Eura Editoriale

John Doe ristampa vol. 6 ovvero: come eravamo

In occasione dell’uscita del sesto volume dedicato a John Doe la Bao Publishing festeggia oggi il John Doe Day. Noi di Dimensione Fumetto collaboriamo al party portando pizzette, patatine e questo viaggio nel tempo.

Poco più di un anno fa usciva il primo volume della ristampa riveduta e corretta di John Doe. Noi ve ne parlammo qui, e già allora si capiva quanto fossimo contenti. Oggi questa ristampa si conclude con il sesto volume, che ripropone i numeri 20-24, la saga conclusiva di quella che fu la prima stagione di John Doe.

Nell’articolo già linkato siamo stati abbastanza esaurienti nello spiegare perché, senza ombra di dubbio, questa serie meritasse una ristampa di questo tipo; e timidamente abbiamo tentato di far capire, a chi non la conoscesse, quale fosse stata la sua portata innovativa nel panorama del fumetto popolare italiano. Stavolta vi invitiamo direttamente a salire sulla nostra DeLorean modificata, attivare il flusso canalizzatore e precipitarvi con noi a 88 miglia orarie verso l’edicola sotto casa, nel giorno del Signore 20 maggio, anno 2015. Lanciamoci in questo viaggio nel passato, perché siamo sicuri che là fuori ci sia ancora qualcuno che non ha capito davvero cosa significò John Doe per il fumetto italiano da edicola. E allora vediamolo, questo fumetto italiano, in quel 2005 in cui infuriava Calciopoli e ci preparavamo a vincere il nostro quarto campionato mondiale.

Nel 2005 le edicole ancora servivano a vendere giornali e riviste; non c’erano ancora i tendaggi di Gratta e Vinci che promettevano vite da turisti, il manifesto garriva ancora tra le braccia degli anziani alla bocciofila e gli albi facevano bella mostra di sé nelle prime file. Lì, tra qualche tonnellata di manga e mazzi di comics spiegazzati, ancora campeggiava il settore bonellide.

Ed eccolo lì, inossidabile, il buon Tex Willer, splendidamente in forma nel numero 535, per la penna di Nizzi e le matite dei Cestaro. Seconda parte di un’avventura iniziata nel 534, la storia vede impegnati Tex e Kit Carson nelle indagini per la morte di due pastori Navajos, rimanendo incastrati in una faida tra due famiglie di allevatori. Non siamo nel Gargano, ma nel selvaggio West, dove volano lo stesso pallottole.

Malvagi messicani maneggiano mefistofeliche mine!!

E il nostro eroico ranger non può fare a meno di spiegarci per filo e per segno quello che già vediamo con i nostro occhi.

Sparatorie, inseguimenti a cavallo, e alla fine Tex sbatte in galera il malvagio coi baffetti. Cosa chiedere altro dalla vita?

Basta guardare un po’ più in là, dove è appena uscito il nuovo sfavillante numero 278 di Martin Mystère, dal promettente e insolito titolo Gli illuminati. Numero introdotto dalle parole del nostro Castelli, che sono già tutto un programma:

Castelli spende diverse parole a spiegarci le motivazioni artistiche della scelta, e quasi ci ha convinto, ma poi in un impeto di sincerità da vero galantuomo ammette:

In altre parole, Castelli ammette candidamente che le ultime storie hanno fatto un po’ cagare e il motivo è che dopo vent’anni non sanno più che inventarsi.
Andiamo bene.

Meno male che il nostro edicolante di fiducia nel 2005 ancora non stava per chiudere e ci permetteva di sfogliare gli albi prima di comprarli! Grazie a Castelli, che ci ha risparmiato la perdita di tempo e denaro, e lasciamo i lidi Bonelli alla ricerca di qualcosa di diverso.

Basta scartabellare un po’ per trovare così il numero 699 (urgh) di Diabolik! Chissà cosa combina di bello il Diavolo col mascara. Ancora prima di aprire l’albo ci aspettiamo di leggere di un furto impossibile fatto con macchinari antiquati e rampini, travestimenti perfetti, Eva Kant rapita o in pericolo e coltelli lanciati a velocità SWISS. Avremo ragione?

Buon vecchio Diabolik, già prima di comprarlo l’hai già letto, almeno in questo caldo 2005. Cerchiamo altrove, nella speranza di trovare qualcosa che non sappiamo ormai a memoria.

In quel caldo 2005 Ratman era ancora un’isola felice, sebbene facesse un po’ storia a sé. Purtroppo in questo infausto maggio Ratman esce con questo numero speciale in cui vari autori umoristici si cimentano con una breve avventura del nostro Deboroh Walker, dimostrando una volta per tutte che i personaggi di Ortolani possono funzionare soltanto se a scriverli e disegnarli è, appunto, Ortolani.

