DC Comics

Wednesday Warriors #33 – da DCeased a Meet the Skrulls

In questo numero di Wednesday Warriors:

Bam’s Version

MEET THE SKRULLS #5 di Robbie Thompson e Niko Henrichon.

La vita tra gli uffici di una grande casa editrice non dev’essere tutta rosa e fiori – artisti, scrittori, coloristi e letteristi sono legati virtualmente dall’editor, che deve rispondere poi all’editor-in-chief, che deve parlare poi con il marketing, ecc.ecc. Un’abbondante dose di responsabilità passa dalle mani alla mente di diversi elementi, con ogni componente pronto a dover dar battaglia per valorizzare il proprio ruolo e le proprie idee. In una industria a fumetti sempre più spinta verso i Grandi Nomi e con meno attenzione rivolta alle “seconde linee”, certe volte ogni piccola storia, ogni vignetta, ogni singolo balloon può fare la differenza.
Meet The Skrulls nacque sotto questi tormentati auspici, ideata dello scrittore Robbie Thompson, supportata dall’editor Nick Lowe: una famiglia di Skrull infiltrata sulla Terra, un nucleo di personaggi costretto a restare nell’ombra e ad integrarsi, sulla falsariga di serie di successo come The Americans. Un concept difficile da vendere, ma che ha trovato lo spiraglio giusto per essere pubblicato dopo il successo della pellicola Captain Marvel – ma, fortunatamente, gli Skrull cartacei risultano ben più interessanti delle loro controparti filmiche. Tuttavia, Meet The Skrulls non riesce a scrollarsi di dosso l’etichetta da serie di seconda o terza fascia, pur riuscendo a chiudere, in soli cinque numeri, una storia intrigante con personaggi piuttosto complessi.
Thompson ha costruito una interessante serie di eventi che, tra passato e presente, ha ingarbugliato i rapporti della famiglia Warner: dietro la famiglia di Stamford, Connecticut, composta da Carl, Gloria e le figlie Madison e Alice, si nascondono infidi alieni mutaforma, mortalmente intenzionati a portare a termine la loro missione e sventare il Progetto Blossom.
Ma sotto la trama principale dalle tinte spy, costruita in periferia del Marvel Universe, staccandosi dal palcoscenico principale, Robbie Thompson ha saputo nascondere un’intrigante riflessione sulla effimera natura dei rapporti famigliari – e cosa vuol dire fingere, mentire e non essere sinceri all’interno di una famiglia.
La natura effimera della persona Skrull, dove il volto, la voce e l’aspetto cambiano forma a seconda dell’occasione e della convenienza, diventa un punto focale, lente d’ingrandimento per analizzare al meglio la natura di una famiglia spezzata, sacrificata in nome dell’Impero della missione. Se per Carl e Gloria la transizione tra il loro pianeta natale e la loro permanenza sulla Terra è stata faticosa, per le figlie Madison e Alice il completo assorbimento nella cultura Terrestre spinge ad interrogarsi sulla natura della missione stessa, sull’individualità al di fuori della famiglia e su cosa vuol dire rapportarsi alle uniche persone che sembrano comprenderci.
In una serie che dosa con il contagocce le proprie scene d’azione e si affida principalmente al dialogo come mezzo di spostamento lungo la trama, l’importanza di un’artista come Niko “Pride Of Baghdad” Henrichon sta tutta nei momenti di quiete, nel gusto europeo, delicato, morbidissimo della costruzione delle figure e dei design e nella capacitá di distorcere, camuffare e smascherare gli inganni Skrull al momento decisivo. Robbie Thompson ha tenuto un ritmo lento per gran parte della miniserie, gestendo al meglio i colpi di scena e le rivelazioni: ne deriva una sottile tensione che sembra pervadere lo spazio bianco tra le vignette, che lega ogni piccolo mutamento del viso dipinto da Henrichon.
La conclusione della serie e la lettera dell’editor Nick Lowe in chiusura del numero segnano la fine delle avventure della famiglia Warner, protagonista di Meet The Skrulls, serie audace ma fortemente penalizzata dalla sua natura “di nicchia”. Intrigante se si ama un certo tipo di thriller psicologico, qui diluito con spruzzi di Universo Marvel, la miniserie di Robbie Thompson pecca nel ritmo lento, sostanzioso ma troppo poco esplosivo per lasciare un vivido impatto nel lettore casual. Gli splendidi disegni di Niko Henrichon accompagnano una trama comunque solida e ricca di spunti di riflessione sul sempre interessante confronto nature vs. nurture.

DEATHSTROKE #44 di Christopher Priest e Fernando Pasarin.

Attenzione: dato il contenuto dell’albo, la recensione contiene spoiler.

È possibile dare ancora risalto alla morte nel mondo del fumetto nel 2019? La fine della vita terrena, come un divorzio sancito dal Demonio o la nascita di una nuova nemesi dal passato oscuro di un eroe, diventa un cliché, un plot point da sfruttare a proprio piacimento per ringalluzzire le vendite, disturbare i lettori, scuotere le fondamenta della propria storia. Per Christopher Priest, la morte di Slade Wilson diventa il modo perfetto per tornare ai vecchi fasti – e rimettere Deathstroke in carreggiata.
Il terzo anno editoriale della serie dedicata all’Assassino Più Letale del DC Universe ha visto ogni sorta di sconvolgimento: lo scontro con il Cavaliere Oscuro ha messo in dubbio l’identità del padre di Damian Wayne, l’incarcerazione ad Arkham ha minato la sanità mentale del lettore come quella di Deathstroke e gli effetti del Contratto Terminus e del cross-over con i Teen Titans di Adam Glass hanno distrutto la fiducia del gruppetto adolescente – e lasciato Slade orizzontale, steso in una bara di mogano.
Elegy, primo capitolo di Deathstroke R.I.P., inizia con il confronto tra Deathstroke e Superman, avvenuto nel primo arco narrativo della serie. Un necessario reminder che Priest lascia al lettore, un modo per ricordare quanto lontano sia arrivata questa storia, tenuta insieme dalla sempreverde discussione sulla “vera natura” di Slade Wilson, un uomo costantemente frenato dalla sua morale deviata e dal suo atteggiamento nichilista, due elementi che impediscono a Deathstroke qualsivoglia forma di eroismo.
Entra in gioco Fernando Pasarin, artista che riempie il vuoto lasciato da Carlo Pagulayan con una sequenza iniziale che, da sola, vale il prezzo dell’albo. Una gigantesca splash page riprende, dall’alto, la pira funeraria allestita per salutare per l’ultima volta Slade Wilson: i volti peggiori dell’Universo DC si alternano in elogi funebri e ultimi insulti volti ad accompagnare Deathstroke nell’oltretomba, un momento che mette in risalto la potenza narrativa del team creativo: i testi graffianti e sarcastici di Priest che riempiono la griglia rigida, cinematografica di Pasar in, mentre figure come Talia Al-Ghul, Raptor, Terra e tanti altri lasciano la loro impressione del tristemente defunto. L’atmosfera lugubre per quei pochi che davvero amavano Deathstroke stona e stride con il sadico senso dello humor Priestiano, un contrasto efficace per un albo che analizza il mondo costruito intorno al personaggio principale e le ripercussioni che la morte di quest’ultimo hanno su tutti i personaggi incontrati finora. Damian Wayne affronta il peso della responsabilità, così come Jericho, il figlio incompreso di Deathstroke, rifiuta la morte del padre, al punto tale da lanciarsi in uno sprazzo di collera contro gli attendenti al funerale.
Priest non abbozza, non si perde in retorica. Non lo ha mai fatto, del resto. Con i personaggi che ha sapientemente gestito in ben quarantaquattro numeri di storia, Priest analizza la situazione, osservando pro e contro, tracciando insieme a Pasarin il futuro della testata – e chi erediterà l’identità di Deathstroke. Con il finale della serie che si avvicina all’orizzonte, lo scrittore riunisce tutto il cast in una situazione paradossale, un circo cinico e macabro venuto a rendere omaggio al direttore venuto a mancare. Deathstroke resta la sleeper hit della linea editoriale DC, una storia però troppo complessa e complicata da poter essere facilmente digerita tramite Wiki e riassunti. Il gioco di Slade sembra essere giunto al termine e Priest vuole mostrare al lettore cosa succede quando la morte – a fumetti – torna ad essere rilevante.

Gufu’s Version

DCEASED #2 di Tom Taylor, Trevor Hairsine, Stefano Gaudiano

DCeased è un fumetto supereroistico che vuole sembrare un fumetto di zombie ma che non vuole essere (solo?) un fumetto di zombie.
È il paradosso generato da certe regole commerciali che sovrastano le esigenze narrative: da qui la scelta di utilizzare cover di chiaro taglio horror a tema zombie, come quella inquietantissima di Lenil Francis Yu per questo numero, che aiutano il prodotto a posizionarsi in un mercato affollato di proposte omogenee e spesso difficilmente distinguibili tra loro.
Questo desiderio di sembrare qualcosa ma di provare ad essere qualcos’altro, o quantomeno metafora di altro, è particolarmente evidente osservando il taglio realistico che Trevor Hairsine utilizzato nelle sue tavole: non si eccede in una narrazione grottesca che indugi sull’effetto horror/splatter prediligendo invece un’impostazione più vicina al supereroistico classico alla Neal Adams. Solo il lavoro di inchiostrazione più carico di neri, ad opera di Stefano Gaudiano, tradisce un sottotesto più inquietante che, accompagnato alla palette di colori crepuscolari di Rain Beredo, conferisce all’albo il giusto tono orrorifico senza però ricorrere a una narrazione più sguaiatamente sottolineata.
In un albo più imperniato sui personaggi che sull’intreccio, il trio di artisti riesce a descrivere il mondo post-apocalittico tramite la narrazione in background e l’espressività dei volti dei personaggi non coinvolti direttamente nella narrazione.
In DCeased infatti Tom Taylor assimila la lezione di The Walking Dead e concentra il suo racconto sui personaggi, sulle loro reazioni agli eventi cataclismatici in atto, facendo in modo che l’orrore insorga dal rapporto empatico e dal lavoro di immedesimazione del lettore con i personaggi. Qui lo scrittore dimostra di possedere una notevole padronanza dei personaggi utilizzati – Superman e famiglia, Batman e famiglia, Freccia Verde, Lenterna Verde, Black Canary e altri – riuscendo a delinearli efficacemente nel giro di poche battute e dialoghi per poi proiettarli verso svolte inedite, più difficili da realizzare nella continuity classica: forte dell’esperienza maturata su Injustice, Taylor esplora le potenzialità di personaggi come Black Canary sottoponendoli a quello che potremmo definire come uno “stress test” collocandoli al di fuori dei loro ambiti abituali restituendo così ai lettori delle figure più tridimensionali.
Questo secondo numero di DCeased è quindi un incredibile lavoro di esposizione e world building (o forse world destroying?) che però mette in secondo piano una trama che, al momento, sembra più in pretesto per giocare liberamente con i personaggi che il fulcro del racconto stesso.
Un secondo albo carico di emozioni intense con un vero colpo al cuore sul finale.

JUSTICE LEAGUE #25 di Scott Snyder e Jorge Jimenez

Speranza.
È questo il filo conduttore che lega le ventidue tavole di Jorge Jimenez in un’alternanza continua tra scene puramente “action” e altre più riflessive: il disegnatore spagnolo si conferma come uno degli interpreti più efficaci del linguaggio supereroistico, capace di stupire il lettore con una narrazione “sopra le righe” – caratterizzata da profondità di campo infinite, layout destrutturati ma mai scomposti e scelte indovinate dei momenti da rappresentare – ma sempre consapevole di sé. Impressionante anche la sua capacità di declinare questa esplosività stilistica in contesti più intimisti, come appunto la tavola di apertura e tutto il conseguente viaggio introspettivo di Superman.
Un viaggio, in cui Jimenez gioca con i contrasti luce/ombra sottolineati dalle scelte cromatiche di Alejandro Sanchez, che porta Superman – il perno attorno a cui gira tutto l’albo – dall’ombra alla luce per giungere ad un finale esplosivo sia in termini emotivi che in prospettiva puramente narrativa.
Tutto l’albo è una continua costruzione di momenti tensivi che portano il lettore alla risoluzione finale in uno stato di apnea: liberatorio.
Dopo un approccio un po’ goffo e sostanzialmente dimenticabile sulla testata Superman Unchained, Scott Snyder dimostra di aver colto l’essenza del Primo Supereroe delineando una figura supereroica ma pienamente umana, ancorata ai suoi legami passati e presenti, che riesce ad essere risolutore, Deus Ex Machina, e portatore di speranza.
Non è un caso che tutto il “piano” di Batman sia imperniato saldamente nella Fede [il maiuscolo non è un refuso] che l’Uomo Pipistrello ripone nell’Uomo D’Acciaio.
Conclude l’albo una storia di James Tynion IV e Javier Fernandez che rinarra quanto già letto su DC’S YEAR OF THE VILLAIN SPECIAL #1

Wednesday Warriors #32 – Da Doomsday Clock a Heroes in Crisis

In questo numero di Wednesday Warriors:

Bam’s Version

DOOMSDAY CLOCK #10 di Geoff Johns e Gary Frank

«Sto pensando a come il nostro universo debba apparire da una prospettiva super-dimensionale. Piatto. Completo. Eppure con infiniti inizio e fine. Sempre diverso.  La storia è lineare, ma posso saltare da una pagina all’altra. Seguendo un ordine e una direzione qualsiasi. Avanti nel tempo, verso la Conclusione. Indietro, verso la scena iniziale. I personaggi non sembrano consapevoli di essere osservati da me, ma i loro pensieri sono trasparenti, contenuti in nuvolette senza peso. È così che il continuum bidimensionale appare ai vostri occhi. Immaginate come deve sembrare il vostro mondo 3-D a me.
Le vostre pagine già scorse, le vostre continuity future. Conosco le vostre origini. Le identità segrete che nascondete persino ai vostri cari. Posso leggere i vostri balloon di pensiero. So cosa avete in mente di fare

Parlare di Doomsday Clock #10 con una citazione tratta da Multiversity #4 dev’essere una sorta di contorto loop mentale – due opere scritte da autori profondamente diversi, accomunati dall’incredibile rilevanza storica e narrativa dei propri contenuti. Entrambe le opere sono altrettanto accomunate, però, dal loro punto d’origine, dall’analisi e cura nella dissezione delle formule, tematiche e strutture del colosso del fumetto che li ispira, Watchmen di Alan Moore e Dave Gibbons.

Ma se la Pax Americana di Grant Morrison e Frank Quitely propose una ri-narrazione di Watchmen, una sua visione alternativa, una distorsione dell’opera prima, Doomsday Clock ha saputo evolversi e camminare lontano dal tracciato di Moore e Gibbons, offrendo un vero e proprio seguito ad un fumetto che, di sequel, non ne aveva bisogno. Il giorno del suo annuncio, Doomsday Clock spaccò il pubblico in due: l’inserimento dei personaggi di Watchmen e soprattutto del Dottor Manhattan nella continuity tradizionale DC Comics fece gridare allo scandalo – ultima mossa di una disperata (?) direzione editoriale senza più inventive ed idee; allarmismi e dichiarazioni sciocche, figlie di chi legge di fumetto ma, concedetemi il termine, non lo capisce mai fino in fondo.

