Dragon Ball

Dragon Ball Full Color: può il colore fare la differenza?

Ammetto che il titolo che ho scelto non è dei migliori, sembra quasi uno spot di serie B per qualche smacchiatore per capi colorati… Ma rendeva adeguatamente l’idea, almeno nel mio immaginario e credo sia prettamente calzante dal momento che in tantissimi (rectius: tutti) si sono chiesti se davvero l’aggiunta del colore all’opera di Akira Toriyama fosse davvero necessaria. I giudizi prognostici lasciano sempre e comunque il tempo che trovano, ragion per cui con ogni probabilità è sempre meglio indagare su cosa ci si para innanzi.

A dir la verità non nascondo come fossi pervaso da sincera curiosità quando appresi che la casa editrice Shueisha, in Giappone, aveva lanciato il brand e che lo stesso sarebbe poi approdato in Italia. In tantissimi, quando informai coloro che condividono con me la passione per il fumetto, piuttosto prevenuti si chiedevano cosa cambiasse dall’edizione normale (perfect edition, evergreen edition ecc.) e io, dopo aver testato il primo tankobon, ho capito che le differenze ci sono. E non sono poche!

Partiamo dal presupposto che Dragon Ball è un’opera che tutti dovrebbero leggere, non limitandosi alla visione dell’anime. Il lavoro di Toriyama è mastodontico, una storia senza eguali, fatta di personaggi epici che si confrontano in combattimenti permeati da un campo valoriale che comprende lealtà, coraggio, orgoglio e chi più ne ha… Ogni shonen necessita tuttavia di un disegnatore che riesca a rendere adeguatamente il concetto di azione, e qui le splash page e le onomatopee hanno sempre fatto da padrone, ma cosa accadrebbe se a uno shonen (che vieppiù ha fatto la storia dei manga) aggiungessimo… I colori?

Al momento in cui scrivo sono disponibili i primi due tankobon e, inutile dirlo, entrambi sono due toccasana per la vista. La Star Comics ha portato dunque nel bel Paese il manga originale ripulito e adeguatamente cromato, per poi riproporlo in tutti e sei gli archi narrativi della storia. Si inizierà quindi con la saga di Goku bambino, per poi arrivare a Piccolo Daimao, ai Saiyan, la saga di Freezer, la saga di Cell e la saga di Majin Bu.

La Shuesha ha chiarito sin dall’inizio che non si tratterà di un anime-comic, ovvero un volume realizzato attraverso il montaggio in sincronia delle immagini provenienti dalla versione animata, quanto piuttosto di un’attenta ripulitura e colorazione delle tavole originali del manga per la stampa. Una differenza sostanziale rispetto ai volumi tradizionali (la serie di 42 tankobon) sta nello svolgersi degli eventi: il primo volume della serie tradizionale si concludeva con l’incontro tra Goku e lo Stregone del Toro (padre di Chichi, futura moglie del nostro eroe) mentre la Full Color si spinge un po’ più avanti, arrivando alle vicende prodromiche all’incontro con Pilaf, ovvero il primo villain della saga che ritroveremo anche in Dragon Ball GT (quando tenta di rubare le sfere con la stella nera, create dal Supremo prima che questi scindesse la sua persona liberandosi della componente malvagia) ma anche in Dragon Ball Super.

La storia ci viene riproposta e ormai la conosciamo in tutte le salse, anche se questa edizione qualcosina in più (oltre alla rinnovatissima veste grafica che determina un effetto davvero appagante) cerca di riproporre. Il viaggio avrà inizio nel momento in cui il giovane Goku incontra Bulma che lo convince a intraprendere il viaggio alla ricerca delle sfere del Drago (solo perché nota che Goku possedeva quella da quattro stelle lasciatagli in eredità dal nonno Son Gohan, primo allievo del Maestro Muten).

Rassegniamo quindi le conclusioni, per cercare di capire quanto Dragon Ball Full Color sia meritevole e se l’iniziativa sia degna di nota. Ritengo che gli appassionati della saga di Dragon Ball non possano farne a meno e questo per due ordini di ragioni: primo, l’edizione lanciata dalla Star Comics propone tankobon più estesi e con l’aggiunta di piccoli dettagli rispetto alle edizioni precedenti e, secondo motivo, vedere Dragon Ball a colori è estremamente gratificante, soprattutto alla luce del fatto che l’anime non è stato mai realizzato in HD (sebbene il manga non sia, come detto sopra, un action comic ma una storia autentica). Ovviamente il prezzo di ogni singolo volume sarà un po’ più elevato, ma comunque entro parametri accettabilissimi per dei volumi da circa 256 pagine interamente a colori.

