DC Comics

Wednesday Warriors #40 – da Detective Comics a Valkyrie

In questo numero di Wednesday Warriors:

Bam’s Version

JANE FOSTER: VALKYRIE #1 di Jason Aaron, Al Ewing e Cafu.

“Mi chiamo Jane Foster. Sono una dottoressa, sono sopravvissuta al cancro e, per un po’, sono stata una supereroina.”

C’è un mondo intero in un semplice pensiero, una frase che riassume il percorso di Jason Aaron tracciato per il personaggio di Jane Foster. Non c’è più traccia della Dea del Tuono – la Tonante è sparita nella Tempesta dei Thor che ha chiuso War Of The Realms. Al suo posto, una nuova Jane Foster ha preso il suo posto ed è nata una nuova (l’ultima) Valchiria. Le prime parole incontrate dal lettore in prima pagina mostrano sicurezza e conoscenza del personaggio – ma è ancora possibile raccontare qualcosa di nuovo con Jane Foster?
La sequenza d’apertura illustrata dal brasiliano Cafu, colorato da Jesus Aburtov, risalta il design e il rinnovato arsenale della Valchiria. Aaron, in quello che appare come un forte richiamo allo scontro con l’Uomo Assorbente in Thor #5 disegnato da Jorge Molina, introduce ai lettori la sua protagonista ponendo di fronte a lei un avversario tutt’altro che invincibile, ma funzionale ai fini della storia.

I Fast Five sono perfetti punching ball per Jane Foster. Anche se dotati di armi provenienti da tutti i Dieci Regni, Gold Rush, Silver Ghost, Green Light, Redline e Blue Streak non sono altro che villain di serie D pronti ad essere malmenati dalla Valchiria e da Undrjarn, l’omni-arma, strumento da guerra multifunzionale e capace di esaltare al meglio il tratto preciso, movimentato ma fluido ed impattante di Cafu, colorato al meglio da un’ottimo Jesus Aburtov. L’azione permette ad Aaron i ritmi adatti per un’introduzione capace di alternare al meglio la dinamicità di un fumetto Marvel con l’inevitabile piaga dell’esposizione della trama, che lo scrittore relega ai “pensieri” della protagonista. Dopo la morte di Brunnhilde, Jane si trova a dover impugnare le armi e tenere al sicuro le anime dei vivi e dei morti in transito verso il Valhalla.

Ma a fronte di una introduzione che gioca sul tema della perpetua suddivisione tra poteri e responsabilità, il clichè più profondamente radicato nella continuity Marvel dei supereroi con superproblemi, la prima metà diJane Foster: Valkyrie #1 non colpisce come dovrebbe e appare “soltanto” come un buon debutto di un personaggio di Jason Aaron rielaborato – questo almeno fino all’arrivo di Al Ewing. Lo scrittore britannico che sta sconvolgendo il mondo del fumetto con il suo The Immortal Hulk interrompe lo schema tradizionale di Jason Aaron per riflettere sulla natura stessa di una Valchiria, sia essa mitica o “Marvelita”. La seconda parte dell’albo viene dedicata all’analisi del nuovo status quo e delle differenze, sottili, che separano l’essere Dea del Tuono ed essere una guardia, Caronte armato tra la vita e la morte.

Insieme, Aaron, Ewing e Cafu si concentrano nel rendere il passaggio di consegne tra Brunnhilde e Jane Foster un momento unico. La riscoperta di poteri come la “percezione della morte” consente agli scrittori di esplorare meglio un personaggio ancora tremendamente misterioso, ponendo sul tavolo una gimmick piuttosto interessante che nasconde infinito potenziale per il futuro delle storie sulla serie regolare. Come rivelato in una postilla coda all’albo, l’intento di Ewing è quello di rendere Jane Foster una “dottoressa della Morte”, eliminando le accezioni lugubri che la cronaca può aver donato a questi termini. Capace di osservare il tempo rimasto alle persone in vita, la Valchiria ha il potere di vegliare sul percorso verso il Valhalla – una responsabilità, non un onore o un privilegio come poteva essere sollevare Mjölnir.

A questo interessante lavoro di rimodernamento e aggiornamento dei temi del personaggio vanno sommati un cliffhanger da brivido e il ritorno di un personaggio malvagio fino al midollo, una scelta spregevole che fa sempre centro come contraltare all’eroe duro e puro. Jane Foster: Valkyrie ha la fortuna di essere associata ai nomi giusti. Per tenere in vita, editorialmente parlando, un personaggio che ha segnato l’era Alonso della Casa delle Idee, Aaron e Ewing dovranno unire due menti brillanti Marvel e riuscire a dare qualcosa di più alla nuova Valchiria.

Gufu’s Version

DETECTIVE COMICS #1008 di Peter Tomasi e Dough Mahnke

Se il Batman di Tom King, al netto di alcune concessioni sporadiche, può permettersi di proseguire nel suo lungo e stratificato arco narrativo badando alla continuity DC da una relativa distanza di sicurezza, non si può dire altrettanto del Detective Comics affidato a Peter J. Tomasi.

Il bravo scrittore che abbiamo avuto modo di apprezzare su Superman e Batman&Robin (sempre in coppia con Patrick Gleason) fatica a impostare un discorso a lungo termine: stretto com’è dalle ingombranti trame tessute da King e Scott Snyder, Tomasi si ritrova a gestire archi di storie brevi e autoconclusive che fanno fatica a solleticare l’interesse del lettore nonostante la professionalità indubbia di tutti gli autori coinvolti.

E se c’è una caratteristica che può condannare un prodotto seriale all’irrilevanza è proprio la mancanza di una progettualità di fondo, un discorso da portare avanti che si snodi oltre l’intreccio dei singoli storyarc.

Non fa eccezione questa storia breve che si inserisce, come tutte le altre uscite questo mese, nel mega-evento Year of the Villain che interesserà tutti i personaggi DC per i prossimi mesi.

A Peter Tomasi e Doug Mahnke viene affidato il compito di realizzare la “storia di congedo” del Joker, sarà infatti Mr. Freeze il villain principale su Detective Comics, e i due devono muoversi facendo attenzione a non “pestare i piedi” agli altri autori impegnati sulle testate che vedono protagonista il Cavaliere Oscuro.

I due si affidano quindi a un copione classico – Joker che minaccia dozzine di innocenti con il suo gas letale e Batman che interviene – che trova la sua ragione di esistere esclusivamente nell’incredibile lavoro di Mahnke e nel doppio finale che vede la dipartita – ovviamente temporanea – del Clown e l’offerta di Luthor a Mr. Freeze.
Il soggetto, nella sua autoconclusività, sembra preso da un episodio della serie animata, ha un buon ritmo e intrattiene con efficacia ma è ben lontano dagli standard offerti da Tomasi nel passato più e meno recente fallendo nel suscitare un seppur minimo interesse: non offre nessuna angolazione inedita nel raccontare l’ennesimo scontro tra Batman e Joker e non riesce a creare aspettative neanche in prospettiva. Detective Comics sembra una serie destinata a vivacchiare tra storie ben fatte ma sostanzialmente ininfluenti, schiacciata com’è da altre esigenze editoriali.

First Issue

BATMAN UNIVERSE #1 di Brian Michael Bendis e Nick Derington

Si sente infatti la mancanza di quel guizzo creativo che ha contraddistinto la gran parte dei lavori di Bendis da quando è arrivato in DC, primo fra tutti la sua pregevole gestione di Superman, e a conti fatti Batman Universe finisce per dare la sensazione di essere una storia indubbiamente ben scritta ma anche abbastanza canonica e priva di reali elementi di originalità.
I disegni di Nick Derington svolgono un lavoro egregio, grazie a un tratto vivace che riesce a sottolineare tanto la fisicità del protagonista, quanto la frenesia dei combattimenti. Apprezzabili anche alcune trovate di storytelling, come la sequenza iniziale vista tutta in soggettiva, che favoriscono il coinvolgimento da parte del lettore.
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Wednesday Warriors #39 – da Batman a Vampirella

In questo numero di Wednesday Warriors:

Gufu’s Version

Batman #75 di Tom King, Tony Daniel e Mitch Gerads

Batman #75

La figura retorica dell’ellissi prevede l’omissione, all’interno di una frase, di uno o più termini lasciandoli così all’interpretazione del lettore.
In narrativa l’ellissi può consistere, ad esempio, in un balzo temporale che nasconde al lettore una parte del racconto per presentarlo di fronte a degli eventi compiuti senza che questi ne sia stato testimone diretto: questo espediente, laddove non colmato immediatamente da un qualche tipo di spiegazione, lascia al lettore il compito di ricostruire le parti mancanti della storia, di colmare il vuoto creato dallo scrittore.
Visto in un’altra prospettiva quello dell’ellissi è il meccanismo che regge tutto il linguaggio del fumetto, la Closure: riempire lo spazio bianco che intercorre tra due vignette.

Questo settantacinquesimo numero di Batman si presenta come un esempio estremo di ellissi – quasi un non sequitur – catapultando i lettori in un non meglio definito “più tardi” rispetto agli eventi narrati in Batman #74: assistiamo alle conseguenze delle azioni di Bane senza averle viste, senza sapere come abbia raggiunto il suo risultato e, disorientati come siamo, andiamo a caccia di indizi tra le vignette della storia.

Tom King e Tony Daniel costruiscono di fronte a noi questa nuova Gotham City, la città di Bane, utilizzando un meccanismo interessante: si ricalcano le più canoniche strutture delle storie di Batman – c’è un delitto, i poliziotti avvisano il Commissario che accende il Bat-Segnale ecc… – ma se ne sovvertono dinamiche e interpreti, introducendo così i lettori in questa distopia chiamata “City of Bane”. King cuce la sceneggiatura intorno alle caratteristiche e alle necessità di Tony Daniel, il disegnatore si trova particolarmente a suo agio su tavole di forte impatto, con poche vignette e molto spazio a disposizione per ognuna di queste (non secondario il fatto che Daniel lavori in analogico e King tenga in considerazione la sua necessità di vendere gli originali ai collezionisti) e riesce anche ad essere particolarmente convincente nella resa di alcuni volti, quello del Joker su tutti.

A questo tour di Gotham City si alternano le tavole dell’ennesimo tentativo di Bruce Wayne di riguadagnare se stesso, una ricerca di riscatto dopo dozzine di sconfitte subite negli ultimi mesi, a caccia di non si sa bene cosa in mezzo a delle non meglio specificate montagne innevate (Nanda Parbat?). Il tutto commentato dal racconto tradizionale cinese del “contadino saggio”, una parabola zen sul bene e sul male e sulla capacità di giudicare e valutare gli accadimenti della vita di tutti i giorni.

Concludono la storia una manciata di pagine disegnate da Mitch Gerards che si ricollegano all’evento Year of the Villain: sebbene il Batman di King sia sempre abbastanza slegato dagli eventi della continuity stretta del DC Universe, stavolta a King&Co tocca far buon viso a cattivo gioco facendo fruttare questa “necessità imposta”: i due autori utilizzano l’offerta di Luthor sia per approfondire la personalità e le motivazioni di Bane che per illustrare ancor più dettagliatamente la nuova Gotham City e i suoi protagonisti.

Bam’s Version

Vampirella #1

VAMPIRELLA #1 di Christopher Priest e Ergün Gündüz.

Si dice che uno scrittore tenda a parlare di ciò che conosce. Molto spesso, è un modo per analizzare ed esplorare ciò che risulta alieno ed estraneo, per conoscere meglio se stessi ed il proprio rapporto col mondo. Dal 1983, Jim Owsley, meglio noto come Christopher Priest scrive di supereroi attraverso  gli occhi di un uomo cinico e religioso, socialmente attivo, politicamente scorretto e narrativamente audace. Un uomo che, da sempre, ha combattuto con la piaga del typecasting, un termine cinematografico prestato qui al fumetto: per un lungo periodo della sua carriera, Christopher Priest è stato l’autore “nero” per personaggi “neri”. Fortunatamente, gli ultimi anni di carriera hanno portato lo scrittore del Queens ad uscire fuori dal tracciato, scrivendo una delle migliori run di Deathstroke nella storia del personaggio. Misurandosi con un nuovo personaggio, con tutte le sue meccaniche e dinamiche narrative lontane dalla cultura afroamericana, Priest ha trovato nuovo vigore – un vigore notato dal presidente di Dynamite Nick Barrucci, che gli ha concesso la possibilità di scrivere la nuova serie dedicata alla figlia rinnegata del pianeta Drakulon, Vampirella.

Un nuovo #1 di Vampirella non dovrebbe suscitare particolare scalpore: personaggio pop riconosciuto ma riservato ad una nicchia del fumetto,  la procace vampira extraterrestre è stata protagonista di una dozzina e mezzo di varie interpretazioni nel corso degli anni. Proprio per questo motivo, la sequenza iniziale di questo albo d’esordio permette a Priest e all’artista turco Ergün Gündüz di fare completa tabula rasa, permettendo ai nuovi lettori un entry point più tranquillamente digeribile, nonostante la scena presentata sia altamente disturbante.

Ferraglia, macchie di sangue, piccoli rovi ardenti, fumo e resti umani affollano il centro abitato di una città Americana come tante. Sullo sfondo di un terribile disastro aereo, una voce fuori campo, quella della nostra protagonista, ci racconta il mito della “yellow brick road”, la strada dai mattoncini gialli che Dorothy ne Il Mago di Oz percorreva allegramente con i suoi amici, in cerca di un modo per tornare a casa. In un primo squarcio di realtà, Vampirella esplicita il messaggio dietro la metafora, il viaggio alla ricerca di sè e l’importanza di tale strumento narrativo nell’intero sistema della letteratura Statunitense. Un messaggio positivo, che sottolinea la natura catartica e rivelatoria del Viaggio come concetto letterario – che cozza però con la disgustosa scena posta agli occhi del lettore. Paradossalmente, una ragazzina gira in bicicletta mentre corpi arsi vivi sono carbonizzati sui sediolini scaraventati fuori dall’aereo e un corpo morto in abiti stracciati raccoglie la sua testa mozzata dal prato. Vampirella, sporca di sangue ma perfettamente truccata, immobile nella sua bellezza, si incammina lontano dal luogo del disastro, lanciandosi in un urlo disumano – proprio mentre l’albo salta sei settimane in avanti.

Sdraiata sul divanetto del dottor Chary, “Ella Normandy” ripercorre i drammatici eventi che hanno portato alla morte di 170 persone nello schianto aereo. A differenza di tutti i #1 precedenti, Vampirella #1 di Christopher Priest e Ergün Gündüz pone la fredda realtà del “nostro” mondo a stretto contatto con l’eccezionalità, la soprannaturalità di Vampirella. Non esistono vampiri, lupi mannari, nè tantomeno extraterrestri dal pianeta Drakulon venuti dal cielo per proteggere gli strani abitanti del pianeta Terra. “Ella” racconta allo psichiatra lo scontro aereo avvenuto con Von Kreist, nemesi storica del personaggio: un lich, un generale prussiano della Prima Guerra Mondiale che ha ottenuto l’immortalità dopo aver battuto il Diavolo a carte, costretto ad uno stato di perenne decomposizione. Una storia assurda, che Chary trova impossibile assecondare.