Con soli due numeri a separare la storia dalla conclusione, Geoff Johns e Gary Frank pongono il Dottor Manhattan al centro del palcoscenico, assoluto protagonista di questo imponente decimo numero. La storia comincia con una delle tante sottotrame che il team creativo ha costruito lungo il corso della storia – la vita di Carver Coleman, attore della Golden Age Hollywoodiana ed interprete del personaggio Nathaniel Dusk, investigatore pulp degli anni ‘30. Fino ad oggi, Coleman non aveva avuto particolari interazioni con l’Universo DC. La sua presenza nella trama sembrava marginale e, in certi passaggi, addirittura invadente – eppure, l’arrivo del Dottor Manhattan nel “nostro” Universo DC cambia la vita di Carver Coleman. Come un angelo custode, Manhattan sfrutta la sua onniscienza multiplanare per ritoccare la vita di Coleman, guidandolo nel suo percorso.
Johns semina i primi indizi: Manhattan misura i suoi poteri, mettendoli in diretto contatto con elementi esterni al suo mondo. “La galassia meno complicata” diventa alterabile e malleabile e, lontano dal giogo di Moore e Gibbons, Manhattan assume un ruolo metanarrativo andando ad intervenire direttamente nella vita di un personaggio reale, basato e rielaborato a sua volta da una creazione a fumetti di Don McGregor e Gene Colan. “Nathaniel Dusk” assume dunque un ruolo fondamentale in “Doomsday Clock”.

La griglia a nove vignette Watchmen-iana sembra, mai come in questo numero, stare stretta a Gary Frank, che gioca con le inquadrature, il movimento dei personaggi e il loro posto nell’Universo proprio come Manhattan. La narrazione diventa serrata, la mente dell’Uomo elevato a Dio fugge in continuazione attraverso il flusso temporale, risucchiato e attirato dall’arrivo del primo Supereroe. Il 18 Aprile 1938, un Uomo d’Acciaio distrugge un’auto contro una roccia, un’immagine che tutti abbiamo impressa nella mente, che decora la copertina di “Action Comics” #1, la prima apparizione di Superman. Quel giorno, il Dottor Manhattan era presente. Il lettore volta pagina ed assiste alla nascita di un Universo, ancora al fianco di Manhattan. Nasce la Justice Society Of America: Alan Scott, Jay Garrick, Jim Corrigan, Wesley Dodds assumono le loro identità segrete, ispirate dall’arrivo dell’Azzurrone. Qualche vignetta dopo, più nulla. L’Uomo d’Acciaio debutta ancora – 1956, poi 1986, poi ancora, avanti con gli anni, osserviamo Superman rinascere dopo il Flashpoint. Il Dottor Manhattan di Geoff Johns e Gary Frank è testimone di ogni singolo avvenimento…e non riesce a darsi una spiegazione.

Come un lettore frustrato, incapace di venire a capo di un mistero multidimensionale, Manhattan osserva l’Universo fermarsi e ripartire, annullarsi e trasformarsi, Crisi dopo Crisi, evento dopo evento, Superman dopo Superman: l’unica costante di un mondo in costante cambiamento. Per un essere che ha trasceso il concetto di umanità, osservare l’Uomo d’Acciaio potrebbe sembrare quasi un affronto. Perché tutto sembra tornare a Superman? Perchè, nonostante i più grandi cambiamenti e le più piccole divergenze, Superman resta al centro di un intero Multiverso.

Come il Capitan Atom di Grant Morrison in Pax Americana, il Dottor Manhattan di Geoff Johns e di Doomsday Clock osserva l’Universo DC come il lettore sfoglia le pagine di un fumetto. Ma Pax Americana lavorava nei termini Multiversali istituiti da Morrison e perdipiù non veniva apertamente sfidato dalla sola presenza di un Superman. In Doomsday Clock, Manhattan si dimostra umano e capriccioso: gioca con la linea temporale, disfa un Universo in suo nome per osservarne la reazione scientifica. Come l’orologiaio che rappresenta, Manhattan smonta i pezzi di un meccanismo perfetto per riposizionarli a suo piacimento, osservando gli ingranaggi incastrarsi, incepparsi e smettere di funzionare per poi ripartire, trovando la loro quadratura.
La creazione del concetto di Metaverso non è da sottovalutare – le teorie postulate da Johns in questo numero cambiano radicalmente la visione del Multiverso DC Comics. L’autore sfrutta il suo ruolo e, in questo costante via-vai metanarrativo, agisce tramite Manhattan. Deduzioni e ritocchi di una penna che scrive un fumetto ancora non pubblicato diventano azioni tangibili ed esperimenti di un personaggio su carta. Le forme, i muscoli e i movimenti della matita di Gary Frank incontrano il risultato e la reazione una volta inseriti all’interno delle vignette.

Doomsday Clock #10 arriva dopo giorni, mesi di ritardo nelle fumetterie statunitensi – il lettore non sa che, una volta aperto, la propria concezione delle macrostrutture di un universo narrativo a lui caro stanno per essere rivoluzionate. Sebbene possa sembrare esagerato parlare così di sole trenta pagine, Johns e Frank consegnano alla storia un numero eccezionale, narrato sapientemente, che chiude fili lasciati sospesi anni addietro, spiega con maestria e dovizia di particolari la storia di uno scontro destinato a scuotere le fondamenta di quello stesso universo narrativo. L’Oggetto Inamovibile contro la Forza Irresistibile, il Dio Inerte contro l’Uomo d’Azione. Il Dottor Manhattan contro Superman… sublimazione e legittimazione della fan-fiction.

Gufu’s Version

HEROES IN CRISIS #9 di Tom King e Clay Mann

Perché SÌ

Una crisi che non è una Crisi
Un fumetto con i supereroi che non è un fumetto di supereroi
Un evento che non è un Evento.

O, quantomeno, Heroes in Crisis non è quel tipo di evento che l’ufficio marketing di una casa editrice come la DC Comics è preparato a gestire.

Il nono e conclusivo numero della miniserie di Tom King e Clay Mann ha decisamente diviso pubblico e critica, contando una significativa maggioranza di pareri e commenti negativi. Al momento in cui scrivo, infatti, raccoglie un poco edificante 5.6 su Comicbook Round Up (il Rottentomatoes dei comics) è diversi commenti negativi dei fan sui social (uno dei quali lo abbiamo fatto articolare proprio qui sotto da Alessandro Altosole).

I motivi di tale scontento sono molteplici e, a volte, anche argomentati ragionevolmente, ma possono essere riassunti in due parole: aspettative tradite.

Abbiamo una storia che è stata pubblicizzata come il più classico dei maxi eventi proposti periodicamente dalle major; la stessa parola “Crisis” in DC è sinonimo di conflitti epocali e trame dalle proporzioni ciclopiche. Generalmente queste storie vengono precedute da un’intensa campagna promozionale che introduce e spiega gli eventi a venire, una serie di introduzioni che preparino il pubblico: miniserie, anteprime, tie-in e tutto il corollario che il fan del fumetto supereroistico conosce bene.
In questo caso è stato invece anticipato davvero poco: l’esistenza di questa struttura supersegreta, chiamata Sanctuary, destinata al trattamento psichiatrico di eroi e criminali vittime della loro stessa vita sopra le righe.
Ad aggiungere sconcerto e confusione, il primo albo si apre con la distruzione della stessa e ci mostra i risultati di una carneficina: non vengono spese pagine per spiegarci i dettagli sul funzionamento del santuario, né, come le regole del whodunit imporrebbero, ci vengono dati indizi sulla scena del delitto e sui possibili colpevoli. E questa “mancanza di appigli” procede per tutti i successivi otto albi. A complicare ulteriormente il tutto abbiamo una trama principale imperniata sui viaggi nel tempo e che vede protagonisti due versioni identiche dello stesso personaggio. Un vero e proprio mal di testa.

Questa anticonvenzionalità ricercata si riflette anche nell’uso che i King e Mann fanno del linguaggio fumetto, una fuga dalla descrizione didascalica in cerca di un racconto imperniato sull’ellissi, o se preferite sulla Closure. In questo caso valgono anche qui le considerazioni già fatte precedentemente per Batman QUI .

Il risultato finale è così destabilizzante da far scrivere a uno dei miei contatti social, uno dei detrattori di cui sopra, la seguente frase:
“…non mi sento a casa, non esiste alcun punto di riferimento, è tutto straniante, distorto, rielaborato. Ma nessun grande fumetto supereroistico degli ultimi decenni è stato scritto in questo modo.”

Questa, che vuole essere una dura reprimenda nei confronti delle scelte del team creativo di Heroes in Crisis, si trasforma ai miei occhi in una delle più edificanti chiavi di lettura della serie e di questo ultimo numero potenzialmente rivoluzionario.
Al netto dei citati errori grossolani di promozione e del nostro gusto personale che ci fa apprezzare o meno questo fumetto, non si può non ammettere il fatto che Heroes in Crisis abbia, di fatto, introdotto un nuovo paradigma nel fumetto supereroistico.
Il super-eroe è anche super-vulnerabile e il suo destino, il dato che lo definisce in quanto eroe, non è più quello del sacrificio quanto quello di venire a patti con le proprie debolezze.
C’è qui un bizzarro parallelo con il Captain America di Endgame: anche lì l’eroe smette di essere tale, di sacrificare i propri bisogni sull’altare di un bene superiore, e sceglie di concludere la sua vita in maniera completamente umana. Parimenti, nella miniserie di King e Mann, l’eroe viene convinto a non commettere il sacrificio finale ma a confrontarsi con le conseguenze della propria fallibilità.
“Convinto” qui è la parola chiave: non c’è un villain classicamente inteso e la risoluzione della trama non passa per una scazzottata più o meno grossa. Siamo di fronte a una dinamica inusuale – sebbene non inedita – che trova il suo precedente nell’Identity Crisis di Brad Meltzer e Rags Morales. Non a caso anche quest’opera, alla sua uscita, ricevette critiche durissime (che convinsero Meltzer a tornare alla narrativa) per poi essere rivalutata ai nostri giorni.
Se Watchmen aveva postulato l’impossibilità per il supereroe di essere sano di mente Heroes in Crisis propone la possibilità di una cura: che consiste nel tornare pienamente umani. Che è sostanzialmente una delle chiavi di lettura di un’altra opera di Tom King: Mister Miracle
Non si faccia però l’errore di considerare Heroes in Crisis come “l’opera di Tom King”, il lavoro di Clay Mann e Tomeu Moray è ben più di una semplice interpretazione dello script ma si distingue come determinante nella resa finale tanto da “costringere” due artisti di rilievo come Lee Weeks e Mitch Gerads, ospiti in alcuni capitolo della serie, ad attenersi alla linea impostata dal talentuoso disegnatore di Orlando.
Clay Mann, finalmente svincolatosi dal fardello delle influenze di Oliver Coipel, riesce a modulare i canoni del fumetto supereroistico in funzione di una narrazione più compassata ed emotiva facendo leva sul linguaggio del corpo e sull’espressività dei volti – fondamentali nelle sequenze del confessionale – e sfruttando la profondità di campo per illustrare dei campi lunghi alla John Ford. Il lavoro di Morey, sopratutto in questo ultimo numero, parte quasi sempre da una base giallo/arancio caratterizzata da forti luci e ombre sfumate, che amplificano il tono crepuscolare della storia.
Heroes in Crisis è una storia che avrebbe potuto fare La Storia, che avrebbe potuto operare un cambiamento determinante nel raccontare il fumetto supereroistico, ma che non lo farà, così come non l’ha fatto Identity Crisis. Il motivo principale, a mio parere, è che manca un determinante primo livello di lettura, quello più superficiale ma non per questo meno importante, fondamentale al lettore per “entrare” nell’opera, che lo convince a rileggere per poterne poi afferrare i significati profondi.
Ma fu Howard Chaykin in un’intervista di una ventina di anni fa a dire “chi l’ha detto che un fumetto deve essere facile da leggere?”

Extra Version

Perché NO (di Alessandro Altosole)

“Puddlers skin the molten metal, remove the impurities so the iron can be strong”
“Le persone perfette non combattono, non mentono, non commettono errori e non esistono.”

La trinità DC è nata durante la Golden Age, periodo in cui i supereroi erano esseri perfetti che dovevano non solo salvare vite ma anche e sopratutto essere fonti di ispirazione per il comune cittadino. Dopo gli anni 40 si è sentita l’esigenza di andare oltre quella formula e si è spinto sempre più verso l’umanizzazione del supereroe, arrivando oggi a quello che il buon Gufu ha definito in varie occasioni come “nuovo umanesimo supereroistico”.
Ma i supereroi vogliono essere umanizzati? Possono permetterselo? O diventare troppo solo simili a chi devono salvare finisce per danneggiarli? Queste sono le domande che Tom King si è posto nel corso della sua personale Crisi DC, nel mentre ci mostra cosa succedeva dentro il Santuario e come mai si è arrivati ad un massacro dei suoi pazienti.

La trinità di King si rivela figlia succube del proprio tempo. Non può concepire l’esistenza del difetto perché il supereroe deve essere perfetto se vuole salvare vite e ispirare i più deboli.
E se poi il problema emerge lo stesso bisogna essere capaci di non farlo percepire, perché se la sostanza manca quantomeno si può compensare con l’apparenza.
Si può quindi capire molto bene quanto affidare la realizzazione di una struttura di aiuto psicologico a Batman, Superman e Wonder Woman sia l’equivalente di far costruire un palazzo ad un criceto. Magari ci riesce, ma è molto probabile che le fondamenta crollino al primo soffio di vento.

Ed il santuario che ci presenta Tom King è appunto prodotto di tutte queste distorsioni.
La struttura è isolata, il personale medico assente ed il contatto umano inesistente.
Ogni eroe è lasciato in balia di se stesso, alla ricerca autonoma di una soluzione al proprio problema, nel mentre l’unico contatto che ha è con dei robot e un’IA. L’esatto opposto di ciò che dovrebbe essere un vero servizio di assistenza psicologica insomma e per questo destinato ad essere teatro di una tragedia.
Una tragedia che però non smuove più di tanto la situazione. La JL fa partire subito la caccia all’uomo, perché necessita di un cattivo da punire. “our hope for redemption is now another hunt for vengeance” dice Batman, a dimostrazione del fatto che la trinità in un primo momento non riesce a fare autocritica.
E quando poi Superman decide di rivelare l’esistenza del santuario, appare evidente quanto si trovi a disagio nel farlo e nello spiegare che anche gli eroi hanno a volte bisogno di aiuto, arrivando addirittura a bloccarsi a metà discorso.
Nemmeno il “killer” sfugge a questo destino. Unico/a che si accorge delle contraddizioni alla base del Santuario, non riesce comunque ad aprirsi al confronto con altre persone, finendo per farsi la psicanalisi da solo/a, in un’ultima degenerazione di questa incapacità chiedere ogni tipo di aiuto.

