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Mitsuru Adachi Chronicle: Hiatari ryoko!

Copertina Hiatari ryoko Flashbook

Hiatari ryoko!, conosciuto anche come Questa allegra gioventù, arrivato in fumetteria come Let the Sunshine in, è una delle prime serializzazioni del maestro Mitsuru Adachi, nel lontano 1980: arrivato in Italia come cartone animato nel 1988 su Italia1 (con il titolo Questa allegra gioventù) e poi pubblicato da Flashbook in cinque volumi nel 2011 con il titolo in inglese che tenta di tradurre fedelmente quello originale giapponese (che suona come un “la luce del sole dappertutto”).

Kasumi Kishimoto è una sveglia e graziosa quindicenne che, all’alba del suo ingresso alle superiori, si trasferisce a casa della zia vedova che dista solo cinque minuti dalla sua nuova scuola. La ragazza si immagina una serena (e a scrocco) convivenza per i prossimi tre anni, ma non sa che la zia ha trasformato la casa in una pensione, e al momento ha quattro pensionanti, tutti maschi e tutti iscritti allo stesso liceo di Kasumi: il grosso, goloso e buono Takashi Ariyama, il misterioso e un po’ inquietante Makoto Aido, il guardone-sfortunato-pervertito Shin Mikimoto, e infine il solare e squattrinato Yusaku Takasugi. Il primo incontro tra la nostra eroina e quest’ultimo avviene, in una scena che diventerà poi classica, mentre lei è in bagno a lavarsi e lui entra senza bussare …e senza troppo badare a lei e alla sua nudità. Fortuna che Kasumi è già fidanzata col fighissimo Katsuhiko Muraki, più grande di lei e residente in America, altrimenti il suo cuore potrebbe ammorbidirsi verso il simpatico e generoso ragazzo…

Hiatari ryoko Mitsuru Adachi

Anche Hiatari ryoko potrebbe essere annoverata tra le commedie scolastiche a sfondo sportivo di Adachi, infatti per i primi tre numeri i cinque protagonisti saranno coinvolti con il club di baseball cercando di realizzare il sogno impossibile di arrivare al Koshien, ma negli ultimi due volumi l’argomento rimane completamente da parte, per incentrare il racconto su episodi da situation comedy.

Hiatari ryoko Mitsuru Adachi

Perché, infine, questo è proprio quello che è quest’opera: dopo un percorso zigzagante su diverse idee di trama, alla fine si stabilizza come uno dei primi esempi di sit-com a fumetti, dove si avvicendano stagioni ed eventi che coinvolgono tutti i protagonisti, ognuno con la propria caratteristica caratteriale, creando situazioni comiche o catartiche, con una sottotrama centrale che scorre mentre l’episodio si concentra su un evento più specifico e autoconclusivo.

Spacciandomi per un’esperta, che poi non sono, direi che Adachi inventa uno di primi nuclei di quella famiglia “amicale” che farà la fortuna, anni dopo, di serie televisive come Friends o The Big Bang theory: un gruppo di amici, conviventi o comunque molto uniti, che vivono insieme avventure che diventano interessanti perché a viverle sono loro, con i loro caratteri, personalità e reazioni differenziate.

Tanto innovativa e ricca di spunti era questa formula che Rumiko Takahashi, amica ed estimatrice di Adachi l’ha omaggiata (o ricalcata, fate voi) pochi mesi dopo (Adachi inizia a serializzare a febbraio 1980, la Takahasi a novembre dello stesso anno), creando la famosa Maison Ikkoku (in Italia anche come serie animata dal titolo Cara dolce Kyoko) che sviluppa e porta a compimento tutte le premesse che il Nostro abbozza in questa opera.

