Death Note

Platinum End – “L’opera al bianco” dei creatori di Death Note

Platinum end Ohba Obata

La coppia Ohba e Obata è tornata (scusate la rima)!

Dopo il fortunatissimo Death Note che ha spostato un po’ più in là le coordinate del fumetto nipponico, e Bakuman, che invece tali coordinate le illustrava con leggerezza, finalmente arriva in Italia, edito da Planet Manga, Platinum End, loro ultima fatica ancora in corso di pubblicazione in patria.

Questo manga appare fin dalle prime pagine come la controparte del loro primo successo, come nei dittici rinascimentali in cui i coniugi sono rappresentati di profilo, uno di fronte all’altro e il volto dell’uno è la controparte dell’altro e insieme formano una unità. Ecco, direi che Death Note è il lato nero di questo dittico, e Platinum End è la sua metà bianca.

Vediamo perché, partendo dalla trama e occhio a qualche spoiler: il giovane protagonista Mirai per sfuggire a una vita disperata decide di suicidarsi, ma viene salvato da Nasse, il suo angelo personale. Costei (ma chissà se agli angeli possono attribuirsi i generi) lo convince a rinunciare ai suoi propositi donandogli due capacità meravigliose: delle ali invisibili per volare ovunque voglia e un arco che può scagliare le frecce di Cupido e provocare amore incondizionato, ma per un tempo limitato, in chiunque ne venga colpito. Mirai vorrebbe addirittura rifiutare, essendo ormai senza speranze, ma Nasse decide per lui e gliele dona senza avvertirlo che non potrà più rifiutarle. In questo modo inoltre Mirai entra a far parte dei tredici candidati al titolo di nuovo Dio, visto che quello vecchio si è ritirato.

Platinum end Ohba Obata

Fin qui l’opera rientra nei canoni del seinen, con i personaggi che combattono tra loro fino all’eliminazione di tutti gli avversari, ma sappiamo bene che i “due O” non sono generalizzabili in uno standard, e poi, soprattutto, non è questa la caratteristica principale del manga. Come è accaduto appunto in Death Note, più che la trama, molto importante è il contenuto delle pagine, in quei baloon molto densi di testo che hanno lo scopo di far ragionare il lettore su argomenti e tematiche più o meno dichiarati.

Prima di tutto i doni celestiali di Nasse dovrebbero simboleggiare due degli aspetti più desiderati nella vita dagli uomini: la libertà e l’amore, ma fin da subito ci coglie il dubbio che, in fondo, questa assimilazione non sia così semplice; Mirai sicuramente la mette in dubbio.

Altro aspetto: il senso morale. Nasse non è un angelo come lo si intende nella cultura occidentale (e neanche quella orientale) è molto più simile a un essere ultraterreno che può concedere doni ai mortali, più un genio quindi (inteso come il jinn della cultura araba) che non è né buono né cattivo ma si adatta al comportamento dell’uomo che affianca, privo di senso morale o ideali, suggerisce le infinite possibilità che il potere donato a Mirai comporta, e si adegua alle sue scelte.

Ricordiamo, tanto per stuzzicare ulteriormente la vostra curiosità, che questi “angeli” protettori sono tredici, abbinati ad altrettanti umani, che sicuramente non sono riflessivi come Mirai, reso maturo dalle passate esperienze e fondamentalmente molto buono e lungimirante.

Ecco, Mirai: il ragazzo si trova coinvolto in cose più grandi di lui non per sua scelta, ma per scelta di un altro che persegue un proprio interesse, e questo per tutta la sua vita, come scoprirete. Si ritrova dunque suo malgrado in possesso di tre poteri (il terzo lo dovrete scoprire nel volume) che da subito gli appaiono enormi e pericolosi, per questo decide di usarli meglio possibile e per raggiungere un solo scopo: essere felice rendendo felici gli altri.

Platinum end Ohba Obata

Adesso però basta chiacchiere e arriviamo alla dicotomia tra le due opere di cui parlavo sopra, se già non avete tirato le somme da soli: Light in Death Note era un ragazzo super fortunato, buona famiglia, spiccata intelligenza, a cui l’incontro con Ryuk concede qualcosa in più: la possibilità di compiere giustizia. Il suo aiutante pur avendo i connotati del demone rimane a guardare quello che il suo assistito compie, ma non fa pesare il suo parere, che non ha. Il suo colore è il nero e il tratto con cui è reso è incisivo, grottesco, pieno di linee spezzate. Chi si oppone è un altro personaggio borderline, difficilmente catalogabile che persegue a sua volta il proprio concetto di giustizia. Direi che è questo infatti il grande quesito a cui l’autore chiama le menti dei lettori: cos’è la giustizia, come può esserlo se i giudizi sono unilaterali, esiste un concetto univerale di giustizia ecc ecc… E poi, Light la farà franca o la spada di Damocle che pende sulla sua testa si staccherà alla fine?

Platinum end Ohba Obata

Ed ecco che a questo ritratto si contrappone Platinum End: il protagonista è una povera vittima degli eventi che non possiede nulla, e non desidera null’altro che una quotidiana felicità. Il suo aiutante è un angelo dall’aspetto graziosissimo, resa con linee morbide e aggraziate, e nella sua rappresentazione non c’è una macchia di nero che non sia la linea di contorno: anche gli occhi non hanno pupille o ciglia scure, il suo volume è dato esclusivamente da retini molto chiari. Anche lei lascia che sia Mirai a scegliere e resta al margine degli eventi. L’antagonista viene appena presentato in questi primi tre episodi, ma appare quanto meno ambiguo: dotato degli stessi doni di Mirai sembra deciso a usarli con uno scopo ben mirato, e sicuramente vorrà togliere di mezzo il ragazzo, ma di questo sapremo meglio in futuro… Mirai riuscirà a raggiungere la felicità o la meta si rivelerà meno gradita o meno semplice da raggiungere?

Così il dittico di Ohba e Obata si completa: negativo e positivo, giochi di opposizioni e similitudini, sempre sulla base di una storia solida, originale e ben strutturata. Conoscendo l’intelligenza di Ohba (Obata si occupa solo dei disegni con l’usuale maestria e fascino) e la sua capacità di ironia e di intrecciare i piani, sovrapponendoli di significati e di intenti, non mi aspetto niente di meno di quanto già ha offerto al pubblico dei fumetti, quello a cui piace anche ragionare oltre che divertirsi.

Kimi no na wa. (e molti altri film) al cinema con Dynit

Durante la conferenza stampa tenutasi a Lucca Comics & Games, la mostra-mercato del fumetto più grande del mondo (considerando che il Comiket di Tokyo, benché accolga oltre il doppio dei visitatori, è in realtà dedicato quasi esclusivamente alle doujinshi), lo scorso 29 ottobre la casa editrice Dynit ha tenuto fede al suo nome mostrandosi particolarmente dinamica e annunciando una gran quantità di titoli, ben nove, che verranno distribuiti lungo tutto il 2017, sia al cinema tramite i distributori Nexo Digital e Minerva Pictures, sia on-line sulla piattaforma VVVVID.

Ecco una carrellata dei titoli presentati, nell’ordine cronologico con cui verranno distribuiti.

Annunci Dynit per il 2017: "your name.".

your name. / Al cinema con Nexo Digital il 23, 24 e 25 gennaio.

Si tratta nientepopodimeno che del celeberrimo Kimi no na wa., l’ultimo film di Makoto Shinkai che ha sbancato i botteghini giapponesi arrivando a lambire gli incassi di Hayao Miyazaki e superando anche Godzilla Resurgence di Hideaki Anno. Il film ormai è uscito da quasi due mesi e ancora continuano a fioccare hashtag su Twitter per segnalare di essere andati in uno dei luoghi reali del film, o chi si è stati nella propria vita precedente, o qual è la propria scena preferita, o altro ancora: un vero e forte impatto sociale. your name. (titolo internazionale scelto anche da Dynit e quindi da ora in poi anche titolo italiano) è la storia di Taki e Mitsuha che si scambiano i sogni, i corpi e le vite per salvarsele a vicenda, in un film che parte come una commedia degli equivoci e diventa pian piano un’avventura sentimentale. Nonostante la trama non particolarmente originale, i temi già molto sfruttati dall’animazione giapponese, e la preoccupante ripetitività stilistica e narrativa del regista, il film rifulge di una straordinaria qualità visiva nella ricchissima tavolozza dei colori e nei meravigliosi paesaggi che faranno felici i nippofili. Da vedere su grande schermo.

Per maggiori dettagli, leggi la recensione completa di your name. (senza spoiler!) QUI.

Annunci Dynit per il 2017: "Yu-Gi-Oh! - Il lato oscuro delle dimensioni".

Yu-Gi-Oh! Il lato oscuro delle dimensioni / Al cinema con Nexo Digital il 10, 11 e 12 marzo.

