Frozen

Lorena Brancucci e gli adattamenti musicali Disney

Non c’è dubbio che la localizzazione italiana delle opere multimediali straniere sia un mondo estremamente affascinante, e parte del suo fascino sia dovuto al fatto che non se ne sa poi granché. Per obblighi contrattuali, informazioni confidenziali aziendali, silenzi stampa imposti dalle case distributrici, rapporti lavorativi da mantenere e mille altri motivi, lo spettatore spesso fruisce esclusivamente del prodotto finito non avendo idea dei tempi e delle modalità con cui è stato realizzato, e riuscendo a malapena a sapere (quando va bene) i nomi dello staff artistico e tecnico da pochi, fugaci fotogrammi alla fine dei titoli di coda dei film o dei videogiochi.

La conferma di questa situazione è arrivata lo scorso gennaio sotto l’articolo Gualtiero Cannarsi, nel di lui caso – Canzoni, dove è avvenuto uno scambio di commenti fra l’autore dell’articolo stesso e l’utente shinotenshiazrael sul tema degli adattamenti delle canzoni nei film Disney. Tutto era nato dal fatto che, per presentare metodi di adattamento alternativi rispetto a quelli usati da Gualtiero Cannarsi, era stato analizzato anche il lavoro della cantante, insegnante di canto, liricista e adattatrice Lorena Brancucci per il film Frozen.

Opere a cui ha lavorato Lorena Brancucci: "Rapunzel - L'intreccio della torre", "L'agnello rimbalzello", "Phineas e Ferb" e "Bear nella grande casa blu".

Alcune delle numerosissime opere a cui ha lavorato Lorena Brancucci come adattatrice dei testi delle canzoni: lungometraggi come Rapunzel – L’intreccio della torre, cortometraggi come L’agnello rimbalzello, serie tv animate come Phineas e Ferb e programmi per bambini come Bear nella grande casa blu (quindi sì, è lei che ha scritto il testo italiano della canzone dell’arrivederci con la Luna).

L’articolo è stato commentato da shinotenshiazrael con le seguenti parole:

Negli articoli è scritto: “In 21 anni il modo di adattare richiesto dalla Disney all’adattatore italiano pare essere cambiato radicalmente” – ma perché proporre illazioni simili? Lorena Brancucci fa tutto di testa sua, non c’è nessuna regola o esigenza del committente che sia mai mutata, semplicemente si fidano. Negli anni ’90 c’erano Ernesto e Centonze. I Brancucci ora hanno persino aperto una scuola di “musical nei film” e il metodo che propongono è uno solo. Lorena è convinta di utilizzare lo stesso metodo del padre, ed infatti utilizza lo stesso metodo… le differenze stanno nella creatività e nelle finezze (Lorena è riluttante ad usare il troncamento di vocale, ad esempio, ma non è che sia una regola).

La replica dell’autore:

La Disney, la più grande multinazionale mondiale dell’intrattenimento, che SI FIDA dei suoi collaboratori??? Per esportare all’estero un prodotto come Frozen nel quale ha investito 150 milioni di dollari più svariate altre decine di milioni per la promozione??? Quella stessa azienda accusata di eccessiva gerarchizzazione piramidale e di omologazione culturale mondiale, non verifica che le traduzioni/adattamenti siano omogenee alla sua immagine???  […] Dato che l’azienda Disney controlla e dirige eccome i suoi collaboratori, e dato che il metodo di lavoro della Brancucci figlia è molto diverso dal metodo di Brancucci padre, si può secondo te arrivare per deduzione logica alla conclusione che è l’azienda stessa che nel tempo ha cambiato stile (o per sua scelta esplicita oppure perché approva uno stile nuovo diverso da quello precedente)?