I flashback di Vampirella permettono ad Ergün Gündüz di mettersi in mostra in un albo che, fino ad ora, lo ha visto piuttosto sommesso. La splendida sequenza iniziale ha lasciato spazio a talking heads piuttosto statiche, che sottolineano i limiti dell’artista turco come colorista. Tonalità plastiche e poco esaltanti mettono in evidenza il tratto sottile di Gündüz, che però sa perfettamente come gestire i corpi in movimento, realizzando un’ottima sequenza action a bordo dell’aeroplano in caduta libera. L’assenza di gravità, il corpo marcescente di Von Kreist e l’eleganza di Vampirella si mescolano in momenti drammatici, coronati dall’apertura alare della giovane Drakuloniana, momento che occupa un’intera pagina – ultimo punto esclamativo all’introduzione di Vampirella ai nuovi lettori.

L’introduzione del Dottor Chary risulta particolarmente interessante e chiave nella lettura dell’albo. Chary, pronunciato come sorry in inglese, discute di teologia, etica, morale ponendo la razionalità al di sopra di tutto – ma lo fa sfruttando il vernacolare ebonic, il modo di parlare puramente afroamericano. Si sorprende delle assurdità raccontate da Ella Normandy, ne discute la veridicità, diagnosticando un disturbo dissociativo della personalità in seguito al trauma. Ma, cosa più importante, Chary somiglia tremendamente allo stesso Christopher Priest. Il gioco dello scrittore, dunque, consiste nel rappresentarsi nella storia in corso e psicanalizzare Vampirella. Priest rimuove la conoscenza del contesto soprannaturale per donare al personaggio una nuova dimensione. Staccando qualsiasi vestigie del passato da Vampirella, Priest osserva la sua protagonista da vicino, azzerando qualsiasi conoscenza pregressa e donando ai lettori una vampira praticamente vergine.

“Vampires are the new negroes”, frase che rimane impressa alla prima lettura, riassume perfettamente il punto di vista di Christopher Priest, da sempre autore di “diversità” con i piedi ben piantati a terra. Un solido #1 apre le porte all’ennesimo rilancio dell’esule di Drakulon che fa dell’interessante analisi metatestuale sul personaggio il suo punto di forza. Tuttavia, l’albo potrebbe risultare una lettura ostica per chi non avesse alcuna conoscenza del personaggio – nonostante l’autore faccia il possibile per porre tutti i lettori sullo stesso piano. Artisticamente, il lavoro altalenante di Gündüz risulta a tratti ostico e difficilmente inquadrabile, riuscendo solo in rare occasioni a lasciare una buona impressione. Le 34 pagine di debutto della serie si chiudono con un classico cliffhanger e buone idee seminate per futuri sviluppi. Al momento, il futuro di Vampirella di Priest e Gündüz appare intrigante, seducente ma maledettamente misterioso.

First Issue

BLACK HAMMER/JUSTICE LEAGUE #1 di Jeff Lemire e Michael Walsh

Black Hammer/Justice League non appare una lettura imprescindibile, quanto piuttosto un fresco divertissment estivo per gli appassionati del genere, al momento con pretese narrative abbastanza limitate e più basato sui classici meccanismi del crossover.

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Wednesday Warriors #38 – dalla Donna Invisibile a Gesù Cristo

In questo numero di Wednesday Warriors:

Bam’s Version

INVISIBLE WOMAN #1 di Mark Waid e Mattia de Iulis.

Non ci sono altri scrittori nel mondo del fumetto come Mark Waid. Lo scrittore dell’Alabama ha sostanzialmente assunto il ruolo di “ponte” tra passato e presente, rimanendo legato al mondo dei supereroi DC Comics e Marvel dalla metà degli anni ‘80 ad oggi, alle soglie dei nuovi anni ‘20. Dopo tanti anni a contatto con calzamaglie e mantelli, è possibile affermare che Mark Waid “capisce” i supereroi, ne ha metabolizzato le meccaniche e, meglio di molti altri, ha compreso che il cambiamento è una componente necessaria per rimanere a galla in questo mondo. Alla luce di questa affermazione e dell’analisi di questo modus operandi, che già in passato ha rivitalizzato Daredevil, i Fantastici Quattro e Flash, Mark Waid continua il percorso accennato sulla sua Agents Of S.H.I.E.L.D. e trasforma la Donna Invisibile Susan Storm in una super-spia nella nuova miniserie Invisible Woman. Un personaggio solido, radicato nella memoria del lettore, osservato attraverso una nuova lente.
L’albo comincia dieci anni nel passato, in una giornata nevosa al confine tra l’Ungheria e la nazione fittizia del Bahzelstan e l’Operazione: Tempesta è in atto. Un uomo e una donna consegnano i documenti ad una coppia di guardie sotto una raffica di neve. Il lento procedere della routine viene improvvisamente spezzato dall’apparizione di un muro d’energia, un uomo ferito a terra e la necessità di risolvere un bel pasticcio in pochi secondi. I ritmi tenuti da Mattia De Iulis si fanno incalzanti – l’azione si svolge in attimi, ma la chiara sequenza di movimenti della matita concede fluidità a questa introduzione al cardiopalma. Waid e De Iulis, in una manciata di pagine, rendono credibile la Donna Invisibile nel ruolo: i poteri della “Mamma” dei Fantastici Quattro permettono un’efficace estrazione e la riuscita della missione. Campi di forza, invisibilità, ingegno, un powerset perfetto per dinamiche stealth che sembrava non esser mai stato sfruttato a pieno finora.
Il ritorno nel presente lascia respiro a Waid e De Iulis che “reintroducono” al pubblico il personaggio con due pagine praticamente perfette, un sunto di Susan Storm e dei suoi molti volti – madre, moglie, sorella, esploratrice, avventuriera, super-eroina e, come Waid ha stabilito, spia. La struttura di Invisible Woman #1 è forse l’aspetto più debole dell’albo. Dopo l’ottima sequenza che ha permesso al lettore di avere esperienza, in prima persona, delle capacità di Susan, l’esposizione della trama occupa più della metà delle pagine a disposizione e le “talking heads” del momento aggiornano la Donna Invisibile sul nucleo centrale della storia, il recupero del suo compagno d’operazioni disperso in Molovia, collegato al salvataggio di alcuni ostaggi Statunitensi nella nazione ostile. De Iulis mette in mostra le sue capacità da artista completo, arricchendo dialoghi piuttosto pesanti (e una retorica classica e abusata) con colori caldi e ottima gestione dei layout della pagina, che scandiscono i tempi della discussione.

In Invisible Woman #1 Mark Waid e Mattia De Iulis presentano l’idea, perdendosi un po’ troppo in formalità. Arrivati al lancio della missione in chiusura d’albo, i lettori troveranno una bella sorpresa, uno stimolo in più a proseguire la lettura. Con l’ostacolo della necessaria introduzione ormai alle spalle, il team creativo ha l’occasione di rivelare nuovi aspetti della Donna Invisibile che tutti conoscono.

Gufu’s Version

SECOND COMING #1 di Mark Russell e Richard Pace

Second Coming è una miniserie dal percorso editoriale travagliato: ideata e scritta da uno dei più talentuosi autori in forza alla DC Comics – quel Mark Russell di cui abbiamo già letto Flintstones, Snagglepuss e Wonder Twins – viene inizialmente annunciata nel contesto dell’ultimo, sfortunato, tentativo di rilancio della Vertigo per poi essere cancellata a seguito di un’ondata di proteste da parte di un pubblico benpensante che maldigerisce l’idea di un fumetto satirico con protagonista Gesù Cristo.
Chi ha già avuto modo di leggere le altre opere di Russell sa bene che l’autore, caratterizzato da una scrittura critica e satirica molto abrasiva, non è mai privo di quella sensibilità capace di spingere a riflessioni profonde e per nulla scontate estranee alla mera iconoclastia irriverente.
Capiamoci, il Gesù Cristo di Russell è tutt’altro che una presa per i fondelli del cristianesimo.

Il lieto fine di questa storia è che la DC Comics ha deciso di cedere a Russell e Pace tutto il materiale già prodotto e i relativi diritti di pubblicazione lasciandoli liberi di cercarsi un editore più coraggioso; i due, forti della pubblicità creata dal caso, sono così riusciti ad accordarsi con la Ahoy Comics per la pubblicazione.

Second Coming vede quindi la luce proprio in questo mese e inizia come il più classico e divertente fumetto satirico che fa leva sulle incongruenze che ogni lettore “casual” della Bibbia può riscontrare prendendo in mano il testo sacro.
Non c’è una pretesa di fondamento teologico né ci si inerpica in percorsi esegetici del testo, si tratta di una semplice lettura “leggera” del testo sacro: si va da Adamo ed Eva, si passa per Mosè e si arriva ai 33 anni di Cristo sulla Terra. Qui Pace adotta un segno abbozzato, indefinito, che descrive l’impossibilità della descrizione del Mito, accompagnato dalla palette cromatica molto ristretta – soprattutto ocra, terre e sfumature calde – scelta da Andy Troy. In contrasto tutto il segmento ambientato sulla Terra dei nostri giorni è caratterizzato da colori vivaci e dal lavoro di inchiostrazione molto netto e pulito di Leonard Kirk che restituisce un’atmosfera “Golden Age” al fumetto.
Il Padre del Vecchio Testamento spedisce il Figlio sulla Terra a “mettere su un po’ di spina dorsale” affidandolo alle cure del tostissimo supereroe Sun-man: quest’ultimo altri non è che una delle tante riproposizioni dell’icona di Superman, il canonico super-buono che sconfigge il male a suon di pugni.

Ma è proprio in contrapposizione con la superumanità di Sun-man che esce fuori l’aspetto più vero e innovativo, e teologicamente accurato, del cambiamento portato dal Nuovo Testamento: l’umanità di Gesù Cristo. Un’umanità che mette in discussione sia il Dio del Vecchio Testamento (quello dei diluvi universali, degli uomini trasformati in statue di sale ecc…) che il metodo canonico del fumetto supereroistico (come già fatto da Russell in Wonder Twins).
Russell e Pace riescono a elaborare la figura di Cristo e il fumetto supereroistico in toto riuscendo a farci ridere e a commuoverci contemporaneamente.
E questo è solo il primo numero.

First Issue

DOOM PATROL – WEIGT OF THE WORLDS #1 di Gerard Way, Jeremy Lambert e James Harvey

Godibilissimo per chi abbia letto il primo arco, questo albo può risultare freddo ai nuovi lettori, per i quali le sintetiche introduzioni dei personaggi non sono certo in grado di restituirne il percorso esistenziale. In questo senso, la scelta di azzerare la numerazione è fuorviante, ma le allusioni al passato fornite da Way hanno il merito di incuriosire i nuovi lettori senza appesantire la lettura agli appassionati.

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Wednesday Warriors #37 – da The Wild Storm a Doom Patrol

In questo numero di Wednesday Warriors:

Bam’s Version

THE WILD STORM #24 di Warren Ellis e Jon Davis-Hunt.

Ci sono voluti ventiquattro numeri per mandare il mondo in fiamme.

La guerra invisibile che ha separato il cielo e la Terra si rivela al mondo: da un lato Henry Bendix, direttore delle operazioni e capo del programma spaziale occulto Skywatch; dall’altro Miles Craven, leader delle Operazioni Internazionali e custode dei più grandi segreti del pianeta. E’ iniziato tutto da un uomo in caduta verso l’asfalto – immagine che, col passare del tempo, è diventata sempre più simbolica, metafora del conflitto tra le due agenzie. Il sottile equilibrio tra superpotenze Terrestri e extraterrestri venne rotto nel #1, quando Angela Spica sfruttò la tecnologia segreta della O.I. per salvare Jacob Marlowe, boss della HALO Corporation, vittima di un complotto. Gli ultimi numeri della serie hanno spalancato le porte della familiarità: l’enorme cast si è riunito, diviso e scelto da che parte stare. Lungo il percorso, Angie Spica ha incontrato volti familiari ai lettori del vecchio Universo Wildstorm – da Michael Cray ad Apollo e Midnighter, da Jenny Sparks a Jack Hawksmoor. La Tempesta Perfetta del titolo ha riformato l’Authority in maniera organica e follemente efficace, sparando un gruppo di soldati, metaumani e reietti come un proiettile al centro di un tornado. 

Il #24, finale della serie, si apre con una città in fiamme e uomini e donne, legati in maniera malsana a codici genetici alieni scatenare il caos per le strade. Bendix e Craven, dalle loro torri d’avorio, osservano i monitor riportare scenari catastrofici, mentre entrambi cedono alla disperata paranoia tipica degli uomini sull’orlo di perdere tutto. La collera, l’invidia e la voglia di supremazia spingono entrambi a gesti estremi, ottusi dalla loro sfida personale, coscienti di ciò che la loro guerra stia per scatenare – la fine del mondo.  La frenesia dell’azione coinvolge tutte le parti in causa. La risoluzione finale di The Wild Storm è il risultato di una lenta ma avvincente partita a scacchi – ma purtroppo per l’umanità, tra Skywatch e O.I. non si gioca per l’onore.
I protagonisti di Warren Ellis si confrontano in maniera schietta, seguono piani d’attacco e si lasciano sopraffare dall’emozione. Non ci troviamo di fronte allo squadrone ultra-militarizzato di The Authority. Qui Ellis si libera della veste politica, dissacrante e incattivita indossata dalla squadra originale. C’è spazio per dello humor, piuttosto paradossale e con uno spiccato gusto per l’assurdo. I nomi sono gli stessi, eppure i protagonisti di questa storia non hanno nulla in comune con chi li ha preceduti. Nei dialoghi e nelle caratterizzazioni di Ellis si nota un meraviglioso senso di disfunzionalità e nevrosi da nuovo millennio, che in egual misura permea la trama di tutto The Wild Storm – ed è incredibile quanto sia cambiata la visione distopica della società Ellisiana nel giro di un ventennio.

Jon Davis-Hunt e Steve Buccellato al tavolo da disegno sono liberi di seguire il proprio istinto: in un fumetto che storicamente ha fatto dell’azione à la John Woo e Michael Bay i propri punti di riferimento, Davis-Hunt ha saputo distinguersi, presentando uno stile più vicino ai Wachowski nella trilogia di Matrix – ipertecnologia, impianti cibernetici, poteri alieni, esplosioni, missili e proiettili hanno riempito le pagine in maniera aggraziata, saggiamente ritmata grazie ad una metodica gestione della griglia. Le pagine di The Wild Storm sono scandite dal movimento e sebbene tecnicamente ancora impreciso, Davis-Hunt colma le proprie lacune con uno sguardo registico invidiabile e fuori luogo, attentissimo nel massimizzare l’impatto dell’azione e il peso della recitazione dei propri personaggi.