Infatti Hitari ryoko è una storia che parte ma non giunge a compimento: nonostante i personaggi e la trama siano attraenti e creino profondi momenti di pathos e di allegria che conquistano il lettore, il quinto e conclusivo volume si chiude lasciando la storia completamente aperta. Forse in altri dieci volumi Adachi sarebbe riuscito a raccontare tutto quello che accadrà tra Kasumi, Yusaku e Katsuhiko, ma lo lascia alla nostra immaginazione, secondo uno schema che si ripeterà e che lascia il dubbio se il tutto sia stato interrotto per volontà dell’editore o dell’autore che vuol lasciar vivere di vita propria i personaggi nati dalla sua fantasia.

Altro elemento per cui questa miniserie è davvero speciale è il disegno, che mostra l’evoluzione dello stile del maestro che parte da stilemi ancora legati ai primi manga anni ’70 e diventa man mano più sicuro e personale. Basti notare come Yusaku sia all’inizio realizzato con viso stereotipato, capelli resi a tratteggio di pennino e occhi stellati da shoujo manga (tanto da ricordare il Terence di Candy Candy), per poi diventare il tipico protagonista “alla Adachi” con viso gioviale e aperto, senza ombreggiature o tratteggi, e capelli e china piena, a volumi uniformi.

Hiatari ryoko Mitsuru Adachi

Hiatari ryoko Mitsuru Adachi

A sinistra e sopra, Yusaku all’inizio della serializzazione e diversi episodi più avanti. La tecnica cambia e si personalizza, diventando inconfondibile.

 

 

 

 

 

 

 

Rileggere questo piccolo capolavoro mi ha ricordato tutti i perché stimo e ammiro le opere di Adachi, nonostante non sia un’opera perfetta o compiuta in senso stretto. Caratteristica questa che non ha impedito il suo successo in patria, infatti il titolo è diventato un live action di diciannove episodi nel 1982, poi una seria anime nel 1987 (48 episodi) e un film animato per il cinema nel 1988.

Personalmente penso che sia un’opera preziosa, che migliora addirittura rileggendola nel tempo e, quindi, da possedere.

Mitsuru Adachi Chronicle: Katsu!

La Nobile arte, la Boxe, lo sport per cui due uomini si affrontano sopra un ring armati solo della propria forza e della propria determinazione, senza strumenti se non i pugni, mettendosi alla prova lealmente, non solo per dimostrare chi è migliore, ma per sentirsi migliori.

Copertina dell'edizione giapponese di Katsu!, identica a quella italiana

Copertina dell’edizione giapponese di Katsu!, identica a quella italiana

È di questo nobile sport che parla Katsu!, il manga di Mitsuru Adachi serializzato in Giappone dal 2001 e in Italia, per Flashbook edizioni, l’anno seguente, in sedici volumetti. Data la mia impreparazione sul tema, visto anche la recente scomparsa del grande Muhammad Ali, ho chiesto un’opinione al nostro esimio collaboratore, il Gentleman V. (che, come ogni nobile, pratica davvero questo sport) che così ha risposto:

È un viaggio senza aereo, ma coi treni nelle mani. Non sale nessun passeggero ma scendono tutti. Sul tappeto. Se va bene. Sennò è come la spiaggia. […]La pugilistica è l’unione di tutti gli sport e con loro ha in comune il nulla. Le bocce, per le sfere, come il basket per il cestino, il giavellotto per la punta, il sollevamento caci per la puzza, il bombardamento aereo per il feo fetore, ed è, come ogni reparto dell’esercito, superfluo perché tutti hanno votato Gandhi.

Ritengo che il nostro sia riuscito in qualche modo a rappresentare anche questo nella sua opera che resta, a grandi linee, una commedia scolastica, ma con tanto, tanto in più.