In questo senso il lavoro di King è ottimo. Approfondisce quanti più pazienti possibili, cerca di dare il giusto spazio a ogni vittima e fa capire poco a poco al lettore che qualcosa non va, anche se probabilmente pecca nel mostrare troppo spesso un certo personaggio, facendo capire troppo presto chi possa essere stato.
C’è poi apparentemente un’eccessiva fretta con cui King tratta il miglioramento dei due sospettati.
Booster e Harley infatti trovano persone disposte ad aiutarli, a sentire il loro punto di vista, a far loro da spalla su cui appoggiarsi, e come se nulla fosse stato tornano magicamente alle loro vecchie personalità, come se si fosse premuto il bottone del reset.
La spiegazione finale poi usa/abusa di Booster, riempendo l’ultimo terzo di questa storia con viaggi nel tempo, paradossi e tecnologie futuristiche, che complicano la trama in modo inutile senza nemmeno che riesca poi a tornare effettivamente tutto in modo esatto (come è ovvio che sia quando si fa operazioni di questo tipo in continuity), giusto per darci un punto fermo in attesa di capire dove, come e quando qualcuno porterà avanti quanto narrato in queste miniserie.

Tutti questi difetti però hanno come minimo comune denominatore la fretta, il voler infilare tante roba, forse troppa, in una miniserie di solo nove numeri, palesemente inadatta a contenere insieme tutti i temi e le linee narrative che King e la DC hanno cercato di spremere.
Emblematica in questo senso è l’esplosione di confessioni che vediamo nel numero finale, con decine di eroi che compaiono e che dicono cose che nemmeno sono traumi (Catwoman dice solo “meow” ).
Probabilmente in una forma diversa King avrebbe potuto approfondire il tema in maniera decisamente diversa, prendendosi il giusto tempo e dando a ogni personaggio ed a ogni linea narrativa lo spazio che si meritava.
Ma come ci dice King a fine storia, dobbiamo guardare a quello che abbiamo, e Heroes In Crisis è un po come il Santuario di cui racconta la fine. Tante belle intenzioni che per un motivo o per un altro finiscono per portare a chi lo ha ideato più grane che lodi.

Wednesday Warriors #31 – Da Batman a Daredevil

In questo numero di Wednesday Warriors:

Bam’s Version

AQUAMAN #48 di Kelly Sue DeConnick e Viktor Bogdanovic.

Con la minaccia salina di Namma alle spalle ed un primo, solido arco narrativo a fare da sostegno per il futuro, Kelly Sue DeConnick da il via al nuovo story-arc di Aquaman con le brezze estive alle porte e un personaggio da ricostruire. Ferito, steso su un freddo tavolo, lontano da Atlantide e circondato da antiche e dimenticate divinità marine, “Andy” si trova a dover fare i conti con gli ultimi sviluppi di trama – il Campione dell’Oceano deve trovare un modo per colmare i vuoti della sua memoria.
I sottotesti mitologici portati da Kelly Sue DeConnick hanno completamente rivitalizzato la testata. L’autrice ha infuso un’aura mistica e affascinante al personaggio, colto al centro di una vera e propria guerra segreta tra le antiche forze oceaniche, una narrazione diametralmente opposta alla comunque solida scrittura di Dan Abnett, più concentrato sugli aspetti politici del personaggio. La DeConnick ha saputo modellare un intero pantheon senza intaccare il mythos del Re di Atlantide, proponendo un’ambientazione completamente nuova, co-protagonisti adatti e un mistero di fondo che sapesse scuotere il personaggio dalle fondamenta. Mai come in questa occasione, l’allontanamento dalle vicende Atlantidee e dalle sue meccaniche narrative – che, come già detto, Abnett aveva spremuto all’osso – hanno giovato particolarmente ad Arthur “Andy” Curry, naufrago senza memoria, adottato dagli abitanti di una misteriosa isola.
Dopo aver lavorato con un personaggio “vergine”, la DeConnick decide in questo story-arc di riportare Aquaman al suo vecchio status quo. Il protagonista della serie si imbarca in un viaggio abissale ed onirico, tra le fauci di un gargantuesco megalodonte: Madre Squalo, protettrice dei ricordi delle vittime del mare e custode dunque delle memorie perdute di Arthur Curry. Anche in questa occasione, è ammirevole notare la dedizione dell’autrice nell’inclusione di richiami mitologici reali nella narrativa di Aquaman. Lo Squalo come divinità – o come figura mitica – è presente in diverse culture, principalmente in quella Hawaiana. Non ci troviamo di fronte a niente di rivoluzionario, ma è corretto sottolineare come l’autrice stia cercando, riuscendoci, di diversificare il suo Aquaman rendendolo parte integrante di una cultura oceanica globale.
Il debutto di Mother Shark segna anche l’arrivo del secondo disegnatore, il Capulliano Viktor Bogdanovic. Le figure slanciate, taglienti segnano un cambio di stile brusco, ma non traumatizzante, dallo stile più morbido e dinamico di Robson Rocha – che tornerà con il terzo arco narrativo. Bogdanovic, già fattosi notare su serie come New Super-Man e Action Comics, mostra una discreta evoluzione mettendosi alla prova con elementi inediti al suo repertorio: momenti più silenziosi e riflessivi si alternano a grandi splash page “illustrative” con un buon ritmo.

Aquaman #48 rappresenta un’importante svolta e l’inizio di una fase cruciale per l’intera trama sviluppata da Kelly Sue DeConnick. Le ottime premesse costruite nella saga precedente forniscono adeguato supporto a questa nuova fase narrativa, che ha tutte le carte in regola per proseguire nel percorso di “ricostruzione” del personaggio.

DAREDEVIL #5 di Chip Zdarsky e Marco Checchetto.

Hell’s Kitchen non è più come una volta – o forse è il suo custode ad essere profondamente cambiato? Questa domanda rappresenta il fulcro dei primi cinque numeri di Daredevil.
Dopo un tragico incidente, Matt Murdock è stato costretto a continuare il suo sentiero di dubbio, scarsa autostima, rabbia repressa e cattive scelte. Senza mettere da parte la crescita interiore e i forti scossoni subiti dal personaggio in Man Without Fear di Jed MacKay, Chip Zdarsky e Marco Checchetto si sono rimboccati le maniche per consegnare ai lettori la peggior versione di Devil possibile. Sia chiaro però che questa affermazione trova riscontro non nella qualità effettiva della serie, tuttalpiù nel vero e proprio nucleo narrativo dell’arco narrativo Know Fear. Dopo l’esperienza pre-morte attraversata, Matt Murdock ha finalmente conosciuto la paura. Paura di sbagliare, di non essere all’altezza del proprio compito, di diventare vittima delle proprie, irrefrenabili pulsioni violente. Come già accennato, New York ed Hell’s Kitchen sono profondamente diverse: sotto il controllo del Sindaco Wilson Fisk, la caccia a Daredevil è diventata più intensa e feroce. La tensione artificialmente costruita da Zdarsky traspare dalle pagine – Daredevil si trova più volte braccato dal NYPD e dal nuovo Commissario e, allo stesso modo, la comunità supereroistica è sempre più preoccupata del modus operandi del Diavolo. È straordinario notare come la semplice instillazione di un dubbio, legittimo, abbia saputo scatenare una reazione effetto domino, capace di mettere in discussione la caratteristica fondamentale di Daredevil: cosa succede all’Uomo Senza Paura quando quest’ultimo ha paura di se stesso?

Metodica ed ansiogena, la scrittura di Zdarsky in questo primo arco narrativo praticamente perfetto squarcia il personaggio con una lama affilata, lanciandolo in una spregiudicata e pericolosa corsa nella notte Newyorkese. I pensieri di Murdock sono quelli di un uomo in balia della sfiducia e dell’ansia ma questo status travagliato non si riflette nelle potenti tavole di Marco Checchetto. L’artista italiano sembra aver fatto tesoro delle sue esperienze nel mondo urban Marvel: la sua New York e il suo Diavolo sono sporchi, sanguinanti e pronti a prendersi a pugno a vicenda. La colorazione di Sunny Gho si sposa perfettamente ai corpi dettagliati in fuga attraverso i vicoli di Hell’s Kitchen. L’azione rocambolesca sa quando far respirare ed i ritmi sono perfetti – la costruzione dell’ultima pagina è potentissima ed efficace, un momento di respiro per Devil e per il lettore; eppure, ancora, per il Diavolo Custode non sembra esserci pace.

Gufu’s Version

BATMAN #71 di Tom King, Mikel Janin e Jorge Fornes

Premessa: questo articolo è corredato di alcuni brani presi dall’intervista rilasciata da Tom King a Hollywood Reporter

Quante volte, nella vita di tutti i giorni, ci è capitato di risolvere un problema prendendolo a pugni? A me, personalmente mai, sebbene un paio di volte ammetto di averci provato. Credo che ci siano delle situazioni che possono richiedere metodologie così drastiche, tipo quando si è vittima di un’aggressione o si vuole vincere il titolo mondiale dei pesi massimi, ma credo che possiamo essere tutti d’accordo quando sosteniamo che “prendere a pugni cose e persone” non è la prassi standard del problem solving.
Nel mondo dei supereroi invece è così.

“Batman è l’eroe per eccellenza. Risolve ogni crimine; non puoi affrontarlo con una cosa semplice. Un piano per sconfiggere Batman deve essere stratificato; devi essere sei passi avanti a lui, perché è già cinque passi avanti. Ecco perché ha così tanti strati. Batman sconfigge Bane con una testata [nel #20], ma no – perché non è così che funziona.”

“Voglio dire, non è l’istinto più maturo: ‘Non importa chi mi affronterà, li prenderò a pugni’. Questo non funziona nel mondo reale. Il mondo reale richiede a volte di mostrare le tue vulnerabilità, e il mondo reale richiede che tu ti appoggi alle persone a volte, e ti richiede di commettere errori e di tornare da loro. Questo è ciò che gli sto lanciando contro. Richiede questa ridefinizione di ciò che Batman può essere, e ciò che può insegnarci di noi stessi. Gli permette, come ha fatto per anni, un modo migliore di essere, una via d’uscita che è meglio della semplice vendetta.”

Questo è solo uno dei tanti capisaldi del fumetto superomistico che Tom King e soci stanno scardinando in questa discussa run di Batman.
Vediamo gli altri:
L’assunto preferito dei fan dell’Uomo Pipistrello è quello che dice “Batman vince sempre”. Sempre, senza possibilità di scampo, senza se e senza ma. Che è l’estremizzazione di un canone del fumetto d’azione che non può fare a meno del proprio protagonista, in quanto nella maggior parte dei casi una sconfitta equivarrebbe alla morte dell’eroe.
Il Batman di King subisce continue sconfitte (o quantomeno non vince) da circa un anno se non di più. Anzi, ad osservare bene tutta la run dal primo numero del 2016 a oggi, probabilmente il Nostro non ha mai davvero vinto una volta.
Ed è proprio in questo episodio che questo ci viene detto in maniera forte e chiara per bocca di Alfred.

“Per me, l’arco ‘Knightmares’ era il più importante, forse dell’intera serie. Qui è dove abbiamo, in un certo senso, ‘slegato’ Batman. Abbiamo portato via la sua difesa. Il punto è che Batman non dubita mai della sua causa. La fine di “Knightmares” – la rivelazione che fosse quasi felice, che ce l’avesse quasi fatta, ma è stato il suo voto [quello di vendicare la morte dei suoi genitori] che gli ha impedito di esserlo – questo, per me, è: ‘Ora è vulnerabile’. Ora ha dei dubbi.”

Quello del linguaggio è un altro punto nodale: il fumetto popolare, o mainstream se preferite, esige che quanto è più vasto il tuo pubblico tanto più devi rivolgerti al suo minimo comun denominatore. Essendo Batman la testata di punta dell’intera DC Comics è obbligatorio che tutto venga raccontato in maniera estremamente esplicita e chiara anche al lettore più distratto. Se quindi su un personaggio di seconda o terza fascia si può e si deve giocare con la forma, sui fumetti ad alta tiratura queste “sperimentazioni” vanno contenute e ragionate all’interno di un contesto che sia comunque chiaro a tutti.
Questo non succede e non è successo nel corso dei precedenti 70 numeri e non succede nemmeno in questo settantunesimo: sebbene la narrazione degli eventi sia dilatata, King utilizza questo spazio per aumentare l’esposizione a discapito della spiegazione. Ogni dialogo racconta poco o nulla sottintendendo contenuti diversi, ogni passaggio è suggerito e raramente mostrato.

Questi fattori fanno sì che il percorso su due binari, illustrati uno da Janin e l’altro da Fornes, risulti spiazzante e costringa il lettore alla faticosa opera di “unire i puntini”, del cercare di capire il prima e il dopo e di leggere nei volti disegnati dai due artisti dei contenuti che non sono esplicitati in altro modo. Fornes ci disegna un Batman col capo chino e le spalle afflosciate, a un passo dalla sconfitta fisica ma già presente in nuce sin dalla prima tavola; Janin invece mostra il lato muscolare del protagonista e la rabbia visibile del volto sotto la maschera.
Per riprendere un parallelo con le nozioni di armonia possiamo dire che tutto l’albo è una nota sospesa che non trova risoluzione, non la soluzione attesa, non quella a cui decenni di letture di supereroi ci hanno preparato, l’ultima pagina dell’albo è una “cadenza dell’inganno”. Rimanda a una risoluzione vera che non sappiamo quando arriverà. E a questo punto non siamo sicuri se arriverà o meno.

 

Wednesday Warriors #30 – Da Captain America a Flash

In questo numero di Wednesday Warriors:

Gufu’s Version

CAPTAIN AMERICA #10 di Ta-Nehisi Coates e Adam Kubert

Nell’intero panorama supereroistico statunitense, Captain America è indubbiamente la serie che più si presta a una lettura in chiave politica del concetto di supereroe.
Il ruolo del personaggio impone che questo si confronti quotidianamente con le contraddizioni della sua Nazione e la costante sfida di quest’ultima all’ideale del Sogno Americano rappresentato dall’alter ego di Steve Rogers.
Da Steve Englehart a Nick Spencer passando per J.M. De Matteis, l’elenco degli scrittori che hanno dato una chiave di lettura “politicizzata” del personaggio è lungo: a questi si è aggiunto quello di Ta-Nehisi Coates, già noto nel mondo dei comics per il suo eccellente lavoro su Black Panther ma soprattutto per il suo curriculum da giornalista e scrittore.
In questi anni Coates ha imparato a bilanciare la cronaca politica con la narrazione supereroistica più canonica, riuscendo così a proporre un Captain America che riesce ad offrire un intreccio avvincente affiancato a un sottotesto politico che non sfocia mai nel sermone.
Sebbene la narrazione degli eventi abbia un passo molto dilatato, che rende la lettura in volumi sicuramente più apprezzabile, ogni capitolo della storia del suo Steve Rogers offre degli spunti mai banali.
Far finire Cap in prigione permette a Coates di aprire diversi “fronti narrativi”: quello principale sul processo a Steve Rogers, quello legato al confronto con i criminali che ha rinchiuso lui stesso e quello che riflette sulla questione del sistema carcerario statunitense.
Quest’ultimo punto, affrontato anche da Mark Russel recentemente su Wonder Twins e da Saladin Ahmed su Black Bolt, è attualmente al centro di un forte dibattito soprattutto per quanto riguarda il mondo dei penitenziari gestiti da società private che qui viene esasperato dalla figura di un ex-nazista, il Barone Wolfgang von Strucker, che, una volta perdonato, gestisce questo penitenziario per supereroi.
Il dramma di Thunderball in questo episodio si presenta quindi la metafora perfetta del confine tra riabilitazione e punizione, confine che tiene banco anche sui quotidiani nostrani sui temi della sicurezza e su proposte come quella della castrazione chimica.
In questo contesto il lavoro di Adam Kubert sulla fisicità dei protagonisti, sui primi piani e sul linguaggio del corpo, mettendo in secondo piano ambientazione e descrittività degli sfondi, contribuisce alla resa drammatica – intesa come dinamiche che intercorrono tra i personaggi – stringendo l’obiettivo e il focus sugli attori in campo e sui loro tormenti personali.
Si parla forse troppo poco di questo Captain America che invece meriterebbe maggiori attenzioni da parte di pubblico e critica.