Il climax del numero riesce ad essere perfettamente in linea con l’intero rilancio WildStorm – autocontenuto, soddisfacente, preciso nell’esecuzione: ventiquattro numeri di costruzione risolvono le varie linee narrative in maniera soddisfacente, aprendo le porte al lancio di WildCATS questo Agosto in DC Comics e lasciando volontariamente irrisolto un solo “mistero” legato ad alcuni, particolari bambini prodigio (chi ha orecchie per intendere…). Tuttavia, The Wild Storm è difficilmente considerabile un “perfetto entry point” per tutti i lettori. Approcciarsi ad una lettura così complicata e stratificata risulterebbe particolarmente arduo per chi non ha mai letto niente dell’originale universo WildStorm. Sebbene Ellis provi e riesca a creare un ground zero comune per il nuovo lettore, l’autore si affida ad alcune strutture narrative e dinamiche di continuity già affrontate in passato. La rielaborazione permette un processo di ringiovanimento ma, al tempo stesso, più volte sembra dare per assunte certe nozioni. Un difetto marginale per qualcuno, ma piuttosto indigesto per altri, al quale si sarebbe potuto rimediare con un più cospicuo supporto editoriale – anche una semplice pagina di riassunto avrebbe chiarito alcuni passaggi oscuri della trama.

Grazie ad una disastrosa serie di reazioni a catena e alla fobia collettiva per l’imminente collasso della società Occidentale, Warren Ellis e Jon Davis-Hunt hanno reinventato un complesso universo troppo spesso caduto vittima della propria natura anni ‘90. Costruendo una intrigante struttura action/thriller, gli autori hanno saputo modellare un reboot moderno partendo da un concept semplice e mai come oggi attuale: la pericolosità della tecnologia, dell’informazione e la loro militarizzazione. The Wild Storm è una tempesta perfetta di paranoia estremizzata, cospirazioni segrete, rivoluzioni necessarie e imperfezioni umane. Eppure non ci sono derive autoritarie, il cinismo si è trasformato in sarcasmo e la visione dei propri protagonisti è certamente più positiva, aperta e umana. Nel riaffrontare gli anni bastardi del suo periodo d’oro, Warren Ellis si riscopre e si trasforma in ottimista, celebrando l’ascesa della sua personalissima visione del futuro, trasformando in eroi un gruppo di “gatti randagi”.

DOOM PATROL: THE WEIGHT OF THE WORLDS #1 di Gerard Way, Jeremy Lambert e James Harvey.

Ci eravamo dati l’ultimo saluto con la Pattuglia del Destino in conclusione della Guerra del Latte, l’evento crossover con l’Universo DC che ha rimodellato la realtà e confermato come i piani multidimensionali non siano altro che una grande fiction che qualcuno si diverte ad osservare prender forma – sia questo “qualcuno” il lettore o una razza di alieni inebetiti di fronte alla TV. Quello di Gerard Way e la sua Doom Patrol era un arrivederci, più di un addio ed infatti, ad un anno di distanza, Doom Patrol torna con la nuova serie Weight Of The Worlds.

Il #1 della nuova miniserie si apre con una scena a dir poco squallida eppure geniale: Robotman, tornato alla sua forma umana di “Cliff”, è intento ad espletare le sue funzioni corporali più disgustose in uno sporco w.c. di un fast-food mexamericano, Taco Hell. Non c’è modo migliore, per Way e il suo co-scrittore Jeremy Lambert, di introdurre il visionario artista pop James Harvey al pubblico. Harvey, già noto per aver collaborato con l’editor Mark Doyle su “Batgirl” e alcune copertine di “We Are Robin”, è il primo segnale di una nuova aria in seno alla linea editoriale Young Animal. Aria decisamente più libera – si direbbe puzzolente, visto il contesto, ma sicuramente audace.

La prima pagina di Doom Patrol: Weight Of The Worlds #1 è un manifesto programmatico: è una piena decostruzione della pagina a fumetti tradizionale ed Harvey, da artista a 360° quale è, valuta l’impatto visivo e la composizione dell’immagine quanto la melodia del suono, l’armoniosità della melodia, calibrando ogni aspetto, anche il più bizzarro, in maniera dettagliata, quasi scientifica. Dall’alto della pagina, la parola “LIFE” viene ripetuta più volte, l’atto della defecazione è evidenziato da una sezione a parte, descritto come “a gentle violence”, una violenza gentile camuffata da tubi di scarico in alto a sinistra; i colori sono accesi, ma le tonalità pastello favoriscono l’atmosfera psichedelica di questa bizzarra scena d’apertura. Il lettore è portato a voltare pagina, accompagnato da una planimetria tridimensionale del fast-food, relegato all’angolo basso a destra, dove le dita coincidono col margine del foglio. Weight Of The Worlds si dimostra irriverente, senza ricercare alcuna volgarità: la peculiare scelta di James Harvey permette a Way e Lambert di staccarsi, immediatamente, dalla serie precedente, come nel reparto artistico così nello “spirito” di questa ritrovata Doom Patrol.

Giunti alla conclusione di essere “fan-fiction per qualche ciccione di fronte ad una tastiera”, i membri di Doom Patrol sono in piena crisi spirituale. Gerard Way e Jeremy Lambert ricuciono lo strappo che separa Weight Of The Worlds dal finale di Milk Wars con il giusto ritmo. Il necessario ritmo rilassato e la narrazione didascalica permettono un piacevole gioco di catch-up con i protagonisti della serie. Superato il cambiamento fisico e la trasformazione da robot ad umano di Cliff/Robotman, Way e Lambert si addentrano nella frammentata e turbolenta psiche degli altri personaggi. Crazy Jane cerca di mantenere salda la leadership del gruppo, tenendo d’occhio la sua stabilità mentale nel frattempo; Flex Mentallo aiuta Rita Farr, la Donna Elastica, a riprendersi dall’iperespansione del suo Io, evento che ha portato la donna a valicare le dimensioni; l’Uomo Negativo si affida alla pet therapy per combattere la sua depressione. Il teatrino patetico e strepitosamente umano di questa bizzarra famiglia tiene unito un #1 semplice, quasi scolastico, con l’inizio di un viaggio multiversale che possa “dare una ragione d’essere” alla Doom Patrol.

Ogni apparenza di scolasticità così come l’imboccamento del lettore vengono però spazzate via una volta concluso l’antefatto. Danny l’Ambulanza trascina la Pattuglia su un pianeta lontano, Orbius, dove strane creature globulari cercano di ottenere il massimo della forma fisica, allontanandosi dalla vergognosa forma sferica naturale correndo la Maratona Eterna sul Tapis-Roulant Infinito. Way e Lambert affrontano la questione da un punto di vista tutto particolare, lasciando che il fitness sfoci nel fanatismo e integralismo religioso. Non è certo casuale che la prima missione della Doom Patrol consista nello smantellare un sistema malsano che predica l’uniformità assoluta a scapito dell’espressione personale. Mentre l’epopea multiversale è solo all’inizio e Harvey, dal canto suo, riesce a rendersi unico nel suo genere, portando sugli scaffali un fumetto meravigliosamente pop, le atmosfere si fanno cupe e drammatiche sulla Terra, con Cliff costretto ad una dura presa di coscienza dopo una brutale conversazione con la madre.

Il tempo non è stato sicuramente signore con Doom Patrol: Weight Of The Worlds, che soffre la distanza con la serie precedente. Alcune dinamiche sono un po’ arrugginite ed aver cominciato con un #1 di “riassunto” non fa certo male alla digeribilità dell’opera per i nuovi lettori. Recuperare l’originale Doom Patrol (Milk Wars compresa!) di Gerard Way è un passaggio obbligatorio per ogni novizio alla Pattuglia del Destino, specialmente in questa moderna incarnazione. Doom Patrol: Weight Of The Worlds #1 fa quello che ogni buon fumetto dedicato al gruppo dovrebbe fare – ne sottolinea l’estrema umanità puntualizzandone le più insolite stranezze, giocando con il metatesto e divertendo il lettore, viaggiando verso confini inimmaginabili dell’Universo DC.

First Issue!

Lois Lane #1 di Greg Rucka e Mike Perkins

Giornalista senza remore in cerca della verità, donna decisa, moglie di un supereroe, consapevole di vivere un rapporto matrimoniale che non può essere definito normale per forza di cose, la Lois descritta da Rucka attraverso dialoghi e azioni è un personaggio a tutto tondo, di un realismo talmente vivo da rendere realistico, per vicinanza, anche il personaggio di Superman.

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Wednesday Warriors #36 – Da War of the Realms a Justice League Dark

In questo numero di Wednesday Warriors:

Gufu’s Version

MARTIAN MANHUNTER #6 di Steve Orlando e Riley Rossmo

Martian Manhunter è uno dei personaggi più “difficili” del panorama supereroistico: una sorta di clone di Superman (alieno il cui mondo è stato devastato da una catastrofe ecc…) ma senza l’umanità che contraddistingue l’alter ego di Clark Kent.
Alieno verde che arriva sulla terra già adulto, e quindi senza una famiglia che gli impartisca un’educazione umana, Martian Manhunter è sempre stato un personaggio con cui i lettori hanno fatto fatica a relazionarsi. Al di là dell’essere uno dei membri cardine della Justice League infatti il povero J’onn J’onzz ha sempre fatto fatica a raggiungere il grande pubblico.
Si possono individuare però due momenti nella sua storia in cui le potenzialità del Cacciatore Marziano sono state pienamente sfruttate e il suo background – sinceramente povero in origine – è stato approfondito in maniera notevole: la miniserie del 1988 ad opera di J.M. De Matteis e Mark Badger e la serie di John Ostrander e Tom Mandrake del 1998 durata ben 36 numeri.
A questi due capisaldi del personaggio si va ad aggiungere ora questa maxiserie di 12 numeri ad opera di Steve Orlando e Riley Rossmo.
Orlando è uno scrittore che alterna prove opache, soprattutto quando legato dalla continuity ingombrante dei personaggi di primo piano, a prestazioni davvero degne di nota (vedi il suo Midnighter): Martian Manhunter ricade felicemente nella seconda casistica.
Assieme a Rossmo riprende quanto già reso canone dagli autori sopra citati e aggiunge nuovi strati alla psicologia del protagonista: senza stravolgerne le caratteristiche principali, i due autori riescono ad approfondire il personaggio rendendoci più facile il processo di immedesimazione. Risulta quasi impossibile non empatizzare con una figura così fallibilmente umana.
Rossmo riparte da quanto fatto da Badger e struttura una società marziana complessa, aliena ma terribilmente simile alla nostra, come una sorta di riflesso, distorto nella sua mutevolezza, della nostra. Ad un primo sguardo sembra tutto estremamente caotico e strano ma la struttura del racconto è talmente ordinata che risulta impossibile restarne confusi, non ci si perde mai nelle tavole o nei dialoghi.
Nella sua specificità, quella di tralasciare la narrazione presente per concentrarsi sulla tragedia di J’onn J’onzz, questo sesto capitolo è leggibile e apprezzabile anche senza aver letto il resto.
Ma, se accettate un consiglio dato in tutta onestà, procuratevi anche gli altri albi.

JUSTICE LEAGUE DARK #12 di James Tynion IV e Alvaro Eduardo Martinez Bueno

Con questo dodicesimo numero James Tynion chiude la sua fase di costruzione della JLD: c’è un evidente progettualità a lungo termine tesa a dare una struttura all’universo magico della DC Comics e a tante testate troppo spesso lasciate all’estro dei singoli autori. Un parco personaggi, notevole e iconico quanto quello più strettamente supereroico e (quasi) sempre scollegato dal resto della macronarrazione del DC Universe, a cui la Justice League Dark prova a dare (restituire?) rilevanza sfruttando come volano l’iconicità di Wonder Woman.
Il lavoro di world building di Tynion non lascia indietro nulla nel suo tentativo di dare al lettore una precisa mappa di questa sorta di sotto-universo narrativo, un lavoro che restituisce diversi elementi di interesse, necessari per conferire il giusto spessore a tutto il suo progetto, rendendo però la lettura più faticosa nell’affrontare certe verbosità.
Ne giovano diversi personaggi, Detective Chimp su tutti ma anche Zatanna e la stessa Wonder Woman, approfondite come poche volte prima d’ora.
La nota indubbiamente più positiva di tutto l’albo, e di quasi tutti i precedenti, è la scoperta di Alvaro Martinez Bueno, disegnatore spagnolo dall’indiscutibile talento in grado di interpretare dozzine di personaggi, tra cui diverse icone della cultura pop, in maniera sempre coerente e riconoscibile pur riuscendo a imprimere la propria personalità nel tratto. Notevole in questo caso il suo lavoro, quasi meta-narrativo, sul layout generale. Martinez Bueno riesce a sfruttare tutta la pagina – spazi bianchi compresi – nella narrazione di questo scontro tra caos e ordine.
Sempre interessante e mai banale.

Bam’s Version

WAR OF THE REALMS #6 di Jason Aaron e Russell Dauterman.

War Of The Realms è un’anomalia: è un evento ricco di tie-in, one-shot, addendum e via discorrendo come da tradizione, eppure è sorprendentemente concentrato nell’essere un evento dedicato a Thor.  E’ un gran finale per sette anni di storie – ma non davvero, visto che il lettore potrà godere ancora della compagnia di Jason Aaron sul Tonante almeno fino all’Autunno inoltrato. War Of The Realms si incastra perfettamente nell’impressionante mosaico narrativo tessellato dallo barbuto bardo da Jasper, Alabama. Ma, continuando con i paradossi, War Of The Realms è tutt’altro che perfetto.

Nei cinque numeri che hanno preceduto questo ultimo albo, il Dio del Tuono ha compiuto un arduo viaggio di ritorno verso Midgard e il resto dei Dieci Regni, ormai completamente messi a soqquadro dall’invasione totale di Malekith. Per non cadere nella infida trappola degli spoiler, risulta più facile ed efficace riassumere tutto con un perentorio “Sh*t happened”; per Thor è dunque giunto il momento della resa dei conti. Incastrato nel cuore dell’Albero dei Mondi Yggdrasil, il Dio del Tuono è pronto al sacrificio finale: parole di sdegno escono dalla sua bocca mentre il mondo (contestualmente e letteralmente) va a fuoco. Le parole di Jason Aaron, narratore onnipresente, sono pompose, regali, si accompagnano magnificamente la rabbia volgare di Thor, imprigionato in una gabbia infuocata fatta dei propri errori dove, al centro, è posta l’unica speranza di redenzione.
Concetto importante e da non sottovalutare: sebbene la tanto anticipata Guerra dei Regni sia chiaramente il focus centrale, come da titolo, dell’evento, il ritorno di Thor è il vero epicentro della storia, quella che Jason Aaron sta raccontando sin dalla distruzione di Mjölnir e la caduta di Jane Foster.