Cos’altro accade nel mondo del fumetto italiano? Lazarus Ledd percorre il viale del tramonto, con un’avventura intimista incentrata su una sua possibile paternità (LL n.142); tornando ai lidi Bonelli, dobbiamo passare attraverso serie come Zagor, che nel suo numero 529 ci presenta ancora, nel terzo millennio, albi con uno stile di questo tipo:

…o Dylan Dog, che nel suo duecentoventicinquesimo mese di uscita viene contattato dalla sua duecentesima cliente giovane e bella che finisce a letto con lui, coinvolgendolo nel frattempo nella duecentoventicinquesima indagine che si conclude con il duecentoventicinquesimo finale aperto.

Non tutte le speranze sono perdute: se in quel triste maggio non usciva Napoleone, la splendida serie di Ambrosini, potevamo consolarci con Julia numero 80, in cui la splendida Audrey Hep… ehm criminologa americana ritrova la sorella Norma e vive un’indagine parigina nello sfavillante mondo della moda, benedetta dalle magnifiche matite di Sejas.

Il maggio 2005 del fumetto italiano da edicola ha alti e bassi, grandi professionalità, storie terribilmente rassicuranti, eroi che vivono avventure da cui usciranno indenni e immutati. Eh sì, in questo maggio il fumetto italiano ha scelto il mega televisore del cavolo, ha scelto la carriera, la lavatrice, ha scelto un futuro; ha scelto la vita.

E John Doe, cosa ha scelto?

Perché John Doe dovrebbe fare una scelta del genere? In fondo, ha tutto un altro ordine di problemi.

D’altra parte è questo quello che succede quando passi 24 numeri a farla in barba alla Morte, alla Guerra, alla Fame e alla Pestilenza. Quando ti muovi nel mezzo di personificazioni ontologiche come il Destino, quando ti porti a letto il Tempo e ordisci piani machiavellici per tenere nascosta la Falce dell’Olocausto grazie all’aiuto di un Giannizzero Nero di nome Dago. Alla fine non puoi evitare troppo a lungo la resa dei conti.

È ardua la salita su per questa Torre Nera, ma sappiamo già che John Doe non si tirerà indietro. Ha già vinto, ma c’è una cosa ancora che deve fare: vendicare un amico.

Burchielli graffia la tavola con ferite nere come la pece, immergendo l’epopea di John Doe in una sorta di rarefatto scenario western. La pagina ha infranto le sbarre della gabbia bonelliana, riempiendosi di un’aria strana, malsana e  fresca, velocizzando il ritmo della narrazione, ma concedendo allo sguardo ampi spazi su cui soffermarsi.

Lo storytelling scandisce i tempi narrativi, rallentando e accelerando alla bisogna, e accompagnando la lettura in un montaggio che restituisce al fumetto quelle che ci avevano fatto credere fossero prerogative del cinema.

Eccolo lo scioglimento, la Morte in tutta la sua sensuale bellezza. E qui noi ci fermiamo, che al mondo c’è ancora qualcuno che non ha letto questa storia, né nel 2005 né oggi. John Doe chiude la sua prima serie qui, e, che dire, Ninetta mia, finire di maggio, e finire così, ci vuole tanto, troppo coraggio.

A John Doe, come ormai speriamo di avervi dimostrato, il coraggio, in quell’ingessato 2005, non mancò. Bartoli, Recchioni, e Carnevale, Rosenzweig, Burchielli e la Barletta, Mammuccari e Venturi, Fortunato e Di Gianfelice, Accardi e tutti gli altri, che hanno reso unica questa prima stagione di John Doe, seppero spaccare il fumetto italiano e dimostrare che si poteva osare. Quello che di buono c’è in edicola oggi, in questo freddo dicembre 2017, deve qualcosa a quelle pagine e a quegli autori.

John Doe scelse di non scegliere la vita: scelse qualcos’altro. Le ragioni? Non ci sono ragioni. Chi ha bisogno di ragioni, quando ha il coraggio?

Quel gran pezzo dell’Ubalda- Robin Wood e Carlos Gomez, Dago 37

Fino ad oggi la nostra rubrica preferita si è dedicata (come potete leggere qui, per chi si fosse perso le puntate precedenti) esclusivamente al fumetto statunitense e a quello giapponese: un po’ perché, se entri in una fumetteria, sembra quasi che esistano soltanto questi due paesi; un po’ per l’inclinazione dei nostri prodi articolisti; e un po’ perché gli stili americano e giapponese sono quelli che forse si prestano meglio all’analisi tecnica di poche pagine.

