Evangelion

Intervista a Fabrizio Mazzotta (prima parte)

In occasione dell’Etna Comics 2018 di Catania, nella giornata di sabato 2 giugno l’Associazione Culturale EVA IMPACT ha tenuto il panel Sci-Fi Anime AttackEvangelion, Cowboy Bebop e Trigun: i tre alfieri del rinascimento anime all’alba del terzo millennio.

Oltre alle bravissime artiste Lorenza Di Sepio e Giulia Adragna, al panel ha partecipato in veste di ospite d’onore anche Fabrizio Mazzotta, celeberrimo doppiatore e direttore del doppiaggio, che ha lavorato a Evangelion sia per la serie TV, sia per i film cinematografici, sia per il Rebuild.

Conferenza di EVA IMPACT all'Etna Comics 2018 con ospiti Lorenza di Sepio, Giulia Adragna e Fabrizio Mazzotta

Durante il panel l’Associazione Culturale EVA IMPACT ha conferito a Fabrizio Mazzotta il titolo di “Amico di EVA IMPACT” per aver contribuito con la sua grande professionalità al successo di Evangelion in Italia, e ha successivamente avuto l’onore di fare una divertente chiacchierata con una delle voci più caratteristiche del doppiaggio italiano.

Vi presentiamo l’intervista, a cura di Ilaria Azzurra Caiazza, Mario Pasqualini e Filippo Petrucci, in un doppio articolo: la prima parte, pubblicata qui su Dimensione Fumetto, è incentrata sulla carriera di doppiatore di Fabrizio Mazzotta; la seconda parte, pubblicata su Distopia Evangelion, è dedicata al ruolo di direttore del doppiaggio di Mazzotta sia su Evangelion sia sull’altro capolavoro di Hideaki Anno, il recentissimo Shin Godzilla.


Buonasera, Fabrizio! Grazie per aver partecipato al nostro panel e per averci concesso questa intervista. Partiamo con la più classica delle domande: com’è iniziata la tua carriera nel mondo del doppiaggio?

Prima di intraprendere la carriera di attore-doppiatore ero un attore cinematografico e televisivo. C’era l’esigenza, dopo aver terminato la produzione del film o del telefilm, di doppiarmi da solo, quindi ho conosciuto l’ambiente del doppiaggio. Poi, col passare degli anni, mi sono piaciuti molto questo mondo e le sue dinamiche lavorative, quindi ho dedicato le mie forze a fare doppiaggio: col passare del tempo da semplice doppiatore ho iniziato a fare l’adattatore al doppiaggio, scrivendo quindi i copioni, e poi sono diventato anche direttore di doppiaggio; lo faccio ormai da vent’anni e più!

Il tuo curriculum è molto lungo e ricco di ruoli molto diversi fra di loro. Credi che avere una voce così peculiare ti abbia favorito nella tua carriera o al contrario ti abbia precluso dei ruoli che avresti desiderato interpretare?

Chiaramente la mia voce peculiare mi permette di doppiare personaggi caratteristi, specialmente cartoni animati e magari personaggi buffi o particolari, però è anche vero che chi ha un vocione bello profondo non può interpretare i ruoli che faccio io. È tutto relativo! Probabilmente c’è una specie di preclusione e chiusura verso il cartone animato nell’ambiente, e magari certi ruoli da caratterista non mi vengono assegnati perché sono troppo legato, nell’immaginario, al cartone animato… però mi va bene così!

Com’è cambiato il lavoro del doppiaggio dai tuoi esordi a oggi?

Anche il mondo del doppiaggio è specchio dei tempi: ci sono dei ritmi più veloci oggi, più industriali. Sotto certi aspetti è una cosa naturale perché i tempi cambiano, sotto certi altri però un po’ più di tempo sarebbe necessario per curare al meglio certi prodotti.

Ti dividi tra il lavoro del doppiatore al leggio e quello del direttore di doppiaggio: dove finisce la responsabilità di uno e dove comincia quella dell’altro nel lavoro finito? Il doppiatore è un mero esecutore delle indicazioni del direttore o può prendersi qualche licenza?

Qualche licenza il doppiatore se la può prendere, sempre rispettando i ruoli per semplificare il processo: come il doppiatore fa il proprio lavoro, così anche il direttore di doppiaggio; c’è comunque uno scambio di idee, ma i due ruoli sono separati. Io quando faccio doppiaggio demando quasi tutto al direttore, quindi è molto più semplice.

Tra gli innumerevoli personaggi a cui hai donato la voce, quali ricordi con particolare affetto e quali con antipatia?

Parlare di antipatia forse è esagerato e comunque preferirei non fare esplicitamente nomi, ma ce n’è stato qualcuno che non mi interessava doppiare, e magari ha anche avuto successo… Tra quelli che ricordo con maggior simpatia, c’è sicuramente Eros di C’era una volta… Pollon; dopo trent’anni ovviamente mi sono affezionato a Krusty il Clown, ma devo dire che per me Eros è il cavallo di battaglia.

C’è molta differenza tra il doppiaggio di un personaggio animato e quello di un personaggio in carne e ossa? Quale preferisci tra le due possibilità?

Dipende dai ruoli, anche perché io non faccio differenze tra un personaggio animato o un attore in carne e ossa; si tratta di saper recitare e io non faccio distinzioni.

Il tuo ruolo di Krusty il Clown ne I Simpson è assolutamente iconico: che tipo di lavoro hai fatto su questo personaggio, anche in rapporto al doppiatore originale, e che rapporto hai con Krusty dopo tanti anni?

Io in genere cerco sempre di seguire il doppiatore originale: quando ho doppiato la serie prodotta da Spielberg, Pinky and the Brain, io seguivo in tutto e per tutto il doppiatore originale, Rob Paulsen, che era bravissimo, straordinario, e io cercavo di andargli appresso, ma non sono riuscito a equivalergli pur provandoci in tutti i modi. Nel caso de I Simpson invece il doppiatore originale di Krusty è Dan Castellaneta e devo dire che per me è stato più facile seguirlo, ci riesco di più: di base seguo lui poi, dopo trent’anni di lavoro su questo personaggio, qualcosa metto sempre qualcosa di mio; ecco, per Krusty mi sforzo un po’ perché non è la mia voce naturale, però per il resto ormai mi è facile doppiarlo.

Ormai Krusty è un personaggio nelle tue corde. Confrontando il doppiaggio originale con la tua interpretazione si nota che cerchi di avvicinarti molto, ma si sente la tua nota, la tua impronta. Proseguendo con le domande, quale reputi sia stato il tuo primo ruolo importante? E perché proprio Eros di C’era una volta… Pollon?

[Risata] Nei cartoni animati sicuramente Eros! Prima però avevo fatto Mizar in UFO Robot Goldrake, e prima ancora il mio primo ruolo come protagonista nel doppiaggio fu quello di Danny, nella serie TV americana La famiglia Partridge: avevo iniziato questo mestiere da poco, avevo 12 o 13 anni… Doppiare Eros comunque è stato l’apoteosi, il culmine della carriera!

Quest’anno si festeggiano i 40 anni di UFO Robot Goldrake in Italia: puoi raccontarci i tuoi ricordi relativi al doppiaggio di Mizar?

Io racconto sempre questo aneddoto: Goldrake fu uno dei primissimi cartoni giapponesi in Italia, scelsero me per doppiare Mizar e, cominciata la lavorazione, ai doppiatori mostravano tutti gli episodi spezzettati in anelli, in spezzoni di filmato e in bianco e nero. Non dico che non mi piacesse, ma non mi faceva né caldo né freddo, non mi interessava, e quando potevo andavo via dalla sala e curiosavo in una sala accanto dove doppiavano un telefilm che mi interessava. Quando invece iniziò ad andare in onda in TV, in ordine cronologico e a colori, mi piacque molto perché era un cartone d’impatto e nuovissimo per quei tempi, e per questo mi appassionai anche al suo doppiaggio.

A gennaio abbiamo incontrato Liliana Sorrentino, con cui hai lavorato negli anni Ottanta per C’era una volta… Pollon, e successivamente a fine anni Novanta per Neon Genesis Evangelion. Com’è stato tornare a lavorare con Liliana all’epoca, e farlo nuovamente per i film del Rebuild of Evangelion?

Quando abbiamo lavorato insieme su Pollon, io e Liliana eravamo entrambi al leggio, attori e doppiatori. Anni dopo invece, per Evangelion, io ero dall’altra parte del vetro in quanto direttore di doppiaggio rispetto a Liliana, doppiatrice di Ritsuko Akagi, e quindi i ruoli erano un po’ diversi, ma c’è sempre stato un buon rapporto. A ogni modo Liliana è sempre molto professionale, in quanto ascolta le indicazioni del direttore.

Fabrizio Mazzotta riceve il diploma "Amico di Eva Impact" da Ilaria Azzurra Caiazza a Etna Comics 2018.

 

Continua a leggere l’intervista su Distopia Evangelion!

Benvenuti in Giappone 06 – Il treno di Evangelion

La cosa più bella del Giappone non è il sushi, non sono le geisha, non sono i sakura e non è l’incrocio di Shibuya. La cosa più bella del Giappone, e lo dichiaro senza alcun timore di smentita, sono i treni.

Ferrovia a Goshogawara (Aomori).

Goshogawara (Aomori): ciliegi in fiore, ristoranti di cucina tradizionale, famigliole che si fanno la foto davanti al treno. Il Giappone in un’immagine.

Non mi riferisco ai treni come oggetti fisici in sé (anche se alcuni sono effettivamente dei capolavori di tecnica e design), ma intendo la cultura del treno come idea iperuranica. In Giappone il treno riassume la bellezza del sushi, delle geisha, dei sakura e dell’incrocio di Shibuya in un’unica entità che ne presenta, esaltati al massimo, gli aspetti tecnici, estetici, morali e sociali.

Come il sushi, i treni giapponesi rispondono a standard tecnici di uniformità e omogeneità: non ci sono treni ben fatti e mal fatti, sono tutti allo stesso livello e conformi fra di loro. Anche i treni della linea Shinkansen sono tutti allo stesso livello: ne esistono varie versioni con vari nomi che impiegano più o meno tempo a percorrere una certa tratta, ma non perché vanno a velocità diverse, bensì perché fanno più o meno fermate. Sono tutti uguali e tutti eccellenti, dalla precisione con cui è costruito il binario perfettamente a filo con il gradino d’ingresso, fino alla dotazione del bagno (che spesso non include lo specchio: è fuori, così non si fa perdere tempo agli altri che stanno aspettando in fila).

