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Devilman Grimoire: tremate, tremate, le streghe son tornate!

Una rivisitazione pop e aggiornata del grande classico di Go Nagai, ricca di citazioni nerd, tutto questo è Devilman G, nuova opera dedicata al demone Amon.

Il 2018 in Italia sembra essere l’anno di Devilman, forte del successo della serie Crybaby (di cui Dimensione Fumetto ha parlato qui e qui), prodotta da Netflix, arriva, grazie a Star Comics, un’altra serie prodotta nel 2012 in occasione del quarantennale della serie classica, così come Devilman vs Hades.

Il plot iniziale prende spunto dal manga classico, ma se ne discosta subito, la protagonista dell’opera è infatti Miki Makimura che si fregia del ruolo di strega grazie all’anello di Salomone. Regalatole dai suoi genitori, questo pare essere l’anello che l’Arcangelo Gabriele donò all’omonimo re e che ha il potere di soggiogare i demoni; è proprio questa nuova caratterizzazione del personaggio di Miki a dare il nome all’opera. Grimoire infatti sta per Grimorio, che altro non è se non un libro di magia che racchiude in sé corrispondenze astrologiche, liste di angeli e demoni, incantesimi, pozioni e tutto ciò che può essere utile a una strega, una sorta di diario/manuale che nel Medioevo le maliarde erano solite scrivere.

A sinistra tavola del Devilman classico di Nagai, a destra tavola di Devilman G di Rui Takato.

Mentre nella serie classica troviamo un forte rapporto, direi morboso, tra Akira Fudo e Ryo Asuka, uno scontro tra luce e ombra, uno scambio di ruoli (Devilman è un demone ma difende gli uomini, Ryo è l’incarnazione di Lucifero, un angelo decaduto che invece vuole annientarli), in questa l’attenzione è posta sul rapporto tra il timido Akira e la giovane e prorompente Miki. Se nella storia classica Amon si fonde con un umano grazie a un’evocazione a opera di Asuka, qui il ruolo di evocatore è dato alla giovane Makimura che improvvisa un incantesimo di salvataggio e ottiene lo stesso effetto, la creazione di un Devilman.

Tavola di Devilman G

I toni questa volta sono smorzati, il target viene abbassato, e le vicende modernizzate, ma pur se cambia la formula il risultato non cambia e l’antica lotta tra bene e male ne esce comunque vincitrice. Le atmosfere più scanzonate vengono spesso interrotte bruscamente da eventi tragici che rimandano subito allo spirito che da sempre caratterizza il titolo, ritroviamo molti dei personaggi storici in vesti diverse, prima tra tutte l’arpia Silen, e il manga è infarcito fin da subito di rimandi all’opera originale e di un grande numero di citazioni a opere note.

La storia sempre in mano a Go Nagai, viene affiancata dal disegno di Rui Takato che ha un tratto meno stilizzato e iconico di quello del Sensei, ma che risulta comunque funzionale e accattivante, un buon uso del pennino e dei chiaroscuri rendono la narrazione molto piacevole e coinvolgente.

Che dire, l’opera sarà composta da cinque volumi bimestrali e io fossi in voi un occhio ce lo butterei, lo svago sarà assicurato!

 

Devilman G – Grimoire: la genesi del demone

Comunicato stampa – È in dirittura d’arrivo lo spin-off di DEVILMAN che ripercorre le origini del celeberrimo antieroe: il primo volume di DEVILMAN G – GRIMOIRE, di Go Nagai e Rui Takato, sarà disponibile in fumetteria, libreria e Amazon dal 14 Marzo.

Il grido di una ragazzina fa alzare il sipario su una nuova leggenda: la bestia infernale si risveglia e il suo nome è Amon! Quando risplendono le zanne e gli artigli dell’implacabile demone e si dispiegano le sue ali, il mondo viene avvolto nuovamente dalle fiamme e da fiumi di sangue fresco…

A metà fra la parodia del genere majokko e la classica, disturbante storia nagaiana a base di splatter, erotismo e lacerazione, il manca che approfondisce la storia di Akira.

Dal 14 Marzo DEVILMAN G – GRIMOIRE n. 1 sarà disponibile in fumetteria, libreria e Amazon!

Go Nagai non ha bisogno di presentazioni. Nato a Wajima, Giappone, nel 1945, è il creatore dei più famosi “mecha”, giganteschi robot guidati da piloti che li manovrano dall’interno, il cui capostipite è MAZINGA Z, e l’autore dell’uomo diavolo Devilman. Tra le sue opere Edizioni Star Comics ha pubblicato DEVILMAN VS HADES, GOMADEN SHUTENDOJI e SATANIKUS ENMA KERBEROS.

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DEVILMAN G – GRIMOIRE 1
Go Nagai, Rui Takato
13×18, B, col-b/n, pp. 208, con sovraccoperta, € 5,90

Devilman Vs Hades: scontro tra titani

Cover primo volume italiano.

Devilman Crybaby, la nuova serie Netflix di cui abbiamo parlato qui e qui, ha portato di nuovo alla ribalta il nome del demone con il cuore umano, e spinto dalla rinnovata curiosità ho scoperto questa opera uscita qualche anno fa per la Star Comics.

Go Nagai è un nome che per tutti gli appassionati vuol dire molto, è grazie a lui se si è dato vita a un vero e proprio genere, quello dei robottoni, ma le sue opere non sono limitate solo a questo: innumerevoli i temi trattati, ma è il sovrannaturale a fare da filo conduttore tra tutte.

Il primo manga sul genere fu Mao Dante pubblicato nel 1971, ma lasciato incompiuto fino al 2002: in questa opera troviamo molte delle tematiche care al Maestro, temi che ritroveremo in Mazinga Z e, soprattuto, in Devilman.

