avevi appuntato nella lista.
Perché? Perché ti capita di soffermarti a vedere un ragazzo che acquerella senza sapere precisamente di chi si tratta e ti ritrovi ad ascoltare la sua storia.
E mentre stende il colore e ti racconta, tu sai già che il suo libro sarà un capolavoro.
Perché ormai ne sei parte. Ormai ti senti anche tu una figura piena di emozioni in chiaro scuro, piena di sfumature assorbite dalla carta.
Ed è un po’ come un viaggio, dove è risaputo che le scoperte più belle a volte sono le più nascoste e per trovarle non resta che perdersi.

Arf 2016 03

Mauro

L’ARF! è un ottimo esempio di come non siano necessari spazi immensi e bilanci hollywoodiani per realizzare un evento interessante e coinvolgente. L’aria che si respira passando fra una sala e l’altra è quella di una grande passione per la Nona Arte e di tanta voglia di fare: il visitatore ne è talmente tanto coinvolto che si sente egli stesso parte dell’evento.

Il cuore dell’ARF! è sicuramente dare la possibilità di incontrare molti autori italiani: con un po’ di pazienza fra una chiacchierata e l’altra si può ottenere qualche bel disegno da aggiungere alla propria collezione. D’altro canto, la giovinezza dell’evento si nota in tante piccole incertezze che si spera vengano corrette con le nuove edizioni, una per tutte, la procedura di ingresso per chi ha già acquistato il biglietto online. Una gestione separata della fila per ritirare il braccialetto avrebbe snellito la coda all’ingresso.

In definitiva un ottimo evento che segna un forte stacco con le fiere di settore attuali…e sicuramente ce n’era un gran bisogno.

Arf 2016 18

 

Silvia

È che sono pigra e brontolona, quindi ho pensato davvero che il prossimo anno non tornerò all’ARF! Ma ripresa dalla stanchezza e dal dolore ai piedi mi sono resa conto che: è stata la prima fiera a cui ho partecipato che ho realmente vissuto. Autori a portata di mano, che fanno la fila per l’accredito insieme a te, fumettisti che ti riconoscono alla seconda volta che ti affacci alla loro postazione, conferenze interessanti dove i relatori si preoccupano di non farti annoiare, uno spazio dedicato agli emergenti, la possibilità di proporre i tuoi lavori alle case editrici, e tanto altro che ne fanno uno spazio Amichevole, Sano e Umano. Non un tritacarne dedicato esclusivamente alla vendita del prodotto e al numero di ingressi. Grazie all’ARF e alle sue mostre personali ho avuto la conferma che Ortolani ha una mano con i contro cosi e disegna divinamente; che LRNZ non è solo un nome colorato per attirare i più giovani, ma ha talento da vendere; poi ho avuto modo di veder lavorare giovani disegnatori e parlare con loro e posso dire che: il panorama italiano non solo è vario, ma è fortunato ad avere tanta, pregiata, risorsa umana. A questo proposito sono pronta a fare outing: Riccardo (Frezza) sono io quella che ha criticato i tuoi disegni in Lo strano caso del dottor Jekyll e il signor Hyde, sei stato così gentile che non ho avuto cuore di dirtelo dal vivo, ma a vederti disegnare ho capito tante cose del tuo stile e mi sono ricreduta, sei bravo, tanto, devi solo ignorare mia sorella giovane, Ansia, che è una gran rompipalle. Onorata di averti conosciuto (con tutto il rispetto per la signora Frezza, cit.). Ti contatto per l’intervista! Insomma, bravi agli organizzatori, ma, giusto due critiche: sale conferenza più grandi la prossima volta e più possibilità di sedersi, che alcuni visitatori (io) sono anziani!