Ottimo direi! (Sì sembra lo slogan di un prodotto per capi colorati, lo ammetto…).

Dragon Ball Quiz Book: solo per veri saiyan

È in arrivo un volume tanto atteso quanto imprescindibile per ogni vero appassionato – e non solo – del capolavoro di Toriyama sensei: stiamo parlando di DRAGON BALL QUIZ BOOK, 192 pagine per centinaia di domande sull’universo narrativo di Goku & co. Il libro, dotato di pagine a colori e un esclusivo miniposter all’interno, sarà disponibile in edicola, fumetteria e su Amazon a partire dall’15 Novembre 2017… sei pronto a raccogliere la sfida?

Siete davvero convinti di sapere tutto su DRAGON BALL? È una delle vostre serie preferite e vi vantate di essere i massimi esperti dell’opera principe del maestro Toriyama? Eccovi un’imperdibile occasione per testare la vostra reale conoscenza della mitica saga: un quiz book che vi darà del filo da torcere con centinaia di domande classificate per categorie e livelli di difficoltà! Dall’infanzia di Goku attraverso mille battaglie vissute insieme ad amici e rivali, un volume pieno di sfide che solo i veri Saiyan sapranno affrontare, con pagine a colori e un esclusivo miniposter all’interno!

Dal 15 Novembre DRAGON BALL QUIZ BOOK sarà disponibile in edicola, fumetteria, libreria e Amazon!

Akira Toriyama è uno dei più celebri mangaka giapponesi: nato a Kiosucho, nel distretto di Nishikasugai della prefettura di Aichi, debutta con WONDER ISLAND sulla rivista «Weelky Shonen Jump» nel 1978, la quale, a dispetto delle varie opere pubblicate sulla rivista di punta di Shueisha, non ottiene subito un grande riscontro. Nel 1980 inizia la serializzazione di DR. SLUMP, basata sull’idea del suo storico redattore Kazuhiko Torishima, e finalmente raggiunge il successo sperato. Alla conclusione di DR. SLUMP inizia a lavorare su DRAGON BALL, l’opera che diventerà un successo assoluto: la serie ha dato vita a una moltitudine di videogiochi e l’anime è stato trasmesso da più di 40 paesi nel mondo.

La sua influenza non si esaurisce solo nel settore manga ma contamina anche tutti gli altri media: tra l’altro, è famoso per il character design creato per videogiochi come DRAGON QUEST. 

DRAGON BALL QUIZ BOOK volume unico

Akira Toriyama

11,5×17,5, B, b/n, pp. 192, con sovraccoperta, € 6,50

Data di uscita: 15/11/2017, in edicola, fumetteria, libreria e Amazon

Isbn 9788822606204

 

Dragon Ball Super vol. 1 – Basta la nostalgia?

Copertina di "Dragon Ball Super" di Toyotaro.Se avete un’età compresa fra i 5 e i 70 anni, ci sono buone probabilità che abbiate sentito parlare almeno una volta nella vostra vita di Dragon Ball.

Dai fumetti all’anime, dall’anime ai film, dai film ai videogiochi, dai videogiochi alle action figure. Non esiste praticamente nulla di cui non sia stata fatta una versione con i personaggi di Dragon Ball.

Il suo creatore, Akira Toriyama, è un punto di riferimento per tutti gli autori di manga shōnen; Eichiro Oda (One Piece), Tite Kubo (Bleach), Masashi Kishimoto (Naruto), Hiro Mashima (Rave, Fairy Tail) hanno dichiarato più volte l’opera come principale fonte per la loro ispirazione.

In Italia il fumetto approda nel 1995, grazie alla Star Comics e al collettivo dei Kappa Boys, che riescono nell’impresa, fino ad allora mai realizzata, di proporlo nel suo senso di lettura originale, ossia da destra verso sinistra. Il fumetto diventa palestra di lettura per tutti i manga successivi, e molti si avvicinano al mondo fumettistico nipponico proprio grazie alle gesta di Son Goku.

Trovarsi fra le mani un nuovo volume di Dragon Ball con bene impresso il numero 1, quindi, non è esattamente come aver acquistato il primo numero di un qualsiasi altro fumetto.

