Fabrice Lé Henanff

Modigliani Principe bohémien

Modigliani.

La prima traduzione tra i Prodigi fra le nuvole mantiene comunque la promessa della collana, che si concentra sulle biografie di italiani famosi.

Ancora una volta si parla di un toscano, il primo livornese della serie. Ed è anche il personaggio della collana (almeno finora) più vicino ai nostri giorni.

La sceneggiatura è di Laurent Seksik, medico e romanziere francese, che si è saltuariamente dedicato ai fumetti raccontando la vita di due protagonisti della prima metà del ‘900. Stefan Zweig, scrittore austriaco, e Modigliani, appunto. E concentrandosi in entrambi i casi sulla parte finale.

I disegni invece sono ad opera di Fabrice Le Henanff.

L’opera racconta gli ultimi anni della vita del pittore e scultore, dal 1917, da poco prima della conclusione della Grande Guerra, fino alla sua morte nel 1920. Quando ormai la sua vita era minata dalla tubercolosi, ma aveva finalmente trovato il grande amore.

L’albo si concentra proprio sul rapporto con Jeanne Hebuterne, che diede al pittore l’unica progenie riconosciuta e che si suicidò il giorno dopo la morte del livornese.

La giovane (poco più che ventenne) visse con Modigliani a Parigi, nonostante l’opposizione della famiglia, instaurando un connubio sentimentale e artistico che li portò entrambi alla morte.

Infatti Modigliani, distrutto dalla tisi, preferì tornare nella fredda Parigi, abbandonando Nizza, dove il fisico migliorava, ma arte e animo no. E Jeanne non riuscì a vivere senza l’istrionico compagno, al punto che l’epitaffio sulla tomba comune a Père Lachaise cita (in italiano) compagna devota fino all’estremo sacrifizio.

Modigliani è in tutto e per tutto un artista, apparentemente menefreghista, critico nei confronti dell’arte passata, assolutamente autoreferenziale. Anche di fronte a Renoir, invecchiato e non del tutto lucido, non esitò a criticarne la pittura, in un episodio raccontato anche in questo libro. Senza tener conto neppure della devozione della sua donna, che appare completamente succube, al punto di non resistere neppure un giorno senza il suo Pigmalione.

E i suoi biografi a fumetti non gli risparmiano nulla. Nella lettura rimane una sorta di sottofondo di critica e impossibilità di condividere le scelte umane di Dedo. Nonostante l’utilizzo del nomignolo, infatti, Modigliani rimane spigoloso, spesso sgradevole. E la drammatica evoluzione dei fatti appare come la naturale conseguenza del suo comportamento.

Il centro dell’opera è certamente il carattere e la vita del pittore, ma anche il quartiere parigino di Montmartre, per la cui fama il maledetto italiano è stato peraltro fondamentale. Un richiamo ineluttabile per gli artisti, nonostante il clima, la guerra, le tentazioni verso l’autodistruzione.

In realtà la sceneggiatura di Seksik è tratta da una sua piece teatrale dal titolo Modì. E l’origine teatrale si nota: nei dialoghi, nel ritmo con i passaggi di scena, l’ingresso e l’uscita dei personaggi, che sono fortemente caratterizzati, anche quelli cosiddetti minori. La regina madre della giovane Jeanne, Zbo (Leonard Zborowski) promotore della personale di Dedo nella galleria di Madame Weill, che fece scandalo.

L’autore infatti, pur mantenendo moltissimi riferimenti storici, personali e collettivi, con pochi decisi tratti evidenzia le caratteristiche dei personaggi. Quelli famosi, ma anche dei comprimari.

Anche la parte grafica ripropone la teatralità dell’opera originale. Le pagine con gabbie estremamente differenti, quasi volatili fanno muovere rapidamente l’occhio del lettore, come spazia quello dello spettatore sul palco di un teatro. Dove l’attenzione viene richiamata dalle parole degli attori, dalle luci che si spostano, dai rumori, a volte anche da immagini ed eventi lontani dal centro dell’azione o dai personaggi.

Così a ogni tavola cambia la struttura: a tre o quattro righe, o uno sfondo unico con le altre vignette incastonate sopra, spesso anche senza bordo. Un modo certo anche per tenere viva l’attenzione. Ma la forma delle vignette rimane estremamente regolare, sempre rettangolare, senza alcuna concessione, se si eccettua qualche piccola sbordatura.

