First Issue

Wednesday Warriors #37 – da The Wild Storm a Doom Patrol

In questo numero di Wednesday Warriors:

Bam’s Version

THE WILD STORM #24 di Warren Ellis e Jon Davis-Hunt.

Ci sono voluti ventiquattro numeri per mandare il mondo in fiamme.

La guerra invisibile che ha separato il cielo e la Terra si rivela al mondo: da un lato Henry Bendix, direttore delle operazioni e capo del programma spaziale occulto Skywatch; dall’altro Miles Craven, leader delle Operazioni Internazionali e custode dei più grandi segreti del pianeta. E’ iniziato tutto da un uomo in caduta verso l’asfalto – immagine che, col passare del tempo, è diventata sempre più simbolica, metafora del conflitto tra le due agenzie. Il sottile equilibrio tra superpotenze Terrestri e extraterrestri venne rotto nel #1, quando Angela Spica sfruttò la tecnologia segreta della O.I. per salvare Jacob Marlowe, boss della HALO Corporation, vittima di un complotto. Gli ultimi numeri della serie hanno spalancato le porte della familiarità: l’enorme cast si è riunito, diviso e scelto da che parte stare. Lungo il percorso, Angie Spica ha incontrato volti familiari ai lettori del vecchio Universo Wildstorm – da Michael Cray ad Apollo e Midnighter, da Jenny Sparks a Jack Hawksmoor. La Tempesta Perfetta del titolo ha riformato l’Authority in maniera organica e follemente efficace, sparando un gruppo di soldati, metaumani e reietti come un proiettile al centro di un tornado. 

Il #24, finale della serie, si apre con una città in fiamme e uomini e donne, legati in maniera malsana a codici genetici alieni scatenare il caos per le strade. Bendix e Craven, dalle loro torri d’avorio, osservano i monitor riportare scenari catastrofici, mentre entrambi cedono alla disperata paranoia tipica degli uomini sull’orlo di perdere tutto. La collera, l’invidia e la voglia di supremazia spingono entrambi a gesti estremi, ottusi dalla loro sfida personale, coscienti di ciò che la loro guerra stia per scatenare – la fine del mondo.  La frenesia dell’azione coinvolge tutte le parti in causa. La risoluzione finale di The Wild Storm è il risultato di una lenta ma avvincente partita a scacchi – ma purtroppo per l’umanità, tra Skywatch e O.I. non si gioca per l’onore.
I protagonisti di Warren Ellis si confrontano in maniera schietta, seguono piani d’attacco e si lasciano sopraffare dall’emozione. Non ci troviamo di fronte allo squadrone ultra-militarizzato di The Authority. Qui Ellis si libera della veste politica, dissacrante e incattivita indossata dalla squadra originale. C’è spazio per dello humor, piuttosto paradossale e con uno spiccato gusto per l’assurdo. I nomi sono gli stessi, eppure i protagonisti di questa storia non hanno nulla in comune con chi li ha preceduti. Nei dialoghi e nelle caratterizzazioni di Ellis si nota un meraviglioso senso di disfunzionalità e nevrosi da nuovo millennio, che in egual misura permea la trama di tutto The Wild Storm – ed è incredibile quanto sia cambiata la visione distopica della società Ellisiana nel giro di un ventennio.

Jon Davis-Hunt e Steve Buccellato al tavolo da disegno sono liberi di seguire il proprio istinto: in un fumetto che storicamente ha fatto dell’azione à la John Woo e Michael Bay i propri punti di riferimento, Davis-Hunt ha saputo distinguersi, presentando uno stile più vicino ai Wachowski nella trilogia di Matrix – ipertecnologia, impianti cibernetici, poteri alieni, esplosioni, missili e proiettili hanno riempito le pagine in maniera aggraziata, saggiamente ritmata grazie ad una metodica gestione della griglia. Le pagine di The Wild Storm sono scandite dal movimento e sebbene tecnicamente ancora impreciso, Davis-Hunt colma le proprie lacune con uno sguardo registico invidiabile e fuori luogo, attentissimo nel massimizzare l’impatto dell’azione e il peso della recitazione dei propri personaggi.

Il climax del numero riesce ad essere perfettamente in linea con l’intero rilancio WildStorm – autocontenuto, soddisfacente, preciso nell’esecuzione: ventiquattro numeri di costruzione risolvono le varie linee narrative in maniera soddisfacente, aprendo le porte al lancio di WildCATS questo Agosto in DC Comics e lasciando volontariamente irrisolto un solo “mistero” legato ad alcuni, particolari bambini prodigio (chi ha orecchie per intendere…). Tuttavia, The Wild Storm è difficilmente considerabile un “perfetto entry point” per tutti i lettori. Approcciarsi ad una lettura così complicata e stratificata risulterebbe particolarmente arduo per chi non ha mai letto niente dell’originale universo WildStorm. Sebbene Ellis provi e riesca a creare un ground zero comune per il nuovo lettore, l’autore si affida ad alcune strutture narrative e dinamiche di continuity già affrontate in passato. La rielaborazione permette un processo di ringiovanimento ma, al tempo stesso, più volte sembra dare per assunte certe nozioni. Un difetto marginale per qualcuno, ma piuttosto indigesto per altri, al quale si sarebbe potuto rimediare con un più cospicuo supporto editoriale – anche una semplice pagina di riassunto avrebbe chiarito alcuni passaggi oscuri della trama.

Grazie ad una disastrosa serie di reazioni a catena e alla fobia collettiva per l’imminente collasso della società Occidentale, Warren Ellis e Jon Davis-Hunt hanno reinventato un complesso universo troppo spesso caduto vittima della propria natura anni ‘90. Costruendo una intrigante struttura action/thriller, gli autori hanno saputo modellare un reboot moderno partendo da un concept semplice e mai come oggi attuale: la pericolosità della tecnologia, dell’informazione e la loro militarizzazione. The Wild Storm è una tempesta perfetta di paranoia estremizzata, cospirazioni segrete, rivoluzioni necessarie e imperfezioni umane. Eppure non ci sono derive autoritarie, il cinismo si è trasformato in sarcasmo e la visione dei propri protagonisti è certamente più positiva, aperta e umana. Nel riaffrontare gli anni bastardi del suo periodo d’oro, Warren Ellis si riscopre e si trasforma in ottimista, celebrando l’ascesa della sua personalissima visione del futuro, trasformando in eroi un gruppo di “gatti randagi”.

DOOM PATROL: THE WEIGHT OF THE WORLDS #1 di Gerard Way, Jeremy Lambert e James Harvey.

Ci eravamo dati l’ultimo saluto con la Pattuglia del Destino in conclusione della Guerra del Latte, l’evento crossover con l’Universo DC che ha rimodellato la realtà e confermato come i piani multidimensionali non siano altro che una grande fiction che qualcuno si diverte ad osservare prender forma – sia questo “qualcuno” il lettore o una razza di alieni inebetiti di fronte alla TV. Quello di Gerard Way e la sua Doom Patrol era un arrivederci, più di un addio ed infatti, ad un anno di distanza, Doom Patrol torna con la nuova serie Weight Of The Worlds.