Uscito in Giappone lo scorso aprile, Yu-Gi-Oh! Il lato oscuro delle dimensioni è il terzo film cinematografico del franchise tratto dal fumetto di Kazuki Takahashi ed è stato realizzato per festeggiare il ventennale della serie. Dato il suo scopo celebrativo, il film è stato scritto da Takahashi stesso realizzando un sequel del fumetto, ma con i personaggi della sua prima parte, ovvero Yugi Muto e Seto Kaiba, per mettere d’accordo vecchi e nuovi fan.

Annunci Dynit per il 2017: "Oltre le nuvole, il luogo promessoci".

Oltre le nuvole, il luogo promessoci / Al cinema con Nexo Digital il 17, 18 e 19 aprile.

Quarta opera di Makoto Shinkai e suo primo lungometraggio dopo due corti e un medio, Oltre le nuvole, il luogo promessoci è uscito in Giappone a fine 2004 e arriverà per la prima volta in Italia l’anno prossimo. Come in tutti i film di Shinkai, anche qui abbiamo la storia di un lui e una lei che si amano senza saperlo e sono divisi dal tempo, dallo spazio e da un terzo elemento che varia da film a film: in Voices of a Distant Star era lo spazio siderale, in 5 cm al secondo gli orari dei treni, ne Il giardino delle parole la posizione sociale dei personaggi, in your name. le stelle cadenti, e in questo caso la Guerra fredda. Come al solito, però, la fantasia coloristica di Shinkai non solo aiuta a salvare le sue sceneggiature ripetitive, ma eleva i suoi film a veri inni d’amore per il paesaggio giapponese.

Annunci Dynit per il 2017: "Mobile Suit Gundam Thunderbolt - December Sky".

Mobile Suit Gundam Thunderbolt – December Sky / Al cinema con Nexo Digital il 16 e 17 maggio.

Non c’è scusa che regga: non ci si può definire dei veri otaku se non si conosce Mobile Suit Gundam, perché del grande mondo degli anime questa saga di fantascienza rappresenta la parte in assoluto più ricca, complessa, stratificata, significativa, influente e amata dal pubblico, nonché uno dei suoi zenith anche in termini economici. Thunderbolt è una nuova saga nel grande affresco UC, iniziata come fumetto nel 2012 e interquel alla serie originale del 1979: questo film December Sky è quindi assolutamente un must per tutti i fan del guerriero corazzato mobile, soprattutto per quelli d’annata.

Annunci Dynit per il 2017: film di "Death Note".

Film dal vivo di Death Note / Media e data di uscita non specificati.

Probabilmente l’opera più significativa degli anni 2000, Death Note è iniziato come fumetto nel 2003 ed è poi diventato un cartone animato, ma la vera svolta che ha portato a questo titolo la grande celebrità popolare in Giappone sono stati i film cinematografici dal vivo. Le prime due pellicole gemelle Death Note e Death Note: The Last Name sono uscite nel 2006 dirette da Shusuke Kaneko (uno specialista di adattamenti da manga fin da inizio carriera con 1999 nen no natsu yasumi) e ripercorrono abbastanza fedelmente i primi sei volumi del fumetto, ma soprattutto hanno trasformato Ken’ichi Matsuyama, l’attore che interpreta L, da strambo caratterista di personaggi freak a stella di prima grandezza del cinema giapponese; la sostituzione di Matsuyama con Keith Stanfield nell’imminente remake americano di Death Note ha generato una sollevazione popolare all’interno del fandom in patria e nel mondo. Nel 2017 usciranno quindi in Italia ben quattro film di questo franchise: i primi due giapponesi, il recente quarto giapponese (il terzo L change the WorLd era uno spin off slegato dalla serie) e infine quello americano. Brace yourself.

Annunci Dynit per il 2017: "Shin Godzilla".

Shin Godzilla / Al cinema con Minerva Pictures in data non specificata.

Benché superato al botteghino (solo da) your name., il film giapponese più atteso, discusso, studiato, analizzato, amato e forse anche odiato del 2016 è senza dubbio Godzilla Resurgence di Hideaki Anno. È anche il film più complesso dell’anno, già a partire dai titoli che si prestano a numerose interpretazioni metaforiche e soprattutto usi: all’annuncio del film il regista dichiarò che il titolo giapponese era Shin Godzilla e quello internazionale Godzilla Resurgence, poi però per la versione americana è stato specificatamente richiesto di mantenere il titolo originale (benché contenga dei giochi di parole incomprensibili in inglese) e ora anche la Dynit lo ha annunciato con il titolo Shin Godzilla, che quindi da questo momento in poi diventa il titolo ufficiale italiano. Quindi Godzilla Resurgence cos’era, solo un sottotitolo in inglese perché cool? Comunque lo si chiami, questo è il film dell’anno insieme a your name.: sono entrambi film di registi d’animazione, otaku, discepoli di Miyazaki, con uno stile riconoscibile e influente, e amatissimi. La differenza sta nel fatto che your name. è stato visto dal pubblico generalista, mentre Shin Godzilla dal pubblico otaku che lo ha subito riconosciuto come cult (è ancora in protezione in alcuni cinema dopo oltre tre mesi dall’uscita). Da vedere, e da discutere dopo la visione.

Per maggiori dettagli, leggi la recensione completa di Shin Godzilla (senza spoiler!) QUI.

Annunci Dynit per il 2017: "Vicky il vichingo e il tesoro degli dei".

Vicky il vichingo e il tesoro degli dei / Media e data di uscita non specificati.

È il secondo dei due film dal vivo dedicati al piccolo vichingo uscito dalla penna dello svedese Runer Jonsson, la cui serie animata del 1974 è moderatamente nota in Italia, ma estremamente celebre in Spagna e ancor di più in Germania, tant’è vero che in quest’ultimo paese nel 2009 ne fu realizzato il primo film dal vivo e nel 2011 questo secondo Vicky il vichingo e il tesoro degli dei. Per chi non ne ha visto il cartone animato sulla Rai negli anni ’70 e ’80, la storia ruota intorno a un villaggio vichingo il cui capo Halvar ha un figlioletto brillante e solare, ma timidino e pauroso di tutto: Vicky, ovvero esattamente il contrario di un tipico vichingo. Con lui ci sono la sua amica Ylvi e tutto il cast del villaggio paragonabile a quello gallo di Astérix, solo che come nemici non hanno i romani bensì i pirati. Il film ha connotati comici slapstick e un protagonista positivo: perfetto per essere visto dai genitori con i bambini.

Annunci Dynit per il 2017: "Kiseiju - L'ospite indesiderato".

Kiseiju – L’ospite indesiderato / In streaming su VVVVID in data non specificata.

Kiseiju è stato uno dei maggiori successi fra le opere off del fumetto giapponese anni ’90. Hitoshi Iwaaki ha scritto l’opera fra il 1988 e il 1995 e per lungo tempo non si è nemmeno pensato a trasporla in altri media dato il suo contenuto disturbante, finché la scarsità di idee degli anni ’10 non ha costretto i produttori a recuperare le migliori opere del passato non ancora convertite in animazione. Ecco quindi che fra il 2014 e il 2015 sono usciti ben due film e una serie anime di Kiseiju, tutte opere a metà fra fedeltà estrema e il tradimento della serie originale: nella serie animata, ad esempio, il design dei personaggi è totalmente diverso da quello di Iwaaki, al punto da essere irriconoscibile se non fosse per la presenza dell’ospite indesiderato del titolo, Migi. Il protagonista Shinichi indossa gli occhiali perché ora sono un accessorio di gran moda? Possibile. Detto questo, Kiseiju è riconosciuto come un’opera di grandissimo valore e si aspettava da anni che avesse un anime che lo celebrasse adeguatamente.

Annunci Dynit per il 2017: "Death Parade".

Death Parade / In streaming su VVVVID in data non specificata.

Il fumetto e l’animazione giapponesi non sono mai stati lontani dalla narrativa di genere, soprattutto dall’horror morale e dall’horror fantastico, ma è da Death Note in poi che il concetto della morte è stato sdoganato e da momento tragico è diventato un elemento narrativo come tanti altri. Nel fumetto di Ohba & Obata la quantità di morti strumentali alla trama è incalcolabile, e da allora shinigami, angeli neri, scheletri, pompe funebri e parche varie sono all’ordine del giorno. Death Parade è l’ultimo di questa serie di titoli e presenta l’oltretomba come un bar dove si gioca d’azzardo… con la morte.

Insomma, dalle opere per gli hard otaku a quelle più leggere e romantiche fino all’intrattenimento per tutta la famiglia, quest’anno c’è solo l’imbarazzo della scelta in casa Dynit: non resta che prenotare il posto al cinema o piazzarsi davanti al proprio computer.

Bleach – Goodbye halcyon days

Correva l’anno 1997, precisamente il 4 agosto quando usciva il primo capitolo di One Piece di Eiichiro Oda. Da quel giorno il titolo ha dominato le classifiche di vendite del magazine Weekly Shōnen Jump (e non solo), superando persino il suo modello d’ispirazione Dragonball.