La guerra infuria e il Dio del Tuono si riscopre umile: non può farcela da solo. Aaron e Dauterman, mai banali, tornano a sfruttare la gimmick delle multiple linee temporali. Gli echi del primo arco narrativo scorrono potenti in questo ultimo capitolo di War Of The Realms e la Tempesta dei Thor si scatena su Malekith: Russell Dauterman e Matthew Wilson sono protagonisti, uno impugna un martello che pesa come una matita, l’altro si scatena su una tavoletta grafica che riempie le pagine di azione vorticosa. Impossibile non rimanere strabiliati osservando lo scontro rompere la tavola, frantumare le vignette e riempire di roboanti onomatopee – firmate dal letterer Joe Sabino. Graficamente parlando, War Of The Realms #6 è una soddisfacente conclusione ad un Ragnarok “formato mini”, servito e confezionato al pubblico per impegnare la stagione calda di letture.
Per Jason Aaron, tuttavia, War Of The Realms non è che un capitolo necessario, fondamentale – ma non il climax che chiuderà i suoi lunghi sette anni sulla serie.

War Of The Realms è un rombo di tuono in una tempesta, una finestra in una storia più grande di Thor stesso, più grande dei piani di Malekith, del ritorno di Odino e Freija, più grande delle parole di Aaron, più grande del magnifico lavoro che Russell Dauterman e Matthew Wilson regalano al lettore. Sarà perchè l’industria a fumetti si pone al di sopra dello scrittore ma sapere con largo anticipo che questa gigantesca serie evento avrà più di un epilogo lascia al lettore un climax mozzato, efficace e potente, ma meno dirompente ed impattante. La natura stessa della Guerra dei Regni risulta troppo grande per risultare compatta come una martellata; per continuare le analogie con il Dio del Tuono protagonista, War Of The Realms è la scarica di fulmini di Jason Aaron che colpisce i suoi Avengers e una porzione dell’Universo Marvel, coinvolti in un evento prettamente Asgardiano. Molto della storia iniziata sul #1 – che abbiamo già recensito qui su Wednesday Warriors – diventa palta per i mattoni che altri autori ed Aaron stesso utilizzeranno per costruire la seconda metà del 2019 Marvel. Non c’è nulla di male in una pratica comune agli Eventoni delle grandi case a fumetti, ma di conseguenza viene a mancare qualche attimo di concentrazione legato ai personaggi centrali della storia.

Il War Of The Realms dell’Universo Marvel non è forte quanto il War Of The Realms che parla di Thor, di Malekith, del presente e del futuro del Dio del Tuono. La Guerra dei Regni termina in maniera fragorosa. Soddisfa il lettore ma non lo riempie, lo stuzzica e lo invita a proseguire nella lettura. Non c’è un vero climax, non c’è risoluzione – e tale non si può chiedere ad un Aaron e Dauterman stellari, ma consci del ruolo di questo evento. Un lavoro che prosegue le tonanti trame dello scrittore nel migliore dei modi, aprendo ad inediti scenari futuri e ad una Asgard che rinasce, insieme agli altri Nove Regni. Thor assume nuova rilevanza, inserendosi perfettamente nella narrativa che Aaron ha imbastito dal 2012.

First Issue!

USAGI YOJIMBO #1 di Stan Sakai

Sakai ormai gestisce la sua creatura con mano ferma e con la solita attenzione, con l’aggiunta gradita di una serie di note che approfondiscono la storia e la cultura nipponica del periodo.
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Wednesday Warriors #35 – Superman: Year One #1

In questo numero di Wednesday Warriors:

SUPERMAN: YEAR ONE #1 di Frank Miller e John Romita Jr.

Bam’s Version

Inserendo “Frank Miller hates” come ricerca su Google, il testo vi verrà auto-completato in “Frank Miller hates Superman”. Dell’odio di Miller nei confronti dell’Uomo d’Acciaio se n’è discusso sin da Il Ritorno del Cavaliere Oscuro, opera del 1986 che insieme a Watchmen di Moore e Gibbons rivoluzionò il concetto di supereroe per gli anni a venire.

Il Superman di Miller è sempre stato visto come servile, assoggettato dal Governo Statunitense – una chiave di lettura solo in parte corretta, dato che il suo era un compromesso necessario per mantenere la pace e proteggere i suoi compagni d’arme supereroi, messi al bando dal Governo anni prima. Quello di Miller, per alcuni, è sempre stato visto come un Superman umiliato, servo del sistema, cane da guardia di politici spaventati dall’eroe vigilante Batman, protettore degli innocenti. Superman agiva per un bene superiore, mascherato dalle bugie dei politici e dei capi di stato. Come tutti noi, almeno una volta nella vita, l’Uomo d’Acciaio si è fatto ingannare ed ha creduto in un futuro pacifico. Non bastò Il Cavaliere Oscuro Colpisce Ancora, sequel del 2001 della graphic novel originale, tantomeno il capitolo successivo, il più recente Razza Suprema del 2015. Il percorso di redenzione dell’Uomo d’Acciaio e la sua presa di coscienza del proprio ruolo nel mondo non furono capite da chi leggeva Miller, forse più concentrato a criticarne l’evoluzione artistica, le volute esagerazioni narrative o i lunghi ritardi nella produzione.

Con il debutto della linea “per adulti” Black Label, DC Comics ha approfittato dell’occasione per spingere sui propri personaggi di punta e tornare ad offrire serie a fumetti in formato prestigio dai toni sferzanti, audaci e sicuramente non convenzionali. In quest’ottica va fissato il ritorno di Frank Miller sul personaggio. Superman: Year One offre all’autore del Maryland una nuova occasione per tornare in quell’universo narrativo e raccontare le origini del “suo” Superman, accompagnato per l’occasione dai disegni di John Romita Jr.

Le 68 pagine dell’albo si aprono su Krypton, un pianeta sull’orlo della distruzione. La voce narrante appare impersonale, distaccata eppure metodica e “viva” nell’analisi delle emozioni e degli eventi che circondano il neonato Kal-El. Il narratore segue diverse prospettive: alle volte, il suo tono è solenne nel descrivere i venti del Kansas spezzati dall’atterraggio della navicella Kryptoniana, “come la Mano di Dio” che purifica il raccolto nei campi. Altre volte, si abbassa e si mescola alla voce degli abitanti di Smallville, diventa volgare e umana: Jonathan Kent prende “il bastardino” tra le braccia, chiedendosi di “cosa cacchio” sia fatto per pesare così tanto. La griglia rigida, ma mai soffocante, delle tavole di John Romita Jr. segue i primi giorni del piccolo Clark sulla Terra. La scoperta dei poteri è graduale e legata a momenti particolari della crescita di un bambino: le prime corse nei prati, accompagnate da balzi inumani; un boccone di pappa troppo caldo, che scatena la vista termica del bimbo Kryptoniano; una nottata di sonno inquieta, disturbata dal suono di milioni di creature, dalle più grandi alle più piccole, che friniscono, bubolano, gracidano, un tormento per un ragazzino che scopre il suo super-udito. Il Clark Kent di Frank Miller dorme e senza accorgersene vola lontano, risvegliandosi la mattina dopo in un campo di grano lontano. “Now, how the heck am I gonna get home?” si chiede, “Come cavolo faccio a tornare a casa?”. Il ragazzino venuto dallo spazio, caduto sulla Terra ricorda, forse non a pieno ma ricorda Krypton, sente l’istinto inconscio di volare lontano.

Le prime ventisei pagine dell’albo raccontano di un solo bambino e due famiglie – una perduta, l’altra trovata. Kal-El viaggia lo spazio in splendide tavole di John Romita Jr. per trovare una nuova casa ed un nuovo nome, la Terra, l’America, il Kansas di Clark Kent. La natura e l’educazione del giovanissimo Clark passano attraverso le parole schiette, sincere di Jonathan Kent e dei pomeriggi d’autunno passati a giocare a baseball in un campo, così come l’irrequietezza, il seme del dubbio dell’abbandono sembrano nascosti all’interno della navicella venuta da Krypton. Clark sa benissimo di essere destinato a grandi cose – l’ha sentito chiaro e tondo, come se il narratore di Superman: Year One parlasse anche a lui e non solo ai lettori. Frank Miller decide di non dare una risposta immediata e la narrazione si sposta nel futuro, verso un’età fondamentale nella crescita – l’adolescenza.

Per questa occasione, il narratore esterno si sposta in disparte, più precisamente nelle chiose ai pensieri e parole di Clark Kent. L’anno scolastico comincia all’insegna del bullismo, uno degli argomenti centrali dell’albo; prendendo in prestito una pagina dal Ragno della Casa delle Idee, Clark si trova sempre più pensieroso sulle sue responsabilità. Sente benissimo di avere il potere per fermare i bulli e dar loro una lezione, ma sarebbe giusto utilizzare le sue capacità in questo modo? L’ansia e il nervosismo sopiti si fanno sempre più evidenti, bollono e il ragazzino innocente di Smallville inizia a sviluppare insofferenza, un’aggressività tipicamente adolescenziale. Le parole e le raccomandazioni dei genitori gli stanno stretti, la sofferenza di chi gli sta intorno brucia. Metterlo “nei guai” è un modo interessante per far venir fuori l’indole altruista di Clark, che ha nei suoi migliori amici un gruppo di sfigati ed emarginati, “alieni” in un mondo normale. Anche quando il giovane mostra una briciola del suo potenziale, finendo per rompere il braccio ad uno dei bulli, la risposta è infinitamente più crudele. Clark ha disobbedito ai genitori, ha difeso i suoi amici, ha dato una lezione ai cattivi, ma alla fine ciò che gli rimane è aver ferito ancora di più chi pensava di proteggere.

Il ritmo della narrazione si fa più intenso. Come il protagonista, il lettore si trova a dover interrogare la natura di questi atti crudeli, dalle uova in faccia alle bastonate, dagli armadietti zuppi d’acqua fino all’atto estremo, un tentato stupro. Gesti estremi ma mai troppo da sembrare surreali o improbabili nel “nostro” mondo. Superman: Year One rende Smallville maledettamente reale per la sua natura bieca, nella quale i personaggi positivi si sentono accerchiati e minacciati. Per Miller e Romita Jr., la vita al liceo di Smallville è un continuo ciclo di sopravvivenza, un posto in cui oggi sei il re e domani il giullare – una visione da cliché, stereotipata ma in fondo veritiera. Il figlio di Ma’ e Pa’ Kent rompe la griglia di Romita Jr. nella prima grande splash page dell’albo. Clark vola e salva Lana Lang dagli aggressori. Quello che il “Clark umano” non poteva fare viene spazzato via nel primo atto di maturazione del “Clark superumano”, audace, folle, spontaneo, eroico. Torna il narratore esterno per descrivere al lettore la magica sensazione del primo volo di Clark Kent, il rumore del battito del suo cuore che fa sbocciare la love story con Lana, le nuvole ad un passo. La fase adolescenziale di Superman: Year One si interrompe qui.

Il rapporto di Clark e Lana Lang è una nota tenera necessaria dopo venti pagine piuttosto ciniche. Le love story non sono mai state il fiore all’occhiello di Frank Miller, ma essendo questa la loro prima esperienza l’autore si lascia andare a qualche benvenuta tenerezza tra i due, corredata da una splendida sequenza che illustra e racconta l’emozione dei primi baci tra i due. Le parole del narratore si fanno volutamente smielate ed i primi voli nell’aria del giovane Kent sembrano quasi il naturale effetto di una freccia di Cupido.
Clark matura e la rabbia sembra sbollire, le idee si chiariscono e le parole del padre acquisito – così come quelle di Jor-El – si imprimono nella mente: “Sveglia, figlio mio, sveglia. Un mondo di meraviglie ed orrori ti attende. Un mondo che ha bisogno di te, ha bisogno di essere salvato.” Dopo una lunga giornata nei campi, illuminati dal Sole, Clark confessa al padre di essersi arruolato in Marina, di aver accettato il suo consiglio e di aver necessario bisogno di conoscere il mondo che lo ha accolto. Una scelta sofferta ma responsabile, una scelta che molti ragazzi normali come lui fanno a quell’età. Non la scelta di un supereroe, ma di una persona comune che vuole dare qualcosa a chi lo ha cresciuto, vuole proteggerli e vedere il mondo.

Con una narrazione semplice, serrata ma mai tremendamente pesante o cupa, cinica – specialmente dato il contesto narrativo e la continuity in cui si inserisce – gli autori stagliano il loro giovane Superman in maniera innovativa, fresca e soprattutto nuova. Non risparmiano sui dialoghi né sull’abbondanza di pensieri e descrizioni, anche a costo di risultare ridondanti. Le linee di John Romita Jr. sono le più classiche del figlio d’arte di casa Romita: la velocità d’esecuzione può essere scambiata per superficialità, ma l’impatto delle tavole chiave dell’albo raggiungono l’effetto sperato.

Con Superman: Year One #1 Frank Miller non sembra assolutamente dare più alcun adito alla strana, bizzarra teoria del suo odio verso Superman. Semmai, questo #1 conferma quanto Frank Miller ami Clark Kent e ciò che rappresenta. Il Kansas e Smallville giocano un ruolo fondamentale nella crescita di Kent quanto la sua nascita su Krypton. Qui vero e proprio Alieno Americano, molto più che nella miniserie omonima di Max Landis, il Clark Kent di Frank Miller e John Romita Jr. rappresenta una sfida non solo alla readership tradizionale di Superman, ma soprattutto al preconcetto che si ha di Frank Miller e del suo rapporto con Superman.