Come le geisha, la qualità visiva non è meno importante della performance. Certo il treno funziona benissimo, ma quello che impressiona di più il viaggiatore è come il vagone si fermi al centimetro esatto per far collimare la porta con la giusta mattonella sulla piattaforma della stazione. C’è poi uno spettacolo che il viaggiatore comune, e soprattutto lo straniero non vedono quasi mai: il balletto dei ferrovieri. Ogni volta che un treno arriva o parte ci sono dei gesti convenzionali svolti con le mani dal personale di terra e a bordo per controllare che tutto vada bene, sembrano un po’ i movimenti dei marinai quando eseguono i codici nautici con le bandierine, ed è a suo modo bellissimo.

Come i sakura, i treni sono dappertutto. Il sistema ferroviario giapponese è il risultato di una visione generale molto forte e molto prolungata nel tempo che mette al primo posto la mobilità delle persone e al secondo posto tutto il resto, costi economici inclusi: la rete ferroviaria giapponese è capillare come quella dei bus in Italia, raggiunge le più sperdute località di campagna e rappresenta il segno della presenza della civilizzazione in un posto e in qualche modo l’inizio di una nuova vita, come i sakura. La loro struttura è composta da canali principali (le linee Shinkansen) da cui si dipartono reti locali e sotto-locali che attraversano le campagne: una struttura ad albero, come i sakura.

Come l’incrocio di Shibuya, i treni mettono in comunicazione e in contatto le persone. Sembra una banalità dato che è lo scopo dei treni, ma sarà la campagna pubblicitaria, sarà la presenza di linee lunghissime che avvicinano territori molto diversi, sarà il fatto che i giapponesi abbinano mentalmente i treni al “viaggio per tornare a casa” (ovvero al paesello di campagna abbandonato per andare a Tokyo/grande città, aka la storia della vita del 90% della popolazione locale), sarà che è estremamente tipico mangiare sul treno il che lo rende un ambiente in qualche modo domestico e personale, sarà appunto la capillarità del servizio, ma c’è qualcosa nella ferrovia giapponese che dà la precisa sensazione che le linee ferrate non uniscano le città, bensì le persone.

I treni sono probabilmente il massimo orgoglio della civiltà giapponese contemporanea. Non sono solo e non sono tanto i mezzi di trasporto in sé, sono la rappresentazione fisica ultima e tangibile di un modo più generale di intendere la società, il sistema-Paese, lo stile di vita, il futuro e anche e soprattutto la cultura popolare. Il treno che funziona è la rappresentazione metaforica della società che funziona. A scanso di equivoci, specifico che con «il treno che funziona» non intendo il risultato del lavoro di un’élite politica o del controllo militare del sistema ferroviario, ma bensì esattamente quello che ho scritto: la rappresentazione metaforica. Il treno è un mezzo plurale che porta tutti, giovani e vecchi, uomini e donne, ricchi e poveri; il treno funziona grazie al lavoro di una squadra enorme e non del singolo, che conta per far funzionare l’ingranaggio, ma da solo non vale più di tutti gli altri singoli; il treno rispetta delle regole di orario precise e non può modificarle, perché il favore verso un singolo ritardatario comporta lo sfavore verso tutti gli altri.

Questa parificazione sociale, lavorativa ed educativa è la base della civiltà giapponese, che ha tantissimi difetti, ma non quello di avere una società disgregata e ferita da odi sociali interni, anzi l’esatto contrario.

Il parallelismo treno che funziona = società che funziona viene inculcato nella testa dei giapponesi fin da quando sono bambini grazie all’ampissima promozione che viene fatta alle ferrovie tramite giocattoli, libri e canzoni.

Giocattoli e libri di Doraemon dedicati ai treni nei negozi giapponesi.

In alto, il Signor Maiale felice nel sempre fornitissimo e visitatissimo reparto trenini giocattolo di un negozio mentre regge i convogli della Linea Yamanote, la leggendaria metropolitana circolare di Tokyo. In basso, un libro illustrato per bambini in cui Doraemon introduce i giovani lettori nel magico mondo dei treni.

Foto al treno Shinkansen Serie 500 alla Stazione di Okayama.

Non c’è attività più comune nelle stazioni giapponesi che farsi una foto con lo Shinkansen. Sono onestamente convinto che gli Shinkansen siano fra gli oggetti più fotografati sul pianeta Terra insieme al Colosseo e alla Torre Eiffel. Lo fanno tutti, tutti, senza nessuna barriera di età o posizione sociale, e soprattutto lo fanno le famiglie e ancor di più i genitori ai bambini perché il treno è il metaforico auspicio di un meraviglioso futuro.

A dimostrazione dell’importanza cruciale dei treni nella società giapponese c’è l’enorme quantità di opere di intrattenimento incentrate sull’idea romantica di ferrovia. Sono troppe, basti qui citarne tre particolarmente diverse fra loro: il libro Una notte sul treno della Via Lattea di Kenji Miyazawa, il film 1999 nen no natsu yasumi di Shusuke Kaneko, e il videogioco Densha de GO! A questi titoli si aggiunge per singolarità della vicenda la storia vera nonché leggenda di Internet Train Man, che è stata traslata su vari media.

È ormai chiaro che i giapponesi amano la loro ferrovia, e per celebrarla degnamente gli hanno dedicato ben 98 (novantotto!) strutture fra musei, gallerie, centri studi, parchi e spazi ricreativi di varia natura tutti dedicati ai treni, gli ultimi dei quali in ordine di tempo sono il Museo per lo studio dei treni di Tsuyama (Okayama) e il Museo della ferrovia di Kyoto (Kyoto), entrambi aperti nel 2016.

Quindi il Giappone è il Paese dei treni, ma se è vero anche che il Giappone è il Paese dei fumetti, non collimeranno mai questi due aspetti così forti per la cultura popolare locale? Ma certo che sì, spessissimo e da decenni. Fra i tantissimi titoli basati, ambientati o contenenti riferimenti alla ferrovia, basti citarne tre in cui al centro della loro narrazione c’è proprio la fortissima presenza fisica e metaforica dei treni: Galaxy Express 999, La città incantata e 5 cm al secondo (ma avrei potuto citare un qualunque altro titolo di Makoto Shinkai e sarebbe andato bene lo stesso).

Eppure, il massimo momento di comunione mistica fra i treni e i fumetti si è avuto a partire dal 7 novembre 2015, quando in occasione delle celebrazioni per il 40esimo anniversario della tratta San’you Shinkansen (da Osaka verso sud) e il 20esimo anniversario di Neon Genesis Evangelion, questi due miti si sono uniti in un solo corpo e una sola anima per dare vita al treno 500 TYPE EVA. Il risultato è così sconcertante che chiunque l’abbia visto passare in stazione, giapponese o meno, fan dei treni o meno, fan di Evangelion o meno, non ha potuto evitare di girarsi a restare a guardarlo incredulo, magari facendogli anche una foto.

Il punto non è tanto il fatto che sia un treno dipinto come l’Unità Eva-01 (per quanto la palette cromatica viola-verde-arancione-nero sia impressionante, lo era nel 1995 e lo è tutt’ora), anche perché di operazioni pubblicitarie su mezzi di trasporto ne sono state fatte da ben prima e di ben più grandiose, fino a dipingere interi aerei. Il punto è che l’unione fra il treno Shinkansen ed Evangelion è enormemente piena di senso. Il 500 TYPE EVA non è solo forma, è soprattutto contenuto.

Cartello "Benvenuti a Okayama" alla Stazione di Okayama con il personaggio Kansenger.

Nelle stazioni delle città servite dal San’you Shinkansen ci sono questi bizzarri cartelli di benvenuto, come questo nella stazione di Okayama. Il personaggio ritratto è Kansenger ed è la mascotte della linea San’you basata sul design del treno Shinkansen Serie 500. È un supereroe tipo super sentai proveniente dalla stella Eeko che vive sulla Terra in incognito come un pacifico controllore sul treno e combatte contro il male, dove con «male» si intedono quelli che non rispettano le buone maniere sul treno, e ha pure un anime tutto suo in cui si trasforma per punire i mostri (mostri = viaggiatori maleducati). L’ideazione di Kansenger si deve alla fusione della passione dei giapponesi per gli eroi in tutina, al fatto che il Serie 500 è il più potente di tutti gli Shinkansen, e al muso del treno che effettivamente ha un che di robotico, così affusolato con la fronte sporgente e gli occhi luminosi. L’abbinamento Serie 500 e robot non è quindi una novità.

Disegno di Ikuto Yamashita del treno Shinkansen 500 TYPE EVA.

Ecco che il tema dell’affinità fra treno e robot viene ripreso da JR West e Studio Khara, che hanno unito le forze per realizzare un treno con le fattezze dell’Unità-01. L’ideazione è di Hideaki Anno stesso, del design vero e proprio poi se n’è occupato Ikuto Yamashita, che è appunto il designer delle Unità Eva.

Cartellone pubblicitario del treno Shinkansen 500 TYPE EVA alla Stazione di Shin Kobe.

Nelle stazioni grandi cartelloni pubblicitari annunciano l’arrivo del 500 TYPE EVA, con i cinque Children che dicono «Noi saliamo sull’Eva» e non si riferiscono ai mecha, ma al treno.

Il treno Shinkansen 500 TYPE EVA alla Stazione di Okayama.

Ed ecco il treno Shinkansen 500 TYPE EVA alla Stazione di Okayama, bellissimo, rubare la scena a qualunque altro convoglio. Il Signor Maiale ne approfitta per una foto commemorativa in abbigliamento adeguato all’occasione.

Interni del treno Shinkansen 500 TYPE EVA.

Come hanno già testimoniato i numerosi siti web in tutto il mondo che hanno pubblicato foto del 500 TYPE EVA, l’allestimento del treno non si ferma alla livrea esterna: anche l’interno è customizzato con i colori e i motivi grafici dell’Unità-01.

Interni del treno Shinkansen 500 TYPE EVA.