THE FLASH #70 di Joshua Williamson e Howard Porter

Dopo una serie di prestazioni opache, fatte di buoni spunti ma di risoluzioni anticlimatiche, Joshua Williamson si gioca la carta della narrazione delle origini.
Comincia in questo numero infatti Year One, saga che dovrà, teoricamente, ridefinire Barry Allen.
Il primo capitolo è sostanzialmente un bel cambio di passo rispetto a quanto visto negli ultimi mesi, Williamson conferma la sua propensione alla prolissità, a tratti ridondante, ma senza gli eccessi visti finora.
Molto interessante il finale che lascia aperto il campo a dozzine di speculazioni: potremmo trovarci di fronte a uno Year One anticonvenzionale che promette ricadute interessanti nella timeline corrente.
I detrattori della cosiddetta decompressione saranno felici nell’affrontare un testo denso di eventi che costringe Howard Porter agli straordinari nella realizzazione di layout molto fitti e spesso ricchi di dettagli: nonostante la propensione del disegnatore a utilizzare un tratto spesso e riccamente modulato la leggibilità non sembra risentirne.
Porter è indubbiamente l’arma in più di questo albo ricco di trovate grafiche molto interessanti: il suo Flash, in maniera quasi metatestuale, è troppo veloce per essere contenuto dalle stesse vignette e balza da una pagina all’altra sfuggendo dai bordi e dai confini della griglia fumettistica.
Al momento l’unica sfida che Williamson e Porter sembrano non voler affrontare è quella di svincolare Iris West dalla sua caratterizzazione da “Lois Lane wannabe” a favore della costruzione di un personaggio femminile valido e originale.

Bam’s Version

HAWKMAN #12 di Robert Venditti e Bryan Hitch.


Hawkman giunge alla fine del suo volo – circa. Out Of Many, One di Robert Venditti e Bryan Hitch segna la fine della lunga saga introduttiva di questa nuova serie dedicata al Vendicatore Alato.

Il #12 di Hawkman conclude il lungo viaggio multidimensionale, spazio-temporale di Carter Hall, costretto a vivere le sue vite passate, future e parallele allo scopo di rivelare il suo collegamento ai terrificanti Deathbringer, macchine universali dispensatrici di morte in tutta la galassia. Robert Venditti – che già con X-O Manowar si dimostrò più che capace di scrivere guerrieri volanti arrabbiatissimi – si è rivelato la scelta perfetta per riportare in gioco Hawkman dopo il reset del personaggio visto in Dark Nights: Metal.
Carter Hall si è rivelato vulnerabile, complesso e dilaniato da un passato che non comprende ed un futuro indecifrabile: intrappolato in un ciclo apparentemente infinito di vite, l’obiettivo concreto di Hawkman in questa serie era scoprire se stesso e il proprio ruolo. In questa girandola avventurosa, fantascientifica e assorbita a pieno dalle onde della continuity DC, Robert Venditti ha liberato il suo estro creativo, regalando nuovi spiragli sulla intricata storia editoriale del personaggio.

Da Thanagar a Rann, da Krypton al Microverso, cambiando nomi e origini: Carter Hall si è scoperto Catar-Ol, Ktar, Khufu ma anche Katar Hol.  Un uomo da mille volti, morto e risorto, nato piú volte e proprio per questo estremamente fragile. La domanda posta da Robert Venditti è interessante e profondamente iconica: chi è davvero Hawkman? In questo senso, gli ultimi stralci di questa saga iniziale vanno interpretati come una risposta concreta.

Dietro la splendida prova artistica di Bryan Hitch e del team artistico a suo supporto si nasconde l’essenza del personaggio. Osservare decine, centinaia di Hawkman districarsi tra i raggi laser dei Deathbringer, vederli distruggere le macchine mortali in un turbinio di esplosioni, detriti e colpi di mazze chiodate che si susseguono, permette al lettore di notare come Hawkman sia davvero un personaggio unico, figlio di molte interpretazioni.
Hitch, al top della forma dopo il fallimentare esperimento da autore completo su Justice League, riporta al centro della sua arte l’occhio ampio, cinematografico dei suoi Ultimates, firmando un vero blockbuster a fumetti, spettacolare da sfogliare ma ancora più interessante da approfondire se si tiene conto della cura per i dettagli nel design dei singoli Hawkmen e nel loro modo di combattere.

Come da titolo, traduzione del latino E Pluribus Unum, Hawkman è la somma di tutte le sue vite precedenti – Robert Venditti e Bryan Hitch lo rendono evidente. Sebbene contrapposto ad un antagonista decisamente poco sviluppato e graficamente mediocre, costruire una nemesi speculare ad Hawkman permette una più facile digestione e metabolizzazione del messaggio comunicato da Venditti, semplice ma efficace. Il singolare percorso narrativo di Carter Hall permette agli autori una discreta libertà creativa – un personaggio ben costruito nel tempo e nello spazio e, proprio per questi motivi, capace di attingere a più angoli dell’Universo DC per spingere in avanti le proprie storie.

Giant Size Wednesday Warriors #1 – Dai Savage Avengers ai Villain DC

In questo numero di Wednesday Warriors:

Bam’s Version

ELECTRIC WARRIORS #6 di Steve Orlando & Travel Foreman

Il destino di un intero universo, di innumerevoli pianeti e della pace galattica cade sulle spalle di un gracile ragazzo terrestre – Ian Navarro, alias War Cry, è pronto all’ultima prova posta di fronte a lui sul Terreno di Guerra.
La storia di Electic Warriors, radicalmente diversa dalla serie originale di Doug Moench e Jim Baikie, ha attinto da diversi angoli della mente dei propri autori: il Grande Disastro Kirbyano, che diede origine alle avventure di Kamandi, si é fatto cosmico, allargando i suoi orizzonti ad una moltitudine planetaria sull’orlo del collasso. Il mito di Superman ha perdurato nel tempo ma il collasso della società ha portato la democrazia a farsi da parte, aprendo la strada alla “Diplomazia da combattimento”, un escamotage narrativo perfetto per aprire le porte all’Accordo dei Pianeti e alla nascita della Diplomazia Da Combattimento, sostanzialmente un parallelo “con supereroi” di un grande Torneo Galattico di Arti Marziali – proprio come quelli di “Dragon Ball Z”, per fare un esempio lampante.

In questa strana ma efficace commistione di generi sci-fi e shonen, sovraimposti alla struttura cosmica dell’Universo DC, Steve Orlando e Travel Foreman hanno saputo ricamare una trama semplice ma appassionante, fatta di combattimenti avvincenti e personaggi intriganti e sottotemi opprimenti e impegnativi. Lavorando con un cast relativamente giovane, Orlando ha l’occasione di attingere a temi a lui cari e già esplorati, specialmente in serie corali e indipendenti: identità, amicizia, lealtà e coraggio si contrappongono all’egoismo, l’avarizia, il senso di annullamento personale alla luce di un fine superiore. A Foreman il compito di rendere questi personaggi, che la sceneggiatura carica di motivazioni e personalità, dinamici e interessanti – i design futuristici, i poteri soprannaturali e l’azione sgargiante permettono alla storia di scorrere in maniera fluida da un punto della trama all’altro, sia esso più silenzioso e quieto, d’approfondimento, sia invece un combattimento all’ultimo sangue sotto gli occhi dell’Accordo.

In seguito alla scioccante rivelazione dello scorso numero, il finale di Electric Warriors colpisce con l’esecuzione di una battaglia risolutiva intelligente e coerente con il messaggio dell’intera storia di Orlando. Anche qui i richiami alla continuity DC e all’universo piú grande che fa da sfondo permettono alla storia di respirare aria fresca, raccontando qualcosa di nuovo e divertente senza dover cercare ad ogni costo il plot twist sconvolgente o il cataclisma action da kolossal cinematografico. Non passerà agli annali come un imperdibile must-read, ma i Guerrieri Elettrici del 2019 sapranno guadagnarsi un piccolo spazio tra le letture di chi è in cerca di qualcosa di diverso e, soprattutto, di audace.

THANOS #1 di Tini Howard & Ariel Olivetti.

Tra cinema e fumetti, il Titano Pazzo Thanos ha raggiunto ormai lo status di celebrità globale ed icona della cultura pop. Lo schiocco di dita più rumoroso della storia del cinema ha garantito alla creatura di Jim Starlin lo stesso livello di notorietà dei suoi eroici antagonisti.
Va da sé che, negli ultimi anni, Thanos è stato proposto in ogni forma e variazione – dalle sue origini al suo futuro remoto, tragica figura politica e assassino, spietato conquistatore.

Per la “nuova arrivata” in casa Marvel Tini Howard, dunque, il compito assegnatole si rivela particolarmente arduo da affrontare: è possibile dare un nuovo twist al personaggio di Thanos, mantenendo intatta la sua aura di distruttore assoluto e implacabile?

Il #1 della miniserie omonima Thanos comincia in un momento indefinito del tempo. Il ruolo del narratore è affidato a Gamora, figlia adottiva del Titano Pazzo e nemesi giurata dello stesso. Il loro rapporto, sin dalla loro creazione, ha subito incredibili capovolgimenti di fronte ed è stato sviscerato in diverse occasioni. Le contraddizioni e le zone d’ombra di due figure legate a doppio filo con la Morte sono il nucleo di una relazione padre/figlia morbosa e controversa, fatta di un amore sommesso e sporco. Non a caso, il rapporto tra Gamora e Thanos farà da scheletro della storia per l’intera durata della miniserie.

La narrazione trascina il lettore indietro nel tempo, a bordo della Zero Sanctuary, la gigantesca nave ammiraglia della flotta di Thanos. La granitica matita di Ariel Olivetti riempie i corridoi della Zero Sanctuary di pirati spaziali, mercenari alieni, brutti ceffi e volti noti; la nave spaziale è opprimente e viene più volte descritta come una casa spettrale, con il silenzio rotto da urla disumane e svariati membri dell’equipaggio pronti a gettarsi fuori dai portelloni di sicurezza pur di uscire dall’incubo. Olivetti, come fu per Death Of The Inhumans, abbandona la matita digitale per concentrarsi nuovamente sul foglio: ne vengono fuori personaggi più convenzionalmente fumettosi, ricchi di particolari, ombre. La recitazione delle figure su tavola gioca un elemento fondamentale nella storia con lo scorrere delle pagine.

L’entrata in scena di Thanos è da vero film dell’orrore, in agguato ad ogni angolo come un serial killer, a bordo della Zero Sanctuary che egli stesso comanda. Uno dei punti di forza della scrittura di Tini Howard risiede proprio nell’invenzione di questo Thanos in medias res: non ancora il conquistatore invincibile, né tantomeno un personaggio alle prime armi, il Titano Pazzo agisce come un uomo sull’orlo della totale follia. La Morte comincia ad essere un’ossessione ed il richiamo del sangue lo disturba al punto tale da terrorizzare i suoi stessi subordinati.

Senza volersi addentrare troppo nella trama, Tini Howard e Ariel Olivetti firmano un #1 davvero interessante – Thanos si stacca dalle strutture autocelebrative in cui spesso si cade a cavallo di un film importante, concentrandosi sull’aspetto brutale e malato del personaggio. La ciliegina sulla torta sta nel cliffhanger, una piccola finestra di dialogo che apre scenari completamente nuovi, insinua il seme del dubbio: chi, tra Thanos e Gamora, è davvero il preferito della Morte?

SAVAGE AVENGERS #1 di Gerry Duggan & Mike Deodato Jr.

Sin dal suo ritorno tra le braccia della Casa delle Idee, Conan il Barbaro è stato oggetto di una massiccia operazione di “recupero e rilancio”. Tra la serie principale affidata al più importante autore Marvel contemporaneo, Jason Aaron, e la serie antologica Savage Sword, il Cimmero si è trovato posto al centro dell’attenzione per questa prima metà del 2019.
Gerry Duggan, già autore della sopracitata Savage Sword, si ritrova a scrivere Conan in un contesto completamente diverso. In seguito agli eventi di Avengers: No Road Home e al suo primo team-up con i Vendicatori, il Barbaro si ritrova intrappolato nella Terra Selvaggia. Proprio dalla Land Before Time dell’universo Marvel comincia Savage Avengers, una serie Vendicativa che, dalla copertina, promette l’unione di tutti i più famosi anti-eroi Marvel… Più Conan, ovviamente.

La bizzarra premessa “Conan, Vendicatore”, coraggiosa sebbene apparentemente semplice, risulta però incredibilmente mal riuscita di fronte ad una sceneggiatura scialba e priva di mordente. Savage Avengers #1 fallisce nell’introdurre agevolmente il Cimmero all’interno delle dinamiche da “team book Marvel”. Escluso l’interessante scontro tra Conan e l’Artigliato Canadese Wolverine, il numero della nuova serie di Gerry Duggan e Mike Deodato Jr. offre un assaggio di trama.

Duggan imbastisce un incipit di trama poco ispirato e tremendamente scialbo, trascinato a fondo da un artista pressoché irriconoscibile. L’introduzione dell’ennesimo culto della morte, alla disperata ricerca di vittime sacrificali per riportare in vita il “Dio della Morte Crudele e Invincibile #8431” manca di giusta costruzione e atmosfera per risultare efficace, intrigante o quantomeno godibile alla lettura. Ai nostri “cattivoni col cuore d’oro” il compito di fermarlo, menando mani, fendenti di spada e tutto il necessario.

Eppure, in questo albo d’esordio manca persino la spinta necessaria o lo stile adatto per rendere l’action avvincente e funzionale alla trama. Le matite di Mike Deodato Jr. sono impoverite da inutili tratteggi, figure tozze e bolse e anatomie cangianti tra una vignetta e l’altra. Fatta esclusione di Conan, ogni personaggio qui disegnato sembra abbozzato e disegnato alla ben’e meglio. Un lavoro superficiale, che impoverisce uno script essenziale.

Savage Avengers dovrebbe dare motivazioni e caratura a personaggi da sempre dipinti come badassqui ridotti, invece, a mere figurine, sagome da poggiare su uno sfondo senza una vera e propria caratterizzazione.

Gufu’s Version

DC’S YEAR OF THE VILLAIN SPECIAL #1

Puntuale come le tasse, l’arrivo della bella stagione (sebbene quest’anno si stia ancora facendo attendere) porta con sé i mega-eventi-cross-over che tanto fanno bene alle casse delle Big Two e tanto soddisfano il nostro lato più giocosamente nerd.
Se la Marvel ha aperto le danze con War of The Realms stavolta è il turno della casa editrice di Superman presentare al pubblico il proprio progetto ciclopico e lo fa con un albo da 25 centesimi – gratuito in digitale su Comixology – che vede compresenti sei tra le firme più “pesanti” della propria scuderia.
Quello che nelle intenzioni degli editor e dei responsabili del marketing doveva essere poco più che un teaser, buono per le checklist dei lettori e per promuovere l’evento in questione, è stato trasformato dagli autori in un albo coerente in sé e ricco di spunti.