Il fumetto argentino, ad esempio, ha esempi di arte fumettistica di rango assoluto, ma di impostazione più classica, così che, per uno scrittore pigro come il sottoscritto, sembra più difficile farne emergere la tecnica sottostante in un breve articolo. Un episodio di Dago, ad esempio, la splendida serie di Robin Wood e vari (tra cui dei sontuosi Salinas e Gomez) presenta brevi episodi di poche pagine, in genere molto dialogate, che assumono un senso compiuto non tanto nella singola vignetta, o nella singola pagina, ma nel complesso della storia. Il valore delle storie di Dago si rivela sempre nell’ultima scena, quando l’esperienza della lettura è finita; la sua bellezza sta nel suo svolgersi prima e nel suo raccogliersi poi nella mente del lettore, pronta a essere rielaborata e tesaurizzata.

Eppure, per farci perdonare le enormi lacune finora accumulate, siamo riusciti a trovare un brano di Dago che si presta splendidamente alle nostre analisi logiche del linguaggio del fumetto, e di come esso può essere utilizzato e piegato alle esigenze narrative più varie.

Nessun linguaggio narrativo è come il fumetto.

Nel numero 137 della collana italiana Euracomix troviamo il volume 37 di Dago, il Giannizzero Nero, personaggio dalla storia così complessa che non ci sogniamo nemmeno lontanamente di volervi riassumere. Dago si muove nell’Europa (e non solo) del XVII secolo; la sua storia inizia da un tradimento e attraversa tutti gli stadi dell’epica umana: la schiavitù, la povertà, l’odio, la vendetta, l’amore, l’amicizia, la guerra, la ricchezza. Dago incontra mendicanti e re, ama prostitute e regine, e mostra a tutti lo stesso volto, quello di chi ha scelto di prendere parte a tutte le vicende umane senza farsene mai coinvolgere davvero.

E forse è per questo che esercita un carisma micidiale, ed è capace di suscitare nelle donne l’amore più incondizionato, nei nemici odio terribile o assoluto rispetto, negli amici una fedeltà pura. Il suo cane, dall’emblematico nome di Morte, attraverserà l’Europa intera da Istanbul a Parigi per ritrovare il proprio padrone, in un epico viaggio che vi invitiamo a correre a leggere.

È proprio poco dopo il ricongiungimento tra Dago e Morte che troviamo la scena da noi scelta per l’Ubalda di oggi. Dago vive da qualche tempo alla corte di re Francesco I, come inviato del sultano di cui è ancora un Giannizzero. Qui ha conosciuto la sorella del re, Margherita d’Angouleme, che, come ovvio, si è innamorata perdutamente di lui. Con lui ha iniziato una relazione, ma è perfettamente consapevole che anche in essa, come tutte le cose, Dago si è gettato con tutta l’anima, restandone però allo stesso tempo fuori. La sostanza di questa relazione tra colei che è praticamente una regina e un uomo senza nome è l’oggetto di questa sequenza.

Margherita vede Dago incontrare il suo cane e scorge sul suo viso un’espressione che le spezza il cuore.

Quella sera, Dago sta preparandosi per il riposo: l’indomani dovrà affrontare una missione pericolosissima.

Morte vigila ai piedi del suo padrone che, con il volto coperto dall’ombra, pensa all’assurdità di ciò che gli è stato chiesto. «Un re che non ha più un regno» è Francesco I, che è stato catturato dopo la battaglia di Pavia; l’imperatore fanatico è Carlo V di Spagna; e colui che desidererebbe la sua morte è il marito di Margherita, che conosce la relazione fra la moglie e Dago. Gli elementi principali di questa vignetta sono la spada, in primo piano, e il torace di Dago, che Gomez ci mostra in una luce radente. Il suo è un fisico asciutto, ma non ipertrofico. Il gioco di luce e ombra, evidenziando i muscoli di Dago, e accostandoli alla spada, vuole mettere in evidenza la sua forza fisica e il suo coraggio; l’ombra sul volto ce ne comunica l’enigmaticità; i suoi pensieri, così sprezzanti verso re e imperatori, e verso il pericolo su cui si getta senza alcun timore, ce ne rivelano il carattere. Ai suoi piedi, il tanto amato cane. Questa vignetta ha uno scopo preciso: ci mostra ciò che Dago è per Margherita d’Angouleme, tutto ciò che lei ama in lui. Stiamo osservando Dago con gli occhi della Duchessa, anche se lei non c’è, perché è importante saperlo per comprendere al meglio ciò che sta per accadere.

Qualcuno «gratta alla porta». L’inquadratura si restringe sugli occhi di Dago. Il suo viso è ancora parzialmente in ombra.  Le onomatopee spiccano al centro, «scratch scratch».