Due anni dopo il 4 ottobre sulla stessa rivista usciva Naruto di Masashi Kishimoto, rivale del sopracitato One Piece; si è concluso fra le lacrime dei fan nel novembre 2014… o meglio, ha cambiato nome dato, che pochi giorni dopo la conclusione è cominciato il sequel Boruto.

Ancora due anni e il 7 agosto 2001 vede la luce Bleach di Tite Kubo che si affianca ai precedenti due formando la Top 3 dei fumetti più popolari della rivista per diversi anni.

Bleach 07

Per amor di quelle persone che son capitate qui per caso urge un sunto della trama.

Ichigo Kurosaki è un adolescente orfano di madre con la capacità di vedere i fantasmi. Un bel giorno incontra una ragazza chiamata Rukia Kuchiki, una dea della morte (shinigami) che si trova nel mondo umano per eliminare gli hollow (grossi bestioni mascherati): durante uno dei combattimenti, però, rimane gravemente ferita e Ichigo decide di aiutarla prendendo parte dei suoi poteri e trasformandosi in un mezzo shinigami. Ovviamente risulta avere un talento spaventoso e da lì in poi comincia a eliminare hollow per hobby. Da qui si susseguono una serie di eventi che portano Ichigo a combattere e a diventare sempre più forte.

Infine, pochi giorni fa, il 22 agosto Bleach si è concluso, con la pubblicazione in Giappone dell’ultimo capitolo.

Nei suoi quindici anni di vita Bleach ha inseguito solo da lontano i suoi compagni di podio, infatti ha venduto “solo” 82 milioni di copie, contro le 220 milioni di Naruto e le inarrivabili 380 milioni di One Piececlassificandosi 6° fra i fumetti più venduti di Jump e 18° in tutto il Giappone.

Bleach 06

Ma cosa ha causato questa sorta di “impopolarità” rispetto ai suoi compagni? Ci sono alcune caratteristicheBleach 01 che hanno fatto la differenza, prima fra tutti il protagonista: rispetto a Rufy, ma anche al più “vecchio” Goku, ma anche alla maggior parte dei protagonisti di shonen (fumetti per ragazzi) pubblicati da  Jump, Ichigo si presenta più tetro, spesso arrabbiato e cinico; se Naruto risponde al classico carattere dal tragico passato, con un temperamento solare e pieno d’energia, Ichigo si mostra rude e con rari sorrisi. Col senno di poi il fascino del bel tenebroso ha perso contro l’ingenuità e l’allegria. Ciò vale per l’intera opera: Bleach si presenta molto cupo, anche da un punto di vista stilistico prediligendo grandi campiture completamente nere o bianche (ironicamente il primo artbook si chiama All colour but the black) e con una certa cura dei titoli e delle scritte in generale che spesso si mischiano con i disegni. Tutte queste caratteristiche lo hanno allontanato dallo standard classico dello shonen, lontano quindi dai gusti tradizionali.

Bleach 05In senso oggettivo invece, un fattore che ha di certo segnato il lento declino dell’opera è stata la sua monotonia. Bleach è formato da tre saghe principali e alcuni intermezzi, in tutti e tre i casi un membro del party principale si stacca dal gruppo (volente o nolente) e gli altri corrono a salvarlo sfidando i cattivoni. Fine.

Se la prima saga funziona per la novità e la seconda per il salto di qualità, la terza annoia.

Difatti ancora nel bel mezzo della battaglia finale, come un fulmine a ciel sereno, alla fine del capitolo 675 viene annunciato che il fumetto si concluderà in 10 capitoli.

– Spoiler Alert – Il finale, chiaramente anticipato, risulta frettoloso e lascia molte questioni irrisolte: perché Kira è vivo? Come ha fatto Kurotsuchi a sopravvivere? Che fine hanno fatto gli arrancar? Misteri che rimarranno irrisolti… FORSE. Già, perché una speranza c’è ancora: non solo il finale è aperto (perché Naruto insegna: non si sa mai), ma è anche in programma un film dal vivo.

Bleach 04Cosa ha invece segnato il successo di quest’opera (che ricordiamo ha avuto il podio per molti anni)? Paradossalmente, le stesse cose che hanno deciso l’insuccesso: la sua diversità, lo stile oscuro ma ricercato, i piccoli componimenti all’inizio di ogni volume, la coerenza delle copertine, un protagonista a cui non brillano gli occhi solo quando vede del cibo e quella dichiarazione di Orihime che a me ancora fa piangere.

Di certo però il colpo di genio sono stati gli shinigami e le loro spade: cavalcando l’onda di Yu degli spettri, Tite Kubo riprende il tema dell’aldilà e delle figure che combattono per mantenere l’equilibrio fra i mondi, scatenando così una vera e propria “febbre da shinigami” che in seguito ha invaso decine di opere nelle forme più diverse (esempi ne sono Death NoteKuroshitsuji), mentre le armi sono praticamente i frutti del diavolo di One Piece ma in una forma più elegante, katane in grado di cambiare forma e avere diversi poteri in base a chi le utilizza. Ammetto di aver fantasticato anch’io su una spada tutta mia!

Bleach 08

E così come tutte le cose belle, anche Bleach è finito. Un altro dei big three di Jump ci lascia e un’altra èra finisce.

Addio Ichigo, mi mancherai.

 

Bleach 03

Cast e poster del film di Death Note

Il sito ufficiale del film live-action di Death Note in uscita nel 2016 ha diffuso ieri il poster ufficiale del film con Tsukuru Mishima (Masahiro Higashide), Yūgi Shion (Masaki Suda) e Ryūzaki (Sousuke Ikematsu).  Il testo recita “Dieci anni dopo quell’incidente… sei nuovi Death Note sono stati distribuiti”

deathnote 2016

Il film debutterà in Giappone il 29 Ottobre

Ispirato al manga di Tsugumi OhbaTakeshi Obata il nuovo Death Note è ambientato nel 2016 e vede protagonisti due personaggi che hanno “ereditato il DNA” di Light e L .

Questi i protagonisti

Benvenuti in Giappone 04 – Italia & Giappone

Il 2016 è un grande anno per gli italiani interessati al Giappone e per i giapponesi interessati all’Italia. Quest’anno cade infatti il 150esimo anniversario dei rapporti diplomatici fra i due stati, siglati dal Trattato di Amicizia e Commercio firmato il 25 agosto 1866 nella città di Edo (oggi incorporata in Tokyo, che non è una città bensì una regione). Non che prima non ci fossero già stati rapporti fra l’Italia e il Giappone: lo stesso nome del paese estremo-orientale fu coniato dall’italiano Marco Polo, il primo occidentale ad aver scoperto che c’è altra terraferma oltre la Cina, che nel suo Il Milione parla dell’elusiva isola di Cipango, nome da cui provengono i toponimi Zipang, Japan, Japon, Japão e tutti gli altri fra cui, ovviamente, Giappone. La primissima spedizione diplomatica ufficiale giapponese aveva come meta proprio Roma, dove gli ambasciatori autoctoni furono mandati da Alessandro Valignano (gesuita italiano di stanza a Nagasaki) per incontrare il Papa: arrivarono nel 1585, ricevettero in dono una chiesa, e tornarono a casa nel 1590 per morire da martiri. Più recentemente, dopo la Seconda Guerra Mondiale i due stati riconfermarono i trattati diplomatici e per l’occasione si scambiarono dei regali: l’Italia ricostruì l’ambasciata a Tokyo (riempiendola di opere d’arte) proprio sul giardino del XVII secolo dove si suicidarono i famosi 47 ronin, mentre il Giappone donò all’Italia 2’500 alberi di sakura, di cui alcuni furono messi a dimora nel parco intorno al laghetto dell’EUR, e tutti gli anni i nippofili locali vanno ad ammirare la fioritura nel periodo dell’hanami.

Romani festeggiano l'hanami sulle sponde del laghetto dell'EUR.

Romani festeggiano l’hanami sulle sponde del laghetto dell’EUR. Fra gli interventi di riqualificazione dell’area c’è anche la sostituzione di alcuni alberi di sakura, ormai invecchiati un po’ anche perché il clima dolce della Capitale è abbastanza diverso da quello praticamente subtropicale del Giappone, che comunque è un’isola oceanica e come tale il lato che affaccia sul Pacifico ha estati stremanti e inverni con 50 centimetri di neve. A onor del vero, va detto che anche in patria gli alberi secolari sono piuttosto rari e dunque conservati con tutti i crismi come tesori nazionali.