La storia di Akira Fudo e della sua fusione con il demone Amon la conosciamo in tanti, soprattutto quelli come me della vecchia guardia: più nota è senza dubbio la trama della serie animata, che fu però molto edulcorata nei toni e nelle tematiche; il vero spirito dell’uomo diavolo lo ritroviamo infatti nel manga con tinte forti, a tratti splatter, e con temi molto più profondi legati all’esistenza dell’uomo, all’eterna lotta tra luce e ombra rappresentata dallo scontro con Satana, le cui vesti terrene sono impersonificate da Ryo Asuka, nonché una spiccata critica alla società moderna.

Quella che ci viene proposta in Devilman vs Hades, opera creata in collaborazione con il Team Moon in occasione del quarantennale di Devilman, è un ipotetico seguito ambientato dopo il finale del manga.

La storia prende il via senza troppi preliminari: troviamo Amon negli Inferi alla ricerca dell’anima della sua amata Miki, convinto che solo il sovrano di questo luogo possa riportarla in vita. Molte sono le divinità infernali a cadere sotto la sua mano e tra queste anche la regina Persefone, la leggendaria compagna di Hades.

Dopo un avvio un po’ incerto la storia esplode all’inizio del secondo volume dove entra in scena niente meno che il Great Mazinger. Il sapiente intreccio ci porta a conoscenza di come la vittoria di Tetsuya fu inconsapevolmente agevolata proprio da queste vicende. Nella serie animata di Great Mazinger l’Imperatore delle Tenebre si ritira e lascia il comando al Dottor Hell: la trama di Devilman vs Hades ci spiega che la causa della sua ritirata è proprio l’arrivo dell’uomo diavolo negli Inferi. Infatti il sovrano del mondo dei morti altri non è che l’Imperatore delle Tenebre, storico nemico del Great Mazinger, raffigurato da una massa informe avvolta nelle fiamme, che qui ha una figura meglio delineata e con sembianze umane.

Come abbiamo potuto apprendere in Shin Mazinger Zero (qui la nostra recensione del seguito Shin Mazinger Zero vs Il Generale Oscuro), le varie storie di Nagai con protagonista Mazinger Z sono ambientate in universi paralleli, e grazie a questa trovata ci sembra plausibile lo sviluppo della storia di Devilman vs Hades ambientata in un mondo parallelo a quello del Great Mazinger, e dove l’Imperatore delle Tenebre deve far ritorno proprio perché la comparsa di Devilman ha destabilizzato l’ordine e messo fine alla vita della sua consorte.

In questa versione ritroviamo molti dei personaggi cari a Nagai: Silen, Jinmen, ma anche tutti i personaggi dell’universo “robotico”, Koji, Boss, Tetsuya e tutti gli altri, che trovano la loro giusta collocazione in questa trama che cerca di dare una spiegazione a molte vicende lasciate in sospeso nelle vecchie storie, ma che, purtroppo, apre anche nuovi interrogativi ai quali, per il momento, non abbiamo avuto risposta. Certo è che i fan del Maestro sono abituati a questo suo modo di fare, ma in questo caso l’opera che aveva raggiunto un ottimo sviluppo di trama e che aveva gettato le basi per delle interessanti vicende, si interrompe nel punto di massima tensione lasciando aperti molti interrogativi.

***SPOILER***

In cosa si trasforma Great Mazinger dopo l’attivazione del motore a energia fotonica? Persefone e Miki sono sul punto di risvegliarsi, ma chi delle due si sveglierà? Lo faranno entrambe? Ritroveremo l’anima umana di Miki nel corpo divino di Persefone? E soprattutto chi avrà la meglio nello scontro tra Devilman e Hades?

***FINE SPOILER***

A sinistra il Devilman di Nagai, a destra l’Akira del Team Moon.

La controparte grafica è ottima e il lavoro svolto dal Team Moon è davvero eccellente, il disegno graffiante e molto dettagliato ben si sposa con le tematiche proposte e anche i pochi intermezzi comici non stonano e ci riportano alla mente quelli già proposti anche nelle serie storiche. Inevitabile il confronto con il tratto del maestro Nagai che aveva connotazioni più caricaturali e abbozzate, al contrario di questo nuovo stile molto più realistico che va a delineare delle figure plastiche e accattivanti. Evidente è anche la scelta di rappresentare i personaggi femminili con tratti più dolci e sinuosi, decisione che strizza fortemente l’occhio al genere hentai.

Benché l’opera sia un chiaro anello di giunzione tra la vecchia e la nuova guardia dei fan, la lettura è consigliata a entrambe le categorie in quanto gli uni ritroveranno dei personaggi molto amati e ben rappresentati, gli altri verranno a conoscenza di un universo fumettistico molto appassionante e si troveranno davanti un buon fumetto, coinvolgente e appassionante, che però lascerà la bocca amara, con un senso di incompiuto, un po’ come un coito interrotto.


Go Nagai, Team MOON
Devilman vs Hades
Serie completa in 3 volumi
Editore: Star Comics
Brossurato con sovraccoperta, cm 13×18, 224 pagg., b/n, € 5,90 a volume

Devilman Crybaby – L’apoteosi di Go Nagai

Cosa si potrebbe aggiungere all’ottima recensione di Devilman Crybaby scritta da Fabrizio Nocerino? È un onore per me, nagaiano di ferro non girellaro, al netto dell’inevitabile nostalgia, affrontare un palcoscenico del calibro di Dimensione Fumetto proponendo una serie di considerazione sparse proprio su un’opera così divisiva e che tanto ha fatto discutere nelle ultime settimane.

Immagine promozionale di "Devilman Crybaby" di Masaaki Yuasa.

Per parlare di Devilman Crybaby, ultima fatica del regista Masaaki Yuasa, salito alla ribalta per opere come Mind Game, Kaiba e le trasposizioni animate di The Tatami Galaxy e Ping Pong, bisogna parlare della genesi dello sconvolgente Devilman e del suo celebre papà, il Maestro Go Nagai.