Il #1 della nuova miniserie si apre con una scena a dir poco squallida eppure geniale: Robotman, tornato alla sua forma umana di “Cliff”, è intento ad espletare le sue funzioni corporali più disgustose in uno sporco w.c. di un fast-food mexamericano, Taco Hell. Non c’è modo migliore, per Way e il suo co-scrittore Jeremy Lambert, di introdurre il visionario artista pop James Harvey al pubblico. Harvey, già noto per aver collaborato con l’editor Mark Doyle su “Batgirl” e alcune copertine di “We Are Robin”, è il primo segnale di una nuova aria in seno alla linea editoriale Young Animal. Aria decisamente più libera – si direbbe puzzolente, visto il contesto, ma sicuramente audace.

La prima pagina di Doom Patrol: Weight Of The Worlds #1 è un manifesto programmatico: è una piena decostruzione della pagina a fumetti tradizionale ed Harvey, da artista a 360° quale è, valuta l’impatto visivo e la composizione dell’immagine quanto la melodia del suono, l’armoniosità della melodia, calibrando ogni aspetto, anche il più bizzarro, in maniera dettagliata, quasi scientifica. Dall’alto della pagina, la parola “LIFE” viene ripetuta più volte, l’atto della defecazione è evidenziato da una sezione a parte, descritto come “a gentle violence”, una violenza gentile camuffata da tubi di scarico in alto a sinistra; i colori sono accesi, ma le tonalità pastello favoriscono l’atmosfera psichedelica di questa bizzarra scena d’apertura. Il lettore è portato a voltare pagina, accompagnato da una planimetria tridimensionale del fast-food, relegato all’angolo basso a destra, dove le dita coincidono col margine del foglio. Weight Of The Worlds si dimostra irriverente, senza ricercare alcuna volgarità: la peculiare scelta di James Harvey permette a Way e Lambert di staccarsi, immediatamente, dalla serie precedente, come nel reparto artistico così nello “spirito” di questa ritrovata Doom Patrol.

Giunti alla conclusione di essere “fan-fiction per qualche ciccione di fronte ad una tastiera”, i membri di Doom Patrol sono in piena crisi spirituale. Gerard Way e Jeremy Lambert ricuciono lo strappo che separa Weight Of The Worlds dal finale di Milk Wars con il giusto ritmo. Il necessario ritmo rilassato e la narrazione didascalica permettono un piacevole gioco di catch-up con i protagonisti della serie. Superato il cambiamento fisico e la trasformazione da robot ad umano di Cliff/Robotman, Way e Lambert si addentrano nella frammentata e turbolenta psiche degli altri personaggi. Crazy Jane cerca di mantenere salda la leadership del gruppo, tenendo d’occhio la sua stabilità mentale nel frattempo; Flex Mentallo aiuta Rita Farr, la Donna Elastica, a riprendersi dall’iperespansione del suo Io, evento che ha portato la donna a valicare le dimensioni; l’Uomo Negativo si affida alla pet therapy per combattere la sua depressione. Il teatrino patetico e strepitosamente umano di questa bizzarra famiglia tiene unito un #1 semplice, quasi scolastico, con l’inizio di un viaggio multiversale che possa “dare una ragione d’essere” alla Doom Patrol.

Ogni apparenza di scolasticità così come l’imboccamento del lettore vengono però spazzate via una volta concluso l’antefatto. Danny l’Ambulanza trascina la Pattuglia su un pianeta lontano, Orbius, dove strane creature globulari cercano di ottenere il massimo della forma fisica, allontanandosi dalla vergognosa forma sferica naturale correndo la Maratona Eterna sul Tapis-Roulant Infinito. Way e Lambert affrontano la questione da un punto di vista tutto particolare, lasciando che il fitness sfoci nel fanatismo e integralismo religioso. Non è certo casuale che la prima missione della Doom Patrol consista nello smantellare un sistema malsano che predica l’uniformità assoluta a scapito dell’espressione personale. Mentre l’epopea multiversale è solo all’inizio e Harvey, dal canto suo, riesce a rendersi unico nel suo genere, portando sugli scaffali un fumetto meravigliosamente pop, le atmosfere si fanno cupe e drammatiche sulla Terra, con Cliff costretto ad una dura presa di coscienza dopo una brutale conversazione con la madre.

Il tempo non è stato sicuramente signore con Doom Patrol: Weight Of The Worlds, che soffre la distanza con la serie precedente. Alcune dinamiche sono un po’ arrugginite ed aver cominciato con un #1 di “riassunto” non fa certo male alla digeribilità dell’opera per i nuovi lettori. Recuperare l’originale Doom Patrol (Milk Wars compresa!) di Gerard Way è un passaggio obbligatorio per ogni novizio alla Pattuglia del Destino, specialmente in questa moderna incarnazione. Doom Patrol: Weight Of The Worlds #1 fa quello che ogni buon fumetto dedicato al gruppo dovrebbe fare – ne sottolinea l’estrema umanità puntualizzandone le più insolite stranezze, giocando con il metatesto e divertendo il lettore, viaggiando verso confini inimmaginabili dell’Universo DC.

First Issue!

Lois Lane #1 di Greg Rucka e Mike Perkins

Giornalista senza remore in cerca della verità, donna decisa, moglie di un supereroe, consapevole di vivere un rapporto matrimoniale che non può essere definito normale per forza di cose, la Lois descritta da Rucka attraverso dialoghi e azioni è un personaggio a tutto tondo, di un realismo talmente vivo da rendere realistico, per vicinanza, anche il personaggio di Superman.

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Wednesday Warriors #36 – Da War of the Realms a Justice League Dark

In questo numero di Wednesday Warriors:

Gufu’s Version

MARTIAN MANHUNTER #6 di Steve Orlando e Riley Rossmo

Martian Manhunter è uno dei personaggi più “difficili” del panorama supereroistico: una sorta di clone di Superman (alieno il cui mondo è stato devastato da una catastrofe ecc…) ma senza l’umanità che contraddistingue l’alter ego di Clark Kent.
Alieno verde che arriva sulla terra già adulto, e quindi senza una famiglia che gli impartisca un’educazione umana, Martian Manhunter è sempre stato un personaggio con cui i lettori hanno fatto fatica a relazionarsi. Al di là dell’essere uno dei membri cardine della Justice League infatti il povero J’onn J’onzz ha sempre fatto fatica a raggiungere il grande pubblico.
Si possono individuare però due momenti nella sua storia in cui le potenzialità del Cacciatore Marziano sono state pienamente sfruttate e il suo background – sinceramente povero in origine – è stato approfondito in maniera notevole: la miniserie del 1988 ad opera di J.M. De Matteis e Mark Badger e la serie di John Ostrander e Tom Mandrake del 1998 durata ben 36 numeri.
A questi due capisaldi del personaggio si va ad aggiungere ora questa maxiserie di 12 numeri ad opera di Steve Orlando e Riley Rossmo.
Orlando è uno scrittore che alterna prove opache, soprattutto quando legato dalla continuity ingombrante dei personaggi di primo piano, a prestazioni davvero degne di nota (vedi il suo Midnighter): Martian Manhunter ricade felicemente nella seconda casistica.
Assieme a Rossmo riprende quanto già reso canone dagli autori sopra citati e aggiunge nuovi strati alla psicologia del protagonista: senza stravolgerne le caratteristiche principali, i due autori riescono ad approfondire il personaggio rendendoci più facile il processo di immedesimazione. Risulta quasi impossibile non empatizzare con una figura così fallibilmente umana.
Rossmo riparte da quanto fatto da Badger e struttura una società marziana complessa, aliena ma terribilmente simile alla nostra, come una sorta di riflesso, distorto nella sua mutevolezza, della nostra. Ad un primo sguardo sembra tutto estremamente caotico e strano ma la struttura del racconto è talmente ordinata che risulta impossibile restarne confusi, non ci si perde mai nelle tavole o nei dialoghi.
Nella sua specificità, quella di tralasciare la narrazione presente per concentrarsi sulla tragedia di J’onn J’onzz, questo sesto capitolo è leggibile e apprezzabile anche senza aver letto il resto.
Ma, se accettate un consiglio dato in tutta onestà, procuratevi anche gli altri albi.

JUSTICE LEAGUE DARK #12 di James Tynion IV e Alvaro Eduardo Martinez Bueno

Con questo dodicesimo numero James Tynion chiude la sua fase di costruzione della JLD: c’è un evidente progettualità a lungo termine tesa a dare una struttura all’universo magico della DC Comics e a tante testate troppo spesso lasciate all’estro dei singoli autori. Un parco personaggi, notevole e iconico quanto quello più strettamente supereroico e (quasi) sempre scollegato dal resto della macronarrazione del DC Universe, a cui la Justice League Dark prova a dare (restituire?) rilevanza sfruttando come volano l’iconicità di Wonder Woman.
Il lavoro di world building di Tynion non lascia indietro nulla nel suo tentativo di dare al lettore una precisa mappa di questa sorta di sotto-universo narrativo, un lavoro che restituisce diversi elementi di interesse, necessari per conferire il giusto spessore a tutto il suo progetto, rendendo però la lettura più faticosa nell’affrontare certe verbosità.
Ne giovano diversi personaggi, Detective Chimp su tutti ma anche Zatanna e la stessa Wonder Woman, approfondite come poche volte prima d’ora.
La nota indubbiamente più positiva di tutto l’albo, e di quasi tutti i precedenti, è la scoperta di Alvaro Martinez Bueno, disegnatore spagnolo dall’indiscutibile talento in grado di interpretare dozzine di personaggi, tra cui diverse icone della cultura pop, in maniera sempre coerente e riconoscibile pur riuscendo a imprimere la propria personalità nel tratto. Notevole in questo caso il suo lavoro, quasi meta-narrativo, sul layout generale. Martinez Bueno riesce a sfruttare tutta la pagina – spazi bianchi compresi – nella narrazione di questo scontro tra caos e ordine.
Sempre interessante e mai banale.

Bam’s Version

WAR OF THE REALMS #6 di Jason Aaron e Russell Dauterman.

War Of The Realms è un’anomalia: è un evento ricco di tie-in, one-shot, addendum e via discorrendo come da tradizione, eppure è sorprendentemente concentrato nell’essere un evento dedicato a Thor.  E’ un gran finale per sette anni di storie – ma non davvero, visto che il lettore potrà godere ancora della compagnia di Jason Aaron sul Tonante almeno fino all’Autunno inoltrato. War Of The Realms si incastra perfettamente nell’impressionante mosaico narrativo tessellato dallo barbuto bardo da Jasper, Alabama. Ma, continuando con i paradossi, War Of The Realms è tutt’altro che perfetto.

Nei cinque numeri che hanno preceduto questo ultimo albo, il Dio del Tuono ha compiuto un arduo viaggio di ritorno verso Midgard e il resto dei Dieci Regni, ormai completamente messi a soqquadro dall’invasione totale di Malekith. Per non cadere nella infida trappola degli spoiler, risulta più facile ed efficace riassumere tutto con un perentorio “Sh*t happened”; per Thor è dunque giunto il momento della resa dei conti. Incastrato nel cuore dell’Albero dei Mondi Yggdrasil, il Dio del Tuono è pronto al sacrificio finale: parole di sdegno escono dalla sua bocca mentre il mondo (contestualmente e letteralmente) va a fuoco. Le parole di Jason Aaron, narratore onnipresente, sono pompose, regali, si accompagnano magnificamente la rabbia volgare di Thor, imprigionato in una gabbia infuocata fatta dei propri errori dove, al centro, è posta l’unica speranza di redenzione.
Concetto importante e da non sottovalutare: sebbene la tanto anticipata Guerra dei Regni sia chiaramente il focus centrale, come da titolo, dell’evento, il ritorno di Thor è il vero epicentro della storia, quella che Jason Aaron sta raccontando sin dalla distruzione di Mjölnir e la caduta di Jane Foster.

La guerra infuria e il Dio del Tuono si riscopre umile: non può farcela da solo. Aaron e Dauterman, mai banali, tornano a sfruttare la gimmick delle multiple linee temporali. Gli echi del primo arco narrativo scorrono potenti in questo ultimo capitolo di War Of The Realms e la Tempesta dei Thor si scatena su Malekith: Russell Dauterman e Matthew Wilson sono protagonisti, uno impugna un martello che pesa come una matita, l’altro si scatena su una tavoletta grafica che riempie le pagine di azione vorticosa. Impossibile non rimanere strabiliati osservando lo scontro rompere la tavola, frantumare le vignette e riempire di roboanti onomatopee – firmate dal letterer Joe Sabino. Graficamente parlando, War Of The Realms #6 è una soddisfacente conclusione ad un Ragnarok “formato mini”, servito e confezionato al pubblico per impegnare la stagione calda di letture.
Per Jason Aaron, tuttavia, War Of The Realms non è che un capitolo necessario, fondamentale – ma non il climax che chiuderà i suoi lunghi sette anni sulla serie.