Per celebrare questo secolo e mezzo di collaborazione nel bene e nel male, sono state avviate sia in Italia sia in Giappone una gran quantità di eventi artistici, musicali, cinematografici, teatrali, culinari e altro ancora. Se nel Bel Paese le attività sono veramente moltissime e distribuite un po’ dappertutto, nel Paese del Sol Levante invece si sono preferiti meno eventi meno diffusi, ma molto più grandiosi. Nella fattispecie, nel solo mese di marzo e nella sola parte centrale della regione di Tokyo, si intersecano i periodi di esposizione di tre mostre clamorose con alcuni fra i nomi più clamorosi della storia dell’arte italiana. Al Museo d’arte della Metropoli di Tokyo c’è Botticelli e il suo tempo (proprio così in italiano) in cui si racconta il prima, durante e dopo della vita di Sandro Botticelli con moltissimi lavori del suo maestro Filippo Lippi, suoi e del suo allievo Filippino Lippi. Poi, al Museo di Edo-Tokyo è allestita Leonardo da Vinci – La sfida del genio, sottotitolata in inglese Beyond the Visible poiché fra le varie opere vi è esposta anche la Madonna dei fusi, un soggetto che Leonardo realizzò in molte versioni tutte iniziate da lui e finite da altri, e quella esposta a Tokyo (proveniente da Bowhill House, una magione sperduta nella brughiera scozzese) pare sia la più autentica perché dalle radiografie sono emerse rivelatrici immagini fantasmatiche nascoste sotto lo strato di pittura. Infine, al Museo Nazionale di Arte Occidentale si può visitare Caravaggio e il suo tempo: amici, rivali e nemici che racconta l’esperienza artistica del genio lombardo con molti suoi dipinti appesi al muro fianco a fianco con quelli ispirati, copiati o plagiati dai suoi contemporanei. In pratica sono stati svuotati i musei di mezza Italia, e non solo, per allestire mostre enormi e senza precedenti per ricchezza sia di opere sia di qualità, e siamo solo a marzo.

Mostre di artisti italiani in Giappone per le celebrazioni di 150 anni di rapporti diplomatici fra i due stati: Botticelli, Leonardo, Caravaggio.

Le prime mostre di artisti italiani in Giappone nel 2016 per le celebrazioni di 150 anni di rapporti diplomatici fra i due Stati: da sinistra, Botticelli, Leonardo e Caravaggio. La prima e la terza si svolgono in musei all’interno del Parco di Ueno, che presenta tutto un raggruppamento di svariati centri culturali tipo l’Isola dei musei a Berlino, e come per quell’area della capitale tedesca i giapponesi stanno pensando di rendere il parco Patrimonio dell’Umanità almeno parzialmente candidando al riconoscimento il Museo Nazionale d’Arte Occidentale progettato dal celebre architetto svizzero Le Corbusier.

Ma come per tutti i fenomeni di costume non passeggeri, è necessario che la conferma della sua diffusione arrivi dal basso, dal popolare e dal commerciale, e questa cosa sta accadendo. A quanto pare il Giappone si sta innamorando dell’Italia, di nuovo: era già successo durante gli anni fine ’80 inizio ’90 del secolo scorso, il periodo della cosiddetta Bubble in cui i giapponesi hanno vissuto un effimero tenore di vita così clamorosamente alto da permettersi facilmente di comprare beni di lusso occidentali a prezzi folli, primi fra tutti italiani come Bulgari e Versace, quest’ultimo diventato così popolare da essere protagonista di una celebre gag di Kamikaze Girls. È in quel periodo che si è impresso a fuoco nella testa dei locali che Italia = lusso sfrenato, mentre le nuove generazioni sono più orientate verso Italia = cultura artistica e alimentare, il che è un enorme passo avanti rispetto ai francesi che sono ancora considerati “mangiatori di baguette sulla Tour Eiffel fischiettando Les Champs-Élysées” (in giapponese, ovviamente).

I Golden Bomber sono un gruppo musicale parodico che ironizza di volta in volta su vari aspetti della società giapponese con un umorismo degno di Mai dire banzai. Nel «trendy music video» della canzone del 2013 Dance My Generation, ispirata per testo, musica e immagine alla moda durante il periodo della Bubble, i membri della band sventagliano soldi come fossero del Monopoli e buttano via bracciali di Bulgari tempestati di brillocchi. Notare quanto i look siano simili a quelli dei personaggi del contemporaneo Yu degli spettri.

L’immagine dell’Italia ultimamente sta molto progredendo, dove con “progredendo” non s’intende “migliorando” (d’altronde era già buona, nonostante i continui tentativi degli italiani di distruggerla), bensì che si sta scendendo nei dettagli e comprendendo meglio un paese che prima era inteso dall’opinione pubblica come un’unica spianata di pizza. Per esempio, i giapponesi sono ormai entrati nell’ottica d’idee che mentre la Francia è composta da una sola grande città circondata dalla campagna, l’Italia invece presenta luoghi d’interesse distribuiti ovunque, e la cosa si vede bene dalle offerte delle agenzie di viaggi che propongono una settimana a Parigi o una settimana in tour per l’Italia.

Hotaru di "Dagashi kashi" esclama «Ottimo!!».

Hotaru di Dagashi kashi mangia una qualche schifezza preconfezionata nel primo capitolo del fumetto, e impazzendo di gioia grida «OTTIMO!!» in italiano, con tanto di Torre di Pisa e bandiera tricolore (tricolore che, nell’anime, diventa quello francese, d’altronde il giapponese medio confonde tutti gli europei come l’italiano medio confonde tutti gli asiatici).

Per chi non può permettersi un viaggio in Italia, può almeno viaggiare per due ore al cinema. Ultimamente i film italiani spuntano dalla neve come margherite: benché la distribuzione di pellicole nostrane nelle sale cinematografiche nipponiche sia decisamente poco diffusa e limitata al circuito d’essai (esattamente come per i film giapponesi in Italia), dal 2001 è attivo il Festival del cinema italiano, partito come un piccolo evento itinerante e diventato nel tempo una manifestazione culturale e mondana di richiamo nazionale, tant’è vero che è stata stabilizzata in due sedi prestigiose del quotidiano Asahi shinbun a Tokyo e Osaka, dove si svolge ogni anno fra la fine di aprile e l’inizio di maggio col supporto dell’Istituto Luce e del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo italiano. Chi non ha modo di partecipare al Festival nelle grandi città, può comunque fruire la cinematografia nella lingua del sì in home video, dato che molti titoli vecchi e nuovi figurano nei videonoleggi, attività commerciale ancora diffusissima in Giappone, spesso nello scaffale dei consigliati.

Film italiani a noleggio nei negozi della catena Tsutaya.

Quattro dei molti film italiani disponibili nei videonoleggi della popolare catena Tsutaya. Otre ovviamente ai vari Fellini e Tornatore, ben noti anche in Giappone, è interessante notare sullo scaffale dei consigliati titoli storici come Sacco e Vanzetti (qui uscito come Melodia del patibolo) o Profondo rosso (il film preferito di Banana Yoshimoto, noto in Giappone come Suspiria part 2 perché uscì dopo Suspiria e i distributori pensarono bene di sfruttarne l’acquista popolarità), ma anche opere più recenti come Si può fare (reintitolato La vita è qui) o Il rosso e il blu (distribuito in Giappone col titolo Nella classe romana nel tentativo di riverberare il sempre amatissimo Vacanze romane, espediente sfruttato anche per Habemus Papam reintitolato Le vacanze romane del papa e Sacro GRA diventato Circonvallazione romana). Evidentemente questa tendenza a dare ai film titoli anche molto diversi dall’originale pur di colpire il pubblico non è una moda né recente né solo italiana.

Inoltre, benché non rientrino nei progetti per le celebrazioni per il 150enario, è curioso notare che in Italia verrà allestito uno spettacolo teatrale musicale “giapponese” e in Giappone uno “italiano”, ovvero rispettivamente Madama Butterfly e Vacanze romane. L’opera scritta da Illica & Giacosa e musicata da Puccini è ovviamente in cartellone tutti gli anni in svariate località d’Italia e del mondo, ma in questo caso la regia curata dallo spagnolo Àlex Ollé brilla per inventiva, proponendo una messinscena di fortissimo gusto pop, quasi j-pop considerando il tema, che ha avuto grande successo l’anno scorso alle Terme di Caracalla a Roma e quest’estate verrà riallestita sfruttando la scenografia esistente, ovvero i ruderi romani usati come fondo per proiezioni mapping. Nel frattempo, sempre d’estate, la celebre Compagnia teatrale Takarazuka, composta da sole attrici donne divise in sei troupe specializzate ognuna in ballo, canto, recitazione eccetera, metterà in scena la sua versione del classico hollywoodiano Vacanze romane, trasformando il capolavoro del cinema romantico, storicamente molto amato dal pubblico giapponese, in un musical con canzoni originali. Entrambe storie molto sentimentali e idealistiche, entrambe non a lieto fine, entrambe a teatro ed entrambe cantate: entrambe imperdibili.

Poster di "Madama Butterfly" e "Vacanze romane".

Italiani interpretano il Giappone e giapponesi interpretano l’Italia. A sinistra l’immagine promozionale del 1904 di Leopoldo Metlikovitz per la Madama Butterfly di Giacomo Puccini rappresentata alla Scala di Milano, e a destra il poster per lo spettacolo Vacanze romane della Compagnia Takarazuka allestito al Teatro Chuunichi di Nagoya: non è lo stesso campo da gioco, non è lo stesso campionato, e non è nemmeno lo stesso sport.