Giappone, anni ’70 del XX secolo: la Toei Animation, avendo apprezzato il manga Mao Dante di Go Nagai, propone a questo autore di creare una serie animata ispirata a quest’opera, ma edulcorata, quasi supereroistica, in quanto rivolta a un pubblico di bambini. Parallelamente alla serie TV Devilman, Nagai sviluppa un omonimo manga dai toni maturi e orrorifici; quest’opera, ideata dall’autore per condannare tutte le guerre e alimentata dall’astio di Nagai nei confronti di coloro che avevano attaccato il suo lavoro precedente, Harenchi gakuen (in Italia La scuola senza pudore), entra con prepotenza nell’olimpo mondiale dei fumetti e influenza profondamente moltissimi manga e anime successivi. Un nome su tutti? Neon Genesis Evangelion di Hideaki Anno.

Go Nagai e Masaaki Yuasa davanti al poster di "Devilman Crybaby".

Go Nagai e Masaaki Yuasa posano orgogliosamente davanti al poster di Devilman Crybaby.

Molti anni dopo, XXI secolo: Netflix, il colosso dello streaming, distribuisce in tutto il mondo Devilman Crybaby, prodotto dallo Studio Science Saru, con Masaaki Yuasa alla regia, Ichiro Okouchi alla sceneggiatura, Ayumi Kurashima al character design e Kiyotaka Oshiyama al “devil design”, ovvero il design non solo del protagonista dell’opera, ma anche degli altri demoni.

Devilman Crybaby È il Devilman di Masaaki Yuasa, regista che ha come cifre stilistiche un continuo dinamismo e una plasticità totale: le animazioni in Devilman Crybaby sono particolari, talvolta eccessive all’occhio di uno spettatore non rimasto al passo con l’animazione moderna, ma rimangono sempre al servizio dell’opera e sono, nella quasi totalità, di una qualità sopraffina, anche tenendo conto del fatto che la serie è stata prodotta in sei mesi e che per ben tre episodi le animazioni chiave sono state realizzate da un unico animatore (Tomohisa Shimoyama per l’episodio 4, Kiyotaka Oshiyama per l’episodio 5 e Takashi Kojima per l’episodio 9).

Animazione di "Devilman Crybaby" di Masaaki Yuasa.

Anche il character design è all’altezza di questa ambiziosa operazione: all’inizio delle vicende i personaggi sono tratteggiati in modo molto moderno e kawaii, soprattutto l’imbelle protagonista Akira; con l’ingresso in scena di Devilman il contrasto è a un primissimo impatto stridente ed estraniante, ma subito dopo la dolcezza del tratto si sposa meravigliosamente con la crescente e inarrestabile violenza.

Fotogrammi di "Devilman Crybaby" di Masaaki Yuasa.

L’aspetto dei demoni è un tuffo in una follia psichedelica dai colori accecanti, mentre per il protagonista c’è poco da dire: il Devilman di Oshiyama e Yuasa è bellissimo e quanto più nagaiano possibile.

Poster di "Devilman Crybaby" di Masaaki Yuasa.

L’approccio di Yuasa al capolavoro di Nagai è fortemente autoriale, ovvero omaggia fedelmente l’opera originale e parallelamente la fa sua uscendo a testa alta da questo confronto, esattamente come hanno fatto in precedenza due altri grandi registi d’animazione, da una parte Mamoru Oshii con Ghost in the Shell e Lamù – Beautiful Dreamer, dall’altra Hideaki Anno con Shin Godzilla: in questa chiave dovrebbe essere letto il trasferimento dell’elemento focale di Devilman, il conflitto, dall’esterno verso l’interno, incarnandolo nella figura di Akira/Devilman che soffre per l’infinita crudeltà umana e -non tanto inaspettatamente, in quanto il “crybaby” del titolo significa “piagnone”- versa copiose lacrime in molteplici occasioni.

La miniserie è concepita come un granitico unicum, un titanico film d’animazione: lo si può desumere non solo dal fatto che lo spettatore sia praticamente costretto dalla bellezza della storia e delle animazioni a una fruizione vorace e compulsiva, ma anche dal fatto che la sequenza di apertura, disegnata da Abel Gongora e accompagnata dal brano Man Human di Denki Groove, non sia presente in ogni episodio, ma solo una volta, nella seconda puntata.

Sesso e violenza, inevitabilmente e come nel manga originale, vengono mostrati in abbondanza, ma senza compiacimento, morbosità né perversione. Allo sguardo dello spettatore, guidato con abilità da Yuasa, gli eccessi vengono proposti in modo grottesco e inumano al punto tale da sfociare in una freddezza quasi documentaristica e distaccata: che cosa sono i demoni, se non la controparte nuda e sfrenata degli infimi istinti dell’uomo? Che cosa possono fare, se non uccidere e accoppiarsi indulgendo in questi piaceri?

L’unico appunto che forse si può muovere a una serie come Devilman Crybaby è che dieci episodi siano troppo pochi: forse sarebbe stato il caso di avere un paio di episodi in più per approfondire ulteriormente il drammatico confronto con l’arpia Silen e il rapporto tra il protagonista Akira Fudo e la sua controparte Ryo Asuka.

Fotogramma di "Devilman Crybaby" di Masaaki Yuasa.

Se Devilman Crybaby ha profondamente turbato numerosi nostalgici oltranzisti, d’altro canto ha riscosso successo e consensi in tutto il mondo: il mangaka e character designer Yoshiyuki Sadamoto, che più volte ha dichiarato che Evangelion si è profondamente ispirato al manga di Nagai stilisticamente e concettualmente, ha mostrato apprezzamento nei confronti della serie animata di Yuasa tramite un tweet e uno schizzo del protagonista e del suo antagonista.

Fanart di "Devilman Crybaby" di Masaaki Yuasa disegnata da Yoshiyuki Sadamoto.