La storia di Dragon Ball Super, orchestrata dal buon Toriyama, prende spunto dalla fine della battaglia con Majin Bu, ma prima dell’ultimo torneo con cui si conclude la serie classica dove Goku se ne va con il piccolo Uub. Bisogna precisare che la nuova storia però non viene narrata per la prima volta all’interno del manga, ma trae origine da due film usciti nel corso degli ultimi cinque anni: Dragon Ball Z: La battaglia degli dei e Dragon Ball Z: La resurrezione di ‘F’, dove vengono introdotti dei nuovi personaggi e dove vengono spiegati dei punti fondamentali per le nuove vicende di Goku e soci. Scopriamo quindi che l’universo di Goku è solo uno dei 12 esistenti, e che questi sono governati da divinità più o meno capricciose di incommensurabile potenza.

Dettaglio di una pagina di "Dragon Ball Super" di Toyotaro.Come già accaduto per gli spin-off/revival di altri manga classici (vedi alla voce Saint Seiya: Lost Canvas), sebbene la storia venga delineata dal creatore del fumetto stesso, i disegni sono affidati ad autori più o meno emergenti. Dragon Ball Super non fa eccezioni e delega il disegno a Toyotarō, un giovane passato alla ribalta per avere realizzato nel 2000 una dōjinshi che aveva come protagonisti proprio i personaggi di Dragon Ball, dal titolo Dragon Ball AF.

Cerchiamo di essere onesti. Il tratto di Toriyama non è difficilissimo da emulare, persino io da piccolo riuscivo a riprodurre dei personaggi di Dragon Ball fedeli all’originale, ma Toyotarō è veramente a un altro livello. Nello sfogliare le prime pagine vi sembrerà letteralmente impossibile che queste non siano disegnate dall’autore originale; tutte le scene, comprese quelle più dinamiche, riprendono lo stile con cui siamo cresciuti e in alcuni punti sono persino più chiare e meno caotiche. E non solo. Anche nella definizione dei paesaggi e degli elementi di contorno il giovane autore fa un lavoro egregio, non c’è nulla lasciato al caso, nulla che non riprenda lo stile originale.

Se da una parte quindi c’è un disegno convincente purtroppo dall’altra abbiamo una storia che non riesce a tenere il passo. Le prime dieci pagine del fumetto vanno a spiegare in modo assolutamente sbrigativo quando narrato nei primi due film con una manciata di tavole utili a introdurre i personaggi di Beerus e Whis, nuovi comprimari di tutto Dragon Ball Super, mentre l’evento della resurrezione di Freezer viene brevemente narrato in un box riassuntivo.

È come se il manga invitasse i lettori a documentarsi autonomamente su quanto successo, recuperando l’anime o i due film, dove queste vicende vengono trattate in modo più approfondito. In poche pagine troviamo già Goku e Vegeta al massimo della forza, al punto di trascendere alla semi-divinità.

Una pagina di "Dragon Ball Super" di Toyotaro.In chiusura del volume la storia sembra riprendersi con l’inizio di un nuovo torneo di arti marziali organizzato fra gli esponenti degli Universi 6 e 7. Qui l’inventiva di Toriyama si dimostra sempre quella di una volta, con nuovi variopinti personaggi che vanno ad aggiungersi a quelli più noti e che sembrano essere particolarmente interessanti, anche se comunque non ne vengono fornite particolari informazioni.

È chiaro da subito che il mondo di Dragon Ball ha ancora molto da raccontare, nonostante il più grosso difetto di questo DB Super risieda proprio nella sua storia; non sono tanto le vicende in sé a essere noiose, ma il modo in cui vengono raccontate. Esattamente come succedeva in Dragon Ball Z, dalla saga di Freezer in poi, si ha la percezione che Goku e Vegeta debbano semplicemente raggiungere nuove incredibili trasformazioni per potere assurgere ad altre vette di potere, con il rischio che tutto sia appiattito a una generica banalità di fondo.

Non tutto è da buttare però, ci sono dei nuovi personaggi ben caratterizzati, ci sono i siparietti comici che si erano persi per strada dai tempi di Dragon Ball con Goku bambino e, ovviamente, ci sono le Sfere del Drago.

In conclusione si ha davanti un fumetto ben realizzato sulla parte grafica, ma che non si capisce ancora se sia una mera trovata nostalgica/commerciale o se sia qualcosa di maggiormente studiato, in modo da poter avere un successo duraturo e riuscire a fare breccia nei cuori degli appassionati. Liquidarlo nell’uno o nell’altro senso è ancora difficile, quindi non resta che aspettare il prossimo volume e vedere cosa Toyotarō e Toriyama avranno in serbo per noi.