Infine, oltre alle manifestazioni artistiche dell’Italia, sono molto diffuse anche e soprattutto quelle culinarie, sia con veri ristoranti e vere pizzerie italiane, sia con becere imitazioni tipo Saizeriya, catena di family restaurant (ristoranti semplici ed economici in cui si ordinano solo set completi e non singoli piatti) con al muro foto di Piazza San Pietro e gigantografie degli angeli di Rosso Fiorentino. Nei menù di questi posti opinabili figurano rivisitazioni della gastronomia italiana che farebbero venire un colpo alle nostre nonne, nonché complete invenzioni tipo il “doria“, una sorta di risotto al gratin inventato a Yokohama nel 1927 da uno chef svizzero che per un misterioso scherzo del destino è ormai diventato per tutti gli autoctoni un piatto tipico italiano. Ma è a un livello ancor più popolare, ancor più accessibile anche da chi non mangia fuori e non spende nemmeno 100 yen per noleggiare un film, che si vede il vero recente successo dell’Italia in Giappone: gli spot televisivi, che sono l’autentica conferma della fama di qualcuno o qualcosa. Per esempio, Haruka Ayase è al momento l’attrice giapponese più celebre e richiesta in patria, letteralmente ubiqua e presente in mille film al cinema, programmi tv, spot pubblicitari e anche copertine di riviste di fumetti. Il grande successo è arrivato quando ha recitato la parte della protagonista Stilly nel film Lo specchio magico tratto dall’omonimo cartone animato, quello la cui sigla è il liscio dei Cavalieri del Re, e da allora è ovunque… anche in Italia.

Nella nuova campagna pubblicitaria dei cosmetici SK-II, Haruka Ayase è andata a Taormina, in Sicilia, a prendere la tintarella al teatro greco e con l’occasione si è anche fatta un bel giro in bici, e pedala pedala, dallo scorso primo gennaio la Ayase è arrivata nei cinema italiani col film Little Sister (nel trailer del film è la prima che appare, quella che dice «Vieni a stare da noi!»), ovvero quell’Umimachi diary che ha vinto il premio come Miglior Film agli scorsi Oscar giapponesi.

La Ayase non è l’unica giapponese a girare in bici le città storiche italiane: l’anno scorso il gruppo di idol giapponesi Denpagumi.inc ha tenuto un concerto all’Expo di Milano e, visto che c’era, ha fatto tappa a Lodi per girare fra le stradine del capoluogo lombardo il videoclip del nuovo singolo Ashita Chikyuu wa konagona ni nattemo (“Se anche la Terra andasse in frantumi domani”). Non è uno spot tv, ma comunque un prodotto esplicitamente promozionale che come tale vuole dare una bella immagine di sé, e anche qui è stata scelta l’immagine dell’Italia e delle sue viuzze medievali.

E quanto a stradine italiane, ecco Ken’ichi Matsuyama, celebre per Nana, Death Note e Detroit Metal City, in un angolino di Roma (riconoscibile dai sanpietrini e dallo stemma dei Chigi nella chiave di volta di un portale) alle prese con due gemelli che pronunciano male in giapponese la frase «Futte maru de iretate», cioè “Se lo agiti sembra appena preparato” perché fa la schiumetta come la macchina al bar.

Insomma, è già da un po’ che in Giappone l’Italia è negli occhi e nella bocca di tutti, basti pensare a un altro patrimonio nazionale come i motori, offesi coloritamente sia nel segmento giapponese di Kill Bill («Le Ferrari sono spazzatura italiana») sia in Tokyo kazoku («La Fiat 500 è un catorcio italiano»): che se ne parli bene o male, purché se ne parli. Un risveglio d’interesse che parrebbe quasi un piccolo Rinascimento: speriamo solo che duri.

Madoka Magica meets Ryuutarou Arimura

Da un paio d’anni il gruppo musicale rock giapponese Plastic Tree ha totalmente cambiato la propria immagine, immagine che per loro è basilare essendo una band visual kei, cioè un tipo di glam rock in cui l’importanza della parte visiva non è inferiore a quella musicale. Sostanzialmente è teatro: le band visual kei pubblicano più DVD che album e scrivono più saggi, editoriali, articoli su riviste e interviste varie (corredate da mille foto) che testi di canzoni. Lo scopo finale è fornire all’ascoltatore una controparte visiva di quella sonora, come in Fantasia, e ottenere nei concerti appunto un risultato teatrale, in cui scenografie, costumi, trucco & parrucco eccetera si sposano con le proposta musicale. Concettualmente non siano lontani dall’opera lirica, insomma.

La rock band giapponese Plastic Tree nel periodo "Ammonite".

I Plastic Tree in uno degli scatti più gioiosi e solari della loro carriera, dato che l’iconico cantante Ryuutarou Arimura, noto per i capelli corvini a fungo, i cosplay di L di Death Note e le tetre canottierine sdrucite, indossa addirittura una t-shirt con un fiore rosso.

Data l’importanza dell’immagine, nessuno stupore quindi che i gruppi visual kei pubblichino album e singoli in svariate edizioni con svariate copertine per moltiplicare la loro creatività visiva. I Plastic Tree non fanno eccezione e nel biennio 2014-2015 la band si è affidata al collettivo di artisti noto come Gekidan Inu Curry, che vuol dire qualcosa come “Troupe teatrale Curry del cane” (o “al sapor di cane”, il che è inquietante), ormai celebre per gli otaku di tutto il mondo per aver lavorato a serie come Sayonara zetsubou sensei e soprattutto a Puella Magi Madoka Magica, il majokko alternativo diventato certamente uno degli anime più importanti dai tempi di Neon Genesis Evangelion, e per i suoi stessi motivi: profondo legame con la produzione precedente, reinvenzione dei topoi del genere, trama basata non sugli eventi esterni bensì sulle scelte e svolte psicologiche dei personaggi, e finale aperto a interpretazioni e sequel. Infine, c’è un altro basilare elemento comune: la fortissima identità grafica. Infatti, come chiunque abbia visto Neon Genesis Evangelion non può dimenticare la grafica allarmante della NERV e dei suoi sistemi di difesa, allo stesso modo chiunque abbia visto Puella Magi Madoka Magica non può dimenticare la grafica allarmante delle Streghe e dei loro sistemi d’attacco. Evidentemente è andata così anche per i Plastic Tree, che nello spot pubblicitario dei concerti di fine anno 2015 citano la serie di Hideaki Anno (enormi ideogrammi bianchi su fondo nero, Inno alla gioia di Beethoven, montaggio serrato) e nelle copertine delle loro ultime uscite citano la serie di Akiyuki Shinbou.

Copertine di album di musicisti giapponesi disegnate da fumettisti.

Quando i fumettisti incontrano i musicisti. In rigoroso ordine cronologico: in alto a sinistra la copertina dell’album Noblerot (cioè la muffa nobile della pianta di vite) degli ALI PROJECT del 1998 realizzata dalle CLAMP in piena fase Clover; al centro il singolo del 2000 dei LAREINE Bara wa utsukushiku chiru che coverizza la sigla originale di Lady Oscar ed è illustrato da Riyoko Ikeda in persona; a destra Invade del 2011 dei jealkb per cui Akira Toriyama ha lavorato gratis essendo un «amico di bevute dei membri della band». Sotto: a sinistra la copertina di Nihon chinbotsu (“Il Giappone affonda”) del gruppo visual kei R-shitei del 2012 disegnata da Suehiro Maruo nel suo raffinato stile grand-guignol; al centro la stilosissima cover dello stilosissimo mangaka Hisashi Eguchi per lo stilosissimo album del 2013 date course delle idol lyrical school; a destra la versione giapponese dell’eponimo album di debutto del 2014 della pop-rock band svedese Dirty Loops illustrata da Hirohiko Araki (e nella versione intera si vede che i personaggi sono in pose assurde e galleggiano sui fiori).