L’intero allestimento è stato curato nel minimo dettaglio, compreso l’uso di grafica appropriata, loghi, nomenclature e persino i font ufficiali di Evangelion.

Interni del treno Shinkansen 500 TYPE EVA.

Le tendine dei finestrini, solitamente bianche, sono state adattate all’occasione e riportano la scritta 500 TYPE EVA PROJECT Shinkansen: Evangelion Project con la stesso stile dei titoli dei film del Rebuild of Evangelion. Ogni tanto, a random, si possono trovare l’angosciante tendina di Gendo Ikari o quella bellissima dell’A.T. Field con scritto «A.T. Field being deployed».

Interni del treno Shinkansen 500 TYPE EVA.

Anche specchio e lavandino sono stati ricoperti di esagonini e trasformati nella toilette della sede della NERV.

Interni del treno Shinkansen 500 TYPE EVA.

La particolareggiatissima minuzia nel dettaglio del treno Shinkansen 500 TYPE EVA andava celebrata con un pannello (a sinistra) che riporta dati, staff e la livrea degli otto vagoni, tutti diversi. Un altro pannello (a destra) invita i signori viaggiatori a visitare il vagone 1 dove ci sono spazi espositivi e ricreativi.

Interni del treno Shinkansen 500 TYPE EVA.

Ed ecco il punto nevralgico del 500 TYPE EVA: il vagone 1, eccezionalmente svuotato dei sedili e riallestito in maniera meravigliosa, emozionante e quasi commovente per qualunque fan di Evangelion, sensazione amplificata dalla musica di sottofondo che suona a loop il brano iconico Decisive Battle. L’ambiente è composto da quattro aree principali: 1) pannelli informativi sullo Shinkansen 2) sala piloti 3) area fotografica e 4) area diorami.

Interni del treno Shinkansen 500 TYPE EVA.

L’area 1 è composta da sei pannelli che spiegano le affinità fra i treni delle linee Shinkansen e le Unità Evangelion, ovvero: per quale motivo il 500 TYPE EVA è più di un treno dipinto di viola, ma è in tutto e per tutto un Eva. I giapponesi non sono nuovi agli allestimenti promozionali: nel caso dell’aereo dei Pokémon, non fu solo dipinto l’esterno, ma anche l’interno venne completamente customizzato. Il caso del 500 TYPE EVA è molto diverso e a spiegarcelo è Hikari Horaki con le sue due sorelle Kodama e Nozomi. Le tre sorelle Horaki, finora sempre e solo nominate e qui mostrate per la prima volta, portano i nomi di tre treni Shinkansen. La maggiore Kodama (e il Kodama è il più vecchio e lento dei tre treni) studia Tecnologia all’università e lavora part-time in una caffetteria, la seconda Hikari è l’unica apparsa nella serie e nei film ed è la disciplinata capoclasse di Shinji Ikari, mentre la più piccola Nozomi (che è il treno più nuovo e veloce) è vivace e gioca a calcio. Un’unità formata dalle tre caratteristiche fondamentali di tecnicità, efficienza e movimento: è il treno Shinkansen.
Nel pannello Theme 01, Hikari mette in parallelo i treni Shinkansen con le Unità Eva: il WIN350 era un modello sperimentale, il 500 il prototipo e il successivo N700 il modello definitivo, esattamente come le tre Unità Eva-00, 01 e 02.

Interni del treno Shinkansen 500 TYPE EVA.

Nel pannello Theme 02, Kodama illustra le affinità fra i sistemi di controllo elettronico: esattamente come per le Unità Eva, anche gli Shinkansen sono controllati da un computerone chiamato COMTRAC, utilizzato dal 1972 sulla tratta Shin-Osaka~Okayama e composto da tre parti, come i tre MAGI realizzati dalla dottoressa Naoko Akagi alla NERV: in questo caso si occupano uno di gestire le mappe, uno il traffico dei veicoli e l’altro le informazioni. La coordinazione fra i tre computer permette il regolare funzionamento dei treni.
Nei Theme 03 e 04, Nozomi spiega come funziona l’approvigionamento elettrico dei treni Shinkansen: il 500 TYPE EVA consuma qualcosa come 285 kW solo all’accensione e ben 18’240 kW per l’intera tratta Shin-Osaka~Hakata, pari al consumo annuo medio di 5’000 nuclei familiari. La richiesta pantagruelica di energia da parte del treno fa venire subito alla mente al fan di Evangelion l’Operazione Yashima, in cui l’energia dell’intero Giappone viene accentrata sull’Unità Eva-01. La fornitura elettrica avviene tramite il pantografo, un dispositivo piazzato sui tetti dei vagoni che tocca i cavi elettrici sovrastanti (come sui tram) e che consente di portare al treno i 25’000 volt necessari al suo movimento. Il 500 TYPE EVA è equipaggiato con un pantografo WPS 204 con doppio braccio detto “ad ala di gufo”, un modello storico attualmente non più in uso nei recenti treni Serie N700 che usano un pantografo a singolo braccio. L’equivalente del pantografo sulle Unità Eva è l’Umbilical Cable.

Interni del treno Shinkansen 500 TYPE EVA.

Nel pannello Theme 05, Hikari spiega che i conducenti dello Shinkansen e i piloti delle Unità Eva non sono poi così diversi, dato che entrambi hanno la responsabilità della vita di migliaia di persone (i convogli Shinkansen a 16 vagoni alloggiano mediamente oltre 1’000 viaggiatori) e devono seguire severe procedure di sicurezza.
Infine, nel pannello Theme 06 Kodama e Nozomi illustrano le postazioni di guida dello Shinkansen Serie 500 e delle Unità Eva: entrambi hanno un ampio canopy (cupolino di vetro) che consente al conducente/pilota di guardare non solo davanti, ma anche sopra la testa, e display laterali per comunicare con gli altri colleghi. Al lancio dello Shinkansen Serie 0 nel 1964, il treno aveva bisogno di due conducenti a bordo, ma il progresso delle tecnologie ha consentito di poterne avere uno solo in totale sicurezza.

Interni del treno Shinkansen 500 TYPE EVA.

Nell’area 3 si trova la sagoma a dimensione naturale di uno dei cinque piloti delle Unità Eva, che cambiano a rotazione; in questo caso c’è la canterina Mari Illustrious Makinami. Le componenti dello staff del 500 TYPE EVA sono state così gentili da assecondare la richiesta del Signor Maiale di una foto ricordo invece di mandarlo a quel paese. Sullo sfondo è ritratto il deposito dei treni ad Hakata, nel sud del Giappone, dove si conclude la tratta del treno.

Interni del treno Shinkansen 500 TYPE EVA.

Anche nell’angolo fotografico c’è un pannello in cui Kodama mostra le varie generazioni di treni Shinkansen dal primo Serie 0 fino all’ultimo Serie N700 più il Doctor Yellow, un treno a uso diagnostico non destinato al trasporto di civili.

Interni del treno Shinkansen 500 TYPE EVA.

L’area 4 è composta da due splendidi diorami ed è introdotta dal pannello con Nozomi che ne illustra il contenuto.

Interni del treno Shinkansen 500 TYPE EVA.

Il primo diorama rappresenta l’officina riparazioni del deposito di Hakata… solo che sotto due lastre rinforzate protettive ecco che c’è l’hangar con l’Unità-01.

Interni del treno Shinkansen 500 TYPE EVA.

Il diorama è molto ben fatto e molto, molto dettagliato fino a mostrare non solo l’officina realmente esistente, ma anche i personaggi di Evangelion come Misato, Ritsuko, Maya, Gendo inquietante dalla sua finestra in alto e persino gli omini in tuta arancione al lavoro.

Interni del treno Shinkansen 500 TYPE EVA.

Il secondo diorama è più semplice, ma non meno curato, e rappresenta il trasporto dell’Unità-01 al deposito dei treni di Hakata.

Interni del treno Shinkansen 500 TYPE EVA.

Infine, in testa al treno, dietro una tendina, ecco il culmine del 500 TYPE EVA: l’area 2. Il pannello introduttivo non presenta le tre sorelle Horaki, ma il Comandante Misato Katsuragi che illustra all’avventore le regole per SALIRE A BORDO DELL’EVANGELION.

Interni del treno Shinkansen 500 TYPE EVA: Entry Plug.

Ebbene sì: ecco la ricostruzione fedele in scala 1:1 della postazione di pilotaggio delle Unità Eva nell’Entry Plug. Inutile dilungarsi su quanto sia oltremodo esaltante per il fan vederla lì davanti a sé, vera e tangibile. Nonostante la visita e le fotografie fossero disponibili per tutti, la possibilità effettiva di salire a bordo e di provare l’esperienza di pilotare l’Eva non è libera: per gli stranieri c’è un cartello in inglese, cinese e coreano che dice solo che bisogna necessariamente prenotare prima e che loro non possono farlo punto e basta. La spiegazione in lingua giapponese è molto diversa: per salire sulla postazione del pilota è necessario andare su uno specifico sito web e prenotare entro tre giorni prima della data desiderata, e per farlo è necessario fornire fra le generalità anche il numero di carta di credito della JR, la società ferroviaria giapponese, che però non scala denaro. In pratica il servizio è sì gratuito, ma aperto solo ai clienti JR. Poiché per avere la carta di credito JR è necessario avere un indirizzo giapponese e un conto corrente con banca giapponese, questo esclude automaticamente chiunque viva all’estero. L’ennesimo atto di strisciante razzismo nipponico.
Con sua enorme fortuna, però, il Signor Maiale possiede una carta di credito JR e quindi eccolo raggiante nel suo tragicomico cosplay di Shinji Ikari a bordo della postazione di pilotaggio!

Interni del treno Shinkansen 500 TYPE EVA: Entry Plug.

Per prima cosa si chiede al pilota di stabilire la connessione neurale col computer, che in pratica consiste nell’allungare le mani in avanti così che il sistema di AR possa misurarne la lunghezza e usarle come riferimento spaziale.

Interni del treno Shinkansen 500 TYPE EVA: Entry Plug.

Dopodiché, ALL GREEN! Si parte! Il panorama esterno che si deve nello schermo/canopy è effettivamente l’esterno del treno ripreso da una videocamera.

Interni del treno Shinkansen 500 TYPE EVA: Entry Plug.