Gastronogeek – I francesi bevono i cocktail di Sailor Moon

La casa editrice francese Hachette, nota in Italia soprattutto per le raccolte da edicola tipo Costruisci la nave romana o I like uncinetto, è in patria un grande editore generalista che dal 1826 pubblica insieme la grande narrativa francofona e le guide del bricolage. Col tempo e con l’espansione nei mercati internazionali, la Hachette si è riorganizzata: attualmente nel mondo è nota grazie al grande successo dei fascicoli, mentre in Francia la casa editrice punta principalmente sulle due divisioni di fumettistica Les Éditions Albert-René (ovvero Astérix) e Pika Edition (ovvero manga), e di manualistica con la collana Hachette Pratique che pubblica testi su qualunque argomento pratico indiscriminatamente, dai trattati tecnici sui vini di Borgogna fino ai libri per imparare a fare i braccialetti con gli elastici. La parte più interessante è che Hachette Pratique possiede i diritti per tutte le pubblicazioni (fumetti esclusi) in lingua francese della Disney, e questo vuol dire sostanzialmente che possiede anche i diritti per tutte le pubblicazioni (fumetti esclusi) della Marvel e di Star Wars, e li fa fruttare alla grande non solo traducendo in lingua locale i volumi già esistenti nel mercato nordamericano, ma soprattutto inventandosi prodotti nuovi e bizzarri, tipo i libri antistress da colorare coi numeretti, ed altri sorprendentemente originali come il progetto Gastronogeek.

La regina Padmé Amidala interpretata da Natalie Portman nel film "Star Wars: Episodio I - La minaccia fantasma" e ritratta nel libro "Art-Thérapie Star Wars".

A sinistra, una Natalie Portman di indicibile bellezza interpreta la regina Padmé Amidala in Star Wars: Episodio I – La minaccia fantasma. Benché il film sia considerato fra i più brutti dell’intera saga, la visione della Portman nei saloni della Reggia di Caserta è indimenticabile, e ancora oggi il suo celebre abito rosso resta assolutamente iconico, superando in notorietà tutti gli altri pur splendidi look, diventando un best-seller fra i costumi per bambini, e comparendo anche nel libro Art-Thérapie Star Wars (a destra).

Dal 2014 infatti la Hachette si è superata producendo due volumi che mettono insieme la cultura pop con quello che è probabilmente il patrimonio d’oltralpe più celebre al mondo: la cucina francese. Lo chef & nerd Thibaud Villanova s’è infatti inventato questo progetto intitolato Gastronogeek in cui mette insieme il suo mestiere di cuoco con le sue passioni personali. L’idea si è concretizzata al momento in due uscite: l’omonimo primo libro Gastronogeek con ricette di cibo e il secondo Le livre des potions con ricette di bevande, uscito nel 2015. A questi si aggiungono una pagina Instagram promozionale e soprattutto un sito web aperto all’inizio del 2016, che ospita un blog aggiornato piuttosto spesso da Villanova in persona con novità, ricettine inedite, la sua vita da geek perso (tipo al cinema in cosplay per Star Wars VII), e soprattutto interessantissimi approfondimenti sugli aspetti gastronomici dell’entertainment, come quello sui bento de Il mio vicino Totoro, che fanno rimpiangere di non conoscere quella futura incomprensibile lingua morta che è il francese.

I due autori del primo volume di "Gastronogeek", Maxime Léonard e Thibaud Villanova.

I due autori del primo volume di Gastronogeek: a sinistra, quello con l’aspetto di uno chef professionista è lo chef professionista Maxime Léonard, mentre a destra, quello con l’aspetto di un nerd over 9’000 è il nerd over 9’000 Thibaud Villanova.

Ma in che consistono effettivamente questi due volumi? Sono libri di ricette ispirate a cinque (in realtà quattro) grandi aree tematiche: fantascienza, fantasy, horror e fumetti divisi in comics e manga; nel volume sulle bevande c’è la sesta categoria, videogiochi. Ci sarebbe da alzare il sopracciglio sul fatto che libri & film sono stati divisi per genere mentre invece fumetti & videogiochi sono grossolanamente indicati come due cose a parte (forse fanno genere a parte? Non sono solo tecnicamente differenti da libri e film, lo sono anche narrativamente? Non esistono fumetti o videogiochi fantascientifici, fantasy e horror?) e ancor più grossolanamente divisi per nazionalità, ma la semantica non è il principale interesse di Villanova quindi in questo caso non c’è da preoccuparsene.