L’albo presenta tre capitoli che mettono in conflitto, in maniera speculare, i due cardini su cui Scott Snyder ha impostato la sua run su Justice League: Giustizia contro Fato.
Ordine contro Entropia con il capitolo centrale dedicato al misterioso ritorno di Leviathan.

Se c’è una cosa che l’epica classica, passando per Shakespeare e arrivando a Game of Thrones, ha insegnato al mondo è che la magnitudo di una storia è direttamente proporzionale alla minaccia portata allo status quo: nel caso del fumetto supereroistico questo si traduce in un lavoro meticoloso sulle figure dei supercriminali. I villain.
Seguendo una strategia tipica dei battle shonen che da Dragon Ball in poi hanno fatto la fortuna dell’editoria a fumetti nipponica, Snyder – architetto principale di questo progetto – alza di nuovo l’asticella del conflitto presentandoci, ancora una volta, una minaccia superiore a tutte quelle mostrateci finora. Un’escalation, quella che vuole ogni nuova minaccia più grande e pericolosa della precedente, che richiede una dose abbondante di sospensione dell’incredulità ma dal rendimento assicurato.
D’altra parte chi comprerebbe un albo che presenta un avversario “leggermente più scarso di quello già sconfitto in precedenza”?

Year of the Villain si propone quindi di mettere sotto i riflettori tutti gli antagonisti dell’universo DC rimodellandoli anche dal punto di vista del design, delle motivazioni e della credibilità del loro ruolo. A partire dal “nuovo” Lex Luthor.

DOOM di Scott Snyder e Jim Cheung

In queste prime otto pagine, che possono essere considerate una sorta di manifesto ideologico dell’opera, Scott Snyder mette nero su bianco (si fa per dire) tutta l’ambizione del suo progetto facendo subito precipitare gli eventi. La trama orizzontale costruita tra le pagine di Justice League trova il suo sbocco in “Doom” dove vediamo il definitivo ritorno di Lex Luthor al suo ruolo di villain “puro”: qui Snyder affranca Luthor dalla versione più complessa costruita da Geoff Jones durante la sua run su Justice League, non è più un personaggio drammatico le cui pulsioni egoistiche vivono in conflitto con una dimensione etica e una precisa, per quanto personale, idea di giustizia. E non solo: la storica nemesi di Superman punta a diventare qualcosa di più estremo rispetto al supercattivo che conosciamo e “amiamo”, ora persegue un ideale negativo, opposto a quello della Giustizia, il Fato appunto.
Il progetto complesso messo in piedi da Luthor, quello di riunire in un unico grande piano tutte le azioni dei cattivi dell’universo DC, rispecchia inoltre l’ambizione dello stesso progetto “Year of the Villain”: rendere unitario e coerente tutto il magma di storie concepite e sviluppate autonomamente sulle varie serie della casa editrice di Burbanks. Il Batman di King, il Deathstroke di Priest, i Teen Titans di Glass e tutti gli altri diventano trame singole di un arazzo più grande e complesso.
In questo lavoro si distingue il talento di Jim Cheung che, con tanto da raccontare e poche pagine a disposizione, riesce a non congestionare la narrazione, utilizzando un layout relativamente semplice e affidando la gestione del ritmo alla modulazione del tratto, delle linee di tessitura, e alla gestione dei dettagli.

LEVIATHAN di Brian Michael Bendis e Alex Maleev

Il capitolo centrale di YOTV è affidato al ritrovato Brian Michael Bendis e alla sottotrama “Leviathan” da lui portata avanti sulle pagine di Action Comics. Qui la portata della minaccia si allarga al di fuori del microcosmo narrativo di Superman & Co per arrivare a inglobare la Bat-famiglia e Green Arrow dando il via al capitolo “The Offer” che terrà banco su tutti gli albi DC il prossimo Luglio.
L’accoppiata Bendis/Maleev si conferma come una delle più solide ed efficaci dell’intero panorama editoriale statunitense, il disegnatore sembra essere l’interprete l’interprete ideale della “vena urbana” di Bendis riuscendo a valorizzare lo script con una gestione delle inquadrature e delle luci in grado di aggiungere pathos alla narrazione senza stravolgerne le intenzioni.
In queste poche pagine Bendis sfrutta la sua conclamata abilità nella scrittura dei dialoghi per imporre al racconto un ritmo fatto di tensioni e sdrammatizzazioni lasciando a Maleev il compito di gestire il registro emozionale tra una punchline e l’altra. Il tratto, ricco di ombre, del disegnatore bulgaro conferisce al racconto un’atmosfera cupa e oppressiva restituendo una sensazione di indeterminatezza: l’occhio del lettore cerca di decodificare le forme all’interno di questo buio vivendo in prima persona il mistero dietro cui si nasconde Leviathan.

JUSTICE di James Tynion IV e Francis Manapul

Il trittico di storie si chiude in maniera speculare alla sua apertura: se in Doom abbiamo visto i malvagi mettere in campo il loro piano, qui assistiamo alla reazione dei supereroi che lascia intravedere la dimensione totale del conflitto che si sta approssimando. Tutti i personaggi DC Comics saranno coinvolti, nessuno escluso.
Interessante notare come Tynion si sia ritagliato in questi anni un ruolo di primo piano all’interno della nutrita scuderia di autori DC Comics, affermandosi di fatto come uno degli architetti principali del suo universo supereroistico. Alla maniera di Jason Aaron in Marvel, James Tynion IV si è incaricato della gestione dell’aspetto mitologico/magico del DC Universe facendosi notare per la sua capacità di gestire racconti corali.
Rispetto agli altri due scrittori dell’albo si distingue per una prosa più prolissa e didascalica, che è spesso necessaria ma stridente con il resto dell’albo. Su questa letterarietà del testo di Tynion però Francis Manapul riesce a costruire otto tavole che emanano epica da ogni tratto riuscendo così ad avvinghiare il lettore fino alla fine. Manapul raccoglie l’eredità dei disegnatori delle varie “Crisi” (George Perez su tutti) riuscendo a disegnare in maniera riconoscibile quanti più personaggi possibile all’interno di una singola tavola dando loro la giusta caratterizzazione.

Wednesday Warriors #29 – Da Spider-Man a Wonder Twins

In questo numero di Wednesday Warriors:

Bam’s Version

FRIENDLY NEIGHBORHOOD SPIDER-MAN #5 di Tom Taylor e Yildiray Cinar.

Nel Febbraio del 2002, in America, venne pubblicato The Amazing Spider-Man #38 di J.M. Straczynski e John Romita Jr. In quel numero, una stoica ma profondamente ferita zia May affrontò il nipote Peter Parker, mettendolo di fronte alla nuda verità. Dopo il devastante scontro con Morlun e la vita del nostro Amichevole Spider-Man di Quartiere sconvolta dall’abbandono di Mary Jane e dal suo nuovo status quo editoriale, il confronto tra zia e nipote cambiò per sempre le dinamiche tra i due, rimuovendo il segreto che aveva ancorato a terra le loro vite da troppo tempo. The Conversation passò alla storia, affermandosi come uno dei numeri migliori della lunghissima gestione Straczynski proprio per la toccante umanità con la quale Peter e sua zia affrontarono il tremendo discorso riguardo l’identità dell’Uomo Ragno.

A diciassette anni di distanza, Tom Taylor e Yildiray Cinar propongono una nuova, intima conversazione tra Peter Parker e zia May nel quinto numero di Friendly Neighborhood Spider-Man. Ci troviamo di fronte al rovescio della medaglia – con Straczynski e Romita Jr. potemmo osservare la reazione di zia May alla scoperta del Ragnesco segreto di Peter. In questa occasione, è Peter a dover far fronte ad un terribile male che attanaglia zia May, un problema drammaticamente umano e che non può essere risolto svolazzando per New York.

Ma il primo pensiero di Peter è proprio quello di fuggire, di rifiutare la notizia. La assimila, la comprende, esprime ciò che pensa ma gli risulta difficile mandarla giù e affrontarla di petto. La sua fuga nella notte, sotto la maschera dell’Uomo Ragno, ha un significato radicalmente diverso se confrontato con la storia del 2002, in cui Spider-Man si lanció in volo sulla città soltanto nell’ultima pagina, libero dal peso della sua identità segreta. Due segreti diversi, due pesi diversi e – di conseguenza – due storie che si sviluppano in maniera differente.

Fortunatamente, la notte newyorkese è ricca di crimini e c’è sempre modo di distrarsi: un frenetico inseguimento per le strade permette a Spidey di volteggiare tra i palazzi, mostrando la sua muscolare dinamicità. Rispetto al più educato e plastico Juan Cabal, artista che tende a giocare più con la tavola che con le figure, Yildiray Cinar si lascia accompagnare dai testi di Taylor in una movimentata danza tra le auto della polizia. Dinamico, Cinar spezza volentieri l’ordine delle vignette per evidenziare il moto del suo Uomo Ragno, agile e potente.

La narrazione cambia ritmo e si fa più pacata una volta che Taylor riafferma il nucleo, il cuore pulsante di Friendly Neighborhood Spider-Man. Una volta rivelata l’identità dello sventurato ladro d’auto che ha occupato la notte di Spidey, per Tom Taylor e il nostro protagonista torna la necessità di fermarsi a riflettere sulle responsabilità verso i nostri cari – e ciò che siamo disposti a fare pur di farli sentire bene. Largo spazio di Friendly Neighborhood Spider-Man viene lasciato alla componente umana e “patetica” – nel senso alto del termine. Tom Taylor ha posto la sua storia su un gradino diverso dalla serie principale Amazing Spider-Man. Se quest’ultima mette in risalto il Ragno e il suo canone narrativo prettamente supereroistico, a Taylor resta l’Uomo, il Peter Parker che cerca, in tutti i modi, di trovare la forza necessaria a combattere un nemico che non sia Big Wheel o l’Hobgoblin.

L’importanza di The Conversation per Straczynski e Romita Jr. si ripropone in Not Running di Tom Taylor e Yildiray Cinar. Storia che diventa un perno fondamentale per il futuro dell’Uomo Ragno, che cambia radicalmente le dinamiche del rapporto tra zia May e suo nipote Peter. Umani, fragili, spaventati ed insieme invincibili.

Gufu’s Version

WONDER TWINS #3 di Mark Russell e Stephen Byrne

Nel terzo numero di Wonder Twins, Mark Russell e Stephen Byrne continuano a stupirci per l’eleganza con cui riescono a destreggiarsi sulla linea di confine tra la commedia e la critica sociale.
Come già visto nell’albo precedente gli autori mettono sotto la lente di ingrandimento l’aspetto ciclico tipico del fumetto supereroico, dove tutto cambia costantemente per restare sempre uguale. Non a caso la storia si apre con una lezione sul mito di Sisifo e la metafora della perseveranza assume un valore diverso quando applicata al concetto di supereroe così come trattato nella produzione mainstream: i superpoteri non sono più il vero discriminante, non sono ciò che davvero fa la differenza.

 “…you save the world one act of kindness at a time”

Quella di Russell è una commedia imperniata sul paradosso dell’inutilità del supereroe in quanto tale, gli stessi villain ridicoli della “Lega del Fastidio”, che come i migliori clown tradiscono un sottotesto drammatico nascosto dal cerone, rifuggono da qualsiasi ipotesi di utilità (quand’anche questa si prospetti come un brillante piano criminale) per preferire il classico gioco del buono contro il cattivo.

Questo paradosso viene poi sottilmente rilanciato verso il mondo reale tramite il racconto delle origini di Bleep, la scimmietta di Zan, che tanto ricorda l’episodio di Flintsotnes in cui lo stesso Russell ci raccontava la vita degli animali/elettrodomestici di Fred & Soci.
Quante volte, nella nostra vita di tutti i giorni, abbiamo affrontato un problema prendendo a pugni qualcuno? E quante di queste volte la violenza è stata risolutiva? La dinamica tipica del supereroe, per quanto avvincente, è distante dalla realtà come la più ardita delle speculazioni fantascientifiche.
La salvezza della piccola scimmia, la cui vita precedente era funestata dalla violenza dei suoi proprietari, non è veicolata da una scazzottata tra i pugni dei giovani protagonisti e i perfidi aguzzini di Bleep, bensì da un atto di gentilezza di Zan e Jayna.
“…one act of kindness…”

Sebbene Wonder Twins si presenti come una commedia adolescenziale dall’aspetto camp, in virtù delle succitate scelte, risulta essere caratterizzata da una narrazione fortemente realistica ed è in questo sostenuta dai disegni di Stephen Byrne che modella l’atmosfera della serie sulla base dei cartoon Hanna Barbera degli anni 70/80 aggiornandone l’iconografia alla sensibilità contemporanea. L’economia del tratto, la sua sintesi e pulizia colloca i personaggi della serie tra quelli con cui è facile identificarsi, che si avvicinano alla nostra intima percezione del mondo.

Al netto di alcune rigidità di certe pose, il disegnatore restituisce dei personaggi talmente credibili da risultare a tratti disturbanti agli occhi di chi è abituato alle iperboli del linguaggio supereroistico: il Superman di Byrne è un uomo in calzamaglia e mantello, i supercriminali sono dei tizi in pigiami colorati e così via. Tutte le vicende risuonano estremamente umane e terrene.
La forza del lavoro di Russell e Byrne qui è quella del riuscire a parlare di gentilezza e bontà senza avere il timore di essere etichettato come “sdolcinato” o peggio “buonista”.

Wednesday Warriors #27 – Detective Comics #1000

Per questo nuovo appuntamento con Wednesday Warriors abbiamo deciso di parlare di un unico, storico, albo. Detective Comics è la seconda testata a fumetti più longeva degli Stati Uniti (dopo Action Comics) e con il millesimo numero celebra sé stessa e gli 80 anni di Batman proponendo un menù ricco di autori di primo piano.
Fabrizio Nocerino e Andrea Gagliardi si sono incaricati di recensire queste short stories una per una.

COLDEST CASE di Scott Snyder e Greg Capullo

L’onore di aprire la lunga parata di autori su Detective Comics #1000 tocca al duo che ha ridefinito il Pipistrello negli ultimi dieci anni – Batman’s Longest Case segna il ritorno di Scott Snyder sulla testata, accompagnato dal semper fidelis Greg Capullo.
Balzato ai piani alti degli scrittori DC Comics proprio grazie al suo The Black Mirror su Detective Comics nel 2011, Snyder ha passato questi ultimi 8 anni di carriera a stretto contatto col Pipistrello. Anzi, ha creato un proprio stile, un suo modo di scrivere Batman immediatamente riconoscibile. Amante del dialogo sferzante, Snyder piega personaggi e continuity alla sua volontà, imbastendo trame a volte eccessivamente intricate, spesso e volentieri “tamarre” ma divertenti. In quest’ottica, non c’è compagno d’arme migliore di Greg Capullo. Come Snyder, Capullo è noto per essere esagerato ed aggressivo, un rock’n’roller della matita capace di reinventare la figura di Batman con uno stile audace.

