Fabrizio Des Dorides.

Orfani: Nuovo Mondo 10 – Gioca e Muori

Orfani Nuovo Mondo 10_coverCon Gioca e Muori continua l’avventura di Rosa e dei suoi compagni verso la libertà. La serie della Bonelli sta per arrivare alla fine della sua terza stagione e gli eventi continuano a succedersi senza sosta.

Il numero 10 contiene una cruciale rivelazione di come viene gestita la sala centrale del supercarcere di sicurezza: un gruppo di ragazzini comandano i robot, chiamati cani, che devono gestire il flusso di immigrazione clandestina, come se fossero in un videogame. La loro alienazione e la loro voglia di farsi valere è mostrata senza mezzi termini.

«Dovete divertirvi…è un ordine!»

Questo viene urlato a loro, soprattutto a chi non segue le regole del divertimento. Si riprende il concetto di “giovinezza corrotta” che tanto era stato protagonista nella prima stagione, ricollegando volutamente le due cose.

Caso vuole che proprio in questo periodo di boom del nuovo gioco per smartphone dei Pokémon, che sta facendo discutere per una possibile alienazione dalla realtà nei fruitori (chi scrive non gioca con la suddetta applicazione e si astiene dal giudicare la fondatezza di tale allarme), arriva una critica sul modo di utilizzare i videogiochi e su un eventuale approccio sbagliato nel modo di utilizzarli. So che gli autori sono dei fan del mondo dei videogame ma, come sappiamo, tutto ciò che è bello può diventare distruttivo se utilizzato nel modo sbagliato.

Orfani 82Oltre ai suddetti ragazzini, nella caratterizzazione dei personaggi principali, stavolta è la storia di Juric ad essere la più approfondita, visto l’avvicendarsi di un “lieto evento” che i lettori aspettavano. Non penso sia uno spoiler visto che lo si preannunciava da tempo e tutto sta nel “come” succede: scopriamo il lato materno di lei, ma attenti a dire troppo presto che si sia addolcita…

Ecco, questo ha di speciale questa serie: passa dall’approfondimento di un personaggio all’altro senza interrompere la narrazione e comunque l’azione e le invenzioni visive non mancano mai; questo grazie ad una vera e propria equipe di autori (non solo Recchioni) che è coalizzata a non far scendere mai il livello di attenzione della serie. La serializzazione di Orfani è ormai arrivata al numero 34 senza mostrare assolutamente la corda, soprattutto a livello visivo.

La sceneggiatura della coppia Uzzeo/Recchioni continua ad alternare le tavole con vignette alle splashpage, assolutamente inedite per la scuola Bonelli fino a poco tempo fa, che sottolineano i momenti salienti della storia riuscendo a catturare l’attenzione anche del più distratto tra i lettori.

Anche questa volta troviamo un gruppo di disegnatori che si divide i vari livelli narrativi, da quello reale a quello sognante a quello visionario: in questo numero troviamo Francesco Mortarino, Werther Dell’Edera, Luca Casalanguida e Fabrizio Des Dorides. Quattro nomi che ormai sono una garanzia.Orfani 66

Citazioni varie e divertenti si trovano tra le pagine come l’immagine dell’albero, simbolo della The Ladd Company, società di produzione cinematografica, famosa soprattutto perché appare all’inizio di film di successo come Blade Runner. Sinceramente sono curioso di sapere cosa ci attende nelle due conclusive stagioni e spero che sorpresa, azione e inventiva siano sempre le parole d’ordine che hanno caratterizzato fin adesso questa serie cult (sì!) della Bonelli.

Orfani: Nuovo Mondo #6 – Non esattamente una recensione

…Sarà stato forse un tuono
non mi meraviglio
è una notte di fuoco
dove sono le tue mani
nascerà e non avrà paura nostro figlio
e chissà come sarà lui domani
su quali strade camminerà
cosa avrà nelle sue mani.. le sue mani” (Futura – L. Dalla)

coverCon E non avrà paura la terza stagione di Orfani arriva al giro di boa e, come si suol dire, lo fa col botto. Roberto Recchioni e Mauro Uzzeo danno una svolta drastica alla serie con il largamente annunciato parto di Rosa e con un altro paio di sorprese che sono destinate a diventare il punto di partenza per la seconda parte di Orfani Nuovo Mondo.