War Of The Realms è un rombo di tuono in una tempesta, una finestra in una storia più grande di Thor stesso, più grande dei piani di Malekith, del ritorno di Odino e Freija, più grande delle parole di Aaron, più grande del magnifico lavoro che Russell Dauterman e Matthew Wilson regalano al lettore. Sarà perchè l’industria a fumetti si pone al di sopra dello scrittore ma sapere con largo anticipo che questa gigantesca serie evento avrà più di un epilogo lascia al lettore un climax mozzato, efficace e potente, ma meno dirompente ed impattante. La natura stessa della Guerra dei Regni risulta troppo grande per risultare compatta come una martellata; per continuare le analogie con il Dio del Tuono protagonista, War Of The Realms è la scarica di fulmini di Jason Aaron che colpisce i suoi Avengers e una porzione dell’Universo Marvel, coinvolti in un evento prettamente Asgardiano. Molto della storia iniziata sul #1 – che abbiamo già recensito qui su Wednesday Warriors – diventa palta per i mattoni che altri autori ed Aaron stesso utilizzeranno per costruire la seconda metà del 2019 Marvel. Non c’è nulla di male in una pratica comune agli Eventoni delle grandi case a fumetti, ma di conseguenza viene a mancare qualche attimo di concentrazione legato ai personaggi centrali della storia.

Il War Of The Realms dell’Universo Marvel non è forte quanto il War Of The Realms che parla di Thor, di Malekith, del presente e del futuro del Dio del Tuono. La Guerra dei Regni termina in maniera fragorosa. Soddisfa il lettore ma non lo riempie, lo stuzzica e lo invita a proseguire nella lettura. Non c’è un vero climax, non c’è risoluzione – e tale non si può chiedere ad un Aaron e Dauterman stellari, ma consci del ruolo di questo evento. Un lavoro che prosegue le tonanti trame dello scrittore nel migliore dei modi, aprendo ad inediti scenari futuri e ad una Asgard che rinasce, insieme agli altri Nove Regni. Thor assume nuova rilevanza, inserendosi perfettamente nella narrativa che Aaron ha imbastito dal 2012.

First Issue!

USAGI YOJIMBO #1 di Stan Sakai

Sakai ormai gestisce la sua creatura con mano ferma e con la solita attenzione, con l’aggiunta gradita di una serie di note che approfondiscono la storia e la cultura nipponica del periodo.
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Wednesday Warriors #35 – Superman: Year One #1

In questo numero di Wednesday Warriors:

SUPERMAN: YEAR ONE #1 di Frank Miller e John Romita Jr.

Bam’s Version

Inserendo “Frank Miller hates” come ricerca su Google, il testo vi verrà auto-completato in “Frank Miller hates Superman”. Dell’odio di Miller nei confronti dell’Uomo d’Acciaio se n’è discusso sin da Il Ritorno del Cavaliere Oscuro, opera del 1986 che insieme a Watchmen di Moore e Gibbons rivoluzionò il concetto di supereroe per gli anni a venire.

Il Superman di Miller è sempre stato visto come servile, assoggettato dal Governo Statunitense – una chiave di lettura solo in parte corretta, dato che il suo era un compromesso necessario per mantenere la pace e proteggere i suoi compagni d’arme supereroi, messi al bando dal Governo anni prima. Quello di Miller, per alcuni, è sempre stato visto come un Superman umiliato, servo del sistema, cane da guardia di politici spaventati dall’eroe vigilante Batman, protettore degli innocenti. Superman agiva per un bene superiore, mascherato dalle bugie dei politici e dei capi di stato. Come tutti noi, almeno una volta nella vita, l’Uomo d’Acciaio si è fatto ingannare ed ha creduto in un futuro pacifico. Non bastò Il Cavaliere Oscuro Colpisce Ancora, sequel del 2001 della graphic novel originale, tantomeno il capitolo successivo, il più recente Razza Suprema del 2015. Il percorso di redenzione dell’Uomo d’Acciaio e la sua presa di coscienza del proprio ruolo nel mondo non furono capite da chi leggeva Miller, forse più concentrato a criticarne l’evoluzione artistica, le volute esagerazioni narrative o i lunghi ritardi nella produzione.

Con il debutto della linea “per adulti” Black Label, DC Comics ha approfittato dell’occasione per spingere sui propri personaggi di punta e tornare ad offrire serie a fumetti in formato prestigio dai toni sferzanti, audaci e sicuramente non convenzionali. In quest’ottica va fissato il ritorno di Frank Miller sul personaggio. Superman: Year One offre all’autore del Maryland una nuova occasione per tornare in quell’universo narrativo e raccontare le origini del “suo” Superman, accompagnato per l’occasione dai disegni di John Romita Jr.

Le 68 pagine dell’albo si aprono su Krypton, un pianeta sull’orlo della distruzione. La voce narrante appare impersonale, distaccata eppure metodica e “viva” nell’analisi delle emozioni e degli eventi che circondano il neonato Kal-El. Il narratore segue diverse prospettive: alle volte, il suo tono è solenne nel descrivere i venti del Kansas spezzati dall’atterraggio della navicella Kryptoniana, “come la Mano di Dio” che purifica il raccolto nei campi. Altre volte, si abbassa e si mescola alla voce degli abitanti di Smallville, diventa volgare e umana: Jonathan Kent prende “il bastardino” tra le braccia, chiedendosi di “cosa cacchio” sia fatto per pesare così tanto. La griglia rigida, ma mai soffocante, delle tavole di John Romita Jr. segue i primi giorni del piccolo Clark sulla Terra. La scoperta dei poteri è graduale e legata a momenti particolari della crescita di un bambino: le prime corse nei prati, accompagnate da balzi inumani; un boccone di pappa troppo caldo, che scatena la vista termica del bimbo Kryptoniano; una nottata di sonno inquieta, disturbata dal suono di milioni di creature, dalle più grandi alle più piccole, che friniscono, bubolano, gracidano, un tormento per un ragazzino che scopre il suo super-udito. Il Clark Kent di Frank Miller dorme e senza accorgersene vola lontano, risvegliandosi la mattina dopo in un campo di grano lontano. “Now, how the heck am I gonna get home?” si chiede, “Come cavolo faccio a tornare a casa?”. Il ragazzino venuto dallo spazio, caduto sulla Terra ricorda, forse non a pieno ma ricorda Krypton, sente l’istinto inconscio di volare lontano.

Le prime ventisei pagine dell’albo raccontano di un solo bambino e due famiglie – una perduta, l’altra trovata. Kal-El viaggia lo spazio in splendide tavole di John Romita Jr. per trovare una nuova casa ed un nuovo nome, la Terra, l’America, il Kansas di Clark Kent. La natura e l’educazione del giovanissimo Clark passano attraverso le parole schiette, sincere di Jonathan Kent e dei pomeriggi d’autunno passati a giocare a baseball in un campo, così come l’irrequietezza, il seme del dubbio dell’abbandono sembrano nascosti all’interno della navicella venuta da Krypton. Clark sa benissimo di essere destinato a grandi cose – l’ha sentito chiaro e tondo, come se il narratore di Superman: Year One parlasse anche a lui e non solo ai lettori. Frank Miller decide di non dare una risposta immediata e la narrazione si sposta nel futuro, verso un’età fondamentale nella crescita – l’adolescenza.