Per quanto riguarda il confronto con le precedenti opere del franchise, questa nuova serie animata omaggia anche quella degli anni ’70, che nell’universo di Devilman Crybaby esiste proprio come cartone rivolto ai bambini: in più occasioni sono inseriti riferimenti a essa, come i poster nelle camere dei personaggi e l’inserimento nel primo episodio della opening classica, la celeberrima Devilman no uta (“La canzone di Devilman”), potentemente remixata in chiave dance elettronica da Abu-chan e Kensuke Ushio, quest’ultimo curatore di tutta la colonna sonora.

Infine, Devilman Crybaby È anche e soprattutto il Devilman di Nagai, un tributo che rende onore a un mostro sacro del fumetto mondiale trascinandolo con violenza nel XXI secolo. Devilman è eterno e universale, il suo messaggio devastante è attuale ancora oggi, e Yuasa lo ripropone con successo in chiave ultracontemporanea: un esempio su tutti, nel manga anni ’70 il sabba, la festa pagana che conduce all’evocazione dei demoni, è accompagnato da un complesso rock/metal, all’epoca la “musica del demonio”, mentre ora, nel 2018, la controparte animata del sabba è sostanzialmente un rave party condotto verso la follia da un ossessivo e irresistibile ritmo tribale/elettronico.

Pagina di "Devilman" di Go Nagai.

Yuasa ha riletto il classico immortale di Nagai sulla base della consapevolezza del fatto che «il mondo è andato avanti» (cit.), e se se ne è reso conto anche Mark Renton in Trainspotting, ci auguriamo che anche chi è rimasto fino ad adesso bloccato solipsisticamente in un universo di 40 anni fa possa infine apprezzare Devilman Crybaby per quello che è, una serie contemporaneamente classica e attualissima, degna trasposizione del comunque inarrivabile originale di Nagai.

Devilman Crybaby – L’infernale recensione

Quando il colosso dello streaming-service Netflix annunciò la sua prima serie anime, Castlevania, l’attenzione si spostò verso le nuove possibilità che si erano improvvisamente aperte per gli studi d’animazione, giovani e veterani, che avevano tutta l’intenzione di spostarsi su una piattaforma globale, digitale e pronta a investire.

Poco più di un mese dopo, infatti, Netflix decise subito di spingere l’acceleratore, rivelando al mondo Devilman Crybaby, una produzione che si proponeva di modernizzare e riportare alla luce il pilastro dello shonen Devilman di Go Nagai; alle redini del progetto il giovane studio d’animazione Science SARU di Masaaki Yuasa, autore dell’acclamatissimo, splendido Mind Game e delle serie animate di The Tatami Galaxy e Ping Pong The Animation.

Flash forward, avanti veloce fino agli inizi del 2018 e Devilman Crybaby debutta su Netflix nella formula standard della piattaforma, dieci episodi adatti al binge-watching compulsivo.
Ma dopo quasi cinquant’anni dalla prima apparizione di Devilman, rimanevano dubbi sulla possibilità di mantenere vivo lo spirito oscuro e corrotto, nero pece dell’opera originale.

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Akira Fudo vive la sua vita timidamente, senza dare troppo nell’occhio: i suoi genitori sono all’estero e lui abita insieme ai Makimura, famiglia che lo ha accolto a braccia aperte e nasconde l’interesse amoroso del ragazzo, Maki, “la strega dell’atletica”, una ragazza amorevole e gentile.
Come nella più tradizionale delle storie, e come Nagai comanda, la quiete viene interrotta dal ritorno di Ryo Asuka, amico d’infanzia di Akira pronto a rivelargli un mortale segreto: i demoni sono tra gli umani, si sono adattati dalla creazione del pianeta a oggi e intendono distruggere l’umanità.
Per sconfiggerli, Ryo ha un piano: infiltrarsi in un Sabba, un drug-party di moda in Giappone, e nel tumulto della musica e del sesso invocare Amon, il più potente dei demoni, per far sì che si fonda con Akira; secondo Ryo, il cuore puro del suo amico è l’unico in grado di sottomettere la volontà di Amon, creando così un potente ibrido uomo/demone… un Devilman.

La premessa originale, quella del manga e non dell’anime del ’72 adattato per un pubblico piú infantile, viene mantenuta seppur con qualche marcato cambiamento, mostrando la forza dell’idea di Nagai.
Mantenendosi su questa scia, l’intera storia ricalca lo spirito del primo Devilman, esplorando il concetto di bene e male, compassione e crudeltà, applicando questi termini, dividendoli e ridistribuendoli successivamente quando la lotta tra umanità e demoni si farà più intensa e sanguinosa, cominciando a creare momenti davvero densi nella trama.

Ciò che cambia, e non si poteva fare altrimenti, è il contesto in cui le vicende di Akira Fudo si muovono: il Giappone di Devilman Crybaby è assorbito dai social network, dalle riviste con modelli amatoriali, fotografi viscidi, bombardamento televisivo costante e assillante.
I ragazzi sono sboccati, volgari, concentrati sul sesso, le droghe e la musica, vie di fuga da una opprimente gabbia di norme sociali.
Le ossessioni del mondo contemporaneo sono splendidamente inserite nella storia originale, mostrando un’ambientazione più giovane, ma non per questo fastidiosa o accentuata per sottolineare ancora di più le differenze con Nagai.
Devilman Crybaby sa di dover adattare una storia “vecchia” a un mondo che ha corso a grandi velocità dagli anni ’70 in poi e cerca di farlo al meglio delle sue possibilità, riuscendoci.

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La regia di Yuasa e la scrittura di Ichiro Okouchi rendono la fragilità emotiva e il pianto facile di Akira un modo per distinguerlo da una massa assorbita dalle già accennate ossessioni, paranoie e routine di vita quotidiana: con gli altri ragazzi, ma specialmente se posto agli antipodi di Ryo, Akira è un vero frignone, un crybaby che mostra la sua voglia di proteggere chi gli sta a cuore, emozionandosi e mettendosi in prima linea per difenderli da un mondo che rotola, freneticamente, verso la follia.