Protagonista ufficialmente riconosciuto della storia è Katsuki Satoyama, un quindicenne, che insieme al suo amico Kyota decide di iscriversi nella palestra di Boxe Mizutani perché innamorato della figlia del titolare, anche lei, Katsuki (stesso nome, scritti con caratteri diversi…)

Katsukichan

La ragazza, che chiameremo per chiarezza Katsuki-chan (chesignificacheèfemmina) è lei stessa una pugile, bravissima, fortissima, abilissima, che stende anche gli omaccioni grandi il triplo di lei, e ama davvero la Boxe. Invece  Katsuki-kun (chesignificacheèmaschio) tira il suo primo pugno per un motivo estremamente superficiale (appunto cercare di avvicinarsi a Katsuki-chan) ma da quel momento rimane conquistato da questo sport e in una girandola di colpi di scena scoprirà che il pugilato scorre nel suo sangue ed è di prima qualità, e si appassionerà così tanto da non tirarsi più indietro e arrivare a vincere affrontando avversari sempre più forti e agguerriti. Perché non basta l’amore per una ragazza a farti sputare sangue sul ring, devi amarlo quel quadrato, i guantoni che indossi, e devi crederci, come dimostra l’epico scontro nel numero finale, che deciderà anche il suo futuro.

Adachi ci propone di nuovo un racconto con personaggi ben definiti e amabili, che non si possono odiare per quanto la trama li metta di fronte all’eroe, che portano sulla scena i propri drammi e le proprie ragioni. Lo sfondo sportivo anche in questo caso è appassionante e cattura la fantasia alla lettura. Ma questo è anche uno dei titoli più drammatici della produzione del Nostro, non solo per i retroscena che mano a mano veniamo a scoprire, ma proprio per il personaggio, bellissimo, di Katsuki-chan.

Divertente esempio di autoironia adachiana: Katsuki-chan chiama Katsuki-kun con i nomi di altri protagonisti di altre sua opere...

Divertente esempio di autoironia adachiana: Katsuki-chan chiama Katsuki-kun con i nomi di altri protagonisti di altre opere dell’autore…

Nata da un padre pugile professionista, egoista e preso solo da se stesso, allenata fin da piccola a tirare pugni al sacco e ad affinare la tecnica, si ritrova ad essere un’adolescente dai genitori separati, costretta ad odiare ufficialmente la Boxe, ma interiormente profondamente innamorata della stessa. Si rende conto che nella sua condizione di donna, per quanto abile e veloce, non potrà mai opporsi alla forza di un uomo, e ripiega il suo sogno di diventare un campione su Katsuki-kun, di cui di innamora e affiancherà durante la sua ascesa. Nei primi quattro volumetti della storia la vera protagonista è lei, la sua ambizione, il suo fascino, (io trovo che sia anche esteticamente una delle creature più belle disegnate dal Nostro) ed anche se poi l’intreccio si concentra di più sulla parte maschile, rimane lei il perno della storia. Ne è la motivazione, lo stimolo, la ricompensa.

Si ha la sensazione che Adachi dopo averla creata ne sia rimasto rapito, tanto da renderla la vera protagonista, anche se nascosta. A dimostrazione, non tanto che l’amore, ma l’ardore interiore, la passione, la curiosità, sono le vere  motivazioni per cui si vive, si agisce, si lotta, si vince.

katsu

Mitsuru Adachi Chronicle: Arcobaleno di spezie

Copertina italiana di Arcobaleno di Spezie 1

Copertina italiana di Arcobaleno di Spezie 1

La Cronaca di Mitsuru Adachi stavolta si allontana dalle ambientazioni sportive per presentarvi il titolo più originale e variegato della produzione del Nostro: Arcobaleno di Spezie (Niji-iro tougarashi), edito in Italia dalla Flashbook nel 2010 (in Giappone nel 1990). La storia è tra le più complesse ideate dal nostro autore preferito, mescola infatti ricostruzione storica, fantascienza, love comedy e addirittura crime fiction, tutto unito dal suo stile inconfondibile e dalla sua voglia di divertire.

Futuro, pianeta Sconosciuto, con nessun contatto con la Terra, una città che sembra somigliare, ma è solo un’impressione, alla Tokyo di secoli fa: qui si avvia il giovane Shichimi (15 anni) con la precisa indicazione di rintracciare Casa Karakuri e mostrare una noce con su scritto il numero 4: sono le ultime volontà della madre appena morta, che non gli ha mai voluto rivelare l’identità di suo padre. Il giovane trovato l’edificio scopre che è già abitato da cinque giovani fratellastri: Goma (22 anni), attore di Rakugo, Keshi (18 anni) monaco buddista, Natane (13 anni)l’ unica ragazza, Chinpi (10 anni) precocissimo inventore e Sansho (3 anni) ancora più precoce ninja. Il responsabile, il signor Hikoroku, gli spiega che sono anche suoi fratelli, compreso un altro in viaggio, il pittore e spadaccino Asajiro (20 anni) e che tutti hanno madri diverse, ma lo stesso, libertino, misterioso, padre.