A un certo punto… DIAGRAMMA D’ONDA BLU, NON C’È DUBBIO: È UN ANGELO! Asuka supera a sinistra insopportabile come al solito, e Misato ordina di prepararsi al contrattacco di Sachiel, il terzo Angelo.

Interni del treno Shinkansen 500 TYPE EVA: Entry Plug.

Il contrattacco consiste nello squarciare l’A.T. Field dell’Angelo fisicamente con le proprie mani (tramite AR), e quando finalmente ci si riesce ecco che bisogna puntare e sparare fino a rivelarne il nucleo e distruggerlo. L’operazione non è del tutto ovvia e richiede una certa precisione e fatica.

Interni del treno Shinkansen 500 TYPE EVA: Entry Plug.

Infine, vittoria! L’Angelo è eliminato, spunta l’arcobaleno su Neo Tokyo-3 e il Signor Maiale è trionfante!

Interni del treno Shinkansen 500 TYPE EVA.

Ebbro di gioia e oltremodo compiaciuto per il suo tasso di sincronia del 79,968%, il Signor Maiale ha la faccia tosta di chiedere allo staff di esaudire una delle sue più inconfessabili e morbose fantasie: inscenare il siparietto comico di Asuka e Shinji nell’Entry Plug dell’episodio 8. Ecco quindi che la gentilissima Kanayo si è prestata a recitare la parte di Asuka arrabbiata mentre il Signor Maiale/Shinji cerca di pensare in tedesco e non gli vengono altre parole che “baumkuchen”. <3

Gadget del treno Shinkansen 500 TYPE EVA.

Per festeggiare il viaggio sul 500 TYPE EVA ovviamente ci sono a disposizione una miriade di gadget: fra i più popolari ci sono il modellino a molla del treno, le spille laccate dei vagoni e anche il saké preferito di Misato.

Core manjuu e tisana Juurokucha nel treno Shinkansen 500 TYPE EVA.

Il Signor Maiale però preferisce rilassarsi con una pausa tè, ovviamente a tema Evangelion: ecco i Core manjuu, dolcetti acquistabili esclusivamente nelle stazioni servite dal 500 TYPE EVA. I manjuu sono dei dolcetti morbidi fatti di pasta di riso, ripieni di castagne o azuki e cotti al vapore, ma questi sono dei Core manjuu (“core” come “nucleo” in inglese) e quindi sono neri con all’interno un misterioso ripieno rosso sangue come il nucleo degli Angeli. Inquietanti. Ad accompagnare questa prelibatezza c’è il Juurokucha (“tè alle 16 erbe”), che come dice il nome è una tisana composta dall’infusione di 16 erbe buone per la salute. Anche questo è un riferimento alla serie di Hideaki Anno, perché nel film Evangelion: Death & Rebirth Asuka beve un futuribile Gojuurokucha, “tè alle 56 erbe”, ovviamente parodia del Juurokucha.

L’arrivo alle stazioni è segnalato, come sempre sui treni Shinkansen, da una musichina e la voce guida che ringrazia i signori viaggiatori e li istruisce su cambi e altre informazioni. Sul 500 TYPE EVA però anche questo dettaglio è curato: la musichina è Zankoku na tenshi no these e la voce guida è quella di Kaworu Nagisa (interpretato dal doppiatore Akira Ishida) che con tono quantomai languido annuncia la stazione, sussurra ai viaggiatori di stare attenti a non smarrire oggetti, e conclude seducente con un «Ci incontreremo ancora» sempre apprezzatissimo dagli Eva-fan presenti a bordo.

Purtroppo però non sarà possibile incontrare ancora Kaworu per molto: il 500 TYPE EVA correrà sulla sua tratta Shin-Osaka~Hakata solo fino al prossimo 13 maggio dopo due anni e mezzo di onoratissimo servizio, e sarà celebrato solo fino al prossimo 6 maggio con una mostra speciale presso il Museo della ferrovia di Kyoto. Oltre al danno la beffa: dopo Evangelion, da quest’estate il Serie 500 verrà riallestito a tema Hello Kitty. Nel frattempo, l’emozione continua… viaggiando in treno!


Tutte le immagini sono © 2018 WEST JAPAN RAILWAY COMPANY / カラー / Khara / Project Eva.


Una versione estesa dello stesso testo è pubblicata qui.

Intervista a Liliana Sorrentino (prima parte)

Il Japan Day 2018, organizzato da Animanga Italia e che ha avuto luogo sabato 27 gennaio a Torino, è stato dedicato ai 40 anni dello sbarco nel nostro paese di UFO Robot Grendizer, da noi conosciuto come UFO Robot Goldrake.

L’ospite d’onore è stata la grandissima Liliana Sorrentino, attrice, doppiatrice, direttrice del doppiaggio, che ha donato la propria voce a innumerevoli personaggi, tra cui Pollon in C’era una volta… Pollon, Joanie Cunningham in Happy Days, Maria Grace Fleed in Goldrake, Sayaka Yumi in Mazinga Z e Ritsuko Akagi in Evangelion.

L’Associazione Culturale EVA IMPACT, che ha collaborato all’organizzazione dell’evento e ha contribuito con un intervento dedicato alle influenze di Go Nagai su Hideaki Anno ed Evangelion, ha conferito a Liliana Sorrentino il titolo di “Amica di EVA IMPACT” per aver donato voce e anima alla figura drammatica della dottoressa Ritsuko Akagi di Evangelion, interpretandola con passione e professionalità, e ha avuto l’onore di fare una lunga chiacchierata con una delle voci protagoniste del doppiaggio italiano.

Ilaria Azzurra Caiazza consegna la targa "Amica di EVA IMPACT" a Liliana Sorrentino al Japan Day 2018.

Vi presentiamo l’intervista, a cura di Ilaria Azzurra Caiazza, Mario Pasqualini e Filippo Petrucci, foto scattate da Paolo Cavazza, in un doppio articolo: la prima parte, pubblicata qui su Dimensione Fumetto, è incentrata sulla carriera di doppiatrice di Liliana Sorrentino; la seconda parte, pubblicata su Distopia Evangelion, è dedicata al doppiaggio del personaggio di Ritsuko Akagi in tutto il franchise di Evangelion.


Ilaria Azzurra Caiazza: Buongiorno, Liliana! Grazie per essere qui con noi e per concederci questa intervista. Partiamo con la più classica delle domande: come è iniziata la tua carriera da doppiatrice?

Liliana Sorrentino: La mia carriera è iniziata seguendo mio fratello Claudio, che già faceva questo lavoro; io chiedevo sempre a mia madre di portarmi al cinema perché per me la sala di doppiaggio era come il cinema, gli somigliava, solo che non c’erano le poltrone.
Per un film serviva un pianto di bambina e dissero a mia mamma: «Visto che c’è Liliana, lo facciamo fare a lei?»
Io avevo 4 anni ed ero piccola: ero in braccio a mia madre e quando mi dicevano di piangere io ridevo. Poi mi hanno tolto dalle braccia di mia madre e ho cominciato a piangere come una disperata… «Incidi! Incidi! Incidi!» e così è nata la mia carriera.

Collage di ruoli di Liliana Sorrentino.Ilaria: Quest’aneddoto è bellissimo, grazie per avercelo raccontato! Nella tua lunga carriera hai doppiato, fra gli altri, le piccole Gretel von Trapp di Tutti insieme appassionatamente, Jane Banks di Mary Poppins, Fiorellino di Fiorellino giramondo, Pollon di C’era una volta… Pollon, Heather Locklear di Melrose Place e Ritsuko Akagi di Neon Genesis Evangelion, che sono tutti personaggi dai capelli biondi: è un caso o vieni scelta dai direttori di doppiaggio per affinità tricotica?

Liliana: Assolutamente no, anche perché adesso sono bionda, ma c’è stato un momento della mia vita in cui ero birichina con il colore dei capelli ed ero una volta bionda, una volta nera, una volta rossa, una volta mechata… Perché? Perché mi divertiva molto cambiare e anche perché quando facevo teatro spesso e volentieri mi facevano cambiare colore. I doppiaggi delle attrici e dei personaggi animati che hai nominato sono nati sempre ed esclusivamente da una scelta vocale e anche dal fatto che ho sempre avuto questa facilità nel cambiare la voce, sia per poter fare le voci più mature che per le voci molto di testa o con un certo tipo di caratterizzazione. Ammetto che molte volte mi hanno chiesto, visto che ora sono bionda: «Le hai doppiate tutte bionde? Perché?»

Ilaria: Come è cambiato il doppiaggio da quando eri bambina agli anni ’90 e fino a ora? Quali sono secondo te grandi pregi e difetti di questi tre periodi?

Liliana: In passato si faceva un doppiaggio molto più selettivo, molto più curato; c’era molto più tempo per lavorare e c’era un parterre di voci che non abbiamo più, da Peppino Rinaldi a Pino Locchi a Rita Savagnone e chi più ne ha più ne metta: erano dei grandissimi doppiatori.
Oggi si corre. Io vado al cinema perché amo andarci cinema e non faccio attenzione al doppiaggio perché divento spettatrice e non mi interessa il lavoro in quel momento; in ogni caso, ahimè, noto che non c’è più -o quantomeno c’è poco- un doppiaggio fatto con il cuore e con l’anima, perché purtroppo bisogna correre, c’è poco tempo. Prima un film si doppiava in due settimane se non tre, adesso in quattro giorni, cinque giorni: il doppiaggio è cambiato anche in questo.
Inoltre un tempo non si facevamo mai le colonne separate, adesso si lavora ognuno per conto proprio e questo è bruttissimo perché ti trovi a lavorare spiazzato, non sai sempre quello che devi fare o dire perché non sai se l’ha già fatto il tuo collega o la tua collega. In questo devo dire che non amo molto il doppiaggio di adesso, anche se, quando si ha più tempo, si riescono ancora a fare delle cose buone.

Ilaria: Forse viene anche meno il senso di lavoro in gruppo.

Liliana: Sì, prima si era una grande famiglia, si stava tutti insieme e ci si conosceva tutti; anche adesso ci conosciamo e siamo una grande famiglia, però il doppiaggio è diventato un lavoro da “singolo”. Al giorno d’oggi siamo anche diventati tanti, proprio tanti… Prima si era in pochi e c’erano poche società di doppiaggio, mentre adesso ci sono un numero improbabile di doppiatori e di società. Prima ci si conosceva e si cresceva insieme, adesso c’è molta rivalità, è diventato molto più asettico, ecco.

