Erik Kriek

Era una notte buia e tempestosa – Da altrove e altri racconti

Torna Era una notte buia e tempestosa, l’esperimento didattico compiuto da Dimensione Fumetto insieme agli studenti di tre classi del Liceo linguistico di Ascoli Piceno, guidate dalla professoressa Maura Pugliese, che analizzano i rapporti fra la letteratura in prosa e quella in fumetto. Dopo gli altri interventi su dramma, commedia e fantascienza (recuperabili a questo link), stavolta si affrontano le storie horror di H.P. Lovecraft.


Il sentimento umano più grande è la paura, e la paura più grande quella dell’ignoto.

L’ignoto è quel fattore misterioso presente nella vita di tutti i giorni, che al pari della paura ci attrae verso un nuovo e inatteso incontro, ed è proprio sulla narrazione di “incontri”, seppur sovrannaturali, che si basano i racconti di Howard Phillips Lovecraft, uno scrittore dei primi del ‘900 la cui fama crebbe a dismisura solo dopo la sua morte.

Compose principalmente romanzi dell’orrore e fu uno dei precursori della fantascienza, spesso paragonato a Edgar Allan Poe, che per i pochi lettori di Lovecraft fu visto come un antagonista. Fra le tante raccolte è nota a molti Da altrove e altri racconti, composta da sei storie.

È proprio di quest’ultima che il pluripremiato disegnatore olandese Erik Kriek ha voluto trasportare le cupe pagine in un fumetto illustrato in bianco e nero. I disegni sono molto complessi, eppure diretti, in modo tale da lasciar capire tutto e intrigare allo stesso tempo il lettore col fine di invogliarlo a leggere, e nel mio caso devo dire che l’autore c’è riuscito in pieno. Le vignette sono ricche di particolari e con poche parole; ciò dimostra che Kriek predilige lasciar correre l’immaginazione del lettore, senza soffermarsi troppo sulle frasi pronunciate, che sono spesso espressioni che testimoniano il terrore, l’ansia e l’inquietudine dei protagonisti. Anche il taglio diagonale delle vignette viene scelto dal fumettista per le scene di maggiore importanza o tensione.

Per quanto riguarda la vita di Lovecraft possiamo dire che non fu delle migliori, fra povertà, alcolismo e problemi di salute. Di conseguenza per i suoi racconti scelse sempre ambientazioni realistiche e uomini comuni, come pescatori, commercianti o agricoltori, ovvero le persone che popolavano la sua vita, vissuta per lungo tempo nel Rhode Island.

Questi personaggi nella maggior parte delle storie entrano in contatto con delle figure mostruose, quindi si verificano degli incontri che spesso sono spiacevoli eppure interessano i protagonisti, come nel racconto L’estraneo, scritto totalmente in prima persona. Qui un “essere” parla di ciò che ricorda di sé stesso, cioè quasi nulla, quindi per indagare sulle sue origini sceglie di uscire dalla sua dimora, che somiglia a una tetra casa stregata, finendo così in un party di giovani facoltosi durante il quale scoprirà una tremenda verità su se stesso, dopo essersi guardato allo specchio e aver seminato il panico. La sua reale identità si scopre solo nelle ultime scene, quando gli invitati alla festa restano sconvolti e le loro reazioni di terrore sono rese da grida soffocate e occhi spalancati, e quando lui stesso viene rappresentato nell’atto di guardarsi allo specchio; prima di ciò, tutte le inquadrature sono in soggettiva e si vedono solamente un braccio o una mano. Rispetto al racconto originale le differenze sono poche, come la minore presenza di scene macabre, ma quella sostanziale sta nel finale, che nel fumetto è meno violento anche se lascia ugualmente con il fiato sospeso!

Il racconto che fra tutti ho preferito è stato Dagon, nel quale un pescatore scrive in una lettera, che non avrà mai un destinatario, le proprie disavventure culminate con la sparizione di tutta la sua ciurma. Dopo essere stato scaraventato via dalla sua nave il protagonista si ritrova prima da solo in una strana dimensione e poi faccia a faccia con un’antica divinità che lo perseguiterà per il resto dei suoi giorni. Sinceramente ho preferito il fumetto che riesce a riassumere in meno pagine tutta la storia, provando lo stesso effetto della storia narrata da Lovecraft.