Le parole sono spesso voci fuori campo, proprio come nelle opere teatrali, in cui i dialoghi possono raccontare di fatti lontani nello spazio e nel tempo rispetto all’azione. O in cui gli attori si fanno portavoce di parole non loro: dell’autore o in un contesto più generale, spesso esplicitando i pensieri che solitamente restano nella testa. Consentono alla fantasia dello spettatore di spaziare proprio come delle didascalie.

Pur essendo parti parlate, perfettamente comprensibile dal contesto, spesso manca la parte della nuvoletta che la collega alla bocca che parla. Pertanto, grazie anche alla forma rettangolare, a rafforzare il senso di regolarità dato dalle vignette, le voci danno l’impressione di essere impostate, ovattate, come quelle di attori ascoltati dal loggione.

Le tavole di Le Henanff sono personali, costruite con uno stile proprio. Pur raccontando la storia di un pittore, e di uno dei più famosi, in nessun modo ne ricalcano lo stile.

Solo nella riproduzione delle opere, ovviamente, usa lo stile pittorico di Modigliani. Peraltro solo 4, delle oltre 500 conosciute, ma significative. Il ritratto frontale di Jeanne Hebuterne, di cui si vede anche il lavoro preparatorio, a percorrere la loro storia. Il grande nudo disteso, che esposto nella galleria Weill fece grande scandalo. Albero e case, che nel racconto testimoniano la mancanza di ispirazione lontano da Parigi. E l’ultimo autoritratto, in cui l’autore si raffigura emaciato, al di là della deformazione che usualmente dà ai suoi volti, proprio perché vicino alla morte.

Per il resto lo stile è realistico, acquerellato. Coerente con le altre opere di Le Henanff, che si è cimentato in lavori a sfondo storico (Ostfront e Westfront) o biografie (Elvis).

La tecnica si sposa benissimo con i cambi di registro cromatico che sottolineano i passaggi della storia e gli stati d’animo dei personaggi.

Così i riferimenti alla guerra sono sempre virati tra il grigio del fango e dell’inverno e il blu-nero del ferro dei cannoni e dei fucili.

I colori caldi sono destinati principalmente al periodo trascorso in Costa Azzurra, con l’apoteosi di tricolori (italiani!) per la vittoria della Grande Guerra. E concludono l’opera, in Italia, dove la piccola Jeanne Modigliani viene portata da Zbo per essere cresciuta dalla zia Margherita.

Cromaticamente il fil rouge (è proprio il caso di dirlo) è il rosso, che per tutta l’opera ha un’unica tonalità. Quella della sciarpa di Modigliani, che indossa dalla quinta tavola in poi. Del vino, del sangue dovuto alla tisi, della tenda de La Rotonde, fino alle foglie che accompagnano l’incontro della regina madre con Zbo sulla tomba ormai congiunta di Amedeo e Jeanne.

Una lettura impegnativa, come impegnativo è il protagonista. A cavallo tra i prodigi fra le nuvole e il teatro fra le nuvole dell’editore fiorentino.Un’opera che prova a umanizzare un artista poco conosciuto in Italia e spesso mitizzato, bohemien, violento, alcolizzato, difficile da inquadrare anche nel complesso mondo dei movimenti artistici del primo Novecento.

Forse troppo solo e debole, che ha consumato in soli 36 anni tutta la sua grandezza.

Modigliani, principe bohemien
Laurent Seksik, Fabrice Le Henanff
Kleiner Flug, 2018
72 pagine, brossurato, colori – 16,00 €

Elvis: That’s (Not) All Right

Copertina di "Elvis" di Philippe Chanoinat e Fabrice Lé Henanff.Una volta John Lennon disse: «Prima di Elvis non c’era niente». È una tipica affermazione provocatoria lennoniana, anche perché è un po’ come dire che prima della pizza non c’era niente, mentre invece esisteva una millenaria tradizione indoeuropea che va dal poori al pane alla piadina. È pur vero però che la pizza ha raccolto questa tradizione e l’ha elevata alla forma perfetta e definitiva e universale: è proprio quello che è successo con Elvis Presley.

Nel 2015, a sessant’anni dal debutto discografico del cantante americano, gli autori francesi Philippe Chanoinat e Fabrice Lé Henanff hanno pensato di omaggiarlo con un volume intitolato Elvis, che quest’anno la Nicola Pesce Editore ha portato in edizione italiana. Le iniziative della giovane casa editrice guidata dal suo giovanissimo editore sono tutte, sempre, senza eccezione meritevoli e coraggiose, e basti citare la pubblicazione dell’opera omnia di Sergio Toppi e di Miguel Ángel Martín per avvalorare questa dichiarazione. Elvis, però, pone seri problemi di valutazione da un punto di vista fumettistico.