Ecco, più o meno, tutti i personaggi che si incrociano nella serie...

Ecco, più o meno, tutti i personaggi che si incrociano nella serie…

Da qui inizia dunque la storia dei sette fratelli, tanto diversi ma uniti come i colori dell’arcobaleno, che si mescolerà a quella del temibile ronin Furon, dello Shogun e del suo pericoloso fratello, di due stranieri arrivati misteriosamente su quello che sembra un UFO, della figlia dello shogun Koto, del suo cugino bandito, dei clan ninja Kaga e Fuma e di un giovane cowboy di nome Billy. Quando i fratelli si metteranno in viaggio per visitare le tombe delle loro rispettive madri scopriranno che sulla loro testa c’è una taglia di ben 500 ryo, che qualcuno li vuole morti ma non sanno perché e che tra loro uno non è figlio dello stesso padre, ma tutto si chiarirà per il meglio nel volume finale, il numero 11. Tra divertimento, risate e commozione assicurati.

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Al di sotto dello strato goliardico e sentimentale, che ormai sappiamo essere la firma immancabile di Adachi, quest’opera nasconde molto di più, anche oltre i rimandi ai nomi dei personaggi. Titolo e nominativi infatti, si riferiscono tutti alle spezie tipiche del Giappone: il protagonista Shichimi è il peperoncino, Goma il sesamo, Asa(jiro) è la canapa, Keshi i semi di papavero, Natane la colza, Chinpi la scorza di limone e Sansho il pepe di Sichuan. Insieme danno sapore, il sapore caratteristico dell’Oriente: infatti quest’opera è un omaggio al Paese del Sol Levante, una celebrazione di quello che era e che è, delle sue caratteristiche peculiari che lo rendono unico nel mondo.

Osservando infatti le abilità dei fratelli si può notare come ognuno ne rappresenti un aspetto: il teatro, quindi la spettacolarità (ma ricordiamo che il Giappone ha diverse forme teatrali del tutto originali e fondamentali per la cultura e la società); l’arte, sia quella figurativa ma anche quella della spada (caratteristica questa che accomuna quasi tutti i fratelli), che rimanda alla figura prettamente nipponica del samurai e delle sue scelte etiche, che hanno fondato la civiltà della nazione (e a Musashi Miyamoto, figura iconica per eccellenza); la religiosità, la spiritualità dei monaci e dei bonzi; l’ingegnosità della mente, la capacità di creare opere tecnologiche e ingegneristiche; la destrezza fisica, nella figura storica e epica dei ninja; e infine anche l’immagine femminile, che è da una parte una Yamato Nadeshiko (donna ideale e femminile, materna) dall’altra pronta a sguainare la spada per difendere chi ama. Non stupisce peraltro scoprire (nel primo volume, quindi non è spoiler) che lo sfuggente genitore altri non è che lo Shogun, il “padre” della patria stessa, che dovrebbe racchiuderne tutti i pregi.

Sette, numero fortunato...

Sette, numero fortunato…

...ambientazione futuristica (...) di un mondo incontaminato...

…ambientazione futuristica (…) di un mondo incontaminato…

 

 

Ma oltre ad essere un canto d’amore alla propria terra d’origine, questo manga è anche un canto d’amore alla Natura e alla Madre Terra: i due stranieri venuti da un altro pianeta portano in questo universo pacifico e incontaminato le armi, le fabbriche, l’aggressività guerrafondaia («è inutile mettere bocca con indagini storiche», N.d.Adachi) e la loro crudele volontà di distruggere e inquinare, ma tutto poi si arena e si addolcisce quando nasce un bambino: l’innocenza che distrugge l’odio, e almeno questa Edo del Futuro/passato potrà restare pulita, senza elettricità e comodità, ma piena di gioia e serenità. E per una volta, davvero, vivranno tutti felici e contenti.