L’inquadratura sale, abbandonando il punto di vista di Dago per sovrastare anche lui. Margherita d’Angouleme, la donna più ricca e potente del regno di Francia, si è presentata nuda e carponi alla porta di Dago. Il taglio alto e obliquo della vignetta serve a dare enfasi alla sottomissione completa della donna, e il pannello successivo porta a compimento l’opera di umiliazione della donna.

Il volto di Margherita è supplicante e straziato da un dolore che travalica il contesto sociale, i ruoli e le convenzioni: la sua nudità, il suo mettersi al pari di quel cane che Dago è libero di amare, che può con naturalezza dormire nella sua stanza, che non deve dividerlo con nessun altro, è il segno di quel profondo lavoro di scavo dei sentimenti umani che Robin Wood ha saputo compiere in quest’opera maestosa. Il primo piano del piede di Dago accanto alla testa che bacia il terreno di Margherita è anche, e soprattutto, il raggiungimento di un acme narrativo. Dago ha di fronte una donna che lo ama fino a questo punto. Il lettore si chiede come l’uomo reagirà, cosa potrà mai dirle. Dago deve dimostrare di meritare questa forma di amore; ne va della sua qualità di eroe narrativo. Allo stesso tempo Wood non può cedere di un passo alla tentazione di regalarci uno scioglimento sereno, perché non sarebbe nel personaggio che abbiamo conosciuto fino a quel momento.

Dago si trova insomma ad affrontare una prova difficilissima, che però non riguarda gesta eroiche, battaglie, nemici impossibili da battere: no, è una prova del tutto giocata sul piano morale. Dago è chiamato a dimostrarsi un uomo degno, ed è chiamato a continuare a essere Dago.

Dago risponde da par suo, con un semplice gesto. Si china, afferra Margherita per le spalle, con un tocco gentile ma fermo. Nel suo abbassarsi c’è anche qualcos’altro, qualcosa che diventa evidente nella struttura della rappresentazione scelta da Gomez:

L’Ascesa. Margherita viene sollevata materialmente e moralmente da un Dago che non pronuncia una sola parola, ma che la strappa da quell’umiliazione autoinflitta senza che in questo suo gesto ci sia commiserazione, o pietà, ma piuttosto una forma estremamente pura di Rispetto per la potenza dei sentimenti della donna.

Nella vignetta successiva Gomez sceglie un taglio apparentemente sconcertante, eliminando dal quadro le teste e i volti dei protagonisti, per mostrarci i corpi che entrano a contatto. I muscoli di Dago si tendono nello sforzo di sollevare Margherita, che al contempo si abbandona completamente al suo uomo. È così che i due faranno l’amore, e la scelta di questa vignetta ha proprio lo scopo di parlarci dell’atto che stanno per consumare, e della sua qualità particolare: Gomez e Wood ci spiegano che Margherita troverà in Dago un amante che si dedicherà completamente a lei, sebbene soltanto per l’attimo fugace di quella loro ultima notte assieme. E la fugacità di quel momento è data proprio dall’incompletezza dell’inquadratura, come se Gomez fosse riuscito a cogliere soltanto uno squarcio fugace di un momento eterno.

C’è un ultimo istante, prima della sconcertante chiusura di questa sequenza. Dago adagia Margherita sul letto. Non le ha ancora rivolto una sola parola, perché non ce n’è stato alcun bisogno. Le cortine del letto, in primo piano, suggeriscono una chiusura, come un sipario che sta per calare. Ciò che segue non è per i nostri occhi, e d’altra parte quello che ci interessava sapere, ora, lo sappiamo. Dago ha superato la Prova, rimanendo Dago, mostrando Rispetto e Amore, senza rinnegare se stesso. E poi giunge la chiosa alla scena, che abbiamo poco fa chiamato sconcertante perché porta a compimento il testo con tre semplici e perfette parole.

«Il cane sbadiglia». Questo è, in fondo, la sostanza dello stile di Robin Wood e l’unicità della serie di Dago. Lo scrittore ci porta improvvisamente fuori dalla scena appena descritta, ricordandoci che Morte è ancora lì, mostrandocelo indifferente a ciò che accade. E Morte, qui, non è altro che l’alter ego di Dago: un uomo capace allo stesso momento di donarsi con tutto se stesso a una donna, e di abbandonarla il giorno seguente, per seguire la sua missione e, fondamentalmente, il suo Cammino che non potrà mai essere condizionato da altri che da Dago stesso.

Concludiamo qui la nostra Ubalda argentina, con la speranza di aver fatto venire a qualcuno la voglia di recuperare Dago, uno dei capolavori immortali della letteratura a fumetti.