Cartolina di Liliana Sorrentino.Ilaria: A uno sguardo superficiale il doppiatore sembra lavorare da solo e in completa autonomia, ma in realtà non è così. Puoi parlarci del lavoro di doppiaggio in funzione del rapporto tra doppiatore e direttore del doppiaggio?

Liliana: Il lavoro di doppiaggio è sempre basato sulla collaborazione tra il direttore e il doppiatore; uno dei compiti del direttore è proprio quello di armonizzare tutto il lavoro, in quanto ha visto tutto il film, conosce tutta la trama e ha scelto tutte le voci: la sinergia tra il doppiatore e il direttore è sicuramente uno degli ingredienti indispensabili per un buon doppiaggio.

Ilaria: C’è molta differenza tra il doppiaggio di un personaggio animato e quello di un personaggio in carne e ossa? Quale preferisci tra le due possibilità?

Liliana: Io preferisco decisamente gli umani, anche perché è un doppiaggio più facile. Anche il personaggio animato alla fine ti diverte; io mi diverto perché ne invento la voce, perché invento una risata, perché invento una qualsiasi espressione, però è molto più faticoso perché purtroppo non ci sono movimenti labiali veri. È quasi sempre un battito continuo e lì subentra anche il discorso dell’adattamento: se non c’è un buon adattamento non puoi fare molto, come del resto anche quando doppi gli umani… Se c’è un cattivo adattamento ti puoi fare viola, gialla e verde dallo sforzo, ma si riesce a fare poco.

Ilaria: Quali differenze ci sono fra doppiare e dirigere un doppiaggio?

Liliana: Mi piace ancora tanto fare la doppiatrice, stare davanti al leggio, però mi piace anche occuparmi della direzione perché mi dà la possibilità di far sì che diventi un’orchestra: io scelgo le voci, le sento, dico: «Sì, lui sta bene con questa voce…»
È come uno spartito musicale, no?

Ilaria: Ci deve essere armonia.

Liliana: Sì, ci deve essere armonia. E questo mi piace molto, moltissimo.

Ilaria: Hai partecipato a titoli iconici come pure a tante piccole produzioni: quali ruoli ricordi con particolare affetto e quali con antipatia?

Liliana: I miei personaggi mi sono quasi sempre piaciuti, vuoi per un motivo o per un altro: perché mi piaceva l’attrice che doppiavo o perché mi piaceva il film o perché c’era una sfida nel doppiare quel particolare personaggio. Mi divertirebbe molto farlo, ma non ho mai doppiato tanti film di vampiri per un motivo ben preciso: io chiudo gli occhi se vedo delle scene che mi danno fastidio, ma con gli occhi chiusi non si può doppiare; bisognerebbe andare in cuffia, ma non si può fare.
Ho sempre avuto questo problema: «Ti odio, però ti amo perché ti vorrei doppiare».

Copertina del box di "Bia, la sfida della magia".Ilaria: È arrivata una domanda in questo momento da Roma, in tempo reale: il nostro socio Massimo ci chiede se è vero che durante il doppiaggio di Bia, la sfida della magia tu e Cinzia De Carolis vi siete scambiate i ruoli per fare uno scherzo al direttore del doppiaggio…

Liliana: È vero, è verissimo: quando eravamo più giovani io e Cinzia avevamo una vocalità abbastanza simile, ma eravamo identiche -e lo siamo tuttora- quando ridiamo, abbiamo lo stesso modo di ridere. Eravamo davanti al leggio a dire sempre «Bia, Bia…», a un certo punto eravamo entrambe stufe e Cinzia disse: «Facciamo qualcosa, facciamo qualcosa!» e ci siamo scambiate le battute!
Abbiamo provato i nostri personaggi e quando ci hanno chiesto se eravamo pronte abbiamo risposto: «Sì, sì, incidiamo! Incidiamo!» e abbiamo letto ognuna le battute dell’altra. Abbiamo chiesto all’assistente se andasse bene ottenendo risposta positiva e il direttore disse: «C’è qualcosa che non sono riuscito a capire, però… Sì, sì, va bene, va bene».
Poi la risentimmo e noi: «Ma no, guarda che va benissimo! È perfetta! È perfetta!».
In realtà, io e Cinzia l’abbiamo fatto più di una volta!

Ilaria: Ah, ecco!

Liliana: Una volta sola l’abbiamo fatta franca, altrimenti sarebbe stata un po’ critica come situazione. Però è vero!

Ilaria: Bello anche questo aneddoto! Per quanto riguarda la tua voce, riesci a modularla e a cambiarla notevolmente tra un personaggio e l’altro, ma come ti prepari al doppiaggio?

Liliana: Tutte le mattine, prima di andare a lavorare, io ho da sempre un’abitudine: incomincio a scaldare la voce, faccio degli esercizi leggendo o parlando a voce alta, poi con la voce più bassa… Il lavoro per il personaggio che vado a doppiare è molto all’impronta; l’unica cosa che curo, ma non a livello maniacale, è lavorare molto con la mia voce. Negli anni ho cambiato la mia vocalità, io ero molto più leggera, avevo una voce molto più giovanile, non per età ma proprio per emissione vocale. Poi ci ho lavorato su, ho scaldato e ho fatto più matura la mia voce, però se voglio faccio ancora le voci giovanili e di testa. Ogni volta faccio solo questo, ecco: scaldo la voce, la preparo e poi quando vado in sala fa tutto da sola.

Continua a leggere l’intervista su Distopia Evangelion!

Ilaria Azzurra Caiazza, Liliana Sorrentino e Filippo Petrucci al Japan Day 2018.

Devilman Crybaby – L’apoteosi di Go Nagai

Cosa si potrebbe aggiungere all’ottima recensione di Devilman Crybaby scritta da Fabrizio Nocerino? È un onore per me, nagaiano di ferro non girellaro, al netto dell’inevitabile nostalgia, affrontare un palcoscenico del calibro di Dimensione Fumetto proponendo una serie di considerazione sparse proprio su un’opera così divisiva e che tanto ha fatto discutere nelle ultime settimane.

Immagine promozionale di "Devilman Crybaby" di Masaaki Yuasa.

Per parlare di Devilman Crybaby, ultima fatica del regista Masaaki Yuasa, salito alla ribalta per opere come Mind Game, Kaiba e le trasposizioni animate di The Tatami Galaxy e Ping Pong, bisogna parlare della genesi dello sconvolgente Devilman e del suo celebre papà, il Maestro Go Nagai.

Giappone, anni ’70 del XX secolo: la Toei Animation, avendo apprezzato il manga Mao Dante di Go Nagai, propone a questo autore di creare una serie animata ispirata a quest’opera, ma edulcorata, quasi supereroistica, in quanto rivolta a un pubblico di bambini. Parallelamente alla serie TV Devilman, Nagai sviluppa un omonimo manga dai toni maturi e orrorifici; quest’opera, ideata dall’autore per condannare tutte le guerre e alimentata dall’astio di Nagai nei confronti di coloro che avevano attaccato il suo lavoro precedente, Harenchi gakuen (in Italia La scuola senza pudore), entra con prepotenza nell’olimpo mondiale dei fumetti e influenza profondamente moltissimi manga e anime successivi. Un nome su tutti? Neon Genesis Evangelion di Hideaki Anno.

Go Nagai e Masaaki Yuasa davanti al poster di "Devilman Crybaby".

Go Nagai e Masaaki Yuasa posano orgogliosamente davanti al poster di Devilman Crybaby.

Molti anni dopo, XXI secolo: Netflix, il colosso dello streaming, distribuisce in tutto il mondo Devilman Crybaby, prodotto dallo Studio Science Saru, con Masaaki Yuasa alla regia, Ichiro Okouchi alla sceneggiatura, Ayumi Kurashima al character design e Kiyotaka Oshiyama al “devil design”, ovvero il design non solo del protagonista dell’opera, ma anche degli altri demoni.

Devilman Crybaby È il Devilman di Masaaki Yuasa, regista che ha come cifre stilistiche un continuo dinamismo e una plasticità totale: le animazioni in Devilman Crybaby sono particolari, talvolta eccessive all’occhio di uno spettatore non rimasto al passo con l’animazione moderna, ma rimangono sempre al servizio dell’opera e sono, nella quasi totalità, di una qualità sopraffina, anche tenendo conto del fatto che la serie è stata prodotta in sei mesi e che per ben tre episodi le animazioni chiave sono state realizzate da un unico animatore (Tomohisa Shimoyama per l’episodio 4, Kiyotaka Oshiyama per l’episodio 5 e Takashi Kojima per l’episodio 9).

Animazione di "Devilman Crybaby" di Masaaki Yuasa.

Anche il character design è all’altezza di questa ambiziosa operazione: all’inizio delle vicende i personaggi sono tratteggiati in modo molto moderno e kawaii, soprattutto l’imbelle protagonista Akira; con l’ingresso in scena di Devilman il contrasto è a un primissimo impatto stridente ed estraniante, ma subito dopo la dolcezza del tratto si sposa meravigliosamente con la crescente e inarrestabile violenza.

Fotogrammi di "Devilman Crybaby" di Masaaki Yuasa.

L’aspetto dei demoni è un tuffo in una follia psichedelica dai colori accecanti, mentre per il protagonista c’è poco da dire: il Devilman di Oshiyama e Yuasa è bellissimo e quanto più nagaiano possibile.

Poster di "Devilman Crybaby" di Masaaki Yuasa.

L’approccio di Yuasa al capolavoro di Nagai è fortemente autoriale, ovvero omaggia fedelmente l’opera originale e parallelamente la fa sua uscendo a testa alta da questo confronto, esattamente come hanno fatto in precedenza due altri grandi registi d’animazione, da una parte Mamoru Oshii con Ghost in the Shell e Lamù – Beautiful Dreamer, dall’altra Hideaki Anno con Shin Godzilla: in questa chiave dovrebbe essere letto il trasferimento dell’elemento focale di Devilman, il conflitto, dall’esterno verso l’interno, incarnandolo nella figura di Akira/Devilman che soffre per l’infinita crudeltà umana e -non tanto inaspettatamente, in quanto il “crybaby” del titolo significa “piagnone”- versa copiose lacrime in molteplici occasioni.