Mitsuru Adachi Chronicle: Nine

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Per le Cronache relative ad uno dei più grandi autori giapponesi, Mitsuru Adachi, e stavolta facciamo un passo indietro per ritrovare uno dei titoli più lontani nel tempo, del 1978 per la precisione, la sua prima opera come autore completo, alla sceneggiatura e al disegno: Nine.

Come abbiamo già accennato nell’articolo precedente, è il primo soggetto che vede ruotare i personaggi intorno al club sportivo di Baseball della scuola… il protagonista, Katsuya Niimi, il suo amico Karasawa conoscono la bellissima manager del club dell’Istituto Seishi, Yuki: lei è molto triste perché la squadra allenata dal padre continua a perdere e verrà sciolta se non raggiungerà buoni risultati. I ragazzi, già conquistati dalle lacrime della fanciulla decidono di iscriversi al club immediatamente, anche se vengono dall’atletica e dal judo. Piano piano altri compagni, legati gli uni agli altri da sentimenti di varia natura entreranno nella squadra, fino al numero di nove (da cui il titolo) e inizieranno a sfidare loro stessi e i temibili team delle altre scuole per realizzare il sogno del Koshien. Non importa come andrà a finire, l’importante è lottare per raggiungere quanto si desidera e per il sorriso della ragazza che si ama…

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«Un dramma messo in scena senza una trama ben definita… Questo è baseball!», cito dalla quarta di copertina del volume 5, quello che conclude la storia anche nell’edizione Flashbook, portata in Italia nel 2014, ed è una frase che si adatta un po’ anche a questo manga, che una trama definita ce l’ha, ma rivela anche la giovinezza del suo autore. Caratteristica evidente anche nel disegno che, mantenendo il segno distintivo della mano di Adachi, risente di opere precedenti del genere, come La stella dei Giants del 1968, quindi con tratti più spessi, linee semplificate e volumi più “drammatici”.

E uso questo aggettivo volutamente, perché l’opera presenta in generale molte meno situazioni ilari o di comic relief rispetto a quelle che verranno dopo, il tono è più malinconico e serio, l’azione è molto più densa, probabilmente per obbedire al gradimento del tempo che separava i manga in titoli più direttamente comici e spassosi, da storie più impegnate e sentimentali.

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Ritroviamo comunque elementi che dichiarano la paternità del Nostro: la storia corale, la lotta per realizzare il sogno collettivo ma anche quello personale dell’amore, il rispetto dell’avversario, la morale dell’uno e della squadra che diventano una cosa sola. E per la prima volta sentiamo parlare del Koshien, il mitico stadio di baseball di Nishinomiya dove si disputano le gare finali del Campionato liceale di Baseball, che tante e tante volte apparirà nelle sue opere.

Ci vien da pensare che Adachi, una volta impostosi nel panorama fumettistico nazionale si sia sentito più libero di sviluppare uno stile proprio, che unisce situazioni impegnate a toni più leggeri e umoristici: che è poi la cifra che caratterizza i suoi fumetti seguenti… Di cui torneremo a parlare al più presto.

PS: Sotto potete vedere (con il mio riflesso stile the Ring sopra) una VERA foglia staccata dal muro esterno del Koshien ricoperto di edera, gentilmente donatami da un amico dopo il suo primo viaggio in Giappone (Grazie Roberto!)

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Amicizia e lacrime ai “tempi” di Orange

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Tra i recenti candidati al Premio Tezuka, in pratica l’Oscar dei Manga del Sol Levante (di cui abbiamo parlato qui) spicca il titolo di Orange, storia scritta e disegnata da Ichigo Takano, recentemente conclusa al quinto volume, per le edizioni Flashbook, unico titolo tra i selezionati ad essere pubblicato (e concluso) in Italia (a parte la “triste” storia editoriale di Yotsuba&!, interrotta mille anni fa e che davvero meriterebbe di ritornare nelle fumetterie).