Gufu’s Version

Nella letteratura di tipo seriale esistono due tipi di continuity, una ufficiale e una che potremmo definire individuale.
La seconda riguarda l’esclusiva esperienza di ogni singolo lettore ed è composta dalle storie che lui ha letto e che ha coscientemente inserito nell’elenco di quelle che egli ritiene essere il canone relativo a un determinato personaggio.
La cosiddetta continuity individuale non può quindi essere terreno per confronti specifici, né può essere base di una qualunque critica che possa definirsi anche lontanamente oggettiva, in quanto riguarda esclusivamente la sfera personale di ognuno di noi e in quanto tale è assolutamente soggettiva. Per farla breve non si può dire che un fumetto debba rispondere a determinati canoni che sono frutto di un’esperienza esclusiva.
La continuity ufficiale invece è ben altra cosa e riguarda quell’insieme di storie che il proprietario dei diritti di quel dato personaggio decide siano parte della storia effettiva dello stesso.
Superman: Year One è assolutamente fuori dalla continuity ufficiale e lo è per un motivo essenziale: quello di permettere a due degli autori più importanti della storia del fumetto di lavorare alla loro personale rilettura del mito dell’Uomo d’Acciaio senza dover sottostare ai vincoli della “burocrazia”.
Nella lettura, e nel conseguente giudizio, di Superman: Year One è quindi fondamentale tenere a mente che ci troviamo di fronte all’elaborazione di una continuity individuale, somma delle due diverse concezioni che i due autori hanno di Superman.
Possiamo chiederci quindi che senso abbia un’operazione del genere visto che, muovendosi al di fuori dei canoni dell’ufficialità, teoricamente non potrebbe incidere in maniera determinante sull’iconografia del personaggio. La risposta è tanto semplice quanto evidente anche a chi guardi distrattamente la copertina dell’albo: è scritto da Frank Miller.
E tanto basta.
Da Miller ci si aspetta sempre una rilettura che ridefinisca il personaggio in maniera determinante anche in contesti ufficiosi (vedi “Il Ritorno del Cavaliere Oscuro”), e nel momento in cui l’autore mette mano a un’icona come quella di Superman è lecito quindi pensare che vedremo qualcosa di veramente diverso dal solito e altrettanto determinante per il futuro dello stesso.
In un certo senso è proprio quello che succede in questo primo albo: questo giovane Kal-El non è l’Uomo d’Acciaio di Byrne, tanto meno quello post-Flashpoint o quello delle storie di Otto Binder e Curt Swan. Frank Miller attinge e rielabora il Superman primigenio di Jerry Siegel e Joe Shuster per ridefinirne il Mito.
In quest’ottica è fondamentale, quanto complessa nella sua intelligibilità, la scelta narrativa dello scrittore del Maryland: la narrazione in prima persona, che caratterizza gran parte della sua scrittura, viene leggermente spostata, decentrata, proponendosi non più come una soggettiva quanto come una semi-soggettiva dalle caratteristiche più cinematografiche che letterarie. Il narratore, parzialmente onnisciente, pone l’ipotetica cinepresa alle spalle dei protagonisti, descrivendoci il loro punto di vista, spostandosi da personaggio a personaggio e offrendo ogni volta una diversa angolazione del racconto: una volta è Clark, un’altra è Jonathan, poi Martha e così via…
Come è normale che sia, gran parte del racconto si svolge dalla prospettiva del piccolo Kal/Clark mostrandocelo come già cosciente al momento della tragedia di Krypton e durante la solitaria traversata del cosmo fino all’arrivo sulla Terra: questo espediente permette al lettore di vivere assieme al piccolo Kal-El la tragedia della perdita dei genitori che si somma all’esperienza della più assoluta solitudine vissuta durante il viaggio interstellare. L’arrivo sulla Terra quindi si disvela ai suoi/nostri occhi come una vera e propria salvezza, carica di luce – il sole che dona al Kryptoniano i suoi superpoteri – e di vita, in contrasto con la sterilità asettica di Krypton.
Miller enfatizza, forse anche eccessivamente, il rapporto tra i sensi supersviluppati di Clark e il mondo che lo circonda, un mondo talmente vasto e interessante che non può fare a meno di mettere il nostro eroe nella prospettiva di chi vuole esplorarlo.
Tutto il racconto è talmente permeato da questa soggettività che il duo di autori sceglie di mettere in secondo piano ogni velleità di realismo: ad esempio l’arrivo del bimbo viene accettato da Martha con un’incredibile nonchalance e non si fa cenno alle pratiche di adozioni con le relative giustificazioni. La stessa Smalville viene descritta come un luogo che non esiste e non è mai esistito nella realtà degli Stati Uniti, è più un’icona, un luogo idealizzato, che non la rappresentazione di una vera cittadina del Midwest.
Tutta la prima parte dell’albo è smaccatamente naif e tradisce un ottimismo che Frank Miller raramente mostra nelle sue opere: a differenza di gran parte delle altre “storie di origini” qui, come nella prima versione scritta da Siegel e Shuster, Clark ha i superpoteri sin da piccolo. Questo però non lo rende un piccolo dittatore crudele come mostrato, in un’ottica decisamente plausibile, da Rick Veitch nel suo Maximortal; il Clark Kent di Miller non diventa “buono” per via dell’impossibilità di accedere ai propri superpoteri prima di subire l’educazione genitoriale, come invece accade dal Man of Steel di Byrne in poi, ma lo diventa per scelta, perché così viene cresciuto ed educato dai genitori adottivi: i due accettano la diversità del figlio senza alcuna paura – e con un rigore morale che sa molto di “American Way of Life” – descrivendo un percorso formativo diverso da quello visto, ad esempio, sugli X-Men o sullo stesso Man of Steel di Zack Snyder.
Qui i superpoteri sono un dono e non una maledizione da temere.
Questo velo di ingenuità viene però strappato, verso la metà della storia, da un’invasione perentoria di una realtà molto meno idealizzabile, un punto di svolta significativamente crudo che ha fatto sollevare non poche sopracciglia nel mondo della critica statunitense e che è sottolineato dall’unica spread page che JRJR si concede in tutto l’albo. R
ileggendo le prime pagine alla luce di questo avvenimento si nota come Miller e Romita avessero inserito, quasi subliminalmente, degli indizi – un sottotesto inquietante – che lasciavano percepire una realtà non così idilliaca come può sembrare inizialmente. Si tratta, in tutta evidenza, della prima vera battaglia “per la Verità, Giustizia e tutto il resto”: è il primissimo passo di Clark Kent per diventare quell’icona eroica e supereroica che è Superman, il primo capitolo di un racconto di formazione che assume i contorni del Grande Romanzo Americano che ogni scrittore statunitense ha nel cassetto.
La narrazione prosegue compassata per tutte le 64 pagine e lo stesso Romita Jr imposta la sua gabbia nel modo più ordinato possibile, evitando tagli e inquadrature ardite cadenzando un ritmo costante e privo di rilievi significativi pur restando, grazie alla sintesi raggiunta da JRJR negli ultimi anni, una lettura agevole nel suo complesso. Probabilmente delle chine più corpose, rispetto al tratto esile di Danny Miki, avrebbero giovato in un’ottica di maggior tridimensionalità e forza delle immagini, ma il lavoro dell’inchiostratore risulta comunque adeguato al tono ricercato dall’opera.
Il Superman di Miller e Romita Jr si presenta in questo primo capitolo come un’interessante atto di fedeltà e amore per il personaggio originale, sebbene privo di quella carica simil-socialista che caratterizzava i primi numeri di Action Comics poi ripresa da Grant Morrison nel 2011, dove la prospettiva originale viene ribaltata: se il Clark Kent goffo, imbranato e pavido era la rappresentazione di come Kal-El vedeva gli esseri umani, qui quella prospettiva è introiettata e gli autori ci mostrano il punto di vista del Kryptoniano, alieno come poche volte prima d’ora, sulla fragilità umana di chi lo circonda.

First Issue!

EVENT LEVIATHAN #1 Di Brian Michael Bendis e Alex Maleev

Ci sono oggettivamente pochi team creativi in grado di tenere in piedi un intero albo composto principalmente da un dialogo e uno di questi è sicuramente quello composto da Bendis e : se c’è una cosa che un aspirante scrittore di fumetti può e deve imparare da Bendis è proprio la sua capacità di costruire dialoghi credibili in maniera estremamente intelligente. Questi non si sovrappongono mai a quanto già raccontato dai disegni e, laddove non forniscono elementi di intreccio, aggiungono profondità ai personaggi senza che questi ultimi “spieghino” in maniera didascalica loro stessi.
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Wednesday Warriors #33 – da DCeased a Meet the Skrulls

In questo numero di Wednesday Warriors:

Bam’s Version

MEET THE SKRULLS #5 di Robbie Thompson e Niko Henrichon.

La vita tra gli uffici di una grande casa editrice non dev’essere tutta rosa e fiori – artisti, scrittori, coloristi e letteristi sono legati virtualmente dall’editor, che deve rispondere poi all’editor-in-chief, che deve parlare poi con il marketing, ecc.ecc. Un’abbondante dose di responsabilità passa dalle mani alla mente di diversi elementi, con ogni componente pronto a dover dar battaglia per valorizzare il proprio ruolo e le proprie idee. In una industria a fumetti sempre più spinta verso i Grandi Nomi e con meno attenzione rivolta alle “seconde linee”, certe volte ogni piccola storia, ogni vignetta, ogni singolo balloon può fare la differenza.
Meet The Skrulls nacque sotto questi tormentati auspici, ideata dello scrittore Robbie Thompson, supportata dall’editor Nick Lowe: una famiglia di Skrull infiltrata sulla Terra, un nucleo di personaggi costretto a restare nell’ombra e ad integrarsi, sulla falsariga di serie di successo come The Americans. Un concept difficile da vendere, ma che ha trovato lo spiraglio giusto per essere pubblicato dopo il successo della pellicola Captain Marvel – ma, fortunatamente, gli Skrull cartacei risultano ben più interessanti delle loro controparti filmiche. Tuttavia, Meet The Skrulls non riesce a scrollarsi di dosso l’etichetta da serie di seconda o terza fascia, pur riuscendo a chiudere, in soli cinque numeri, una storia intrigante con personaggi piuttosto complessi.
Thompson ha costruito una interessante serie di eventi che, tra passato e presente, ha ingarbugliato i rapporti della famiglia Warner: dietro la famiglia di Stamford, Connecticut, composta da Carl, Gloria e le figlie Madison e Alice, si nascondono infidi alieni mutaforma, mortalmente intenzionati a portare a termine la loro missione e sventare il Progetto Blossom.
Ma sotto la trama principale dalle tinte spy, costruita in periferia del Marvel Universe, staccandosi dal palcoscenico principale, Robbie Thompson ha saputo nascondere un’intrigante riflessione sulla effimera natura dei rapporti famigliari – e cosa vuol dire fingere, mentire e non essere sinceri all’interno di una famiglia.
La natura effimera della persona Skrull, dove il volto, la voce e l’aspetto cambiano forma a seconda dell’occasione e della convenienza, diventa un punto focale, lente d’ingrandimento per analizzare al meglio la natura di una famiglia spezzata, sacrificata in nome dell’Impero della missione. Se per Carl e Gloria la transizione tra il loro pianeta natale e la loro permanenza sulla Terra è stata faticosa, per le figlie Madison e Alice il completo assorbimento nella cultura Terrestre spinge ad interrogarsi sulla natura della missione stessa, sull’individualità al di fuori della famiglia e su cosa vuol dire rapportarsi alle uniche persone che sembrano comprenderci.
In una serie che dosa con il contagocce le proprie scene d’azione e si affida principalmente al dialogo come mezzo di spostamento lungo la trama, l’importanza di un’artista come Niko “Pride Of Baghdad” Henrichon sta tutta nei momenti di quiete, nel gusto europeo, delicato, morbidissimo della costruzione delle figure e dei design e nella capacitá di distorcere, camuffare e smascherare gli inganni Skrull al momento decisivo. Robbie Thompson ha tenuto un ritmo lento per gran parte della miniserie, gestendo al meglio i colpi di scena e le rivelazioni: ne deriva una sottile tensione che sembra pervadere lo spazio bianco tra le vignette, che lega ogni piccolo mutamento del viso dipinto da Henrichon.
La conclusione della serie e la lettera dell’editor Nick Lowe in chiusura del numero segnano la fine delle avventure della famiglia Warner, protagonista di Meet The Skrulls, serie audace ma fortemente penalizzata dalla sua natura “di nicchia”. Intrigante se si ama un certo tipo di thriller psicologico, qui diluito con spruzzi di Universo Marvel, la miniserie di Robbie Thompson pecca nel ritmo lento, sostanzioso ma troppo poco esplosivo per lasciare un vivido impatto nel lettore casual. Gli splendidi disegni di Niko Henrichon accompagnano una trama comunque solida e ricca di spunti di riflessione sul sempre interessante confronto nature vs. nurture.

DEATHSTROKE #44 di Christopher Priest e Fernando Pasarin.

Attenzione: dato il contenuto dell’albo, la recensione contiene spoiler.

È possibile dare ancora risalto alla morte nel mondo del fumetto nel 2019? La fine della vita terrena, come un divorzio sancito dal Demonio o la nascita di una nuova nemesi dal passato oscuro di un eroe, diventa un cliché, un plot point da sfruttare a proprio piacimento per ringalluzzire le vendite, disturbare i lettori, scuotere le fondamenta della propria storia. Per Christopher Priest, la morte di Slade Wilson diventa il modo perfetto per tornare ai vecchi fasti – e rimettere Deathstroke in carreggiata.
Il terzo anno editoriale della serie dedicata all’Assassino Più Letale del DC Universe ha visto ogni sorta di sconvolgimento: lo scontro con il Cavaliere Oscuro ha messo in dubbio l’identità del padre di Damian Wayne, l’incarcerazione ad Arkham ha minato la sanità mentale del lettore come quella di Deathstroke e gli effetti del Contratto Terminus e del cross-over con i Teen Titans di Adam Glass hanno distrutto la fiducia del gruppetto adolescente – e lasciato Slade orizzontale, steso in una bara di mogano.
Elegy, primo capitolo di Deathstroke R.I.P., inizia con il confronto tra Deathstroke e Superman, avvenuto nel primo arco narrativo della serie. Un necessario reminder che Priest lascia al lettore, un modo per ricordare quanto lontano sia arrivata questa storia, tenuta insieme dalla sempreverde discussione sulla “vera natura” di Slade Wilson, un uomo costantemente frenato dalla sua morale deviata e dal suo atteggiamento nichilista, due elementi che impediscono a Deathstroke qualsivoglia forma di eroismo.
Entra in gioco Fernando Pasarin, artista che riempie il vuoto lasciato da Carlo Pagulayan con una sequenza iniziale che, da sola, vale il prezzo dell’albo. Una gigantesca splash page riprende, dall’alto, la pira funeraria allestita per salutare per l’ultima volta Slade Wilson: i volti peggiori dell’Universo DC si alternano in elogi funebri e ultimi insulti volti ad accompagnare Deathstroke nell’oltretomba, un momento che mette in risalto la potenza narrativa del team creativo: i testi graffianti e sarcastici di Priest che riempiono la griglia rigida, cinematografica di Pasar in, mentre figure come Talia Al-Ghul, Raptor, Terra e tanti altri lasciano la loro impressione del tristemente defunto. L’atmosfera lugubre per quei pochi che davvero amavano Deathstroke stona e stride con il sadico senso dello humor Priestiano, un contrasto efficace per un albo che analizza il mondo costruito intorno al personaggio principale e le ripercussioni che la morte di quest’ultimo hanno su tutti i personaggi incontrati finora. Damian Wayne affronta il peso della responsabilità, così come Jericho, il figlio incompreso di Deathstroke, rifiuta la morte del padre, al punto tale da lanciarsi in uno sprazzo di collera contro gli attendenti al funerale.
Priest non abbozza, non si perde in retorica. Non lo ha mai fatto, del resto. Con i personaggi che ha sapientemente gestito in ben quarantaquattro numeri di storia, Priest analizza la situazione, osservando pro e contro, tracciando insieme a Pasarin il futuro della testata – e chi erediterà l’identità di Deathstroke. Con il finale della serie che si avvicina all’orizzonte, lo scrittore riunisce tutto il cast in una situazione paradossale, un circo cinico e macabro venuto a rendere omaggio al direttore venuto a mancare. Deathstroke resta la sleeper hit della linea editoriale DC, una storia però troppo complessa e complicata da poter essere facilmente digerita tramite Wiki e riassunti. Il gioco di Slade sembra essere giunto al termine e Priest vuole mostrare al lettore cosa succede quando la morte – a fumetti – torna ad essere rilevante.