Con solo dieci episodi a disposizione, la psicologia e la caratura emozionale dei personaggi viene spesso compattata e rimpicciolita a fronte dei più pressanti, e sicuramente coinvolgenti, eventi di trama: il cast di contorno ha uno spazio veloce, breve per esprimersi e per mostrare la propria personalità, le proprie motivazioni e, sebbene nessuno risulti fuori posto o fondamentalmente banale, la storia gioca al meglio delle sue possibilità con questi elementi.
L’intreccio emotivo risulta comunque efficace e funzionale alla carica di sentimenti che esploderà nel crescendo finale, quando tutta la visione del mondo diventerà nichilista e senza possibilità di redenzione.

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Tecnicamente, Devilman Crybaby può risultare audace, così come indigesto: non è un segreto che lo stile essenziale di Yuasa sia un mezzo per far risaltare le animazioni folli e slegate da qualsiasi fisica. La corsa dei protagonisti da umana diventa bestiale, le esplosioni dei corpi posseduti dai demoni divampano in un mix di sangue giallo, colori acidi e arti, seni, vagine e teste che mutano in maniera mostruosa e raccapricciante.

Come accennato, però, lo stile e le animazioni rimangono controverse, piazzandosi perfettamente in quella larga categoria del de gustibus che varia di persona in persona: a chi tocca adattarsi, al pubblico o al regista? Non sapremo mai la risposta.

Le scene d’azione che coinvolgono Devilman sono sempre interessanti da guardare e la battaglia finale mantiene fede al pathos brutale e apocalittico di Go Nagai; la colonna sonora unisce una deriva elettronica, un massiccio uso di sintetizzatori, quasi da club, con musica orchestrale ed epica, creando ancora di più una ideale unione tra le atmosfere oscure dello shonen e l’atmosfera urbana moderna.

Devilman Crybaby non è un prodotto perfetto, sia per la formula adottata, che magari aveva bisogno di più spazio per far respirare i personaggi, sia per la qualità dell’animazione spesso e (mal)volentieri altalenante.
Tuttavia, è difficile trovare un anime che, a quasi mezzo secolo di distanza dalla fonte originale, sia in grado di mantenere lo spirito cinico, maledetto, aggressivo e, nascosto sotto questi strati di violenza, positivo.
Questo, ancora una volta, a dimostrazione dell’importanza e della potenza del concept originale di Nagai, talmente valido e qualitativamente incredibile che, nonostante cambiamenti e adattamenti nel tempo, resta uno scheletro solidissimo sul quale ricostruire la storia di Devilman.
Il giorno del giudizio scatenato da Ryo e Akira osserva l’umanità in tutto ciò che può essere e non essere, mostrando cosa sia giusto e chi sia il vero demone, chi può definirsi umano o meno.
A noi il compito di osservare… e giudicare a nostra volta.

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Una tranquilla Ubalda di terrore: Devilman, di Go Nagai

Halloween si avvicina e da questa settimana, per quattro venerdì, Dimensione Fumetto si tinge d’orrore. Questa settimana la nostra rubrica Quel gran pezzo dell’Ubalda, dedicata a eviscerare pezzi di fumetto particolarmente belli, guarda dentro l’Abisso di una delle opere più significative del fumetto mondiale. (Le altre puntate, un po’ più allegre, le trovate qui.)

Devilman di Go Nagai è tante cose: una di queste, è il fumetto più puramente intriso d’orrore che sia mai stato prodotto. Così, oggi abbiamo umilmente interrogato le pagine del Maestro, cercando di apprendere, da lui, che cosa significa avere paura.

Nella sequenza da noi scelta scopriamo, con un certo sgomento, che far paura significa anche dare speranza al lettore.

È nel terzo volume dell’edizione italiana della Dynamic, datata 1996, che troviamo il piccolo Tare, fratello di Miki Makimura, che chiacchiera con il suo amico Susumu in un tetro parco giochi.

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Questa scena arriva dopo un terribile crescendo in cui abbiamo scoperto che i demoni si sono mischiati agli esseri umani allo scopo di riprendersi il pianeta Terra e, in aggiunta, divorare le nostre deliziose carni. Le persone stanno già scomparendo, giorno per giorno, e questa terribile guerra che vede l’uomo spodestato dalla cima della catena alimentare non risparmia nessuno: nemmeno i bambini. La sensazione è quella di un baratro nel quale siamo inesorabilmente diretti.

Tare e Susumu, dicevamo. Sembrano tristi: non è così che dovrebbero apparire due bambini in un parco giochi. Fa freddo, e Tare vorrebbe andare a casa: ma Susumu non è della stessa idea.

Non servirà sicuramente ricordare ai nostri prodi lettori che i manga si leggono da destra a sinistra, vero?

Non servirà sicuramente ricordare ai nostri prodi lettori che i manga si leggono da destra a sinistra, vero?

Nagai stende una coltre nera attorno al bianco di cui brillano i bambini, accentuando il senso di ineluttabile minaccia che li circonda. Una minaccia di cui noi, i lettori, sappiamo molto più di loro.

Susumu non vuole tornare a casa, e presto ci spiega il perché.

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Ovviamente, non è un semplice caso di violenza domestica. Nagai non ci risparmia niente.

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Ovviamente, il papà non crede al piccolo Susumu. Se vostro figlio vi dicesse una cosa del genere, voi credereste a lui o a vostra moglie? I bambini dicono tante sciocchezze.

Ma Nagai non è sciocco. Lui sa che noi sappiamo. Sa che sappiamo che la mamma di Susumu è diventata un demone sadico. A questo punto è una cosa di cui abbiamo la certezza: dove non c’è dubbio non c’è paura. Susumu sembra una vittima sacrificale, una scusa per assistere alla prossima efferatezza.

Ed ecco che Nagai ci fornisce la prima delle speranze.

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L’oscurità attorno ai bambini si dirada per un istante. Ancora una volta Nagai gioca con quello che noi sappiamo: che Tare vive a casa con Akira Fudo, l’unica speranza dell’umanità contro i demoni. Susumu, improvvisamente, non ci sembra più spacciato. Tutto quello che deve fare è raggiungere casa di Tare, e magari Akira sistemerà tutto.