Passato quasi inosservato o comunque senza troppi clamori qui da noi, Orange è in Giappone uno dei titoli più amati degli ultimi anni, già trasposto in anime e in film live action e con una serie spin-off pronta a partire: l’autrice a metà serializzazione aveva deciso di abbandonare la carriera di mangaka, cambiando poi fortunatamente idea e tornando a completare le tavole dei complessivi cinque tankobon della sue serie.

È davvero difficile inserire quest’opera in un genere: ci sono gli elementi della commedia scolastica, con i primi amori nati tra i banchi del liceo, il dramma e la fantascienza, quella intrigante alla J. J. Abrams. Infatti la storia si svolge su due assi temporali, o due universi, completamente diversi.

(Se avete intenzione di leggerla, attenzione, nella trama potrebbero esserci degli spoiler!)

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I cinque amici, le ragazze Naho (la protagonista), Takako e Azusa, e i ragazzi Suwa e Hagita, si ritrovano per disseppellire la capsula del tempo che avevano preparato dieci anni prima, al tempo del liceo. Insieme a loro, in quella occasione, c’era anche Kakeru Naruse, un ragazzo malinconico, arrivato da un’altra città, con cui avevano stretto una forte amicizia, stroncata prematuramente dal suicidio del giovane. Allora Naho si era innamorata di Kakeru, senza mai riuscire, per timidezza, ad esprimere i sui sentimenti; anche gli altri ragazzi provano dei rimpianti ripensando a lui, avrebbero voluto comportarsi in modo diverso e riuscire ad aiutare l’amico di allora. Ora Naho e Suwa sono sposati e hanno un figlio, sono felici, eppure il ricordo di Kakeru li tormenta e li intristisce… se solo si potesse cambiare il passato! Potendo tornare indietro rifarebbero le cose in maniera completamente diversa, sapendo quello che sanno forse sarebbero in grado di aiutarlo, di salvarlo da quella disperazione che lo aveva portato alla morte… Forse, scrivendo una lettera al loro stesso del passato, magari…

Orange.(Takano.Ichigo)

Il centro di tutta la storia è questo: il desiderio, altruistico, di riuscire a rimarginare le ferite dell’animo, creare, per una persona che si ama, un nuovo futuro e una nuova speranza. I rimpianti non sono mai positivi, ma l’agire, anche in modi che sembrano insensati, non è mai sbagliato. Ma soprattutto: non aver paura di esprimere i propri sentimenti, non lasciare che una persona a cui si vuol bene si allontani, per timidezza e semplicemente per timore di essere rifiutati, o peggio per orgoglio. Questa storia, che si struttura in modo complesso in flashback e ritorni al futuro, parla essenzialmente di questo: se provate affetto per qualcuno, non siate egoisti, perché non si torna indietro, le azioni compiute, le scelte fatte, portano conseguenze, su noi e sugli altri. Vivete il momento al meglio, rompete gli schemi mentali o convenzionali, dimostrate chi siete e cosa provate: gli altri, quelli che contano, sapranno capirvi.

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La Takano riesce a trascrivere questi complicati e delicati passaggi dell’animo con un disegno nitido e aggraziato, con linee sottili e delicate che compongono vignette malinconiche in perfetto stile shoujo. L’intera opera risulta così estremamente sentimentale e di forte presa emotiva, per quanto non sono i personaggi quelli che entrano nell’immaginario, quanto il valore della stessa vicenda. In altre parole, anche se Naho e Kakeru risultano esteriormente graziosi e interiormente stimabili, non prevaricano l’impianto della trama e dei sui temi, non entrano nel nostro immaginario nerd come una Usagi e un Mamoru. Il vero valore è nella storia e nel modo in cui l’autrice le permette di svolgersi, creando il ricordo indelebile (questo sì) di un quadro adolescenziale in cui ci si può immedesimare, piangere, sorridere, commuoversi e gioire per le piccole vittorie ottenute.