Arf 2016 05

Maurizio

“Cazzo perché non sono rimasto tutto il weekend?” è stato questo il pensiero dopo essere tornato a casa sabato notte.
L’ARF! è giovane ma intraprendente, un festival ricco di potenziale che negli anni mi auguro andrà sempre migliorando.
All’inizio mi sono trovato un po’ spiazzato dalla disposizione degli stand, mi immaginavo una situazione alla Teramo Heroes, dove gli ospiti sono lì a disposizione dei fan a rilasciare autografi e “disegnucci”, mi hanno spiegato che è proprio TH a essere anomala come manifestazione, in quanto è normale, e giusto, che l’autore gratifichi l’acquisto del suo volume con uno sketch, la nota dolente è che non ci si può permettere di acquistare tutto e te ne torni con l’amaro in bocca…
Superato questo piccolo disagio iniziale mi sono innamorato di questo evento. Una situazione molto tranquilla, rilassata, a misura di fan, dove puoi tranquillamente offrire un caffè o una birra all’autore del momento, assistere a interessanti conferenze, e non per ultimo guardare le mostre di alto livello allestite per l’occasione.
Il piacere più grande è stato ritrovare dal vivo gli autori che ho conosciuto virtualmente su Facebook e scoprirli delle belle persone, primo su tutti Mattia Surroz che oltre a essere un mostro di bravura è una persona davvero gentile e disponibile, per non parlare di Mauro Uzzeo che nonostante sia stato ingolfato tutto il tempo è comunque riuscito a considerarmi, e di Riccardo Torti che ha calato la maschera del “rompiballe” e si è scoperto un simpatico ragazzo; ho finalmente conosciuto dal vivo anche Luca Vanzella che ritroverò presto ad Ascoli Piceno il 4 giugno e ultimo, ma non di importanza, il piacere che ho avuto nel conoscere dal vivo Flavia Biondi, ora capisco da dove nascono quelle storie così empatiche e delicate.
Certo c’è da migliorare e crescere e l’unico appunto che mi viene in mente è che la procedura per chi ha acquistato il biglietto online dovrebbe essere snellita, ma a parte questo ho ben poco da recriminare… ah sì, perché cazzo non c’erano Corrado Roi e Paola Barbato?!

Arf 2016 09

Amanda

Quando mi viene chiesto di scrivere qualcosa per il sito mi prende sempre il panico, non sono mai stata una nerd ed essendomi avvicinata al fumetto da poco mi mancano le basi. Eppure mi è stato chiesto di scrivere qualche riga sull’ARF! e, cosa strana, lo faccio volentieri.

Per non dilungarmi troppo vi spoilero subito che è un festival figo e che siete dei mentecatti se ve lo siete persi. Il fumetto è il fulcro di tutto e tutto ruota intorno a lui: gli stand espositivi, le mostre, le conferenze, le masterclass, anche le chiacchiere tra amici. Gli espositori, che fossero fumetterie, scuole di fumetto o case editrici, erano numerosi e di vario genere per andare incontro ad ogni gusto; le mostre di Ortolani, Petruccioli, LRNZ e De Angelis erano ben curate e ho particolarmente apprezzato i Classici Illustrati ad opera di Rita Petruccioli; le conferenze strutturate bene e molto interessanti. Avrei voluto assistere a tutti gli incontri ma non avendo il dono dell’ubiquità, ed essendo una persona disorganizzata e che si lascia trasportare più dall’emozione che dal cervello, ero maggiormente concentrata a comprare fumetti/parlare con i fumettisti/attendere il turno per uno sketch senza guardare l’orologio. Mi soffermo però su un paio di incontri che potrebbero essere passati più in sordina per altri e che hanno attirato la mia attenzione. Nella giornata di sabato Ratigher e Gabriele di Fazio hanno annunciato la creazione di una loro casa editrice, la Flag Press, il cui progetto è quello di stampare i fumetti in un unico, grande formato 70×100 mentre sul retro la stessa storia sarà stampata in bianco e nero e in inglese. Proprio Ratigher è stato il primo ad essere pubblicato con la sua Teoria, pratica e ancora teoria ma sono già a bordo anche Manuele Fior, Ruppert e Mulot e Dash Shaw. Nella mattinata di domenica ho invece molto gradito l’incontro inerente la traduzione, soprattutto perché si è parlato di “arte invisibile”. Elena Cecchini ha sottolineato come nel mondo del fumetto (ma anche del cinema, ad esempio) i traduttori siano come fantasmi, ci sono ma nessuno li vede, se non quando commettono un errore e diventano bersagli di critiche. Erano presenti altre traduttrici come la Scrivo e la Lippi (che traducono principalmente manga), la Gobbato e la già citata Cecchini e l’editor Rizzo che ha mostrato al pubblico i passaggi e i problemi per la traduzione di semplici nomi. Il panel si è concluso con una richiesta unanime, ai siti che recensiscono fumetti, di citare anche i traduttori per riconoscere il valore del loro lavoro.