Ma non è su questo punto che voglio soffermarmi. Ci sono e ci saranno altre recensioni, migliori di questa, che sapranno approfondire tutte le implicazioni a livello di intreccio, macrotrama e coerenza del racconto.

Quello che invece mi ronza per la testa da un po’ di tempo è una frase scritta, forse distrattamente, da Recchioni in uno dei suoi millemila post di Facebook… o era un commento… oppure era un commento al post di qualcun altro… vabbè, poco importa. Fatto sta che Recchioni ha scritto: «Orfani è uno Shonen».

Da lì, nel mio animo di lettore onnivoro, sono partiti in automatico i confronti tra Rosa e Kenshiro, Ringo e Akira Fudo e così via. A essere del tutto onesti i collegamenti che sono stato in grado di trovare erano piuttosto labili: ci sono l’azione, i bassi tempi di lettura, i dialoghi secchi e la ricerca di un dinamismo continuo. Su Nuovo Mondo poi la concatenazione degli eventi lega gli albi in maniera molto più stretta di quanto non sia stato fatto in precedenza, si tratta di un’unica lunga corsa, sulla falsariga dei manga di Jump. D’altra parte però si nota l’assenza di molti espedienti narrativi tipici degli shonen manga: il tratto iconico, personaggi studiati per far scattare il processo di identificazione, la canonica sequela di avversari sempre più potenti e il conseguente power-up del protagonista, il bianco e nero e l’uso di un unico disegnatore. Da questo punto di vista quindi il massimo che potevo accordare all’osservazione di Recchioni era che sì, ci provava, ma che Orfani era uno “shonen zoppo”, sempre al guinzaglio di una casa editrice storicamente conservatrice.

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Ma ecco che arriva il numero 6: quello scritto a quattro mani e disegnato a otto. L’albo che si racconta su due piani differenti: da una parte abbiamo Alessio Avallone che prosegue con l’estetica canonica della serie e racconta le vicende che si svolgono nel mondo reale (che poi, vabbè, è un racconto per cui sono finzione anche quelle. Ma ci siamo capiti) e dall’altra abbiamo degli interventi “d’autore” nei quali Werther Dell’Edera, Arturo Lauria, Aka B. e Fabrizio Des Dorides esplorano le ripercussioni emotive e psicologiche del parto nell’animo di Rosa. Un parto, mi dicono, non è propriamente l’evento più rilassante nella vita di una donna e le condizioni in cui lo sta vivendo la nostra protagonista (in una giungla, senza dottori e attrezzature, braccata, incosciente delle complicazioni che il suo DNA modificato possano portare) non possono far altro che acuire la drammaticità della situazione. Questo dramma è sapientemente sottolineato dalla bicromia e dall’uso preponderante del color rosso sangue.

Questi inserti però, a prima vista, cozzano con il concetto di shonen che avevo in mente, quello dallo stile uniforme e che poco concede a certe declinazioni stilistiche, e il pensiero è stato subito quello di “ecco Recchioni che vuol dare un tono di autoralità alla sua serie e infila nella storia degli elementi che poco c’entrano con tutto il progetto portato avanti fino ad ora”.

E invece avevo torto (per soli cinque/dieci minuti sia chiaro).

Qui Recchioni porta al culmine tutto il suo progetto sul Fumetto, il Fumetto come lo intende lui.

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La “Recchioni’s way to comics” è descritta perfettamente in quest’albo. Quando diciamo che “i tempi di lettura si abbassano” spesso e volentieri intendiamo dire “il pubblico pigro non ce la fa a reggere la verbosità di una tavola di  E.P. Jacobs per cui si cerca di ridurre al minimo il testo scritto”. E invece non è così. Almeno qui. Credo.