Nel libro la creatura non viene descritta con molto dettagli, mentre nel fumetto viene rappresentata come un mostro per metà umano e metà pesce, con gambe umane e volto animale, simile a un Tritone, che è una vera divinità nella mitologia di molti popoli, a partire dall’antica Mesopotamia.

Il racconto più famoso resta comunque Da altrove: in esso il personaggio principale assiste alle follie di un suo caro amico, che riesce a creare una “porta” fra la terra e dei luoghi sconosciuti, abitati da altre creature ovvero alieni ed ectoplasmi, dopodiché con l’aiuto di alcuni poliziotti il protagonista riesce a bloccare la porta, ma è costretto a compiere un terribile gesto. La cosa inquietante è che queste creature restano intorno al protagonista e Lovecraft sceglie di lasciare aperta qualsiasi pista sul fatto che la pazzia abbia soggiogato quest’uomo o che questi esseri esistano davvero e circondino incessantemente ognuno di noi. Anche in questo caso soprattutto le espressioni del volto nelle vignette lasciano intendere la condizione di ansia e paura dell’individuo.

Devo ammettere che leggere questi racconti non è stato facile, eppure mi sono sentito attratto dalla suspence, dalla tensione e in particolare dalla curiosità che mi ha spinto a scoprire perfino i minimi particolari, seppur inquietanti, di questi racconti; perciò li consiglio vivamente a tutti, anche ai meno coraggiosi, che riusciranno comunque a terminare in breve questa splendida raccolta.

 


Diego Morone ha presentato

H.P. Lovecraft – Da altrove e altri racconti

Adattamento storie e disegni: Erik Kriek
Editore: Eris
Collana: Kina
Anno edizione: 2014
112 p., ill., brossura
Euro 16
EAN: 9788890693960

Cinque assassini nella pineta: ballate a fumetti

Di questo fumetto diviso in ballate ha già parlato Virio qualche mese fa, ma non ho potuto fare a meno di dire la mia..

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In the pines, in the pines,

where the sun never shines

and we shiver when the cold wind blows…

L’immaginario popolare di ogni paese è ricco di storie di ogni genere, non raramente storie di morte e di assassini, per allontanarne il timore. Da sempre, gli aedi prima, i menestrelli poi hanno usato la musica per rendere più lieve e godibile l’ascolto. E fin da tempi antichissimi affreschi e quadri hanno raccontato le storie ed esorcizzato le paure (basti pensare alle chiese medievali con le frequenti rappresentazioni dell’inferno). Le storie sono passate in modo del tutto naturale dal racconto, orale o scritto, ad altri media, da una parte la musica, dall’altra il disegno.

Così un fumetto che parli di storie che provengono dalla musica popolare si innesta in modo del tutto naturale in questo filone.

Erik Kriek ha pensato bene di trasporre a fumetti cinque ballate (Murder ballads le chiamano inglesi e americani) che raccontano storie di assassini e di assassinii, di vittime e di comprimari.

Lo ha fatto mettendo insieme canti tradizionali (alcuni dei quali possono essere trovati nel Great American Songbook) e canzoni più moderne, perché questo è un filone che mai si è esaurito, originario addirittura delle isole britanniche e poi esportato nel Nuovo Mondo.

Il lavoro di sceneggiatura ha aggiunto ai testi delle canzoni dei particolari che hanno arricchito coerentemente le storie, intensificando quel senso di angoscia che in un modo o nell’altro alla fine trova una sintesi nell’epilogo, a volte più tragico, a volte più “liberante” (come accade ad esempio in Caleb Meyer).

Pur essendo l’autore olandese, ma appassionato di questo tipo di musica e di storie, è riuscito a riprodurre le atmosfere indistinte già presenti nella sua trasposizione a fumetti di alcuni racconti di H.P. Lovecraft.