Tutti questi aspetti fondamentali degli autori sono rintracciabili in Batman’s Longest Case, una storia semplice nell’esecuzione, eppure esagerata ed affascinante: il Cavaliere Oscuro gira per il mondo, risolvendo enigmi impossibili che lo portano da Gotham al Giappone, dall’Egitto a Napoli. Ogni indizio lo porta vicino alla risoluzione dell’unico mistero che Batman non è ancora riuscito a risolvere. Più che un one-shot soddisfacente al palato del lettore, Batman’s Longest Case risulta essere un appetizer, un assaggio del futuro del Pipistrello – un ennesimo pegno d’amore per il personaggio e per il suo ruolo da detective, che proprio Snyder ha voluto porre al centro del suo lungo lavoro su Batman. Chissà se rivedremo, in un prossimo futuro, la Lega degli Investigatori

MANUFACTURE FOR USE di Kevin Smith e Jim Lee

Tutti, più o  meno, conosciamo le origini dell’Uomo Pipistrello, dell’omicidio dei suoi genitori per mano di Joe Chill e tutto l’addestramento che il giovane Bruce Wayne si è autoimposto per diventare infine il Batman che tutti conosciamo.
In questa storia Kevin Smith torna indietro a quell’origine riprendendo un oggetto che a sua volta è stato fondamentale nella formazione etica del Cavaliere Oscuro: la pistola utilizzata per l’omicidio di Thomas e Martha Wayne è stato un elemento fondamentale che ha fatto da spartiacque nella psicologia di Bruce. La pistola è “l’arma del nemico” e, come tale, ripudiata dal nostro eroe e pertanto inutilizzabile.
Come già fatto da Snyder e Risso in The Batman who laughs: the Grim Knight #1, anche Smith e Lee ripropongono la dicotomia vigilante/eroe facendoci capire quanto Batman non sia guidato dalla vendetta quanto da una speranza di giustizia e di redenzione. È così che anche la suddetta pistola, una volta ritrovata, può essere riabilitata per poter servire dei fini più nobili.
Jim Lee non si allontana particolarmente dai propri standard se non, complice il fido Scott Williams, per marcare maggiormente i neri che sono necessari alle avventure di Batman: Kevin Smith gli cuce la sceneggiatura addosso permettendogli di divertirsi a disegnare dozzine dei villain classici della DC Comics.

THE LEGEND OF KNUTE BRODY di Paul Dini e Dustin Nguyen

Paul Dini merita, di diritto, un posto nel gotha degli autori del Cavaliere Oscuro. Il suo lavoro su Batman: The Animated Series é stato seminale, un passaggio necessario alla diffusione ed esplosione del cult Batman. Insieme ai leggendari artisti che sono passati per gli studi d’animazione, come Mignola, Nowlan e Bruce Timm, ha creato un Pipistrello importante quanto quello di Frank Miller su Il Ritorno del Cavaliere Oscuro.
La Serie Animata resta un modello straordinario, capace di affascinare i più piccoli quanto gli adulti. All’eccentricità di Gotham, di Batman e dei suoi villain c’era la volontà di creare una storia accessibile a tutto lo spettro di pubblico, trattando tutto con maturità e dedizione al personaggio. Tuttavia, non sono mancati i momenti umoristici, più leggeri ed esilaranti – basti pensare ad episodi come L’Uomo Che Uccise Batman e L’Ho Quasi Ucciso, entrambi scritti da Dini stesso.

The Legend Of Knute Brody, disegnato da Dustin Nguyen, sembra proprio un episodio di Batman: TAS riportato su carta. La storia del peggior scagnozzo di Gotham strappa una risata sincera, grazie all’assurdità degli eventi raccontati dai nemici del Pipistrello. Scocciati, infastiditi e sull’orlo di una crisi di nervi proprio a causa di questo balbettante idiota pasticcione che ha rovinato i loro piani migliori, Poison Ivy, l’Enigmista, il Cappellaio Matto e Harley Quinn raccontano la loro frustrazione nelle vignette abbozzate ed essenziali di Nguyen, non al meglio della sua forma ma funzionale al piacevole scorrere della storiella.

THE BATMAN’S DESIGN di Warren Ellis e Becky Cloonan

Di tutt’altra pasta è la storia successiva, The Batman’s Design, scritta da Warren Ellis, disegnata da Becky Cloonan, colorata da Jordie Bellaire. Dieci pagine pubblicate al momento giusto, con un tempismo quasi sospetto, giusto giorni dopo le dichiarazioni del regista Zack Snyder sul dogma “Batman Non Uccide”.

Gotham è avvolta dall’oscurità ed un gruppo di mercenari tecno-potenziati si dirige verso un magazzino abbandonato. Non sanno che i loro tentativi di fuga dal Cavaliere Oscuro fanno parte di un piano piú complesso. Il Batman di Ellis e Cloonan è una primadonna, desiderosa di calcare il palcoscenico e rubare l’attenzione del pubblico. The Batman’s Design è il sogno di ogni fan sfegatato del Pipistrello e dei suoi tempi di preparazione: con maniacale cura, il Pipistrello si fa gioco dei malcapitati, incapaci a far fronte ad una forza oscura inarrestabile. Batman si gode ogni momento dello scontro, sfruttando tutti gli strumenti a sua disposizione, manifestando una netta superiorità sul nemico – senza accarezzare minimamente l’idea di utilizzare alcuna forza letale.
I pensieri del Cavaliere Oscuro riempiono le pagine, elencando punti deboli, falle umane e piani d’attacco con grande meticolosità. Ancora, Ellis si diverte nel raccontare un Batman risoluto, efficace – eppure esageratamente teatrale e divertente da vedere all’opera. Lo stile morbido della Cloonan viene valorizzato dalle tonalità scure della notte che si mescolano al costume del protagonista, spezzate dai colori caldi, roventi delle fiamme appiccate da Jordie Bellaire. L’ultima pagina è una ciliegina sulla torta tutta Ellisiana. Un Batman affascinante, lucido e tuttavia disturbante – radicalmente diverso dal Batman normale delle serie regolari in uscita ogni mese. The Batman’s Design è un graditissimo stacco dal canone che, sebbene in numero celebrativo, offre nuovi, diversi spunti di riflessione.

RETURN TO CRIME ALLEY di Denny O’Neill e Steve Epting

Denny O’Neil, uno degli scrittori più influenti della storia di Batman, torna sulle pagine di Detective Comics con una storia degna del suo curriculum artistico e che, nella sua brevità, si interroga sulla funzione di Batman sia da un punto di vista sociale, l’uso della violenza nella repressione del crimine, che psicologico/riabilitativo: può Batman essere la giusta cura per il trauma vissuto da Bruce Wayne? Esiste, o esisteva, un percorso migliore che avrebbe aiutato sia il giovane orfano che Gotham stessa?
In questo ritorno al vicolo che ha visto la morte dei genitori di Bruce, O’Neill inserisce un duro confronto tra il Cavaliere Oscuro e Leslie Thompkins: personaggio scelto non a caso, visto il suo ruolo di medico volontario che presta i suoi servizi nei bassifondi della città di Batman, che spesso ha funto da vera e propria coscienza per il Crociato Incappucciato.
In questa sua veste di Grillo Parlante, Leslie richiama Batman a guardare sé stesso per capire quali siano i limiti che non vanno oltrepassati, oltre i quali il desiderio di giustizia si trasforma in vendetta. Una riflessione che punta, prima ancora che alla salvezza di Gotham (o dei quattro sventurati capitati sotto le mani di Batman) a quella di Bruce stesso.

Notevole il lavoro alle matite di Steve Epting capace di reinterpretare il suo stile classico, debitore del lavoro di Neal Adams, caricandolo di espressività che asseconda l’intenzione emotiva del racconto di O’Neil. L’unica pecca è quella di rappresentare la Thompkins come un’anziana signora del tardo ottocento inglese.

HERETIC di Christopher Pries e Neal Adams

Heretic è indubbiamente la storia peggiore di tutto l’albo e, con molta probabilità, una delle peggiori storie di Batman degli ultimi 10 anni.
Questo il plot di Christopher Priest: i soldi di Bruce Wayne corrompono i giovani adepti della Setta degli Assassini di Ra’s al Ghul che, infettati dal capitalismo, abbandonano l’organizzazione criminale e, per questo crimine, vengono uccisi dai loro confratelli.
Non è raro però che soggetti poco convincenti come questo siano successivamente sviluppati in maniera credibile fino a diventare delle belle storie. Non è questo il caso.
La storia è confusa e punteggiata da passaggi di ambientazione difficilmente comprensibili, si ha l’impressione che Neal Adams abbia bellamente ignorato qualunque indicazione di sceneggiatura per disegnare un po’ quello che gli pareva lasciando a scrittore e letteristi l’arduo compito di cucire assieme una serie di tavole incoerenti tra loro.
Storia indimenticabile.
Nel senso peggiore del termine.

I KNOW di Brian Michael Bendis e Alex Maleev

È sicuramente curioso vedere Brian Michael Bendis e Alex Maleev celebrare, insieme a tanti volti noti del Pipistrello, il #1000 di Detective Comics. La vita (editoriale) ha sempre modo e maniera di stupire. La solidissima coppia di autori presenta I Know, uno sguardo al futuro – anzi, ad un futuro – di Bruce Wayne e Oswald Cobblepot, alias il Pinguino.

Vecchi e stanchi, i due rivali si confrontano per un’ultima volta. È l’occasione giusta, per Bendis, di lasciar andare la penna e farsi trasportare dalle atmosfere Gothamite – senza dover fare necessario appiglio alla continuity. Questa libertà giova al suo Pinguino, personaggio che cova rancore atavico, invidia smodata e malcelata. Maleev nasconde le sue tendenze crepuscolari, favorendo uno storytelling pulito, al calore di timidi raggi di sole, colori caldi e tenui. L’artista sembra voler dare alla sua storia un velo di malinconia, come se Wayne e Cobblepot ricordassero con nostalgia i tempi andati, un esperimento decisamente interessante. Bendis e Maleev aprono finestra sul futuro remoto di Batman molto carina e “innocua”, un break necessario che spezza l’albo a metà e ne giova alla fruibilità.

THE LAST CRIME IN GOTHAM  di Geoff Johns e Kelley Jones

The Last Crime In Gotham di Geoff Johns e Kelley Jones, al contrario, baratta l’aria nostalgica con una buona dose di morte, storture e oscuritá. Geoff Johns scrive una storia semplice – anche troppo – immaginando, come da titolo, un’utopia Batmaniana che cade subito nel divertissement. In questo simil-Elseworld, Gotham vive un periodo di quiete e l’intera famiglia del Pipistrello si trova quasi sorpresa dall’accensione del Bat-segnale. Tralasciando l’introduzione di questo nucleo famigliare, una trovata carina e poco più, c’è davvero poco. Ai disegni, però, un ottimo Kelley Jones redime una storia piatta: primi piani e dettagli morbosi, muscolature massicce, colorazione perfetta di Michelle Madsen, che risalta e stacca dalla pagina le figure buie dell’artista.

THE PRECEDENT di James Tynion IV e Alvaro Martinez-Bueno

Il loro recente Detective Comics si è distinto per il grande cuore, le dinamiche da team book e un reparto artistico degno di nota; così, James Tynion IV e Alvaro Martinez-Bueno tornano sulla testata per The Precedent, forse la storia più intima e introspettiva di questo gigantesco albo. L’alchimia dei due autori è ancora fortissima e viene perfettamente espressa su queste poche, ma bellissime pagine. La storia è ambientata in un momento non precisato della continuity del Pipistrello. Alfred Pennyworth e Bruce Wayne riflettono sulla natura gioiosa, sul senso di avventura bambinesco di Dick Grayson, il primo arrivato nella famiglia del Cavaliere Oscuro.

È proprio la natura della Bat-family a fare da protagonista in questa ultima tranche di racconti.  A differenza di Geoff Johns, però, Tynion IV mostra decisamente più affinità con il lato umano e privato di Batman, sottolineando con successo ed empatia il cuore tormentato dai dubbi ed ispirato dall’ingenuità di un ragazzino di Bruce Wayne.

BATMAN’S GREATEST CASE di Tom King, Tony Daniel e Joelle Jones

Tom King approfitta di queste pagine dall’intento celebrativo per riassumere e riproporre il percorso che sta intraprendendo nella testata regolare di Batman e per farlo si avvale di due dei disegnatori della serie stessa: Tony Daniel e Joelle Jones.
L’alternanza tra i due, Daniel si occupa della sequenza sui tetti di Gotham che vede riunita tutta la Bat-Famiglia mentre la Jones illustra le pagine in cui Bruce fa visita alla tomba dei suoi, non è puramente “economica” (leggasi: “un disegnatore da solo non avrebbe avuto abbastanza tempo per completare la storia”) ma una soluzione che, sfruttando le caratteristiche estremamente diverse dei due stili, riesce a caricare le due fasi del racconto di valenze emotive differenti che vengono poi fatte confluire nell’ultima significativa vignetta.
Si tratta di una semplice e normale (“we’re not normal people“) foto di famiglia laddove la famiglia, o la perdita della stessa, sta alla base dell’esistenza di Batman: che è poi tutta la chiave di volta su cui si regge la run di King che vede il suo manifesto negli albi del “matrimonio” con Catwoman.
Il “più grande caso di Batman” è quello che lo vede alla ricerca di sé e di quello di cui ha davvero bisogno.

MEDIEVAL di Peter J. Tomasi e Dough Mahnke

Chiude l’albo il team regolare di Detective Comics: pur splendidamente illustrata da Doug Mahnke la storia è poco più che una serie di pin-up celebrative tenute assieme da un monologo del prossimo arci-nemico di Batman.
Peter Tomasi approfitta delle pagine a disposizione per darci un’anticipazione dei prossimi numeri di Detective Comics che manca però dei crismi di una storia completa: e questo Arkham Knight sembra, in queste prime battute, la riproposizione di certe tematiche portate avanti con il primo Azrael negli anni ’90.
Il tempo ci dirà se è qualcosa di nuovo.

Wednesday Warriors #26 da Batman a Spider-Man

In questo numero di Wednesday Warriors:

Gufu’s Version

BATMAN #67 di Tom King, Lee Weeks e Jorge Fornés

Tom King e Lee Weeks approfittano di questo ennesimo knightmare per regalarci un sequel dell’acclamato Batman/Elmer Fudge  dello scorso Luglio. Questa volta il crociato incappucciato è impegnato in una lunga caccia all’uomo, un personaggio misterioso – del quale non vediamo mai il volto – e apparentemente imprendibile che emette un unico suono: beep beep.
Un lungo inseguimento silenzioso che porta i due dai tetti di Gotham alle sue fogne passando per vicoli, bar e appartamenti, durante la quale l’iconica routine di Wyle E. Coyote e Roadrunner si trasforma in una metafora del rapporto tra Batman e una delle sue storiche nemesi.
Al duo già collaudato e affiatato da diverse collaborazioni, sia su Batman che su Heroes in Crisis, si unisce il talentuoso Jorge Fornes che uniforma il proprio stile, fortemente debitore al primo David Mazzuchelli, a quello di Weeks rendendo fluido e privo di scossoni il passaggio tra un disegnatore e l’altro. Questo, che potrebbe sembrare un dettaglio, fa invece la differenza in un fumetto che, nella quasi totale assenza di balloon di testo, fa del ritmo della narrazione il proprio punto di forza.
È fuori di dubbio che in questo caso Tom King abbia fatto un passo indietro per lasciare il campo alle notevoli interpretazioni dei due disegnatori che restituiscono la fiducia regalando un piacevole momento di puro intrattenimento visivo ai lettori.