Il punto è invece che per Rrobe, e per le persone che lavorano con lui, il Fumetto è un mezzo narrativo che deve lavorare per immagini. La natura del mezzo stesso richiede una preponderanza dell’immagine sul testo: sia dal punto di vista più strettamente narrativo che da quello estetico. Il racconto non è (solamente) frutto del contenuto dei baloon, gli scrittori di fumetti non si misurano in base al numero di parole usate, il racconto è principalmente espresso tramite i disegni, il layout e l’impaginazione stessa. Girare pagina e trovare, ad esempio, le silhouette inquietanti delineate da Lauria è già un’esperienza emotiva che preesiste a qualunque testo si voglia inserire e che non ha bisogno di altre spiegazioni. Lo stesso approccio delle tavole più canoniche, dal taglio spiccatamente cinematografico, denota una scelta estetica e narrativa ben precisa: quella di inserire il lettore in un contesto familiare da “film d’azione”. Questa scelta giustifica l’insistenza di Recchioni nel voler fare un fumetto Bonelli a colori. Diversamente non si sarebbe potuto portare avanti questo discorso.

Allora cosa c’entrano gli shonen (che tra l’altro sono pure in bianco e nero)? C’entrano perché la differenza fondamentale tra il fumetto occidentale e quello giapponese è che, laddove la nostra cultura ha sempre assegnato il posto più alto nella gerarchia comunicativa al testo scritto, nei manga, e negli shonen in particolare, l’immagine è investita della responsabilità narrativa maggiore (d’altra parte gli ideogrammi altro non sono che disegni, per cui il mezzo di comunicazione principale nipponico è proprio quello) esattamente come il trauma di Rosa è espresso tramite l’uso del rosso e delle scelte stilistiche degli autori ospiti. Orfani è uno shonen in quanto tutto quello che può essere narrato per immagini viene narrato per immagini.

Si tratta di una scelta giusta? Chi lo sa? Dopotutto è una filosofia d’approccio che può essere valida come un’altra. Probabilmente una prosa ben calibrata avrebbe raggiunto lo stesso effetto. Da parte mia però mi limito a far notare che un fumetto in Occidente viene considerato un successo quando supera le 100.000 copie (o anche meno) mentre il numero 80 di One Piece ha venduto quasi tre milioni di copie in Giappone.

P.S. Pare che alla fine mi sia dimenticato di scrivere se E non avrà paura sia o meno un bel fumetto. Cose che succedono.

Numero Specialissimo di Orfani: Nuovo Mondo

Orfani

Orfani: Nuovo Mondo. A seguito di questa immagine diffusa poche ore fa dagli amici de “Lo Spazio Bianco” abbiamo contattato Mauro Uzzeo per qualche delucidazione.

Akab disegnerà una bella sequenza di un albo davvero molto particolare perché i confini tra quello che è reale e quello che è il peggiore degli incubi cui possa andare incontro una ragazza in procinto di partorire, si confonderanno al punto da risultare difficilmente distinguibili. A illustrare questo numero specialissimo (ma comunque all’interno della serie regolare) con Roberto [Recchioni] ed Emiliano [Mammucari], abbiamo chiamato alcuni degli autori che, più di tutti, ci comunicano quella sensazione di angoscia e spaesamento che volevamo raccontare. Per questo, insieme ai disegni del giovane Alessio Avallone e Werther Dell’Edera, potrete vedere lo splendido (e disturbante) lavoro fatto da Aka b, Arturo Lauria e Fabrizio Des Dorides, al loro esordio sulla testata. I colori saranno di Alessia Pastorello, ai testi troverete me e Roberto e per averlo tra le vostre mani dovrete aspettare soltanto due mesi.

 

I Maestri dell’Orrore: “Dracula” – Una recensione non convenzionale

Per la serie di Roberto Recchioni, “I Maestri dell’Orrore”, si propone l’adattamento di “Dracula”, di Bram Stoker, un albo della Star Comics, con Sceneggiatura di Michele Monteleone e disegni di Fabrizio Des Dorides.

Maestri Orrore - Dracula C1

Jonathan Harker, giovane avvocato, si reca nell’inquietante castello transilvano di Dracula, per curare l’acquisto di proprietà immobiliari a Londra. Se il viaggio era già stato piagato da preoccupanti gesti superstiziosi, l’orrenda realtà che è costretto a contemplare e vivere supera ogni immaginazione.