Le ultime righe vorrei spenderle sull’aria respirata al MACRO Testaccio. Il clima era professionale ma rilassato e amichevole, mi è stato possibile scambiare qualche parola con molti autori e conoscerne di nuovi senza problemi di sovraffollamento o tempistiche ridotte all’osso.

L’unica pecca che posso riconoscere alla manifestazione è il non aver specificato che in cassa era possibile acquistare l’abbonamento ai tre giorni o il biglietto giornaliero con una riduzione per la bellissima e consistente mostra su Hugo Pratt e il non aver dato la stessa possibilità a chi acquistava online.

Per il resto, festival coi controcazzi (scusate il francesismo).

Ci si vede l’anno prossimo!

Arf 2016 15

Andrea Topitti

ARF! Atto II.

Un’edizione che si conferma, per ogni appassionato di fumetto, la manifestazione per eccellenza. Ormai Lucca, divenuta un carnaio ibrido di tante cose che hanno in comune l’intrattenimento, ma non necessariamente il fumetto, è un avvenimento che può essere sostituito da molte altri avvenimenti: ARF! è quello per eccellenza.

Rispetto all’anno scorso, si è ingrandita abbastanza, ma ha ancora tante frecce nel suo arco che devono essere estratte, è tutto rende il futuro più roseo…

L’anno scorso fu quasi un ritrovo tra autori e appassionati (il sottoscritto, senza accorgersene, si stava prendendo un caffè accanto a Mauro Marcheselli! E molti autori mi si presentarono perché ero in compagnia del mio conterraneo Carmine Di Giandomenico) che potevano parlare liberamente, una volta fuori dalle conferenze.

Anche quest’anno, incontrare gli autori non era affatto difficile, ma le dimensioni e i tanti avvenimenti erano più serrati tra loro, e rendevano i suddetti più occupati. Comunque prendere una birra e accorgersi che alle proprie spalle Gipi sta disegnando su un tavolo da bar, è sempre sorprendente.

Il caldo arrivato improvvisamente ha reso l’atmosfera davvero piacevole e anche le mostre (Hugo Pratt e De Angelis da citare!) rendevano giustizia all’importanza degli autori.

Gli stand delle più grandi case editrici non erano grandi come quelle di Lucca (esclusa Bonelli, metro quadrato più, metro quadro meno) ma questa edizione, penso abbia fatto pensare sulla possibilità di ingrandire il tutto, il prossimo anno. Stavolta il pubblico faceva davvero la fila, specie nei pomeriggi: penso che il successo si sia del tutto confermato.

Personalmente la mia mente si proietta verso l’ARF! del 2017 mentre Lucca, per me, lascia il tempo che trova…

Arf 2016 12

Andrea Gagliardi

Cosa aggiungere a quanto detto sopra? Poco a dire il vero. L’ARF! è una manifestazione giovane che, come è giusto e normale, vive di forti entusiasmi e tanti piccoli difetti. Potrei star lì a mettere tutto sulla bilancia come fossi un farmacista ma penso che non sia giusto o necessario: quello che più interessa è vedere se l’ARF! sia riuscito nel compito che si era prefissato.