Per questa occasione, il narratore esterno si sposta in disparte, più precisamente nelle chiose ai pensieri e parole di Clark Kent. L’anno scolastico comincia all’insegna del bullismo, uno degli argomenti centrali dell’albo; prendendo in prestito una pagina dal Ragno della Casa delle Idee, Clark si trova sempre più pensieroso sulle sue responsabilità. Sente benissimo di avere il potere per fermare i bulli e dar loro una lezione, ma sarebbe giusto utilizzare le sue capacità in questo modo? L’ansia e il nervosismo sopiti si fanno sempre più evidenti, bollono e il ragazzino innocente di Smallville inizia a sviluppare insofferenza, un’aggressività tipicamente adolescenziale. Le parole e le raccomandazioni dei genitori gli stanno stretti, la sofferenza di chi gli sta intorno brucia. Metterlo “nei guai” è un modo interessante per far venir fuori l’indole altruista di Clark, che ha nei suoi migliori amici un gruppo di sfigati ed emarginati, “alieni” in un mondo normale. Anche quando il giovane mostra una briciola del suo potenziale, finendo per rompere il braccio ad uno dei bulli, la risposta è infinitamente più crudele. Clark ha disobbedito ai genitori, ha difeso i suoi amici, ha dato una lezione ai cattivi, ma alla fine ciò che gli rimane è aver ferito ancora di più chi pensava di proteggere.

Il ritmo della narrazione si fa più intenso. Come il protagonista, il lettore si trova a dover interrogare la natura di questi atti crudeli, dalle uova in faccia alle bastonate, dagli armadietti zuppi d’acqua fino all’atto estremo, un tentato stupro. Gesti estremi ma mai troppo da sembrare surreali o improbabili nel “nostro” mondo. Superman: Year One rende Smallville maledettamente reale per la sua natura bieca, nella quale i personaggi positivi si sentono accerchiati e minacciati. Per Miller e Romita Jr., la vita al liceo di Smallville è un continuo ciclo di sopravvivenza, un posto in cui oggi sei il re e domani il giullare – una visione da cliché, stereotipata ma in fondo veritiera. Il figlio di Ma’ e Pa’ Kent rompe la griglia di Romita Jr. nella prima grande splash page dell’albo. Clark vola e salva Lana Lang dagli aggressori. Quello che il “Clark umano” non poteva fare viene spazzato via nel primo atto di maturazione del “Clark superumano”, audace, folle, spontaneo, eroico. Torna il narratore esterno per descrivere al lettore la magica sensazione del primo volo di Clark Kent, il rumore del battito del suo cuore che fa sbocciare la love story con Lana, le nuvole ad un passo. La fase adolescenziale di Superman: Year One si interrompe qui.

Il rapporto di Clark e Lana Lang è una nota tenera necessaria dopo venti pagine piuttosto ciniche. Le love story non sono mai state il fiore all’occhiello di Frank Miller, ma essendo questa la loro prima esperienza l’autore si lascia andare a qualche benvenuta tenerezza tra i due, corredata da una splendida sequenza che illustra e racconta l’emozione dei primi baci tra i due. Le parole del narratore si fanno volutamente smielate ed i primi voli nell’aria del giovane Kent sembrano quasi il naturale effetto di una freccia di Cupido.
Clark matura e la rabbia sembra sbollire, le idee si chiariscono e le parole del padre acquisito – così come quelle di Jor-El – si imprimono nella mente: “Sveglia, figlio mio, sveglia. Un mondo di meraviglie ed orrori ti attende. Un mondo che ha bisogno di te, ha bisogno di essere salvato.” Dopo una lunga giornata nei campi, illuminati dal Sole, Clark confessa al padre di essersi arruolato in Marina, di aver accettato il suo consiglio e di aver necessario bisogno di conoscere il mondo che lo ha accolto. Una scelta sofferta ma responsabile, una scelta che molti ragazzi normali come lui fanno a quell’età. Non la scelta di un supereroe, ma di una persona comune che vuole dare qualcosa a chi lo ha cresciuto, vuole proteggerli e vedere il mondo.

Con una narrazione semplice, serrata ma mai tremendamente pesante o cupa, cinica – specialmente dato il contesto narrativo e la continuity in cui si inserisce – gli autori stagliano il loro giovane Superman in maniera innovativa, fresca e soprattutto nuova. Non risparmiano sui dialoghi né sull’abbondanza di pensieri e descrizioni, anche a costo di risultare ridondanti. Le linee di John Romita Jr. sono le più classiche del figlio d’arte di casa Romita: la velocità d’esecuzione può essere scambiata per superficialità, ma l’impatto delle tavole chiave dell’albo raggiungono l’effetto sperato.

Con Superman: Year One #1 Frank Miller non sembra assolutamente dare più alcun adito alla strana, bizzarra teoria del suo odio verso Superman. Semmai, questo #1 conferma quanto Frank Miller ami Clark Kent e ciò che rappresenta. Il Kansas e Smallville giocano un ruolo fondamentale nella crescita di Kent quanto la sua nascita su Krypton. Qui vero e proprio Alieno Americano, molto più che nella miniserie omonima di Max Landis, il Clark Kent di Frank Miller e John Romita Jr. rappresenta una sfida non solo alla readership tradizionale di Superman, ma soprattutto al preconcetto che si ha di Frank Miller e del suo rapporto con Superman.