Eccoci dinanzi a una nuova trasposizione in fumetto del romanzo di un grande scrittore irlandese, famosissimo, anche lui, ma mai quanto il suo personaggio, che, sfuggitogli di mano, si è abbattuto con una potenza straordinaria sulla nostra cultura -e poi universalmente-, irradiando il suo inquietante carisma su ogni forma d’arte. Così famoso e “dato per scontato”, che a volte, mi riferisco ora alla stesura narrativa dell’albo, l’impressione è che non sarebbe possibile capire cosa stia succedendo e di cosa si stia parlando di preciso, se non si sapesse già (ed è ovvio che così sia) di chi e di cosa si sta parlando! Dracula! La sceneggiatura a tratti pare poco fluida, calibrata un po’ male nei tempi, con un linguaggio perfettibile. E per esempio, la maniera di sottolineare la parlata “forestiera” del prof. Van Helsing è poco convincente, il finale frettoloso. La parte migliore pare essere la prima, onestamente.

Dracula p 7I disegni sono magnifici, a volte chissà peccano di certo autocompiacimento, specie nei primi piani, ma alcune tavole sono davvero splendide, la loro forte “propensione verso lo scuro” appare suggestiva e appropriata, sono curati e dettagliati, e presentano una buona ricostruzione dello stile vittoriano. Richiamano, in un certo modo, le tendenze artistiche dell’epoca del romanzo, la pittura inglese, specie paesaggistica, dell’800. Scelta apprezzabile, non necessariamente l’unica e quindi ancor più degna di elogi.

Anche se il leitmotiv estetico pare, tutto sommato, il Dracula di Coppola, numerose sono le citazioni, specie grafiche, diverse, cinematografiche e non solo, del testo originale o di altre opere. Facilissimo da riconoscere, e per dirne una, a pag. 42 il “cammeo” da l’Esorcista; un po’ manieriste, dimostrano comunque buona volontà e certo approfondimento da parte degli artisti.

Che però non è tale (o non sufficientemente digerito) da consentirgli pretese esegetiche ulteriori! Forse il punto debole dell’albo è, infatti, negli articoli di contorno e complementari, che invece di arricchire l’edizione, come dovrebbero, addirittura la sviliscono un po’, dato che stavolta si percepisce in modo un po’ fastidioso quell’infantilismo, o superficialità che personalmente mi impedisce di avvicinarmi con costanza e passione al fumetto, specie con pretese letterarie e artistiche dichiarate.Dracula p 22
Alcune osservazioni su Dracula sono pretenziose, altre scendono nel personale in un modo un po’ maldestro e appunto infantile, oltre a pretendere di tratteggiare in poche parole, troppo convinte della loro forza, un personaggio ormai ingestibile e che ha goduto (e sofferto) di troppe letture, molte delle quali assai affascinanti, quando non spettacolari. Della dichiarata (da tutti e tre gli autori) consapevolezza dell’immane contenzioso storico letterario rimane: nulla!

Laddove Dracula scompare trafitto dal palo di frassino della sua stessa fama, appaiono decine e decine di Dracula diversi, “Dracula seri” vale a dire in relazione diretta col testo letterario o col voivoda da cui si attinse: personaggi, che spaziano dall’insetto, al predatore, fino al gran eroe romantico che supera la condizione mortale per amore, e molto altro. Nonostante le dichiarate intenzioni, dall’albo in sé non si evince nessuna specifica vera ascrizione a questo o quel modello, o la proposta di uno “nuovo”. E Dracula “appena si vede” nelle pagine, mentre negli approfondimenti se ne parla con troppa saccenteria.

In conclusione direi che, anche se non se ne sentiva il bisogno, l’albo è riuscito, è piacevole, ma solo nel fumetto. Il resto e lascia un po’ il tempo che trova.

John Hays – «Dio creò gli uomini diversi. Il signor Colt li rese uguali.»