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Un titolo da avere, senza alcun dubbio: l’edizione, come è solito per la Flashbook, è molto buona, con sovracoperta molto aderente all’edizione originale, ma che vi consiglio vivamente di togliere al momento della lettura perché, e soprattutto nell’ultimo numero è importante farlo, sulla copertina sottostante è presente una seconda versione dell’illustrazione ufficiale. E nel volume 5 è a forte rischio lacrime.

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Mitsuru Adachi Chronicle – Rough

Adachi

Se c’è un autore di manga a cui sono particolarmente affezionata, che rappresenta per me IL fumetto giapponese, che continuerò a comprare e seguire qualsiasi cosa produca, questo è il maestro Mitsuru Adachi, nato a Isesaki il 9 febbraio 1951 (auguri sensei!). Cercherò di spiegarvi il perché di questa mia sentimentale preferenza prendendo in esame alcune tra le sue opere pubblicate in Italia, cominciando da Rough, titolo editato in Giappone nel 1987 e in Italia nel 1995, grazie alla Star Comics, che ha deciso –molto saggiamente, per me- di riproporlo proprio a partire da questo mese di febbraio 2016 (sfoglia l’anteprima).

roughLo dico subito: a mio gusto, questa è la sua opera migliore, che preferisco anche a Touch (in italiano Prendi il mondo e vai) che è quella che lo ha reso più popolare, non solo nel nostro paese, e che si è fissata a fuoco nella memoria dei tanti che hanno seguito la serie animata nel lontano 1985 (lacrimuccia). Ma torniamo a Rough

Keisuke Yamato è una promessa del nuoto giovanile, ma una volta iscritto alle superiori decide di lasciare lo stile libero, dedicandosi alla rana, perché nell’ultimo campionato è arrivato SOLO terzo, e ora ha intenzione di rifarsi in una disciplina con minor competizione. Ami Ninomiya frequenta la stessa scuola, vive anche lei nel dormitorio studentesco, insegue la bellezza nella disciplina dei tuffi e odia con tutto il cuore Keisuke. Dopo essersi sentito apostrofare come “Assassino” il ragazzo scopre che le due famiglie, Yamato e Ninomiya, sono rivali da anni, da quando i due nonni, entrambi pasticcieri, sono diventati acerrimi avversari in campo commerciale: il nonno Yamato, una volta appreso i segreti da nonno Ninomiya, aveva lanciato un prodotto plagiato dall’altro, portando l’ex maestro a sfinirsi di lavoro per recuperare prestigio. Da qui l’odio della ragazza per il rampollo di cotale, disdicevole, casato.

keisuke

Partendo con queste premesse la storia si sviluppa su due direttive parallele: la crescita personale dei ragazzi che si metteranno alla prova, per migliorare sempre più nel loro sport e primeggiare; e la nascita del sentimento che li renderà consapevoli di quanto importanti siano l’uno per l’altra. Keisuke è insicuro di sé, crede che non riuscirà a primeggiare, soprattutto visto che il suo rivale nello sport (e nei sentimenti) è il primatista nazionale; Ami deve combattere contro i suoi pregiudizi (come Liz Bennet) e poi far in modo che lui combatta per ottenere ciò che vuole. Tutto in questa storia, la trama (col suo tocco di “famiglie nemiche alla Romeo e Giulietta”), la struttura narrativa, le tematiche (sia sportive che lo sbocciare dell’amore), il dramma e i momenti di ironia, le scene comiche – sempre eleganti – i comprimari… tutto dicevamo è perfettamente equilibrato, si incastra come un intarsio e rimane impresso come qualcosa di gradevole e rinfrescante. E presenta tutte le caratteristiche ricorrenti ed iconiche delle opere del maestro.