Le stesse atmosfere che ho apprezzato nella lettura anche di alcuni racconti di Sherlock Holmes (su tutti Il mastino dei Baskerville), e che oggi ritroviamo in alcune delle serie TV provenienti d’oltremanica (mi vengono in mente DCI Banks o Broadchurch) che d’oltreoceano (non essendo io un super appassionato del genere, non riesco a citare che Criminal Minds).

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Come ha detto anche Virio, l’ambientazione può non sembrare autenticamente americana, ma a me è parso in parte voluto. Per mantenere un legame con l’origine britannica ma anche per dare una generica connotazione, che consente al lettore di collocare i racconti in un mondo pseudoamericano, in cui trovare comunque elementi che lo facciano sentire sia a casa che vicino ai luoghi dove le ballate sono ambientate.

Un po’ come le città dei fumetti Disney…

E infatti il successo di quest’opera è andato ben oltre i confini olandesi e americani.

Anche se poi l’autoritratto che l’autore ci regala in fondo al libro con banjo, bretelle e bottiglia XX sembra testimoniare una maggiore immedesimazione nello spirito di monti Appalachi (e fa pensare un po’ a Luke e all’Insetto scoppiettante dei Wacky races).

La splendida bicromia (bianco, nero e un colore pastello, diverso per ciascuna delle storie e del tutto indistinto nelle pagine di passaggio), indipendentemente dalla tonalità del colore, che va dal rosa, al violetto, all’ocra, fa sì che ciascuna storia sembri svolgersi tutta in una sorta di crepuscolo. Infatti il bianco è usato soprattutto per separare le vignette e per dare volume ai personaggi e profondità alle scene, quindi lo sfondo non lo è quasi mai.

In questo modo si ha l’impressione di essere costantemente avvolti dalla foschia in una sorta di brughiera, e quando ciò non è possibile, come sulla nave del primo racconto Pretty Polly and the ship’s carpenter, c’è la pioggia a rendere le scene “faticose”.

Inoltre l’acqua del mare, dei laghetti, dei fiumi, nei colori e nelle linee grafiche, fa pensare a un liquido molto più viscoso e denso, quasi appiccicoso.

Kriek mi ha fatto pensare, sia per lo stile di disegno, molto pieno e con volumi sempre tondeggianti, sia per le ambientazioni, agli Assassini Vittoriani di Rick Geary, per quanto quest’ultimo sia sicuramente più luminoso nel tratto e didascalico nel racconto, ma con la stessa sensazione di angoscia e tragedia imminente.

Senso di angoscia che viene accentuato anche graficamente dalle vignette senza bordo, regolari o irregolari a seconda del contenuto: rettangolari quando raccontano momenti di passaggio o parti definite della storia, meno nitide, quasi come in sogno o offuscate dalla nebbia, quando ne raccontano le premesse del passato o la parte tragica.

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Senso d’angoscia che si vede in tutte le vignette che ci mostrano i pini dal basso in alto, che si ergono insormontabili, o da angolazioni inconsuete, come se fosse impossibile uscire dalla pineta dove l’orrore è ineluttabile.

Senso d’angoscia che si propaga per tutta l’opera sulle ali dei corvi che sono il trait d’union del libro, comparendo in volo e sulle tombe, come un triste presagio, in tutte le ballate, e legando idealmente gli episodi. Tornano ogni volta nei momenti di maggior pathos e alla fine della storia (tranne ovviamente sulla nave in mezzo all’oceano), come dei messaggeri.

E quasi ci si aspetta di sentirli parlare, come per il corvo del famoso racconto di Poe. Forse non a caso sono disegnati con il becco aperto e in maggior dettaglio proprio nelle pagine a ridosso delle storie, come se volessero parlare, e a sottolineare anche il simbolo che viene loro associato in diverse culture: quello del passaggio tra il mondo fisico e l’aldilà.