Gufu’s Version

DCEASED #2 di Tom Taylor, Trevor Hairsine, Stefano Gaudiano

DCeased è un fumetto supereroistico che vuole sembrare un fumetto di zombie ma che non vuole essere (solo?) un fumetto di zombie.
È il paradosso generato da certe regole commerciali che sovrastano le esigenze narrative: da qui la scelta di utilizzare cover di chiaro taglio horror a tema zombie, come quella inquietantissima di Lenil Francis Yu per questo numero, che aiutano il prodotto a posizionarsi in un mercato affollato di proposte omogenee e spesso difficilmente distinguibili tra loro.
Questo desiderio di sembrare qualcosa ma di provare ad essere qualcos’altro, o quantomeno metafora di altro, è particolarmente evidente osservando il taglio realistico che Trevor Hairsine utilizzato nelle sue tavole: non si eccede in una narrazione grottesca che indugi sull’effetto horror/splatter prediligendo invece un’impostazione più vicina al supereroistico classico alla Neal Adams. Solo il lavoro di inchiostrazione più carico di neri, ad opera di Stefano Gaudiano, tradisce un sottotesto più inquietante che, accompagnato alla palette di colori crepuscolari di Rain Beredo, conferisce all’albo il giusto tono orrorifico senza però ricorrere a una narrazione più sguaiatamente sottolineata.
In un albo più imperniato sui personaggi che sull’intreccio, il trio di artisti riesce a descrivere il mondo post-apocalittico tramite la narrazione in background e l’espressività dei volti dei personaggi non coinvolti direttamente nella narrazione.
In DCeased infatti Tom Taylor assimila la lezione di The Walking Dead e concentra il suo racconto sui personaggi, sulle loro reazioni agli eventi cataclismatici in atto, facendo in modo che l’orrore insorga dal rapporto empatico e dal lavoro di immedesimazione del lettore con i personaggi. Qui lo scrittore dimostra di possedere una notevole padronanza dei personaggi utilizzati – Superman e famiglia, Batman e famiglia, Freccia Verde, Lenterna Verde, Black Canary e altri – riuscendo a delinearli efficacemente nel giro di poche battute e dialoghi per poi proiettarli verso svolte inedite, più difficili da realizzare nella continuity classica: forte dell’esperienza maturata su Injustice, Taylor esplora le potenzialità di personaggi come Black Canary sottoponendoli a quello che potremmo definire come uno “stress test” collocandoli al di fuori dei loro ambiti abituali restituendo così ai lettori delle figure più tridimensionali.
Questo secondo numero di DCeased è quindi un incredibile lavoro di esposizione e world building (o forse world destroying?) che però mette in secondo piano una trama che, al momento, sembra più in pretesto per giocare liberamente con i personaggi che il fulcro del racconto stesso.
Un secondo albo carico di emozioni intense con un vero colpo al cuore sul finale.

JUSTICE LEAGUE #25 di Scott Snyder e Jorge Jimenez

Speranza.
È questo il filo conduttore che lega le ventidue tavole di Jorge Jimenez in un’alternanza continua tra scene puramente “action” e altre più riflessive: il disegnatore spagnolo si conferma come uno degli interpreti più efficaci del linguaggio supereroistico, capace di stupire il lettore con una narrazione “sopra le righe” – caratterizzata da profondità di campo infinite, layout destrutturati ma mai scomposti e scelte indovinate dei momenti da rappresentare – ma sempre consapevole di sé. Impressionante anche la sua capacità di declinare questa esplosività stilistica in contesti più intimisti, come appunto la tavola di apertura e tutto il conseguente viaggio introspettivo di Superman.
Un viaggio, in cui Jimenez gioca con i contrasti luce/ombra sottolineati dalle scelte cromatiche di Alejandro Sanchez, che porta Superman – il perno attorno a cui gira tutto l’albo – dall’ombra alla luce per giungere ad un finale esplosivo sia in termini emotivi che in prospettiva puramente narrativa.
Tutto l’albo è una continua costruzione di momenti tensivi che portano il lettore alla risoluzione finale in uno stato di apnea: liberatorio.
Dopo un approccio un po’ goffo e sostanzialmente dimenticabile sulla testata Superman Unchained, Scott Snyder dimostra di aver colto l’essenza del Primo Supereroe delineando una figura supereroica ma pienamente umana, ancorata ai suoi legami passati e presenti, che riesce ad essere risolutore, Deus Ex Machina, e portatore di speranza.
Non è un caso che tutto il “piano” di Batman sia imperniato saldamente nella Fede [il maiuscolo non è un refuso] che l’Uomo Pipistrello ripone nell’Uomo D’Acciaio.
Conclude l’albo una storia di James Tynion IV e Javier Fernandez che rinarra quanto già letto su DC’S YEAR OF THE VILLAIN SPECIAL #1

Wednesday Warriors #32 – Da Doomsday Clock a Heroes in Crisis

In questo numero di Wednesday Warriors:

Bam’s Version

DOOMSDAY CLOCK #10 di Geoff Johns e Gary Frank

«Sto pensando a come il nostro universo debba apparire da una prospettiva super-dimensionale. Piatto. Completo. Eppure con infiniti inizio e fine. Sempre diverso.  La storia è lineare, ma posso saltare da una pagina all’altra. Seguendo un ordine e una direzione qualsiasi. Avanti nel tempo, verso la Conclusione. Indietro, verso la scena iniziale. I personaggi non sembrano consapevoli di essere osservati da me, ma i loro pensieri sono trasparenti, contenuti in nuvolette senza peso. È così che il continuum bidimensionale appare ai vostri occhi. Immaginate come deve sembrare il vostro mondo 3-D a me.
Le vostre pagine già scorse, le vostre continuity future. Conosco le vostre origini. Le identità segrete che nascondete persino ai vostri cari. Posso leggere i vostri balloon di pensiero. So cosa avete in mente di fare

Parlare di Doomsday Clock #10 con una citazione tratta da Multiversity #4 dev’essere una sorta di contorto loop mentale – due opere scritte da autori profondamente diversi, accomunati dall’incredibile rilevanza storica e narrativa dei propri contenuti. Entrambe le opere sono altrettanto accomunate, però, dal loro punto d’origine, dall’analisi e cura nella dissezione delle formule, tematiche e strutture del colosso del fumetto che li ispira, Watchmen di Alan Moore e Dave Gibbons.

Ma se la Pax Americana di Grant Morrison e Frank Quitely propose una ri-narrazione di Watchmen, una sua visione alternativa, una distorsione dell’opera prima, Doomsday Clock ha saputo evolversi e camminare lontano dal tracciato di Moore e Gibbons, offrendo un vero e proprio seguito ad un fumetto che, di sequel, non ne aveva bisogno. Il giorno del suo annuncio, Doomsday Clock spaccò il pubblico in due: l’inserimento dei personaggi di Watchmen e soprattutto del Dottor Manhattan nella continuity tradizionale DC Comics fece gridare allo scandalo – ultima mossa di una disperata (?) direzione editoriale senza più inventive ed idee; allarmismi e dichiarazioni sciocche, figlie di chi legge di fumetto ma, concedetemi il termine, non lo capisce mai fino in fondo.

Con soli due numeri a separare la storia dalla conclusione, Geoff Johns e Gary Frank pongono il Dottor Manhattan al centro del palcoscenico, assoluto protagonista di questo imponente decimo numero. La storia comincia con una delle tante sottotrame che il team creativo ha costruito lungo il corso della storia – la vita di Carver Coleman, attore della Golden Age Hollywoodiana ed interprete del personaggio Nathaniel Dusk, investigatore pulp degli anni ‘30. Fino ad oggi, Coleman non aveva avuto particolari interazioni con l’Universo DC. La sua presenza nella trama sembrava marginale e, in certi passaggi, addirittura invadente – eppure, l’arrivo del Dottor Manhattan nel “nostro” Universo DC cambia la vita di Carver Coleman. Come un angelo custode, Manhattan sfrutta la sua onniscienza multiplanare per ritoccare la vita di Coleman, guidandolo nel suo percorso.
Johns semina i primi indizi: Manhattan misura i suoi poteri, mettendoli in diretto contatto con elementi esterni al suo mondo. “La galassia meno complicata” diventa alterabile e malleabile e, lontano dal giogo di Moore e Gibbons, Manhattan assume un ruolo metanarrativo andando ad intervenire direttamente nella vita di un personaggio reale, basato e rielaborato a sua volta da una creazione a fumetti di Don McGregor e Gene Colan. “Nathaniel Dusk” assume dunque un ruolo fondamentale in “Doomsday Clock”.

La griglia a nove vignette Watchmen-iana sembra, mai come in questo numero, stare stretta a Gary Frank, che gioca con le inquadrature, il movimento dei personaggi e il loro posto nell’Universo proprio come Manhattan. La narrazione diventa serrata, la mente dell’Uomo elevato a Dio fugge in continuazione attraverso il flusso temporale, risucchiato e attirato dall’arrivo del primo Supereroe. Il 18 Aprile 1938, un Uomo d’Acciaio distrugge un’auto contro una roccia, un’immagine che tutti abbiamo impressa nella mente, che decora la copertina di “Action Comics” #1, la prima apparizione di Superman. Quel giorno, il Dottor Manhattan era presente. Il lettore volta pagina ed assiste alla nascita di un Universo, ancora al fianco di Manhattan. Nasce la Justice Society Of America: Alan Scott, Jay Garrick, Jim Corrigan, Wesley Dodds assumono le loro identità segrete, ispirate dall’arrivo dell’Azzurrone. Qualche vignetta dopo, più nulla. L’Uomo d’Acciaio debutta ancora – 1956, poi 1986, poi ancora, avanti con gli anni, osserviamo Superman rinascere dopo il Flashpoint. Il Dottor Manhattan di Geoff Johns e Gary Frank è testimone di ogni singolo avvenimento…e non riesce a darsi una spiegazione.

Come un lettore frustrato, incapace di venire a capo di un mistero multidimensionale, Manhattan osserva l’Universo fermarsi e ripartire, annullarsi e trasformarsi, Crisi dopo Crisi, evento dopo evento, Superman dopo Superman: l’unica costante di un mondo in costante cambiamento. Per un essere che ha trasceso il concetto di umanità, osservare l’Uomo d’Acciaio potrebbe sembrare quasi un affronto. Perché tutto sembra tornare a Superman? Perchè, nonostante i più grandi cambiamenti e le più piccole divergenze, Superman resta al centro di un intero Multiverso.

Come il Capitan Atom di Grant Morrison in Pax Americana, il Dottor Manhattan di Geoff Johns e di Doomsday Clock osserva l’Universo DC come il lettore sfoglia le pagine di un fumetto. Ma Pax Americana lavorava nei termini Multiversali istituiti da Morrison e perdipiù non veniva apertamente sfidato dalla sola presenza di un Superman. In Doomsday Clock, Manhattan si dimostra umano e capriccioso: gioca con la linea temporale, disfa un Universo in suo nome per osservarne la reazione scientifica. Come l’orologiaio che rappresenta, Manhattan smonta i pezzi di un meccanismo perfetto per riposizionarli a suo piacimento, osservando gli ingranaggi incastrarsi, incepparsi e smettere di funzionare per poi ripartire, trovando la loro quadratura.
La creazione del concetto di Metaverso non è da sottovalutare – le teorie postulate da Johns in questo numero cambiano radicalmente la visione del Multiverso DC Comics. L’autore sfrutta il suo ruolo e, in questo costante via-vai metanarrativo, agisce tramite Manhattan. Deduzioni e ritocchi di una penna che scrive un fumetto ancora non pubblicato diventano azioni tangibili ed esperimenti di un personaggio su carta. Le forme, i muscoli e i movimenti della matita di Gary Frank incontrano il risultato e la reazione una volta inseriti all’interno delle vignette.

Doomsday Clock #10 arriva dopo giorni, mesi di ritardo nelle fumetterie statunitensi – il lettore non sa che, una volta aperto, la propria concezione delle macrostrutture di un universo narrativo a lui caro stanno per essere rivoluzionate. Sebbene possa sembrare esagerato parlare così di sole trenta pagine, Johns e Frank consegnano alla storia un numero eccezionale, narrato sapientemente, che chiude fili lasciati sospesi anni addietro, spiega con maestria e dovizia di particolari la storia di uno scontro destinato a scuotere le fondamenta di quello stesso universo narrativo. L’Oggetto Inamovibile contro la Forza Irresistibile, il Dio Inerte contro l’Uomo d’Azione. Il Dottor Manhattan contro Superman… sublimazione e legittimazione della fan-fiction.

Gufu’s Version

HEROES IN CRISIS #9 di Tom King e Clay Mann

Perché SÌ

Una crisi che non è una Crisi
Un fumetto con i supereroi che non è un fumetto di supereroi
Un evento che non è un Evento.

O, quantomeno, Heroes in Crisis non è quel tipo di evento che l’ufficio marketing di una casa editrice come la DC Comics è preparato a gestire.

Il nono e conclusivo numero della miniserie di Tom King e Clay Mann ha decisamente diviso pubblico e critica, contando una significativa maggioranza di pareri e commenti negativi. Al momento in cui scrivo, infatti, raccoglie un poco edificante 5.6 su Comicbook Round Up (il Rottentomatoes dei comics) è diversi commenti negativi dei fan sui social (uno dei quali lo abbiamo fatto articolare proprio qui sotto da Alessandro Altosole).

I motivi di tale scontento sono molteplici e, a volte, anche argomentati ragionevolmente, ma possono essere riassunti in due parole: aspettative tradite.