Gufu’s Version

Nella letteratura di tipo seriale esistono due tipi di continuity, una ufficiale e una che potremmo definire individuale.
La seconda riguarda l’esclusiva esperienza di ogni singolo lettore ed è composta dalle storie che lui ha letto e che ha coscientemente inserito nell’elenco di quelle che egli ritiene essere il canone relativo a un determinato personaggio.
La cosiddetta continuity individuale non può quindi essere terreno per confronti specifici, né può essere base di una qualunque critica che possa definirsi anche lontanamente oggettiva, in quanto riguarda esclusivamente la sfera personale di ognuno di noi e in quanto tale è assolutamente soggettiva. Per farla breve non si può dire che un fumetto debba rispondere a determinati canoni che sono frutto di un’esperienza esclusiva.
La continuity ufficiale invece è ben altra cosa e riguarda quell’insieme di storie che il proprietario dei diritti di quel dato personaggio decide siano parte della storia effettiva dello stesso.
Superman: Year One è assolutamente fuori dalla continuity ufficiale e lo è per un motivo essenziale: quello di permettere a due degli autori più importanti della storia del fumetto di lavorare alla loro personale rilettura del mito dell’Uomo d’Acciaio senza dover sottostare ai vincoli della “burocrazia”.
Nella lettura, e nel conseguente giudizio, di Superman: Year One è quindi fondamentale tenere a mente che ci troviamo di fronte all’elaborazione di una continuity individuale, somma delle due diverse concezioni che i due autori hanno di Superman.
Possiamo chiederci quindi che senso abbia un’operazione del genere visto che, muovendosi al di fuori dei canoni dell’ufficialità, teoricamente non potrebbe incidere in maniera determinante sull’iconografia del personaggio. La risposta è tanto semplice quanto evidente anche a chi guardi distrattamente la copertina dell’albo: è scritto da Frank Miller.
E tanto basta.
Da Miller ci si aspetta sempre una rilettura che ridefinisca il personaggio in maniera determinante anche in contesti ufficiosi (vedi “Il Ritorno del Cavaliere Oscuro”), e nel momento in cui l’autore mette mano a un’icona come quella di Superman è lecito quindi pensare che vedremo qualcosa di veramente diverso dal solito e altrettanto determinante per il futuro dello stesso.
In un certo senso è proprio quello che succede in questo primo albo: questo giovane Kal-El non è l’Uomo d’Acciaio di Byrne, tanto meno quello post-Flashpoint o quello delle storie di Otto Binder e Curt Swan. Frank Miller attinge e rielabora il Superman primigenio di Jerry Siegel e Joe Shuster per ridefinirne il Mito.
In quest’ottica è fondamentale, quanto complessa nella sua intelligibilità, la scelta narrativa dello scrittore del Maryland: la narrazione in prima persona, che caratterizza gran parte della sua scrittura, viene leggermente spostata, decentrata, proponendosi non più come una soggettiva quanto come una semi-soggettiva dalle caratteristiche più cinematografiche che letterarie. Il narratore, parzialmente onnisciente, pone l’ipotetica cinepresa alle spalle dei protagonisti, descrivendoci il loro punto di vista, spostandosi da personaggio a personaggio e offrendo ogni volta una diversa angolazione del racconto: una volta è Clark, un’altra è Jonathan, poi Martha e così via…
Come è normale che sia, gran parte del racconto si svolge dalla prospettiva del piccolo Kal/Clark mostrandocelo come già cosciente al momento della tragedia di Krypton e durante la solitaria traversata del cosmo fino all’arrivo sulla Terra: questo espediente permette al lettore di vivere assieme al piccolo Kal-El la tragedia della perdita dei genitori che si somma all’esperienza della più assoluta solitudine vissuta durante il viaggio interstellare. L’arrivo sulla Terra quindi si disvela ai suoi/nostri occhi come una vera e propria salvezza, carica di luce – il sole che dona al Kryptoniano i suoi superpoteri – e di vita, in contrasto con la sterilità asettica di Krypton.
Miller enfatizza, forse anche eccessivamente, il rapporto tra i sensi supersviluppati di Clark e il mondo che lo circonda, un mondo talmente vasto e interessante che non può fare a meno di mettere il nostro eroe nella prospettiva di chi vuole esplorarlo.
Tutto il racconto è talmente permeato da questa soggettività che il duo di autori sceglie di mettere in secondo piano ogni velleità di realismo: ad esempio l’arrivo del bimbo viene accettato da Martha con un’incredibile nonchalance e non si fa cenno alle pratiche di adozioni con le relative giustificazioni. La stessa Smalville viene descritta come un luogo che non esiste e non è mai esistito nella realtà degli Stati Uniti, è più un’icona, un luogo idealizzato, che non la rappresentazione di una vera cittadina del Midwest.
Tutta la prima parte dell’albo è smaccatamente naif e tradisce un ottimismo che Frank Miller raramente mostra nelle sue opere: a differenza di gran parte delle altre “storie di origini” qui, come nella prima versione scritta da Siegel e Shuster, Clark ha i superpoteri sin da piccolo. Questo però non lo rende un piccolo dittatore crudele come mostrato, in un’ottica decisamente plausibile, da Rick Veitch nel suo Maximortal; il Clark Kent di Miller non diventa “buono” per via dell’impossibilità di accedere ai propri superpoteri prima di subire l’educazione genitoriale, come invece accade dal Man of Steel di Byrne in poi, ma lo diventa per scelta, perché così viene cresciuto ed educato dai genitori adottivi: i due accettano la diversità del figlio senza alcuna paura – e con un rigore morale che sa molto di “American Way of Life” – descrivendo un percorso formativo diverso da quello visto, ad esempio, sugli X-Men o sullo stesso Man of Steel di Zack Snyder.
Qui i superpoteri sono un dono e non una maledizione da temere.
Questo velo di ingenuità viene però strappato, verso la metà della storia, da un’invasione perentoria di una realtà molto meno idealizzabile, un punto di svolta significativamente crudo che ha fatto sollevare non poche sopracciglia nel mondo della critica statunitense e che è sottolineato dall’unica spread page che JRJR si concede in tutto l’albo. R
ileggendo le prime pagine alla luce di questo avvenimento si nota come Miller e Romita avessero inserito, quasi subliminalmente, degli indizi – un sottotesto inquietante – che lasciavano percepire una realtà non così idilliaca come può sembrare inizialmente. Si tratta, in tutta evidenza, della prima vera battaglia “per la Verità, Giustizia e tutto il resto”: è il primissimo passo di Clark Kent per diventare quell’icona eroica e supereroica che è Superman, il primo capitolo di un racconto di formazione che assume i contorni del Grande Romanzo Americano che ogni scrittore statunitense ha nel cassetto.
La narrazione prosegue compassata per tutte le 64 pagine e lo stesso Romita Jr imposta la sua gabbia nel modo più ordinato possibile, evitando tagli e inquadrature ardite cadenzando un ritmo costante e privo di rilievi significativi pur restando, grazie alla sintesi raggiunta da JRJR negli ultimi anni, una lettura agevole nel suo complesso. Probabilmente delle chine più corpose, rispetto al tratto esile di Danny Miki, avrebbero giovato in un’ottica di maggior tridimensionalità e forza delle immagini, ma il lavoro dell’inchiostratore risulta comunque adeguato al tono ricercato dall’opera.
Il Superman di Miller e Romita Jr si presenta in questo primo capitolo come un’interessante atto di fedeltà e amore per il personaggio originale, sebbene privo di quella carica simil-socialista che caratterizzava i primi numeri di Action Comics poi ripresa da Grant Morrison nel 2011, dove la prospettiva originale viene ribaltata: se il Clark Kent goffo, imbranato e pavido era la rappresentazione di come Kal-El vedeva gli esseri umani, qui quella prospettiva è introiettata e gli autori ci mostrano il punto di vista del Kryptoniano, alieno come poche volte prima d’ora, sulla fragilità umana di chi lo circonda.

First Issue!