Per definire Elvis come “fumetto” bisogna allargare un bel po’ il significato della parola. Si tratta infatti di un bellissimo libro illustrato, dipinto da Lé Henanff quasi interamente con pastelli acquerellabili e basato in massima parte su fotografie rielaborate dall’artista. La successione di immagini segue l’ordine cronologico, ma è totalmente priva di qualsivoglia significato narrativo, e l’unica ombra di sceneggiatura è data dalle didascalie di Chanoinat, che rimpiazzano interamente i balloon.

Confronto fra l'Annunciazione di Simone Martini, "L'uomo che cammina" di Jiro Taniguchi e "Elvis" di Philippe Chanoinat e Fabrice Lé Henanff.

Sopra: un fumetto con immagini e parole, ma senza carta. Al centro: un fumetto con immagini su carta, ma senza parole. Sotto: immagini e parole su carta, ma senza fumetto.

Ma anche se le immagini sono composizioni grafiche più che vignette sequenziali, sono proprio le didascalie a dare il colpo di grazia alla possibilità di definire questo libro un “fumetto”. Leggendo Elvis viene alla mente in più occasioni la celebre Storia d’Italia a fumetti, per la cui realizzazione Enzo Biagi radunò professionisti di indubbio talento che solo di rado arricchirono le già esaurienti didascalie con ulteriori balloon. Anche in Elvis si racconta una storia vera tramite belle immagini e testi nelle didascalie, peccato che queste non abbiano alcun senso: in più casi ci si imbatte in informazioni del tipo «A gennaio Elvis partecipa a una trasmissione TV, a maggio a un’altra», oppure «Nel 19XX escono sette album: [segue lista di titoli]». Quale significato ha questo tipo di operazione? Quale lascito resta al lettore? Quale differenza c’è con una pagina di Wikipedia?

L’inconsistenza narrativa assume un valore ancora più evidente considerando il personaggio che vorrebbe raccontare. Elvis Presley è stato lo stupor mundi del XX secolo, lo shock che ha diviso culturalmente a metà il Novecento, e un personaggio di grandissima ricchezza narrativa potenziale data dalla sua indole contraddittoria. Presley è stato al contempo incendiario e pompiere, rivoluzionario e reazionario, modello positivo e negativo, e il tutto contemporaneamente: un personaggio dalle enormi possibilità narrative, e questo senza nemmeno parlare della sua musica.

Elvis Presley si esibisce per la prima volta nel 1957 al The Ed Sullivan Show col brano Hound Dog. Il suo talento sul palco era ed è ancora oggi assolutamente sconvolgente: al di là della qualità musicale, è la sua fisicità e il rapporto con il pubblico che lo rendono incredibile. Nella clamorosa esecuzione di Love Me Tender durante il concerto-evento That’s the Way It Is del 1970, il cantante riesce a tenere il palco, cantare il brano romantico, cambiare il testo, e contemporaneamente scherzare col pubblico fra un verso e l’altro della canzone, passando dal tono ironico al registro drammatico all’istante.

Nulla di tutto ciò si percepisce minimamente dalla lettura dell’opera. Presley viene chiamato «The King», ma non si sa perché; viene definito innovativo, ma non si sa per cosa; viene esaltato come icona, ma non si sa di chi. Gettare alle ortiche una così straordinaria possibilità narrativa è peggio che scrivere una brutta opera. Sì, è vero che «anche l’opera più mediocre ha molta più anima del nostro giudizio che la definisce tale», ma nel caso di Elvis la sceneggiatura non è nemmeno mediocre: è sciatta.

In realtà di anima in questo lavoro ce n’è, solo che viene esclusivamente dai disegni. Non a caso forse la parte più bella di tutte è il portfolio finale con gli schizzi e le prove colore, in cui Lé Henanff può esprimere liberamente il suo splendido tratto accademico e ultrarealistico fuori dalla inutile, forzata e controproducente griglia di vignette.

Vignette di "Elvis" di Philippe Chanoinat e Fabrice Lé Henanff.

Cos’è quel gomito? In quale delle tre vignette si trova?? A che servono le closure in questo caso???

In definitiva Elvis si candida a miglior volume per tavolino da caffè della casa editrice NPE: bellissimo da guardare, irritante da leggere, non dice nulla che i fan non conoscano, ma è ottimo da usare per rompere il ghiaccio e iniziare la conversazione sul genio che ha dato avvio alla cultura pop.