La miniserie è concepita come un granitico unicum, un titanico film d’animazione: lo si può desumere non solo dal fatto che lo spettatore sia praticamente costretto dalla bellezza della storia e delle animazioni a una fruizione vorace e compulsiva, ma anche dal fatto che la sequenza di apertura, disegnata da Abel Gongora e accompagnata dal brano Man Human di Denki Groove, non sia presente in ogni episodio, ma solo una volta, nella seconda puntata.

Sesso e violenza, inevitabilmente e come nel manga originale, vengono mostrati in abbondanza, ma senza compiacimento, morbosità né perversione. Allo sguardo dello spettatore, guidato con abilità da Yuasa, gli eccessi vengono proposti in modo grottesco e inumano al punto tale da sfociare in una freddezza quasi documentaristica e distaccata: che cosa sono i demoni, se non la controparte nuda e sfrenata degli infimi istinti dell’uomo? Che cosa possono fare, se non uccidere e accoppiarsi indulgendo in questi piaceri?

L’unico appunto che forse si può muovere a una serie come Devilman Crybaby è che dieci episodi siano troppo pochi: forse sarebbe stato il caso di avere un paio di episodi in più per approfondire ulteriormente il drammatico confronto con l’arpia Silen e il rapporto tra il protagonista Akira Fudo e la sua controparte Ryo Asuka.

Fotogramma di "Devilman Crybaby" di Masaaki Yuasa.

Se Devilman Crybaby ha profondamente turbato numerosi nostalgici oltranzisti, d’altro canto ha riscosso successo e consensi in tutto il mondo: il mangaka e character designer Yoshiyuki Sadamoto, che più volte ha dichiarato che Evangelion si è profondamente ispirato al manga di Nagai stilisticamente e concettualmente, ha mostrato apprezzamento nei confronti della serie animata di Yuasa tramite un tweet e uno schizzo del protagonista e del suo antagonista.

Fanart di "Devilman Crybaby" di Masaaki Yuasa disegnata da Yoshiyuki Sadamoto.

Per quanto riguarda il confronto con le precedenti opere del franchise, questa nuova serie animata omaggia anche quella degli anni ’70, che nell’universo di Devilman Crybaby esiste proprio come cartone rivolto ai bambini: in più occasioni sono inseriti riferimenti a essa, come i poster nelle camere dei personaggi e l’inserimento nel primo episodio della opening classica, la celeberrima Devilman no uta (“La canzone di Devilman”), potentemente remixata in chiave dance elettronica da Abu-chan e Kensuke Ushio, quest’ultimo curatore di tutta la colonna sonora.

Infine, Devilman Crybaby È anche e soprattutto il Devilman di Nagai, un tributo che rende onore a un mostro sacro del fumetto mondiale trascinandolo con violenza nel XXI secolo. Devilman è eterno e universale, il suo messaggio devastante è attuale ancora oggi, e Yuasa lo ripropone con successo in chiave ultracontemporanea: un esempio su tutti, nel manga anni ’70 il sabba, la festa pagana che conduce all’evocazione dei demoni, è accompagnato da un complesso rock/metal, all’epoca la “musica del demonio”, mentre ora, nel 2018, la controparte animata del sabba è sostanzialmente un rave party condotto verso la follia da un ossessivo e irresistibile ritmo tribale/elettronico.

Pagina di "Devilman" di Go Nagai.

Yuasa ha riletto il classico immortale di Nagai sulla base della consapevolezza del fatto che «il mondo è andato avanti» (cit.), e se se ne è reso conto anche Mark Renton in Trainspotting, ci auguriamo che anche chi è rimasto fino ad adesso bloccato solipsisticamente in un universo di 40 anni fa possa infine apprezzare Devilman Crybaby per quello che è, una serie contemporaneamente classica e attualissima, degna trasposizione del comunque inarrivabile originale di Nagai.

Evangelion Exhibition – Per voi, tutto il nostro essere

Se c’è una cosa che i giapponesi sanno fare veramente, ma veramente bene è celebrare il lavoro. In un Paese che non festeggia affatto il primo maggio (e d’altronde avrebbe ben poco da festeggiare), il lavoro è visto come la massima realizzazione dell’uomo: «il lavoro rende liberi», vivere per lavorare. L’esaltazione del lavoro avviene tramite una continua propaganda che non si svolge per vie politiche o militari, ma bensì artistiche e sociali: non c’è giorno che la TV giapponese non mandi in onda servizi sul dietro-le-quinte del lavoro di artigiani, carpentieri, pescatori, manager, operai; nei programmi culturali non si analizzano tanto opere d’arte o eventi storici, ma piuttosto il lavoro degli artisti e degli storici; persino nei programmi d’intrattenimento il lavoro la fa da padrone, raccontando la giornata di cuochi di ristoranti o le riprese sul set con gli attori. In libri, fumetti e cartoni animati il tema principe è l’impegno del protagonista nel suo lavoro (o sport, che è uguale); nei videogiochi RPG, poi, le sotto-quest si basano spesso su lavori che il giocatore deve svolgere per qualcuno. Insomma, in Giappone dal lavoro non si sfugge.

Uno dei modi più peculiari con cui in Giappone il lavoro viene esaltato e fatto conoscere è la sua comunicazione diretta attraverso la museologia. Mostre ed esposizioni sono spesso concepite non con scopo culturale o divulgativo, ma per far conoscere il lavoro necessario a produrre le opere: esibire come si arriva all’opera finita più ancora che esibire l’opera in sé. Non fa eccezione la mostra itinerante intitolata Evangelion ten (“Mostra su Evangelion”, titolo internazionale: Evangelion Exhibition), che dal 2013 gira le principali città del Giappone. Partita da Tokyo il 7 agosto 2013 nello spazio per eventi dei grandi magazzini Matsuya di Ginza, la mostra ha finora toccato 14 tappe: la quattordicesima, e per ora ultima, è stata quella nella Mirai Hall, un teatro all’interno del centro commerciale Æon Mall a Okayama dove si è svolta a cavallo fra aprile e maggio scorsi, per poi proseguire verso nuove mete.

Volantino della mostra Evangelion Exhibition.

Fronte e retro del volantino della mostra Evangelion Exhibition, uguale in tutte le tappe tranne ovviamente che per i dati su giorni, orari e luogo. Le illustrazioni dei cinque children che galleggiano addormentati (nell’LCL?) sono state disegnate apposta per la mostra, mentre lo schizzo sullo sfondo (riportato a colori anche sul retro del volantino) è uno studio del designer Mahiro Maeda.

L’evento è stato realizzato dallo Studio Khara in collaborazione con il quotidiano Asahi Shibun dopo l’uscita cinematografica del film Evangelion: 3.0 You Can (Not) Redo, quando il regista Hideaki Anno entrò in una sorta di stato catatonico pericolosamente simile a quello affrontato da un suo personaggio in una sua opera, ovvero quella Asuka fisicamente e psicologicamente distrutta dallo scontro fra se stessa e il resto del mondo: Evangelion Exhibition è quindi anche un momento per fermarsi a osservare il lavoro svolto finora prima di ripartire verso il gran finale.

In effetti il tema stesso della mostra non è il grande franchise Evangelion, non è l’opera in sé, ma bensì la celebrazione del lavoro che c’è dietro: un lavoro enorme e straordinario. In un allestimento che comprende oltre 1’300 opere esposte, gli unici prodotti finiti sono due brevi video animati, di cui uno è solo uno spezzone incompleto: tutto il resto non è altro che il lavoro necessario per arrivarci. Per i fan di Evangelion è un viaggio emozionante, per tutti gli altri è quantomeno istruttivo su cosa vuol dire veramente realizzare un cartone animato.

Immagini dalle mostre Evangelion Exhibition di Parigi e Treviso.

La Evangelion Exhibition ha avuto delle tappe all’estero, fra cui alcune in Australia (come a Melbourne) e alcune in Europa come Parigi al Japan Expo 2015 e a Treviso per il festival Nipponbashi 2015, due eventi tenutisi a inizio luglio a una settimana di distanza l’uno dall’altro. A Parigi era presente anche il fumettista Yoshiyuki Sadamoto e l’allestimento era molto bello, con i palazzi di Neo Tokyo 3 su cui erano appese le opere (in alto), mentre a Treviso la sede era più convenzionale, ma con riproduzioni tridimensionali come la lancia di Longino e disegni originali, al contrario delle stampe di Parigi (in basso). In ogni caso, le edizioni straniere della Evangelion Exhibition erano solo degli assaggi, dato che presentavano un numero di opere molto limitato: a Treviso, dove c’è stata l’esposizione più ricca, c’erano 92 opere (di cui solo 38 originali), mentre la mostra itinerante giapponese ne espone oltre 1’300. Si ringrazia Distopia Evangelion per i dati e le fotografie.

DF ha avuto il privilegio più unico che raro di poter esplorare Evangelion Exhibition e riprenderne fotograficamente gli interni. L’autore desidera ringraziare lo staff della mostra, l’emittente televisiva locale OHK che ne ha curato l’allestimento a Okayama, e Hiroaki Iwano responsabile dell’Ufficio sviluppo progetti della OHK.

Campagna pubblicitaria per la Evangelion Exhibition presso Ion Mall Okayama.

Evangelion Exhibition non è certo arrivata di soppiatto: dopo 13 tappe trionfali in altrettante città giapponesi, l’arrivo a Okayama è stato ampiamente pubblicizzato. Nel centro commerciale Æon Mall, dove si tiene l’evento, tutte le superfici disponibili sono state tappezzate con le immagini promozionali, compresi i pilastri, le scale mobili e persino il pavimento, con OH!-kun, la mascotte del canale televisivo OHK, in cosplay dell’unita Eva-01.

Mostra Evangelion Exhibition presso Ion Mall Okayama.

L’ingresso della Okayama Mirai Hall, un teatro all’interno di Æon Mall che all’occorrenza può essere svuotato in platea delle poltroncine per ospitare eventi temporanei, come in questo caso. Davanti alle porte c’è una cornice per farsi foto pronte per Instagram, mentre ai lati ci sono le cartoline dette tsutefude dipinte a mano dai fan di Evangelion: si tratta di scritte calligrafiche realizzate con gli strumenti tipici dello shodou (calligrafia giapponese), ma multicolore e graficamente significative. Per esempio, per la Evangelion Exhibition i fan hanno scelto la propria battuta o parola preferita della serie e l’hanno interpretata graficamente scrivendola in modo artistico. L’ennesima dimostrazione di amore verso questa saga.