A cui poi ha nuovamente risposto shinotenshiazrael:

Invece è così, la Disney (o meglio, i suoi supervisor) si fidano della Brancucci. Non ho mica scritto che il testo non viene controllato, ma scusa, come hai potuto pensare avessi potuto sottintendere una cosa simile? Il testo lo leggono, quindi se qualcosa non va bene possono dirlo e imporre il loro volere. Ma quel testo viene steso attualmente da Lorena Brancucci che tenta di applicare né più né meno il medesimo stile del padre e può fare (e fa) TUTTO quello che le pare. Ovviamente se scrive “cacca-culo” i supervisor lo leggono e le dicono “Scusa Lorena, ma cos’hai scritto?” – Ma non c’è la Disney che le viene a dire come fare il suo lavoro: “No, Lorena, su Let it Go cambia di volta in volta il ritornello con altre parole sempre diverse” – “No, Lorena, adesso il metodo è cambiato: aggiungi note a caso, non usare più i troncamenti di vocale.” (tra l’altro se non sbaglio in un’intervista Lorena stessa ammetteva di non amare i troncamenti) p.s. – Se i supervisor della Disney fossero rigidi ed esigenti, non approverebbero i suoi lavori. […] Ai miei occhi le differenze sono solo queste:
1-Ernesto aveva inventiva ed ispirazione e riempiva i testi di parole singolari e molto ricercate al pari di un Franco Battiato – Lorena è per la maggior parte del tempo svogliata e semplicistica e se può finisce sempre le tronche con banalità (da sempre usate per la loro facilità d’utlizzo, ma mai così tanto) del tipo “Io lo so – sì, lo so – perché poi – io andrò – e verrò – ci sarà! – io son qua! – ecco un no! – sta con me!”
2-Ernesto se può tronca le vocali per rispettare la metrica – Lorena se può evita di troncare le vocali e preferisce cambiare la metrica.
3-Ernesto dava priorità alla musicalità piuttosto che al labiale – Lorena dà priorità al labiale piuttosto che alla musicalità.
4-Ernesto rispettava la metrica – Lorena raramente rispetta la metrica
5-Ernesto tentava di mantenere vivo il titolo in modo che fosse efficacie e riconoscibile – Lorena sacrifica spesso il titolo e la ripetitività dei ritornelli.
Tutto qui. Non vedo altro. Tutte le differenze sono solo una questione di bravura (Lorena sceglie la via comoda).
p.s. – […] tuttora rimane incerto cosa ESATTAMENTE abbia adattato Ernesto, il quale si firmava col nome di famiglia ERMAVILO. Tuttora sono dell’idea che ai testi di Nightmare Before Crhstimas abbiano lavorato le figlie, visto che è nello stile di Lorena al 100%. In caso contrario significa che Ernesto, quando non c’aveva voglia, lavorava esattamente come Lorena.

Lo scambio di commenti completo è consultabile sotto l’articolo succitato.

I commenti di shinotenshiazrael appaiono particolarmente controversi sia rispetto al testo a cui si riferiscono, sia per i loro contenuti.

Nei cinque articoli che Dimensione Fumetto ha dedicato agli adattamenti italiani dei film Studio Ghibli, infatti, l’adattatore Gualtiero Cannarsi non viene mai, mai, mai accusato personalmente, gratuitamente e senza appello per le sue scelte. Al contrario, ogni suo lavoro viene continuamente condonato e considerato come il risultato di una serie di possibili fattori quali rispetto del labiale, lunghezza delle battute, richieste del committente o quant’altro possa aver influito sul prodotto finale. Per shinotenshiazrael invece il giudizio su Lorena Brancucci è drastico e inappellabile: «fa tutto di testa sua», alla Disney «semplicemente si fidano» e addirittura «Se i supervisor della Disney fossero rigidi ed esigenti, non approverebbero i suoi lavori». Dopodiché illustra quelle che ritiene essere le caratteristiche del lavoro di Ernesto e Lorena Brancucci con sprezzante freddezza, naturalmente senza addurre nessuna fonte né prova. Non c’è spazio per dubbio alcuno.

Per risolvere la vicenda, Dimensione Fumetto ha contattato direttamente Lorena Brancucci, la quale ha accettato con grande professionalità e cortesia di partecipare al dibattito. Il suo contributo è di particolare importanza non solo perché smonta una per una tutte le arbitrarie illazioni di shinotenshiazrael, non solo perché si tratta della sua seconda dichiarazione ufficiale in oltre 20 anni di lavoro, e la prima in assoluto rilasciata a una testata non dedicata alla Disney dopo l’intervista a Imperoland del 2014, ma soprattutto perché svela alcuni inediti retroscena del suo lavoro e spiega con chiarezza il processo e le motivazioni precise con cui arriva al risultato finale.

Dimensione Fumetto si augura che questo articolo possa essere di interesse per coloro che finora si sono interrogati sulle ragioni dei suoi adattamenti o hanno invocato i bei vecchi tempi andati.