EVENT LEVIATHAN #1 Di Brian Michael Bendis e Alex Maleev

Ci sono oggettivamente pochi team creativi in grado di tenere in piedi un intero albo composto principalmente da un dialogo e uno di questi è sicuramente quello composto da Bendis e : se c’è una cosa che un aspirante scrittore di fumetti può e deve imparare da Bendis è proprio la sua capacità di costruire dialoghi credibili in maniera estremamente intelligente. Questi non si sovrappongono mai a quanto già raccontato dai disegni e, laddove non forniscono elementi di intreccio, aggiungono profondità ai personaggi senza che questi ultimi “spieghino” in maniera didascalica loro stessi.
LEGGI LA RECENSIONE COMPLETA QUI

Wednesday Warriors #34 – da Silver Surfer a Hulk

TEAM UP!
Attenzione fedele lettore dei Guerrieri del Mercoledì, ti attende una eccezionale novità!
Da questo numero i Wednesday Warriors si alleano all’altra grande tribù di True Believers del web italiano: gli amici di First Issue, rubrica de Lo Spazio Bianco dedicata ai “numeri uno” del fumetto USA.
ASSEMBLE!

In questo numero di Wednesday Warriors:

Gufu’s Version

IMMORTAL HULK #19 di Al Ewing e Joe Bennett

Esistono diversi modi di declinare l’orrore, inteso come genere narrativo, che possono essere sintetizzati in due tipi di approcci: c’è chi predilige un racconto più ricco di sottotesti, psicologico, che lascia intendere senza mostrare e che preferisce instillare inquietudine – quel prurito alla nuca – facendo leva sull’immaginazione e sulle paure più intime del lettore; c’è chi invece preferisce darci un pugno nello stomaco, che punta a disgustare, spettacolarizzando la narrazione esplicitandola in un crescendo gradguignolesco di elementi splatter.

All’interno di questi due estremi si colloca l’Hulk di Al Ewing e Joe Bennett.

Sin dalla sua nascita Hulk è sempre stato una metafora del rapporto conflittuale tra ragione e istinto, tra umanità e inumanità, tra le istanze sociali di Banner e gli istinti puramente autoconservativi e asociali di Hulk: un orrore visto come metafora del conflitto interiore uomo/mostro dentro ognuno di noi.
Questo conflitto si è sviluppato, allargandosi su più fronti, grazie alla tanto lunga quanto seminale gestione di Peter David che ha legato indissolubilmente ogni aspetto del Golia di Giada a un frammento della complessa psiche di Bruce Banner.
Al Ewing, che non è uno sprovveduto, ha giustamente deciso di radicare il suo Hulk proprio nel lavoro di Peter David per approfondirlo e ribaltarlo: laddove David aveva utilizzato Hulk per esplorare l’umanità di Banner, Ewing esplora il concetto stesso di mostruosità. Cos’è un mostro? Come lo identifichiamo?

Un’indagine sulla mostruosità che Ewing non limita a Banner/Hulk ma che viene estesa al cast di comprimari, storici e non.
Con una riflessione molto simile a quella che Robert E. Howard fa con Conan – contrapponendo un ideale barbarico alla civilizzazione contemporanea – gli autori di Hulk si interrogano sul concetto di non-umanità ritornando a quel conflitto di cui sopra, quell’istinto autoconservativo che in qualche modo stride con le istanze etiche di un’umanità comunemente intesa. Un istinto che si incarna in questa ultima, incredibile, versione dell’Abominio: un “mostro” minaccia e chiede morte allo stesso tempo.

Questa esplorazione viene declinata dal team creativo in maniera volutamente sopra le righe, urlata: Joe Bennett riprende lo stile che portò la EC Comics a dominare il mercato dei comics durante gli anni 40/50, integrandolo a un tratteggio fitto che rimanda agli incisori del XIX secolo,  come William Blake e Gustave Doré, il tutto inserito in una composizione contemporanea che vede il multiquadro delle vignette come fattore narrativo determinante. Una soluzione che conferisce alle immagini una tridimensionalità terribilmente efficace e che dona profondità al racconto orrorifico costringendo l’occhio a indugiare sui particolari più raccapriccianti.

L’orrore di Ewing e Bennett si colloca quindi più dalle parti del pugno dello stomaco che non da quelle del racconto più psicologico ma utilizza la forza delle sue immagini per veicolare una serie di riflessioni che sono ben lontane dall’essere concluse.

Bam’s Version

SILVER SURFER: BLACK #1 di Donny Cates & Tradd Moore.

Si può solo immaginare quanto sia difficile approcciarsi ad un personaggio complesso come Silver Surfer – specialmente nell’anno della scomparsa di Stan Lee, il suo creatore, che lo ha spesso indicato come uno dei suoi personaggi preferiti e senz’altro come il suo più profondo. Il Surfer era portavoce delle visioni filosofiche di Lee, delle sue idee più mature ed elaborate, complicate. Nato dalla matita, estensione della mente geniale di Jack Kirby, stanco di disegnare navicelle spaziali, l’Araldo di Galactus squarciò la tela immacolata della cultura pop e dell’Universo Marvel come faceva Lucio Fontana. Da parte i supereroi con superproblemi, il Surfista Argentato divenne la grande figura tragica in un mondo colorato e apparentemente spensierato, un filosofo dotato di immensi poteri cosmici, disgraziatamente separato dalla vastità del cosmo, dalle innumerevoli galassie. Il suo amore e la sua pietas per i Terrestri – che lo guardano dal basso e lo disprezzano, lo temono, alieno com’è – lo condannarono ad una vita lontana dalle stelle. Un sentimento malinconico, triste, nobile, come quello di un surfista separato per sempre dalle sue onde.

Dal 1966 al 2019 sono trascorsi 53 anni e di correnti cosmiche, sotto i ponti, ne sono passate abbondantemente. Per un personaggio che ha vissuto il proprio “Omega” ben due volte – nel 1988 con Parabola di Stan Lee e Jean “Moebius” Giraud e nel 2007 in Requiem di J. Michael Straczynski e Esad Ribic – il Surfista d’Argento ha ancora molto da dire. Sarà perché l’industria a fumetti risulta spesso più vasta ed indecifrabile dei misteri spaziali che Surfer affronta. Dopo la lunga gestione firmata Dan Slott & Mike e Laura Allred, una reinterpretazione a la Doctor Who del personaggio, e la breve parentesi-reunion dei Defenders di inizio 2019, Silver Surfer passa nelle mani dell’autore più caldo del momento, il nuovo golden boy della Casa delle Idee Donny Cates, scrittore Texano che guida il suo Venom verso territori inesplorati e, allo stesso tempo, si sta impegnando nel ricostruire il panorama di testate cosmiche Marvel.