NAOMI #3 Di Brian Michael Bendis, David F. Walker e Jamal Campbell

Nonostante i pochi albi al suo attivo possiamo dire che la Wonder Comics, pop-up imprint della DC Comics affidata a Brian Michael Bendis, è una piacevole ventata di novità nel mondo del fumetto supereroistico e Naomi è, con tutta probabilità, il progetto simbolo di tutta l’iniziativa.
Se Wonder Twins e Young Justice rielaborano delle proprietà intellettuali preesistenti, questa testata propone un personaggio inedito presentandolo in maniera inconsueta per il genere.
Naomi non ha superpoteri e vive da spettatrice il fantastico mondo dei supereroi DC, ma c’è un mistero che la coinvolge, un mistero che viene svelato con studiata lentezza dai suoi autori e che è in grado di irretire i lettori.
Le dinamiche classiche del fumetto supereroistico, fatte di conflitti e risoluzioni dei medesimi, che puntano sulle imprese supereroiche dei protagonisti, cedono il passo all’intreccio totalmente umano/adolescenziale delle vicende di Naomi.
È una storia in cui la grandeur supereroica non è il fine ma il mezzo per raccontare dei personaggi, le loro motivazioni e le dinamiche che muovono il loro mondo. In questo racconto, che punta molto sul processo di identificazione lettore/protagonista, risulta efficace il tratto sintetico e morbido di Jamal Campbell: il disegnatore canadese si dimostra estremamente versatile riuscendo a passare dal registro della narrazione del quotidiano, bravo nel linguaggio del corpo e nell’espressività dei volti, a quella più iperbolica degli eventi supereroistici.

Bam’s Version

AVENGERS #17 di Jason Aaron e David Marquez.

Quanto a fondo bisogna infilare il paletto di frassino, per uccidere un’intera ribellione vampirica? La Guerra Civile tra i figli di Dracula termina questo mese per i Vendicatori di Jason Aaron, che insieme a David Marquez ha saputo intrattenere a dovere il lettore ed i propri personaggi nell’attesa di War Of The Realms.

La saga non passerà agli annali come indimenticabile o imperdibile ma, ancora una volta, Aaron sa dare il giusto peso ad ogni evento, calcolando azioni e reazioni, ripercussioni che verranno sentite attraverso tutto l’Universo Marvel. La sua Avengers, d’altronde, è sin dall’inizio una serie che ha visto gli Eroi Più Potenti della Terra ai margini degli eventi principali, tasselli di un mosaico ben più vasto che sta costruendo nuove gerarchie e meccaniche interne ad un mondo diverso e senza più cardini saldi a muoverlo. Senza lo S.H.I.E.L.D. e il supporto del Governo Statunitense, i Vendicatori hanno dovuto fronteggiare l’ascesa dei Difensori degli Abissi di Namor, della nuova e letale Guardia D’Inverno russa, senza contare la minaccia dell’ultima Schiera; tutto questo mentre le reclute Vendicative come She-Hulk e Ghost Rider erano ancora alla ricerca di un loro posto nel team.

L’arco narrativo qui concluso, che ha visto l’arrivo di Blade nella formazione di Vendicatori titolari, ha raccontato una trama semplice, accattivante e concisa, lasciando indizi per l’immediato futuro e trascinando Avengers fuori dalla sua comfort zone, a confronto con l’occulto, il grottesco e l’orrore della razza vampirica.

Il vero problema è che non c’è molto altro da dire – ancora una volta, Avengers sembra più importante per ciò che arriverà, piuttosto che per ciò che racconta al momento. Jason Aaron e David Marquez lavorano benissimo insieme e l’intero story-arc è godibile dall’inizio alla fine, ma i Vendicatori non sono affatto protagonisti. Nonostante questo difetto, che per alcuni potrebbe essere ben più grave di quanto il sottoscritto lo consideri, la lettura resta consigliata.

SPIDER-MAN: LIFE STORY #1 di Chip Zdarsky e Mark Bagley.

Per l’Universo Marvel, la possibilità di rinfrescarsi e dare una svecchiata ad Ottant’Anni di continuity è un’occasione troppo ghiotta per essere ignorata. Ciclicamente, la Casa delle Idee sforna serie che possano aiutare i lettori, nuovi o vecchi che siano, a connettere con i personaggi più importanti, riproponendo magari una nuova origin story o una saga che ripercorra i momenti salienti della storia editoriale.
All’apparenza, Spider-Man: Life Story può sembrare una semplice serie celebrativa, un modo di rivivere i greatest hits dell’Uomo Ragno. Tuttavia Chip Zdarsky e Mark Bagley aggiungono un interessante twist che stacca Life Story dal resto delle produzioni autoincensanti Marvel. Piuttosto che svecchiare e ringiovanire, gli autori intraprendono la strada opposta, facendo crescere l’Uomo Ragno “in tempo reale”.

L’età dei supereroi, del resto, non è che un artificio, regolabile a seconda della volontà dello scrittore. Peter Parker, superata l’adolescenza, non ha mai superato la soglia dei 30 anni, un eterno giovanotto. Lo scorrere del tempo canonico, non fumettistico, rappresenta la variabile che nasconde parecchio potenziale: come reagirebbe un Peter Parker quarantenne all’Ultima Caccia di Kraven, ad esempio? Che valore assumerebbe la tragedia dell’11 Settembre agli occhi di un Uomo Ragno alla soglia dei sessant’anni?

Life Story #1, The War At Home, racconta i primi momenti dell’Uomo Ragno, partendo dal 1966. Quattro anni dopo il morso di un ragno radioattivo e la morte del povero zio Ben – che gli autori, gentilmente, ci risparmiano – il giovane Peter Parker si trova a dover gestire la travagliata vita privata di un adolescente sfigato, le minacce criminali che affliggono il Ragnetto e le prime ondate di contro-cultura. Le proteste contro la Guerra in Vietnam si accavallano agli amici di scuola che imbracciano le armi, vestono le uniformi e partono al fronte. Tra loro c’è Flash Thompson e, per Peter, i dubbi su poteri e responsabilità crescono in maniera esponenziale. Sarebbe giusto rivelare la propria identità e mettere l’Uomo Ragno al servizio dello Zio Sam, servendo l’America oltreoceano?

Zdarsky cattura perfettamente l’atmosfera del Ragno di Stan Lee e John Romita, più che di Ditko. Il suo protagonista ha lasciato alle spalle il timido liceale: Peter Parker é diventato adolescente, l’amore per Gwen Stacy è sul punto di sbocciare, la vita come Uomo Ragno gli permette di portare il piatto a tavola – grazie alle foto scattate per J. Jonah Jameson – e il suo migliore amico Harry Osborn sembra invidiare le attenzioni ed i complimenti che suo padre Norman gli riserva. Il giovane Parker mantiene il perfetto equilibrio che Stan Lee riuscí ad imprimergli e Zdarsky non vuole sovrascrivere il suo personaggio a quello che é lo stampo originale dell’Uomo Ragno.

Il contesto narrativo é incredibilmente classico ed efficace, un throwback necessario, ma il Peter Parker di Zdarsky ragiona in termini più complessi. Pur essendo ambientato negli anni ‘60, il primo capitolo di Life Story evolve l’aspetto teen drama, sovrapponendolo ad una struttura collaudata e retró, creando un piacevolissimo contrasto che marca una netta evoluzione e maturazione stilistica – forse il primo, vero caso di ammodernamento a fumetti. Dove altri si limitano a rinarrare, senza cambiare troppo, Zdarsky aggiunge balloon, monologhi interni e sfaccettature di pensiero che superano il personaggio-figurina e lo rendono nuovamente tridimensionale. Il Flash Thompson originale è ancora sulla pagina, riconoscibile sin dal primo istante, eppure ha molto più da dire, da esprimere, quando arriva a muso duro con Peter Parker.

Se l’Uomo Ragno e il suo alter-ego escono rinvigoriti dal “trattamento Zdarsky”, a Mark Bagley tocca dare al fumetto un look classico, quello di un artista che ha segnato diverse ere fondamentali per il personaggio. Disegnatore sinonimo del Ragno, un nome che immediatamente richiama il suo lavoro su Ultimate Spider-Man e il suo apporto alle fondamentali run degli anni ‘90 con David Michelinie, Bagley fa quello che sa fare meglio: se stesso. I personaggi trasmettono i propri pensieri nelle vignette, dialogano in maniera animata e le scene d’azione che coronano il climax del numero sono la dimostrazione del buon stato di forma dell’artista. L’unico appunto – un vero pelo nell’uovo: sarebbe interessante, per il futuro, vedere il tratto di Bagley, così come la colorazione di Frank D’Armata, adattarsi alle varie ere dell’Uomo Ragno.

Spider-Man: Life Story #1 nasconde un paio di chicche e svolte improvvise che cambiano radicalmente il percorso narrativo del personaggio, momenti impossibili da raccontare qui in sede di recensione. La sottesa natura da What If? della serie sbuca fuori all’improvviso, quando la nostalgia nel rileggere momenti storici del Ragnetto aveva preso possesso della lettura. Chip Zdarsky e Mark Bagley rendono interessante una storia che sembra sia stata letta centinaia di volte, per la freschezza con la quale viene raccontata, per la curiosa gimmick del “tempo reale” e per dei colpi di scena davvero inaspettati – elementi che cambieranno radicalmente il futuro dell’Uomo Ragno.

Wednesday Warriors #25 – Da Wonder Twins ai Transformers

In questo numero di Wednesday Warriors:

Bam’s Version

THE MAGNIFICENT MS. MARVEL #1 di Saladin Ahmed e Minkyu Jung.

Il concetto di legacy, nel mondo del fumetto, ha ancora una forte valenza. Anzi, mai come in questi anni, il passaggio del testimone generazionale ha catturato l’immaginario collettivo dei Marvel-fan, ricoprendo un ruolo fondamentale nel 2018.
Non a caso, l’ultima fase editoriale della Casa delle Idee sotto Axel Alonso portava proprio questo nome, simbolo di un cambiamento necessario. Una generazione di supereroi più giovani ha reclamato il proprio posto nell’Universo Marvel e ora cammina al fianco delle “Meraviglie”, giusto per citare Kurt Busiek e Alex Ross. Ms. Marvel è il baluardo di questa Legacy. La giovanissima Kamala Khan è un ricettacolo di tutti gli elementi essenziali della Marvel “Alonsiana”. Una ragazza Pakistano-Americana, Musulmana, una Nuova Inumana che ha saputo balzare agli onori di cronaca proprio per essere la prima di una generazione di eroi giovane, multiculturale e figlia dello slancio verso l’equa rappresentazione di tutte le minoranze e diversità nel fumetto mainstream.
Cinque anni dopo il suo esordio firmato G. Willow Wilson, autrice alla quale è stata legata sin dalla sua creazione, per Ms. Marvel è finalmente giunto il momento di cambiare registro – con una nuova serie ed un nuovo team creativo. Saladin Ahmed e Minkyu Jung lanciano The Magnificent Ms. Marvel, una nuova serie rivolta ai nuovi e vecchi fan di Kamala. Ahmed, forte del successo avuto con Black Bolt e Miles Morales: Spider-Man, si trova così ad unire le sue precedenti esperienze, scrivendo di una giovane Inumana, dei suoi superpoteri e, ovviamente, delle sue super-responsabilità.
L’albo si apre lontano dal nostro pianeta, su un mondo alieno e con una scena famigliare che evoca dolcezza e sentimentalismi. Una bimba chiede al padre di raccontarle una storia, la storia della Predestinata, l’eroina più importante del pianeta Terra: Ms. Marvel. Sarà importante tenere a mente questa premessa per il futuro. Ritornando sulla Terra, si fa presto a notare l’impostazione di The Magnificent Ms. Marvel #1 sia piuttosto standard, dedicata ad un veloce riassunto delle origini e alla descrizione del mondo costruito intorno alla sua protagonista.
Si può dire che sia un numero scritto col freno a mano tirato, un #1 “safe”, ma Saladin Ahmed ha abituato il lettore ad un lavoro votato all’introspezione dei propri protagonisti – si è visto con il suo Freccia Nera. Kamala Khan vive il Complesso del Supereroe Adolescente e, sebbene possa essere definito un cliché, questo rende il personaggio immediatamente empatizzante e “vivo”, tridimensionale. Il colpo di scena e la svolta improvvisa di trama arriva alla precisa metà dell’albo e segna il netto distacco tra il lavoro della Wilson e questo nuovo corso editoriale. L’inserimento di questa nuova, drammatica variabile alla formula Ms. Marvel costituirà il perno delle trame da qui in avanti – ed è anche più intrigante della sottotrama aliena presentata nella prima pagina.
Minkyu Jung, Juan Vlasco alle chine e Ian Herring ai colori lavorano in perfetta simbiosi. I disegni sono morbidi e dettagliati, con particolare attenzione all’espressività e alle emozioni dei protagonisti, senza trascurare le poche – ma efficaci – sequenze action che spingono in avanti la trama. La palette di colori di Ian Herring è morbida e delicata, in grado di balzare fuori dalla pagina e catturare il lettore una volta che la “minaccia del giorno” verrà completamente rivelata.
The Magnificent Ms. Marvel #1 manca l’aggancio immediato, quel colpo di genio che convincerebbe un nuovo fan ad aspettare, trepidante, il numero successivo. L’opening salvo di Ahmed & Jung è piuttosto un perfetto capitolo introduttivo per i novizi ed un ottimo ponte tra la gestione narrativa che ha posto le basi del personaggio ed il futuro di Kamala Khan, dal quale ci si aspetta maturità, estro creativo e colpi di scena che sappiano far discutere.

TRANSFORMERS #1 di Bryan Ruckley, Angel Hernandez e Cachét Whitman.

«Dar forma alla tua vita è tuo compito e di nessun altro. In questo percorso, nulla di ciò che sei è merito di chi ti ha preceduto. Tutto di ció che sei è dovuto a chi, dopo di te, cercherà la propria forma. Niente di ciò che sei dovrà limitare ciò che essi, a loro volta, potranno essere e diventare.»

Le parole dello scrittore – rivoluzionario Termagax aprono il #1 Transformers, il primo dopo quasi sette anni. Di questo misterioso autore non si sa quasi nulla e, per questo motivo, le parole dello scrittore Bryan Ruckley possono essere lette come una dedica a chi, prima di lui, ha modellato l’universo degli Autobot e dei Decepticon. Prendere in consegna una franchise imponente come Transformers equivale a caricarsi di una enorme responsabilità. Significa essere narratore di un universo narrativo con una fanbase agguerrita, appassionata e vibrante, in tutte le sue sfaccettature, negative o positive che siano. Ruckley lo sa bene e, pagato tributo a John Barber e James Roberts, autori prima di lui, decide quindi di dar forma alla sua vita con questo Transformers #1.

Il reboot è totale e comincia in maniera radicalmente opposta all’esordio degli stessi Barber e Roberts del 2012. Cybertron è qui restaurato alla forma originale, bellissimo, capace di stupire. A tenere la mano del giovanissimo Rumble – quasi una rappresentazione del nuovo lettore – c’è Bumblebee, un fan favorite scelto non a caso.  I colori vibranti, che spaziano dall’arancio del tramonto al blu della notte Cybertroniana, sono adatti all’atmosfera sci-fi ed aliena, merito del lavoro Joana Lafuente e di Angel Hernandez, che interpretano al meglio questa sezione dell’albo. I discorsi tra Bumblebee e l’entusiasta Rumble sono un utile maniera per snocciolare informazioni e creare legami tra due personaggi principali. Il disegno è semplice, fatto di linee precise e geometriche, blocchi che si incastrano (come parti di giocattoli) a formare protagonisti colorati, che saltano fuori dalla pagina a contrasto delle linee morbide dell’ambientazione.