L’autore desidera ringraziare sentitamente Lorena Brancucci per la disponibilità e Nunziante Valoroso per la collaborazione.


Gent.mo Sig. Pasqualini,

ringraziandoLa per aver richiesto la mia opinione professionale in merito agli argomenti da voi trattati nel vostro articolo, coglierò l’occasione per cercare di chiarire degli aspetti della mia professione che suscitano enorme interesse collettivo, ma sui quali, evidentemente, scarseggiano informazioni a riguardo.

Il lavoro del liricista o paroliere, che dir si voglia, è un lavoro molto più delicato e complesso di quanto non si possa immaginare, perché le componenti in gioco sono moltissime e le esigenze da contemperare sono numerose e contrastanti.

La Disney, per fortuna, a differenza di moltissime altre società, punta ancora tantissimo sulla qualità, che deve sempre mirare all’eccellenza e non consente che i suoi standard qualitativi vengano mai accantonati. Il mio lavoro subisce controlli e supervisioni continue, durante l’intero processo di lavorazione, tanto da parte dei supervisor italiani, che sono sempre super attentissimi e che valutano l’opportunità di ogni singolo termine, tanto da parte di quelli americani, che hanno comunque e sempre l’ultima parola con riguardo alla scelta dei termini (controllati attraverso la back translation), al rispetto della metrica e del sincronismo labiale. Non esiste testo che io abbia scritto, nella cinematografia Disney, che non abbia subito questo attento vaglio.

In altri termini, se da una parte il lavoro creativo e la scelta delle soluzioni vengono affidate a me, sulla base delle mie qualifiche e della fiducia ottenuta in virtù di un’esperienza quasi venticinquennale – tanto come liricista, quanto come musicista – dall’altra parte, non c’è mia idea che possa passare, se non supera il vaglio del committente (la «stupendosa idea» del film Il ritorno di Mary Poppins, tanto per fare un esempio, ha dovuto ottenere una espressa autorizzazione, così come l’utilizzo dei proverbi, così come la creazione, che ho voluto fare come omaggio al «supercalifragilistichespiralidoso» del primo film, che compare nella strofa finale della canzone Royal Doulton Music Hall).

Immagine promozionale de "Il ritorno di Mary Poppins" di Rob Marshall.

Il ritorno di Mary Poppins è il sesto film di Rob Marshall, il quinto con scene di ballo, il terzo per la Disney e il secondo di fila ad avere nel cast Emily Blunt e Meryl Streep.

Tutto ciò premesso, tenterò di spiegare, prima genericamente, poi nel dettaglio, le problematiche connesse al mio operato.

La lingua

Iniziamo col dire che la lingua inglese e quella italiana sono completamente antipodiche: la prima è sintetica e diretta ed è basata, prevalentemente, su termini mono o bisillabici, con accentazione, il più delle volte, tronca. La seconda, al contrario, è una lingua prolissa che si compone di termini plurisillabici, con accentazione prevalentemente piana, sdrucciola o bisdrucciola. Già questo, di per sé, basterebbe a far capire a chi legge quanto sia arduo il compito di rispettare la metrica, quando si è costretti a utilizzare lingue così diverse. Compito infinitamente più agevole per, ad esempio, spagnoli e francesi, che hanno la possibilità di utilizzare, come gli inglesi, le parole con accentazione tronca.

In epoca passata, i grandi liricisti che mi hanno preceduta, come il Comandante De Leonardis o il mio stesso papà (al quale devo tutti gli insegnamenti del mestiere), avevano la possibilità di elidere le parole, risolvendo il problema alla radice (usando termini come “cor”, “amor” e così via). Questi termini sono considerati oggi desueti, quindi non ci è più consentito usarli. Sebbene la generazione che ci ha preceduto, o anche la nostra, possano ancora esservi affezionati, i bambini di oggi li troverebbero decontestualizzati e non comprenderebbero la ragione dell’utilizzo. E, non scordiamolo mai, la Disney ha come destinatario principale il bambino.

Tanto per essere più chiari, se in inglese la scelta dei termini con accentazione tronca è potenzialmente infinita, avendo loro dei termini che finiscono anche con le consonanti, in italiano la nostra scelta è limitatissima, perché di vocali accentabili ne abbiamo solo cinque, alle quali si possono sommare, tutt’al più, i dittonghi. La scelta dei termini rischia, pertanto, di essere molto monotona se non si trovano alternative.