Il pensiero comune sulle fiere del fumetto, e di chi le organizza, è che il Fumetto non tira: allora ai fumetti vanno affiancati giochi, videogiochi, boardgame, giochi di ruolo, cosplay e chi più ne ha più ne metta. La scommessa dell’ARF! è stata quella di puntare tutto solo ed esclusivamente sul Fumetto, nient’altro che il Fumetto. Alla seconda edizione possiamo dire che la scommessa la stanno vincendo loro: padiglioni pieni, conferenze affollate, file agli stand. Ad un certo punto la mia fidanzata (che pur leggendo fumetti è una persona moderatamente normale) mi ha detto “ma in questa fiera non ci sono i nerd”. In realtà i nerd c’erano ma mancavano i monomaniaci, quelli che ti ammorbano con i dettagli della continuity, che puzzano e che comprano i fumetti pensando al futuro valore di mercato ecc… insomma non c’era il “Comic Book Guy” dei Simpson. C’erano solo (o quasi) gli appassionati. Quelli che una volta fuori dall’ARF! hanno anche altri interessi.

Domenica sera sono uscito dall’ARF! con una paura e una speranza.

La paura è che questa manifestazione abbia talmente successo da distruggere il clima amichevole e rilassato che la caratterizza.

La speranza è che le altre Fiere del Fumetto imparino dall’ARF! e rimettano il Fumetto al centro delle loro manifestazioni.

Voglio essere ottimista e punto sulla speranza.

Tutte le foto sono di Elisa di Crunch Ed

Lo chiamavano Jeeg Robot

Una delle locandine del film

Una delle locandine del film

Enzo Ceccotti è uno sfigato: vive in uno squallido appartamento di Tor Bella Monaca, ingurgita quantità industriali di budini alla crema e possiede una vasta collezione di film porno. E nella vita fa il ladro. Un giorno, inseguito dalla polizia per il furto di un orologio, per scappare da cattura certa si tuffa nel Tevere, dove entra in contatto con una sostanza radioattiva che gli donerà forza sovrumana. Questo l’opening di Lo chiamavano Jeeg Robot, primo lungometraggio del regista romano Gabriele Mainetti già autore di alcuni corti ispirati, più o meno marcatamente, al mondo del fumetto, prodotto interamente dalla Goon Films (dello stesso Mainetti) e da Rai Cinema, e con un cast in grande spolvero, formato dagli altrettanto romani Claudio Santamaria, Luca Marinelli e Ilenia Pastorelli.

Il film non è una trasposizione del celebre personaggio di Go Nagai ma ne riprende alcune caratteristiche: infatti Enzo e Hiroshi Shiba sono simili, entrambi pensano a sé stessi, entrambi scoprono di punto in bianco di avere dei poteri e per entrambi una donna è determinante nel loro percorso per diventare (super)eroi.

La sceneggiatura di Nicola Guaglianone e Menotti segue una struttura piuttosto classica: abbiamo un banale incidente che dona poteri all’uomo qualunque, ritroviamo l’assioma da grandi poteri derivano grandi responsabilità e il percorso affrontato è lastricato da colpe, mancanze, difetti, cadute, redenzione, maturazione, consapevolezza del proprio ruolo e di come agire in base ad esso. C’è l’eroe chiamato a salvare? Sì. C’è la storia d’amore? Sì. C’è il villain con il piano malefico che ad un certo punto chiederà all’eroe di allearsi? Sì. Ma quindi stiamo parlando della solita banale storia piena di cliché e di elementi triti e ritriti? Qui la risposta si trasforma in un gigantesco NO. Questa base classica è affrontata in maniera nuova o, se vogliamo, all’italiana.

Enzo è un asociale, non ha amici, la gente gli fa schifo, non ha qualità brillanti, è scorretto e la prima cosa che fa con la superforza appena acquisita è usarla a proprio vantaggio, cavando a mani nude un bancomat dal muro. Si lascia coinvolgere dall’inquilina del piano di sotto solo perché il padre della ragazza è morto sotto i suoi occhi, poco prima, e la tipa non ha nessuno, se non un branco di criminali dentro casa che potrebbe stuprarla, torturarla o addirittura ucciderla.