Il trailer del volume Gastronogeek in cui si vedono alcune ricette, tipo la torta a forma di occhio di Sauron, e in cui è esplicitato che sì, quella forchetta in copertina è un cacciavite sonico di Doctor Who.

Nel volume Gastronogeek, Villanova riesce a inventarsi, col supporto tecnico di Léonard, ben 42 ricette da 15 titoli, che vanno da Il signore degli anelli a La notte dei morti viventi, mentre in Le livre des potions i titoli di riferimento sono addirittura 57, fra cui Final Fantasy e The Legend of Zelda, da cui vengono ricavate 70 ricette fra zuppe, cocktail, frullati e drink vari, stavolta grazie alla collaborazione con la bartender professionista francese Stéphanie Simbo.

Alcune pagine tratte da "Gastronogeek".

Alcune pagine tratte da Gastronogeek con i piatti ispirati da Star Wars, Conan il barbaro, Dracula e One Piece; quest’ultima ricetta, ovvero i Frutti del diavolo, è disponibile gratuitamente sul sito della Hachette.

Alcune pagine tratte da "Le livre des potions".

Alcune pagine tratte da Le livre des potions con le bevande e zuppe ispirate da Alien, Star Wars, Dragon Ball e Harry Potter; quest’ultima ricetta, ovvero la Burrobirra rivisitata, è disponibile gratuitamente sul sito della Hachette.

Sembrerebbe tutto meraviglioso, fa quasi apparire l’immagine degli spocchiosi Galli un po’ meno spocchiosa, ma la dura realtà è che il progetto Gastronogeek si scontra con i macrodifetti della cucina francese (almeno fuori dalla Francia): ingredienti complicati o in numero esagerato, procedimenti complessi, tecnicismo di tempistiche e strumenti. L’esatto contrario della cucina italiana. Nonostante ciò, però, le ricette presentate sembrano così gustose e così fantasiose che effettivamente vale la pena di mettere da parte i pregiudizi sui cugini d’oltralpe e impegnarsi un pochino ai fornelli. In particolare, Le livre des potions ha alcune proposte (sia alcoliche sia analcoliche) che non sono niente male:

Drink de "I Cavalieri dello Zodiaco" da "Le livre des potions".

La Preparazione al santuario, ovvero gli shottini de I Cavalieri dello Zodiaco. Sono cinque drink ispirati a Pegasus, Sirio, Cristal, Andromeda e Phoenix, e preparati con vari liquori di varia gradazione, dal gin al vino, per ottenere colori diversi abbinati ai personaggi (ma inspiegabilmente lo shot di Andromeda non è rosa).

Drink di "Sailor Moon" da "Le livre des potions".

Il drink di Sailor Moon si chiama Scettro lunare ed è composto da un mix di svariati ingredienti fra cui uovo, Campari, pompelmo e tequila. Uhm, non sembra molto adatto a delle ragazzine che vestono alla marinara, ma l’aspetto è delizioso quindi per le ex-ragazzine va benissimo.

Drink di "Doctor Who" da "Le livre des potions".

Assolutamente indispensabile in un libro per nerd è il drink ispirato a Doctor Who, che da quando ha ripreso la programmazione sulla BBC nel 2005 è diventato il fenomeno televisivo britannico più seguito, clamoroso e remunerativo di sempre. Per le numerose fan/schiave d’amore del Dottore, Villanova e Simbo propongono il long drink Sexy Blue Box (il nome dice tutto) miscelando tequila, Parfait d’Amour (liquore viola a base di fiori) e Curaçao Bleu (liquore blu a base di arancia amara). «Hello, sweetie».

Drink di "Ritorno al futuro" da "Le livre des potions".

Infine, un classicone: il milkshake del Lou’s Cafe di Ritorno al futuro che George McFly afferra al volo sul bancone (sì, ovviamente c’è anche la .gif). Mille ingredienti e una preparazione lunghissima, ma questo va gustato assolutamente.

Il progetto Gastronogeek è per ora fermo al secondo volume, e non sono state annunciate né nuove uscite né traduzioni per il mercato italiano, ma tutto è possibile. D’altro canto, sembra proprio che i francesi abbiano finalmente trovato delle valide alternative alle baguette, alle rane e alle lumache: tutti i nerd buongustai del mondo ne sono molto felici.