Abbiamo una storia che è stata pubblicizzata come il più classico dei maxi eventi proposti periodicamente dalle major; la stessa parola “Crisis” in DC è sinonimo di conflitti epocali e trame dalle proporzioni ciclopiche. Generalmente queste storie vengono precedute da un’intensa campagna promozionale che introduce e spiega gli eventi a venire, una serie di introduzioni che preparino il pubblico: miniserie, anteprime, tie-in e tutto il corollario che il fan del fumetto supereroistico conosce bene.
In questo caso è stato invece anticipato davvero poco: l’esistenza di questa struttura supersegreta, chiamata Sanctuary, destinata al trattamento psichiatrico di eroi e criminali vittime della loro stessa vita sopra le righe.
Ad aggiungere sconcerto e confusione, il primo albo si apre con la distruzione della stessa e ci mostra i risultati di una carneficina: non vengono spese pagine per spiegarci i dettagli sul funzionamento del santuario, né, come le regole del whodunit imporrebbero, ci vengono dati indizi sulla scena del delitto e sui possibili colpevoli. E questa “mancanza di appigli” procede per tutti i successivi otto albi. A complicare ulteriormente il tutto abbiamo una trama principale imperniata sui viaggi nel tempo e che vede protagonisti due versioni identiche dello stesso personaggio. Un vero e proprio mal di testa.

Questa anticonvenzionalità ricercata si riflette anche nell’uso che i King e Mann fanno del linguaggio fumetto, una fuga dalla descrizione didascalica in cerca di un racconto imperniato sull’ellissi, o se preferite sulla Closure. In questo caso valgono anche qui le considerazioni già fatte precedentemente per Batman QUI .

Il risultato finale è così destabilizzante da far scrivere a uno dei miei contatti social, uno dei detrattori di cui sopra, la seguente frase:
“…non mi sento a casa, non esiste alcun punto di riferimento, è tutto straniante, distorto, rielaborato. Ma nessun grande fumetto supereroistico degli ultimi decenni è stato scritto in questo modo.”

Questa, che vuole essere una dura reprimenda nei confronti delle scelte del team creativo di Heroes in Crisis, si trasforma ai miei occhi in una delle più edificanti chiavi di lettura della serie e di questo ultimo numero potenzialmente rivoluzionario.
Al netto dei citati errori grossolani di promozione e del nostro gusto personale che ci fa apprezzare o meno questo fumetto, non si può non ammettere il fatto che Heroes in Crisis abbia, di fatto, introdotto un nuovo paradigma nel fumetto supereroistico.
Il super-eroe è anche super-vulnerabile e il suo destino, il dato che lo definisce in quanto eroe, non è più quello del sacrificio quanto quello di venire a patti con le proprie debolezze.
C’è qui un bizzarro parallelo con il Captain America di Endgame: anche lì l’eroe smette di essere tale, di sacrificare i propri bisogni sull’altare di un bene superiore, e sceglie di concludere la sua vita in maniera completamente umana. Parimenti, nella miniserie di King e Mann, l’eroe viene convinto a non commettere il sacrificio finale ma a confrontarsi con le conseguenze della propria fallibilità.
“Convinto” qui è la parola chiave: non c’è un villain classicamente inteso e la risoluzione della trama non passa per una scazzottata più o meno grossa. Siamo di fronte a una dinamica inusuale – sebbene non inedita – che trova il suo precedente nell’Identity Crisis di Brad Meltzer e Rags Morales. Non a caso anche quest’opera, alla sua uscita, ricevette critiche durissime (che convinsero Meltzer a tornare alla narrativa) per poi essere rivalutata ai nostri giorni.
Se Watchmen aveva postulato l’impossibilità per il supereroe di essere sano di mente Heroes in Crisis propone la possibilità di una cura: che consiste nel tornare pienamente umani. Che è sostanzialmente una delle chiavi di lettura di un’altra opera di Tom King: Mister Miracle
Non si faccia però l’errore di considerare Heroes in Crisis come “l’opera di Tom King”, il lavoro di Clay Mann e Tomeu Moray è ben più di una semplice interpretazione dello script ma si distingue come determinante nella resa finale tanto da “costringere” due artisti di rilievo come Lee Weeks e Mitch Gerads, ospiti in alcuni capitolo della serie, ad attenersi alla linea impostata dal talentuoso disegnatore di Orlando.
Clay Mann, finalmente svincolatosi dal fardello delle influenze di Oliver Coipel, riesce a modulare i canoni del fumetto supereroistico in funzione di una narrazione più compassata ed emotiva facendo leva sul linguaggio del corpo e sull’espressività dei volti – fondamentali nelle sequenze del confessionale – e sfruttando la profondità di campo per illustrare dei campi lunghi alla John Ford. Il lavoro di Morey, sopratutto in questo ultimo numero, parte quasi sempre da una base giallo/arancio caratterizzata da forti luci e ombre sfumate, che amplificano il tono crepuscolare della storia.
Heroes in Crisis è una storia che avrebbe potuto fare La Storia, che avrebbe potuto operare un cambiamento determinante nel raccontare il fumetto supereroistico, ma che non lo farà, così come non l’ha fatto Identity Crisis. Il motivo principale, a mio parere, è che manca un determinante primo livello di lettura, quello più superficiale ma non per questo meno importante, fondamentale al lettore per “entrare” nell’opera, che lo convince a rileggere per poterne poi afferrare i significati profondi.
Ma fu Howard Chaykin in un’intervista di una ventina di anni fa a dire “chi l’ha detto che un fumetto deve essere facile da leggere?”

Extra Version

Perché NO (di Alessandro Altosole)

“Puddlers skin the molten metal, remove the impurities so the iron can be strong”
“Le persone perfette non combattono, non mentono, non commettono errori e non esistono.”

La trinità DC è nata durante la Golden Age, periodo in cui i supereroi erano esseri perfetti che dovevano non solo salvare vite ma anche e sopratutto essere fonti di ispirazione per il comune cittadino. Dopo gli anni 40 si è sentita l’esigenza di andare oltre quella formula e si è spinto sempre più verso l’umanizzazione del supereroe, arrivando oggi a quello che il buon Gufu ha definito in varie occasioni come “nuovo umanesimo supereroistico”.
Ma i supereroi vogliono essere umanizzati? Possono permetterselo? O diventare troppo solo simili a chi devono salvare finisce per danneggiarli? Queste sono le domande che Tom King si è posto nel corso della sua personale Crisi DC, nel mentre ci mostra cosa succedeva dentro il Santuario e come mai si è arrivati ad un massacro dei suoi pazienti.

La trinità di King si rivela figlia succube del proprio tempo. Non può concepire l’esistenza del difetto perché il supereroe deve essere perfetto se vuole salvare vite e ispirare i più deboli.
E se poi il problema emerge lo stesso bisogna essere capaci di non farlo percepire, perché se la sostanza manca quantomeno si può compensare con l’apparenza.
Si può quindi capire molto bene quanto affidare la realizzazione di una struttura di aiuto psicologico a Batman, Superman e Wonder Woman sia l’equivalente di far costruire un palazzo ad un criceto. Magari ci riesce, ma è molto probabile che le fondamenta crollino al primo soffio di vento.

Ed il santuario che ci presenta Tom King è appunto prodotto di tutte queste distorsioni.
La struttura è isolata, il personale medico assente ed il contatto umano inesistente.
Ogni eroe è lasciato in balia di se stesso, alla ricerca autonoma di una soluzione al proprio problema, nel mentre l’unico contatto che ha è con dei robot e un’IA. L’esatto opposto di ciò che dovrebbe essere un vero servizio di assistenza psicologica insomma e per questo destinato ad essere teatro di una tragedia.
Una tragedia che però non smuove più di tanto la situazione. La JL fa partire subito la caccia all’uomo, perché necessita di un cattivo da punire. “our hope for redemption is now another hunt for vengeance” dice Batman, a dimostrazione del fatto che la trinità in un primo momento non riesce a fare autocritica.
E quando poi Superman decide di rivelare l’esistenza del santuario, appare evidente quanto si trovi a disagio nel farlo e nello spiegare che anche gli eroi hanno a volte bisogno di aiuto, arrivando addirittura a bloccarsi a metà discorso.
Nemmeno il “killer” sfugge a questo destino. Unico/a che si accorge delle contraddizioni alla base del Santuario, non riesce comunque ad aprirsi al confronto con altre persone, finendo per farsi la psicanalisi da solo/a, in un’ultima degenerazione di questa incapacità chiedere ogni tipo di aiuto.

In questo senso il lavoro di King è ottimo. Approfondisce quanti più pazienti possibili, cerca di dare il giusto spazio a ogni vittima e fa capire poco a poco al lettore che qualcosa non va, anche se probabilmente pecca nel mostrare troppo spesso un certo personaggio, facendo capire troppo presto chi possa essere stato.
C’è poi apparentemente un’eccessiva fretta con cui King tratta il miglioramento dei due sospettati.
Booster e Harley infatti trovano persone disposte ad aiutarli, a sentire il loro punto di vista, a far loro da spalla su cui appoggiarsi, e come se nulla fosse stato tornano magicamente alle loro vecchie personalità, come se si fosse premuto il bottone del reset.
La spiegazione finale poi usa/abusa di Booster, riempendo l’ultimo terzo di questa storia con viaggi nel tempo, paradossi e tecnologie futuristiche, che complicano la trama in modo inutile senza nemmeno che riesca poi a tornare effettivamente tutto in modo esatto (come è ovvio che sia quando si fa operazioni di questo tipo in continuity), giusto per darci un punto fermo in attesa di capire dove, come e quando qualcuno porterà avanti quanto narrato in queste miniserie.

Tutti questi difetti però hanno come minimo comune denominatore la fretta, il voler infilare tante roba, forse troppa, in una miniserie di solo nove numeri, palesemente inadatta a contenere insieme tutti i temi e le linee narrative che King e la DC hanno cercato di spremere.
Emblematica in questo senso è l’esplosione di confessioni che vediamo nel numero finale, con decine di eroi che compaiono e che dicono cose che nemmeno sono traumi (Catwoman dice solo “meow” ).
Probabilmente in una forma diversa King avrebbe potuto approfondire il tema in maniera decisamente diversa, prendendosi il giusto tempo e dando a ogni personaggio ed a ogni linea narrativa lo spazio che si meritava.
Ma come ci dice King a fine storia, dobbiamo guardare a quello che abbiamo, e Heroes In Crisis è un po come il Santuario di cui racconta la fine. Tante belle intenzioni che per un motivo o per un altro finiscono per portare a chi lo ha ideato più grane che lodi.

Wednesday Warriors #31 – Da Batman a Daredevil

In questo numero di Wednesday Warriors:

Bam’s Version

AQUAMAN #48 di Kelly Sue DeConnick e Viktor Bogdanovic.

Con la minaccia salina di Namma alle spalle ed un primo, solido arco narrativo a fare da sostegno per il futuro, Kelly Sue DeConnick da il via al nuovo story-arc di Aquaman con le brezze estive alle porte e un personaggio da ricostruire. Ferito, steso su un freddo tavolo, lontano da Atlantide e circondato da antiche e dimenticate divinità marine, “Andy” si trova a dover fare i conti con gli ultimi sviluppi di trama – il Campione dell’Oceano deve trovare un modo per colmare i vuoti della sua memoria.
I sottotesti mitologici portati da Kelly Sue DeConnick hanno completamente rivitalizzato la testata. L’autrice ha infuso un’aura mistica e affascinante al personaggio, colto al centro di una vera e propria guerra segreta tra le antiche forze oceaniche, una narrazione diametralmente opposta alla comunque solida scrittura di Dan Abnett, più concentrato sugli aspetti politici del personaggio. La DeConnick ha saputo modellare un intero pantheon senza intaccare il mythos del Re di Atlantide, proponendo un’ambientazione completamente nuova, co-protagonisti adatti e un mistero di fondo che sapesse scuotere il personaggio dalle fondamenta. Mai come in questa occasione, l’allontanamento dalle vicende Atlantidee e dalle sue meccaniche narrative – che, come già detto, Abnett aveva spremuto all’osso – hanno giovato particolarmente ad Arthur “Andy” Curry, naufrago senza memoria, adottato dagli abitanti di una misteriosa isola.
Dopo aver lavorato con un personaggio “vergine”, la DeConnick decide in questo story-arc di riportare Aquaman al suo vecchio status quo. Il protagonista della serie si imbarca in un viaggio abissale ed onirico, tra le fauci di un gargantuesco megalodonte: Madre Squalo, protettrice dei ricordi delle vittime del mare e custode dunque delle memorie perdute di Arthur Curry. Anche in questa occasione, è ammirevole notare la dedizione dell’autrice nell’inclusione di richiami mitologici reali nella narrativa di Aquaman. Lo Squalo come divinità – o come figura mitica – è presente in diverse culture, principalmente in quella Hawaiana. Non ci troviamo di fronte a niente di rivoluzionario, ma è corretto sottolineare come l’autrice stia cercando, riuscendoci, di diversificare il suo Aquaman rendendolo parte integrante di una cultura oceanica globale.
Il debutto di Mother Shark segna anche l’arrivo del secondo disegnatore, il Capulliano Viktor Bogdanovic. Le figure slanciate, taglienti segnano un cambio di stile brusco, ma non traumatizzante, dallo stile più morbido e dinamico di Robson Rocha – che tornerà con il terzo arco narrativo. Bogdanovic, già fattosi notare su serie come New Super-Man e Action Comics, mostra una discreta evoluzione mettendosi alla prova con elementi inediti al suo repertorio: momenti più silenziosi e riflessivi si alternano a grandi splash page “illustrative” con un buon ritmo.

Aquaman #48 rappresenta un’importante svolta e l’inizio di una fase cruciale per l’intera trama sviluppata da Kelly Sue DeConnick. Le ottime premesse costruite nella saga precedente forniscono adeguato supporto a questa nuova fase narrativa, che ha tutte le carte in regola per proseguire nel percorso di “ricostruzione” del personaggio.

DAREDEVIL #5 di Chip Zdarsky e Marco Checchetto.