Murales

La storia d’amore ricopre un ruolo importante, e infatti la parte centrale del racconto perde un po’ del suo ritmo per dare lo spazio giusto alla componente umana. Ovviamente la scintilla scocca tra l’eroe e la ragazza salvata, ma è chiaro fin da subito che lei non è la classica fidanzatina alla quale siamo abituati. Alessia vive nello stesso palazzo di Enzo, ha passato anni terribili e l’unico modo che ha avuto per sopravvivere è stato quello di dissociarsi dalla realtà. La sua è quella di Jeeg Robot. I personaggi e le loro avventure sono la chiave per decifrare quello che le succede intorno, suo padre infatti è il Ministro Amaso e non ci sono dubbi che il vicino dotato di superpoteri sia Hiroshi, ossia Jeeg. Capite quanto possa essere disfunzionale una relazione tra un asociale e una malata mentale? Eppure la dolcezza che emerge dal mare di marciume è qualcosa che vi farà venire i lacrimoni.

Il villain: probabilmente potrei passare ore a parlare di Fabio Cannizzaro, aka lo Zingaro, una sorta di Joker della periferia romana ossessionato dal successo mediatico e da quegli anni ’80 dai quali non si può in alcun modo uscire vivi; vuole la visibilità ad ogni costo, vuole emergere sopra tutti gli altri criminali e sopra lo schifo in cui è costretto a vivere. Anni prima ha fatto una comparsata in televisione e da quel momento non è riuscito a scrollarsi di dosso il desiderio di essere visto e riconosciuto dalla gente comune, dagli altri criminali, da chiunque gli passi accanto e per ottenere ciò che vuole è disposto a tutto, non ha scrupoli. Sono sue le scene maggiormente violente ed eccessive del film.

Tre personaggi scritti col cuore e tre attori bravissimi diretti altrettanto bene.

Un frame dal film

Un frame dal film

Santamaria è perfettamente calato nel personaggio col suo sguardo sempre un po’ truce e quei venti chili in più per dare l’idea di uno che se ti prende a pizze in faccia ti fa male sul serio. Marinelli deve essere esagerato in ogni particolare e ci riesce perfettamente senza smettere di farsi prendere sul serio. La Pastorelli, lo ammetto, mi ha sorpreso positivamente. Venendo dal Grande Fratello non credevo potesse riuscire a trasmettere disagio e tenerezza in maniera così misurata.

La grande forza di Lo chiamavano Jeeg Robot sta nel non cercare di copiare gli americani, appiccicando poi tratti tipicamente italiani, ma nel dare una personale visione del genere supereroistico; Gabriele Mainetti riesce a raccontare di vite complesse, attentati, criminalità organizzata e superpoteri senza violare mai quei caratteri richiesti dalla suspension of disbelief; il lato tecnico è curato in ogni sua forma a partire da una regia attenta, una sceneggiatura solida, sonoro e montaggio belli che aiutano la narrazione, colonna sonora figa.

Concedetemi una piccola digressione sul piano del marketing dell’opera. Forse non tutti sanno che un paio di giorni prima dell’uscita cinematografica, in edicola è arrivato il fumetto di Lo chiamavano Jeeg Robot con soggetto e sceneggiatura di Roberto Recchioni, disegni di Giorgio Pontrelli, colori di Stefano Simeone e quattro diverse nonché bellissime copertine ad opera di Giacomo Bevilacqua, Leo Ortolani, Zerocalcare e lo stesso Recchioni. Il fumetto non è un adattamento ma un episodio breve, autonomo e successivo a quanto vediamo nel film, pertanto non contiene spoiler sulle vicende di Ceccotti&Co., solo dei rimandi e la storia riprende il concetto della visibilità inserendo quella caratteristica umana che nell’era di Internet è sempre più esasperata: la volubilità.