La metrica e il synch

Il vincolo della metrica è gravosissimo, proprio perché l’orchestrazione dei brani è studiata per testi in lingua inglese e ne rispetta, in pieno, le accentazioni. Tali accentazioni, per noi, sono totalmente sfavorevoli. Se da un lato è fondamentale, per la riuscita finale del brano, rispettare in pieno la metrica in modo da rendere il brano comodamente e fluidamente cantabile per l’interprete, dall’altro lato c’è il problema, immenso, del sincronismo labiale. Quest’ultimo, a differenza che in passato, è oggi considerato importantissimo. Le nuove tecniche di animazione hanno reso i cartoni animati talmente veritieri da sembrare umani e i loro movimenti labiali sono definiti al punto di dover essere curati fin nei minimi dettagli. Questo fa sì che, a volte, termini inglesi che finiscono, ad esempio, con una labiale o una dentale, ci costringano a usare termini italiani che abbiano una sillaba finale in più, proprio per andare a coprire il movimento della bocca in quel punto – movimento che, diversamente, resterebbe “muto”.

Un esempio su tutti: La bella e la bestia del 2017. Belle, durante la prima delle canzoni, canta «Every morning just the SAME, since the morning that we CAME». Si parla del fatto che il paesino nel quale Belle ed il papà si sono trasferiti sia un posto sempre uguale, dove non succede mai nulla di interessante e dove, diciamocelo, il divertimento maggiore sembra essere quello di giudicare e criticare chi, come Belle, appaia “diverso” rispetto alla routine del paesino stesso. Nella versione italiana del cartone animato, che tutti conosciamo e che io per prima ho amato moltissimo, l’adattamento è «È dal giorno che arrivai, che non è cambiato mai». Nel film questa soluzione non si è
potuta mantenere proprio per via del synch, perché si vede Belle distintamente aprire e chiudere la bocca, sul finale delle due frasi, proprio per la labiale finale, sia su «same» sia su «came». È evidente che, non avendo in italiano parole che finiscano per “m”, è stato necessario aggiungere una sillaba che andasse a coprire quel “battito” in più, per rendere l’effetto ottico più gradevole e naturale. Da qui il mio testo: «È dal giorno in cui arrivAMMO, che mio padre e io pensAMMO: questo posto è provinciale». Se non ci fosse stato il problema del sincronismo labiale, non sarebbe stato necessario alterare la metrica aggiungendo la sillaba finale.

Immagine promozionale de "La bella e la bestia" di Bill Condon.

La bella e la bestia è il remake del 2017 diretto da Bill Condon dell’originale del 1991 diretto da Gary Trousdale e Kirk Wise. Nonostante le perplessità della critica specializzata, il film ha comunque superato i 20 milioni di euro al botteghino diventando il maggior incasso italiano dell’anno.

Sono entrata nello specifico proprio perché vorrei che si capisse che la scelta sul modificare o meno la metrica non è mai una scelta “di pigrizia”, ma sempre una scelta obbligata, che comunque viene concordata con i supervisor, ai quali spetta il difficilissimo compito di scegliere se sacrificare la metrica o il sincronismo labiale. Non è mai una scelta semplice e non può essere una scelta univocamente apprezzata, perché c’è e ci sarà sempre chi preferisce la prima opzione e chi la seconda.

L’unica certezza che io posso darvi a riguardo è che non si tratta mai di una scelta presa alla leggera, o con superficialità. Tutt’altro. Può piacere o meno, ma credo che meriti ugualmente rispetto, perché è una scelta fatta sempre nel tentativo di raggiungere il miglior risultato possibile. Ovviamente, questo tipo di “alterazione metrica” se così possiamo chiamarla, non viene mai e poi mai fatta laddove renderebbe il brano difficile da cantare o non armonico. In tal caso, si tende sempre a penalizzare il sincronismo e a privilegiare la fluidità del brano.

Ad ogni modo, sarebbe infinitamente più semplice, per me o per chiunque altro al mio posto, utilizzare una traduzione letterale dei versi, senza doversi ingegnare a trovare soluzioni che si preoccupino di rispettare il sincronismo labiale. Dietro una sillaba aggiunta, pertanto, non c’è MAI una soluzione di comodo.