Più rigida, austera e fredda la città, teatro di una seconda parte del fumetto. La comunità è più viva che mai e Ruckley ha a disposizione una tabula rasa che nessuno ha potuto sfruttare sin dal #1 di Transformers: Infiltration del 2008.

La continuity nasce sotto i nostri occhi, con il potenziale per nuove occasioni, slegate dalle formule che hanno dominato le trame negli ultimi anni. Senza la divisione tra Autobot e Decepticon, Bryan Ruckley può giocare con le zone d’ombra e proporci confronti inediti. Questa sezione dell’albo segna il punto d’inizio delle trame politiche della serie ed è meticolosamente illustrato da Cachét Whitman; uno stile più realistico, se così si può definirlo, rispetto alle ultime serie, ma comunque vicino alla tradizione cartoonesca dei personaggi.

Il tumulto degli Ascenticon, ispirati dalle parole di Termagax e fomentato dal sostegno  del problematico Megatron, sta causando parecchi grattacapi al Senatore Orion Pax (quello che in futuro diventerà Optimus Prime). Il confronto tra le due forze principali del conflitto è il punto più alto del numero, uno scontro tra personalità forti, in aperto dissenso, ma che vogliono dare ancora una possibilità alla diplomazia e al confronto.

C’è la sensazione che, dietro questo primo  dialogo tra i due, Ruckley nasconda più strati di interpretazione ed un intero sistema di governo, storia e politica venga tenuto volutamente nell’ombra dall’autore. Il cliffhanger scelto da Ruckley chiude un albo di debutto che – come The Magnificent Ms. Marvel – manca del “passo in più” per rendere la lettura imperdibile. Tuttavia, per i fan della serie e dei personaggi, l’occasione di un nuovo #1 si è fatta aspettare decisamente troppo per ignorarla.

Ruckley, Hernandez e Whitman costruiscono, da zero, un nuovo Cybertron da esplorare, con volti nuovi a dare il senso di familiarità al lettore ed una rivoluzione in seno al pianeta pronta a deflagrare.

Gufu’s Version

WONDER TWINS #2 di Mark Russell e Stephen Byrne

Jayna e Zan di Exxor, meglio noti come i Wonder Twins, sono due personaggi fortemente radicati nell’iconografia pop statunitense, legati perlopiù all’immaginario del pubblico 30-40enne cresciuto con i Superfriends nel periodo d’oro dei Saturday-morning Cartoons della ABC: un rito collettivo che ha accomunato centinaia di migliaia di ragazzini e adolescenti negli anni ‘70 e ‘80.
Russell e Byrne attingono a questo immaginario, facendo leva sul fattore nostalgia, utilizzando la popolarità dei personaggi a mo di grimaldello per “entrare in confidenza” con il lettore per poi colpirlo con la loro satira.
Dietro l’apparentemente innocuo aspetto del fumetto sbarazzino per teen-ager e dell’impostazione tipica da sit-com, con i due improbabili protagonisti dalle caratteristiche contrastanti e le dinamiche che hanno fatto le fortune di prodotti come “Two and a half men”, si cela infatti la ormai riconoscibile cifra stilistica di Mark Russell: una sottile e arguta critica sociale e politica raccontata con una gestione calibrata dei tempi comici e l’uso di dialoghi sferzanti e particolarmente divertenti.
Come già fatto su The Flintstones, Russell utilizza un registro leggero e iperbolico per parlare di temi difficili e particolarmente spinosi riuscendo a fornire al lettore degli spunti di riflessione senza risultare didascalico o pedante.
Questo registro viene promosso dallo stile in bilico tra il realistico e il cartoonesco di Stephen Byrne, particolarmente attento al linguaggio del corpo e all’espressività dei volti, capace di enfatizzare la narrazione di Russell senza sminuirne i contenuti.
In questo secondo numero la satira dei due autori prende di mira il sistema penitenziario: agli occhi di questi “immigrati da una civiltà più evoluta della nostra” lo stesso concetto di carcere risulta inconcepibile (mettendo metafumettisticamente in discussione anche il tormentone dell’eroe che sbatte il villain in carcere per poi inseguirlo di nuovo quando evade) ma soprattutto vengono evidenziate tutte le contraddizioni dell’attuale sistema penale USA.
Un sistema fatto di carceri private che puntano più al profitto che non alla riabilitazione o alla giustizia, dove i detenuti sono gestiti come risorse e la sicurezza degli stessi, e della pena che devono scontare, risulta assolutamente secondaria. Si tratta di un tema al centro di un acceso dibattito politico negli Stati Uniti attuali, soprattutto alla luce dei finanziamenti (si parla oltre 5 milioni di dollari sborsati da società come CoreCivic e Geo Group che profittano da questo sistema) alle campagne elettorali per le elezioni presidenziali del 2016.
Gli autori non si limitano alla semplice riflessione sociale ma riescono a rendere i lettori partecipi di un dramma tramite la figura comica e tragica di Baron Nightblood, meglio noto con il meno edificante soprannome di Drunkula, il vampiro alcolista: una vicenda che, nel giro di poche pagine riesce a divertire il lettore per poi colpirlo violentemente allo stomaco.
My two cents: Russell e Byrne potrebbero essere i degni successori del trio Giffen/DeMatteis/Maguire in un’eventuale ritorno della Justice League International.

Wednesday Warriors #24 – Da Conan a Green Arrow

In questo numero di Wednesday Warriors:

Gufu’s Version

JUSTICE LEAGUE #19 di Scott Snyder e Jorge Jimenez

Questo diciannovesimo capitolo della Lega della Giustizia di Snyder può essere sintetizzato efficacemente dalla figura e dalle contraddizioni del villain di turno: Mr. Mxyzptlk.
Il folletto proveniente dalla quinta dimensione, nemico storico di Superman, incarna quel dualismo che sta alla base del concetto stesso di intrattenimento supereroico: un costante conflitto tra la necessità di divertire (in senso ampio) il lettore e quello più “oscuro” fatto di crescenti minacce poste di fronte agli eroi di turno.

Come già visto negli anni ‘90, durante il mai abbastanza celebrato ciclo di Grant Morrison – autore feticcio di Snyder – su JLA, Mxyzptlk nasconde un immenso e terrificante potere dietro alle sue buffe sembianze. Snyder e Jimenez (questa volta anche accreditato come co-autore del plot) riprendono questa lettura del folletto arrivando a renderla visibile, esteriorizzandola nel design dello stesso: il Mxyzptlk di Jimenez è gommoso, mutevole, il suo aspetto cambia da vignetta a vignetta, mantenendo costante un sottotesto inquietante. Un registro che il disegnatore estende a tutta la storia, passando repentinamente dal tratto realistico a quello caricaturale senza difficoltà. In questo lo segue, e lo guida, Scott Snyder, capace di inserire momenti più leggeri, caratterizzati da dialoghi brillanti, in contesti significativamente drammatici.

In questa sorta di ping-pong emotivo gli autori continuano ad alzare la posta in gioco: la portata della minaccia è sempre più grande e lo stesso multiverso DC sembra espandersi in concerto con essa.

Se è vero che negli scorsi decenni, da Crisis on Infinite Earths in poi, molti autori hanno provato a semplificare, sintetizzare, umanizzare le complesse continuity dei supereroi, Snyder va in senso opposto: prende il multiverso (così come strutturato da Grant Morrison) e, dopo averlo espanso in Dark Knights: Metal aggiungendo la sua controparte oscura, lo complica ancor di più aggiungendo una fantomatica “sesta dimensione”, la sala di controllo del Multiverso.
Se tanto mi dà tanto si direbbe il mondo in cui viviamo noi.
Sebbene sia un autore che incontra un certo astio nel fandom, non si può certo imputare a Snyder la mancanza di una bella dose di coraggio: se vi vi piace l’avventura e amate le sfide questo è il fumetto che fa per voi.

CONAN THE BARBARIAN #4 di Jason Aaron e Gerardo Zaffino

Quarto capitolo del Barbaro di Jason Aaron che si fa notare soprattutto per il disegnatore ospite: un Gerardo Zaffino dal tratto sporco e oscuro che riesce a dare il giusto aspetto oscuro e tenebroso a una storia crepuscolare.
Crepuscolare sia in quanto ambientata per gran parte di notte, tra le strade di Tarantia, capitale di Aquilonia, sia perché ci mostra la vita di un Conan in là con gli anni: insofferente e ai limiti della depressione, vessato com’è dalle incombenze della vita da sovrano che mal gli si addice.

Curiosamente questa potrebbe essere definita allo stesso tempo come la prova migliore e quella peggiore di Aaron sulla testata.
Da un lato lo scrittore riesce ad affrancarsi dal timore reverenziale che sembra avere nei confronti di Robert E. Howard e la sua creatura, proponendo al lettore un Conan inusuale, un vigilante di stampo quasi supereroistico; anche dal punto di vista del ritmo lo scrittore abbandona, seppure non sempre, lo stile “libro illustrato”, a favore di uno sviluppo più canonicamente sequenziale e fumettistico.
Di contro sembra non esserci traccia della macrotrama introdotta nei primi tre capitoli, dando quindi l’impressione di un mero riempitivo in attesa del ritorno del disegnatore principale.
Al netto di quest’ultima considerazione, che può essere ininteressante sotto diversi punti di vista, siamo di fronte a un deciso passo in avanti nello sviluppo di questa proprietà intellettuale.

Bam’s Version

GREEN ARROW #50 di Jackson Lanzing, Colin Kelly e Javier Fernandez.

Vigilanti impazziti, terribili lutti, una enorme responsabilità sulle spalle e l’amore della sua vita a fargli da supporto. Il biennio 2018 / 2019 è stato più che altalenante per Freccia Verde – principalmente a causa di un turbinoso avvicendamento ai writing duties della serie.Da Maggio dello scorso anno a questo Marzo, sui testi di Freccia Verde si sono alternate le sorelle Benson, Mairgrhead Scott e il duo Lanzing e Kelly. Tutti questi scrittori – e i tanti artisti che li hanno accompagnati – hanno reso la serie piuttosto difficile seguire: una trama principale ha fatto da stampella alla quale tutti si sono appoggiati, eppure Green Arrow non ha mai saputo brillare di luce propria, costruendo una trama che potesse respirare ed evolversi nel tempo.

All’alba del 2019, la rotazione frenetica sembrava, finalmente, pronta ad interrompersi. Con le Benson a chiudere il loro arco narrativo, Lanzing e Kelly saltavano a bordo della serie con una ottima storia legata a “Heroes In Crisis”, il ritorno del Conte Vertigo e le sensazionali matite di Javi Fernandez a fare da supporto. Tuttavia, mi trovo qui a scrivere dell’ultimo numero della serie: Green Arrow chiude improvvisamente i battenti, con quello che doveva essere l’inizio di un lungo story-arc e che si rivela, invece, la conclusione della serie.

Il villain conquistatore della serie diventa la direzione editoriale e, dunque, Lanzing e Kelly si trovano a dover chiudere le trame, piuttosto che aprirle. Il duo di scrittori tira fuori il meglio da una situazione disperata: braccato dalle forze speciali e a muso duro con Black Canary, Oliver Queen è assoluto protagonista di una lunga sequenza action, adrenalinica ed esplosiva. Javi Fernandez mette a buon uso la sua matita ultra-dinamica e le sue tavole complesse, una tela che l’artista sa piegare e modellare, scomporre in più vignette che seguono con occhio attento inseguimenti, frecce, proiettili e folli acrobazie.

Ma la chiarezza dei disegni, purtroppo, non rispecchia la caoticità di una trama chiusa velocemente e all’improvviso. Jackson Lanzing & Colin Kelly firmano buoni dialoghi e indovinano la voce di Freccia Verde, ma hanno l’ingrato compito di dover infilare tantissimo in sole 40 pagine. La serie ha scoccato, più volte, qualche buona freccia dalla faretra, ma senza mai centrare a pieno l’obiettivo. Purtroppo, queste non sono bastate per salvare Green Arrow. Cosa riserverà il futuro?

MEET THE SKRULLS #1 di Robbie Thompson e Niko Henrichon.

Undici anni dopo Secret Invasion di Brian Michael Bendis e Leinil Francis Yu, l’infida legione aliena degli Skrull torna ad essere protagonista. Ma sono cambiate tante cose in questi undici anni: gli Eventoni a fumetti hanno perso quell’aura di grandeur e solennità, lasciando il posto ad un rinnovato gusto per le dimensioni intime, l’umanizzazione e l’introspezione.

La famiglia Warner vive una vita tranquilla a Stamford, nel Connecticut. Il padre Carl lavora alla Stark Unlimited, la madre Gloria è impegnata nella politica locale, le figlie Madison e Alice cercano di sopravvivere al liceo. Ma, dietro la patina di quotidianità suburbana che può ricordare The Vision di King e Walta, si nasconde un nucleo famigliare di Skrull, mortalmente intenzionati a portare a termine la loro missione: sventare il Progetto Blossom e favorire, così, una nuova invasione aliena.

Robbie Thompson, più che da narratore, funge da osservatore. Lo scrittore, attraverso i Warner, analizza meccaniche sociologiche, reazioni e comportamenti studiati da occhi alieni. Un semplice gesto d’altruismo, una parola cattiva in mensa tra compagne di scuola, una gita alla mostra di scienze naturali: gli elementi della vita di tutti i giorni si trasformano in occasioni per manipolare, soggiogare e trarre vantaggio dalle debolezze umane. Ma il fumetto non risulta didascalico, tutt’altro.

Thompson brilla nella costruzione del mistero famigliare, individui uniti da una missione più che dall’affetto, che preferiscono rimanere in silenzio piuttosto che confrontarsi. In questa strana famigliola – tutt’altro che felice – ha più valore ciò che non viene detto che il contrario. La presentazione di questo “quadretto” è affidata a Niko Henrichon, artista dal tratto delicato e atipico dalla tradizione Marvel, valorizzato dalla colorazione di Laurent Grossat. Combinazione di stili americani, francesi ed orientali, la matita di Henrichon riesce a cogliere la sottile tensione che si nasconde sotto i volti umani scelti dagli Skrull. Le figure nervose e gli sguardi perfidi si confrontano, soffrono e rispondono con veemenza, con l’esito della missione – ed il bene dell’impero Skrull – che pende sulla testa dei Warner come una spada di Damocle.

Manca un po’ di contesto e qualche elemento meriterebbe un chiaro approfondimento, ma Meet The Skrulls #1 è solo il primo capitolo di un bel mistero urbano e fantascientifico. Il world-building é necessario, ma cominciare una storia senza avere tutte le carte scoperte puó rivelarsi un vantaggio sul lungo termine. Thompson e Henrichon fanno leva sul subdolo fascino degli Skrull per rivitalizzarli, calandoli in un interessante ed inedito contesto. Undici anni fa, l’Invasione Segreta cominciò dai supereroi; nel 2019, l’uomo comune torna al centro della narrazione.