Terminando, mi sento di applaudire Mainetti per l’ostinazione nel voler portare alla luce questo film e di dirgli grazie per aver mostrato che anche in Italia siamo capaci di avere un supereroe perfettamente in linea con la città che abita e nel momento storico nel quale vive.

Il video di Claudio Santamaria che canta la sigla di Jeeg Robot D’Acciaio, utilizzata nei titoli di coda.

Lucky Red e La Gazzetta dello Sport presentano il fumetto di “Lo Chiamavano Jeeg Robot”

Comunicato Stampa

Lucky Red e La Gazzetta dello Sport presentano il fumetto di “Lo chiamavano Jeeg Robot”

Disponibile con quattro copertine diverse sarà in edicola insieme alla rosea da sabato 20 febbraio

Milano, 26 gennaio 2016 – In attesa che Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti arrivi nelle sale il prossimo 25 febbraio, Lucky Red e La Gazzetta dello Sport presentano il fumetto omonimo basato sul film.

L’operazione, in coerenza con il carattere originale riconosciuto al film dal pubblico e dalla critica della Festa del Cinema di Roma, intende proporre al pubblico di lettori e spettatori un prodotto creativo nuovo, unendo due forme d’arte – film e fumetto – e generando qualcosa di completamente autonomo e parallelo, senza il rischio di spoiler.

Scritto e curato da Roberto Recchioni, curatore editoriale di Dylan Dog e creatore di Orfani, con i disegni di Giorgio Pontrelli e Stefano Simeone e i personaggi ispirati a quelli del film di Gabriele Mainetti, il fumetto di Lo chiamavano Jeeg Robot sarà in edicola con La Gazzetta dello Sport da sabato 20 febbraio al prezzo di €2.50 con quattro copertine da collezione realizzate da Leo Ortolani, Roberto Recchioni, Giacomo Bevilacqua e Zerocalcare. In avvicinamento alla data di uscita del fumetto, le quattro copertine verranno mostrate in anteprima.

JeegZeroCalcareDEF 2

Di seguito le anteprime delle altre tre  copertine. Tutte e quattro saranno in edicola con il fumetto da sabato 20 febbraio. Il lettore potrà così scegliere quale acquistare o se decidere di collezionarle tutte:

  • venerdì 29 gennaio Leo Ortolani (Rat-Man)
  • giovedì 4 febbraio Roberto Recchioni (Dylan Dog, Orfani)
  • martedì 9 febbraio Giacomo “Keison” Bevilacqua (A Panda piace)

Il fumetto accompagnerà l’uscita del film, diretto e prodotto da Gabriele Mainettisceneggiato da Nicola Guaglianone e Menotti e interpretato dagli attori Claudio Santamaria, Luca Marinelli e Ilenia Pastorelli. In sala dal 25 febbraio.

Il fumetto con le quattro copertine di Lo chiamavano Jeeg Robot sarà in edicola da sabato 20 febbraio insieme a La Gazzetta dello Sport al prezzo di €2.50 più il costo del quotidiano.

Sio, Zerocalcare e Giacomo Bevilacqua per Dylan Dog

Durante Lucca Comics&Games di quest’anno la Sergio Bonelli Editore ha annunciato che Sio, sceneggiatore e creatore di Scottecs Magazine, lavorerà a una storia incentrata su Groucho, la storica spalla dell’Indagatore dell’incubo. Simone Albrigi (questo il suo vero nome) ha recentemente iniziato a collaborare con la Disney Italia come scrittore di alcune storie per il settimanale Topolino (di cui parliamo qui). Oltre a lui pare che si siano fatti nomi del calibro di Zerocalcare e Giacomo Bevilacqua.

Sio

Non si sa ancora altro in merito se non che la notizia è confermata dallo stesso Roberto Recchioni, non ci resta che attendere sviluppi.