Il contenuto e il messaggio

Se potessimo esprimere uno stesso concetto con le stesse identiche parole, non ci sarebbe bisogno né di traduttori né di liricisti. È di tutta evidenza che, con due lingue così diverse, sia impossibile poter anche lontanamente pensare di scegliere la traduzione letterale dei termini. Non rispetterebbe mai la metrica, né tanto meno il synch. Che cos’è, quindi, che ci viene richiesto di fare? Fare il possibile per mantenere inalterato il messaggio originale. Il messaggio. Non i termini. Anche perché, molto spesso, termini che in inglese suonano in un certo modo e hanno una certa valenza e fluidità, se tradotti letteralmente in italiano, non hanno assolutamente lo stesso effetto.

Prendendo di nuovo ad esempio la frase di prima de La bella e la bestia del 2017: «Every morning just the same, since the morning that we came to this poor provincial town». La traduzione letterale suonerebbe più o meno così: “Ogni giorno tutto è uguale, dal mattino in cui siamo arrivati in questa misera, provinciale cittadina”. Il mio adattamento è il seguente: «È dal giorno in cui arrivammo che mio padre e io pensammo: questo posto è provinciale». Come si può notare, il senso del messaggio, pur con l’utilizzo di parole diverse, è identico: Belle non si trova bene in quel posto, perché pensa che sia un posto provinciale, privo di stimoli adatti a una ragazza brillante e fantasiosa come lei. L’utilizzo di parole diverse, nonostante permetta di mantenere lo stesso messaggio, ha però l’ulteriore privilegio di rispettare alla perfezione il sincronismo labiale e far sì che lo spettatore abbia l’illusione che Emma Watson stia cantando in italiano.

Fotogramma da "La bella e la bestia" di Bill Condon.

Belle se ne va a restituire un libro a Père Robert che parla di due innamorati nella bella Verona.

Insomma, il tentativo è quello di arrivare a un risultato finale che soddisfi, contemporaneamente, il rispetto del messaggio originale, la metrica (che non subisce comunque alterazioni degne di nota), le rime e le immagini sul video. Il tutto, consentendo all’interprete di cantare agevolmente, in modo da potersi concentrare sulle emozioni e sulla interpretazione e non sulle note, con un risultato finale “in pieno stile Disney”. I bambini, inoltre, grazie alla falsa illusione ottica data dalla precisione maniacale del sincronismo labiale, possono continuare a sognare e a illudersi che i personaggi animati che tanto amano esistano davvero e che siano davvero loro a parlare e a cantare. Anche questo fa parte del “sogno Disney”.

Mi permetto, a questo punto, dato che mi è stato gentilmente richiesto di dire anche la mia, di prendere in esame Frozen, per fare il punto su alcune questioni.

Spero di non urtare la sensibilità di nessuno, affermando con certezza piena che il tema centrale di Frozen non sono affatto le porte, bensì proprio, in primis, l’affetto familiare, come testimoniano pagine e pagine della creative letter appositamente inviata a tutti noi creativi che lavoriamo per la Disney. In questo documento ufficiale, che viene inviato prima della lavorazione di qualsiasi film Disney, gli autori del film spiegano, per filo e per segno, quello di cui il film parlerà (arriva prima dei
materiali audio/video e serve proprio a far capire di cosa si tratta a chi dovrà lavorarci). Ebbene, in nessuna delle circa 20 pagine di questo esplicativo documento viene fatto riferimento alcuno alle porte. Neanche una volta. E la ragione è semplice: per quanto ammirevole e degna di rispetto (lo dico senza ironia alcuna) sia l’interpretazione data nel vostro articolo circa la presenza delle porte nel film, il messaggio che Frozen vuole trasmettere è in realtà quello dell’importanza della famiglia. Per la prima volta nella cinematografia Disney, non sarà un principe azzurro a salvare la principessa, bensì sua sorella, perché la famiglia viene prima di tutto.

Ma Frozen è ben più di questo… Frozen è un film incentrato sulla possibilità di rivalsa… la famosa seconda OCCASIONE. Anna, dopo aver passato la vita chiusa in un castello, ha la possibilità di conoscere realmente sua sorella e di trovare finalmente l’amore. Elsa, invece, ritroverà se stessa, scoprendo quale sia il suo ruolo in questo mondo e risorgendo come il sole in una nuova alba, in una nuova vita, dove avrà finalmente la possibilità di accettarsi ed esprimersi esattamente per quello che è.