Hell’s Kitchen non è più come una volta – o forse è il suo custode ad essere profondamente cambiato? Questa domanda rappresenta il fulcro dei primi cinque numeri di Daredevil.
Dopo un tragico incidente, Matt Murdock è stato costretto a continuare il suo sentiero di dubbio, scarsa autostima, rabbia repressa e cattive scelte. Senza mettere da parte la crescita interiore e i forti scossoni subiti dal personaggio in Man Without Fear di Jed MacKay, Chip Zdarsky e Marco Checchetto si sono rimboccati le maniche per consegnare ai lettori la peggior versione di Devil possibile. Sia chiaro però che questa affermazione trova riscontro non nella qualità effettiva della serie, tuttalpiù nel vero e proprio nucleo narrativo dell’arco narrativo Know Fear. Dopo l’esperienza pre-morte attraversata, Matt Murdock ha finalmente conosciuto la paura. Paura di sbagliare, di non essere all’altezza del proprio compito, di diventare vittima delle proprie, irrefrenabili pulsioni violente. Come già accennato, New York ed Hell’s Kitchen sono profondamente diverse: sotto il controllo del Sindaco Wilson Fisk, la caccia a Daredevil è diventata più intensa e feroce. La tensione artificialmente costruita da Zdarsky traspare dalle pagine – Daredevil si trova più volte braccato dal NYPD e dal nuovo Commissario e, allo stesso modo, la comunità supereroistica è sempre più preoccupata del modus operandi del Diavolo. È straordinario notare come la semplice instillazione di un dubbio, legittimo, abbia saputo scatenare una reazione effetto domino, capace di mettere in discussione la caratteristica fondamentale di Daredevil: cosa succede all’Uomo Senza Paura quando quest’ultimo ha paura di se stesso?

Metodica ed ansiogena, la scrittura di Zdarsky in questo primo arco narrativo praticamente perfetto squarcia il personaggio con una lama affilata, lanciandolo in una spregiudicata e pericolosa corsa nella notte Newyorkese. I pensieri di Murdock sono quelli di un uomo in balia della sfiducia e dell’ansia ma questo status travagliato non si riflette nelle potenti tavole di Marco Checchetto. L’artista italiano sembra aver fatto tesoro delle sue esperienze nel mondo urban Marvel: la sua New York e il suo Diavolo sono sporchi, sanguinanti e pronti a prendersi a pugno a vicenda. La colorazione di Sunny Gho si sposa perfettamente ai corpi dettagliati in fuga attraverso i vicoli di Hell’s Kitchen. L’azione rocambolesca sa quando far respirare ed i ritmi sono perfetti – la costruzione dell’ultima pagina è potentissima ed efficace, un momento di respiro per Devil e per il lettore; eppure, ancora, per il Diavolo Custode non sembra esserci pace.

Gufu’s Version

BATMAN #71 di Tom King, Mikel Janin e Jorge Fornes

Premessa: questo articolo è corredato di alcuni brani presi dall’intervista rilasciata da Tom King a Hollywood Reporter

Quante volte, nella vita di tutti i giorni, ci è capitato di risolvere un problema prendendolo a pugni? A me, personalmente mai, sebbene un paio di volte ammetto di averci provato. Credo che ci siano delle situazioni che possono richiedere metodologie così drastiche, tipo quando si è vittima di un’aggressione o si vuole vincere il titolo mondiale dei pesi massimi, ma credo che possiamo essere tutti d’accordo quando sosteniamo che “prendere a pugni cose e persone” non è la prassi standard del problem solving.
Nel mondo dei supereroi invece è così.

“Batman è l’eroe per eccellenza. Risolve ogni crimine; non puoi affrontarlo con una cosa semplice. Un piano per sconfiggere Batman deve essere stratificato; devi essere sei passi avanti a lui, perché è già cinque passi avanti. Ecco perché ha così tanti strati. Batman sconfigge Bane con una testata [nel #20], ma no – perché non è così che funziona.”

“Voglio dire, non è l’istinto più maturo: ‘Non importa chi mi affronterà, li prenderò a pugni’. Questo non funziona nel mondo reale. Il mondo reale richiede a volte di mostrare le tue vulnerabilità, e il mondo reale richiede che tu ti appoggi alle persone a volte, e ti richiede di commettere errori e di tornare da loro. Questo è ciò che gli sto lanciando contro. Richiede questa ridefinizione di ciò che Batman può essere, e ciò che può insegnarci di noi stessi. Gli permette, come ha fatto per anni, un modo migliore di essere, una via d’uscita che è meglio della semplice vendetta.”

Questo è solo uno dei tanti capisaldi del fumetto superomistico che Tom King e soci stanno scardinando in questa discussa run di Batman.
Vediamo gli altri:
L’assunto preferito dei fan dell’Uomo Pipistrello è quello che dice “Batman vince sempre”. Sempre, senza possibilità di scampo, senza se e senza ma. Che è l’estremizzazione di un canone del fumetto d’azione che non può fare a meno del proprio protagonista, in quanto nella maggior parte dei casi una sconfitta equivarrebbe alla morte dell’eroe.
Il Batman di King subisce continue sconfitte (o quantomeno non vince) da circa un anno se non di più. Anzi, ad osservare bene tutta la run dal primo numero del 2016 a oggi, probabilmente il Nostro non ha mai davvero vinto una volta.
Ed è proprio in questo episodio che questo ci viene detto in maniera forte e chiara per bocca di Alfred.

“Per me, l’arco ‘Knightmares’ era il più importante, forse dell’intera serie. Qui è dove abbiamo, in un certo senso, ‘slegato’ Batman. Abbiamo portato via la sua difesa. Il punto è che Batman non dubita mai della sua causa. La fine di “Knightmares” – la rivelazione che fosse quasi felice, che ce l’avesse quasi fatta, ma è stato il suo voto [quello di vendicare la morte dei suoi genitori] che gli ha impedito di esserlo – questo, per me, è: ‘Ora è vulnerabile’. Ora ha dei dubbi.”

Quello del linguaggio è un altro punto nodale: il fumetto popolare, o mainstream se preferite, esige che quanto è più vasto il tuo pubblico tanto più devi rivolgerti al suo minimo comun denominatore. Essendo Batman la testata di punta dell’intera DC Comics è obbligatorio che tutto venga raccontato in maniera estremamente esplicita e chiara anche al lettore più distratto. Se quindi su un personaggio di seconda o terza fascia si può e si deve giocare con la forma, sui fumetti ad alta tiratura queste “sperimentazioni” vanno contenute e ragionate all’interno di un contesto che sia comunque chiaro a tutti.
Questo non succede e non è successo nel corso dei precedenti 70 numeri e non succede nemmeno in questo settantunesimo: sebbene la narrazione degli eventi sia dilatata, King utilizza questo spazio per aumentare l’esposizione a discapito della spiegazione. Ogni dialogo racconta poco o nulla sottintendendo contenuti diversi, ogni passaggio è suggerito e raramente mostrato.

Questi fattori fanno sì che il percorso su due binari, illustrati uno da Janin e l’altro da Fornes, risulti spiazzante e costringa il lettore alla faticosa opera di “unire i puntini”, del cercare di capire il prima e il dopo e di leggere nei volti disegnati dai due artisti dei contenuti che non sono esplicitati in altro modo. Fornes ci disegna un Batman col capo chino e le spalle afflosciate, a un passo dalla sconfitta fisica ma già presente in nuce sin dalla prima tavola; Janin invece mostra il lato muscolare del protagonista e la rabbia visibile del volto sotto la maschera.
Per riprendere un parallelo con le nozioni di armonia possiamo dire che tutto l’albo è una nota sospesa che non trova risoluzione, non la soluzione attesa, non quella a cui decenni di letture di supereroi ci hanno preparato, l’ultima pagina dell’albo è una “cadenza dell’inganno”. Rimanda a una risoluzione vera che non sappiamo quando arriverà. E a questo punto non siamo sicuri se arriverà o meno.

 

Wednesday Warriors #30 – Da Captain America a Flash

In questo numero di Wednesday Warriors:

Gufu’s Version

CAPTAIN AMERICA #10 di Ta-Nehisi Coates e Adam Kubert

Nell’intero panorama supereroistico statunitense, Captain America è indubbiamente la serie che più si presta a una lettura in chiave politica del concetto di supereroe.
Il ruolo del personaggio impone che questo si confronti quotidianamente con le contraddizioni della sua Nazione e la costante sfida di quest’ultima all’ideale del Sogno Americano rappresentato dall’alter ego di Steve Rogers.
Da Steve Englehart a Nick Spencer passando per J.M. De Matteis, l’elenco degli scrittori che hanno dato una chiave di lettura “politicizzata” del personaggio è lungo: a questi si è aggiunto quello di Ta-Nehisi Coates, già noto nel mondo dei comics per il suo eccellente lavoro su Black Panther ma soprattutto per il suo curriculum da giornalista e scrittore.
In questi anni Coates ha imparato a bilanciare la cronaca politica con la narrazione supereroistica più canonica, riuscendo così a proporre un Captain America che riesce ad offrire un intreccio avvincente affiancato a un sottotesto politico che non sfocia mai nel sermone.
Sebbene la narrazione degli eventi abbia un passo molto dilatato, che rende la lettura in volumi sicuramente più apprezzabile, ogni capitolo della storia del suo Steve Rogers offre degli spunti mai banali.
Far finire Cap in prigione permette a Coates di aprire diversi “fronti narrativi”: quello principale sul processo a Steve Rogers, quello legato al confronto con i criminali che ha rinchiuso lui stesso e quello che riflette sulla questione del sistema carcerario statunitense.
Quest’ultimo punto, affrontato anche da Mark Russel recentemente su Wonder Twins e da Saladin Ahmed su Black Bolt, è attualmente al centro di un forte dibattito soprattutto per quanto riguarda il mondo dei penitenziari gestiti da società private che qui viene esasperato dalla figura di un ex-nazista, il Barone Wolfgang von Strucker, che, una volta perdonato, gestisce questo penitenziario per supereroi.
Il dramma di Thunderball in questo episodio si presenta quindi la metafora perfetta del confine tra riabilitazione e punizione, confine che tiene banco anche sui quotidiani nostrani sui temi della sicurezza e su proposte come quella della castrazione chimica.
In questo contesto il lavoro di Adam Kubert sulla fisicità dei protagonisti, sui primi piani e sul linguaggio del corpo, mettendo in secondo piano ambientazione e descrittività degli sfondi, contribuisce alla resa drammatica – intesa come dinamiche che intercorrono tra i personaggi – stringendo l’obiettivo e il focus sugli attori in campo e sui loro tormenti personali.
Si parla forse troppo poco di questo Captain America che invece meriterebbe maggiori attenzioni da parte di pubblico e critica.

THE FLASH #70 di Joshua Williamson e Howard Porter

Dopo una serie di prestazioni opache, fatte di buoni spunti ma di risoluzioni anticlimatiche, Joshua Williamson si gioca la carta della narrazione delle origini.
Comincia in questo numero infatti Year One, saga che dovrà, teoricamente, ridefinire Barry Allen.
Il primo capitolo è sostanzialmente un bel cambio di passo rispetto a quanto visto negli ultimi mesi, Williamson conferma la sua propensione alla prolissità, a tratti ridondante, ma senza gli eccessi visti finora.
Molto interessante il finale che lascia aperto il campo a dozzine di speculazioni: potremmo trovarci di fronte a uno Year One anticonvenzionale che promette ricadute interessanti nella timeline corrente.
I detrattori della cosiddetta decompressione saranno felici nell’affrontare un testo denso di eventi che costringe Howard Porter agli straordinari nella realizzazione di layout molto fitti e spesso ricchi di dettagli: nonostante la propensione del disegnatore a utilizzare un tratto spesso e riccamente modulato la leggibilità non sembra risentirne.
Porter è indubbiamente l’arma in più di questo albo ricco di trovate grafiche molto interessanti: il suo Flash, in maniera quasi metatestuale, è troppo veloce per essere contenuto dalle stesse vignette e balza da una pagina all’altra sfuggendo dai bordi e dai confini della griglia fumettistica.
Al momento l’unica sfida che Williamson e Porter sembrano non voler affrontare è quella di svincolare Iris West dalla sua caratterizzazione da “Lois Lane wannabe” a favore della costruzione di un personaggio femminile valido e originale.

Bam’s Version

HAWKMAN #12 di Robert Venditti e Bryan Hitch.


Hawkman giunge alla fine del suo volo – circa. Out Of Many, One di Robert Venditti e Bryan Hitch segna la fine della lunga saga introduttiva di questa nuova serie dedicata al Vendicatore Alato.

Il #12 di Hawkman conclude il lungo viaggio multidimensionale, spazio-temporale di Carter Hall, costretto a vivere le sue vite passate, future e parallele allo scopo di rivelare il suo collegamento ai terrificanti Deathbringer, macchine universali dispensatrici di morte in tutta la galassia. Robert Venditti – che già con X-O Manowar si dimostrò più che capace di scrivere guerrieri volanti arrabbiatissimi – si è rivelato la scelta perfetta per riportare in gioco Hawkman dopo il reset del personaggio visto in Dark Nights: Metal.
Carter Hall si è rivelato vulnerabile, complesso e dilaniato da un passato che non comprende ed un futuro indecifrabile: intrappolato in un ciclo apparentemente infinito di vite, l’obiettivo concreto di Hawkman in questa serie era scoprire se stesso e il proprio ruolo. In questa girandola avventurosa, fantascientifica e assorbita a pieno dalle onde della continuity DC, Robert Venditti ha liberato il suo estro creativo, regalando nuovi spiragli sulla intricata storia editoriale del personaggio.

Da Thanagar a Rann, da Krypton al Microverso, cambiando nomi e origini: Carter Hall si è scoperto Catar-Ol, Ktar, Khufu ma anche Katar Hol.  Un uomo da mille volti, morto e risorto, nato piú volte e proprio per questo estremamente fragile. La domanda posta da Robert Venditti è interessante e profondamente iconica: chi è davvero Hawkman? In questo senso, gli ultimi stralci di questa saga iniziale vanno interpretati come una risposta concreta.

Dietro la splendida prova artistica di Bryan Hitch e del team artistico a suo supporto si nasconde l’essenza del personaggio. Osservare decine, centinaia di Hawkman districarsi tra i raggi laser dei Deathbringer, vederli distruggere le macchine mortali in un turbinio di esplosioni, detriti e colpi di mazze chiodate che si susseguono, permette al lettore di notare come Hawkman sia davvero un personaggio unico, figlio di molte interpretazioni.
Hitch, al top della forma dopo il fallimentare esperimento da autore completo su Justice League, riporta al centro della sua arte l’occhio ampio, cinematografico dei suoi Ultimates, firmando un vero blockbuster a fumetti, spettacolare da sfogliare ma ancora più interessante da approfondire se si tiene conto della cura per i dettagli nel design dei singoli Hawkmen e nel loro modo di combattere.

Come da titolo, traduzione del latino E Pluribus Unum, Hawkman è la somma di tutte le sue vite precedenti – Robert Venditti e Bryan Hitch lo rendono evidente. Sebbene contrapposto ad un antagonista decisamente poco sviluppato e graficamente mediocre, costruire una nemesi speculare ad Hawkman permette una più facile digestione e metabolizzazione del messaggio comunicato da Venditti, semplice ma efficace. Il singolare percorso narrativo di Carter Hall permette agli autori una discreta libertà creativa – un personaggio ben costruito nel tempo e nello spazio e, proprio per questi motivi, capace di attingere a più angoli dell’Universo DC per spingere in avanti le proprie storie.