Tra un assaggio di gin e una fumata di perique noi foschi gentiluomini di campagna si ha il vezzo di leggere contemporaneamente e poi commentare lo stesso fumetto.
Stavolta è toccato a John Hays –Brutti, Sporchi e Cattivi– della Editoriale Cosmo, con sceneggiatura di Stefano Marsiglia e Michele Monteleone, disegni di Fabrizio Des Dorides: un western dove un’improbabile alleanza tra messicani e Ranger, in Texas, tutti duri, spietati e lerci, si scontra con nativi americani devoti a una ambigua dea lunare tremenda e bellissima che li trasforma in bestie terribili simili a mannari. Trionfano i primi grazie alla “strambotica” partecipazione diretta dell’inventore americano Samuel Colt, che ha con sé l’arma adatta per questo tipo di situazioni.

  • R: Veramente squisito questo tabacco, un Virginia condito con perique di raro equilibrio! Il signor McClelland sa il fatto suo…
  • V: Compagno sir non è il momento giusto per parlare di questo, oggi è la giornata dedicata a John Hays.
  • R: Ah giusto! Francamente direi che sono rimasto piuttosto costernato dal bizzarro sviluppo degli eventi, una prosodia inattesa… non me la sento certo di dare un’opinione negativa, il soggetto ha indubbio potenziale, ma la storia appaia modelli narrativi che, se non fanno proprio a pugni, hanno certa difficoltà a stare insieme.
  • V: Anche io mi aspettavo qualcosa di diverso: il tutto parte come una classica storia di frontiera, ma da subito ha tratti un po’ dubbi, poi prende un giro strano, che al contempo ne rappresenta la parte più originale ed interessante. Mi ricorda le storie meno riuscite di Tex, quelle (per fortuna solo sporadicamente insistite), con stregoni, sciamani o persino alieni, anche se l’estetica di questo western è un po’ all’antitesi di quel venerabile fumetto. …Vi è, per esempio, di quella crudeltà esagerata e spiccia… un messicano viene ucciso solo perché non mette il suo poncho su una pozzanghera… suvvia!
  • R: Inquadrature e tenore generale sono copiati fino alle virgole da Leone e non dai western americani alla Gary Cooper, come pure le luci, e specie i primi piani, il che non è un male…primipiani
  • V: …Anche perché Leone ormai, si sa, è l’unico western, persino in America!
  • R: Ma esagerato si arriva a quella violenza gratuita a cui ti riferisci. La quale non conferisce però dinamismo a un plot lento ad arrancare, che poi si perde un attimo, ma infine arriva al punto. Ed è un “punto” affascinante e almeno i disegni stanno bene con l’ambientazione, sono belli, anche se nei combattimenti un tanto confusionari. Ma mai quanto la storia, specie la parte assurda riguardante l’India, il coinvolgimento di Colt in persona come inedito e storicamente inventato “marinaio povero”, e un quasi imbarazzante professore britannico imperialista di Oxford… Grottesco! Grottesco!
  • V: Si sa che semmai Colt sarebbe andato bene in aiuto di Garibaldi… un minimo di fondamento storico si sarebbe intravisto! Cerchiamo di essere positivi! Anche se il plot fa acqua da ogni parte alla fine rimane affascinante quell’idea filosofica alla base: questa “forza universale naturale”, come tale onnipresente in ogni cultura non tecnologica (“arretrata”, almeno da questo punto di vista), la quale amoreggia con questa terribile Dea, ma viene sfidata e battuta dall’industrializzazione e dallo sviluppo…
  • R: Tutti sono ugualmente brutti, cattivi, amorali e bestiali, ma è la tecnica che li separa! Probabilmente da un soggetto del genere, dato in mano a qualcuno un po’ più scafato ed erudito, sarebbe venuto fuori qualcosa di meglio, ma l’idea è buona e anche la trattazione non è affatto da buttare. Molto interessante anche il dottorino che accompagna il signor Colt, pacifista e non violento, di Boston, costretto dall’iniqua lotta contro la natura ad andare contro il suo essere.dottore
  • V: Eh! Non c’è scampo alla legge di Natura: uccidere! In fondo, forse, Samuel Colt potrebbe ritenersi soddisfatto di questa sua versione non ortodossa, per tutto quello che ha rappresentato la sua invenzione…
  • R. Concordo… «Dio creò gli uomini diversi. Il signor Colt li rese uguali», ma ora torniamo ai nostri nobili vizi. Ci sarà tempo per altre strisce disegnate!