Tutto quello che deve fare, è attraversare l’oscurità fino a casa dell’amico.

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I due bambini attraversano le strade della città, trasfigurate dal buio nella Selva Oscura, con il lupo in agguato dietro ogni angolo. Ma sono insieme, sono amici, e la casa è un posto sicuro.

Basta solo arrivarci. Nagai ci fa misurare quei piccoli passi, battendo il tempo con le loro risate, e quando giriamo pagina il cuore ci sale in gola, nella speranza terribile di vedere il lume di casa Makimura.

E invece.

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Il cane e la madre condividono gli stessi occhi tremendi. Quelli di Susumu sono gli occhi di chi è stato tradito dal destino; sono gli occhi di colui che aveva davvero sperato di farcela. Sono i nostri occhi.

Nella tavola seguente, la madre di Susumu sembra normale e convince Tare che il ragazzino è soltanto uno a cui piace inventare storie.

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E Susumu conferma. Il buio torna a opprimere la vignetta, pesante come piombo, al punto che il bambino si ingobbisce, quasi si rattrappisce dentro il suo cappottino. Nagai lo disegna così, rassegnato al suo destino, e noi con lui, perché non siamo Tare: noi sappiamo che la madre è un demone. L’ineluttabilità del destino di Susumu è di nuovo una specie di sollievo, ci libera dal peso di dover sperare per lui.

Nagai lo sa, ed è per questo che non demorde, deciso com’è a farci tremare. E così ci fornisce un’altra speranza.

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Guardate la faccia di Susumu nella seconda vignetta (sempre da destra). Nella pagina è immediatamente sotto a quella da noi riportata proprio sopra: la trasformazione è lampante, quasi avvertiamo, nella vicinanza del contrasto, l’illuminarsi del suo viso. Stasera c’è il papà!

Susumu è contento. È un bambino, e mentre lo accompagniamo a casa, sentiamo un tarlo che ci rode dentro. È la paura.

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Guardate le linee cinetiche che spazzano le ultime tre vignette, e la nuova trasformazione dell’espressione di Susumu. Le prime ci parlano di una ricerca frenetica, lo sbattere di porte, armadi, piedi per terra; e la seconda ci mostra lo sparire progressivo della speranza, il rinascere della consapevolezza, il viaggio, in tre piccole vignette pressate una sull’altra, dalla speranza all’orrore. Lo sapevamo, lo sapevamo! Ma con Susumu, abbiamo sperato fino all’ultimo.

La pagina successiva merita di essere riportata per intero.

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Nella terza vignetta Nagai tratteggia il volto della “madre” di Susumu con linee ondulate e sinistre, che riescono straordinariamente a conferire alle parole pronunciate un tono stridulo, lamentoso: il disegno che ci fa udire le parole.

«Mamma odia i bambini che parlano troppo»!

E noi giriamo la pagina per vedere Susumu morire.

E invece Nagai, per la terza volta, ci ficca nel cuore un barlume di speranza.

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Alla prima speranza, quella di giungere da Akira Fudo ed essere protetti da lui, abbiamo creduto.

Alla seconda speranza, quella di trovare il papà a casa, abbiamo voluto credere, per disperazione.

Cosa fare con questa?

Di nuovo, una pagina intera, quella immediatamente successiva, che parla da sola. La vignetta finale è il culmine di una tortura psicologica cui Nagai ci ha sottoposto in una manciata di magistrali pagine.

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Non c’è bisogno di mostrarvi anche cosa succede poi a Susumu. È una piccola chiosa su cui Nagai non indugia. L’orrore di questa sequenza non è venuto da scene truculente, né (solo) dagli occhi e dai denti e dalle orrende silhouette oscure dei demoni. Viene dall’orrenda tortura cui è stato sottoposto il povero Susumu, la sadica successione di montagne russe tra speranza di vivere, di essere contento, di poter giocare con gli amici, e la tremenda consapevolezza di essere totalmente in balìa dei mostri.

L’orrore, in poche parole.

Prima di chiudere, una postilla.

Se qualcuno di voi non ha mai letto Devilman, di Go Nagai, consigliamo di mettersi davanti a uno specchio e darsi uno schiaffo in faccia per ogni anno di vita passato senza averlo fatto.

Dopo di che corra in fumetteria. Non avete mai letto un fumetto se non avete letto Devilman.

Le Storie infinite: quando i fumetti non possono morire

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Un Preambolo

Nel XIII secolo dopo Cristo la Morte era vista come una cosa abbastanza seria.

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Non proprio una fan dei Cure col visetto carino, eh?

Erano anni in cui se non avevi assistito alla morte di almeno un tre quattro fratellini, allora non eri nessuno. Si crepava per un’influenza, per le continue guerre, carestie, per gli sghiribizzi del potente di turno. Uscivi di casa e non era raro vedere morti per la strada, in attesa di qualcuno che li caricasse su un carro per portarli all’ossario. Sulla Morte la Chiesa aveva creato un business solido: tutti potevano crepare da un momento all’altro, e tutti avevano paura dell’Inferno, dal mendicante all’Imperatore. Si pagavano bei quattrini per un lasciapassare per il Paradiso; e se non c’erano i quattrini, la chiesa s’accontentava della devozione assoluta.

Ecco come poteva la Chiesa, che non aveva lo straccio d’un esercito, far sì che gli Imperatori s’inchinassero ai loro piedi.

Poi nella metà del 1200 circa Francesco d’Assisi ti piazza questo colpo tra capo e collo, scrivendo il Cantico delle Creature in una lingua che tutti comprendevano.

«Laudato si’ mi’ Signore per sora nostra morte corporale, da la quale nullu homo vivente pò skappare».