Le ballate, tutte e cinque, si leggono in pochissimo tempo. Le parole dei personaggi sono quasi inutili, le trame sono semplici, facilmente intuibili. E anche se si tratta di episodi separati, lontani nel tempo e nello spazio, vanno letti tutti insieme, perché altrimenti si perde il filo tessuto dai corvi nelle pinete.

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Lo stile grafico rende a sua volta necessaria una lettura tutta d’un fiato, quasi per liberarsi in fretta dalla nebbia appiccicosa che serpeggia nella pineta…

Da leggere ascoltando:

Murder Ballads, Nick Cave and the bad seeds, 1996

Hell among the yearlings, Gillian Welch, 1998

 

In the pines
Erik Kriek
Eris Edizioni
136 pagine
brossurato
17×24 cm
ISBN 9788898644193
16,00 €

In The Pines – 5 ballate a fumetti

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In The Pines, Eris Edizioni, è la proposizione in fumetto realizzata da Erik Kriek di una serie di cinque ballate macabre americane, di diversa origine, ma che attinge dalla musica e da autori piuttosto determinati. Il filo conduttore è l’omicidio, o più in senso lato il crimine, specie occulto o che si corona di un errore giudiziario.
L’albo si avvale, inoltre, di una postfazione del giornalista, musicale e scrittore specializzato in musica americana, Jan Donkers.

Si tratta di un fumetto piuttosto ostico da recensire, perché si assiepano varie anime provenienti da diversi mondi un po’ eterogenei. L’idea è quella di riprodurre in fumetto delle storie trattate dalla musica folk americana -e non solo-, risalenti anche ad opere precoloniali popolari inglesi, poi rivisitate: Pretty Polly and the ship’s carpenter, The long black veil, Taneytown, Caleb Meyer, e Where the wild roses grow. L’opera scivola via velocissima, proprio come una ballata in versi, con poche parole, dove l’atmosfera creata dalla musica è assai efficacemente riprodotta dallo stile molto personale del disegnatore e dalla scelta di abbinare al bianco (poco) e nero (tanto) un solo colore freddo, diverso per ciascun capitolo.

In-the-PinesLo stile è efficacissimo, molto evocativo di un gelo drammatico e desolato su situazioni e scelte umane assurde e orride. C’è tutto il non senso e la spietatezza della vita e specie di una vita dove morte e castigo immeritati o arbitrari, paiono contendersi un paese intero.
Anche la griglia conferisce un ritmo musicale, che alterna come strofe e versi, i piani presente e passato del racconto, le memorie, i fatti.

Si legge tutto in una mezz’ora al più, postfazione compresa, ma è un tempo perfetto, perché ad andare oltre, probabilmente, ci si annoierebbe, anche a causa della scelta monocroma, azzeccata (ripeto) ma che alla lunga potrebbe divenire stucchevole.

L’esperimento che l’opera propone riesce, tuttavia, perfettamente se pensiamo che senza sapere nulla dell’albo mi sono trovato a provare proprio le stesse sensazioni che mi suscitano quei temi, reiterati in musica, e a volte anche assai famosi, alla Nick Cave, per citare quello che assurse a maggiore celebrità televisiva nei ‘90. Anche l’estetica generale è molto gradevole, la copertina splendida in stile retrò, va menzionata.

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Detto questo, si nota forse certa imprecisione dell’autore nel ricreare un’ambientazione autenticamente americana. Leggendo l’opera mi è parso quasi subito strano che certi elementi fossero autentici, e in effetti non lo sono, dato che l’autore è olandese, come pure lo è il giornalista che commenta, e a questo punto credo di poter dire che ciò si nota e stride un po’.

Il vero punto debole dell’albo, però, mi pare proprio essere la postfazione, giornalistica (nel senso deteriore) e davvero nulla di che, per di più pretenziosa, ricca solo (e per lo meno) di erudizione, nomi e riferimenti musicali, ma piuttosto superficiale quanto ad analisi e contributo; il che è un peccato, perché essa è senz’altro necessaria per capire l’opera e sarebbe stata occasione degna di ben altro contenuto.