Biglietti della mostra Evangelion Exhibition presso Ion Mall Okayama.

Il biglietto della mostra era acquistabile sia in preordine (sopra) scontato nei combini Lawson, quelli che si vedono anche nei film del Rebuild of Evangelion e con cui Evangelion ha un forte legame commerciale, oppure direttamente alla biglietteria della mostra (sotto), con sopra la Rei in versione Evangelion: 3.0 you Can (Not) Redo che era anche sulla locandina e che poi tornerà all’interno della mostra.

Mostra Evangelion Exhibition presso Ion Mall Okayama.

Ecco l’ingresso della mostra. Subito si viene accolti nell’atmosfera di questo allestimento attentamente studiato: pareti bianche e nere non ortogonali, grafica essenziale, oscurità generale. Eppure non è l’aspetto visivo, bensì quello uditivo a colpire maggiormente il visitatore: fin dall’ingresso e per tutta la lunghezza dell’esposizione si sentono in sottofondo brani per quartetto d’archi, le urla di Shinji provenienti da una qualche fonte lontana, e soprattutto il battito cardiaco. Un ambiente semibuio, stretto e accompagnato dal battito del cuore: siamo in una placenta materna, o forse nell’entry plug, che è uguale. La stessa scelta di curare più la parte uditiva che quella visiva sottolinea ancora di più il senso di ritorno nel grembo materno. La video installazione all’ingresso con forme acquatiche e colori caldi, gli stessi che si vedono guardando il sole con gli occhi chiusi, confermano che siamo nel ventre della bestia.

Mostra Evangelion Exhibition presso Ion Mall Okayama.

Evangelion Exhibition è divisa in cinque parti. La prima, con pareti di colore nero, si intitola La storia di Evangelion ed è dedicata alle prime tre incarnazioni del franchise: la serie televisiva animata Neon Genesis Evangelion del 1995~1996, il fumetto omonimo di Yoshiyuki Sadamoto del 1995~2014, e i due film Death & Rebirth e The End of Evangelion del 1997. Nonostante siano passati ben 22 anni dal suo debutto in Giappone (e 20 anni dal debutto italiano), la serie TV ha ancora un fascino straordinario, e osservare da vicino alcuni acetati originali dipinti a mano dagli artisti è veramente emozionante. Colpisce il fatto che sono molto piccoli, circa in formato A5 (solo per le scene in cui la macchina da presa si muove sono stati usati disegni più grandi), e soprattutto che mancano le linee nere di contorno: quelle sono disegnate a parte su un altro acetato sovrapposto, il che fornisce un’idea di quanto era difficile realizzare un cartone animato con i metodi giapponesi prima dell’introduzione del computer: ogni singolo fotogramma era in realtà composto sempre da almeno tre acetati, ovvero sfondo, colore dei personaggi e bordo nero dei personaggi, più altri se questi muovono parti del corpo (come ad esempio la bocca per parlare, cioè quasi sempre), e tutti devono combaciare. Fin dall’inizio la mostra comunica chiaramente al visitatore la difficoltà del lavoro. Altri elementi interessanti di questa sezione sono le stampe anastatiche delle tavole di Sadamoto e il primissimo modellino di studio della sala di comando della NERV, di carta piegata, con annotazioni a matita (in basso a destra).

Mostra Evangelion Exhibition presso Ion Mall Okayama.

A sinistra alcuni fotogrammi esposti (fra cui il bacio di Misato a Shinji, Rei dell’episodio 26 coi piccioni che le beccano la fetta di pane, e l’unità Eva-01 che stringe in pugno Kaworu), al centro un modello di studio dell’unità Eva-01, a destra alcune tavole di Yoshiyuki Sadamoto.

Mostra Evangelion Exhibition presso Ion Mall Okayama.

La seconda parte è la più corposa e forse la più interessante della Evangelion Exhibition. Si intitola Finché Evangelion non è pronto, e come dice il titolo racconta le fasi di lavorazione dal concept iniziale al prodotto finito: come portare in animazione un’idea. Per prima cosa quindi ecco cinque pannelli che raccontano per sommi capi il progetto e i soggetti dei primi tre film di Rebuild of Evangelion (in mezzo), dopo di che inizia la parte principale: la celebrazione del lavoro. Per illustrare che cosa vuol dire davvero animare è stata scelta una breve scena tratta da Evangelion: 2.0 You Can (Not) Advance, ovvero il combattimento contro l’Angelo Sahaquiel. Questo spezzone, della durata di circa tre minuti, ha richiesto un lavoro a dir poco straordinario agli animatori per realizzare la corsa di tre robot in campagna e in città e lo scontro col nemico. La mostra spiega chiaramente le fasi di lavorazione, che sono 1) copione 2) image board, dove si buttano giù i primi schizzi 3) flusso di immagini, dove si scelgono le soluzioni migliori 4) layout degli sfondi 5) storyboard 6) layout dei personaggi 7) animazione a mano di persone e cose 8) animazione a mano degli effetti, come ad esempio le esplosioni 9) animazione in 3DCG,dove si inseriscono i robot 10) digitalizzazione dei modellini, per esempio degli ambienti o oggetti 11) time sheet, dove si analizza e verifica la durata di ogni inquadratura. Undici fasi, migliaia di disegni, decine di migliaia di ore di lavoro.

Mostra Evangelion Exhibition presso Ion Mall Okayama.

Ecco le fasi 5 e 6: in alto, lo storyboard della sequenza presa in esame, in basso i layout dei personaggi in cui si definiscono pose ed espressioni. Per il fan poter consultare da vicino questi disegni pieni di note e cancellature equivale a capire il processo creativo degli artisti. Lo storyboard in particolare è un documento eccezionale, perché mostra chiaramente lo studio dietro a ogni movimento di macchina da presa, meticolosamente disegnato.

Mostra Evangelion Exhibition presso Ion Mall Okayama.

In alto, le ultime tre fasi del lavoro: al centro l’inserimento dei robot animati al computer (ma comunque precedentemente disegnati nel dettaglio fotogramma per fotogramma), a destra la digitalizzazione dei modellini (in questo caso, le casette che compongono Neo Tokyo 3, a centinaia e tutte diverse disegnate una per una, come si vede nel poster di destra a fianco al televisore), e infine a sinistra il time sheet. In basso, il lavoro finito: dopo aver ammirato centinaia di disegni in cui gli animatori hanno disegnato fino all’ultimo filo d’erba e frammento di terra delle colline calpestate dalle unità Eva, alla fine nei due schermi televisivi è possibile vedere il risultato. Lo schermo di destra mostra la scena completa, mentre quello di sinistra è quadripartito con le varie fasi del making of di animazione a mano e in CG. Le urla disperate di Shinji che si sentono lungo tutto il percorso espositivo vengono da questo video.

Mostra Evangelion Exhibition presso Ion Mall Okayama.

La terza parte della mostra è intitolata Settei di Evangelion: nell’animazione giapponese i settei sono i disegni preparatori di persone, cose e ambienti, le interazioni fra di loro (come le proporzioni), e le variazioni (come i cambi d’abito). In quest’area ci sono solo disegni originali a mano dell’intera saga, dalla prima serie TV all’ultimo film: benché i primi disegni siano vecchi di oltre vent’anni e ampiamente pubblicati e noti, anche qui i fan non potranno non rimane spiazzati nel vederli da vicino, ammirandone la fattura e soprattutto la loro freschezza ideativa a decenni dalla realizzazione. Una Rei Ayanami a grandezza naturale, la stessa che appare sulla locandina e sul biglietto, domina inquietante sull’area addormentata nella sua capsula di LCL.

Mostra Evangelion Exhibition presso Ion Mall Okayama.

La quarta e penultima parte della mostra si intitola Rebuild of Evangelion nei disegni originali, e il titolo parla da sé. Nel percorso serpentino disegnato dagli angoli acuti fra i pannelli sono esposti i disegni originali realizzati dagli artisti dello Studio Khara: sono francamente impressionanti, quasi commoventi, e sono anche la conferma più lampante di cosa intende dire il regista della serie Hideaki Anno quando parla di Evangelion come di «un’opera otaku», ovvero che unisce un intrattenimento di alto livello a una maniacale (veramente maniacale) cura tecnica per il dettaglio. Da questo punto di vista gli studi grafici degli Angeli, esposti in una stanzetta nera a parte, e soprattutto i disegni dei paesaggi sono eccezionali: nella parte dedicata all’Operazione Yashima nel film del 2007 Evangelion: 1.0 You Are (Not) Alone, il puntiglio con cui sono disegnati i cavi dell’alta tensione non è paragonabile a nient’altro realizzato nell’animazione mondiale (se non, forse, ad Akira del 1988). Questo è forse autocompiacimento tecnico, ma è anche amore per il lavoro, e certamente assume un forte valore metaforico: la complessità del reale composto da migliaia di dettagli stratificati uno sull’altro.

Mostra Evangelion Exhibition presso Ion Mall Okayama.

La rappresentazione metaforica del reale come stratificazione di dettagli è resa palese nello scorporo esemplificativo di un singolo fotogramma del film Evangelion: 2.0 You Can (Not) Advance che resta a schermo per meno di due secondi. Il risultato finale è “semplicemente” una fila di pali della luce, ma per arrivarci gli animatori hanno disegnato otto pali, tutti diversi e descritti con un dettaglio impressionante che scende fino alla filettatura dei bulloni. I disegni sono poi stati digitalizzati, ricalcati, colorati, composti e persino fortemente sfocati progressivamente per dare il senso della profondità, sacrificando il talento degli artisti. Giorni di lavoro per pochi istanti di film: è il meraviglioso inferno che l’animazione condivide con la stop motion, altra tecnica artistica di inusitata complessità e, infatti, usata spesso nei film di kaijuu tanto amati da Hideaki Anno.

Mostra Evangelion Exhibition presso Ion Mall Okayama.