Nella sua pluri-acclamata Thanos, Cates scrisse un Norrin-Radd da un futuro remoto impugnava Mjölnir e dominava l’Onda Annihilation, ammantato non più d’argento ma di nero; in Guardians Of The Galaxy, invece, il Silver Surfer tornò al suo tradizionale incarnato, prendendo parte al concilio galattico tenutosi dopo la dipartita di Thanos – il “la” alla già citata operazione di ricostruzione cosmica dell’universo Marvel. Per Donny Cates approfondire il suo discorso riguardante il Surfista Argenteo era solo questione di tempo e Silver Surfer: Black rappresenta il momento adatto per fornire la sua interpretazione del personaggio. Idealmente posta a metà proprio tra il suo Thanos e Guardians Of The Galaxy, Silver Surfer: Black si pone l’obiettivo di colmare un gap di continuity fondamentale alla visione d’insieme dell’autore – e di raccontare una meravigliosa, distruttiva e folle storia cosmica nel frattempo.

Attenzione a non sottovalutare l’importanza della personalità di un autore in fase di lavoro. Cates è un bad boy dal cuore d’oro, capigliature poco pettinate, giacche in jeans e t-shirt, tatuaggi, barba ispida. Il suo approccio e il suo modo di fare ricorda quello delle rockstar. Ama far propri i personaggi che scrive, modificandone la storia, toccandone la continuity nei punti salienti. Cates sa diventare protagonista sottolineando quanto siano affascinanti e complessi i personaggi che scrive. A fargli da contraltare, troviamo l’artista scelto per Silver Surfer: Black, Tradd Moore. Artista dalla personalità timida e sommessa, Moore vive le sue origini ad Atlanta, Georgia, sognando Takashii Mike, gli X-Men, Matrix e Silver Surfer (che coincidenza). A questa figura esile da ragazzone pacifico e geek, Moore preferisce far parlare la sua esplosiva personalità artistica, l’energia unica dei suoi movimenti fluidi, delle sue linee curve, la potenza del suo vibrante storytelling. Cates e Moore si completano come poche altre coppie attuali nel mondo del fumetto: le prime venticinque pagine di Silver Surfer: Black mostreranno uno splendido equilibrio creativo. Questo Silver Surfer prende la sua pesante eredità e si rinnova.

La minacciosa e meravigliosa sequenza iniziale si staglia in un momento non precisato del tempo. Adombrato dalla gigantesca figura di Galactus, Silver Surfer riflette sulla sua natura e sul suo ruolo di Araldo per il Divoratore di Mondi. Le onde curve della fisionomia aliena, i movimenti sinuosi della figura del Surfista lo staccano dalle interpretazioni classiche di John Buscema o di alcune iconiche illustrazioni di Joe Jusko. Quello di Tradd Moore è un Surfer alieno, vibrante e fluido – un corpo di mercurio che a stento contiene l’energia Cosmica al suo interno, ne riflette le imperfezioni e i tremori. Lo stile adottato da Donny Cates è pomposo, regale ed egregio. Silver Surfer espone il suo dramma e il fuoco che gli brucia la mente: essere associato alla morte, a Galactus, marca lo spirito del Surfista, che sente sempre di più il peso della sua inerzia, del suo essere spettatore dei terrificanti banchetti cosmici del suo padrone. L’Araldo Argentato di Galactus non si perde d’animo, fa della sua tragicità scudo e motore e, in un pianto disperato, diventa un piccolo punto bianco in una vignetta nera, accompagnando il lettore nel presente, introducendolo al vero nucleo del fumetto.

Personaggi più o meno noti del cosmo Marvel vengono risucchiati da un buco nero, evento raccontato dallo stesso Cates nel già citato #1 di Guardians Of The Galaxy. La fitta continuity dell’autore non limita, tuttavia, la narrazione, che apre una finestra sulla mente del Surfista, costretto ad attingere ad ogni goccia del proprio potere cosmico per salvare i suoi alleati. Mentre Cates descrive di atomi che si spezzano, vortici galattici che si avvolgono intorno ai personaggi e di “scaglie di realtà che esplodono in detriti di fantasia”, Moore mette in scena la deflagrazione con ineguagliabile energia, un tripudio di forme e colori, scelti dal maestro veterano Dave Stewart – scelta peculiare e praticamente perfetta. Le onde cinetiche, la cura per i dettagli, le anatomie piegate al movimento universale della tavola diventano impossibili da ignorare, impossibili da non osservare al microscopio, in alcuni casi: Moore unisce le minuzie della tavola di Katsuhiro Otomo a Kirby Krackles, la ricerca del movimento costante e fluido dell’azione non costringe al sacrificio la dovizia di particolari nelle espressioni del viso, con un Surfista che, piano piano, sente lo sforzo e le energie abbandonare il suo corpo argenteo.
Sullo sfondo, un costante turbine di colori si sostituisce allo spazio bianco tra le vignette – la storia occupa tutto lo spazio possibile, illustrando al meglio l’esplosione pop Marvel-style di una faglia spazio-temporale.

Nell’oscurità che avviluppa le pagine successive, il Surfista si risveglia, cullato dalle parole di Cates, mai come in questo fumetto sommesso, malinconico, eppure nobile e determinato, come il Silver Surfer che cerca di portare a galla dall’oscurità. Anche Moore, fuori dal delirio cosmico, lascia spazio al protagonista di ricomporsi; la gestione del nero e del bianco, contrastanti, diventano funzionali alla trama, ne rispecchiano la dicotomia. Silver Surfer, cosa porta con sé, la luce o l’oscurità? La morte o la speranza? Alla base di Silver Surfer: Black c’è una domanda ontologica, rispettosa del personaggio originale di Kirby e Lee, che si interroga sulla propria natura in maniera matura, conscia, sebbene immerso in un mondo straordinario, spettacolare, rumoroso e vivace.

L’arrivo del Surfer su un nuovo pianeta apre ad una seconda sequenza action, possibilmente ancor più stupefacente della precedente. La Tavola del protagonista diventa un’arma leggiadra e devastante, che vola da una vignetta all’altra, una master class in sequenzialità raccontata dalla ritrovata risoluzione del Surfista di Donny Cates. Una volta rivelata la peculiarità della trama e il mistero che farà da filo conduttore a tutta la mini-serie, Silver Surfer: Black #1, albo d’esordio perfetto, ha il tempo e lo spazio per un’altra, enorme splash page, che sembra richiamare l’inizio dell’albo. Sia luce o buio, bianco o nero, il Surfista non sembra in grado di staccarsi dall’ombra della Morte.

First Issue!

BATMAN: LAST KNIGHT ON EARTH #1 di Scott Snyder e Greg Capullo (di Simone Rastelli)

La messa su tavola di questi mondi e di questi straniamenti costituisce largamente la componente più solida di questo debutto: Capullo, Glapion e Plasciencia lo rendono con plasticità dei corpi e materialità degli ambienti, così da creare un contrasto fra questa e la componente di irrealtà della vicenda. In conclusione, un racconto solido ma costruito per accumulo lineare e pedissequo di elementi, che accompagna il lettore passo dopo passo e, così facendo, crea sì momenti di stupore momentaneo, ma mai di sorpresa profonda, che cioè mettano in crisi il lettore.
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