Natsume Mito e la post-modernità degli anime

L’animazione giapponese sta lentamente morendo e i segnali sono molti, forti e chiari: il ritiro dalle scene di Hayao Miyazaki aka il più importante regista d’animazione autoctono, le dichiarazioni di Hideaki Anno, il fatto che l’anime più importante del 2014 sia stato un remake commemorativo (e pure brutto) di una serie vecchia di 20 anni, la continua riproposizione di Dragon Ball che ogni volta diventa sempre peggiore, eccetera eccetera eccetera. Mentre i fumetti continuano a progredire, l’animazione sta involvendo. Ovviamente non mancano le eccezioni positive e il business è ancora economicamente florido (forse più che mai), ma il quadro generale è comunque compromesso in maniera difficilmente recuperabile.

C’è però un altro aspetto che testimonia la decadenza dell’animazione giapponese e che è tipico di tutte le decadenze partendo dall’ellenismo e passando per il manierismo: il linguaggio formale si è ormai totalmente cristallizzato. Fatte salve anche qui le eccezioni (che ci sono e sono splendide), non esiste più una ricerca della forma che superi la convenzione grafica nota con l’orribile nome di “stile manga”, una definizione che fino a qualche anno fa sarebbe suonata indifendibile e che invece oggi è comprovata dallo sfogliare una qualunque fra le molte riviste di animazione che mostrano un’allarmante omogeneità come l’entertainment giapponese non aveva mai avuto.

In tutto questo, però, spunta un aspetto così positivo da riabilitare l’appiattimento narrativo e visivo degli anime: la decennale proposta continua e massiva di fumetti e cartoni animati, perlopiù sovrapponibili, li ha resi in Giappone, più che in qualunque altra parte del mondo, un tipo di linguaggio quotidiano e noto a tutti.

Il recente e inarrestabile fenomeno statunitense dei cinecomic, in cui si portano al cinema i fumetti americani nel tentativo di renderli popolari al grande pubblico, in Giappone non ha una controparte diretta perché lì i fumetti sono già popolari al grande pubblico e hanno storicamente goduto di assoluta fluidità nel passaggio fra i media. L’esempio più calzante è rappresentato dai grandi titoli storici come Dragon Ball, Doraemon o soprattutto Kitarou dei cimiteri, che hanno superato lo status di “fumetti” diventando “fenomeni sociali” e sono presenti in qualunque incarnazione tecnica: come fumetto in formato seriale, episodico e a strisce umoristiche, come cartone animato in versione seriale televisivo, home video e cinematografico, come videogame per qualunque piattaforma, e anche come ripresa dal vivo in forma di telefilm e film per la tv e per il cinema, e chi più né ha più né metta. Col tempo, questa onnipresenza del linguaggio del fumetto e dell’animazione è stata assorbita totalmente da parte dei giapponesi che ormai non distinguono più fra testo solo scritto e testo scritto & disegnato.

Documenti giapponesi ultragraficizzati.

Documenti giapponesi ultragraficizzati. Da sinistra: oggetti che piangono per essere stati abbandonati dai loro proprietari nel cartello per avvisare gli utenti di fare attenzione a non dimenticare i propri averi, affisso nei bagni delle strutture pubbliche della prefettura di Okayama; libretto sanitario; confezione di antibiotico azitromicina (questa la scatola dello stesso farmaco in Italia); la coniglietta Maina-chan, mascotte del codice fiscale.

I risultati sono visibili ovunque, sfogliando una rivista, camminando per strada, riempiendo un documento ufficiale e anche ascoltando musica. Per esempio, per il suo debutto musicale la giovane modella di street fashion Natsume Mito ha pubblicato sul suo canale YouTube, fra metà marzo e metà maggio 2015, qualcosa come undici versioni differenti del videoclip di Maegami kirisugita (“Mi sono tagliata la frangetta troppo corta”) che spaziano dalla parodia dei film di detective, così popolari in Giappone fin dagli anni ’60, alla citazione nonsense della celebre ginnastica mattutina televisiva nipponica, e dallo sport surrealista fino alla reinvenzione delle divinità shintoiste. Il progetto ha avuto successo fra i fan di idol (cantanti giovani e carini/e, tendenzialmente effimeri/e e con un rapporto molto intimo coi loro fan), ma non è riuscito a sfondare il muro della popolarità di nicchia come invece hanno fatto le precedenti creature dello stesso produttore, ovvero quello Yasutaka Nakata che è il pigmalione dei fenomeni Perfume e Kyary Pamyu Pamyu.