M’immagino i vescovi cadere dallo scranno: come si permetteva costui di lodare il signore per nostra “sorella Morte”? Sorella? La Morte doveva incutere paura, non familiarità. La paura è la madre della fedeltà.

Ma Francesco era davvero così ammirato, così estasiato per l’Universo intero che anche la Morte gli piaceva. Nessun uomo poteva sfuggirle, ma nessun uomo doveva temerla, se fosse morto con cuore innocente.

Ci voleva un gran coraggio ad amare la Morte.

Da Francesco d’Assisi ad Akira Fudo

Facciamo un salto in avanti di circa 750 anni. È il 1991 e, scartabellando nella mia edicola di riferimento tra i Marvel della Star Comics, mi capita tra le mani un albo in bianco e nero, smilzo, intitolato Devilman.

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Ora, io Devilman me lo ricordavo così:

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Ma devo dire che non è che avessi mai seguito attentamente la serie tv, quindi non mi accorsi subito della differenza. Certo, tutte quelle tette, fredda violenza e squartamenti solo nel primo numero avrebbe dovuto vagamente insospettirmi ma oh, avevo 14 anni, le tette obnubilavano qualsiasi capacità di giudizio, anche se poi si trasformavano in tette-serpenti (giuro).

Nei mesi che seguirono divorai il primo manga della mia vita con una voracità straziante. Quel fumetto si rivolgeva a una parte di me che non credevo di avere mai avuto, trattandomi come un adulto cui scuotere ogni certezza. Credo che Devilman sia stato scritto e disegnato da Go Nagai con lo scopo preciso di essere letto da un quattordicenne per trasformarlo in un uomo.

Quando vidi quei brandelli di cadavere innalzati sulle picche e Akira Fudo abbracciare quella testa mozzata, simbolo della fine di ogni suo rapporto con la cosiddetta “umanità”, non credevo ai miei occhi. Ancora mi aspettavo da un momento all’altro, che so, che fosse tutto un sogno, un reboot, un deus ex machina, qualcosa, accidenti!

E invece, poco dopo, uscì l’ultimo, straziante albo, e la serie morì.

Non morì per scarse vendite, ma morì perché quella era la sua fine naturale, perché senza quella fine tutta la storia non avrebbe avuto alcun senso.

“Nostra sora morte d’una serie, da la quale nulla historia a fumetti dovrebbe skappare”.

Il mio primo manga fu Devilman e fu allora che imparai che una serie a fumetti poteva finire e che anzi, una fine poteva essere bellissima.

Da Akira a Peter, e ritorno

Ora qualcuno forse conoscerà la canzone di Elio “Mio Cugino”. Favoriamo il video.

Ecco, immaginate che io vi venga a raccontare che mio cuggino una volta è morto.

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Poi un’altra volta è ancora morto e stava nel bozzolo;

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poi mio cuggino aveva una fidanzata bionda che una volta è morta;

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poi aveva anche un migliore amico che una volta è morto;

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e anche il papà del suo migliore amico una volta è morto;

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poi mio cuggino s’è sposato con una modella, che una volta è morta con l’aereoplano; e ha una zia che una volta è morta;

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poi una volta è stato sposato; poi mio cuggino una volta ha fatto un patto col diavolo. E una volta s’è messo un vestito che era alieno. Anche il vestito alieno una volta è morto. Mio cuggino è stato punto da un ragno radioattivo che una volta è morto. Ah, e poi mio cuggino un’altra volta ancora è morto, ma nessuno se ne è accorto perché nel suo cervello è entrato un tizio che, beh, una volta è morto.

Mio cuggino si chiama Peter Parker. La sua serie a fumetti non è mai morta. E quando devi fargli succedere qualcosa per circa 50 anni, più volte al mese, senza mai vederne la fine, beh, questo è quello che capita.

Capita che la serie non sarà mai morta, ma tutto quello che c’era dentro, quello una volta è morto.

Il punto, dicevamo, è che ci vuole un gran coraggio ad amare la Morte.

Non solo Parker

Per fortuna gli americani non sono soltanto mieicuggini. Sì, di norma qualsiasi serie venda abbastanza sopra al punto di pareggio è deputata al proseguimento ad libitum. Qualsiasi. Cioè, Witchblade è arrivata al n. 187!

Però Watchmen finì dopo 12 numeri. Non uno di più: e non perché non vendesse. Non perché la DC non avesse provato a farla continuare. Watchmen finì perché i suoi autori ritenevano che una buona storia non è poi così tanto buona se non contempla una fine.

Una volta sentii un tizio in una fumetteria dire che Watchmen non lo leggeva perchè era disegnato male. Aveva in mano un manga delle CLAMP. Non so dove sia oggi, ma mi auguro che non abbia trasmesso i suoi gusti a nessun figlio

Una volta sentii un tizio in una fumetteria dire che Watchmen non lo leggeva perché era disegnato male. Aveva in mano un manga delle CLAMP. Non so dove sia oggi, ma mi auguro che non abbia trasmesso a nessuno il suo corredo genetico.

(Bisogna dire che Dave Sim, nel pubblicare il suo Cerebus, già nel 1976 disse che avrebbe avuto una fine: ma avendola datata al numero 300, non fa testo).

Watchmen rappresenta, almeno per quanto riguarda le serie mainstream americane (cioè il 99% del mercato) un cambiamento fondamentale nel modo di concepire il fumetto dell’industria americana: dalla concezione McDonald alla concezione Karamazov.