Tralasciando il grande mondo delle sigle degli anime dove spesso le copertine sono illustrate dai character designer delle serie, nonché tutta quella musica con una funzione nella trama che ha nella saga di Macross il suo massimo rappresentante, va comunque ricordato che non è assolutamente la prima volta che in Giappone il mondo della musica incontra quello di fumetti & cartoni animati. Gli esempi sono numerosi e con grandi nomi coinvolti: fra le tante collaborazioni, molte sono in ambito visual kei come quelle fra i LAREINE e la loro musa Riyoko Ikeda, fra i jealkb e il sempiterno Akira Toriyama o fra gli R-shitei e il maestro del grottesco Suehiro Maruo; anche in ambito più pop basti citare gli ALI PROJECT con le storiche collaboratrici CLAMP, le lyrical school che si fregiano di avere una cover di Hisashi Eguchi, e addirittura la band svedese Dirty Loops che per la versione giapponese del proprio album di debutto ha chiesto a Hirohiko Araki di disegnare la copertina, per non parlare dell’intera discografia degli ASIAN KUNG-FU GENERATION i cui artwork di tutti i singoli e gli album sono opera di Yusuke Nakamura (il character designer del celebrato anime The Tatami Galaxy). In questo caso però si è trattato di un progetto inedito: il gruppo artistico Gekidan Inu Curry e il gruppo musicale Plastic Tree hanno lavorato insieme e pianificato una serie di opere visivo-musicali realizzate seguendo un tema comune; nella pratica sono stati pubblicati tre singoli conclusi poi da un album (in Giappone i singoli escono prima degli album) con copertine splendide e, sorpresa, componibili.

ptgicmime01 ptgicmime02 ptgicmime03 ptgicmime04

Il primo lavoro, risalente al settembre 2014, è stato il singolo Mime (come “mimo” in inglese) edito in quattro versioni: una conteneva il solo CD, le altre tre un DVD extra con contenuti diversi tipo il videoclip o esibizioni live. In questo primo caso le quattro cover erano concepite come un nastro infinito: messe in fila una dopo l’alta formano un’immagine continuativa, ma anche il bordo superiore della prima immagine e quello inferiore dell’ultima combaciano così che il cerchio ricomincia. In queste immagini i musicisti stessi hanno collaborato alla grafica e l’ispirazione è palesemente legata a Puella Magi Madoka Magica, con chiari riferimenti alla Walpurgisnacht.

ptgicslow01ptgicslow02 ptgicslow04 ptgicslow03

Anche il secondo singolo Slow è stato stampato in quattro versioni, ma poiché stavolta il tema della canzone era lo scorrere del tempo gli artisti del Gekidan inu curry hanno pensato a una spirale di piccioni psichedelici, volti che gocciolano latte e bambini dagli occhi rossi su quattro copertine che si compongono a formare un cerchio; cerchio che poi, nel merchandising della band, diventa un vero orologio.

ptgicrakka01 ptgicrakka02ptgicrakka03ptgicrakka04

Il terzo e ultimo singolo della collaborazione fra i Plastic Tree e i Gekidan Inu Curry è stato Rakka (“Cadono i fiori”), col suo video in cui cadono le parole e le cover in cui cadono i fiori, gli occhi, le stelle, le farfalle, i paisley, i colori, le lacrime di Ecoline, i ricordi e tutto quanto possa cadere sulla città in questo rettangolo stretto e lungo.

ptgichakusei

Infine, come regalo per i fan, i Plastic Tree hanno pubblicato a Natale 2015 l’album Hakusei (“Animali impagliati”), nella cui cover i volti dei quattro componenti della band appaiono all’interno di quello di un quinto individuo dalle pupille vitree, circondato da varie parti di animali altrettanto immobili e statuari, il cui collo è fissato a una cornice appesa al muro. Nell’edizione deluxe l’album è contenuto all’interno di un cofanetto di cartoncino con un libro illustrato in cui le foto dei musicisti sono state ritoccate a mano all’acquerello, tempera e collage dagli artisti per apparire come animali impagliati con pose innaturali e occhi immobili. Un’idea piuttosto inquietante, hitchcockiana, ancor di più considerando che gli animali impagliati sono un tema di Psyco e che quel corvo nero sulla testa di Ryuutarou Arimura e del personaggio in copertina è chiaramente un rimando a Gli uccelli.

Chissà se i Plastic Tree e i Gekidan Inu Curry avevano in mente Morrissey e il suo motto «Meat is murder» quando hanno pensato al tema visivo dell’album: non lo sapremo mai, ma almeno agli amanti degli anime e a quelli di j-rock resta quest’interessante quartetto di dramatis personæ, tempus fugit, vanitas e et in Arcadia ego (che allegria).

Pharrell è lolicon, Gwen gyaru, Madonna boh

Sarebbe affascinante scrivere qualcosa di evocativo come “La storia dei rapporti culturali fra il Giappone e l’Occidente si perde nella notte dei tempi”, ma non è così: fino alla fine del XIII secolo in Europa, dove pur si aveva più o meno cognizione della Cina («il Paese della Seta», come la Yourcenar fa dire ad Adriano), l’esistenza del Giappone era totalmente ignorata al pari del continente americano, e fu Marco Polo il primo occidentale a sentirne parlare (nonché a battezzarlo Cipango da cui il termine inglese Japan). Poi, molto altro tempo passò fino all’instaurazione di contatti reciproci effettivi, prima limitatissimi e poi regolari a partire dal 1853, sia a livello commerciale sia culturale con la diffusione dell’ukiyoe, la Madama Butterfly eccetera. Ma è stato a partire dalla Seconda Guerra Mondiale che il nome del Giappone ha cominciato a essere pronunciato quotidianamente in Occidente, prima per i tristemente noti luttuosi eventi bellici, e poi per l’esportazione di prodotti di cultura pop. Mentre l’Europa ne ha sperimentato l’ingresso fin dagli anni ’70, in particolare in Spagna, Francia e soprattutto Italia che hanno vissuto il First Impact dei vari UFO Robot Goldrake e Jeeg robot d’acciaio, gli Stati Uniti d’America hanno dovuto attendere fino al Second Impact di Neon Genesis Evangelion nei tardi anni ’90 per conoscere una effettiva diffusione dell’animazione giapponese su suolo nordamericano. Le prime VHS della serie di Hideaki Anno uscirono a partire da agosto 1997, come in Italia, e già cinque anni dopo la serie aveva raggiunto sufficiente popolarità da ricevere un piccolo cameo nel film One Hour Photo con Robin Williams. Il ritardo ventennale degli USA sull’Europa non è la sola differenza nella fruizione dell’animazione giapponese sulle due sponde dell’Atlantico: la produzione animata televisiva statunitense è così ricca e numerosa da aver confinato per anni quella giapponese al solo mercato dell’home video (e ancora oggi sono pochi i canali come Cartoon Network che ospitano anime), mentre invece in Italia il grande pubblico ha conosciuto Heidi e Remì proprio sulle emittenti più o meno locali. Inoltre, l’opinione pubblica americana combatte con maggior forza i prodotti stranieri rispetto a quelli autoctoni, con gruppi di attivisti di varia estrazione che puntualmente spuntano fuori ogni volta che un prodotto straniero si impone sul mercato locale: basti citare i celebri casi dei Pokémon accusati di favorire crisi epilettiche, o di Harry Potter diffusore del satanismo (accuse peraltro di provenienza esclusivamente statunitense, dato che il Vaticano stesso ha approvato la saga del maghetto).

Ken'ichi Matsuyama interpreta L nei film tratti da "Death Note".

Lettera aperta al produttore del film americano di Death Note: egregio signore, per il ruolo di Light le consiglio caldamente Zac Efron, ma per quello di L prenda in considerazione la inconfutabile incontrastabile incontrovertibile verità che nessun altro attore al mondo può rimpiazzare Ken’ichi Matsuyama. Cordialità.

Quindi negli States gli anime sono arrivati in forte ritardo, hanno una distribuzione limitata ai soli fan e vengono molto criticati. Nonostante ciò, la capacità comunicativa dell’entertainment giapponese è riuscita a fare breccia anche negli ostili lidi americani: le comics convention (quelle che in Italia si chiamiano “fiere”) si riempiono di cosplayer, la stragrande maggioranza dei fansub proviene dagli USA (dove evidentemente vive un sufficiente numero di bilingue anglo-giapponesi), e anche Hollywood che sta esaurendo i fumetti americani sta volgendo lo sguardo al Sol Levante (dopo l’incommentabile Dragon Ball Evolution, sono ormai anni che girano fumose notizie su adattamenti di Akira, Battle Angel Alita, Cowboy Bebop, Death Note, Neon Genesis Evangelion e altri ancora). Ma c’è un’industria a stelle & strisce che lavora più velocemente di quella del cinema, in cui spesso passano molti anni fra l’idea iniziale e il prodotto finito, ed è quella della musica. I riferimenti nipponici non sono poi così rari nei musicisti europei fin da tempi non sospetti, soprattutto in ambiti colti come ad esempio nella collaborazione di David Sylvian & Ryuichi Sakamoto, nei video e testi dei Bluvertigo, nella musica elettronica dei Röyksopp, e nell’interesse per la moda e il teatro tradizionale di Björk, ma è stato proprio a partire dalla seconda metà degli anni ’90, cioè proprio dall’arrivo in quantità apprezzabili di anime negli USA, che l’industria discografica americana ha cominciato a sviluppare una sensibilità squisitamente pop verso il Giappone.

Shinji Ikari nel film "Evangelion 1.0".

Peccato che il regista di Scream non abbia scelto la scena di Shinji che grida mentre brucia vivo, avrebbe dato un tocco di classe al video.