Fatto sta che su undici versioni, ben tre sono realizzate con il linguaggio dei fumetti e cartoni animati, senza contare quelli che, pur essendo girati dal vivo, presentano comunque elementi di animazione (non CG: proprio animazione a mano o addirittura in stop motion) che porta il totale a sette videoclip, cioè i due terzi. Due terzi dei linguaggi narrativi immaginabili dalla gioventù giapponese contemporanea sono legati all’animazione: una proporzione così alta da non essere riscontrabile altrove e che è figlia di una penetrazione culturale altrettanto non riscontrabile altrove.

Il primo videoclip a tema manga & anime è quello in “versione scarabocchi”. Si tratta di un lavoro delizioso che mette insieme ripresa dal vivo, fumetto e animazione: la cantante è ripresa su fondo neutro con maglione a collo alto dello stesso colore così che spicchi solo la testa, e sopra le è stato disegnato in trasparenza un fumetto animato grossolanamente e disegnato da Ryou Fujii, un fumettista off e creativo multimediale. La studentessa Natsume Mito incontra per strada il senpai Mitoyama, ma quando questi non riesce a sconfiggere un teppista (coi suoi sgherri André e Samohan) ecco che da sotto la frangetta di Natsume spunta il suo potere segreto, inarrestabile anche dal dottor Hakase con la mascotte Poko e la sua squadra di aiutanti.

La seconda è la «versione aggregazione» ed è forse la più surreale e a tratti inquietante di tutte e undici. Realizzata dal giovane designer Tsubasa Kouji con una tecnica mista in cui si sposano il vecchio (disegno a matita) e il nuovo (montaggio al computer), il video mostra i capelli eccessivamente tagliati di Natsume Mito che prendono vita e invadono le teste di altri individui.

Il terzo e ultimo video è la «versione scolastica» dell’illustratore Katsuyuki Iseda. L’opera è praticamente un collage dadaista di piccoli spezzoni di scene apparentemente senza senso né connessione, che potrebbero venire da una qualunque commedia scolastica, disegnate male e animate peggio, tutto fatto a mano con penna biro e pennarelli del discount, così che alla fine sembrano disegni del diario di scuola. Ecco il punto: si tratta di ricordi di gioventù, confusi e affastellati, dei mille cartoni animati visti dall’animatore che hanno lasciato in lui un bagaglio di immagini standardizzate e, in fondo, molto malinconiche dato che si tratta di qualcosa di irreale, incomprensibile, ormai passato. Anche lo stile di disegno è legato a qualcosa che andava di moda tempo fa, collocandosi a metà strada fra Miho Obaba e Yuu Watase. Iseda ha poi ripetuto l’esperienza con la “versione del principe” per i videoclip del secondo singolo di Natsume Mito, 8bit Boy, che in Giappone è stato usato come sigla finale del film Pixels di Chris Columbus… ma sì, certo, non lo sapevate?, in Giappone cambiano le sigle dei prodotti stranieri, non solo i cartoni animati, ma anche i film al cinema! Ah, gli italiani che si lamentano di Cristina D’Avena: dovremmo imparare dai giapponesi, così delicati e rispettosi, ad esempio la sigla finale di The Prestige, che in originale è una ballata ambient introspettiva di Thom Yorke, in Giappone è diventata un brano rock di Gackt con strumenti tradizionali giapponesi che non c’entra niente col film.

Il singolo di Maegami kirisugita, ovvero perché i giapponesi continuano a produrre e comprare singoli e album fisici: perché sono bellissimi. La facciona della cantante è impressa sul CD e incorniciata dal booklet stampato coi capelli, mentre il nome della cantante e il titolo della canzone sono stampati sugli adesivi tondi che disegnano le guanciotte rubiconde: veramente kawaii.

Il singolo di Maegami kirisugita, ovvero perché i giapponesi continuano a produrre e comprare singoli e album fisici: perché sono bellissimi. La facciona della cantante è impressa sul CD e incorniciata dal booklet stampato coi capelli, mentre il nome della cantante e il titolo della canzone sono stampati sugli adesivi tondi che disegnano le guanciotte rubiconde: veramente kawaii.

L’impressione che nasce dalla visione di questi videoclip è che l’animazione giapponese abbia ormai raggiunto la condizione non di maturità (a quella era già arrivata negli anni ’80) e nemmeno di modernità (dimostrata dagli anni ’90), ma bensì di post-modernità, cioè una situazione in cui, in mancanza di effettive novità e di direttrici teoriche chiare, si riesumano gli elementi del passato senza gerarchia di qualità e li si ricompongono nel tentativo (più o meno conscio) di ottenere qualcosa di nuovo.