Chi conosce le opere di Adachi sa che nei suoi lavori predominano il tema sportivo e quello sentimentale, con una buona dose di ironia e un personalissimo sense of humor, per questo piace sia al pubblico maschile che a quello femminile. Rough arriva dopo una serie di altre opere dove il maestro sperimenta questi suoi contenuti: nel 1978 aveva pubblicato Nine (edito in Italia da Flashbook edizioni nel 2013, trasposta in tre film d’animazione dal 1983 in Giappone) e nel 1981 il già citato Touch, entrambi ambientati nella realtà scolastica dei club sportivi, in questi altri casi di Baseball. Ma qui protagonista non è uno sport di squadra, ma uno tra i più individuali, dove l’atleta resta solo con se stesso e le proprie paure e trova corrispondenza nel carattere dei personaggi: niente poteva essere altrimenti di come è.

Scusate la qualità dell'immagine, ma una scansione del mio fragilissimo prezioso volume...

Scusate la qualità dell’immagine, ma è una scansione del mio fragilissimo prezioso volume…

Questo è il tupico atteggiamente del maestro quando la scadenza è ormai agli sgoccioli...

Questo è il tipico atteggiamento del sensei quando la scadenza è ormai agli sgoccioli…

Se il Nostro parla così tanto di club sportivi e competizione c’è sicuramente un motivo ed è molto semplice: Adachi sta rappresentando la realtà che gli studenti giapponesi affrontano ogni giorno, con i confronti, l’ansia di dimostrarsi all’altezza delle aspettative degli altri e della società. Tutto questo passa però sotto la sua sapiente mano che, con grande ironia, sdrammatizza i toni più aspri e rende le situazioni allegoriche: sa bene che l’età che raffigura nei suoi lavori, dai 15 ai 18 anni, è quella più critica per i ragazzi, da cui si getteranno le fondamenta del loro futuro, e lui li immagina combattivi, caparbi, leali, coerenti, pronti alla lotta, forti. Spesso si comportano all’opposto rispetto agli adulti, che sono inaffidabili (quasi tutti i genitori nelle sue storie sono beoni a cui dare poca fiducia), senza nerbo, sciocchi, o avidi e crudeli. Adachi stesso, con grande autoironia, si propone come paragone da non seguire, come un pigro pusillanime che non riesce a rispettare le date di consegna e infesta le vignette che dovrebbero essere riempite da ben altro.

Adachi è uno dei pochissimi mangaka che crea un rapporto con il lettore e con gli stessi personaggi che disegna: tantissime sono le sue incursioni nella storia, sia con cartelli in cui si pubblicizza, sia con autocitazioni, sia con piccoli ritratti o camei in cui si rappresenta, con divertimento, diventando elemento stesso della narrazione. Il suo ingresso nelle vignette può creare una situazione comica, o alleggerire una sequenza o semplicemente creare il pretesto per cambiare argomento.

A questo punto dovremmo parlare della realizzazione grafica, dell’impostazione della sceneggiatura e delle gravi critiche che di solito si muovono contro il Nostro… ma di questo ci occuperemo nei prossimi articoli! Una cosa però è da sottolineare subito, per chi legge le sue pagine per la prima volta: il tempo della sua narrazione è unico e lo rivela come uno sceneggiatore di incommensurabile bravura. Le pause, i silenzi, le attese, sono il motore che inducono il lettore a comprendere cosa sta succedendo nell’animo dei protagonisti: le cose non occorre che siano dette, ma sono percepite, e questo è Arte…

Tutto è già presente in questa storia, apparentemente datata ma attualissima per il batticuore assicurato, quindi, per il momento, pensate ad acquistare Rough, è una spesa di cui non vi pentirete: in Giappone è diventato un live action, nel 2006, che ha avuto un enorme successo.

Post Scriptum: Io posseggo la prima edizione, quella del ’95, che a guardarla ora fa tenerezza per il suo modo vintage di unire i titoli agli albi, per i suoi baloon con un lettering strano, la costina che simula l’acqua della piscina, la lettura occidentale, che fa tanto 90s! Era l’epoca d’oro dei Kappa Boys alla Star, e la loro passione ancora trasuda da questi volumetti sempre più fragili. Benvenuta nuova edizione, ma questa rimarrà al suo posto sullo scaffale.

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