Nel tracciare un breve percorso fra i punti cardine di questo avvicinamento fra le due coste del Pacifico, le prime avvisaglie di una fascinazione orientale si potevano già vedere nel celeberrimo videoclip di Scream di Michael e Janet Jackson, uno dei più costosi della storia se non il più costoso in assoluto: costoso, sì, ma almeno il risultato è stato e-pi-co con un’astronave fuori in CG e dentro vera in cui i fratelli Jackson giocano, ballano e fanno pipì davanti a un megaschermo su cui scorrono immagini di grida di personaggi tratti da Akai koudan Zillion, Akira e Fuuma no Kojirou: nonostante siano ancora un elemento più esotico e decorativo che altro, con Scream gli anime entrano ufficialmente nella musica americana e dalla porta principale, quella del re del pop. Poi, come per tante altre mode, la prima artista a usare consapevolmente l’immagine pop del Giappone è stata Madonna: nel videoclip della canzone del 1998 Nothing Really Matters, la cantante si mostra abbigliata con un kimono rosso con obi di lattice ton-sur-ton di Jean Paul Gaultier in un ambiente inquietante in cui non è difficile riconoscere un misto fra l’architettura tradizionale giapponese e il béton brut di Tadao Ando, immersi in un’atmosfera oscura da videogioco survival horror; il fatto che Madonna abbia dichiarato che l’ispirazione viene da Memorie di una geisha per farsi bella davanti ai giornalisti è del tutto irrilevante: quello è palesemente un ospedale di Silent Hill. Nel frattempo i Beastie Boys pubblicano Intergalactic: il testo non c’entra nulla col Giappone, ma il videoclip sì, dato che è una splendida parodia dei film kaijuu, cioè quelli con Godzilla e i vari mostri giganti/pupazzi di gommapiuma che distruggono palazzi di cartone. L’apparente povertà realizzativa è un omaggio al genio di Eiji Tsuburaya (celebrato anche lo scorso 7 luglio da Google con uno splendido doodle), mentre nelle sequenze girate nella stazione di Shinjuku il trio di rapper indossa le divise con le bande riflettenti tipiche degli operai stradali nipponici: è più che un riferimento pop, è un tributo documentato ed estremamente accurato, nonché la prima volta in cui immagini reali del Giappone vengono usate in un videoclip americano non underground.

La band giapponese D nella foto promozionale per il singolo "HAPPY UNBIRTHDAY".

La rock band D è composta da uomini che si vestono con abiti ripresi dalla moda femminile lolita, a sua volta ricca di elementi ispirati da Alice nel Paese delle Meraviglie.

Passano gli anni e nel 2004 Gwen Stefani pubblica What You Waiting For?. Il testo della canzone è autobiografico e racconta del blocco dello scrittore della cantante, conscia che venendo profumatamente pagata deve produrre qualcosa; l’ispirazione le arriva dal Giappone incarnato dalle Harajuku Girls, quattro performer che vestono alcuni dei molteplici stili espressi dalle ragazze che popolano l’omonimo quartiere di Tokyo, visitato dalla Stefani fin dal 1996. È un trionfo: nel videoclip-capolavoro diretto da Francis Lawrence, la cantante e le ballerine finiscono nel Paese delle Meraviglie, dove vagano fra labirinti vegetali allucinogeni fasciate in abiti post-vittoriani di John Galliano. Le Harajuku Girls parlano nella loro lingua madre, la Stefani canta i nomi delle città di Tokyo e Osaka con languore sensuale, il Brucaliffo sbuffa fumo a forma di ideogramma 愛 ai “amore”, e lo stile di Alice è un riferimento basilare dei manga per ragazze e delle subculture giovanili come il gothic lolita: con What You Waiting For? il Giappone pop è ufficialmente sdoganato. Nelle foto promozionali la cantante è ritratta a un mad tea party stranamente in compagnia non di un bianconiglio bensì di un cerbiatto, ed è curiouser and curiouser notare come il creatore dei manga come li conosciamo oggi Osamu Tezuka abbia sempre dichiarato che la sua intera ispirazione deriva dal Bambi disneyano e dai suoi occhioni: forse è una coincidenza, o forse no. Dal 2004 in poi la gyaru (pronuncia giapponese di “girl”) Gwen Stefani ha continuato a portarsi dietro le Harajuku Girls come muse ispiratrici in tutti gli album e tour solisti, trasformate in svariati gadget, divinizzate a ogni occasione e immortalate nel 2015 nella serie animata Kuu Kuu Harajuku, le cui protagoniste sono appunto le versioni grafiche della cantante e delle quattro giapponesine: dai promo non sembra un capolavoro.

Mello sulla copertina del volume 8 di "Death Note".

Sembra Raffaella Carrà seduta sulla poltrona di The Voice, guantini compresi, e invece è Mello.

Due anni dopo l’exploit di Gwen Stefani, Madonna era in Giappone per il Confessions Tour e ne ha approfittato per girare il videoclip del singolo Jump, in cui c’è lei che salta su un telaio mentre dei ragazzi saltano sui palazzi. Tutto nella norma se non fosse che i palazzi sono quelli di Tokyo e lei è in cosplay di Mello, un androgino personaggio del fumetto Death Note che ironicamente si circonda di statue e monogrammi della Madonna (quella vergine): Madonna interpreta Mello che interpreta la Madonna, un cerchio che si chiude. Il successivo videoclip del 2012 Give Me All Your Luvin’ è a tema Super Bowl, ma contiene un piccolo riferimento nelle inquietanti maschere animegao indossate dalle ballerine con scena lesbo en passant. Ancora, il 18 giugno 2015 Madonna pubblica sul suo canale Vevo il videoclip di Bitch I’m Madonna che, con i suoi 140 milioni on going di visualizzazioni, è di gran lunga il brano più popolare della cantante da dieci anni a questa parte. Di nuovo la fascinazione pop giapponese è vistosa, ma stavolta non è più né horror-architettonica né cosplay-atletica: è otaku-arcobaleno. Madonna e Nicki Minaj sfoggiano capelli in technicolor fucsia e rosa come negli anime, le ballerine asiatiche dal rossetto nero sembrano un mix fra una doujinshi hentai di Bakuretsu hunter e delle otaku di divise naziste (molto apprezzate in Giappone), i costumi sono della casa di moda italiana Moschino che è attualmente guidata dallo stilista americano Jeremy Scott da sempre influenzato dalla pop culture, e la ricchezza visiva e cromatica del video non può non rimandare all’unica artista al mondo che ne realizza di ancora più ricchi, ovvero quella Kyary Pamyu Pamyu diventata così follemente celebre da essere arrivata anche a farsi recensire da Pitchfork. Giusto per completare il quadro nippofilo, nella scena finale Madonna sale le scale e si crocifigge al muro proprio sull’immagine del corridore della Glico, l’azienda giapponese produttrice degli stick ricoperti di cioccolato Mikado, il cui storico enorme pannello pubblicitario a Osaka è divenuto così celebre da essere ormai un vero monumento della città. In parole povere mediamente Madonna ogni otto-nove anni realizza un video di ispirazione nipponica sempre diversa (altrimenti non sarebbe la sempre multiforme Madonna): attendiamo il prossimo intorno all’anno 2023, quando la cantante avrà 65 anni, magari vestita da contadina del Giappone medievale a raccogliere il riso.

Tomoko Kawase il 15 agosto 2015.

Nell’immagine, un recente autoscatto di Tomoko Kawase detta Tommy, classe 1975, età: 40 anni. Ma com’è possibile.

La giappomania americana ha toccato il picco, o il fondo, l’anno scorso quando Avril Lavigne ha pubblicato il videoclip per la canzone Hello Kitty. Il video è diventato nel giro di poche ore così incredibilmente chiacchierato in negativo che la casa discografica l’ha subito rimosso (cancellando di conseguenza anche i commenti), per poi ripubblicarlo a mente fredda ripartendo da zero commenti e zero visualizzazioni (che nel frattempo sono arrivate quasi a 100 milioni nonostante la perdita delle decine di milioni di visualizzazioni iniziali). Il brano è molto brutto: il testo non parla affatto della mascotte antropomorfa della Sanrio bensì di party osé (con “kitty” a doppio senso), e la musica è una pura concessione senza fantasia agli stili musicali alla moda, cioè EDM e dubstep, con la sola graziosa idea di usare la campana del passaggio a livello come intro e outro; ma non è stato tanto il brano a indignare il mondo quanto il video, ferocemente accusato di razzismo, stupidità, infantilismo, stereotipicità e in generale di quella che gli americani chiamano “appropriazione culturale”, cioè (come ben spiegato qui) «l’assimilazione, attraverso stereotipi, letture colonialiste e inferiorizzanti, di culture considerate altre rispetto a quella occidentale», perché nel video Avril Lavigne fondamentalmente si comporta da giappominchia™. Certo, come la canzone anche il video è molto brutto, ma la domanda da farsi è: che cos’è la cultura giapponese, solo geisha, samurai e sushi? Gli americani, essendo americani, non possono toccare il Giappone se non in maniera rispettosa dato lo sgancio delle bombe atomiche del 1945? La Lavigne è canadese e probabilmente conosce bene Kyary, che è giapponese purosangue eppure proprio come Avril sfoggia anche lei pacchi di M&M’s e gonne di cupcake e acconciature da Barbie Capelli Arcobaleno (anzi, chi dovrebbe essere accusato di appropriazione culturale è proprio Kyary dato che le M&M’s, i cupcake e la Barbie sono americani). Il problema di Hello Kitty sta negli occhi degli occidentali, perché commenti come «Le ballerine identiche e inespressive rinforzano lo stereotipo della donna-oggetto» o «Avril dimostra di non sapere nulla della cultura tradizionale giapponese» o anche «La Lavigne non sa parlare giapponese quindi non dovrebbe nemmeno provarci dati i pessimi risultati» sono smentiti dalla stessa cultura pop giapponese, nei cui spot le ballerine sono identiche e inespressive, nei cui programmi tv si dimostra di non sapere nulla di nulla della cultura occidentale e nella cui musica c’è un abuso di parole in lingua inglese spesso scritte male e pronunciate malissimo. A conferma di ciò c’è il fatto che il video sia stato realizzato in loco con troupe locale, che evidentemente non si è sentita offesa nel pubblicizzare in Occidente il Giappone come una folle accozzaglia di plastica colorata, dato che i giapponesi stessi fanno di peggio. Infine, è interessante ricordare che il Giappone conosce già una Avril Lavigne locale, ovvero Tomoko Kawase in arte Tommy, vocalist dei the brilliant green e solista con pezzi da plagio e capolavori camp, che esattamente come la cantante canadese sta ringiovanendo invece che invecchiando. Molto probabilmente vanno dall’estetista insieme.