L’ultima parte della mostra, la più breve, è dedicata all’ultima incarnazione ufficiale di Evangelion in ordine di tempo: il cortometraggio until You come to me. realizzato nel 2014 dal regista Tadashi Hiramatsu nell’ambito del progetto Japan Anima(tor)’s Expo dedicato alla valorizzazione di artisti emergenti o sperimentali. Anche qua sono esposti i disegni preparatori e il cortometraggio, che è l’unico lavoro finito di tutta la mostra (la scena di Evangelion: 2.0 You Can (Not) Advance era solo un breve spezzone) e quindi, non casualmente, è posto come ultimissima opera in fondo a tutto. L’arte come risultato finale di un enorme lavoro precedente, l’opera come punta dell’iceberg di un intero mondo sommerso.

Ovviamente all’uscita della mostra è presente anche uno shop per acquistare i sempre numerosissimi gadget della saga (compresi quelli esclusivi acquistabili solo in quel posto, come è stato in tutte le tappe), ma quello che resterà al visitatore alla fine della visita alla Evangelion Exhibition non sarà tanto il (bellissimo) portachiavi di peluche di Leliel, ma piuttosto la netta sensazione che tutti gli anni di lamentele su lamentele su Internet, in cui i fan si chiedono quando uscirà il quarto e conclusivo film del progetto Rebuild of Evangelion o ironizzano sui tempi di Anno, sono solo inutili e quasi offensivi discorsi a vuoto.

L’animazione è la più archetipa, nobile e purtroppo anche negletta forma d’arte cinematografica: necessita di un lavoro semplicemente incredibile per poi ottenere un risultato che nel migliore dei casi è amato e apprezzato solo dal fandom e nel peggiore ridotto dal grande pubblico a film per bambini: il destino di ogni film Disney, ad esempio. Eppure probabilmente nessuno al mondo ha mai realizzato animazione di qualità senza avere una ardente passione dietro: è un lavoro troppo enorme per essere “solo un lavoro”. La visione dal vivo dei disegni preparatori dei film di Evangelion chiarifica quanto tempo, quanto impegno e quanto lavoro ci sia dietro: vale la pena di aspettare, pure servissero altri venti anni per vedere la prossima opera. D’altronde anche i film animati Disney hanno solitamente bisogno di tre, quattro, cinque anni o più di lavoro nonostante si avvalgano di uno staff di centinaia di persone: lo Studio Khara, di dimensioni ben più contenute, ha già fatto i miracoli riuscendo a proiettare nei cinema i primi tre film del Rebuild of Evangelion con soli rispettivamente uno, due e tre anni di lavorazione a fronte di un prodotto finale di qualità sensazionale. Forse vale la pena mettersi il cuore in pace e attendere senza fretta che Hideaki Anno e il suo staff ragionino con calma su questo fatidico quarto film: solo così potrà essere un grande lavoro, un lavoro degno di essere celebrato.

Immagine promozionale di "Evangelion 3.0+1.0".

Il cartello «Prossimamente: Nuova versione cinematografica di Evangelion :||» che campeggia muto sul sito dello Studio Khara da anni. Non resta altro da fare che aspettare e fidarsi di Anno e del suo staff. L’emozione continuerà!


Tutte le immagini sono © 2017 カラー / Khara / Project Eva.

Di Goldrake, Evangelion e GIG?

Ieri era l’anniversario della prima messa in onda di Goldrake e Jeeg, mentre il giorno prima ricorreva il ventennale di Evangelion.

Noi ne abbiamo parlato qui ->Goldrake qui -> Jeeg e qui -> Evangelion

Ovviamente però siamo degli sprovveduti nei confronti del mondo del giornalismo reale. Quello dove ci sono i veri professionisti.

Tipo Studio Aperto:

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(signori di Studio Aperto lo sappiamo che si tratta di un refuso e che può capitare a tutti. Ci stiamo solo facendo quattro risate, state al gioco e fatevele anche voi. Ok?)

Auguri Goldrake! Auguri Eva!

Probabilmente è un semplice caso fortuito, ma proprio ieri 4 ottobre e oggi 5 ottobre si festeggiano rispettivamente il 40esimo e il 20esimo anniversario di quelle che sono probabilmente le due più importanti, famose e influenti serie tv di robot nella storia dell’animazione giapponese: UFO Robot Goldrake e Neon Genesis Evangelion.

La prima serie fu ideata dal padre putativo del genere robotico giapponese, il grande Go Nagai, e fu trasmessa la prima volta col titolo UFO Robot Grendizer (il nome del robot in Italia fu cambiato perché ritenuto difficile) il 5 ottobre del 1975 su Fuji TV ed è poi arrivata in Italia su Rai 2 tre anni dopo intitolata Atlas UFO Robot; fra l’altro lo stesso identico giorno debuttò anche Jeeg robot d’acciaio, pure di Nagai, ma sul canale concorrente TV Asahi. La seconda serie invece è stata realizzata dallo studio Gainax capitanato da Hideaki Anno e iniziò alle 18:30 del 4 ottobre 1995 su TV Tokyo col pomposo nome di Shin seiki Evangelion (“Evangelion del nuovo secolo”), ma i fan italiani poterono vederla solo cinque anni dopo su MTV anche se nel frattempo era già uscita in home video per Dynamic Italia fin dal 1997 come Neon Genesis Evangelion (il titolo internazionale scelto dai giapponesi stessi).

Nonostante gli stili visivi, le tematiche affrontare e gli esiti narrativi dei due cartoni animati siano estremamente diversi, le trame di UFO Robot Goldrake e Neon Genesis Evangelion hanno dei forti punti in comune. Nel primo, Actarus ha lasciato il suo pianeta perché era stato attaccato dagli alieni conquistadores di Vega, tutti abbigliati come a una festa mascherata a tema “Halloween in acido”, e quando questi arrivano anche sulla Terra lui decide di contrastarli col suo robot da combattimento Goldrake; nel secondo cartone animato ad attaccare la Terra sono dei misteriosi esseri dal multiforme aspetto e di non meglio specificata provenienza chiamati Angeli (nome internazionale Angels, ma in originale erano chiamati Shito, “Apostoli”) che non vogliono conquistare il pianeta, ma bensì entrare in contatto col primo di loro tenuto rinchiuso nelle viscere della crosta terrestre, e per combatterli Shinji usa il robot da combattimento Evangelion. Quindi giovani uomini a bordo di armature giganti elettroniche antropomorfe devono difendere la Terra contro forze esterne ostili e dall’aspetto pittoresco: ce n’è abbastanza per affascinare generazioni di spettatori… e così è stato, dato che UFO Robot Goldrake, che fu il primo anime a essere importato in Italia, ebbe un tale successo da generare l’esplosione di popolarità di cui godette l’animazione seriale giapponese su tutti i canali tv pubblici e privati italiani lungo tutti gli anni ’80, e lo stesso successe con Neon Genesis Evangelion che portò al cosiddetto Secondo Impact (un’espressione mutuata dalla serie stessa) durante gli anni 2000, ma stavolta più indirizzato sul mercato dell’home video. Fra l’altro Neon Genesis Evangelion è anche il prodotto a cui si deve la diffusione commerciale del DVD, dato che fu proprio la versione su disco del 1997 ad avere così tanto successo da convincere i produttori a insistere sul nuovo formato. Interessante poi notare che se la storia del DVD è legata a Neon Genesis Evangelion, quella del CD dipese dalla Nona Sinfonia di Beethoven, sulla cui lunghezza si fissò lo standard dei 74 minuti e 33 secondi, e per ironia della sorte (o forse no) nell’episodio 22 dell’anime è stato usato come colonna sonora proprio il celebre Inno alla gioia beethoveniano: altre coincidenze. La versione su disco fu anche quella che portò la vera notorietà a Neon Genesis Evangelion, dato che la trasmissione tv fu un enorme insuccesso commerciale e la Gainax fu costretta a chiudere la serie in anticipo al 26esimo episodio, esattamente come successe con La corazzata spaziale Yamato, che è il cartone animato preferito di Hideaki Anno, che chiuse in anticipo al 26esimo episodio e che debuttò il 6 ottobre 1974: ancora altre coincidenze! Se oltre a tutto questo aggiungiamo che Fortezza superdimensionale Macross iniziò a essere trasmessa proprio il 3 ottobre 1982, non possiamo che concludere che l’inizio di ottobre è un periodo particolarmente propizio per gli anime robotici.

Se a 40 anni da UFO Robot Goldrake il nome della serie è rimasto glorioso benché il suo successo sia lentamente scemato, dopo 20 anni invece la mania per Neon Genesis Evangelion non solo non è scesa, ma è anzi più viva che mai, tenuta in vita dalle continue iniziative di marketing e dalla produzione di nuovi materiali. Oltre ai film realizzati poco dopo la conclusione della serie tv, dal 2007 escono al cinema ogni due-tre anni i capitoli del Rebuild of Evangelion, un faraonico progetto di ri-narrazione dell’intera serie in forma di quattro film che presentano affinità e divergenze con la storia originale e di cui i fan stanno attendendo l’ultimo misterioso capitolo. Anno non ha ancora dichiarato nulla al proposito, limitandosi a scrivere un messaggio di ringraziamento sul suo sito ufficiale, ma intanto su Internet è partita la campagna di festeggiamenti al grido di おめでとう omedetou, cioè «Congratulazioni!» proprio come quelle rivolte a Shinji nell’ultimo episodio della serie, su Twitter impazza l’hashtag #エヴァ20周年, in Giappone gira il temporary shop EVA T PARTY che propone oltre al merchandising anche interessanti volumi inediti di illustrazioni e schizzi preparatori, e proprio ieri è partita la campagna della catena di combini Lawson (supermercatini aperti 24/7) dove è possibile acquistare gadget ispirati alla serie, alcuni dei quali sono stimati andranno a ruba e quindi sono acquistabili solo su prenotazione.

Dato che a inizio ottobre 1975 uscì UFO Robot Goldrake e a inizio ottobre 1995 Neon Genesis Evangelion, a inizio ottobre 2015 è uscito qualcosa di altrettanto significativo che ricorderemo fra 20 anni? Oggi è ancora solo il giorno 5 e il 6 è già stato preso da La corazzata spaziale Yamato, quindi dai giapponesi, avete ancora il giorno 7 per stupirci di nuovo!