Fotogramma da "Frozen - Il regno di ghiaccio" di Chris Buck e Jennifer Lee.

Elsa spalanca le porte del Palazzo Reale di Arendelle dopo tanti anni di isolamento. Benché non siano stati ufficialmente confermati dai registi Chris Buck e Jennifer Lee, i fan hanno trovato in Frozen – Il regno di ghiaccio svariati riferimenti ad altri film Disney e numerosi significati metaforici, il più frequente dei quali è proprio quello delle porte.

Perché dunque non ho citato le porte? In primis, perché la metrica non me lo consentiva, in secundis, perché non me lo consentiva in alcun modo il synch, in tertiis, perché, dopo tutto, che cos’è una “porta aperta” se non una “nuova occasione”? E poi, mi si consenta un pizzico di ironia, parlare di “nuove occasioni”, di “speranza” non è forse più romantico che parlare di “porte”? In fondo è una ragazza innamorata, a cantarlo…

Insomma, il messaggio delle canzoni, nonostante la scelta di termini che, apparentemente, possono apparire diversi, in realtà è sempre assolutamente rispettato. Anna sta esprimendo la sua gioia per aver intravisto, finalmente, nella sua vita, uno spiraglio di felicità: una occasione di cambiamento. L’amore è, per lei, l’occasione per poter essere felice. Ed è esattamente di questo che parla la canzone La mia occasione. Così come All’alba sorgerò parla della scelta determinata di Elsa di poter essere finalmente se stessa e di smettere di nascondersi e di vergognarsi delle sue doti. È, a tutti gli effetti, una canzone che inneggia alla rinascita e al credere in sé stessi. E, forse, è anche grazie a essa che la versione italiana di Frozen ha ottenuto un riconoscimento ufficiale come miglior versione di adattamento nel mondo.

Un’ultima precisazione con riguardo alla frase «Come un fulmine sei comparso tu». L’originale canta «And then, suddenly, I bump into you». La frase rispetta la metrica nota per nota, non vi è alcuna aggiunta di sillabe, né alterazione (anche un non musicista può verificarlo, semplicemente contando il numero di sillabe), ma è il classico esempio del concetto che tentavo di spiegare prima: in italiano, la traduzione letterale suonerebbe più o meno come “All’improvviso ho sbattuto contro di te/mi sono scontrata con te”. Una traduzione letterale non renderebbe il romanticismo del momento, perché le parole inglesi, tradotte in italiano, non hanno lo stesso effetto. “Spoeticizzerebbero” il tutto. Da qui, la scelta di una frase più “da sognatrice”, che rispecchi più la natura facile a sorprendersi della dolce e ingenua Anna: «come un fulmine sei comparso tu». Il senso è lo stesso, ossia il radicale cambiamento che l’arrivo di Hans ha insinuato nella mente di Anna, ma le parole scelte sono volutamente diverse, per esigenze di lingua.

Conclusione

Concludo questo mio lunghissimo intervento con la speranza di aver chiarito, almeno un po’, l’enorme impegno e le immense difficoltà che si celano dietro a quelli che tanti chiamano, semplicemente, “cartoni animati”. Faccio questo lavoro da 25 anni, sono nata e cresciuta nel mondo Disney e cerco, da sempre, di restituire, attraverso le mie parole, la forza, la spensieratezza, la dolcezza e la positività degli splendidi messaggi Disney.

Purtroppo, come è naturale, non si può sperare di avere il consenso incondizionato di tutti, perché il lavoro artistico, più di tutti, si basa anche sulla sensibilità e il gusto personali, che variano di persona in persona. Ma spero di aver chiarito la serietà che si cela dietro il lavoro di tutto lo staff italiano della Disney.

Quanto al lavoro del sig. Cannarsi, vi prego di non avervene a male se scelgo di astenermi dal fare qualunque considerazione professionale, ma non mi permetterei mai e poi mai di effettuare valutazioni sul lavoro di un collega. Non è nella mia natura.

Ci tengo solo a precisare, per correttezza, una piccola curiosità: i testi del film Nightmare Before Christmas, a differenza di quanto sostenuto nei commenti, non sono miei, né di mio padre, che ha scritto solo quelli corali. Sono opera della Sig.ra Carla Vistarini.

Lorena Brancucci