Confezioni di caffellatte Yukijirushi Coffee.

C’è piu lolicon nelle mascotte su queste confezioni di caffellatte che in tutto il videoclip di It Girl.

L’ultimo caso in ordine di tempo della contaminazione fra il mainstream americano e la cultura pop giapponese è rappresentato dal videoclip di Pharrell Williams per il suo brano It Girl. Se Hello Kitty ha ricevuto disprezzo dal pubblico, It Girl ha ricevuto disprezzo dai critici perché il cantante ha abbinato una canzone dal testo molto spinto a un video a cartoni animati in cui flirta (a distanza di sicurezza) con una bambina, facendo alzare il sopracciglio a molti americani che vi hanno subito visto il crimine innominabile: la pedofilia. Il video è stato realizzato dallo studio Kaikai Kiki, cioè l’atelier artistico di Takashi Murakami, il più quotato artista giapponese vivente, ed è quindi teoricamente è un’opera d’arte a tutti gli effetti che come tale va analizzata e criticata, per esempio: Balthus era pedofilo? E il Domenichino? E Caravaggio? Ma a prescindere dalla rappresentazione lasciva dei bambini nella storia dell’arte, il punto è che It Girl è il videoclip più otaku mai realizzato. Pharrell è di casa a Tokyo da decenni, dal 2005 gestisce la casa di moda Billionaire Boys Club con lo stilista giapponese Nigo e in generale non è affatto digiuno di cultura pop giapponese, quindi è conscio del significato di quel video, che fondamentalmente riprende alcuni stereotipi delle subculture otaku legate ai manga (la rappresentazione di personaggi con un aspetto più giovane di quello della loro età per il cosiddetto lolicon, il “complesso di Lolita”), agli anime (gli episodi ambientati al mare e al matsuri sono dei must dei cartoni animati fin dagli anni ’80) e ai videogiochi (in particolare i dating game). It Girl è Akihabara condensata in cinque minuti e sette secondi, con tocchi quasi commoventi per il fan come il frame sbagliato nella sequenza in cui l’onda del mare bagna i piedi della bimba, cioè quello che era un errore tecnico viene qui meticolosamente ricostruito: art for art’s sake. Livello tecnico maniacale a parte, l’odore di pedofila in manga e anime è effettivamente percepito anche in Giappone, ma non in quanto tale bensì come «danno per i bambini». In pratica il problema non è se questi prodotti siano troppo forti, ma solo che non giungano nelle mani dei bambini, per il resto il grande pubblico pur conoscendo il fenomeno lo bypassa, relegandolo a una fra le mille subculture più o meno opinabili esistenti in Giappone: per esempio, chissà cosa direbbero gli americani se sapessero che la rock band visual kei R-shitei, il cui pubblico è composto per oltre il 50% da ragazzine minorenni, pubblica canzoni intitolate Gioventù è tagliarsi i polsi, Ho ucciso i miei amici, Sadomaso e Addio pu**ana (e questi sono solo i titoli). I giapponesi applicano la regola che se non danneggia gli altri, se non si applica nella realtà, se resta fiction allora va bene: anche nella miniserie animata documentaristica Otaku no video viene specificato che un otaku di armi mai e poi mai ama le vere armi, perché la parte interessante sta nel suo funzionamento ingegneristico, nel design eccetera, e allo stesso modo il lolicon è visto come dimostrazione di tecnica grafica più che come vero interesse verso il bambini; fra l’altro il Giappone è noto per il suo progressivo disinteresse alla sessualità e gli otaku preferiscono sposare cuscini piuttosto che toccare bambine. Pharrell è salvo, almeno in Giappone.

Kazuma Kuwabara del fumetto "Yu degli spettri".

Sulla schiena di Kuwabara c’è la scritta “La salute prima di tutto”, sulla fascetta sulla fronte di Rettore invece solo segnacci senza senso.

Infine, #ceunpodItalia. Sarà l’effetto farfalla dagli USA, ma anche nel Bel Paese i riferimenti nipponici nel mainstream sono aumentati proprio da fine anni ’90. Ad esempio, nel 2000 il singolo di debutto della band romana Velvet è stato Tokyo Eyes nel cui testo il cantante dice di sentirsi «come Ataru con Lamù» e che ha avuto sufficiente successo da essere usata come musica per lo spot della Coca-Cola, cioè il massimo riconoscimento possibile subito dopo l’essere usata per il Cornetto. In tempi più recenti si sono avventurati nelle metafore estremorientali il cantautore toscano Matteo Becucci e le due dive sorelle Paola & Chiara: in entrambi i casi i risultati sono stati terribili. Ma il più terribile dei risultati non può offuscare il massimo risultato internazionale mai raggiunto dalla contaminazione fra un artista pop occidentale e la cultura giapponese: il concept album Kamikaze Rock’n’roll Suicide, capolavoro di Donatella Rettore del 1982. Nato da un viaggio della cantante veneta in Giappone, il disco è un esperimento di fusione fra il prog rock, il pop, il cantautorato e la disco music basato su un mix di influenze oscure e drammatiche su temi totalmente alieni alla musica da classifica come il suicidio, la guerra e la paranoia, il tutto tenuto insieme da un grottesco senso della leggerezza e del gioco, come mostrato dalla cantante nei concerti in cui indossa abiti fluorescenti e cerchietti da aliena dei cartoni animati, e nelle performance televisive dove si presenta vestita da teppista come Kuwabara di Yu degli spettri e accompagnata dal teschio Timoteo Yamamoto che «si è fatto male la barba stamattina, ha usato delle cattive lamette». Nell’anno del debutto di Madonna c’era già in Italia chi produceva capolavori come Lamette, recentemente apprezzato anche da Patrick Wolf: lunga vita a Rettore, banzai!

Death Note: 5/11/2004

Per tutti i fan di Death Note il 5 novembre è un giorno da non ricordare, uno dei personaggi più amati della storia del manga perde la vita nella sua lotta contro il male, stiamo parlando di L (Elle Lawliet).

Elle

Creato da Tsugumi Ohba e Takeshi Obata, è l’antagonista di Light Yagami, il personaggio di L entra subito nel cuore dei fan per la sua eccentricità e genialità.

Oggi noi tutti ricordiamo la sua memoria.

R.I.P. Elle Lawliet

Mezzo milione di spettatori per il film di Bakuman

500.000 biglietti sono stati venduti in Giappone nei primi nove giorni di programmazione del film live action di “Bakuman”

bakuman

Il film è basato sull’omonimo manga di Tsugumi OhbaTakeshi Obata che già tanto successo avevano riscosso con Death Note e che hanno da poco annunciato il loro prossimo fumetto.

Il film ha debuttato in Giappone il 3 e si è piazzato subito al primo posto della classifica vendendo 184,263 biglietti per un totale di 251,607,900 yen (circa 2.08 milioni di dollari).

I due interpreti principali sono Takeru Satoh (Kamen Rider Den-O, Beck, Kanojo wa Uso o Ai Shisugiteru, Ryōmaden, Rurouni Kenshin)e Ryunosuke Kamiki (Rurouni Kenshin, Il Castello errante di Howl, Summer Wars e Arrietty).

Il film diretto da Hitoshi Ōne (Moteki, Koi no Uzu/The Vortex of Love) vede tra gli altri interpreti:  Nana Komatsu, Kenta Kiritani (Beck, Crows Zero), Hirofumi Arai (Kiki’s Delivery Service), Sarutoki Minagawa (Death Note, Ashurajō no Hitomi), Takayuki Yamada, Lily Franky, Kankuro Kudo, Shōta Sometani (Parasyte, Himizu)