La concezione McDonald concepisce gli albi come hamburger: basta impacchettarli tutti più o meno alle stesso modo, metterci un marchio sopra e voilà, venderanno sempre a prescindere. In questo ambito gli autori valgono più o meno come il cuoco del fast-food: se fa male, è licenziato, se fa bene, non è licenziato. Quello che conta è il brand: Spider Man, Batman, X-Qualcosa. I personaggi scompaiono e non importa più cosa gli accada: sono un’etichetta da attaccare. Il prototipo del personaggio McDonald, nemmeno a dirlo, è lui:

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La concezione Karamazov concepisce invece le storie come un’unità irripetibile che ha un’inizio e una fine. Gli autori valgono come Dostojevskij: se non ci fosse stato lui non ci sarebbe stata l’opera. Pioniera in questo campo fu Karen Berger con la sua Vertigo e coraggiosissima fu la scelta di porre fine al Sandman di Gaiman, serie di punta dell’etichetta DC che garantiva buoni guadagni e che fu comunque chiusa. Un fumetto seriale, di successo, che non ha avuto paura di sacrificare il guadagno all’importanza di dare un senso alla storia, chiudendola quando era giunto il momento narrativamente giusto.

Tra queste due concezioni c’è una via di mezzo, la McDonald-Karamazov. L’autore prende il personaggio e A: ne fa quel che vuole, purché sia un What If (ad esempio Il ritorno del Cavaliere Oscuro), e B: ne fa quel che vuole, purché alla fine ci restituisca il personaggio pronto per altre storie (per decenni la serie di Devil è stata gestita in questo modo).

In tutti e tre i casi la nostra cara Morte, la Morte, la Morte, la Morte puttana, è la discriminante: tutte le serie che prevedono una fine sono serie Karamazov, tutte le altre sono serie McDonald. Persino le case editrici si sono ormai polarizzate: le big two insistono sulla filosofia McDonald mentre le altre, prima tra tutte la Image (con le dovute eccezioni), editano solo storie a termine.

E il bello è che per gli autori, andare a scrivere per Marvel e DC non è più un punto di arrivo ma, piuttosto, un trampolino di lancio. Se funzioni sulle serie McDonald ti paghi il mutuo, ti fai un nome e poi puoi permetterti il grande salto verso la tua serie Karamazov, che ti dà libertà, soddisfazione, e diritti d’autore sulle trasposizioni televisivo-cinematografiche.

Salve, sono Mark Millar, e mi sorride questa prospettiva.

Ciao, mi chiamo Mark Millar, e mi sorride questa prospettiva.

 

Se l’America starnutisce, l’Italia prende il raffreddore

E l’Italia, come sta messa?

Sempre restando nell’ambito mainstream (leggi Bonelli, ma anche Astorina e Max Bunker Press) la concezione McDonald è stata rigida e dominante molto più a lungo di quanto sia accaduto negli Stati Uniti. Praticamente la totalità delle serie italiane da edicola usciva con lo specifico intento di arrivare a +Tex con la numerazione, e il pubblico italiano, ormai, considera la chiusura un vero e proprio smacco, come la retrocessione. Basti pensare agli alti lai lanciati per la chiusura di serie come Saguaro e Adam Wild.

Pionieri nel campo furono case editrici come la Eura editoriale e la Star Comics, che nel corso degli anni ’10 del terzo millennio si lanciarono in proposte che adoravano la Morte nel modo più corretto.

L’Eura con John Doe (a breve ristampato per la BAO), e, in seguito, con Detective Dante, sperimentò un formato editoriale più snello e una concezione a “stagioni”, con diversi falsi finali seguiti, infine, da un finale vero, con il numero 99.

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Non è un caso che in due delle serie fin qui citate, John Doe e Sandman, la Morte sia un personaggio vero e proprio

La Star Comics dal canto suo riempì le edicole con vere e proprie miniserie in formato Bonelli, alcune delle quali restano nel cuore di chi le ha lette.

Anche nel meraviglioso Valter Buio di Bilotta la Morte è un tema importante, anche se non un protagonista

Anche nel meraviglioso Valter Buio di Bilotta la Morte è un tema importante, anche se non un protagonista.

 

Addirittura, nel bellissimo Dr. Morgue la parola Morte appare nel titolo di ognuno dei numeri

Addirittura, nel bellissimo Dr. Morgue la parola Morte appare nel titolo di ognuno dei numeri.

Se tre indizi fanno una prova, il legame stretto che si crea tra quei fumetti che, per primi, hanno osato presentarsi come opere conchiuse, opere-Karamazov, e la Morte come concetto o protagonista non deve essere un caso.

Star Comics e Eura hanno smesso di fare questo tipo di proposta. D’altra parte per confezionare un albo popolare italiano, con tutte quelle pagine, quella cura, e il delirante sistema distributivo, ci vogliono spalle fortissime, grandi professionalità e bei soldoni da investire. Troppi per le disponibilità delle due case editrice, ma non per realtà più importanti come la Panini Comics e, infine, della Bonelli che sembra più avanti dei suoi stessi lettori.

Da anni, infatti, la Bonelli sembra aver imparato la lezione e ha sposato la filosofia Karamazov (ben prima dell’arrivo di Recchioni: guardate che non tutto quello che non vi piace è colpa sua, eh). Alcune tra le serie migliori degli ultimi anni sono nate come miniserie e, se non ci inganniamo, un giorno la filosofia-Karamazov balzerà in testa alla classifica, mentre le serie McDonald saranno sempre meno.

Laddove però noi fumetti la tendenza sembra in parte andare verso la concezione Karamazov, sia detto per inciso che nel cinema si va esattamente in direzione opposta.

Saghe che sembravano chiuse perfettamente sono state riesumate con l’intento di renderle infinitamente riproducibili; e se vi viene in mente Star Wars, ci avete azzeccato. Ma l’opera di Lucas è solo uno dei tentativi di riportare in vita quello che era meglio tenere “morto”. L’ultimo Indiana Jones, il nuovo Ghostbusters; e, più tardi ma mai abbastanza, il già annunciato ritorno di Harry Potter.

Alla fine della fiera, il sottoscritto ha utilizzato un metodo tutto personale per far finire l’infinito: smettere di leggere nel punto più adatto. E in fondo, per quanto oggi mi strapperei le palle degli occhi piuttosto che leggere un altro albo dell’Uomo Ragno; in fondo, dico, è bello sapere che è ancora lì, pronto a riempire gli occhi di altri bambini troppo poveri per comprarsi lo smartphone.