I video di Natsume Mito insomma non sono poi così diversi da quelli del Nihon animator mihon’ichi (“Esposizione degli animatori giapponesi”), il progetto ideato da Hideaki Anno che intende scoprire i nuovi talenti in erba e che però finora ha prodotto fondamentalmente opere di alto livello tecnico e basso livello creativo, dove con «creativo» non s’intende privo di idee, ma piuttosto che le idee sono poi al servizio di qualcosa di già noto e senza sorprese. Ad esempio, il video in “versione scarabocchi” usa questa bellissima idea del fumetto in trasparenza applicandola poi a una storia molto carina e non molto originale, coi tipici topoi del caso: il senpai, il bullo, la mascotte, la squadra di eroi, la conquista del mondo. Tutto molto bello, ma anche molto retrò, a conferma della teoria per cui chi crea entertainment oggi si basa fondamentalmente sull’entertainment che vedeva e ha assimilato da bambino. Esattamente la post-modernità, aspettando un nuovo genio creatore.

I cinque Anime candidati agli Academy Awards Giapponesi

Japan Academy Awards (Nippon Akademī-shō) sono l’equivalente nipponico degli Academy Awards (meglio conosciuti come “Premio Oscar”). Istituiti nel 1978 per premiare le eccellenze nella cinematografia Giapponese.

A causa della crescente produzione, e importanza, dei film animati nel 2006 è stato istituito il premio per il miglior Anime dell’anno.

Queste sono le Nomination di quest’anno:

Kokoro ga Sakebitagatterunda (“Il cuore avrebbe voluto gridare”) della A-1 Pictures diretto da Tatsuyuki Nagai e scritto da Mari Okada.

Kokoro ga Sakebitagatterunda

Sarusuberi (“Mirto”). Anche conosciuto come Miss Hokusai della Production I.G diretto da Keiichi Hara e scritto da Miho Maruo

Miss-Hokusai-poster

Dragon Ball Z: Resurrection ‘F’ (Doragon Bōru Zetto: Fukkatsu no Efu) della Toei Animation diretto da Tadayoshi Yamamuro e scritto da Akira Toriyama

Dragon Ball Z Resurrection F

Bakemono no ko (“La bestia e il ragazzo”) dello Studio Chizu scritto e diretto da Mamoru Hosoda

The-Boy-and-the-Beast_bakemono-no-ko

Love Live! The School Idol Movie della Sunrise per la regia di Takahiko Kyōgoku e scritto da Jukki Hanada

Love_Live!_Movie_key_visual_2

Il vincitore verrà annunciato il 4 Marzo 2016.

I 10 Film più visti in Giappone nel 2015

Il quotidiano giapponese Bunka Tsushin ha stilato una classifica dei 10 film prodotti domesticamente che hanno incassato di più in Giappone nel 2015. Sei di questi sono Anime e due sono dei live-action basati su manga (Attacco dei Giganti e Assassination Classroom).

Questo l’elenco:

10) Assassination Classroom (2.77 miliardi di yen, circa 21 milioni di Euro)

Assassination-Classroom-Graduation
9) Love Live! The School Idol Movie (2.8 miliardi di yen, circa 21.5 milioni di euro)

Love-Live-The-School-Idol-Movie
8) Biri Gal (2.84 miliardi di yen, circa 21.8 milioni di euro)

flying-colors-movie
7)  Attacco dei Giganti (3.25 miliardi di yen, circa 25 milioni di euro)

Second-Live-Action-Attack-on-Titan
6) Dragon Ball Z Movie 15: Fukkatsu no F (3.74 miliardi di yen, circa 28.7 milioni di euro)

Dragon-Ball-Z-Movie-15-Fukkatsu-no-F1
5) Doraemon Movie 35: Nobita no Space Heroes (3.93 miliardi di yen, circa 30.3 milioni di euro)

Doraemon-Movie-35-Nobita-no-Space-Heroes
4) Detective Conan Movie 19: The Hellfire Sunflowers (4.48 miliardi di yen, circa 34.5 milioni di euro)

detective-conan-movie
3) HERO (4.67 miliardi di yen, circa 36 milioni di euro)

HERO-Japan
2) Bakemono no Ko (5.85 miliardi di yen, circa 45 milioni di euro)

Bakemono-no-Ko
1) Youkai Watch Movie 1: Tanjou no Himitsu da Nyan! (7.8 miliardi di yen, circa 60 milioni di euro)

Youkai-Watch-Movie-1-Tanjou-no-Himitsu-da-Nyan